Il caos scatenato da Trump è lo specchio del declino USA

Resuscitando lo spettro dell’imperialismo, il tycoon ha trasformato gli USA in agente di instabilità globale 

Nel 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino, il politologo Francis Fukuyama pubblicò un saggio dal titolo “The End of History?”, “La fine della storia?” in cui sosteneva la tesi secondo cui il processo di evoluzione sociale, economica e politica dell’umanità avrebbe raggiunto il suo apice alla fine del XX secolo, aprendo una fase finale e conclusiva della storia in quanto tale. Ebbene poco dopo, il crollo dell’Unione Sovietica, pose fine a quel mondo bipolare che aveva caratterizzato i decenni successivi alla seconda guerra mondiale, aprendo la via al dominio incontrastato ed eterno del capitalismo USA, almeno così sembrava.

Oggi quel che resta delle due superpotenze, che all’indomani della seconda guerra mondiale avevano dominato il mondo per quasi mezzo secolo, è impegolato in due conflitti armati fuori controllo: la Russia nell’Ucraina e gli stati Uniti in Iran. La conseguente impennata dei prezzi del petrolio e del gas impatta pesantemente sulle economie dei paesi industrializzati europei già indeboliti da enormi deficit pubblici e da una crescente instabilità politica e sociale. Parallelamente il surriscaldamento del clima, con il suo corteo di inondazioni, siccità, incendi e caldo torrido sta assumendo proporzioni bibliche e, come se non bastasse, gli stessi “padri” dell’intelligenza artificiale mettono in guardia da scenari apocalittici, secondo cui questa rivoluzione tecnologica potrebbe addirittura spazzare via l’umanità intera. A tutto ciò si aggiunge il fatto che le istituzioni internazionali, che per decenni avevano garantito una relativa stabilità nei rapporti fra gli stati, si stanno sgretolando, sotto le violente picconate di Donald Trump e di Vladimir Putin, due autocrati che non fanno certo mistero del loro disprezzo per i valori fondamentali della convivenza pacifica. Ecco perché dopo quasi 80 anni di pace e di tranquillità, a noi svizzeri ed europei si prospetta un futuro più che incerto, irto di pericoli cui le generazioni attuali non sono più abituate.

Da alleato affidabile ad agente di instabilità

Resuscitando, alla stessa stregua di Putin, lo spettro dell’l’imperialismo, Trump ha trasformato la superpotenza occidentale da un amico affidabile in un agente di instabilità globale. Dopo aver rovesciato il dittatore Nicolás Maduro, s’è impadronito del petrolio venezuelano, dopodiché, riferendosi a Cuba e riassumendo la sua visione del mondo, ha dichiarato “Posso fare tutto ciò che voglio”. Ha poi minacciato di riprendersi il Canale di Panama, di annettere se necessario anche con la forza la Groenlandia, di trasformare il Canada nel 51esimo stato USA e ha imposto in modo unilaterale a praticamente tutti i paesi, inclusi gli alleati più fedeli, pesanti tariffe doganali. Così, in meno di un anno, quella che è stata un tempo l’America protettrice dell’Europa è diventata per tutti noi un “alleato” pericoloso e inaffidabile da cui stare in guardia. Lo scorso fine settimana, ad esempio, interrogato sul futuro dell’Iran, Trump ha “riflettuto” su Fox News sull’opportunità di “far saltare in aria l’intera nazione”.

Il mondo deve prepararsi all’era post-USA

“L’America è cambiata”, “non possiamo controllare la tempesta che si abbatte da Washington”, ha dichiarato il mese scorso il Primo Ministro canadese Mark Carney, diventato il portavoce delle “potenze di medie dimensioni”, che stanno iniziando a mobilitarsi per affrontare l’era post-americana. Infatti, mentre Trump vaneggia di Stati Uniti come potenza suprema, il loro potere appare sempre più fragile. Nonostante tutti i missili che Trump gli ha scagliato contro, da 8 mesi il regime iraniano continua a resistere e non dà alcun segno di cedimento. Nel frattempo, a detta del Pentagono, le scorte di missili USA sono oramai quasi esaurite, mentre le carenze logistiche e lo scafo arrugginito della portaerei USS Abraham Lincoln, in missione nel Golfo Persico da quasi 9 mesi, mettono a nudo anche i limiti del potere militare americano. L’anno scorso Trump ha infatti anche imparato a conoscere un’altra nuova realtà della geopolitica del XXI secolo. La sua guerra commerciale lanciata contro la Cina s’è rapidamente conclusa quando Pechino ha bloccato le esportazioni di terre rare, fondamentali per la tecnologia militare statunitense e per lo sviluppo della sua intelligenza artificiale.

Un declino iniziato da tempo

L’ironia della sorte è che le politiche aggressive di Trump hanno involontariamente indebolito il potere degli USA e rafforzato nel contempo quello del suo principale rivale, che a bordo dello scacchiere internazionale è rimasto immobile e tranquillo a guardare: la Cina. Certo il declino degli USA è iniziato ben prima che Trump conquistasse la Casa Bianca, con le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, conflitti che si sono conclusi in modo tutt’altro che glorioso per la più grande potenza militare del mondo: dopo 20 anni il primo e dopo 8 anni il secondo. Trump ha solo accelerato il declino, inimicandosi anche i migliori alleati degli Stati Uniti e portando l’indebitamento USA a oltre 40’000 miliardi di dollari, ossia al 125% del PIL, un livello mai visto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Intervistata dalla rete televisiva britannica Channel 4 News, la politica groenlandese Tillie Martinussen ha spiegato in modo suggestivo la perdita di fiducia in Washington: “anche se si tratta del tuo cane da slitta migliore, il più intelligente e il più forte, se questo si gira e ti morde, non potrai mai più fidarti di lui”.

Non è l’Iran il pericolo più grande: è Donald Trump

La storia offre innumerevoli esempi di grandi potenze al tramonto. Una delle loro caratteristiche è che il loro declino fu suggellato da governanti incompetenti, corrotti, dediti al peggiore nepotismo e circondati da “yes-men”, individui propensi a uno stile di vita sfarzoso, a spese folli per inutili grandi opere monumentali nonostante le casse dello stato fossero vuote, personaggi oramai scollegati dal popolo e che avevano perso il contatto con la realtà: una fotografia che calza a pennello sia a Vladimir Putin, sia a Donald Trump, i due protagonisti di questo drammatico periodo storico. Ciò non significa però che non siano pericolosi, tutt’al contrario, perché, come si sa, chi è spinto all’angolo non teme più le conseguenze delle proprie azioni e tende ad attaccare. Per quel che concerne il presidente americano, basta citare Simon Tisdall commentatore de britannico Guardian: “Trump, non l’Iran, è il pericolo più grande per il mondo. Trump è un’arma di distruzione di massa a sé stante”.

Nell’immagine: “Se il tuo cane ti morde non potrai mai più fidarti di lui”


Eventi meteorologici oramai fuori controllo e sempre meno assicurabili

Resuscitando lo spettro dell’imperialismo, il tycoon ha trasformato gli USA in agente di instabilità globale 

Venerdì 20 marzo, il giorno stesso in cui terminava ufficialmente l’inverno, gli stati USA della costa occidentale sono stati colpiti da un’ondata di caldo anomalo, con temperature estreme che, vicino al confine tra la California e Arizona, hanno raggiunto addirittura i 44,4°C, un record assoluto per il mese di marzo. Il giorno successivo questa ondata di caldo s’è poi allargata anche al centro degli Stati Uniti, dove, secondo il Servizio meteorologico nazionale, temperature fino a 35°C sono state registrate nel Missouri, nel Nebraska e nel Kansas, stati del Midwest in cui meno di una manciata di giorni prima le temperature erano ancora al di sotto dello zero.

Sabato 21 marzo, a Kansas City, nel Missouri, e nella cittadina di North Platte, nel Nebraska, è stato registrato con 33,3°C un nuovo record di temperatura per il mese di marzo. Topeka, la capitale del Kansas, ha registrato 35 gradi, altro record per marzo. Cheyenne, la capitale del Wyoming, ha visto per la prima volta il termometro salire a marzo fino a 28,3°C. Nella cittadina di Chanute, nel Kansas, le temperature sono addirittura passate da un minimo di -10,5°C a un massimo di 32,8°C, ossia un aumento di 43.3°C in soli quattro giorni. Temperature da record sono pure state registrate in altre città degli Stati Uniti, tra cui Denver con 30°C, Grand Island nel Nebraska e Midland nel Texas, entrambe con 37°C.

In questi ultimi anni fenomeni di caldo estremo si sono accavallati in tutto il mondo

Secondo Chris Field, direttore del “Woods Institute for the Environment” dell’Università di Stanford, l’ondata di calore sviluppatasi in questo mese di marzo nel sud-ovest e nel centro degli Stati Uniti, con temperature fino a 16,7°C superiori alla media stagionale, rientra a pieno titolo nella categoria degli “eventi giganti”. Essa non rappresenta tuttavia un elemento isolato, bensì illustra un fenomeno molto più vasto e cita in questo contesto altri 5 eventi simili verificatisi nel corso degli ultimi 6 anni, ossia: l’ondata di calore in Siberia del 2020, l’ondata di calore nel Pacifico nord-occidentale del 2021, che ha provocato temperature record fino a 54.4°C nella Columbia Britannica, le ondate di calore dell’estate del 2022 in Nord America, Cina ed Europa, il surriscaldamento del Mediterraneo occidentale del 2023 e l’ondata di calore nell’Asia meridionale del 2023; aggravata, quest’ultima, da un’umidità estremamente elevata. A questi 5 eventi si dovrebbe poi aggiungere anche l’ondata di calore che ha colpito l’Antartide orientale nel 2022, con temperature fino a 45°C al di sopra la norma, lo scostamento dalla norma più grande mai registrato nella storia della meteorologia. 

Il ritiro sempre più frequente delle compagnie assicurative dalle zone più a rischio è il sintomo più evidente che il clima è oramai fuori controllo

Gli eventi meteorologici estremi sempre più intensi, provocati dal surriscaldamento del clima, non si limitano alle giornate di caldo torrido, ma comprendono anche siccità, piogge torrenziali,  uragani e incendi mortali, hanno dichiarato oltre una dozzina di scienziati, meteorologi ed esperti di disastri intervistati dall’agenzia di stampa Associated Press. Essi hanno classificato l’ondata di calore di questo mese di marzo quale “evento ultra-estremo”, alla pari con eventi come: la super tempesta Sandy, che nel 2012 ha allagato New York e le aree circostanti, sprigionando un energia equivalente a quella di circa cinque bombe atomiche della potenza di quella sganciata su Hiroshima; il micidiale tifone Haiyan, che ha sconvolto le Filippine nel 2013; le disastrose alluvioni che hanno colpito il Pakistan nel 2022 e devastato nello stesso anno e poi di nuovo nel 2024 l’Africa occidentale, come pure la terribile siccità che imperversa sull’Iran da oramai 6 anni. 

Senza poi contare gli incendi di foreste, che aggravano ulteriormente il caldo e la siccità. Tra questo ultimo tipo di eventi estremi più recenti figura infatti anche il disastro meteorologico più costoso mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti: gli incendi di Palisades e Eaton nelle vicinanze di Los Angeles del gennaio 2025, incendi che hanno costretto all’evacuazione oltre 150’000 persone, e casato danni stimati a 135 miliardi di dollari, solo in parte assicurati. 

Gli esperti avvertono che questo genere di condizioni meteorologiche estreme e senza precedenti si verifica oramai nei momenti e nei luoghi meno prevedibili, mettendo a rischio un numero sempre maggiore di persone. Ciò rappresenta un enorme problema per le autorità e i governi chiamati in ultima analisi a gestire le calamità. Secondo Craig Fugate, che ha diretto fino al 2017 la FEMA, agenzia statunitense per la gestione delle emergenze, “ci siamo trovati sempre più spesso a dover operare al di fuori degli schemi storici. Mappe delle inondazioni, modelli delle mareggiate, dati sulle temperature: gli eventi si collocavano sempre più al di fuori del quadro di riferimento per cui avevamo progettato i nostri sistemi” e aggiunge: “Abbiamo costruito le nostre comunità sulla base di circa cento anni di osservazioni meteorologiche passate, presumendo che queste sarebbero state una buona guida per il futuro. Questa ipotesi sta iniziando a sgretolarsi. Il segnale più evidente non è tanto il dibattito scientifico, quanto il fatto che le compagnie assicurative si stiano ritirando” dalle zone più a rischio.

In California il grande esodo degli assicuratori è iniziato da tempo

Nel luglio del 2024, State Farm, il principale gruppo assicurativo statunitense, aveva disdetto 1’600 polizze proprio a Pacific Palisades, il ricco quartiere, situato tra la costa del Pacifico e le montagne di Santa Barbara, ridotto poi in cenere nel gennaio dell’anno scorso. L’area era già stata indicata in passato come una delle cinque più a rischio del sud della California. Nel corso del 2024, la stessa agenzia assicurativa aveva annullato anche oltre duemila polizze nei quartieri Brentwood, Calabasas, Hidden Hills e Monte Nido e, sempre nel 2024, sono state ben 72’000 le case e gli appartamenti in California che hanno perso la copertura assicurativa da parte di State Farm. 

A causa di incendi, inondazioni e uragani, negli Stati Uniti sempre più regioni stanno infatti scivolando verso un futuro non assicurabile. Vista la situazione che s’è venuta a creare, è oramai opinione diffusa fra gli analisti che nei prossimi anni sarà il mercato assicurativo a determinare dove le persone potranno o non potranno più vivere. Stando a Dave Jones, ex commissario delle assicurazioni della California e ora direttore dell’iniziativa sul rischio climatico presso la University of California, Berkeley School of Law, in mancanza di un addio ai combustibili fossili, il paese sta scivolando verso un futuro non assicurabile. 

Secondo il rapporto del riassicuratore Swiss Re, che elabora le conclusioni del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) e che stila ogni anno una classifica delle catastrofi che colpiscono 36 Paesi importanti e che sono attribuibili al surriscaldamento del clima, nell’ultimo decennio si sono registrati in media danni per 200 miliardi di dollari all’anno, una media tuttavia superata di parecchio proprio in questi ultimissimi anni. Nel 2023 si sono infatti contati danni per circa 280 miliardi di dollari, e nel 2024 addirittura per 310 miliardi, di cui, nota bene, solo 135 miliardi erano assicurati. Nel 2025, degno di nota per l’assenza di un uragano di grande entità che abbia colpito gli Stati Uniti, le catastrofi naturali hanno provocato danni per 235 miliardi di dollari, di cui 120 miliardi coperti dalle assicurazioni. Le perdite assicurative globali a lungo termine derivanti dalle catastrofi naturali continuano comunque a crescere di anno in anno tra il 5 e il 7%.

Nell’immagine: incendi in California


La Cina corre (e vince su tutti) contro il surriscaldamento del clima

Resuscitando lo spettro dell’imperialismo, il tycoon ha trasformato gli USA in agente di instabilità globale 

Per decenni la Cina è stata accusata di essere il principale responsabile del surriscaldamento del clima. Essa è infatti responsabile di circa 30% delle emissioni globali di gas a effetto serra. Ciò non significa tuttavia che i cittadini cinesi siano quelli che inquinano di più: nell’ultimo quinquennio un cittadino cinese ha prodotto in media 8,9 tonnellate di CO2 all’anno, un americano ne ha prodotte dal canto suo 13,4 tonnellate, un australiano o un canadese circa 15, uno del Kuwait 24 e uno del Qatar addirittura 35. Ma i cinesi essendo molto più numerosi, le loro emissioni pesano ovviamente di più.

Ora però le cose stanno rapidamente cambiando. È proprio dalla Cina che ci arriva la notizia del superamento di uno dei rarissimi “Tipping Points” positivi, un punto di svolta critico nella lotta contro il surriscaldamento del clima

Pechino sta dimostrando che crescita economica non rima più con aumento del consumo di combustibili fossili

Per troppo tempo, le economie emergenti si sono viste confrontate a quello che sembrava un compromesso impossibile tra crescita e sostenibilità, un assioma che ora la Cina ha rovesciato, mostrando che lotta contro il surriscaldamento del clima (sicurezza energetica) e crescita economica non si escludono affatto a vicenda. Al contrario: tramite una pianificazione oculata, innovazione ed economie di scala, Pechino sta dimostrando che la decarbonizzazione può andare a braccetto con il potenziamento industriale, la creazione di posti di lavoro, il miglioramento della qualità della vita e, soprattutto, con la protezione del clima. Accelerando sulla transizione energetica, allargandone il campo e rendendola più sistematica, il governo di Pechino ha iniziato a rimodellare le prospettive economiche e le realtà energetiche non solo del proprio paese, ma addirittura a livello globale.

Il dispiegamento massiccio dell’eolico e del fotovoltaico, la costruzione di enormi impianti di stoccaggio di elettricità su batterie, il rafforzamento massiccio della rete elettrica, combinati con una rapida elettrificazione dei trasporti, del riscaldamento degli edifici e della produzione industriale, hanno fatto del gigante asiatico, in appena un decennio, il campione mondiale delle rinnovabili, riducendo nel contempo i costi dell’energia e accelerando l’adozione di tecnologie elettriche pulite anche in numerosi altri paesi emergenti, in particolare dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Ecco perché in questo inizio 2026 si intravvede per la prima volta la possibilità di un declino reale del consumo di combustibili fossili.

Boom di eolico e fotovoltaico in Cina

Le cifre sono da capogiro. In soli 3 anni, dal 2022 al 2024, la capacità della Cina di generare elettricità tramite l’eolico e il solare è più che raddoppiata, passando da 635 GW a 1’408 GW. Nei 12 mesi precedenti  il luglio del 2025, gli impianti eolici e solari cinesi hanno generato 2’073 TWh di elettricità, ossia più elettricità di tutte le altre fonti energetiche che non emettono CO2 (nucleare, idroelettrico e bioenergia) messe insieme (1.936 TWh), e all’inizio dello scorso anno, la capacità produttiva combinata dell’eolico e del solare ha superato quella del carbone il che permetterà alla Cina di ridurre per la prima volta del 2% il suo consumo di combustibili fossili.

Questo risultato è stato ottenuto tramite enormi investimenti nel fotovoltaico, nell’eolico, nello stoccaggio di elettricità su batterie e nell’ampliamento della rete elettrica. In questi 4 campi, nel solo 2024, la Cina ha speso complessivamente ben 625 miliardi di dollari, ovvero il 31% dei 2’033 miliardi di dollari investiti a livello globale. Nei tre anni fino al 2024 la capacità di stoccaggio energetico su batterie è addirittura triplicata e un’ulteriore accelerazione s’è vista a cavallo fra il 2024 e il 2025, quando gli investimenti cinesi nel campo dello stoccaggio di elettricità su batterie sono cresciuti del 69%. Quelli nella rete elettrica non sono stati da meno e hanno raggiunto nel 2024 il massimo storico di 85 miliardi di dollari. Con queste cifre la Cina rappresenta oggi il più grande investitore nelle energie rinnovabili a livello mondiale.

La Cina si è lanciata nella transizione energetica per tutta una serie di ragioni

Il governo cinese è stato il primo a comprendere che il vecchio paradigma di sviluppo incentrato sui combustibili fossili, che ha permesso alla Cina di assurgere a prima potenza industriale mondiale, ha fatto il suo corso e che non è più adatto alla realtà del 21° secolo. Il nuovo obiettivo definito dal governo di Pechino è quello di creare una “civiltà ecologica”, che raggiunga contemporaneamente tutta una serie di obiettivi economici, sociali e ambientali. Nel 2018 questo obiettivo strategico è stato inserito formalmente nella Costituzione cinese.

Si tratta di un obiettivo destinato a permettere alla Cina di ridurre pure i costi energetici, di stimolare la crescita e l’occupazione, di sviluppare nuovi mercati per le sue esportazioni e di affrancarsi nel contempo dalla dipendenza da combustibili fossili importati. Non a caso l’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, ha fissato la scorsa primavera a 20 anni il termine per il raggiungimento della completa autosufficienza energetica. In parole chiare la Cina intende essere completamente attrezzata entro due decenni “per sostituire gli oltre 500 milioni di tonnellate di petrolio greggio consumati ogni anno”.

Come prossimo passo di questa strategia la National Energy Administration cinese ha annunciato proprio lo scorso 23 febbraio che nell’ambito del 15° piano quinquennale (2026-2030) il sistema energetico cinese subirà tutta una serie di profondi e complessi cambiamenti. Ren Yuzhi, il capo del dipartimento di pianificazione dell’amministrazione, ha sottolineato in particolare il fatto che la crescente frammentazione geopolitica del commercio energetico globale, l’aumento di eventi meteorologici estremi, le crescenti minacce alla sicurezza, insieme ai rapidi cambiamenti tecnologici, obbligano la Cina a rimodellare a fondo il suo intero settore energetico.

Quale baluardo a tutte queste minacce, il paese intende da un lato migliorare ulteriormente i flussi energetici e ammodernare le proprie infrastrutture, e dall’altro aumentare l’autosufficienza e decentralizzare l’offerta in modo che nel giro dei prossimi 5 anni l’offerta locale delle varie provincie possa coprire almeno il 70% dell’aumento previsto della domanda di energia. Questo anche nelle regioni industriali costiere, che sono particolarmente energivore e che finora coprivano gran parte del loro fabbisogno di elettricità tramite linee di trasmissione ad alta tensione a lunga distanza, importando elettricità dalle regioni occidentali del Paese, che sono ricche di risorse energetiche ma scarsamente popolate.

La messa in atto di questo vasto programma era già ben ingaggiata nel piano quinquennale precedente e, nel solo 2024, gli investimenti e la produzione di energia pulita hanno contribuito al prodotto interno lordo della Cina per un ammontare di 1’900 miliardi di dollari, una somma equivalente a circa un decimo del suo PIL. Si tratta per di più di un settore che sta crescendo tre volte più velocemente di tutta l’economia cinese nel suo insieme.

Nel 2025, il 75% dei brevetti concernenti le rinnovabili depositati a livello mondiale sono stati cinesi

Questa offensiva industriale è accompagnata da investimenti estremamente importanti anche nei campi della formazione e della ricerca. Non a caso le università cinesi, outsider fino a qualche anno fa, sono entrate quest’anno con ben 7 atenei nella classifica delle top 10 migliori a livello mondiale nei campi dell’informatica e delle scienze fisiche. Per dare un’idea della velocità di questa scalata basta ricordare che appena un anno fa nelle top 10, di università cinesi ce n’erano solo 4. I risultati nel campo della ricerca sono altrettanto impressionanti: mentre nel 2010 i brevetti depositati dalla Cina nel settore delle rinnovabili rappresentavano un marginale 5% del totale globale, 15 anni più tardi, nel 2025, erano passati al 75%. Oggi la Cina detiene oltre 700’000 brevetti per le energie rinnovabili, più della metà del totale mondiale.

Gli enormi investimenti cinesi nei campi della formazione, della ricerca, della produzione e in quello dello stoccaggio delle energie rinnovabili hanno avuto un impatto determinante sui costi di produzione delle turbine eoliche, dei pannelli solari, delle batterie di accumulo e dei veicoli elettrici, che sono diminuiti drasticamente. In appena 15 anni, sul mercato internazionale, il prezzo dell’elettricità prodotta tramite l’eolico terrestre è così passato da 86 dollari al megawattora a circa 50, mentre quello dell’elettricità prodotta col fotovoltaico è addirittura crollato da circa 400 dollari al megawattora a meno di 30 dollari. Parallelamente il prezzo delle batterie al litio è calato del 90% al kWh, cementando così il dominio assoluto della Cina nel campo delle rinnovabili. Il costo dell’elettricità prodotta tramite il fotovoltaico e l’eolico, incluso il suo stoccaggio su batterie, è oggi oramai nettamente inferiore a quello dell’elettricità prodotta utilizzando qualsiasi tipo di carburante fossile, incluso l’uranio.

La Cina sta rimodellando il mercato globale dell’energia

Mentre su suolo cinese il dispiegamento dell’energia eolica, di quella solare e dello stoccaggio di elettricità su batterie cresce in modo esponenziale, anche l’esportazione di tecnologie rinnovabili cinesi segna un boom, e ha già consentito al 63% dei paesi emergenti di superare gli USA in termini di quota di produzione elettrica tramite il fotovoltaico. L’esempio dell’Africa è molto eloquente: l’anno scorso in questo continente sono stati installati 4,5 gigawatt di nuova capacità solare, oltre il 50% in più rispetto all’anno precedente, e, stando all’Africa Market Outlook for Solar, i paesi africani potrebbero aggiungerne altri 33 GW entro il 2029, oltre 7 volte quelli aggiunti nel 2025. A trainare questa crescita esplosiva del solare sono il Sudafrica (+1,6 GW nel 2025), la Nigeria (+803 MW), l’Egitto (+500 MW), l’Algeria (+400 MW), il Marocco (+204 MW), lo Zambia (+139 MW), la Tunisia (+120 MW) e il Botswana (+120 MW). Il fatto è che un pannello fotovoltaico costa oramai appena 60 dollari, e nel giro di soli 6 mesi si rivela già più economico di un generatore al gasolio. Un pannello fotovoltaico fornisce infatti 550 kWh di elettricità all’anno, mentre con la stessa somma si possono comperare circa 100 litri di gasolio, di che produrre con un solo generatore 275 kWh di elettricità.

Al ritmo con cui la Cina sta producendo pannelli solari, turbine eoliche e batterie, molte cose rischiano di essere spazzate via entro pochi anni, compresi i problemi finora apparentemente irrisolvibili, come la penuria energetica o la dipendenza dai combustibili fossili. Nel 2024, la capacità di produzione di elettricità installata sul nostro intero pianeta era di circa 10 terawatt   (1 TW = 1000 miliardi di watt), una cifra che include tutte le fonti, ossia carbone, gas, idroelettrico, nucleare, eolico e fotovoltaico. Ebbene oggi l’industria solare cinese è in grado “sfornare” ogni anno pannelli fotovoltaici per una capacità totale di 1 terawatt. L’economia di scala di questo gigantesco parco industriale ha permesso di abbassare il costo medio per generare 1 chilowattora (kWh) di elettricità fotovoltaica a soli 4 centesimi: in altre parole Pechino ha fatto del fotovoltaico la forma di energia più economica di tutta la storia dell’umanità.

Protezionismo, sovvenzioni, dumping, concorrenza sleale, le accuse rivolte alla Cina sono molte, ma mascherano solo l’incapacità dell’Occidente capitalista di pianificare il proprio futuro sul lungo termine

I governi e la stampa occidentali hanno spesso accusato la Cina di concedere ingenti sussidi alle aziende che producono energia rinnovabile e auto elettriche, e di praticare il dumping, ma ciò non corrisponde affatto alla realtà. Il fatto è che il modello economico cinese non è quello capitalistico tradizionale del libero mercato in cui ognuno fa quello che gli pare, bensì un modello ibrido che combina, tramite una pianificazione sul medio e lungo termine (piani quinquennali), i vantaggi di una pianificazione centralizzata con i meccanismi di mercato tipici delle economie capitaliste. Il governo centrale di Pechino definisce così gli obiettivi strategici nell’interesse del paese e favorisce le aziende che implementano questi obiettivi, ma una volta raggiunti tali obiettivi , i favori cessano. Nel gennaio dell’anno scorso, il governo di Pechino ha ad esempio annunciato la fine della politica che aveva effettivamente favorito le rinnovabili, ancorandone il prezzo di vendita a quello dell’energia prodotta dalle centrali a carbone di ciascuna provincia, centrali che forniscono elettricità a prezzi molto più elevati delle rinnovabili. In questo modo aveva spinto molte aziende a investire grosse somme nel campo delle rinnovabili. A gennaio dell’anno scorso, preso atto che il mercato delle rinnovabili è oramai maturo, ha tuttavia stabilito che le capacità di solare messe in rete a partire da luglio 2025 non avrebbero più potuto usufruire di tale privilegio. Da notare che questo tipo di politica non è poi tanto diverso da quello praticato dall’Unione Europea, dove in gran parte dei paesi gli acquirenti di auto elettriche godono di sovvenzioni cospicue e dove il prezzo dell’energia elettrica fornita dagli impianti fotovoltaici ed eolici è ancorato a quello della fonte energetica più cara, ossia a quello dell’elettricità fornita dalle centrali a gas: un fatto che spiega in parte anche il caro bollette degli ultimi anni, visto che il gas importato dagli USA costa parecchio di più di quello importato in passato dalla Russia.

La fine del loro regime privilegiato ha provocato un boom di rinnovabili

Ciò che è accaduto in Cina a seguito dell’annuncio della prossima fine del regime privilegiato delle rinnovabili è stato del tutto prevedibile: un boom senza precedenti di fotovoltaico provocato da tutti gli imprenditori pubblici e privati che hanno voluto ancora approfittare dell’ultima occasione per ottenere il prezzo garantito particolarmente vantaggioso per la loro produzione di elettricità fotovoltaica. Così nei primi tre mesi del 2025 sono stati aggiunti alla rete nazionale cinese 60 gigawatt di nuova capacità solare. Ad aprile ne sono stati aggiunti altri 45 gigawatt e a maggio addirittura 92, ossia in 5 mesi una media di +3 gigawatt al giorno. Per mettere queste cifre in prospettiva, basta ricordare che una tipica centrale nucleare come quella svizzera di Leibstadt ha una capacità produttiva di 1,2 gigawatt di elettricità. In altre parole in Cina è stata aggiunta in soli 5 mesi una capacità fotovoltaica equivalente a quella di 164 centrali nucleari del tipo di quella di Leibstadt.

Dopo la scadenza di questo regime privilegiato, il ritmo di messa in rete di nuove installazioni fotovoltaiche è tuttavia tornato a ritmi più normali e negli ultimi quattro mesi dell’anno scorso sono stati aggiunti ogni mese alla rete elettrica cinese in media 10 gigawatt di nuova capacità solare, il che corrisponde comunque a quella di altre 33 centrali nucleari.

Continuando a questi ritmi, la Cina potrebbe riuscire a elettrificare tutta la sua economia entro il 2051

Da notare che in pochi anni la Cina ha realizzato una capacità di produzione di elettricità da eolico, fotovoltaico e idroelettrico superiore alla somma di tutti i reattori nucleari mai costruiti nella storia dell’umanità. Secondo Mark Zachary Jacobson, professore di ingegneria civile e ambientale presso la Stanford University e direttore del suo Atmosphere/Energy Program, “al ritmo attuale, se la Cina elettrificasse i trasporti, gli edifici e l’industria e continuasse a implementare le energie rinnovabili, potrebbe raggiungere il 100% di energia rinnovabile in tutti i settori entro il 2051. Gli Stati Uniti, dal canto loro, raggiungerebbero lo stesso obiettivo attorno al 2148, ossia circa 100 anni più tardi”.

In questo ultimo quinquennio la Cina, oltre ad accelerare massicciamente la sua transizione energetica verso le rinnovabili, ha pure continuato ad elettrificare a tappe forzate la sua economia. Il governo di Pechino può così vantarsi d’aver raggiunto gli obiettivi che si era fissato nel suo piano quinquennale parecchio tempo prima del previsto, ossia: con 2 anni di anticipo, quello di realizzare 30 GW di accumulo di energia, con 3 anni di anticipo quello di raggiungere una quota di mercato del 20% per i veicoli elettrici (nel 2025 il 33% delle auto vendute in Cina sono state auto al 100% elettriche) e addirittura con 6 anni di anticipo quello di raggiungere i 1’200 GW di capacità eolica e solare, quest’ultimo obiettivo era stato fissato, è bene sottolinearlo, per il 2030 ed invece è già stato raggiunto nel 2024. Ciò a dimostrazione del fatto che quando c’è una chiara volontà politica le cose possono andare molto in fretta.

Gli Stati Uniti fanalino di coda delle rinnovabili, ma vi sono anche alcune notizie che lasciano sperare

La politica del “drill, baby drill” di Donald Trump ha provocato nel primo anno della sua presidenza un aumento del 2,4% delle emissioni di gas serra, un tasso quindi superiore a quello della crescita del PIL (+2%). La forte crescita della domanda di elettricità dovuta al proliferare dei data center è stata infatti coperta in parte aumentando il consumo di carbone, ma un’altra parte anche tramite l’espansione del fotovoltaico, la cui parte nel mix elettrico degli USA è aumentata da un modesto 6,9% ad un poco meno modesto 8,7%. Fra i vari stati dell’Unione vi sono tuttavia lodevoli eccezioni, ad esempio il Dakota del Sud, che l’anno scorso ha prodotto circa il 120% del suo fabbisogno elettrico tramite l’eolico, l’idroelettrico e il solare. Attualmente ci sono una dozzina di stati USA che producono tra il 50 e il 120% del loro consumo di elettricità tramite fonti rinnovabili. Sorprendentemente molti di questi stati sono governati dal Partito Repubblicano, come lo Iowa, che produce quasi l’80% della sua elettricità con l’eolico e altri stati repubblicani come il Montana, il Kansas, l’Oklahoma e il Texas che stanno rapidamente espandendo le loro capacità di rinnovabili. Le grandi pianure del Middle West dispongono infatti di un enorme potenziale eolico, esportabile anche nel resto del paese e non a caso c’è chi ha definito le “Great Plains” l’Arabia Saudita del vento.

Inarrestabile e con un impatto colossale

I cambiamenti epocali non si sono mai verificati senza scossoni e ciò vale in particolare per la transizione energetica. Come fa notare in un articolo pubblicato lo scorso 28 gennaio su “Wired” lo specialista Jeremy Wallace, professore di studi cinesi presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies: “China’s Renewable Energy Revolution Is a Huge Mess That Might Save the World”, “La rivoluzione cinese delle energie rinnovabili è un enorme casino che potrebbe però salvare il mondo”.

Il fatto è che a livello globale gli attivi delle infrastrutture concernenti le energie fossili ammontano a svariate migliaia di miliardi di dollari. Ciò comprende gli impianti di estrazione, di trasporto, come oleo- e gasdotti, porti, l’enorme flotta di navi dedicate al trasporto del petrolio e del gas, gli impianti di raffinazione, la gigantesca rete di pompe di benzina, l’industria automobilistica tradizionale e quella della sua componentistica, le centrali elettriche a carbone e a gas, per citare soltanto le componenti più importanti di queste infrastrutture fossili. Ebbene, al ritmo con cui la Cina si è lanciata nella produzione di pannelli fotovoltaici, di turbine eoliche e di batterie, tutto ciò è destinato a scomparire o dovrà essere convertito all’elettrico e nessuno sembra ancora rendersi veramente conto del drammatico impatto che questa rivoluzione industriale avrà a medio termine sulle nostre economie, sulla stabilità sociale e sui rapporti di forza a livello geopolitico.

Una lezione per l’Europa e la Svizzera

Date le dimensioni dell’economia cinese, il cambiamento epocale in atto nel suo sistema energetico e industriale è destinato immancabilmente ad avere effetti globali. Poco importa se oggi a molti il successo cinese possa sembrare una minaccia: imprenditori e politici dovranno tenerne conto, pena il ritrovarsi con la propria industria nella scomoda posizione del fanalino di coda dell’economia globale. Alla classe politica dei paesi europei, inclusa quella della Svizzera, che ha intrapreso da anni piuttosto controvoglia una timida transizione energetica e che ora è addirittura confrontata a innumerevoli richieste di ritardarne ulteriormente gli obiettivi, la Cina offre l’esempio di un paese che riesce a fare quadrare leadership, rapidità, successo economico, benessere sociale, sicurezza energetica e lotta contro il surriscaldamento del clima. Cosa succede a chi perde questo treno lo mostra la crisi in cui è precipitata l’industria automobilistica europea e quella di oltre Atlantico, la quale, troppo sicura dei suoi successi passati, ha mancato la svolta all’elettrico e s’è fatta dribblare in appena cinque anni dai cinesi.

Nell’immagine: un parco eolico offshore in Cina


La Terra è entrata in “zona di pericolo massimo”

Resuscitando lo spettro dell’imperialismo, il tycoon ha trasformato gli USA in agente di instabilità globale 

Gli ultimi due anni sono stati i più caldi mai registrati sulla Terra, con ondate di calore marine che hanno causato lo sbiancamento dell’84% delle barriere coralline a livello mondiale e in molti casi addirittura la loro morte definitiva. Nel solo Great Barrier Reef australiano, con i suoi 2’300 km la barriera corallina più lunga al mondo, nel corso degli ultimi 10 anni si sono verificati ben 6 episodi di sbiancamento: nel 2016, 2017, 2020, 2022, 2024, e nel 2025. Va notato che le barriere coralline, che ospitano circa un quarto di tutti gli organismi marini, sono cruciali per la biodiversità dei nostri oceani. 

Lo sbiancamento di una barriera corallina è un fenomeno dovuto in particolare al forte aumento della temperatura dell’acqua, che induce i coralli ad espellere dai loro tessuti le alghe con cui vivono in simbiosi. Ciò succede in genere quando la temperatura dell’acqua oltrepassa di oltre 1,2°C quella in cui i coralli prosperano. Sono infatti queste alghe a fornire al corallo nutrimento e colore, e, quando vengono espulse, il corallo perde la sua colorazione mettendo a nudo il suo scheletro bianco. Se l’ondata di caldo passa rapidamente i coralli possono riprendersi, ma se persiste per periodi più lunghi, come oramai succede sempre più spesso, muoiono di fame.

In un mondo che ha appena trascorso gran parte degli ultimi due anni a temperature in media superiori di 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale e con le conseguenti ondate di calore marine, le barriere coralline di tutta la fascia tropicale son ormai entrate in fase di estinzione, segnando quello che gli scienziati hanno descritto come il primo “Tipping Point”, ossia il primo punto di non ritorno nel collasso di un ecosistema vitale per il nostro pianeta.

Oltre mezzo miliardo di persone dipende dalla salute di queste barriere coralline, gli uni per la propria alimentazione, altri per la propria sicurezza, poiché le barriere coralline proteggono anche dalle mareggiate provocate dagli uragani tropicali sempre più violenti. Nel loro complesso i servizi ecosistemici forniti dalle barriere coralline sono valutati a oltre 2’000 miliardi di dollari all’anno.

L’allarme è stato lanciato dal “Global Tipping Points Report 2025”

Redatto da 160 scienziati di una novantina di centri di ricerca di 23 paesi, questo rapporto, che aggiorna un rapporto analogo pubblicato nel 2023, sintetizza le ultime scoperte scientifiche nel campo di oltre una ventina di sistemi terrestri da cui dipendono benessere ed economia della società umana. È definita un “Tipping Point” la soglia critica superata la quale un ecosistema subisce cambiamenti radicali, spesso repentini e quasi sempre irreversibili, almeno sulla scala temporale della nostra civiltà umana. 

Quello che ha sorpreso di più i ricercatori è la rapidità con cui il surriscaldamento del clima sta impattando su questi sistemi e nel rapporto appena pubblicato si fa notare che, con ogni frazione di grado centigrado di aumento della temperatura globale, un numero sempre maggiore di sistemi che sostengono la vita sulla Terra sarà spinto al collasso e che, se dovessimo continuare a tergiversare invece di agire rapidamente e in modo efficace per ridurre le emissioni di gas serra, ci troveremmo di fronte non solo a un esito grave per mezzo miliardo di persone, ma a uno davvero catastrofico per l’umanità intera.

Altri 4 importantissimi sistemi terrestri sono vicinissimi al loro “Tipping Point”

Secondo il “Global Tipping Points Report 2025”, gli altri importantissimi sistemi terrestri prossimi al collasso sono: la foresta amazzonica, il permafrost, il vortice subpolare che è una corrente marina parte del cosiddetto AMOC, e le calotte glaciali di Groenlandia e dell’Antartide occidentale. I Tipping Points di questi sistemi si situano con ogni probabilità nella fascia fra i +1,5 °C e i +2°C e oggi siamo purtroppo avviati su una traiettoria che secondo i climatologi ci porterà a +2,8°C.

Il crollo della foresta amazzonica 

Il rapporto rileva che il surriscaldamento del clima sta iniziando a produrre già oggi un diffuso deperimento della foresta pluviale amazzonica. Ad accelerare questo fenomeno contribuisce anche la deforestazione. Ad oggi ne è già stato distrutto il 17% e secondo i ricercatori basterebbe soltanto la distruzione di un altro 5% di questa immensa foresta per causarne il collasso definitivo e la sua trasformazione in savana. Sono oltre cento milioni le persone il cui sostentamento dipende direttamente dalla buona salute di questo enorme polmone verde del nostro pianeta. Il fatto che la prossima conferenza sul clima, la COP30, si tenga proprio nel cuore dell’Amazzonia, foresta che ha appena registrato la peggiore siccità della sua storia, rappresenta certamente anche un’opportunità per sensibilizzare l’opinione pubblica su quest’altro Tipping Point incombente.

Il disgelo del Permafrost

Circa l’11% della superficie continentale terrestre è perennemente ghiacciata. Il permafrost è presente in tutte le regioni polari e di alta montagna del mondo ed è particolarmente abbondante nell’emisfero settentrionale, nelle zone artiche di Russia e Canada, ma anche nelle Alpi e nell’Himalaya. Nelle regioni polari più fredde, la profondità del permafrost può arrivare fino a 1,7 km, mentre ad esempio nelle Alpi svizzere il suo spessore varia da decine a diverse centinaia di metri. Il permafrost può essere paragonato a una specie di cemento che dona stabilità ai terreni ghiacciati. Una volta scomparso, agli edifici e alle infrastrutture delle regioni artiche viene meno la stabilità del suolo su cui sono costruite, mentre nelle regioni alpine si sgretolano cime e pendii, causando catastrofici scoscendimenti come quelli che abbiamo sperimentato ultimamente al Piz Cengalo o a Blatten. Ma vi è di più: lo scioglimento del permafrost rilascia nell’atmosfera gli enormi quantitativi di gas serra rimasto intrappolato per milioni di anni nel terreno ghiacciato, in particolare di metano, un gas con un effetto serra 84 volte più potente di quello del CO2.

Il crollo dell’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation)

Si tratta di un sistema di correnti oceaniche che trasporta acqua calda dalle zone tropicali verso i poli e acqua fredda dai mari polari verso sud, regolando così ad esempio tramite la Corrente del Golfo il clima dell’Europa. Ebbene, secondo gli esperti, l’AMOC rischia di collassare qualora il surriscaldamento del clima dovesse superare i +2°C. Ciò comporterebbe inverni molto più rigidi nell’Europa nord-occidentale e avrebbe pure l’effetto di alterare i monsoni dell’Africa occidentale e dell’India, compromettendone i raccolti agricoli, con gravi ripercussioni sulla sicurezza alimentare globale.

Il collasso delle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale

Anche le calotte glaciali polari stanno raggiungendo il punto critico di non ritorno, innescando un innalzamento irreversibile di diversi metri del livello del mare, innalzamento che sommergerà intere regioni costiere in cui vivono centinaia di milioni di persone, con impatto economico e sociale devastante. Da notare che negli ultimi anni la velocità con cui il livello degli oceani cresce è nettamente aumentata. Se nei primi 70 anni del ventesimo secolo il livello era salito in media di 1,3 millimetri all’anno, fra il 1971 e il 2006 questa crescita media è salita a 1,9 mm, per poi passare a 3.7 mm in media negli anni fra il 2006 e il 2018 e addirittura a 5,9 mm l’anno scorso. Va precisato che l’aumento del livello dei mari dipende da due fattori: dalla fusione dei ghiacciai e dalla temperatura dell’acqua (più è calda, più aumenta il suo volume).

La prossima COP30 sarà l’occasione di fare il punto sui nostri sforzi per evitare la catastrofe

Il “Global Tipping Points Report 2025” è stato pubblicato il 13 ottobre, momento in cui ministri di tutto il mondo si sono riuniti a Belém, in Brasile, per avviare i negoziati in vista della COP30, la conferenza annuale delle Nazioni Unite sul clima che si aprirà nella stessa città il prossimo 10 novembre.

Sono passati ormai 10 anni dallo storico Accordo di Parigi, in cui quasi tutte le nazioni del mondo, al fine di evitare gli effetti più devastanti del surriscaldamento del clima, avevano concordato di ridurre le emissioni di gas serra in modo tale da limitare il riscaldamento globale entro il 2100 possibilmente al di sotto di +1,5°C e, nel caso in cui ciò si fosse rivelato impossibile, almeno a un massimo +2°C. Ricordiamo che in quel fatidico 2015 era appena stato registrato un nuovo record di temperatura globale, che aveva superato di 0,88°C quella media del XX secolo. Da allora però la situazione ha continuato a peggiorare e nel 2023 la temperatura era già aumentata di 1,48°C, per superare nel 2024 (con +1,55°C ) addirittura il limite di 1,5°C fissato a Parigi. 

Il fatto è che in questi ultimi 10 anni le emissioni di gas clima-alteranti invece di calare hanno continuato a crescere in modo sempre più allarmante e in questi ultimissimi anni stiamo addirittura assistendo a numerosi passi indietro per quel che concerne gli impegni presi a suo tempo a Parigi dai governi e da numerose imprese in materia di protezione del clima e dell’ambiente. 

Le emissioni di gas serra hanno subito un colpo di acceleratore

Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, nel 2024 la concentrazione nell’atmosfera dei 3 principali gas a effetto serra ha raggiunto i seguenti livelli record:

  • 423,9 ppm per l’anidride carbonica (CO2) = al 151,4% rispetto al periodo preindustriale
  • 1942 ppb per il metano, (CH4) = al 277,4% rispetto al periodo preindustriale
  • 338 ppb per il protossido d’azoto (N2O) = al 125,2% rispetto al periodo preindustriale

L’ultima volta che l’atmosfera terrestre ha registrato concentrazioni di gas serra paragonabili a quelle di oggi è stato tra 3 e 5 milioni di anni fa, quando la razza umana era ancora lungi dal nascere.

Quello che preoccupa di più gli scienziati è il ritmo con cui crescono le emissioni di CO2, dovute essenzialmente alla combustione di carburanti fossili. Fra il 1° di gennaio e il 31 dicembre del 2024 la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è aumentata di 3,5 ppm, un aumento ben superiore ai 2,3 ppm dell’anno precedente. Rispetto agli anni ’60 il tasso annuo di crescita della concentrazione di CO2 è addirittura triplicato. Il fenomeno riguarda anche il metano e il protossido di azoto. Mentre l’aumento delle emissioni di metano è dovuto principalmente alle perdite durante le attività di estrazione e di trasporto dei combustibili fossili (petrolio, gas, carbone), all’agricoltura (allevamenti, risaie) e alle discariche, l’aumento delle emissioni di protossido di azoto è dovuto all’aumento sempre più massiccio dell’uso di fertilizzanti azotati e di letame derivanti dall’espansione dell’agricoltura, ma anche a diversi processi industriali e alla combustione di biomassa.

Per dare un’idea dei volumi di cui parliamo, basti dire che con le sue attività e i suoi consumi ogni singolo essere umano di questo pianeta produce nel corso della sua vita in media attorno alle 450 tonnellate di CO2, il che in volume corrisponde a circa 230’000 metri cubi di gas, ossia al gas contenuto in 92 milioni di quei palloncini colorati che si regalano ai bambini. Ebbene solo circa il 40% di queste emissioni prodotte da ognuno di noi viene assorbito da piante e oceani, il resto permane nell’atmosfera e contribuisce a surriscaldarla. 

Si è innescato un meccanismo per cui il riscaldamento climatico si autoalimenta

Se da un lato la fetta più importante delle emissioni di gas serra è dovuta tuttora all’utilizzo massiccio di combustibili fossili, dall’altro sono venute ad aggiungersi anche le emissioni causate dal crescente numero di incendi boschivi, le emissioni di metano prodotte dallo scioglimento del permafrost e, non da ultimo, un preoccupante calo della capacità di assorbimento di carbonio da parte degli oceani (acque più calde assorbono meno CO2) e delle foreste, le quali più soffrono di siccità, meno carbonio riescono ad assorbire. Da notare inoltre che nel 2024 la superficie di foresta tropicale andata persa è raddoppiata rispetto al 2023. Appare quindi essersi innescato un vero e proprio pericolosissimo circolo vizioso, in cui il surriscaldamento del clima inizia ad autoalimentarsi. 

Il problema principale è la velocità con cui il clima si sta surriscaldando

Il clima della Terra non è mai stato stabile. Da milioni di anni esso è soggetto a un’alternanza di periodi glaciali e interglaciali della durata di centinaia di migliaia di anni. Ma questi passaggi si sono sempre svolti su assi temporali millenari. Il passaggio dall’ultima era glaciale al clima più mite odierno ha richiesto dai 5.000 agli 8.000 anni, periodo durante il quale la temperatura media globale è aumentata di 4°C – 5°C, con un tasso medio di crescita di circa un decimo di grado per secolo. Questo lento cambiamento ha permesso alla natura di adattarsi. In sostanza, gli ecosistemi, che quando faceva più freddo prosperavano al sud, hanno avuto il tempo necessario per evolvere e ripopolare il nord. Al contrario, la sete di combustibili fossili delle nostre società ha causato un aumento di 1,3 °C solo nell’ultimo secolo, un cambiamento dunque oltre dieci volte più repentino rispetto al passato. A questo ritmo, non solo gli ecosistemi non riescono a stare al passo, ma nemmeno le nostre città, le nostre infrastrutture e la nostra agricoltura.

I costi degli eventi climatici estremi sono oramai astronomici

Nel solo 2024 il surriscaldamento del clima ha provocato circa 150 eventi meteorologici estremi senza precedenti, come uragani, inondazioni, siccità e incendi, eventi i cui danni economici diretti sono stati stimati da Swiss Re a oltre 320 miliardi di dollari, di cui nemmeno la metà assicurati. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio di catastrofi (UNDRR), se si tiene tuttavia conto anche di tutti gli effetti collaterali di queste catastrofi e delle perdite sociali ed ecosistemiche più ampie, i costi stimati per l’economia mondiale sono molto più elevati rispetto alle cifre appena citate e si situano oramai “attorno ai 2’300 miliardi di dollari all’anno”.

Non tutte le notizie sono negative

Il rapporto evidenzia anche i progressi compiuti in termini di Tipping Points positivi, in particolare per quel che concerne la transizione energetica. Ecco quelli principali:

  • Nella produzione di elettricità, le rinnovabili hanno superato quest’anno a livello mondiale per la prima volta il carbone quale principale fonte di energia elettrica. Ricordiamo che il carbone è il combustibile fossile che maggiormente impatta sul clima. 
  • Lo scorso settembre si poi è registrato il record di 2 milioni di auto elettriche vendute in un solo mese in tutto il mondo. Questa accelerazione è dovuta in particolare al massiccio calo del prezzo delle batterie, che in un solo decennio è passato dai 715 $ in media per kWh a soli 115 $. Ciò ha avuto un impatto determinante sul costo dei veicoli elettrici, che in Cina hanno oramai raggiunto la parità di prezzo con quelli a combustione. Un buon augurio, dunque, per un’elettrificazione accelerata dell’intero settore del trasporto su gomma
  • In questi ultimi 5 anni è letteralmente esploso anche il mercato dei sistemi di accumulo di elettricità su scala di rete sotto forma di batterie, che è passato da soli 3 GW di nuove installazioni nel 2019 a oltre 175 GW. Si tratta di una tecnologia essenziale per controbilanciare la produzione discontinua del fotovoltaico e dell’eolico. Anche in questo caso il boom è dovuto soprattutto al calo dei prezzi, che ha reso il binomio fotovoltaico-batteria più conveniente di qualsiasi altra tecnologia per produrre e stoccare elettricità
  • Infine pure nel campo del riscaldamento è in corso una vera e propria rivoluzione con le termopompe che stanno sostituendo a un ritmo sempre più rapido i riscaldamenti a gas e al gasolio 

Una volta sostituite le vecchie tecnologie inquinanti basate sui combustibili fossili, è assai improbabile che esse possano tornare in auge, in particolare perché le nuove opzioni basate sulle energie rinnovabili, non solo non inquinano la nostra atmosfera, ma sono pure più economiche e anche perché l’atteggiamento della società sta progressivamente cambiando. Molto dipende però ora dalla velocità con cui la transizione energetica sarà finalizzata e anche in quest’ambito vi sono notizie incoraggianti.

Cambiamento epocale nel campo degli investimenti energetici globali

Ad illustrare un vero e proprio cambiamento di paradigma vi sono le cifre concernenti gli investimenti in campo energetico globale, pubblicate dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. Se nel 2015, con 818 miliardi di dollari, figuravano in testa alla classifica quelli concernenti il petrolio, dieci anni più tardi troviamo in testa, con 780 miliardi, quelli per le rinnovabili, mentre quelli petroliferi sono calati addirittura di oltre un terzo a 543 miliardi. Anche gli investimenti nel gas fossile, che con 454 miliardi figuravano nel 2015 ancora al secondo posto della classifica, sono calati di quasi un quinto e sono stati superati dagli investimenti nello sviluppo delle reti elettriche e dello stoccaggio di energia (+44%), come pure dagli investimenti nell’efficientamento energetico (+42%).


Nemmeno la patria di Donald Trump è immune da questo boom. Infatti, la politica del “Drill, baby, drill!” (Trivella, baby, trivella!) di Trump non è riuscita a frenare, almeno finora, il dispiegamento delle rinnovabili negli USA. Stando alla Federal Energy Information Administration statunitense, circa il 93% della capacità elettrica aggiunta quest’anno alla rete è costituito da energie rinnovabili e da batterie.

Nell’immagine: analisi delle temperature globali di gennaio 2025: un record storico


Lettera aperta ai nostri politici

Resuscitando lo spettro dell’imperialismo, il tycoon ha trasformato gli USA in agente di instabilità globale 

Una breve premessa: sono nato nel 1948, soli tre anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, e la mia gioventù è stata profondamente marcata dai racconti sugli orrori perpetrati dai regimi fascisti negli anni 30 e 40, in particolare dall’olocausto degli ebrei, degli zingari e degli oppositori alle dittature e dai terribili massacri perpetrati durante la seconda guerra mondiale. Oggi, 80 anni dopo questi fatti e mentre gli ultimi sopravvissuti di queste esperienze traumatiche sono ancora in vita, la storia purtroppo si ripete. In preda a un’irrefrenabile delirio imperiale, Putin ha riportato guerra, distruzione e morte in Europa, mentre Netanyahu, in preda lui a un delirio sionista, ha rimesso all’ordine del giorno nel vicino oriente la pulizia etnica, il massacro di decine di migliaia di civili palestinesi, e ciò in nome di una sedicente lotta al terrorismo. No, non sono stati i Russi a volere la guerra in Ucraina e nemmeno gli ebrei a volere il massacro della popolazione di Gaza, bensì due regimi, dietro la cui facciata pseudodemocratica, si nascondono in realtà fascisti e razzisti.

Il delirio imperiale di Putin

Per quel che concerne Putin, basta ricordare i giornalisti che ha fatto assassinare e imprigionare, il fatto che, appena il giorno prima di lanciare l’assalto all’Ucraina, affermava spudoratamente di non avere alcuna intenzione bellica nei confronti del vicino, i massacri di civili perpetrati dal suo esercito a Buča e a Mariupol, epoi i 20’000 bambini ucraini rastrellati nelle zone occupate dall’esercito russo e deportati in Russia per essere sottoposti al lavaggio del cervello, gli oltre 300’000 morti di questa guerra, di cui oltre 12’000 civilinella sola Ucraina, le innumerevoli infrastrutture civiliucraine, fra cui ospedali, scuole, centrali elettriche, distrutte dai bombardamenti russi e, da non dimenticare,i quasi 6 milioni di ucraini costretti a rifugiarsi in altri paesi europei, senza contare i 3,7 milioni di sfollati all’interno dell’Ucraina stessa. Ma l’Ucraina non è l’unica vittima di Putin: alla fine degli anni 90 fece radere al suolo Grozny, la capitale della Cecenia e nel 2008 inviò le sue truppe in Georgia.

Il delirio sionista di Netanyahu

Anche qui, breve premessa: un movimento come Hamas che ha massacrato barbaramente anziani, donne e bambini, e che ha preso in ostaggio civili è un movimento criminale e terroristico, e non può certo essere equiparato a un movimento di liberazione nazionale. Esso va perciò condannato alla stessa stregua dell’Isis.

Detto ciò, un atto terroristico come quello del 7 ottobre 2023 non giustifica per nulla i crimini che sta perpetrando il governo di Benjamin Netanyahu nei territori palestinesi, basta ricordare che a inizio maggio 2025 i bombardamenti che ha ordinato alla sua aviazionesu Gaza, ne avevano oramai ridotto in macerie il 90% delle abitazioni e delle infrastrutture (a maggio 2025 solo 8 dei 36 ospedali di Gaza erano ancora parzialmente operativi), ucciso oltre 52’000 persone, fra cui: 18’000 minorenni, oltre 12’000 donne, più di 1’400 operatori sanitari, 750 operatori legati alla distribuzione degli aiuti umanitari e 212 giornalisti. L’elenco delle vittime comprende fra gli altri oltre 13’000 studenti, 800 tra insegnanti e altro personale educativo e più di 150 tra scienziati, accademici, professori universitari e ricercatori, e tutto ciò in nome di una sedicente “lotta al terrorismo”.

Occorre poi precisare che quello appena citato è solo un bilancio parziale e gravemente sottostimato, perché tiene conto soltanto delle persone ritrovate decedute per ferite di guerra, mentre non prende in considerazione le decine di migliaia di vittime anonime le cui salme non hanno mai potuto essere recuperate, perché tuttora sepolte sotto le macerie dei bombardamenti, e nemmeno quelle di tutti coloro che sono deceduti per mancanza di cure, di malattie e di fame. A questi morti vanno poi aggiunte le centinaia di migliaia di persone rimaste ferite e mutilate nei bombardamenti. Stando a Emergency, in un solo anno la speranza di vita di un abitante di Gaza è passata da 70,5 a soli 40 anni.

La fame come arma per procedere alla “pulizia etnica”

Come se tutto ciò non bastasse, il governo israeliano blocca da mesi gli aiuti umanitari a Gaza. In altre parole: in questo territorio per 11 settimane non sono più entrati né cibo, né acqua, né medicine, né carburante, causando una carestia che ha già provocato la morte di decine di bambini, una situazione umanitaria catastrofica denunciata da tutte le organizzazioni umanitarie, fra cui anche la Croce Rossa, e una flagrante ed esplicita violazione del diritto umanitario internazionale. Inoltre, per mettere i bastoni fra le ruote alle organizzazioni umanitarie, il governo israeliano ha annunciato l’obbligo di registrazione a tutte le ONG che operano in Cisgiordania e a Gaza e nuove regole restrittive per i visti internazionali. Queste misure conferiscono alle autorità israeliane un’ampia discrezionalità nell’approvare o rifiutare la presenza delle ONG nei territori occupati. Ecco perché 55 organizzazioni umanitarie, tra cui OXFAM, Save the Children, Terre des hommes, Handicap international e Médecins sans frontières, hanno esortato la comunità internazionale a intervenire, affermando che con queste nuove regole il governo israeliano intende de facto assumere il pieno controllo su qualsiasi operazione umanitaria, mettendo a tacere le voci a difesa del diritto internazionale umanitario e rafforzare ulteriormente l’annessione dei territori palestinesi occupati.

Prime crepe nel sostegno a Israele

Dopo anni di sostegno perlopiù incondizionato allo stato ebraico, queste proteste cominciano a produrre i primi effetti. Il Consiglio dei ministri degli Esteri e della Difesa dell’Unione Europea ha infatti votato a larga maggioranza (17 sì, contro 10 no) un cambio importante delle posizioni dell’UE nei confronti dello stato ebraico, minacciando di “rivedere” il trattato di associazione con Israele in vigore dal 2000, trattato che regola le relazioni politiche e commerciali fra gli stati membri dell’UE e Israele, e che prevede tra l’altro all’articolo 2 che i paesi firmatari s’impegnano «a rispettare i diritti dell’uomo e i principi democratici».

Stando a voci raccolte dal Washington Post, anche Trump starebbe perdendo la pazienza con Netanyahu e l’avrebbe fatto avvertire che se non dovesse concludere rapidamente la guerra a Gaza gli USA porterebbero ritirare il sostegno americano a Israele.

A seguito di queste crescenti pressioni internazionali, Netanyahu ha annunciato in questi ultimi giorni la decisione di riammettere una quantità limitatissima di aiuti umanitari a Gaza, precisando tuttavia che questa decisione l’ha presa solo perché Israele rischia di perdere i suoi sostegni internazionali, il che comprometterebbe la sua vittoria. Infatti la vera preoccupazione di Netanyahu non è certamente la sorte dei civili palestinesi, bensì la reazione dei paesi che sono stati finora alleati fedeli di Israele.

Il parallelo fra Gaza e il ghetto di Varsavia

Quel che il governo di Netanyahu ha imposto ai 2 milioni di abitanti di questa prigione a cielo aperto che è Gaza non ha nulla da invidiare alla sorte riservata dagli aguzzini nazisti ai 450’000 ebrei rinchiusi nel 1940 nel ghetto di Varsavia, dove furono ridotti alla fame, sottoposti a condizioni igieniche terribili e al divieto di comunicare con l’esterno, tanto che il tasso di mortalità fu altissimo e nel giro di soli 2 anni vi morirono oltre 100’000 persone. L’unica cosa che Netanyahu non ha ancora realizzato, ma che piacerebbe realizzare al suo ministro Amihai Eliyahu è “la soluzione finale del problema palestinese”, sganciando una bomba atomica su Gaza, quella stessa “soluzione finale” decisa da Hitler nei confronti degli ebrei nel luglio del 1942, quando fece trasferire tutti gli ebrei sopravvissuti del ghetto nel campo di sterminio di Treblinka.

Il parallelo fra la “Grande Israele” e la “Grande Germania”

Detto ciò non vanno nemmeno dimenticati gli oltre 6 milioni di Palestinesi defraudati e scacciati dalle loro terre da Israele nel corso delle varie guerre, di cui 1’734’000 sono ancora oggi stipati nei campi profughi della Giordania, del Libano, della Siria, della Cisgiordania occupata e della Striscia di Gaza. Uomini, donne, bambini e anziani cui Israele rifiuta da sempre il diritto di rientrare nelle proprie case e ciò per far spazio ai coloni sionisti e realizzare la “Grande Israele”. Un progetto che ha un sapore non poi tanto diverso del cosiddetto “Generalplan Ost” inteso dai nazisti per realizzare la “Grande Germania”: un piano di colonizzazione messo a punto nella primavera del 1940 da Adolf Hitler e dai suoi più stretti collaboratori, piano che prevedeva di sterminare o deportare oltre gli Urali le popolazioni slave e baltiche autoctone, per mettere i territori di Polonia, Bielorussia, Lituania, Lettonia, Estonia, Ucraina e della parte europea della Russia a disposizione dei coloni tedeschi.

Il governo di Netanyahu è il più estremista e razzista di tutta la storia di Israele

Quello di Netanyahu è un governo che non ha mai nascosto la sua ambizione di scacciare i Palestinesi per realizzare il progetto sionista di una “Grande Israele”. All’ombra dei massacri perpetrati a Gaza, Netanyahu ha così incrementato anche la repressione dei palestinesi nella Cisgiordania occupata, seminando morte e terrore. Dal 7 ottobre 2023 a fine marzo 2025 esercito e coloni israeliani hanno ucciso in Cisgiordania 946 palestinesi, fra cui 187 bambini, e ne hanno sfollati almeno altri 40’000, costringendoli a lasciare le loro case e i loro campi. In una dichiarazione del 23 febbraio 2025, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha comunicato anche a questi sfollati il divieto di far ritorno alle loro case.

Del governo di Netanyahu fanno parte due partiti ortodossi e tre partiti di estrema destra con personaggi dello stampo di Bezalel Smotrich, leader del partito nazionalista “Sionismo Religioso”, a cui il premier Benjamin Netanyahu, ha affidato il Ministero delle Finanze e che ha pronunciato in una conversazione privata registrata a sua insaputa la frase seguente: “sono una persona di estrema destra, omofobo, razzista e fascista”. Si tratta dello stesso Smotrich che ha anche affermato pubblicamente in una conferenza a Parigi che “non si può parlare di palestinesi, perché non esiste un popolo palestinese”, e che ha promesso lo scorso 11 novembre l’annessione definitiva a Israele di tutti i territori occupati.

Un altro ministro israeliano di estrema destra, quello del Patrimonio Amihai Eliyahu, in un’intervista a Radio Kol Berama ha dichiarato che sganciare una bomba atomica sulla Striscia di Gaza “è una delle possibilità” per risolvere definitivamente il problema palestinese.

Un personaggio dello stesso stampo è il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, un noto suprematista sionista sostenitore dell’uso dei metodi più brutali contro i palestinesi. Fino a poco tempo fa, nel salotto di Ben Gvir troneggiava una grande foto di Baruch Goldstein, il colono estremista che, nel 1994,dopo gli Accordi israelo-palestinesi di Oslo, massacrò a colpi di mitraglia 29 musulmani palestinesi e ne ferì altri 125, mentre erano in preghiera presso la Tomba dei Patriarchi di Hebron. Ben Gvir non ha mai nascosto nemmeno la sua stima per Yigal Amir, il fanatico israeliano che assassinò il Primo ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1995. Lui stesso un colono della Cisgiordania occupata, Ben Gvir distribuisce personalmente fucili d’assalto ai coloni israeliani in Cisgiordania e ai civili israeliani delle città israeliane con una forte proporzione di abitanti di origine araba. Il suo ministero s’è vantato di averne distribuiti oltre 10.000 nel solo mese di ottobre 2023.

Stando all’attivista israeliano per i diritti umani Guy Hirschfeld, “i coloni stanno usando la guerra a Gaza per ripulire l’Area C della Cisgiordania dai non ebrei”.Non è dunque certamente antisemitismo condannare fermamente un governo fascistoide che pratica senza il minimo scrupolo una brutale politica di colonizzazione, di apartheid e di pulizia etnica, massacrando la popolazione palestinese, cacciandola dalle proprie terre, depredandola dei suoi averi e confinandola in vere e proprie “riserve per indiani”.

Per far tacere i media: tiro a bersaglio dell’esercito israeliano sui giornalisti che operano a Gaza e in Cisgiordania.

Dei 99 giornalisti uccisi nel mondo intero nel 2023, 72 sono stati uccisi dall’esercito israeliano, e ciò nei soli primi 3 mesi di guerra a Gaza. Il massacro è continuato anche nel 2024, quando dei 124 giornalisti uccisi nel mondo, 85 sono stati uccisi dall’esercito israeliano. Si tratta dei numeri più alti registrati negli ultimi 30 anni e il massacro continua anche nel 2025. Complessivamente, dall’inizio della guerra di Gaza, nell’ottobre 2023 fino a maggio 2025, sono stati almeno 212 i giornalisti e cameramen di nazionalità palestinese ad aver trovato la morte per mano dell’esercito israeliano, senza contarne altri 5 di diverse nazionalità.

In alcuni casi ad essere colpiti non sono stati solo i giornalisti ma anche le loro famiglie, come il reporter della TV Palestinese Mohammed Abu Hatab, ucciso il 2 novembre 2023 insieme a 11 membri della sua famiglia in un attacco aereo israeliano nella Striscia di Gaza meridionale; oppure il capo dell’ufficio di Al-Jazeera per Gaza, Wael Al Dahdouh, che ha perso quattro membri della sua famiglia a causa di un bombardamento israeliano sul campo profughi di Nuseirat.

Le uccisioni di giornalisti non si limitano alla striscia di Gaza: il 13 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha preso di mira un gruppo di giornalisti internazionali chiaramente identificabili con il loro logo “PRESS” nel Sud del Libano, uccidendo Issam Abdalla, reporter libanese di Reuters, e ferendone gravemente altri sei, fra cui il video-giornalista dell’Agence France-Presse Dylan Collins e la sua collega fotogiornalista Christina Assi. Ad essere presi di mira dall’esercito e dalla polizia israeliane sono le più svariate testate, tra cui, accanto a Reuters e AFP, anche la BBC, Al-Jazeera, Sky News Arabia. Inoltre decine di altri giornalisti in servizio nella striscia di Gaza e in Cisgiordania sono stati arrestati.

Indagini indipendenti condotte da diverse organizzazioni, tra cui “Amnesty International”, “Reporter senza frontiere” e il “Comitato per la protezione dei giornalisti”, hanno trovato prove che indicano come le forze israeliane prendono deliberatamente di mira gli operatori dei media per ostacolarne il lavoro. Da precisare che, stando al Comitato per la protezione dei giornalisti, “Tutte le uccisioni di giornalisti, tranne due, sono state compiute dalle forze israeliane”.

Un crimine non ne ha mai giustificato un altro

In conclusione: il governo di estrema destra israeliano, con la scusa di combattere il terrorismo, ha fatto della strumentalizzazione della memoria della Shoah lo strumento per giustificare l’ingiustificabile, ossia la cacciata di milioni di Palestinesi dalla loro patria, la confisca dei loro beni, la colonizzazione dei loro territori e in questo ultimi anni il massacro di decine di migliaia di bambini, donne, uomini, anziani, il ferimento di altre centinaia di migliaia e la distruzione delle loro case e delle loro infrastrutture civili. Tutto ciò in violazione di tutte le più elementari norme internazionali.

Di fronte a queste violenze e alle palesi violazioni del diritto internazionale e del diritto umanitario non può che suscitare indignazione l’assordante silenzio di gran parte della nostra classe politica, che si riempie la bocca di neutralità, di difesa della democrazia, della libertà e dei diritti dell’uomo, ma che applica due pesi e due misure ai conflitti in corso. Se da un lato  condanna la criminale aggressione di Putin all’Ucraina, dall’altro tace sull’altrettanto criminale guerra scatenata da Netanyahu contro i civili palestinesi, giustificandola con l’Olocausto organizzato più di 80 anni fa dai nazisti nei confronti degli ebrei.

Un crimine non ne ha mai giustificato un altro.

Nell’immagine: Varsavia, 1943


La rinascita del nucleare che tarda ad arrivare

Resuscitando lo spettro dell’imperialismo, il tycoon ha trasformato gli USA in agente di instabilità globale 

Si chiamano SMR, Small Modular Reactors, i nuovi marchingegni su cui scommettono coloro che sognano di una rinascita del nucleare. Ma così come la tanto decantata rivoluzione degli EPR, i reattori di quarta generazione, non sembra aver attecchito, anche quella delle mini-centrali nucleari modulari pare avere piombo nelle ali. Ad affermarlo è l’ultimo “World Nuclear Industry Status Report”, rapporto che fornisce un quadro complessivo tutt’altro che idilliaco del mercato del nucleare e che giudica ingiustificato anche l’entusiasmo suscitato dai mini-reattori nucleari modulari, sottolineando che “il divario tra l’entusiasmo per i mini-reattori, da parte di politici e industria nucleare, e la realtà continua a crescere”.

Perché allora nelle scorse settimane Google ha annunciato di volersi dotare proprio di questo tipo di centrali nucleari? Il motivo è semplice: Google s’è impegnata a utilizzare entro il 2030 solo energia che non genera emissioni di CO2. Ma un’azienda tecnologica che intende rimanere competitiva anche nel campo dell’intelligenza artificiale necessita di enormi quantità di elettricità: le applicazioni di intelligenza artificiale, come ChatGPT, consumano infatti molta più energia dei motori di ricerca tradizionali. Ecco perché negli ultimi due anni il fabbisogno di energia elettrica di Google è letteralmente esploso e così, invece di diminuire come previsto nei piani, le emissioni di CO2 del gigante informatico hanno iniziato ad aumentare in modo massiccio: nel solo 2023 sono cresciute del 13%. Negli Stati Uniti una parte importante dell’elettricità è infatti tuttora prodotta tramite centrali a carbone e a gas, le quali sono responsabili di 1/3 delle emissioni totali di CO2 dell’intero paese.

Un concetto vecchio di 70 anni

Il concetto dei cosiddetti mini-reattori nucleari risale agli albori dell’energia nucleare negli anni ’50, in particolare al tentativo di utilizzare l’energia nucleare anche come tecnologia di propulsione e per conferire in particolare una maggiore autonomia alle porta-aerei e ai sottomarini dotati di missili strategici. Attualmente navigano sui mari del nostro pianeta circa 160 navi a propulsione nucleare. Si tratta in grande maggioranza di navi da guerra, ma ve ne sono anche alcune utilizzate a scopi scientifici, o come rompighiaccio. Per quel che concerne invece le navi commerciali a propulsione nucleare, dal 1962 ad oggi, ne sono state varate solo quattro. La prima, l’americana Savannah, è rimasta in servizio soltanto fino al 1970 e da allora serve da nave museo. Ad altre due, la tedesca Otto Hahn e la giapponese Mutsu, sono stati sostituiti i reattori nucleari con i molto più economici motori a diesel. L’ultima, il cargo sovietico Sevmorput entrato in servizio nel 1988, è l’unico mercantile a solcare ancora oggi saltuariamente i mari.

L’odissea dell’ultimo cargo nucleare rimasto

Pochi mesi dopo il suo varo, il Sevmorput s’è visto negare l’attracco di diversa porti della stessa Unione Sovietica, ossia in quelli di Nakhodka, Vostochny, Magadan e Vladivostok, ciò a causa delle proteste popolari e del rifiuto dei lavoratori portuali di caricare o scaricare qualsiasi merce e di fornire servizi portuali al cargo per via dei timori di fuoriuscita di radiazioni. Da notare che la catastrofe di Chernobyl era avvenuta solo pochi anni prima e che, appena una settimana prima dell’entrata della Sevmorput nel porto di Vladivostok, i giornali locali avevano riportato un’emergenza verificatasi a bordo del rompighiaccio nucleare Rossiya.

All’inizio le autorità sovietiche avevano previsto di utilizzare questo cargo nucleare per trasporti internazionali, e avevano chiesto al Canada il permesso di fare scalo nel porto di Vancouver, permesso che fu tuttavia negato, perché le misure di evacuazione e di risposta alle emergenze della città non erano ritenute adeguate a gestire un incidente che avesse coinvolto il reattore nucleare della nave. In seguito, il Sevmorput fu dunque utilizzato principalmente per trasportare merci sulla rotta fra i due porti sovietici di Murmansk e Dudinka situati sul mare polare artico, nonché per alcuni viaggi verso il Vietnam. Da notare che nella sua veste di mercantile il Sevmorput non ha mai permesso di coprire i costi, le sole spese giornaliere di funzionamento aggirandosi attorno ai 90’000 $ americani.

Nel 2007 si decise dunque di convertirlo nella prima nave da trivellazione nucleare al mondo e di dedicarla alla ricerca di idrocarburi nell’Oceano Artico. Questo progetto fu però presto abbandonato e la nave rimase ancorata per anni al largo del porto di Murmansk in attesa di essere smantellata. Nel 2013 anche la decisione di smantellarla fu revocata e così, dopo essere stata “messa in naftalina” per ben 9 anni, nel 2016 Sevmorput è tornata a navigare. Da allora ha effettuato trasporti saltuari ed è stata a più riprese in cantiere per riparazioni, l’ultima volta a fine 2023, dopo lo scoppio di un incendio a bordo. Come dire che, dal punto di vista economico, la propulsione nucleare appare tutt’altro che redditizia.

Il rilancio del mini-nucleare in veste civile

Recentemente sono stati proposti tutta una serie di nuovi concetti di SMR, che vanno dai mini-reattori ad acqua leggera, ai reattori ad alta temperatura o a sali fusi, ma per i quali, almeno finora, l’esperienza industriale è scarsa o addirittura inesistente. Le aree di applicazione in discussione per queste tecnologie vanno dall’alimentazione elettrica decentralizzata per l’industria e i centri urbani, al teleriscaldamento, alla desalinizzazione dell’acqua di mare e alla fornitura di energia elettrica ai voraci centri di calcolo.

Alla stessa stregua delle centrali nucleari convenzionali, questi mini-reattori modulari dovrebbero generare energia elettrica tramite la fissione nucleare, ma con una potenza massima ridotta, che andrebbe da un minimo di 5 a un massimo di 300 megawatt. Per fare un confronto: la potenza dei reattori delle centrali nucleari tradizionali varia dai 1’300 ai 1’600 Megawatt. Quel che distingue gli SMR dalle centrali nucleari tradizionali è che non sarebbero costruiti singolarmente in loco, ma prodotti in massa in apposite fabbriche, da cui il termine di “modulari”, per poi essere trasportati e montati nelle rispettive località.

Controversia sulla sicurezza dei mini-reattori

Stando ad Annalisa Manera, docente di sistemi nucleari al Politecnico di Zurigo, i piccoli reattori modulari non sono solo più flessibili, ma sarebbero anche più sicuri, perché, essendo più piccoli, contengono meno materiale fissile e inoltre perché il loro design più compatto consentirebbe di installarli sottoterra, rendendo le conseguenze di un incidente nucleare meno gravi.

Uno studio, commissionato dall’Ufficio federale tedesco per la sicurezza della gestione dei rifiuti nucleari alla Technische Universität Berlin e al Physikerbüro Bremen, è giunto invece a una conclusione molto più critica. Nello studio dal titolo „Analyse und Bewertung des Entwicklungsstands, der Sicherheit und des regulatorischen Rahmens für sogenannte neuartige Reaktorkonzepte“, gli autori hanno confrontato i vari concetti di mini-reattori in termini di sicurezza, efficienza economica e consumo di combustibile, giungendo alla conclusione che, anche se il rischio di incidenti nucleari di questi reattori è fondamentalmente più basso rispetto a quello delle grandi centrali nucleari, ciò a causa del minore stock di materiale radioattivo, se si tiene però conto dell’elevato numero di reattori necessari e delle relative problematiche per quel che concerne la fornitura di materiale fissile e dello smaltimento delle scorie radioattive, questo vantaggio risulta fortemente relativizzato.

Secondo Christian Kühn, direttore dell’Ufficio federale tedesco per la sicurezza della gestione delle scorie nucleari: “chi oggi diffonde euforia in relazione ai concetti di reattori alternativi nasconde le questioni senza risposta e i rischi per la sicurezza”. Un solo esempio: è previsto che i mini-reattori modulari commissionati da Google a Kairos Power saranno raffreddati con sale liquido. Se da un lato il sale è in grado di rimuovere il calore in modo più efficace dell’acqua, dall’altro esso è altamente corrosivo, il che richiede l’adozione di misure di sicurezza aggiuntive per evitare gravi danni da corrosione ai materiali dei mini-reattori.

A ciò va aggiunto il fatto che sarà ben difficile che l’elettricità prodotta dai mini-reattori sia meno cara di quella prodotta tramite il fotovoltaico e l’eolico, le due rinnovabili che sono oggi di gran lunga quelle più a buon mercato, anche qualora vi si aggiungessero impianti di stoccaggio di elettricità su batterie.

Mini-reattori: un business tutt’altro che acquisito

Dieci anni fa, NuScale, la start-up nata dall’Università statale del l’Oregon e quotata in borsa, appariva in piena espansione. Prometteva una nuova era di mini-reattori nucleari modulari, più economici, più facili da costruire e più sicuri. L’anno scorso i media nazionali e internazionali avevano riportato la notizia che NuScale aveva ottenuto dalla Nuclear Regulatory Commission degli Stati Uniti la licenza per costruire nell’Idaho il primo mini-reattore nucleare modulare degli USA, un reattore che avrebbe dovuto fornire elettricità ad alcuni distretti dello Utah. I media avevano presentato il progetto come la soluzione high-tech al surriscaldamento del clima. Sembrava quasi troppo bello per essere vero e difatti così è stato. Il progetto di NuScale s’è rivelato un castello di carte. Non solo nel corso degli anni il costo del mini-reattore è più che raddoppiato, ma esso ha pure accumulato sette anni di ritardi rispetto al programma iniziale e infine il committente s’è ritirato.

Dopo aver perso il suo unico cliente, il CEO della start-up ha venduto la maggior parte delle sue azioni, causandone il crollo in borsa. Poco dopo NuScale ha licenziato quasi un terzo dei suoi impiegati, gli investitori hanno sporto denuncia e la ditta è stata indagata per frode. L’ultimo atto di questo dramma “nucleare” s’è concluso lo scorso ottobre, quando la star-up ha dichiarato la bancarotta.

Negli ultimi anni i cosiddetti mini-reattori modulari (SMR) hanno suscitato molta pubblicità e molto clamore, ma in realtà finora non ne è stato messo in funzione uno solo e, a causa dei costi proibitivi, è tutt’altro che probabile che in futuro se ne fabbrichino a migliaia. Ciò non significa che in giro per il mondo non vi siano alcune dozzine di piccoli reattori, ma nessuno di loro è stato costruito in modo modulare, in serie e in una fabbrica. Dal punto di vista strettamente economico il problema è proprio questo: per essere competitivi i mini-reattori dovrebbero essere prodotti in grandi serie con moduli standardizzati, solo così sarebbe effettivamente possibile abbassarne i costi. Detto questo, tutti gli altri problemi tipici del nucleare rimangono: dove, da chi e a quale prezzo procurarsi il combustibile, come garantirne la sicurezza anche dal punto di vista militare, quando si sa che Putin fa bombardare in modo sistematico le infrastrutture energetiche dell’Ucraina, dove depositare per centinaia di migliaia di anni in modo sicuro le scorie radioattive, ecc. E non da ultimo: chi vorrebbe trovarsi come vicino di casa un reattore nucleare, fosse anche solo “mini” e modulare?

Una messa in guardia agli investitori troppo ottimisti

Stando all’International Atomic Energy Agency, a livello globale sono attualmente in fase di studio o di sviluppo oltre 80 diversi concetti di mini-centrali nucleari modulari e, non a caso, la propaganda per questo genere di impianti si sta facendo sempre più insistente.

L’istituto IEEFA (Institute for Energy Economics and Financial Analysis) ha esaminato attentamente i dati disponibili sui costi previsti da alcuni dei principali sviluppatori di mini-reattori nucleari modulari (SMR) degli Stati Uniti. I risultati dell’analisi mostrano chiaramente che questi reattori sono ancora troppo costosi, troppo lenti da costruire e troppo rischiosi da poter essere una soluzione alla crisi climatica. L’IEEFA mette quindi in guardia le aziende che stanno prendendo in considerazione gli SMR, incitandole a confrontare i costi crescenti degli SMR con quelli noti e confermati delle rinnovabili e a confrontare i tempi necessari alla realizzazione delle due tipologie di impianti. Secondo l’IEEFA, le aziende che dovessero scegliere l’opzione SMR e le banche che le finanziano dovrebbero inoltre essere tenute a informare gli azionisti sui rischi che corrono con questo tipo di investimento, in particolare per quel che concerne lo sviluppo imprevedibile dei costi e dei tempi necessari alla realizzazione di questo tipo di impianti.

La “nave” delle rinnovabili è oramai salpata

Non è certamente un caso se l’anno scorso negli Stati Uniti la parte del leone degli investimenti in campo elettrico è andato alle rinnovabili. Secondo le cifre ufficiali dell’U. S. Energy Information Administration l’anno scorso sono infatti entrati in funzione nuovi impianti fotovoltaici su scala industriale per una potenza di 34 GW (cifra che non include quelli installati dai privati), il che rappresenta un aumento del 74% rispetto alla crescita già da record del 2023. Per quel che concerne gli impianti di stoccaggio di elettricità su batterie di rete la crescita negli USA è addirittura raddoppiata, passando da 6, 6 GW nel 2023 a 13 GW nel 2024. L’eolico ha visto dal canto suo un incremento di oltre 7 GW rispetto all’anno precedente. Queste cifre vanno confrontate al misero incremento di 1 GW di energia nucleare. A inizio febbraio di quest’anno – si tratta delle ultime cifre disponibili – il fotovoltaico e l’eolico rappresentavano il 22% della produzione di elettricità negli Stati Uniti, ossia il 33. 3% in più dell’anno precedente.

L’autore è giornalista e gestisce il sito climatizzati.ch
Nell’immagine: il prototipo di uno Small Modular Reactor


Nuove centrali nucleari in Svizzera? Una pessima e costosissima idea

Resuscitando lo spettro dell’imperialismo, il tycoon ha trasformato gli USA in agente di instabilità globale 

Stando al ministro dell’energia Albert Rösti, negli ultimi anni vi sarebbe stato un “cambiamento di paradigma”, e ha citato quali motivi principali: la guerra in Ucraina e il suo impatto sulle importazioni di gas russo e sulla sicurezza energetica della Svizzera, la forte crescita della popolazione e di conseguenza il crescente fabbisogno di elettricità, il lento sviluppo delle energie rinnovabili dovuto ai ricorsi legali che complicherebbero ulteriormente le cose e la nuova legge che richiede la neutralità climatica entro il 2050 e di conseguenza la necessità di ridurre a zero l’utilizzazione di carbone, petrolio e gas.

La mossa del governo non sorprende più di quel tanto quando si sa che dei suoi 7 membri 4 sono esponenti dell’UDC e del PLR, i due partiti di destra dichiaratamente favorevoli al nucleare e che lo stesso ministro Rösti, non solo è stato dal 2015 al 2022 presidente di Swissoil, la lobby degli importatori di petrolio, un mandato scomparso come per incanto dalla sua biografia ufficiale, ma è stato anche presidente dell’UDC dal 2016 al 2020, il partito che si è opposto con veemenza, ma senza successo, alla nuova legge sull’energia che incentiva il dispiegamento delle rinnovabili. Ma vediamo dunque in dettaglio quali sono le prospettive reali del nucleare civile nel mondo e in Svizzera.

  1. L’energia nucleare è la più cara in assoluto

A livello globale, eolico e fotovoltaico sono oggi di gran lunga le forme di energia più a buon mercato, anche tenendo conto della necessità di stoccare l’elettricità in batterie, per compensarne la resa discontinua. D’altro canto l’energia nucleare è oramai la più cara in assoluto. Ciò vale in particolare per i reattori nucleari di ultima generazione, i cosiddetti EPR. I costi indicati nella tabella sottostante tengono conto dei tempi necessari alla costruzione degli impianti, della loro durata di vita, del capitale investito e dei tassi d’interesse, delle spese di gestione e di manutenzione, dei costi dei combustibili, della quantità di elettricità prodotta, dei costi dei certificati d’emissione di CO2 e delle spese di smantellamento degli impianti arrivati in fin di vita.

  1. In questi ultimi 2 decenni i costi di costruzione delle centrali nucleari sono letteralmente esplosi

Le norme di sicurezza delle nuove centrali nucleari sono state aggiornate a più riprese dopo le catastrofi di Cernobyl e di Fukushima. Ciò ha fatto lievitare i costi di costruzione. Ne sono esempi lampanti la costruzione delle ultime tre centrali realizzate o in via di realizzazione in Europa:

  • Centrale nucleare finlandese di Olkiluoto 2 (un reattore del tipo EPR di 3a generazione). Costo previsto in origine 3.2 miliardi di Euro. Costo finale 11 miliardi di Euro. Durata dei lavori 2005-2022. La centrale è diventata operativa e allacciata alla rete il 16 aprile 2023
  • Centrale francese di Flamanville 3 (un reattore del tipo EPR di 3a generazione). Tempo di costruzione stimato all’origine a 5 anni e il costo a 3.3 miliardi di Euro. La fattura finale dovrebbe situarsi attorno ai 19,1 miliardi di Euro (stima della Cour des comptes) e i lavori durano oramai da 17 anni. A inizio novembre 2024 questo reattore era in fase di test e non ancora collegato alla rete
  • Centrale nucleare britannica di Hinkley Point C (2 reattori del tipo EPR di 3a generazione). Costo stimato in origine da EDF Energy per i due reattori: 19 miliardi di euro. Costo stimato finale stimato da EDF: fino a 56.9 miliardi di Euro. (Inizio dei lavori 2008, per una durata stimata allora a 13 anni. Stando alle ultime notizie la centrale non dovrebbe entrare in funzione prima del 2029-2030).

Dato l’enorme sorpasso dei costi preventivati, quest’ultima centrale non sarà mai redditizia, ecco perché, per poter terminare i lavori, il governo britannico ha dovuto concedere al consorzio costruttore della centrale sovvenzioni per un ammontare di 100 miliardi di Euro spalmati sull’arco di 35 anni. Da notare che già nel luglio 2016, quando l’ammontare totale dell’ammanco non era ancora noto, il National Audit Office (NAO) del Regno Unito aveva dichiarato che sarebbe stato più economico utilizzare le energie rinnovabili piuttosto che costruire Hinkley Point C.

  1. I tempi di realizzazione delle nuove centrali nucleari sono biblici

Se negli anni ’50 del secolo scorso la costruzione di una centrale nucleare durava meno di 4 anni, oggi questi tempi sono più che triplicati:

  • Centrale nucleare finlandese di Olkiluoto 2: durata effettiva dei lavori 18 anni
  • Centrale francese di Flamanville 3: durata dei lavori stimata a 17 anni
  • Centrale nucleare britannica di Hinkley Point C: durata dei lavori stimata a 21 anni

Se poi si tiene conto anche della progettazione, diventata molto più complessa e onerosa dopo i disastri di Cernobyl e di Fukushima, i tempi di realizzazione assumono connotati addirittura biblici.

  1. A livello globale la parte dell’energia nucleare è in netto declino

Il suo picco s’è registrato verso la metà degli anni ’90 del secolo scorso, quando le centrali nucleari fornivano fino al 17.5% di tutta l’energia elettrica consumata nel mondo. Nel 2022 le centrali nucleari hanno prodotto solo il 9% dell’elettricità consumata a livello globale.

Le principali ragioni per cui se ne costruiscono sempre meno sono due:

  • i tempi di progettazione e di costruzione che superano allegramente i 20 anni
  • i costi di realizzazione sempre più proibitivi che ne compromettono la redditività

Da notare che senza i reattori costruiti in Cina il bilancio sarebbe molto più negativo. Fra il 2002 e il 2021 sono stati infatti dismessi 105 reattori, mentre quelli nuovi collegati alla rete sono stati 98, di cui 50 nella sola Cina. Negli USA, ad esempio, la costruzione degli unici 2 reattori andati in servizio nell’ultimo quarto di secolo è durata oltre 20 anni e, sempre negli USA, delle 27 richieste di licenza inoltrate negli ultimi 15 anni per la costruzione di nuovi reattori, solo 2 sono effettivamente in fase di costruzione.

  1. La ripresa del nucleare in Europa avrebbe costi astronomici

Un’alleanza di 15 Paesi dell’Unione Europea favorevoli all’energia nucleare afferma che, per raggiungere gli obiettivi di transizione energetica, l’Unione Europea avrebbe bisogno di ulteriori 50 GW di impianti nucleari entro il 2050, il che richiederebbe la costruzione di oltre 30 nuovi reattori (Fonte: Euractiv).

Quest’alleanza valuta i costi fra i 5 e gli 11 miliardi di Euro al GW. In realtà, tenendo conto dei costi di costruzione effettivi e attuali delle tre centrali citate sopra (21.5 miliardi di Euro in media per ogni reattore da 1.6 GW, ossia 13.25 miliardi a GW), l’investimento necessario ammonterebbe come minimo a 664 miliardi di Euro, senza contare il più che probabile rincaro durante la lunghissima fase di realizzazione.

Per fare un paragone: l’installazione ai costi attuali di una potenza di 50 GW di fotovoltaico commerciale (grandi impianti) costa meno di 50 miliardi di Euro (Fonte: Solar Modo), mentre l’installazione di una potenza di 50 GW di eolico commerciale (grandi impianti) costa, a seconda del tipo, da 50 a 250 miliardi (fonte: Energie Netze Deutschland).

  1. Il rendimento delle centrali nucleari è alla mercè della meteo: ondate di calore e di siccità ne compromettono il buon funzionamento

Contrariamente a quanto affermato dai fautori del nucleare, cioè che le centrali nucleari, a differenza delle energie rinnovabili che producono a intermittenza come l’eolico e il fotovoltaico, manterrebbero sempre un’operatività quasi totale, l’estate torrida del 2023 ha dimostrato che durante la siccità il rendimento delle centrali nucleari diminuisce o cessa addirittura a causa della mancanza di sufficienti quantità di acqua di raffreddamento per i reattori. Per alimentare i circuiti di raffreddamento dei loro reattori, le centrali nucleari pompano infatti acqua dai fiumi o dal mare (in Francia il 30% dell’acqua è utilizzata a questo scopo). Quando l’acqua diventa troppo calda, capita di non poter far girare i reattori alla massima potenza. Il problema non è nuovo: in estate la produzione di elettricità dei reattori nucleari francesi e svizzeri cala regolarmente e ciò proprio perché la temperatura delle acque dei fiumi aumenta. In passato, tuttavia, queste fasi critiche coincidevano in genere con la seconda metà di luglio e col mese di agosto, quando molte fabbriche sono chiuse, molti sono in vacanza e il consumo di elettricità è più basso del solito.

Il caldo anomalo che in questi ultimi anni ha colpito tutta l’Europa già a tarda primavera e a inizio estate ha però cambiato le carte in tavola e cade spesso in momenti in cui l’economia è ancora in piena attività. Ma non è tutto: spesso a mancare è addirittura l’acqua stessa. Nell’estate del 2019, ad esempio, una forte ondata di calore e un prolungato periodo di siccità hanno costretto i francesi a mettere in stand by 8 centrali nucleari, riducendo la capacità di generazione elettrica del parco nucleare francese dell’8%.

A inizio estate 2022, per tutta una serie di problemi legati alla manutenzione e a un’ondata anomala di caldo e di siccità, addirittura la metà dei 56 reattori francesi è stata messa fuori uso, riducendo la potenza quotidiana del nucleare francese al livello più basso degli ultimi 30 anni, ossia a miseri 30 GW, invece dei potenziali 60. Ciò ha costretto la Francia, da tradizionale esportatrice di elettricità, a importare elettricità rinnovabile dalla Germania. Ciò è successo proprio nel momento in cui l’Europa intera, a seguito all’invasione dell’Ucraina, era alla disperata ricerca di soluzioni alternative per ridurre la sua dipendenza energetica dal gas russo.

  1. Le centrali nucleari europee e svizzere dipendono dall’uranio fornito da paesi governati da dittature

Nel 2021 il Niger risultava il maggior fornitore di uranio all’Unione Europea, seguito dal Kazakistan e dalla Russia. Per quel che concerne il Niger basta ricordare che è stato teatro di un colpo di stato militare nel 2023, a seguito del quale i golpisti hanno espulso i militari francesi e americani che erano stazionati nel paese per sostenerlo nella lotta contro la Jihad Islamica e per proteggere gli impianti di estrazione dell’uranio. Oggi il Dipartimento Federale svizzero degli Affari Esteri sconsiglia viaggi in questo paese africano, essendo esso in preda a bande armate e a gruppi terroristici che vivono di contrabbando, rapine e sequestri. Per quanto riguarda la Russia, basta ricordare che è governata da Putin, un dittatore aggressivo e senza scrupoli che non ha esitato a tagliare le forniture di gas all’Europa per cercare di metterla sotto pressione durante l’invasione dell’Ucraina da parte del suo esercito.

Per quel che concerne l’uranio usato nelle centrali nucleari svizzere è da sottolineare il fatto che i 2 reattori di Axpo a Beznau lavorano esclusivamente con uranio russo e che anche a Leibstadt – pure gestita da Axpo – la metà dell’uranio utilizzato è russo. La Russia, un paese tutt’altro che affidabile, è dunque uno dei principali “partner” del settore nucleare svizzero, un fatto tutt’altro che rassicurante.

Da notare che i contratti per la fornitura di uranio sono per ora esclusi dalle sanzioni contro la Russia, ciò non ha tuttavia impedito al governo russo di limitarne recentemente l’esportazione verso gli Stati Uniti, in ripicca alla fornitura di missili americani di lunga gittata all’Ucraina.

  1. Il prezzo dell’uranio alle stelle

Nel 2020, il prezzo dell’uranio sui mercati internazionali era di 25 dollari per libbra. A inizio 2024 è lievitato a 106 dollari per libbra, il dato più alto mai toccato dal 2007, in crescita del 424% rispetto al periodo pre-Covid. I motivi di questa impennata hanno a che fare con la particolare situazione in cui versa il mercato. Da un lato vi sono le tensioni geopolitiche in particolare in Europa, dall’altro l’offerta è concentrata nelle mani di pochissime imprese, le quali alimentano l’incertezza sulle forniture. Come per il gas e il petrolio, i prezzi e le forniture di uranio sono quindi alla mercé delle speculazioni e delle fluttuazioni dei mercati internazionali e lungi dall’essere garantiti.

  1. Le centrali nucleari rappresentano un pericolo troppo grande per un paese piccolo come la Svizzera

Come per tutti gli impianti costruiti dall’uomo, anche per quelli nucleari la sicurezza assoluta non esiste e l’imprevedibile è sempre in agguato. Quel che può succedere in caso di catastrofe nucleare lo dimostra Chernobyl, dove ancora oggi, a quasi 40 anni dall’esplosione, esiste una zona di esclusione di 4’300 km2, una zona che rimarrà radioattiva per un tempo indeterminato. Si tratta di una superficie ora inabitabile pari circa all’insieme delle superfici di 9 cantoni svizzeri, ossia di Uri (1077 km2), Svitto (908 km2), Obvaldo (491 km2), Nidvaldo (276 km2), Glarona (685 km2), Appenzello Interno (173 km2), Appenzello Esterno (243 km2), Zugo (239 km2) e Sciaffusa (299 km2). Ci si può quindi facilmente immaginare l’impatto che una simile catastrofe in una centrale nucleare svizzera avrebbe sul nostro paese.

  1. Vale la pena ricordare anche i costi esorbitanti dei due maggiori disastri nucleari

Stando a un bilancio stilato dalla University of Southern California, il disastro nucleare Chernobyl è costato nei 30 anni successivi circa 700 miliardi di dollari, di cui 235 miliardi a carico della Bielorussia, 240 miliardi a carico dell’Ucraina e il resto a carico della Russia. Anche il disastro nucleare molto più recente di Fukushima si sta rivelando estremamente costoso per il Giappone. Stando al Comitato giapponese sui conti pubblici, sono stati spesi finora la bellezza di 146 miliardi di Euro. A 13 anni dal disastro, oltre la metà di questi fondi è stata impiegata per lo smaltimento delle acque radioattive e delle macerie degli impianti andati distrutti dalle esplosioni, attività tutt’altro che completate. Stando alla TEPCO, la Tokyo Electric Power Co, che gestisce la centrale, i lavori per garantire la sicurezza dell’impianto dureranno ancora almeno dai 30 ai 40 anni. Importante sottolineare che le ultime relazioni sui progressi realizzati sul campo sono tutt’altro che positive. Infatti i test effettuati per tentare di rimuovere il materiale radioattivo dal reattore numero 2 tramite apparecchi robotizzati sono per ora falliti.

Da notare che, per calcolare il premio di una ipotetica assicurazione di responsabilità civile per una centrale nucleare, il consorzio assicurativo “Versicherungsforen Leipzig GmbH” parte da un danno possibile che potrebbe ammontare fino a 6’090 miliardi, tenendo conto di tutti i costi di un incidente nucleare, ossia anche di quelli dello smaltimento delle macerie radioattive, della loro sorveglianza a lungo termine, delle richieste di risarcimento e di indennizzo di coloro che saranno stati evacuati e che non potranno più rientrare nelle loro abitazioni o delle loro imprese, del loro reinsediamento, della decontaminazione e della ricostruzione delle zone contaminate e dei costi sanitari a lungo termine.

  1. Le centrali nucleari rappresentano un grave pericolo in caso di conflitto armato

Basta ricordare come durante l’invasione dell’Ucraina, il presidente Putin abbia ordinato alle sue truppe di attaccare e occupare la centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, come pure le rovine della centrale di Chernobyl. La sola minaccia di bombardare una centrale nucleare può mettere in scacco le truppe di un paese attaccato.

  1. Lo stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie altamente radioattive delle centrali nucleari è lungi dall’essere risolto e provocherà costi enormi

Nel 2003 la Gran Bretagna ha spento la sua centrale nucleare di Sellafield, adibendo il sito soprattutto al trattamento e allo stoccaggio delle scorie radioattive e del materiale proveniente dallo smantellamento di centrali nucleari dismesse. Questo sito, considerato il sito industriale più pericoloso d’Europa, è stato definito da un ex segretario di stato britannico come un “pozzo senza fondo di inferno, di denaro e di disperazione”. Infatti nel corso degli anni i costi per mettere in sicurezza gli edifici in cui vengono immagazzinate le scorie radioattive e per decontaminare l’intero sito hanno preso l’ascensore e ammontano oramai a oltre 3,2 miliardi di euro all’anno (£2.7bn), causando, secondo un rapporto del National Audit Office (NAO), tensioni con il ministero britannico delle finanze. Secondo il NAO i progressi fatti a Sellafield per rendere sicuro il sito sono molto più lenti del previsto e tre dei suoi impianti di stoccaggio provvisorio più pericolosi rappresentano un “rischio intollerabile”.

Oggi si prevede che lo smantellamento degli impianti di Sellafield costerà allo stato in totale oltre 163 miliardi di euro (136 miliardi di sterline), ossia oltre 25,5 miliardi di euro in più di quanto stimato appena cinque anni fa. In particolare, secondo i piani attuali, lo smantellamento dovrebbe durate un intero secolo ed essere terminato nel 2125, quando le scorie nucleari dovranno essere sotterrate in una regione inglese tuttora ignota.

  1. E qual’è la situazione in Svizzera?

A oltre 55 anni dalla messa in servizio della prima centrale nucleare svizzera lo stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie altamente radioattive delle centrali nucleari non è ancora stato risolto. Nel 1973, cioè oltre 50 anni fa, la Confederazione e gli operatori delle centrali nucleari svizzere hanno fondato la NAGRA (Nationale Genossenschaft für die Lagerung radioaktiver Abfälle), la cooperativa responsabile dello smaltimento e dello stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie radioattive prodotte in Svizzera. Finora la NAGRA ha speso 250 milioni di franchi solo per cercare un posto dove sotterrare questi rifiuti in modo sicuro per i prossimi 200’000 anni. A fine 2022 la NAGRA ha annunciato di avere identificato una zona idonea per un deposito di scorie altamente radioattive e ha presentato a fine 2024 la domanda di autorizzazione a procedere per la pianificazione del deposito, dopodiché la decisione di approvare il progetto spetterà al governo e all’Assemblea federale, una decisione che con ogni probabilità sarà sottoposta a referendum, da tenersi probabilmente non prima del 2031, Qualora tutto dovesse andare filare liscio, la costruzione del deposito potrebbe iniziare attorno al 2045. Secondo le stime del 2021 questo progetto avrebbe dovuto costare 18.2 miliardi di franchi, ma appena 3 anni dopo si parla già di 20 miliardi. Da notare che in un deposito di questo genere le scorie altamente radioattive dovranno rimanere “indisturbate” e al sicuro anche quando l’attuale riscaldamento climatico avrà lasciato il posto ad almeno altre due ere glaciali.

Perché allora costruire nuove centrali nucleari se oltre mezzo secolo dopo l’inaugurazione della sua prima centrale nucleare commerciale, quella di Beznau entrata in servizio nel 1969, la Svizzera non è ancora stata in grado di risolvere il problema di uno stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie altamente radioattive e lo rimanda alle prossime generazioni?

  1. Quale è dunque la probabilità di vedere in Svizzera la messa in cantiere di una nuova centrale nucleare?

Come prossimo passo, il governo federale prevede di presentare una proposta di modifica della legislazione nucleare, in modo che possa essere discussa in parlamento nel corso del 2025. Se la proposta dovesse essere accolta dalle Camere, il referendum è praticamente certo e sarà quindi la popolazione, chiamata alle urne, a decidere in ultima istanza. Infatti le reazioni delle organizzazioni ambientaliste, dei Verdi Svizzeri, dei Verdi Liberali, del Partito Socialista e di quello del Centro alla proposta governativa sono tutte negative e tacciate di “irresponsabile passo indietro” che rischia solo di frenare il dispiegamento delle energie rinnovabili e di impedire il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Secondo Gerhard Pfister, il presidente del partito del Centro che rappresenta l’ago della bilancia nel parlamento federale, le nuove centrali nucleari non saranno redditizie, e sarà “assolutamente fuori questione” attingere alle sovvenzioni destinate a promuovere le energie rinnovabili per sovvenzionare nuove centrali nucleari.

Per intanto la probabilità di vedere aprirsi il cantiere di una nuova centrale nucleare in Svizzera appare dunque più che incerta. Il governo federale non ha ancora minimamente affrontato le questioni chiave, come quella della tecnologia da mettere in campo, quella della sicurezza dell’approvvigionamento di uranio, quella dei costi e dello stoccaggio definitivo dei rifiuti radioattivi. Inoltre, secondo Stephanie Eger, esperta di energia nucleare presso la Fondazione svizzera per l’energia, a causa dei cambiamenti legislativi che si renderebbero necessari, dei problemi legati al finanziamento delle centrali nucleari, delle autorizzazioni e della probabile opposizione pubblica, la costruzione di una nuova centrale nucleare potrebbe richiedere almeno 35 anni, ben al di là dunque del termine del 2050, fissato dalla legge per raggiungere la neutralità climatica.

  1. Anche i grandi produttori svizzeri di elettricità appaiono poco entusiasti all’idea di rilanciare il nucleare

La proposta del Consiglio Federale, sostenuta da Economiesuisse, di riaprire alla possibilità di costruire nuove centrali nucleari in Svizzera, nonostante il voto contrario del popolo, non ha certo suscitato l’entusiasmo dei maggiori produttori svizzeri di elettricità, tutt’altro che euforici all’idea di far rivivere il nucleare. Alpiq, la società leader in Svizzera nella produzione di elettricità e fornitrice di servizi energetici anche in vari altri paesi europei, ha addirittura annunciato la sua decisione di lasciare Economiesuisse a causa della sua decisa presa di posizione a favore della costruzione di nuove centrali nucleari. Ricordiamo che Economiesuisse è l’organizzazione mantello dell’economia svizzera di cui fanno parte 100 associazioni di categoria, 20 camere di commercio cantonali e 42 imprese individuali. Alpiq, che ha deciso di concentrarsi sulle energie rinnovabili, ritiene infatti che il dibattito sul nucleare, rilanciato dal governo su pressione di Economiesuisse, sia dannoso per la transizione energetica del nostro paese. BKW e Axpo, gli altri due maggiori produttori svizzeri di elettricità, si dicono dal canto loro prudentemente aperti alle nuove tecnologie nucleari, ma avvertono nel contempo che nuove centrali nucleari, per essere redditizie, potrebbero richiedere finanziamenti statali o sovvenzioni e continuano intanto entrambe a spingere per uno sviluppo più rapido delle energie rinnovabili.

  1. Invece della corsa alla costruzione di nuove centrali nucleari è partita una corsa fulminante alla costruzione di installazioni di stoccaggio per le energie rinnovabili

I produttori di elettricità non stanno ad aspettare la costruzione di nuove centrali nucleari, ma hanno iniziato a investire in modo massiccio nello stoccaggio su batteria dell’elettricità, in modo da poter conservare l’energia rinnovabile anche per periodi in cui sole e vento non sono disponibili. Lo stoccaggio di energia rinnovabile è infatti un mercato in rapidissima espansione e nella prima metà del 2024 la capacità installata globale di stoccaggio di elettricità è cresciuta di uno straordinario 93,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, negli Stati Uniti addirittura del 188%, paese dove ha oramai raggiunto una capacità di stoccaggio equivalente alla potenza di 20 centrali nucleari.

Sia per il governo, sia per Economiesuisse, le prese di posizione di Alpiq e degli altri due grandi produttori svizzeri di elettricità rappresentano dunque un duro colpo.

Pietro Ribi, che inizia con questo articolo la collaborazione con Naufraghi/e, è giornalista e gestisce il sito climatizzati.ch
Nell’immagine: la centrale di Beznau, che utilizza esclusivamente uranio russo