Nessuno è nato qui

La Svizzera, una storia di migrazioni troppo spesso dimenticata 

pastedGraphic.pngNei miei anni di insegnamento negli Stati Uniti – lingua italiana per stranieri in un piccolo college della Virginia – capitava abbastanza spesso che i miei studenti confondessero noi svizzeri (Swiss) con gli svedesi (Swedish). Al netto della somiglianza fonica dei due toponimi, biasimavo allora la scarsa preparazione impartita loro dal sistema scolastico statunitense, in effetti piuttosto scarso fino all’università, dove invece poi eccellono; e più in generale registravo la consueta ignoranza degli americani nei confronti delle cose europee e della loro storia. 

A distanza di tanti anni dovrei oggi fare ammenda: come ci ricorda infatti la nuova Storia svizzera delle migrazioni di André Holenstein, Patrick Kury e Kristina Schulz, recentemente pubblicata in italiano da Armando Dadò con prefazione di Luigi Lorenzetti, traduzione di Anna Allenbach ed editing di Orazio Martinetti, tra le pagine del Libro bianco di Sarnen (1470) si ipotizzava proprio che gli abitanti del Canton Svitto discendessero da non meglio precisati antenati svedesi. Lo strano vichingo con il corno delle Alpi e la forma di Emmental sottobraccio che visualizzavo sorridendo nei miei anni americani è insomma meno lontano dalla realtà di quanto potessi mai immaginare.

Ben mi sta, e bene farebbe a molti leggere questo libro, che è un brillante ed efficace compendio di storia nazionale riletta alla luce dei movimenti dei popoli: da e verso l’antica Confederazione, ma anche al suo interno (i Walser di Bosco Gurin, per citare un unico caso assai rappresentativo) su su fino ai nostri giorni e ai problemi migratori che tutti conosciamo, e che troppo raramente purtroppo vengono letti dalla politica e dall’opinione pubblica alla luce della storia di questo imprescindibile fenomeno, tra quelli che segnano maggiormente i destini dell’umanità. “Nessuno è nato qui”, recita un vecchio slogan che troppo spesso dimentichiamo.

Si pensi al caso curioso dei von Mentlen, famiglia che – a pelle – uno direbbe più svizzera non si può, e che proviene invece dalla sponda piemontese del Verbano, da quando un Bernardo Mantelli di Cannobio si stabilì ad Altdorf nel 1410, mise radici, germanizzò il proprio nome e i suoi discendenti rivarcarono le Alpi all’epoca dei Baliaggi divenendo poi una delle più influenti casate di Bellinzona. Ma ancor più affascinante è la storia dei pasticceri grigionesi, capaci di insegnare all’intero continente (dalla Spagna, alla Francia, alla Polonia, alla Russia) ad apprezzare le nuove prelibatezze di cioccolato e caffè, allora beni di lusso per pochi.

Se siamo onesti – e non tutti, o non sempre, lo siamo – dobbiamo ammettere che i territori dell’attuale Confederazione hanno dato parecchio al mondo in termini di forza lavoro, competenze artistiche, ingegneristiche e commerciali, ma altrettanto se non di più abbiamo ricevuto dalle numerose popolazioni di stagionali che nel Novecento ci hanno aiutati a costruire la Svizzera attuale e a mantenerla ai suoi alti standard. Gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi, gli slavi, i principali bersagli cioè dei movimenti politici che negli anni Settanta gridavano all’inforestierimento, come se non ne stessimo in realtà approfittando tutti. 

La duplice natura che da sempre contraddistingue i movimenti dei popoli (l’immigrazione economica e quella dei rifugiati), e i fenomeni di apertura e chiusura che regolano le loro politiche, ci permettono infatti di leggere in filigrana non solo l’evoluzione stessa della storia svizzera, ma anche la sua stessa società, che nel confronto costante con gli altri – suggeriscono gli autori del libro – finisce per raccontarci qualcosa di sé, di quello che vuole e non vuole, di quello che può e non può fare, di quanto sa essere egoista o generosa. Nei giorni un cui si medita di espellere dal nostro paese due povere donne afghane già accolte in Valle Verzasca, sarebbe bene tornare a porci le stesse domande.


Negli antri più riposti

La Svizzera, una storia di migrazioni troppo spesso dimenticata 

Come per ogni gesto che appartenga alla categoria delle gratuità e generosità umane, il nascere e il rafforzarsi di una vocazione letteraria non ha mai smesso di suscitare in me la più grande ammirazione. Tanto più se una simile chiamata si esplicita con i ritmi lenti di una vita intera, si stacca piano piano dall’intimo fino a diventare un fatto pubblico, seguendo vie insondabili e misteriose. Ad un certo punto, diverso per tutti, inizia infatti a emergere qualcosa che prima non c’era: un’atmosfera, un mondo, un insieme di suoni e persone. Semplicemente esiste. È la magia della letteratura. 

Lorenza Noseda si era già segnalata nel 2019 vincendo con Gente di frontiera la decima edizione del Premio Chiara per una silloge di racconti inediti. Ignoro se quei tredici pezzi brevi, così simili ai nove che qui si raccolgono, siano stati scritti in tempi remoti oppure se siano invece il frutto di un’urgenza recente. È certo però che per equilibrio e sincerità  dell’ispirazione Una domenica tranquilla può ben dirsi un prosieguo, se non un completamento, di quella stessa esperienza di scrittura, quasi l’onda lunga di un medesimo slancio iniziale. 

Per coglierne la vera natura sarebbe sufficiente tornare alla copertina che apre il volume: un interno domestico illuminato da una luce radente, l’attimo prima (o l’attimo dopo) di una storia che non potrà più essere quella di prima, avvolta in un silenzio surreale. Nella forma di tante piccole vicende personali, dram- matiche per l’animo dei protagonisti assai più che per il corpo, l’autrice infila una dopo l’altra alcune scene che non si esiterebbe a definire borghesi, secondo un’oscillazione che dai mestieri più umili (il custode, il pasticciere) giunge fino alla fascia più alta di quella classe e condizione sociale. Alberghi di lusso, boutique, onorificenze, prestigio, abitudini e gusti di una categoria umana in gran parte privilegiata, ma non esente per questo da quegli accadimenti che incrina- no anche le certezze più saldamente costruite. 

Il senso di colpa, declinato di volta in volta in toni e colori sempre diversi (inquietudine, rimpianto, apatia, affanno), è il leitmotiv che attraversa come una lama questi nove racconti: dal giardiniere che si pente troppo tardi di non essere andato al funerale della cognata, all’avvocato che ha ignorato l’esistenza di un fratellastro africano, fino al marito che nasconde alla moglie la verità su una malattia ereditaria. Sembrano i canovacci di altrettante storie ancora da raccontare, e invece esistono già in questo stile asciutto, essenzialmente dialogico, parcamente descrittivo. Lorenza Noseda procede spedita verso il cuore delle questioni, non senza tratteggiare in modo efficace il perimetro antropologico e sociale entro il quale si muovono i suoi personaggi: quasi che le loro abitudini, i loro gusti, il loro entourage fossero altrettante caratteristiche della loro fisionomia fisica. Gli abiti, in questi vasti appartamenti silenziosi che paiono lì lì per schiudersi in un grido feroce e liberatorio, fanno decisamente i “monaci”, li stringono in una metaforica armatura di costrizione e rancore. 

Inutile dire che, nonostante l’atmosfera domenicale, non c’è nulla di tranquillo nelle esperienze vissute dai personaggi e condivise in modo così diretto e franco con i lettori. Consapevolezza, umiltà, serenità, pace – in una parola: il perdono, per sé e per gli altri – sono condizioni che si conquistano soltanto a costo di grandi fatiche, di lunghe e tormentate introspezioni. Il potere e il compito della scrittura è quello di andare a stanarle proprio là dove si trovano, negli antri più riposti dei cuori delle donne e degli uomini che le hanno sperimentate per noi. 

Per gentile concessione delle edizoni Dadò, che ringraziamo


Svizzera-Serbia: il meticciato dinamico e l’agonismo binario

La Svizzera, una storia di migrazioni troppo spesso dimenticata 

Uno dei punti più alti della nazionale svizzera di calcio, agonisticamente ed emotivamente parlando, è stato toccato il 22 giugno 2018 a Kaliningrad: una vittoria al photofinish contro la Serbia, grazie a uno splendido goal di Shaquiri al 90esimo, che ci ha permesso di accedere agli ottavi di finale del campionato mondiale. Uno dei punti più bassi della nazionale svizzera di calcio, culturalmente e politicamente parlando, è stato toccato in quella stessa occasione con i gesti del simbolo albanese dell’aquila bicipite, mimati da Xhaka e Shaqiri e persino (perché poi?) dal capitano di origine lucernese Stephan Lichtsteiner.

Poiché venerdì sera, a quattro anni e migliaia di chilometri di distanza, ci attende la replica esatta di quella partita – terza di una fase a gironi, necessaria per accedere agli ottavi – c’è da sperare che si ripetano i risultati sportivi ma non le polemiche nazionaliste. Il problema sta naturalmente a monte, nell’accesa diatriba che da secoli contrappone, nella piccola regione montuosa del Kosovo, l’etnia albanese (per lo più musulmana e maggioritaria) a quella serba (ortodossa e decisamente meno rappresentata). 

La questione era stata gestita, negli ultimi decenni della Yugoslavia, concedendo ai kosovari una relativa indipendenza, non a livello delle altre repubbliche della federazione socialista (Bosnia Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia e Slovenia) ma quasi. La cancellazione di quell’autonomia ad opera di Slobodan Milosevic il 23 marzo 1989 portò a tensioni tali che avrebbero potuto sfociare in una vera e propria guerra (alcuni profughi giunsero in quelle settimane al confine di Chiasso), non fosse stato per il pacifismo promulgato dal leader kosovaro Ibrahim Rugova che per 10 anni riuscì, a fatica, a tenere fermo il coperchio sopra una pentola in costante ebollizione. La storia ha decretato il fallimento di quella rivoluzione silenziosa che, mentre tutt’attorno iniziavano a cadere una dopo l’altra le ex-repubbliche jugoslave, in Kosovo favorì la creazione di una sorta di Stato parallelo, ma non poté impedire con questo lo scoppio del conflitto nel 1998-99.

La Svizzera, che veramente neutrale non è mai stata, almeno all’inizio guardò di buon occhio alla resistenza armanta dell’UçK capitanata da Hashim Thaçi, il futuro presidente del Kosovo che aveva studiato all’Università di Zurigo e che in seguito si sarebbe rivelato per quello che era: un criminale di guerra non molto diverso da quelli attivi sul fronte serbo (è attualmente sotto processo al Tribunale dell’Aia). Anche nel precoce riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, dichiarata unilateralmente il 17 febbraio 2008, la Svizzera giocò un proprio ruolo, facendo da battistrada a un manipolo di nazioni che con il tempo è cresciuto, senza superare comunque la metà dei Paesi membri dell’ONU.

Non dobbiamo infatti nasconderci che la società svizzera ha, con l’etnia albanese, una relazione privilegiata e fruttuosa, della quale la nazionale di calcio è specchio oramai da molti anni: non solo Xhaka e Shaqiri, ma anche Dzemaili, Behrami e il meno noto Ardon Jashari. Bosniaco di religione musulmana è invece Haris Seferovic, e così era Vladimir Petkovic (ma di religione cattolica). Mi chiedo a volte se la totale assenza di un giocatore di origine serbo-ortodossa tra le file della nazionale sia un caso oppure una scelta intenzionale. Fatto sta che “derby” ad alta tensione come quelli di venerdì sera verrebbero forse stemperati se la Nati fosse davvero una squadra multietnica e “neutrale”, cosa che può dire di essere soltanto in parte. Dall’altro lato della barricata, d’altronde, ci mettono spesso del loro, anche per una lunga consuetudine del mondo del calcio serbo con le retoriche nazionaliste (basterebbe guardare i poco edificanti cori degli hooligans della Stella Rossa di Belgrado), testimoniata ancora recentemente dall’esposizione, negli spogliatoi di Doha, di una bandiera serba comprensiva dei territori del Kosovo.

Come se ne esce? Soltanto in un modo: confinando l’agonismo binario su cui si basa da sempre l’ambito sportivo (“Noi contro di loro”) all’erba del campo di calcio, pronti invece ad abbracciare le dinamiche più fluide e ragionevoli del meticciato in tutti gli altri ambiti, della società e della politica. Che lo sport possa essere un luogo privilegiato per l’integrazione è fuori dubbio, lo dimostrano i tanti esempi virtuosi sparsi in ogni angolo della Confederazione. Ma credere che basti correre tutti assieme dietro al medesimo pallone è un’illusione che si scontra con il perenne risorgere di antagonismi atavici, mai veramente cancellati. La guardia deve insomma restare sempre alta: bandiere e aquile lo insegnano.


Diocesi di Lugano: spunti per un’interpretazione

La Svizzera, una storia di migrazioni troppo spesso dimenticata 

Trascorso qualche giorno dall’annunciato quanto repentino cambiamento alla testa della Diocesi di Lugano, che da lunedì pomeriggio ha un nuovo amministratore apostolico pro tempore, è forse possibile tornare ad affrontare alcune delle questioni che si delineano all’orizzonte, in un ambito le cui dinamiche interne – amministrative, gerarchiche, formali – tendono a non essere immediatamente comprensibili a chi le osservi dall’esterno (non escluso chi scrive).

  1. Il commiato

La vera notizia emersa dalla conferenza stampa di lunedì mattina non sono state le dimissioni di mons. Valerio Lazzeri, anticipate dalla RSI già venerdì scorso, bensì le modalità del commiato voluto dal vescovo: un discorso toccante, con il cuore in mano, in piena e totale adesione a quella umanità che don Valerio ha testimoniato durante i suoi nove anni alla testa della diocesi. Nella spiazzante richiesta di perdono e nella commovente ammissione dei propri limiti fisici e psicologici, le sue parole hanno riecheggiato altre espressioni di “fragilità in atto” (non saprei come chiamarle altrimenti) cui la Chiesa cattolica ci ha abituato negli ultimi anni, dalla malattia di Giovanni Paolo II a quella – per i ticinesi – di mons. Eugenio Corecco, senza dimenticare l’«ingravescentem aetatem» di Benedetto XVI. Per chi crede, si tratta di testimonianze potenti che si inseriscono con forme diverse e persino antitetiche, di perseveranza le une e di rinuncia le altre, in una tradizione di fede e cultura che ha al proprio centro l’immagine di un Dio che si sacrifica per tutti, senza temere di mostrare le proprie fragilità.

  1. Sede vacante

Dal punto di vista strettamente giuridico, in un’area di sovrapposizione tra il diritto canonico e il concordato che regola i rapporti tra la Santa Sede e la Confederazione svizzera a proposito della Diocesi di Lugano, quest’ultima è attualmente definita “sede vacante”, e così sarà fino alla nomina del nuovo titolare. Le regole che determinano queste fasi intermedie sono le più varie e dipendono in prima battuta dalla causa dell’assenza del vescovo: morte, dimissioni per raggiunti limiti di età o dimissioni per motivi di salute.

Se un vescovo muore in carica, nella prassi usuale interviene il capitolo a nominare un amministratore diocesano pro tempore; in altri casi generalmente è il papa, tramite il nunzio, a formalizzare la scelta di un amministratore apostolico. Non potendo portare a termine per ragioni di salute il consueto periodo di transizione (come aveva fatto ad esempio mons. Grampa, rimasto un anno tra la presentazione e l’accettazione delle dimissioni, avvenuta contestualmente solo alla nomina del successore), Valerio Lazzeri ha chiesto al nunzio di anticipare i tempi secondo la modalità normalmente utilizzata dato il quadro giuridico sulle successioni episcopali.

La scelta di mons. Alain de Raemy è stata suggerita da confronti interni alla conferenza episcopale svizzera, non da ultimo anche per gli equilibri non idilliaci sul fronte della chiesa friburghese, che molto in fretta si è ritrovata priva del proprio vescovo ausiliare (il titolare mons. Morerod si è detto negli scorsi giorni molto «felice» che la scelta fosse caduta su de Raemy…). Ma tali dinamiche non devono sorprendere: come per i direttori d’orchestra o gli allenatori di calcio, i vescovi sono sovente in sovrannumero, specie in un ambito complesso come quello svizzero, nel quale il turnover è piuttosto basso (il prossimo fronte che dovrebbe aprirsi, non prima di qualche anno, è quello della diocesi di Sion).

  1. Fenomenali poteri cosmici

… in un minuscolo spazio vitale. Sono, per citare un noto lungometraggio della Disney, i poteri assai limitati dell’amministratore apostolico in caso di sede vacante (diverso perciò dal ruolo quasi omonimo tenuto dai vescovi ticinesi tra il 1884 e il 1971), cui non sarà concesso ad esempio nominare nuovi parroci. Se vale la regola latina del sede vacante nihil innovetur, nei prossimi mesi la diocesi si troverà quindi confrontata al congelamento di molte procedure e di molti dossier.

Lo slancio pastorale mostrato lunedì mattina da mons. de Raemy, che si è fatto apprezzare per la sua affabilità citando persino il «se sbaglio mi corrigerete» di papa Wojtyla, sarà insomma contenuto da paletti piuttosto stretti, e finalizzato all’individuazione dei possibili successori di Lazzeri. Nessun commissariamento, quindi, della diocesi luganese per presunti scandali o altro (per quelli ci sarebbe voluta un’altra figura, ad esempio quella di un «visitatore» apostolico).

  1. Farne (non subito) un altro

Assieme al gioco simpatico – ma evidentemente ozioso – del totovescovo, è tornata in auge nei media la questione del ressortissant, una regola specifica per la diocesi luganese iscritta nel concordato tra la Svizzera e la Santa Sede del 24 luglio 1968: «L’Evêque de Lugano sera nommé par le Saint-Siège et sera choisi parmi les prêtres ressortissants tessinois». Se ressortissant vale, come parrebbe di capire, «attinente di», la scelta potrà cadere allora su ogni sacerdote di almeno 35 anni, ordinato almeno da cinque e in possesso almeno di una licenza in materie teologiche, e che abbia però anche un’attinenza ticinese. Fu il caso di mons. Grampa, un italiano di Busto Arsizio nel frattempo naturalizzato; e quella stessa regola impedì a Padre Mauro Jöhri, grigionese di Bivio, di essere preso in considerazione in passato nonostante la grande esperienza internazionale come ministro generale dell’Ordine dei Cappuccini.

  1. Questioni ancora aperte

In attesa che i meccanismi ecclesiastici facciano il loro corso, con i ritmi dilatati che da sempre li caratterizzano (incompatibili con la nostra epoca ansiosa e trafelata), le dimissioni di mons. Lazzeri hanno già contribuito a far emergere a livello di opinione pubblica alcune questioni che covavano sotto la cenere: innanzitutto i problemi finanziari della diocesi, una struttura complessa da cui dipendono numerosi servizi (comprese due scuole) e il cui patrimonio immobiliare si è rivelato negli ultimi anni più un peso che una vera fonte di reddito.

Le difficoltà comunicative sottolineate da Luigi Maffezzoli, presidente dell’Azione cattolica, al Quotidiano della RSI lo scorso 10 ottobre sono un ulteriore problema che ha toccato la diocesi in anni recenti, sia nelle sue relazioni con la stampa, sia nell’ascolto delle molte realtà che compongono il variegato patchwork della chiesa ticinese. Temi questi, al crocevia delle questioni gestionali e delle spinte sinodali così tipiche della chiesa di papa Francesco, che meriteranno di essere seguiti da vicino, nei prossimi mesi, anche alle nostre latitudini.

Nell’immagine: la cerimonia di ordinazione di un vescovo


La Peppa Tencia delle scorie radioattive (con un po’ di poesia)

La Svizzera, una storia di migrazioni troppo spesso dimenticata 

La scena pare questa: tre uomini seduti su una barca si lanciano di mano in mano una bomba a orologeria, salvo tirare un sospiro di sollievo quando la patata bollente passa al vicino di panca. La questione dello stoccaggio permanente delle scorie radioattive è sempre stata, in Svizzera, il gioco della Peppa Tencia, e che non se ne parlasse più da anni – a livello di opinione pubblica nazionale, specie a sud delle Alpi – ha soltanto illuso che qualcosa nel frattempo fosse cambiato. Notizia delle scorse settimane è la decisione dell’autorità svizzera per lo smaltimento delle scorie radioattive (NAGRA) di puntare decisamente sulla regione di Lägern (Zurigo), scartando gli altri siti presi in considerazione in anni recenti nel Giura orientale, a Bözberg (Argovia) e nel Weinland zurighese.

L’iter politico sarà ancora lungo ma l’attualità del tema riporta alla mente, per contrasto, vicende oramai consegnate ai libri di storia, che videro pure la Svizzera italiana implicata in prima linea con la questione. Erano i primi anni Ottanta e con decisione salomonica, figlia del migliore federalismo elvetico, si misero sul tavolo tre potenziali soluzioni per la gestione delle scorie, a Bauen (Uri), Ollon (Vaud) e Mesocco (Grigioni), una per ogni regione linguistica, con una par condicio culturale e politica che avrà fatto sorridere qualche geologo o qualche fisico nucleare. Il fatto che ognuno di questi tre siti sia sparito dai radar da molti anni – all’epoca se ne occupava la CISRA, la Cooperativa per l’immagazzinamento delle scorie radioattive – è significativo di quanto la prudenza sia assolutamente necessaria in decisioni di tale portata.

L’opzione grigionese aveva suscitato scalpore a sud della Alpi e aveva visto in prima linea l’intellettuale e poeta Remo Fasani (1922-2011), cresciuto sotto le pendici del Piz Pian Grand e già reso sensibile dagli stravolgimenti che avevano toccato la regione di Pian San Giacomo dopo la costruzione dell’impianto idroelettrico di San Bernardino (1960). Un simile paradiso in terra – parlo per cognizione di causa, ci ho passato tutte le estati della mia infanzia – non doveva essere toccato neanche dall’ipotesi di uno stoccaggio radioattivo, e Fasani fu tra i più attivi oppositori sui media. Memorabile un suo contributo in due puntate apparso su «Libera Stampa» il 22-23 settembre 1983, intitolato Mesocco, pattumiera radioattiva? 

Ma pure la sua vena poetica, già precocemente segnata dalla sensibilità ecologica negli anni Sessanta, era stata risollecitata dall’attualità, come dimostra il poema Pian San Giacomo di cui si riprendono alcuni stralci qui sotto. Nato come canto della natura incontaminata intaccata dal nuovo bacino idroelettrico, un quindicennio più tardi il poema fu modificato per accogliervi la polemica sul nucleare. In questo modo Fasani metteva in relazione – da poeta – ogni tipo di trasformazione radicale del territorio, portando in superficie il «gomitolo di concause» che aveva suggerito l’ipotesi di uno stoccaggio sul Piz Pian Grand: dapprima la creazione dell’impianto idroelettrico, poi il completamento dell’A13 e infine, favorito dai due elementi sopra citati, l’immagazzinamento delle scorie.

Curiosamente l’opzione grigionese decadde non già per le obiezioni cantonali (il Gran Consiglio di Coira votò infatti a favore) ma per una piccola ingerenza del Canton Ticino, che in parlamento si disse invece contrario e vicino agli oppositori mesolcinesi. Fu un momento non secondario di tensione regionale a cavallo della frontiera linguistica, la cui memoria si conserva oggi anche grazie ai versi di Remo Fasani che, profondamente ferito dalle decisioni del proprio Gran Consiglio, rifiutò di candidarsi per il Premio culturale del Canton Grigioni. A cento anni dalla nascita, mentre si approssima il convegno che l’Università di Zurigo gli dedicherà il prossimo 11 novembre (peccato non averlo fatto all’USI), è giusto ricordare la sensibilità ecologica e l’impronta civile di un autore un po’ dimenticato della nostra cultura italofona.

(Poi tra me e me mi chiedo – ma dovrei forse girare la domanda a un Bruno Storni – perché non sia possibile sparare le scorie nello spazio: se è vero che l’universo è in espansione, non le vedremmo più. Ma sarà ragione di costi più che di morale)

In una valle all’orlo dei Grigioni,
in Mesolcina,
in fondo al Pian San Giacomo,
esiste… esisteva, non sono molti anni,
un podere, nel podere una cascina
per abitarci. Poi venne il progresso
e, dove ieri si stendeva un pezzo di mondo,
vaneggia, oggi, un serbatoio idrico,
un catino difeso da una rete metallica,
nerastro, che non rispecchia il cielo.
[…]

Ma gli Dei, che bramano
da soli essere felici,
e più gli Dei del nostro tempo,
già sono pronti a volgere,
i Plutocrati, i Tecnocrati,
in maledizione
la benedizione nativa.
Vogliono rimutarla, essi,
l’antica valle all’orlo dei Grigioni,
nella nuova terra di nessuno
e lì vuotare la faretra
delle frecce avvelenate…
le frecce della peste…
non quella di Apollo…
la peste atomica…
l’infinita…
Ma qui finisce lei, la poesia.
Qui comincia la prosa. E forse il nulla.

(Remo Fasani, Pian San Giacomo, 1969-83)


Le dimissioni del Vescovo

La Svizzera, una storia di migrazioni troppo spesso dimenticata 

Chi sapeva, sapeva già da qualche tempo, ma democristianamente taceva. Poi è arrivata la RSI a bruciare l’embargo (non ci sono più gli embarghi di una volta) e la questione è diventata di pubblico dominio prima ancora che giungesse da Roma l’ufficialità delle dimissioni accettate. Eletto nel 2013, non senza qualche resistenza sul fronte del diretto interessato, Monsignor Valerio Lazzeri lascerà nelle prossime settimane la carica di Vescovo della Diocesi di Lugano, per motivazioni che spiegherà nel corso della prossima settimana, ma che voci vicine alla curia suggeriscono non esenti da un generale sentimento di difficoltà, se non addirittura di inadeguatezza nei confronti di un compito e di una responsabilità che pure ha portato sulle proprie spalle nel corso degli ultimi nove anni. 

Non è necessario scomodare l’ingravescentem aetatem di Benedetto XVI (anche perché Mons. Lazzeri ha soltanto 59 anni) perché il Canton Ticino ha già conosciuto partenze premature dei propri vescovi, dalla malattia che colpì Eugenio Corecco nel 1995 alla breve stagione di Ernesto Togni (1978-86) che lasciò per ragioni di salute e che oggi, a 96 anni appena compiuti, può dire di avere incontrato ben quattro dei suoi successori (presto cinque).

Mons. Lazzeri passerà alla storia verosimilmente come il vescovo del covid e del “Giornale del Popolo”, il pastore che ha saputo parlare a una popolazione di fedeli provati dalle settimane di lockdown, con memorabili omelie televisive dalla chiesa luganese del Cristo Risorto, e che però non ha voluto o potuto salvare il quotidiano fondato nel 1926 dal suo predecessore Aurelio Bacciarini. Che la diocesi ticinese abbia conosciuto negli ultimi anni qualche problema di management non è un mistero per nessuno, ed è in fondo comprensibile che l’indole riflessiva di Mons. Lazzeri, più incline agli studi teologici che alla gestione del personale o delle finanze, abbia infine prevalso.

Il capitolo che si apre ora è dei più critici: in attesa che la procedura di nomina del futuro vescovo inizi il proprio iter, tradizionalmente lungo e complesso, dovrebbe giungere da nord un reggente ad interim (si cita il nome di Alain de Raemy, vescovo ausiliare di Friburgo) incaricato di traghettare la diocesi nel corso dei prossimi mesi, una scelta che permetterebbe di risolvere nel contempo, grazie a questo trasferimento, anche qualche magagna sul fronte della chiesa romanda. 

Senza voler mancare di rispetto a nessuno, l’opzione pur temporanea per un vescovo-balivo ha certo il merito di lasciare tranquille le acque luganesi ancora per qualche tempo, ma non può non richiamare alla mente l’epoca dell’amministrazione apostolica (1884-86), quando le sorti della chiesa ticinese venivano decise in riva al Reno dal vescovo basilese Eugenio Lachat.

Prevedere il futuro è un esercizio che mal si coniuga con le dinamiche misteriose delle decisioni vaticane, ma se proprio dobbiamo passarci sopra del tempo possiamo riprendere in mano il Totovescovo rimasto nel cassetto dalla volta scorsa, quando si erano fatti i nomi (ancora validi) di don Arturo Cattaneo e di Padre Mauro Giuseppe Lepori: il primo in quota Opus Dei, di cui è il referente spirituale in Ticino; il secondo vicino ma non assimilabile a Comunione e Liberazione, attuale abate generale dell’Ordine dei Cistercensi. 

L’alternarsi, nella serie recente dei vescovi ticinesi, di figure forti (Corecco e Grampa) ad altre apparentemente meno incisive (Togni, Torti, Lazzeri), almeno sotto un certo punto di vista, lascerebbe spazio a entrambi i candidati, noti per essere personalità carismatiche e di piglio deciso. Ma la strada sarà ancora lunga.


La rivoluzione digitale: un mito da smitizzare?

La Svizzera, una storia di migrazioni troppo spesso dimenticata 

Come ogni autunno, si approssimano gli Swiss Digital Days, che in Ticino si svolgeranno tra Bellinzona e Lugano il 4-5 ottobre e già promettono, tra le tante altre cose, di svelare tutti gli arcani attorno agli ultimi ritrovati della tecnologia informatica: criptovalute, blockchain, NTF (non fungible token) e soprattutto Meta, il nuovo universo virtuale che dovrebbe portare Facebook e Instagram – e assieme ai social di Zuckerberg tutta una serie di altri attori istituzionali e commerciali – ad un livello di interazione uomo-macchina mai visto prima d’ora, in quello che potrebbe essere un nuovo cambiamento di epoca e di paradigma. Finiti gli Swiss Digital Days sarà poi la volta del Premio Möbius, il 14-15 ottobre nell’Auditorium dell’USI a Lugano, dedicato quest’anno al fenomeno crescente dell’odio in rete.

Si tornerà insomma a parlare diffusamente di digitale, per cercare di leggere un fenomeno in crescita esponenziale e sotto gli occhi di tutti, con risultati piuttosto sorprendenti nei più diversi ambiti. Per fare soltanto un esempio, in alcune scuole materne del Canton Ticino si è iniziato da poco a utilizzare automi del tipo “Blue-Bot”, sorta di cagnolini robotizzati capaci di interagire con i bambini per favorirne la socializzazione o per aiutarli a prendere confidenza con le dimensioni spaziali. Musica del presente che già suona con gli accordi del futuro.

Un’ottima guida per tornare a riflettere sulla rivoluzione digitale, con la giusta dose di dissacrazione e una quantità di dati e di fonti degna della migliore ricerca storica, è quella offerta da Gabriele Balbi, docente di Media Studies all’USI, nel suo recente libro L’ultima ideologia, pubblicato da Laterza la scorsa primavera.

Dando per acquisita la rivoluzione digitale in quanto tale, l’autore dedica ampio spazio alla verifica del modo in cui questa è stata raccontata negli ultimi decenni dai suoi principali attori (pionieri della tecnologia informatica, CEO di grandi aziende, esperti di marketing, politici, giornalisti), giungendo alla sorprendente conclusione che il digitale, più che una scienza, finisce per assomigliare piuttosto a una specie di religione, fatta di guru (da Steve Jobs a Bill Gates, da Sergey Brin a Elon Musk), di santuari (la Silicon Valley), di visioni forzatamente ottimistiche e persino di reliquie, infedeli ed eretici.

La smitizzazione operata da Balbi, in un pamphlet che si legge con gusto e volentieri, ha l’obiettivo di suggerire una consapevolezza e una pacatezza che potrebbero aiutarci a considerare in modo critico alcuni sviluppi futuri, ricordandoci nel contempo quanta parte di questa “rivoluzione”, vera o presunta, abbiamo invece accolto indiscriminatamente in passato, finendo per partecipare noi stessi, utenti-consumatori, a un discorso retorico a tratti vuoto di contenuti reali. L’impressione suggerita dal libro è che non solo le principali aziende hi-tech, che hanno naturalmente i loro interessi, ma anche la politica non sia veramente disposta ad avanzare dubbi in questo senso, provando cioè a sfatare il mito che il “digitale” sia la panacea di tutti i mali del mondo.

Metteva il dito nella piaga, in un aneddoto richiamato da Balbi, un profeta semi-pentito come Bill Gates, che di fronte agli investimenti di Google per potenziare la rete internet in molti Stati africani, nel 2013 ammetteva provocatoriamente che, “pur essendo un grande sostenitore della rivoluzione digitale e del collegamento dei centri di assistenza sanitaria di base e delle scuole, quando un bambino ha la diarrea [a causa della malaria], non c’è un sito web che possa aiutarlo”.

Non affrontati direttamente dal libro, ma suggeriti in filigrana, sono invece quegli aspetti dell’evoluzione digitale che più si collegano all’esercizio della democrazia: aumentano a dismisura gli smartphone, ma non procedono di pari passo i progetti statali intesi a favorire una necessaria alfabetizzazione informatica, per non parlare dell’auspicata introduzione dell’identità digitale o del voto elettronico. Mentre chiudo la busta “E-Tax” con il foglio di carta che riassume la mia dichiarazione dei redditi per il 2021, prima di infilarla in qualche cassetta gialla delle Poste, mi dico che anche in Ticino abbiamo ancora molto da pedalare.

Il volume di Gabriele Balbi sarà presentato martedì 4 ottobre alle ore 18 alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, nell’ambito del ciclo “Forme del vivere”. L’autore dialogherà con Milena Folletti, già dirigente RSI e oggi nuova Delegata cantonale alla transizione digitale.


Dopo la nuova sentenza USA sull’aborto: le questioni rimaste sul tavolo

La Svizzera, una storia di migrazioni troppo spesso dimenticata 

Davvero non è possibile gioire per la decisione della Corte Suprema statunitense dello scorso 24 giugno, con la quale è stata annullata la ben nota sentenza “Roe vs Wade” del 1973 sulla liceità dell’aborto. Quella giunta d’oltreoceano a inizio estate non è una buona notizia perché non affronta veramente un problema ma lo demanda ai piani più bassi della gerarchia federale: una scelta che, lungi dall’essere un atto di vera democrazia, in realtà non farà che aumentare – e lo si sta già vedendo – un far west legislativo che favorirà inevitabilmente un “turismo dell’aborto” (brutto termine ma si capisce) tra gli Stati più conservatori e quelli più progressisti della Confederazione americana.

Ho vissuto sufficientemente a lungo negli Stati Uniti per tastare con mano quanto sia da tempo esasperato e incancrenito il dibattito attorno alla questione, oramai privo di qualunque confronto dialettico e ridotto a un mero scontro di fronti contrapposti: da un lato i “pro life” che sventolano crocifissi e bambolotti sanguinanti e gridano agli assassini, dall’altro i “pro choice” che non accettano di affrontare l’argomento da un punto di vista diverso da quello strettamente connesso ai diritti femminili e al libero utilizzo del proprio corpo. Un dialogo tra sordi (con la clava) che ha sempre covato nervosamente sotto la cenere e che negli ultimi tempi è riemerso con particolare virulenza.

Tutto ciò potrebbe avere un senso soltanto se favorisse in qualche modo il rilancio del dibattito su un tema troppo importante per illuderci di averlo risolto già nel 1973 e con le leggi che ne erano seguite. Per provare a inquadrare la questione proporrei allora di partire da un passo della Politica di Aristotele, un testo che, pur con i dovuti distinguo, assieme alla Repubblica di Platone sta alla base di gran parte del nostro modo di ragionare attorno alla società e al suo futuro: «sia legge di non allevare nessun bimbo deforme […]: si deve fissare un limite alla procreazione e se alcune coppie sono feconde oltre tale limite, bisogna procurare l’aborto, prima che nel feto siano sviluppate la sensibilità e la vita, perché sono la sensibilità e la vita che determinano la colpevolezza e la non colpevolezza dell’atto» (Politica, 1335b).

L’argomentare stringente di Aristotele, che preso dal desiderio di sviscerare fino in fondo le questioni non teme di sconfinare nel cinismo, mette il dito su almeno tre punti dolenti: quando inizia veramente la vita, se l’aborto debba avere conseguenze penali oppure no e, terzo, gli inevitabili legami con una prospettiva eugenetica. Le leggi attualmente in vigore in gran parte del mondo, più o meno progressiste a seconda dei casi, rispondono soltanto alla seconda domanda, glissano un po’ sulla prima (da cui la seconda comunque dipende) e non affrontano del tutto la terza. Si potrebbe facilmente obiettare che non spetta al legislatore affrontare questioni morali tanto complesse. È pur vero che il dibattito presso l’opinione pubblica, nonostante tutto, continua a languire.

Chiedersi quando inizino in un feto “la sensibilità e la vita”, come dice Aristotele, non è domanda di minore importanza, perché da questa dipende la concezione stessa del feto come un futuro cittadino della società, cioè il detentore di tutta una serie di diritti di cui la (speranza di) vita dovrebbe essere proprio il primo, a inaugurare gli altri che seguiranno (motivo per cui sono persuaso che l’aborto non sia soltanto un argomento “femminile” e che tutti, compresi i cittadini di sesso maschile o le donne sterili, debbano e possano esprimersi in merito). Fissare una settimana di gestazione a partire dalla quale si può cominciare a parlare di “vita”, e perciò a ragionare in termini penali in caso di interruzione della stessa (Aristotele parla di “colpa”, ma la sua è una riflessione morale più che legislativa), è forse l’unica via percorribile ed è stata giustamente seguita. Mi chiedo però se tale questione possa essere risolta una volta per tutte oppure se non debba, regolarmente, essere riposta sul tavolo, con un occhio di riguardo ai progressi della medicina che oggi riescono a garantire la sopravvivenza di feti del peso di 500-600 grammi e di poche settimane di sviluppo embrionale. In tutta sincerità preferirei sapere che la domanda rimane aperta, piuttosto che saperla chiusa per sempre.

Ancora più scomoda, e perciò raramente affrontata, è l’implicazione della pratica dell’aborto legale in prospettiva eugenetica, alla quale partecipa tutta la società tramite la costante promozione dei corpi perfetti, l’illusione del superamento di ogni malattia e non da ultimo politiche aziendali e professionali che troppo spesso scoraggiano le gravidanze, specie nelle donne che sarebbero proprio nell’età più adatta per portarle a conclusione. Possiamo dire di essere del tutto esenti da queste dinamiche?

Sono interrogativi che ci tormentano e che chiedono, con la pacatezza e la ragionevolezza suggerita da questioni di natura epocale, un dibattito adatto alla loro reale portata.


Arbedo, 1422

La Svizzera, una storia di migrazioni troppo spesso dimenticata 

Cosa ce ne facciamo oggi del ricordo di una feroce battaglia? La domanda è pertinente e tocca nel profondo la gestione di ogni memoria storica, la necessità e la volontà della sua preservazione e infine il rischio – da mai sottovalutare – di un suo possibile utilizzo ideologico. Il bello è che la forza dei simboli è tale che persino un ricordo negativo come una sconfitta militare può diventare un catalizzatore di energie per il futuro, anche a fini, purtroppo, non sempre nobili. Il nazionalismo serbo che si nutre dell’orgoglio represso della “Piana dei Merli” (1389) è un esempio noto a tutti e ancora molto attivo, ahimè, all’inizio del terzo millennio.

Se vale la pena di spendere qualche parola su quanto avvenne nei campi a nord di Bellinzona l’ultimo giorno di giugno del 1422, in un’epoca che non assomiglia neanche lontanamente alla nostra (o forse sì?), è soltanto per la convinzione che alcuni nodi della nostra identità di svizzeri di lingua italiana non siano stati ancora del tutto sciolti a distanza di tanti secoli, e che permangano ingarbugliati da allora, come sovente avviene nelle regioni di frontiera.

Delle tormentate vicende belliche che hanno contraddistinto la nostra regione nel corso del XV secolo una soltanto ha avuto, nel Novecento, una vasta eco presso il grande pubblico: la battaglia di Giornico del 1478, quella dei “Sassi Grossi” e della statua di Apollonio Pessina inaugurata in pompa magna per il quinto centenario dello scontro, immagine della sconfitta dei milanesi a opera di un manipolo di urani e leventinesi asserragliati nelle gole del Piottino. Una vittoria epica (per chi veniva da nord) e una sconfitta umiliante (per la cavalleria sforzesca): un’interpretazione apparentemente molto chiara, anche perché scritta con l’inchiostro dei vincitori – gli stessi che, nel 1755, repressero nel sangue sulla piazza di Faido la piccola rivolta di Leventina, gettando un’ombra non da poco sulle conquiste comuni dei secoli precedenti.

Arbedo fu invece una dura ed evidente sconfitta del fronte confederato per mano dei milanesi del nuovo duca Filippo Maria Visconti e del suo capace condottiero, Francesco Bussone detto “il Carmagnola”. La posta in gioco, va da sé, era la riconquista della roccaforte di Bellinzona, che i De Sacco avevano ottenuto all’inizio del secolo e che avevano da poco venduto sottobanco agli svizzeri, scontentando le ambizioni dei Visconti. Se un uccello avesse osservato i fatti dall’alto, la mattina del 30 giugno 1422, avrebbe notato qualche centinaio di urani che in modo molto poco “svizzero” si sparpagliavano verso la Mesolcina per compiere razzie indiscriminate, mentre un esercito di 16000 soldati (di cui 5000 a cavallo) faceva strage dei loro compagni nella piana acquitrinosa di Molinazzo. Fu, per l’epoca, una battaglia piuttosto cruenta – i morti si contarono a centinaia – al punto che si decise di richiamarne il sangue nel colore rosso dell’antistante chiesetta di San Paolo.

Chi vinse? Chi perse? La storiografia svizzera ha fatto della battaglia di Arbedo un uso ambivalente: quasi del tutto dimenticata in Ticino, perché non utile alla causa patriottica, è celebrata invece a Zugo per le gesta eroiche del landamano Peter Kolin in difesa del vessillo cantonale. In qualche stampa d’epoca viene addirittura indicata, per ragioni che rimangono misteriose, come una “vittoria” degli svizzeri sui milanesi… (su tutti questi temi è di prossima uscita un interessantissimo studio di Francesco Cerea, che ringrazio per le anticipazioni).

Ma la domanda rimane: cosa ce ne facciamo oggi di quella battaglia? Sarebbe un peccato non tornare ad affrontare quell’evento storico, con il distacco che si impone in simili casi, come se non fosse l’ultima dimostrazione evidente del nostro attaccamento alla tradizione culturale italiana, poco prima che il galletto dei venti iniziasse a girare vistosamente verso settentrione. Dopo Arbedo le sorti cambiano e le conquiste svizzere a sud delle Alpi si fanno sempre più convinte e irreversibili: un’erosione continua compiuta un pezzo alla volta, prima la Leventina, poi Blenio e Riviera, fino al 1478, al 1513 e alla nascita dei cosiddetti “baliaggi italiani” (il termine “Svizzera italiana”, come ha dimostrato Ariele Morinini, è un’invenzione del tardo Settecento), quando sulla carta d’Europa si disegnò per la prima volta il triangolo rovesciato che accoglie le vallate prealpine racchiuse tra Chiasso ed Airolo.

Interrogarsi su chi abbia vinto ad Arbedo – se i bellinzonesi di allora, nostri progenitori, o i milanesi che li difendevano e contemporaneamente li riconquistavano – significa chiederci chi siamo noi oggi, e in quale misura dobbiamo la nostra identità (multipla, meticcia, insomma un po’ “sporca”) a quell’aria che spirava da sud e che per molti secoli ancora, fino all’Ottocento inoltrato, avrebbe lasciato in noi un segno profondo in termini di abitudini linguistiche, culturali, architettoniche, alimentari, persino giuridiche. Tra il XV e il XIX secolo i ticinesi sono diventati svizzeri ma non sono mai diventati “urani”, c’è poco da fare, anche se spesso ce ne dimentichiamo. Arbedo e Giornico, e con loro tutti gli scontri che hanno contribuito a definire ciò che noi siamo, meritano quindi tutta la nostra attenzione a patto però di non leggerli con le lenti miopi del discorso nazionalista, ad uso e consumo di un unico fronte che non esiste più (e che forse non è mai esistito).


Una città di tegole e di opportunità

La Svizzera, una storia di migrazioni troppo spesso dimenticata 

Lugano come Yalta? L’annunciata conferenza internazionale sulla ricostruzione dell’Ucraina prevista il 4-5 luglio in riva al Ceresio, attorno alla quale si infittiscono giorno dopo giorno indiscrezioni e dettagli, riporterà in Ticino il proverbiale quarto d’ora di celebrità, risvegliando nel contempo la lunga tradizione di neutralità e accoglienza che si radica almeno nei Patti di Locarno del 1925, per chi non voglia risalire sino all’epoca risorgimentale. A Yalta nel febbraio del 1945 erano scesi in campo i pesi massimi (Churchill, Roosevelt, Stalin, non però il criminale che aveva iniziato tutto e che già meditava di togliere il disturbo) ben intenzionati a ridisegnare assieme il futuro dell’Europa dopo la catastrofe. A Lugano nel luglio del 2022, si parva licet componere magnis, verranno verosimilmente le seconde linee, i vice, i segretari di Stato, ma non per questo l’evento potrà essere minimizzato.

Prima dello scoppio della guerra, in alcuni uffici dell’amministrazione comunale si era guardato all’arrivo di Zelensky come alla classica Peppa Tencia da gestire con il minor danno possibile, anche per l’insolita abitudine del presidente-attore di portarsi appresso l’offerta di tradurre in ucraino le audioguide dei musei cittadini, per maggior gioia della popolazione russofona (che a Lugano certo non manca). Quello che pareva il vezzo di un nazionalismo linguistico ottocentesco si è rivelato in tutta la sua drammatica consistenza la notte del 24 febbraio, al momento dell’invasione. Sono oramai passati tre mesi e da allora, sullo slancio dell’emotività, tradurremmo in ucraino anche i nomi dei nostri figli.

L’onda lunga della tragedia in corso non ha tardato infatti a toccare i nostri lidi, se è vero che sin dai primi giorni di guerra hanno iniziato a comparire qui e là targhe ucraine, sovente apposte a veicoli di cilindrate tali da mettere in dubbio la comune definizione di “profugo”, mentre le prime bandiere gialle e azzurre venivano stese sui balconi della collina di Castagnola. Per la prima volta ci siamo accorti che un buon numero di coloro che ritenevamo genericamente “russi” erano in realtà ucraini, transnistriani, georgiani, azeri, e via con tutti i colori dell’arcobaleno ex-sovietico.

Quale che sia l’evoluzione delle prossime settimane, è innegabile che anche grazie al summit di luglio il mondo tornerà a soffiare come un’onda impetuosa tra le montagne del nostro piccolo golfo, portando quella ventata di ricchezza culturale e di varietà sociale che sempre si accompagna ai movimenti delle popolazioni. Sa il cielo quanto la nostra timida e sonnacchiosa provincia, timorosa di ritrovarsi costretta a gestire una nuova “tegola” (per riprendere una simpatica espressione del Consigliere di Stato Claudio Zali), ha bisogno di queste opportunità di crescita e di scambio.