Vite in fuga, alla ricerca di qualche speranza

Per non dimenticare la morte di Arash al centro asilanti di Cadro e le storie terribili dei profughi afghani, a due anni dal ritorno al potere dei talebani 

Sono passati due anni da che, in Afghanistan, i talebani hanno ripreso il potere. Violenza, oppressione, povertà, fame. E ancora: oltre un terzo delle bambine e dei bambini è costretto a lavorare per aiutare la propria famiglia o per cercare almeno, tra mille pericoli, di mantenersi (questo è il triste quadro descritto da “Save the Children” nel suo ultimo rapporto). Due anni sembra siano bastati a sbiadire lo sdegno, l’attenzione e, forse, anche un certo senso di solidarietà verso questo popolo, o meglio, per i diversi popoli che abitano quelle terre. A due anni di distanza – e sono i dati più recenti, quelli del mese di luglio, dell’Ufficio federale delle dogane – il maggior numero di entrate irregolari in Svizzera è proprio di persone di origine afgana.

Ma non ci sono solo i nuovi arrivati: la storia degli afgani in Svizzera ha radici lontane. I primi raggiunsero la Confederazione una cinquantina di anni fa, dopo il colpo di stato del 1973: facevano parte della vecchia élite monarchica. La maggior parte di loro, oggi, ha la cittadinanza svizzera ed è perfettamente integrata. Da lì in poi le ondate migratorie si sono via via susseguite: un paese che non ha conosciuto e non conosce pace da oltre quarant’anni e ha visto partire più di due milioni e mezzo di persone ( verso l’Europa, molti verso paesi vicini come il Pakistan o l’Iran, e da lì ancora per il Vecchio Continente). Una popolazione eterogenea sia per religione, lingua, cultura, sia per formazione.

Una eterogeneità che ritroviamo anche tra chi vive in Svizzera, rendendo così difficile parlare di una “comunità afgana” poiché sono tante e diverse le etnie che provengono dallo stesso paese: i pashtun (la più numerosa), i tagichi, gli hazara (vittime di continue persecuzioni, violenze e discriminazioni). E sono solo alcuni dei popoli che vivono in Afghanistan. Una realtà complessa che rende difficile comprendersi e sostenersi quando, e molte volte capita, non si parla magari nemmeno la stessa lingua: “C’è un profondo senso di solitudine, una sofferenza, per molti afgani che vivono in Svizzera, anche in Ticino” mi dice Aresu Rabbani “a volte è difficile per le persone aprirsi e cercare aiuto anche tra di noi: ci sono difficoltà linguistiche ma anche diffidenza”.

Aresu Rabbani, è arrivata in Ticino 15 anni fa con la madre, una sorella e quattro fratelli, il più piccolo non aveva nemmeno un anno. Hanno attraversato le montagne innevate del loro paese, poi l’Iran…un viaggio rischiosissimo, ma sempre meno pericoloso che restare in Afghanistan dove i talebani le avevano rapito il padre e ucciso alcuni familiari. Negli anni successivi, sono arrivati in Ticino anche gli altri suoi due fratelli, già esuli in Iran.Qualche anno fa, sono riusciti a rintracciare anche il papà e, dopo un’infinita serie di difficoltà, non da ultimo la salute dell’uomo, incarcerato per oltre un decennio in condizioni disumane, Aresu è riuscita a ottenere il ricongiungimento familare e trasferire qui anche suo padre.

La sua tenacia e la sua buona integrazione sono state cruciali. Una determinazione che Aresu ha sempre dimostrato: ha frequentato il liceo a Mendrisio poi è partita per Zurigo dove ha iniziato gli studi e dove oggi vive e si sta formando come ostetrica. Mi racconta che a Zurigo si è trovata subito bene e per lei è stato facile integrarsi. La città offre maggiori possibilità affinché questo avvenga. Aresu ha pure ottenuto il passaporto svizzero e collabora, fin dalla sua fondazione con Asylex un’associazione che ha come obiettivo informare, accompagnare e aiutare altri profughi a ottenere l’asilo o un permesso, o un ricongiungimento familiare. 

La strada verso l’accoglienza e l’integrazione non è facile e lei lo sa bene: nella sua famiglia, sua sorella, come lei, ha ottenuto il passaporto, un fratello ha un permesso B, la madre e altri 4 fratelli hanno un permesso F (da oltre 10 anni) e un fratello – con la moglie e un bambino –  è ancora senza alcun permesso: sono NEM, “non entrata in materia”. Una situazione che crea enormi difficoltà, isolamento, insicurezza, impossibilità di lavorare e la paura costante di dover tornare in un paese martoriato sia dalla miseria, sia dalla violenza. Ma anche vivere con un’ammissione provvisoria non è facile: e infatti, per la madre di Aresu, che da 15 vive con un permesso F, è impossibile trovare un lavoro o anche semplicemente fare del volontariato: le sue competenze linguistiche sono scarse, nonostante gli anni passati in Ticino. Anni che ha dedicato alla cura dei figli, a crescerli e a proteggerli. Anni “persi” per il suo percorso d’integrazione. Una situazione che le ha lasciato conseguenze anche sulla salute, sia fisica sia psichica, rendendo ancora più ostico il suo inserimento a livello sociale e lavorativo. 

E la vita da “ammessi provvisoriamente” tocca molti, moltissimi afgani che vivono in Svizzera e in Ticino: “Certo, c’è uno statuto di protezione, viene concesso loro il permesso di restare nonostante non abbiano diritto all’asilo, di ricevere di che vivere… Ma poi? Molti si sentono come parcheggiati e dimenticati” mi dice ancora Aresu “per loro non è vita: vorrebbero imparare la lingua trovare un lavoro, seguire una formazione e ricostruire – o costruire – il proprio futuro, la propria vita. 

Tra le ultime generazioni, che hanno lasciato l’Afghanistan negli ultimi anni, ci sono persone che hanno avuto l’opportunità di studiare, a differenza dei loro genitori. In Svizzera sono arrivati anche giovani che hanno una formazione in ambito della comunicazione, dell’audiovisivo o del giornalismo che proprio per questa loro scelta hanno dovuto lasciare il paese. Ora sono qui e non riescono a ripartire, le loro competenze valgono poco o nulla e devono ricominciare daccapo. Ma come? Se il permesso F è un ostacolo quasi insormontabile nella ricerca di un posto di lavoro? Se ricevono solo risposte negative? Si sentono persi…delusi, tristi, soli. E si sentono in colpa perché spesso le famiglie investono tanto, tutto, su chi parte: la speranza, la possibilità di essere a propria volta aiutati anche e soprattutto economicamente. E così, molti nemmeno raccontano delle loro difficoltà, degli insuccessi, ai familiari: si tengono tutto dentro e quella sofferenza diventa malattia”. Alcuni soffrono di disturbi da stress postraumatico e “in questo limbo” non si sentono comunque al sicuro. Hanno paura, paura di essere rispediti, da un momento all’altro, in Afghanistan. Temono per la loro vita.

Una sofferenza che Ali (il nome è di fantasia) conosce bene perché questa precarietà, questo sentirsi “parcheggiato” li vive sulla sua pelle. Arrivato due anni fa nella Svizzera tedesca si è subito impegnato  – nonostante tutte le difficoltà – a ripartire, a farsi una vita, lontano dalla sua casa, dai suoi cari: “Ero liceale quando sono scappato dall’Afghanistan e ho dovuto lottare contro la nostalgia: era tutto nuovo e sconosciuto: mi ci sono dovuto abituare. Vivo con una famiglia ospitante e mi sono costantemente impegnato a imparare il tedesco e a integrarmi nella società. Era il mio obiettivo principale perché la Svizzera offre tante opportunità”. Quali sono i tuoi progetti, i tuoi sogni, gli chiedo: “Sto cercando di diventare meccanico d’automobili, per trovare al più presto un lavoro e mantenermi ma, ogni volta che mi rivolgo a un’azienda per lo stage, mi dicono che le mie competenze linguistiche non bastano, non so abbastanza bene il tedesco. Allora mi sono rivolto al mio responsabile per l’integrazione per chiedere di poter perfezionare il mio tedesco, ma mi ha risposto che possono fornire un sostegno finanziario solo fino al livello B1, e io avrei bisogno almeno un B2 o un C1… Ho proprio un po’ perso la speranza a volte non capisco come la Svizzera mi tratta, è un modo ambiguo e mi sento discriminato.”

“Sai, ci sono persone – afgane come me – che non hanno retto a questa incertezza nell’accoglienza e a questa solitudine e si sono tolte la vita.” Certo, Ali, purtroppo lo so…

Nell’immagine: il Permesso F


Diritti ai confini

Per non dimenticare la morte di Arash al centro asilanti di Cadro e le storie terribili dei profughi afghani, a due anni dal ritorno al potere dei talebani 

Anni fa, era forse il 2015, ho assistito a una rappresentazione teatrale a Chiasso che si intitolava “Toni al confine” (faceva parte di un articolato progetto dedicato ad Antonio Ligabue, alla sua vita travagliata, alla sua follia, alla sua arte). Uno spettacolo coinvolgente e toccante e un palcoscenico molto particolare, con una forte valenza simbolica. La pièce infatti si svolgeva interamente tra le due “ramine” che, una su territorio svizzero e l’altra su quello italiano, tracciano il confine tra i due Paesi (è, per l’appunto, da Chiasso che, nel 1919, il giovane Ligabue viene espulso dalla Svizzera).

Quello spazio fisico vuoto, quella terra di nessuno, si è allora popolata di donne, bambini, uomini in fuga, un’umanità che si aggrappa alla speranza di accoglienza senza poter dimenticare la paura di essere di nuovo scacciata, di un altro esilio. Uno spazio di attesa e di sospensione, dunque.
Questo ricordo, queste immagini di un momento, vissuto ormai otto anni fa, mi tornano in mente mentre sto rileggendo (ancora!) l’articolo che Hannah Arendt aveva dedicato ai rifugiati, e ripenso alle tante persone che ho incontrato e che hanno rischiato o rischiano di venire rispedite in altri paesi o rimpatriate: sono le storie (ma soprattutto le vite) di persone come la famiglia Gemmo, India, Khaleda e Satayesh e, non da ultimo, la vicenda di Mezhde, di suo marito e dei suoi due figli. Alcune di queste vicende si sono concluse positivamente con il diritto a rimanere, altre sono ancora in sospeso, altre ancora hanno avuto un esito negativo.

Quello che mi colpisce è che queste persone – quante volte ne abbiamo letto sentito parlare? – hanno dedicato e dedicano impegno e tempo (mesi, addirittura anni) a integrarsi: a imparare una nuova lingua, nuovi costumi, a conoscere il Cantone e Comune cui sono state assegnate, i vicini di casa, gli operatori sociali, i docenti, … a iniziare e portare avanti una formazione o la ricerca di un lavoro. E, piano piano, a ricucire lo strappo dell’esilio, a riannodare i fili della propria identità lacerata. Sì, perché quel limbo che, nella finzione teatrale, era lo spazio di nessuno tra le due “ramine”, queste persone lo portano dentro di sé: è la fragilità e la vulnerabilità di chi viene considerato – sono parole della Arendt – “schiuma della terra”, quella che non smette di fluire. È la condizione di chi non ha più un suo posto nel mondo (privato di relazioni e di legami), corpo estraneo.

 Un’estraneità che rende invisibili, “superflui” e che va di pari passo con l’indebolimento, se non addirittura la perdita, dei propri diritti fondamentali. Un’estraneità che disumanizza a tal punto che non contano più né la formazione, né l’integrazione, né il fatto di lavorare, pagare le tasse e i contributi sociali: l’abbiamo visto in vari casi ed è sconcertante: qualche anno fa mi ero occupata del caso di una persona di origine irachena che avrebbe dovuto lasciare la Svizzera poiché non aveva, secondo la decisione della Segreteria di Stato della migrazione, diritto di restare. Una persona che aveva svolto una formazione professionale con pieno successo, aveva imparato l’italiano, aveva trovato un lavoro che le permetteva di essere totalmente indipendente e pagarsi un appartamento che aveva arredato, le imposte, la cassa malati, AVS, … una persona a tutti gli effetti ben integrata e apprezzata dal suo datore di lavoro (che ha fatto di tutto perché gli permettessero di rimanere) dai vicini, dalla comunità. Eppure, questo non sembrava essere abbastanza per restare, tant’è che quella decisione negativa lo ha costretto a lasciare il lavoro, a rinunciare al suo appartamento e a tutte le sue cose, infine a trasferirsi al centro collettivo di Croce Rossa, a Cadro, dove è rimasto per parecchi mesi, prima di vedersi…rimpatriare? No, per fortuna non è successo questo: dopo vari ricorsi il suo caso è stato rivalutato e ha ottenuto il diritto di restare, ma per  ricominciare di nuovo daccapo (perché dopo così tanto tempo anche le condizioni che aveva lasciato erano mutate), un’altra volta, in un altro contesto, con un lavoro diverso da quello che si era impegnato a imparare e che gli piaceva.

Quando ho saputo che aveva ottenuto un permesso di soggiorno la cosa mi ha fatto ovviamente piacere, ma non ho potuto non ripensare a tutto quello che gli è stato tolto (per la seconda volta) e a tutte le volte che lo incontravo mentre passeggiava lungo il Cassarate e mi diceva “sono ancora lì, cerco di prendermi cura di me, di non lasciarmi andare…io non posso tornare in Iraq perché mi ammazzano. Ma anche questo tempo senza fare nulla, senza possedere nulla, sospeso in questa attesa, mi uccide”. 

Per una storia andata a buon fine (e non è l’unica che dopo percorsi travagliati e dolorosi, si è conclusa con una revisione del caso e della decisione) tante ancora sono sospese. Spesso del sostegno e della difesa dei diritti di queste persone – donne, bambini, uomini, famiglie – si è fatta portavoce la comunità nelle sue differenti forme: il paese, i compagni di scuola con i docenti, i compagni della squadra di calcio. E allora mi chiedo, me lo sono chiesta ogni volta per ogni vicenda: ma non basta questa appartenenza? Questo sentire e sentirsi parte di una comunità che accoglie? Se, come scrive la Arendt, la perdita di diritti va di pari passo alla perdita di comunità, in molti casi che abbiamo letto e conosciuto quella perdita è stata colmata con una nuova appartenenza, tanto che la comunità si è fatta portatrice e si è messa in gioco per difendere e far riconoscere quei diritti.

Nell’immagine: cancello lungo la rete metallica al confine tra Svizzera e Italia, Val della Crotta (Foto Paolo Crivelli, Museo etnografico della Valle di Muggio)


Vite sospese

Per non dimenticare la morte di Arash al centro asilanti di Cadro e le storie terribili dei profughi afghani, a due anni dal ritorno al potere dei talebani 

“Abbiamo perso la nostra dimora, vale a dire l’intimità della vita quotidiana. Abbiamo perso il nostro lavoro, cioè la fiducia di essere di qualche utilità nel mondo. Abbiamo perso la nostra lingua, ossia la naturalezza delle relazioni, la semplicità dei gesti, l’espressione spontanea dei sentimenti”.

Avevo appena cominciato a leggere il piccolo, intenso saggio di Hannah Arendt “Noi rifugiati” (pubblicato nel 1943 negli Stati Uniti, sua terra d’approdo, e riproposto recentemente da Einaudi), pochi pochissimi paragrafi e subito mi sono scorsi davanti agli occhi i visi delle persone rifugiate in Ticino che, negli anni, ho incontrato. E non sono poche: persone arrivate con la famiglia, uomini, donne, donne sole con i propri bambini, minorenni non accompagnati; c’è chi arriva dalla Siria, dalla Somalia, chi dall’Afghanistan, dall’Eritrea, chi dall’Etiopia o dal Pakistan, ci sono le persone che hanno lasciato i paesi balcanici una trentina di anni fa e quelle fuggite dall’Ucraina. “Persone” che troppo spesso diventano dati, numeri, statistiche, “emergenze”. Spersonalizzate e, perciò, spesso anche disumanizzate. 

Non ero, dicevo, neanche arrivata in fondo alla seconda pagina e quella frase mi ha fatto pensare a tutte queste persone che ho potuto incontrare e conoscere. Mi ha fatto ripensare a quante volte mi sono trovata di fronte persone che mi hanno raccontato la sofferenza di aver dovuto lasciare (dovuto, non per scelta o progetto di vita, ma per salvare la pelle propria e dei propri cari) tutto quello che si conosce, tutto ciò che è familiare, la difficoltà di imparare una lingua, le aspettative: trovare un lavoro, diventare indipendenti, tentare di ricucire quello strappo così violento, costruire una vita.

Ricordo l’incontro con un giovane giunto dalla Siria con la sua famiglia. Era il 2014, erano appena arrivati, e mi raccontava la sua rabbia quando i genitori gli hanno comunicato che avrebbero lasciato la loro città, Aleppo, troppo rischioso rimanere. La rabbia di lasciare la sua scuola, il liceo che frequentava, i suoi amici, la sua città, la casa… si era opposto, non voleva andare via, perdere la sua vita di sempre per andare dove? Dove non conosceva nessuno e neanche la lingua.  Dove ricominciare daccapo: una nuova scuola e un nuovo percorso formativo (perché quello iniziato in Siria non poteva proseguire), nuovi insegnanti, nuovi compagni di scuola, relazioni da costruire ex novo, in una situazione di precarietà, sempre nella speranza di poter, un giorno, ritornare. 

Un percorso che lo ha portato a compiere scelte coraggiose e impegnative, fare compromessi importanti con le sue aspettative, i suoi progetti, la voglia e il bisogno di essere indipendente e autosufficiente il più presto possibile. Forse, non pensiamo abbastanza a quanto viene chiesto a queste persone: alla capacità e alla forza che ci vogliono per rimettersi in gioco, di mettere in gioco i propri sogni, i progetti. Quello che sto raccontando è un percorso di successo e oggi questo giovane lavora, ha una sua famiglia, coltiva i suoi sogni (non li ha abbandonati, per fortuna!). 

Ma non è sempre così: ricominciare una vita qui, con un permesso F, “l’ammissione provvisoria” (sorte che tocca a molte persone che fuggono dalle guerre e che non ottengono lo statuto di “rifugiato/a”), spesso genera insicurezza (“Quando mi diranno che non posso più restare, perché non ho più bisogno di essere protetto, potrò davvero tornare nel mio paese? Cosa rischio al mio rientro? Che cosa troverò? La mia casa, ci sarà ancora? Ma, soprattutto: potrò mai davvero tornare, si daranno mai le condizioni per un ritorno?” sono le domande e le paure di molte persone che ho incontrato) oltre che diffidenza e difficoltà nella ricerca di un posto di lavoro. E per la stragrande maggioranza delle persone che ho incontrato trovare un lavoro è vitale, quasi quanto nutrirsi o respirare. È il potercela fare con le proprie forze, badare alla propria famiglia, non essere di peso al paese che ha dato accoglienza e protezione. 

Molto spesso è anche la necessità di aiutare chi è rimasto e chi ha investito speranze, ma non solo, in chi parte. Allora diventa forse un po’ più comprensibile la necessità, quasi ossessiva, di trovare un lavoro il più presto possibile e, dall’altra parte, la difficoltà a capire i tempi dei nostri programmi d’inserimento professionale o formativi, la rabbia e la delusione. Quante volte mi sono sentita dire che la cosa più difficile e anche più dolorosa, il trauma di questi “viaggi della speranza”, è proprio la speranza disattesa: la vergogna per il fallimento di un progetto così vitale, l’impossibilità di rispondere alle aspettative e ai bisogni di madri, fratelli, sorelle o padri che hanno investito tutto quello che avevano per permettere al prescelto o alla prescelta di compiere quel percorso – assumendo rischi per noi neanche lontanamente immaginabili – per realizzare quella salvezza non solo per sé ma anche, e soprattutto, per chi rimane. 

Basta pensare all’ultimo film dei fratelli Dardenne, “Tori et Lokita”, dove la sedicenne Lokita cerca disperatamente e in ogni maniera un lavoro, non solo per ottenere un visto lavorativo e ripagare il passatore che l’ha portata in Belgio, ma anche per riuscire a mandare alla madre, in Camerun, i soldi per far studiare e mantenere i suoi cinque fratelli. 

Molte delle persone che ho incontrato vivono come sospese. Sono, le loro, vite sospese tra un progetto (la voglia e l’esigenza di ricostruirsi passo dopo passo), le aspettative di chi non è partito (e, in molti casi, anche il senso di colpa verso chi non lo ha potuto fare o non ce l’ha fatta) e le regole e le tappe dei programmi d’integrazione sociale e professionale. 

Nell’immagine: quando gli emigranti eravamo noi


Il diritto all’autodeterminazione è di tutte e tutti

Per non dimenticare la morte di Arash al centro asilanti di Cadro e le storie terribili dei profughi afghani, a due anni dal ritorno al potere dei talebani 

Siamo pronti, come società, a riconoscere a tutte le persone, nella diversità che caratterizza ognuno di noi, il diritto di autodeterminarsi? È la domanda di fondo posta dal nuovo articolo 13 della Costituzione cantonale, che andremo a votare il 30 ottobre. Prendo spunto da questa votazione per cercare di portare a una riflessione più ampia.

Se il nuovo articolo fosse accolto anche dal popolo, come lo è stato unanimemente dal Gran Consiglio lo scorso mese d’aprile, verrebbe sancito il diritto delle persone con disabilità a vivere la propria vita nel modo il più indipendente possibile: informandosi, partecipando attivamente alla vita sociale, dando spazio ai propri desideri, facendo le proprie scelte: “Dove vorrei vivere? A casa? In un istituto? In un appartamento protetto?”, “Chi vorrei si prendesse cura di me?”, “Vorrei continuare una formazione?”, “Che lavoro mi piacerebbe fare?”. Sono ancora troppo pochi i margini di manovra delle persone con disabilità, pochi gli spazi e i mezzi che permettono loro di prendere decisioni, grandi o piccole che siano.

E la comunicazione è un punto cruciale: solo una comunicazione inclusiva permette di esprimersi, di costruirsi un’opinione e scegliere. Certo, alcuni strumenti già esistono (basti pensare alla scrittura in lingua facile) e vengono utilizzati, ma non abbastanza e molto spesso è ancora la persona con disabilità che, in qualche modo, deve arrangiarsi e adattarsi.

È il caso delle persone sorde: per decenni costrette a rinunciare alla loro lingua madre, la lingua dei segni, poiché vietata negli istituti e nelle scuole. Con l’articolo 13 si riconosce ufficialmente la lingua italiana dei segni: una lingua sociale, espressione di una comunità che è minoranza culturale e linguistica. Il Canton Ticino sarebbe solo il terzo Cantone, dopo Ginevra e Zurigo, ad adottarla ufficialmente.

Passi avanti per i diritti delle persone con disabilità, anche se di strada, chi s’impegna in questa lotta, ne ha già fatta parecchia e sempre in salita. “Il punto non è ‘io che sono disabile’ ma cosa mi rende disabile” mi spiega Denise Carniel, che da vent’anni si batte con determinazione e passione. “Partiamo da qua, dal fatto che tutti possiamo avere più o meno disabilità. Basta un nulla: un incidente, una malattia, l’età che avanza…e allora capiamo che la disabilità non è la persona.” Ma è un messaggio che fatica a passare “A livello di principio, quando si dice che bisogna dar spazio ai diritti delle persone con disabilità, siamo tutti d’accordo. Il problema è dopo. C’è questo articolo, finalmente – nel 2022! – è davvero un bel progresso. E poi? Quando vado in giro con un’amica normodotata, capita che la gente le dica: ‘ma che brava che ti occupi di lei e la porti a spasso… Insomma, noi non possiamo avere amici, ma solo curanti. Ci vuole un cambiamento culturale che non può arrivare solo da questo articolo costituzionale o dalle sue leggi d’applicazione.”

Un impegno come società, che passa anche da decisioni condivise. Ma le persone con disabilità impegnate attivamente negli spazi di discussione sono, oggi, pochissime. “È importante fare rete” mi dice ancora Denise “bisogna andare oltre le divisioni, non oltre le diversità: io ruotata, tu bipede, lui che è sordo, lei che ha una disabilità cognitiva siamo tutti parte di una comunità. Abbiamo esigenze e percorsi qualche volta diversi, ma abbiamo pari diritti e questa diversità è un valore.”

E quando si parla di autodeterminazione si tocca un tema universale: Barbara Fontana-Lana, docente e ricercatrice al Dipartimento di pedagogia specializzata dell’Università di Friburgo, si occupa da tempo della partecipazione attiva alla cittadinanza e dell’esercizio dei diritti politici delle persone con disabilità cognitive. Con altri colleghi ricercatori ha redatto un manuale sulla formazione all’autodeterminazione per le persone con disabilità cognitive, che sarà presto disponibile anche in italiano. Ma cosa si intende con “autodeterminazione”? Non è “fare tutto da soli”: nessuno ci riesce, indipendentemente dalla disabilità. È anche qualcosa che si può perdere (ci sono situazioni in cui ciascuno di noi può non essere in grado di decidere). Ma la si può anche acquisire o recuperare imparando, per esempio, a sviluppare gli strumenti per diventare consapevoli dei propri desideri e del proprio benessere, per saper chiedere aiuto, per farsi un’opinione.

“Il nuovo articolo costituzionale è un buon punto di partenza” mi dice Barbara Fontana-Lana, “Lavorando e studiando le difficoltà che le persone con disabilità cognitive incontrano nell’informarsi e nel costruirsi un’opinione, abbiamo notato come siano per lo più soli: noi ascoltiamo la radio, la televisione, discutiamo con amici e colleghi. In questo modo, però, a loro arrivano informazioni poco o per nulla comprensibili. Spesso chiedono aiuto ai familiari, ma non sempre una mamma o un papà hanno le competenze per rispondere, non su ogni tema. Quindi è importante che sia l’informazione e il suo contenuto siano accessibili e comprensibili. Ma ci siamo anche accorti che tutte le problematiche da loro evidenziate – Dove vado a cercare le informazioni? Sono attendibili? Come faccio a capire se lo sono? – sono una lente d’ingrandimento di quello che in realtà riguarda tutti noi.” Uno spunto importante, tanto più oggi.