Quel generale senza volto

In Ucraina il gelo invernale potrebbe essere un’arma decisiva, come in passato nella storia russa 

Dopo il fallimento consumato dai suoi generali in una guerra che sarebbe dovuta durare tre giorni e che puntava su Kiev, Vladimir Putin si affida ora a quel condottiero senza volto a cui è legata parte della memoria bellica della Russia zarista dapprima e dell’Unione Sovietica poi. Il generale inverno fa oggi  la sua apparizione con le prime nevi: lo preannunciano i fitti bombardamenti alle installazioni civili e alle centrali elettriche. 

Nella guerra asimmetrica agli ucraini non è consentita una rappresaglia in territorio russo, e la loro strenue difesa entra ora in una delle fasi più difficili. Le temperature invernali in quelle “Terre di sangue” (proprio in questi giorni a Kiev si ricorda l’Holodomor, lo sterminio staliniano per fame del 1932-33) possono scendere molto al di sotto dello zero. L’atroce strategia consiste nel condannare la popolazione al gelo.

Con l’assedio a Leningrado  (il più lungo dopo quello serbo a Sarajevo dal 1992 al 1996) iniziato nel settembre del 1941, Hitler tentò di sterminare per freddo e fame la popolazione, ma malgrado il più duro inverno della storia e inenarrabili sofferenze, l’ex e futura San Pietroburgo non si piegò. Nell’immaginario patriottico russo, l’inverno è un alleato  imbattibile o quasi. Ne fece le spese proprio  l’Operazione Barbarossa lanciata il 22 giugno del ’41 dai nazisti: quello che doveva essere un Blitzkrieg si rivelò un decisivo rovescio per la Wehrmacht (e le truppe italiane alleate) decimata dalle glaciali temperature durante l’assedio di Mosca, falcidiata e in rotta poi nella battaglia di Stalingrado conclusasi nel febbraio del ’43. 

Non vi è unicamente  la retorica patriottarda, ma vi sono pure  la Storia fattuale e il maggior romanzo storico dell’800, Guerra e Pace, a ricordarci  l’antecedente più celebre, che si concluse più di un secolo prima con la “berezina” delle truppe napoleoniche quando la “Signora in Nero” si presentò anticipatamente nel tardo autunno portandosi via centinaia di migliaia di soldati francesi. Fu ben più lei che non Alessandro I Romanov a cacciare l’invasore. 

Nella testa di Putin si palesano anche altri “gloriosi” momenti, come la guerra (non a caso battezzata “guerra d’inverno”) che in base al trattato germano-sovietico, Stalin dichiarò alla Finlandia nel 1939. La neve, il gelo, le bufere di ghiaccio alleati di bombe, missili e cannoni per una nuova offensiva in una  fase in cui  lo Zar sta perdendo terreno (in marzo occupava il 25% dell’Ucraina, oggi il 15%). 

Molti ucraini hanno fatto scorte di candele, acqua, cibo, si sono muniti di generatori. Il paese entra nella morsa del freddo e anche se ogni tanto al fronte vi è  un po’ di bonaccia, non ci si fanno illusioni: la tempesta di bombe si scatenerà di nuovo. A loro, ai civili, il coraggio non manca. Come non manca a Olga Tsukanova e al “Consiglio delle madri e mogli russe” che alzano la voce, in un oceano di silenzio, per attaccare pubblicamente l’autocrate a cui sembra sempre formicolare nelle mani un’insaziabile volontà di distruggere.

Leonardo Tricarico, generale e analista strategico, prevede un inverno di grande sofferenza per gli ucraini, ma esclude una loro resa: malgrado il freddo non alzeranno bandiera bianca. Forse anche  perché la Storia  ci ricorda che se è vero che infligge dolore agli innocenti, è altrettanto vero che quel condottiero senza volto tende a punire in modo pesante, se non definitivo, l’aggressore.

Scritto per “laRegione”
Nell’immagine: l’Ucraina al buio, vista dal sistema LAADS della NASA


Lula e le 50 sfumature di nero

In Ucraina il gelo invernale potrebbe essere un’arma decisiva, come in passato nella storia russa 

Ce l’ha fatta, anche se solo per il rotto della cuffia. Luiz Inácio Lula da Silva vince, superando sul filo di lana Jair Bolsonaro e sono in molti, nei quattro angoli della terra, a tirare un grande sospiro di sollievo. Che nelle urne del Brasile si giocasse in parte il nostro futuro, lo si è ripetuto più volte: la devastazione dell’Amazzonia, che concentra un quinto della biodiversità globale, ha conosciuto negli ultimi anni una micidiale accelerazione. Deforestazione massiccia (cancellata sotto Bolsonaro una superficie paragonabile a quella della Svizzera), ecocidio su vasta scala oltre alle violazioni dei diritti umani, e dilagante sopraffazione politica e sociale. 

Dopo il Messico (Obrador), il Cile (Boric) il Perù (Castillo) o la Colombia (Petro), il Brasile conferma così il trend continentale favorevole al centrosinistra.  Eppure, se l’esito delle presidenziali non può che rallegrarci per i suoi risvolti ambientali e sociali, il margine risicato della vittoria di Lula solleva non poche inquietudini. Come è possibile che la metà dei brasiliani abbia sostenuto un personaggio tanto pernicioso? Si può snidare qualche  spiegazione nella corruzione che aveva contrassegnato i due mandati di Lula (lo scandalo delle tangenti Petrobras che lo ha coinvolto, mandandolo per 590 giorni dietro le sbarre, prima della scarcerazione per vizio di forma) e sulla quale ha imbastito  la sua campagna Bolsonaro; si può pure certamente ricordare il ruolo crescente delle correnti religiose pentecostali ultraconservatrici che hanno creato reti sociali nelle comunità più povere e di fronte alle quali il presidente uscente si è presentato come l’incarnazione del bene contro “il diavolo che avrebbe chiuso tutte le Chiese”. Non a caso Bolsonaro si era fatto ribattezzare in una cerimonia ben pubblicizzata nelle acque del Giordano, in Israele.  Si può infine sottolineare il peso delle lobby dell’agrobusiness. 

Tutto giusto. Ma non basta. Perché gli elettori hanno avuto il tempo sia di confrontarsi con la personalità del presidente-candidato di estrema destra, sia di verificare l’impatto devastante della sua politica. Razzista, sessista, adepto del culto della violenza, negazionista sull’ambiente, amico e ammiratore dei peggiori nemici della democrazia, da Vladimir Putin a Donald Trump. La sua coalizione conta oggi più deputati al Congresso di quella del neoeletto presidente. 

Ogni fenomeno storico è unico, non si ripete tale e quale. Filologicamente dunque il fascismo, di cui tanto si parla di questi tempi, è morto e sepolto. Ma come scriveva il grande studioso Zeev Sternhell, ritroviamo una sua continuità nei movimenti di estrema destra che promuovono un nazionalismo esacerbato, una visione tribale della nazione, un disprezzo per il liberalismo e il marxismo, la negazione dei valori ereditati dalla Rivoluzione Francese. 

Bertold Brecht sosteneva che “il ventre dove è nata la bestia immonda è sempre fecondo”. Verosimilmente facilitata dalla comunicazione immediata, lapidaria e brutale dei social, ma pure dalla crisi delle democrazie liberali, l’estrema destra con tutte le sue sfumature, dall’Italia alla Svezia, dagli Stati Uniti alla Russia (il putinismo è erede del fascismo panslavista) sta conquistando un solido spazio ideologico globale che la vittoria di Lula in Brasile – come precedentemente di Macron in Francia (contro Marine Le Pen) – non deve farci dimenticare. 

Scritto per “laRegione”


Come finirà la guerra?

In Ucraina il gelo invernale potrebbe essere un’arma decisiva, come in passato nella storia russa 

Nel Nuovo Testamento Armageddon indica il luogo dello scontro tra i re malvagi, alleati del Diavolo (la Bestia) e Dio. La guerra tra il bene e i male, associata all’Apocalisse stessa- il libro in cui viene fatto riferimento a questo termine ebraico che indica forse la località di Tel Megiddo, nei pressi di Nazareth – assume oggi la connotazione del cataclisma globale, definitivo. Senza possibilità di redenzione e di salvezza. 

Teatro della spaventosa e incontrollabile resa dei conti potrebbe essere il cuore dell’Europa, ha ammonito Joe Biden. Anche se la Casa Bianca si è affrettata a correggere il tiro, l’orribile scenario distopico paventato dal presidente americano è ormai ficcato nelle nostre menti. Si staglia all’orizzonte l’immagine terrificante del fungo atomico. L’esito del conflitto ucraino rimane una grande incognita anche perché le positive notizie dal fronte, con gli ucraini che stanno riconquistando terreno e con gli invasori in grande difficoltà anche per le azioni di sabotaggio, come quella recente del ponte di Kerch (verosimilmente) condotta dalla resistenza partigiana, non fanno che alimentare i timori di una mossa disperata e scellerata da parte di Vladimir Putin. 

L’autocrate con le spalle al muro pronto addirittura, come ha lasciato intendere, a sganciare bombe nucleari? Molto improbabile ci dice in un lungo articolo (“How does the Russo-Ukrainian war end?”) Timothy Snyder, professore a Yale, il maggior storico vivente specializzato nell’Europa dell’est. Leggendo il suo blog (su Substack) possiamo tirare un piccolo e cauto sospiro di sollievo: nessuna certezza, ma un’analisi molto circostanziata che ci spiega perché l’Armageddon è uno scenario (quasi) inverosimile. In estrema sintesi: Putin sta perdendo la guerra convenzionale ed estrae dal cilindro la minaccia nucleare sperando che questo induca l’Occidente a cessare i rifornimenti militari a Kiev. 

Una prospettiva che anche in passato nessuna potenza imperiale (Usa in Vietnam o Urss-Russia in Afghanistan) ha mai messo in atto dal 1945 anche quando sapeva di perdere la guerra. Un attacco tattico contaminerebbe le stesse zone annesse e gli stessi soldati russi, mal equipaggiati anche per un conflitto convenzionale. Spostate nei territori conquistati le batterie di missili tattici atomici sarebbero bersaglio delle truppe di Kiev che hanno ormai a disposizione armi a media-lunga gittata. 

Altre ragioni alimentano lo scenario prospettato da Snyder, tra cui naturalmente la deterrenza nucleare americana e il crescente dissenso interno in Russia: la mobilitazione dei riservisti ha smascherato la propaganda; la realtà non è più quella diffusa dalla televisione di Stato, è ormai sotto casa. Assecondare il ricatto nucleare – conclude lo storico – non porrebbe comunque fine alla guerra convenzionale, e farebbe da apripista alle mire di altre potenze atomiche alimentando la proliferazione nucleare. 

Le guerre iniziano e finiscono con la politica – leggiamo – e gli “orrendi crimini russi” cesseranno quando verrà alterata la realtà politica a Mosca. Secondo lo studioso questo processo sarebbe già in atto. Ma affinché la speranza si tramuti in realtà – aggiungiamo noi – l’antagonista indiretto, gli Stati Uniti, dovrebbe finalmente assumere, oltre a quella bellica, una leadership di pace all’altezza del suo ruolo, che non si limiti alla mera rivendicazione di uno statu quo ante 2014 quando Mosca invase la Crimea e ancor più subdolamente il Donbass. 

Scritto per “laRegione”
Nell’immagine: una stima degli effetti (zone distrutte e aree colpite dal fallout) di un bombardamento nucleare delle principali città europee


Putin, un “rascista”?

In Ucraina il gelo invernale potrebbe essere un’arma decisiva, come in passato nella storia russa 

Qual è la natura del regime putiniano? Interrogativo all’origine di numerose recenti pubblicazioni tra cui quella, ottima, (Nella testa di Putin, edizioni E/O 2022) dello studioso francese Michel Eltchaninoff , caporedattore di “Philosophie Magazine” e profondo conoscitore della storia del pensiero russo [e di cui Naufraghi/e ha già scritto]. Eltchaninoff ci porta indietro nella storia per identificare nella guerra di Crimea del 1856, in cui l’impero zarista fu sconfitto da francesi, inglesi e ottomani, la nascita di un revanscismo slavofilo radicale di cui l’attuale regime moscovita è l’incarnazione e di cui numerosi intellettuali sono stati interpreti. Sono gli stessi autori a cui fa riferimento il pensiero putiniano e che si iscrivono in una corrente ideologica chiaramente situata nel solco della tradizione dell’estrema destra. 

Di Alexander Dugin si è già detto e scritto molto: ideologo bellicista, fondatore all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso del partito nazional-bolscevico dal vessillo rosso-bianco-nero che ricorda quello nazista. Dugin è uno dei più ferventi teorici della “terza Roma” (cronologicamente dopo Roma e Costantinopoli): Mosca come capitale di un impero senza pari, di stirpe slava e religione cristiano-ortodossa. Ancor più influente sul presidente russo, il pensiero di Ivan Il’in (1883-1954), ammaliato dal fascismo mussoliniano, impregnato di quell’anti-bolscevismo che ritroviamo in particolare nel celebre discorso in cui Putin, assolvendo Stalin, aveva addossato a Lenin la responsabilità storica della crisi ucraina. 

Putin non ha mai nascosto di esser attratto da questo filosofo dalle malcelate simpatie per il nazismo. In un discorso tenuto nel 2006 lo aveva citato per celebrare il ruolo dei militari come rappresentanti dello spirito e della volontà del popolo russo. Il panslavismo a trazione russa è pure al centro delle teorie di Nicola Danilevski, filosofo dell’800, sepolto in Crimea, forse il più presente nella testa di Putin, particolarmente importante perché già fortemente schierato contro quell’occidentalizzazione della Russia avviata in particolare dallo zar Pietro il Grande a cavallo del ‘700. In lui troviamo forse la matrice ideologica più forte del revanscismo russo. 

Bugie e ideologia 

La storia recente, che a volte la quantità di notizie di cui siamo quotidiano bersaglio ci induce a rimuovere, è contrassegnata da una lunga serie di menzogne da parte del Cremlino. Non è certamente l’unico fabbricante di fake news (basti ricordare quelle delle Casa Bianca che portarono all’attacco americano all’Iraq nel 2003) ma diciamo che ne è oggi uno dei principali promotori, in casa e all’estero. 

Sergej Lavrov, ministro degli esteri, proprio alla vigilia dell’aggressione all’Ucraina aveva tacciato di “isteria occidentale” le notizie diffuse dagli americani sull’imminente invasione. Artefice di ben quattro interventi militari (in Cecenia dal 1999 per ben dieci anni, in Georgia nel 2008, in Siria nel 2015, nel Nagorno-Karabakh nel 2020) senza contare la presenza per interposte milizie Wagner in Libia (dal 2016), Vladimir Putin si è mostrato spietato quanto propenso ad avere un rapporto molto disinvolto con la verità. Tre giorni prima di scatenare l’intervento in Siria il presidente aveva garantito all’intervistatore della rete televisiva Cbs che “la Russia non parteciperà ad alcuna operazione militare in territorio siriano”. Quanto alla spietatezza, basterebbe osservare le immagini di devastazione di Homs o Aleppo, dove le forze aeree russe presero di mira volontariamente anche gli ospedali. 

Alla menzogna come arma di guerra se ne affianca un’altra, altrettanto antica: la manipolazione sistematica della storia. L’Ucraina viene presentata come una semplice appendice della Russia sorta dalla “Rus di Kiev”, Stato embrionale in realtà creato dai Vichinghi nel IX sec. e che può essere considerato la culla di diverse nazioni slave, dall’Ucraina, alla Russia, dalla Polonia all’Estonia. Cancellando le specificità storiche ucraine (fino al XVII sec. e soprattutto fino all’annessione da parte di Caterina II un secolo più tardi, le due entità, Russia e Ucraina, hanno avuto percorsi separati) Putin non fa altro che riprendere l’ideologia “euroasiatica” (Il’in, Dugin o il linguista Nikolaj Trubeckoj fautore dell’abbandono da parte degli ucraini della loro lingua) che si prefiggeva di creare l’unità di una stirpe con una cultura ben superiore a quella di un Occidente decadente. 

Il significato di “rascismo” 

Rascismo, ruscismo: inutile cercare sulle pagine italiane di Wikipedia. Non troverete nulla. Ma il neologismo è già presente in Wikipedia in una trentina di lingue (tra cui l’inglese “raschism”) ed è una contrazione tra Russia e fascismo. E rimanda pure al termine “razzismo”. Insomma, un condensato che riassumerebbe l’ideologia putiniana. Pare sia stato coniato durante la prima devastante guerra in Cecenia nel 1995 e stando a diverse fonti, tra cui l’autorevole storico di Yale Timothy Snyder, esperto dell’Europa orientale (e autore del notevole “Terre di sangue” pubblicato a Rizzoli), usato ormai anche in ambienti accademici. 

Il nuovo fascismo russo (che ha dunque una robusta matrice intellettuale nella storia del paese) condensa alcune caratteristiche classiche dell’ideologia dell’estrema destra: culto dell’uomo forte e visione virile della supremazia culturale, concezione razziale (slavismo nel quadro dell’impero euro asiatico), primato assoluto di una nazione etnicamente omogenea, mancanza di democrazia, celebrazione di un passato immaginario, espansionismo militare e glorificazione della violenza e della forza (Putin che non manca di celebrare con fierezza  il nuovo missile balistico Sarmat “capace colpire i poli nord e sud”, o quello ipersonico Kinjal).

La studiosa della Sorbona Anna Colin Lebedev, citata nel fascicolo di Le Monde “Ukraine, histoire d’une émancipation” spiega che “rascismo” sarebbe di fatto un qualificativo “reattivo” che gli ucraini contrappongono alle accuse di nazismo mosse dal Cremlino per giustificare l’aggressione e i suoi tentativi di annessione (verosimilmente di gran parte se non di tutta l’Ucraina). Il termine è dunque già molto usato dalla popolazione ucraina (l’altro, ancor più diffuso per indicare gli invasori, è “orchi”) e riflette pure quanto in sostanza denunciano o hanno denunciato diversi oppositori russi. A cominciare da Boris Nemtsov (assassinato nel 2015 davanti al Cremlino) che stigmatizzava l’odio e la violenza della politica putiniana, o dell’architetto della Perestroika gorbacioviana Alexander Yakovlev secondo cui il “pericolo del fascismo in Russia è reale”. 

Una realtà che in molti si ostinano a non vedere 

Il dibattito approfondito sul fascismo ha anche il merito di smascherare i grossolani sfondoni e gli abbagli di alcune teste d’uovo che imperversano alle nostre latitudini. Ci sono i vari Alessandro Orsini (secondo cui la Russia avrebbe sventrato l’Ucraina in una guerra lampo) o giornalisti che discettano in poltrona per dirci che Bucha fu manipolazione e non massacro (tal Toni Capuozzo) uniti nel loro malcelato putinismo e nella palese insensibilità per la popolazione del paese aggredito. Ma non ci sono solo commentatori da operetta: pontificano pure eminenti baroni del pensiero accademico che uscendo dal loro campo di competenze si avventurano, inciampando, in una realtà complessa che non conoscono. 

Luciano Canfora (eminente filologo professore all’Università di Bari, dove insegnano pure moglie, figlia, figlio e nuora) sottolineava il 17 febbraio “la volontà di pace del governo Russo”. Stalinista nostalgico, Canfora aveva già preso in passato diversi granchi (sempre a difesa di Mosca), evidenziando singolari lacune sulla storia contemporanea, affermando ad esempio che l’intervento sovietico in Afghanistan mirava a difendere il governo comunista eletto democraticamente (in realtà vi furono, in due anni, tre successivi colpi di Stato che fecero migliaia di morti). 

Pure il grande medievista Franco Cardini, regolarmente interpellato dai media, vede il nazismo dove non c’è (Ucraina) e nella sua ricostruzione storica dei rapporti tra Mosca e Kiev dimentica di citare i massacri staliniani e Holodomor, la micidiale carestia nella quale perirono almeno 3 milioni di persone. Anche lui sottovaluta i massacri di massa compiuti da Stalin. Leon Trotsky già nel 1939 (“La questione ucraina”, citato in “Ukraine, histoire d’une émancipation”) sosteneva che “senza Stalin non ci sarebbe stato Hitler. E senza lo stupro dell’Ucraina sovietica da parte della burocrazia staliniana non ci sarebbe stata politica hitleriana in Ucraina”. 

“Putin è in gran parte affidabile” ha scritto Cardini, che uscendo dal suo Medioevo per avventurarsi nella storia più recente, aveva già registrato negli anni qualche tonfo complottista. Il suo passato politico nelle file della destra estrema (Msi, il Movimento sociale italiano, ma anche la filo nazista “Jeune Europe”) ci aiuta forse a spiegare una certa ostilità per le democrazie  così come l’attrazione per i modelli autoritari, anche i peggiori. 

A destra come a sinistra, complice anche lo sfilacciamento sociale e ideologico della nostra modernità liquida, la concezione di un potere sovranista e militaresco ha indubbiamente i suoi estimatori. E’ tuttavia probabile che i pesanti rovesci subiti negli ultimi giorni dall’esercito russo possano contribuire a far cadere molte certezze e a far nascere soprattutto in patria una bozza di dibattito sul “rascismo” , questo neofascismo molto insidioso, di cui il Cremlino è l’incarnazione ma di cui anche i russi , e non solo gli ucraini, sono e saranno sempre di più vittime. 

Scritto per laRegione


Putin: troppo piccolo per il Grande Gioco

In Ucraina il gelo invernale potrebbe essere un’arma decisiva, come in passato nella storia russa 

Il summit della “Sco” di Samarcanda, la città di Alessandro Magno, il gioiello della Persia Sasanide, la grande capitale da cui Tamerlano estese il suo impero turco-mongolo timuride fino a India e Anatolia, avrebbe dovuto segnare la nascita di un nuovo ordine mondiale, in contrapposizione a quello dominato dall’Occidente. I simboli contano e la capitale uzbeka ricorda, con i suoi splendori, le glorie e la potenza passate quando era l’ombelico del mondo.   

I paesi aderenti alla Sco, acronimo che sta per Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, rappresentano quasi la metà della popolazione mondiale e un quinto del Pil globale. Cina, Russia, gli Stati euroasiatici dell’ex Urss, India e Pakistan oltre alla new entry Iran costituiscono un potenziale in forte crescita, speculare all’area capitalistica democratica destinata inevitabilmente a veder ridotto, malgrado diverse ri-localizzazioni industriali in atto, il proprio peso specifico. 

Eclissata dal circo mediatico inscenato attorno alla morte della regina Elisabetta II, la riunione ha segnato, al di là delle dichiarazioni di prammatica, una forte rimessa in discussione della Russia. Vladimir Putin ha dovuto chinare il capo di fronte ai rimproveri del cinico Erdogan (giunto come osservatore) da tempo con il piede in due staffe: “il conflitto deve finire al più presto”. Ancor più severa la mazzolata di Narendra Modi, premier di un paese, l’India, da sempre alleato di Mosca: “non è l’ora della guerra, è tempo di sicurezza energetica, cibo, fertilizzanti. Ciò che tiene assieme il mondo sono il dialogo, la diplomazia, la democrazia”. Vere e proprie bastonate sul capo di Vladimir Putin, ben meno spavaldo del solito. 

Anche XI Jinping è indispettito: lo fa capire riservando all’amico Vladimir solo qualche minuto di tête-à-tête e rifiutandosi di fornirgli armamenti. Non è ancora giunta l’ora del divorzio, ma all’orizzonte si stanno ammassando nubi. La guerra di Putin destabilizza il commercio (malgrado un aumento notevole ma momentaneo dell’interscambio con la Cina), la nuova via della Seta, con l’accordo di 15 miliardi tra Pechino e l’Uzbekistan rischia di insabbiarsi, Tagikistan e Kirghizistan sono dipendenti per oltre un terzo del Pil dalle rimesse dei lavoratori in Russia, i kazaki sono inquieti: la quasi totalità del loro petrolio passa per il terminale russo di Novorossijsk. 

Peggio ancora: la guerra in ucraina con la serie di pesanti rovesci subiti dagli invasori, sta riaprendo le antiche ferite nella galassia dell’ex Unione Sovietica. Al mai sopito conflitto tra Armenia e Azerbaijan, si aggiunge ora quello tra Kirghizistan e Tagikistan, una guerra allo stato larvale nella quale si contano già decine di morti. 

Il nuovo ordine mondiale nasce nel disordine creato da Mosca, con un Putin stizzito e ancor più pericoloso: i bombardamenti sistematici di obiettivi civili, di una diga e quattro centrali elettriche, tradiscono la rabbia per il palese smacco militare. Washington mette in guardia Mosca: il ricorso ad armi non convenzionali (chimiche e nucleari tattiche) scatenerebbe una reazione americana. 

Come dire che una guerra globale è dietro l’angolo. L’avventurismo russo è forse arrivato al capolinea. Comunque vada Putin ha già perso credibilità anche agli occhi dei suoi alleati. Un incarognito Napoleone da operetta, un presidente certamente troppo piccolo nel Grande Gioco delle relazioni internazionali. 

Scritto per La Regione
Nell’immagine: un fotogramma da “I due orfanelli” di Mario Mattòli (1947)


La mente e il terrore

In Ucraina il gelo invernale potrebbe essere un’arma decisiva, come in passato nella storia russa 

Si apre oggi senza l’imputato, senza veri complici e senza molta chiarezza sul movente, il processo di Parigi per il maggior attentato mai commesso da un solo individuo in un paese occidentale.

L’autore della strage, il 31enne tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlel venne ucciso dalle forze di polizia mentre sul suo camion di 19 tonnellate aveva già percorso quasi due chilometri lasciando sulla “Promenade des Anglais” di Nizza una scia di 86 morti. Il rapporto della scena del crimine è un’infinita lista di brandelli di corpi, di scatole craniche fracassate, di biberon, carrozzine schiacciate.

A due mesi dalla chiusura del processo per la carneficina del Bataclan, la Francia rivive quello che il quotidiano Le Monde definisce “un oceano di dolore” per il massacro compiuto l’anno successivo, era il 2016, proprio al termine dei fuochi d’artificio per la festa nazionale del 14 luglio.

Per alcuni aspetti, con tutte le debite proporzioni e le dovute cautele, i dibattimenti alla corte d’assise del Palais de Justice ricorderanno i contorni delle questioni che si sono poste alla Corte del Tribunale penale federale di Bellinzona nel processo appena conclusosi a carico della 29enne che accoltellò due donne alla Manor di Lugano nel novembre di due anni fa: il dilemma che pone il rapporto, a volte estremamente problematico da decriptare, tra terrorismo e salute mentale, tra radicalizzazione religiosa e turbe psichiche, tra psicopatologia e violenza ideologica.

L’autore della strage di Nizza (così come gli otto accusati presenti in aula, non considerati complici, ma che dovranno rispondere di reati minori) non era radicalizzato. Solo negli ultimi giorni aveva iniziato ad ascoltare delle sure del Corano, visionato filmati di esecuzioni capitali e attentati jihadisti, letto sul web numerosi comunicati dell’Isis. Lo stesso Stato Islamico, a 36 ore dalla strage di Nizza, ne aveva rivendicato la matrice, ma come nel caso dell’attentato di un mese prima al locale gay di Orlando da parte di un giovane americano d’origine afghana che fece 49 morti, gli inquirenti considerano si tratti di puro opportunismo.

Che il profilo di Mohamed Lahouaiej Bouhlel fosse più vicino a quello di uno psicopatico, una personalità disturbata perversa e sadica, che a quello di un militante islamista appare evidente dagli atti dell’inchiesta. La sua è un storia di violenza e disagio mentale: due tentativi di suicidio da adolescente, un tentativo di autocastrazione, violenze contro la moglie sulla quale dopo averla picchiata urinava, ripetuti problemi di alcol e violenza. Nella cabina del camion oltre a una pistola semiautomatica con cui aveva aperto il fuoco, 4 fucili e granate di plastica sui quali non si riescono a fornire spiegazioni. “Non era né credente, né praticante e mangiava carne di maiale” ricordano i conoscenti. Si può dunque considerare Bouhlel un lupo solitario “soldato del Califfato”, convertitosi all’ultimo minuto nel suo odio anti-occidentale, come pretende l’Isis?

È molto probabile che i 3 mesi e mezzo del mega processo (865 persone costituitesi parte civile, oltre 250 testimoni) non forniranno una risposta definitiva. Anche perché l’estremismo islamista ben si concilia con quelle turbe mentali nelle quali l’individuo disadattato cerca al tempo stesso una radicale sedizione contro l’ordine costituito, e un nuovo ordine superiore nel quale trovare conforto. È questa una delle maggiori insidie del terrorismo religioso.

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: Nizza, la quiete prima della tragedia


Amnesty nella bufera

In Ucraina il gelo invernale potrebbe essere un’arma decisiva, come in passato nella storia russa 

Finire nelle torbide acque delle manipolazioni, disinformazione, polemiche, non è una novità per Amnesty International. Che sia Israele con i palestinesi, Cuba con i dissidenti, L’Arabia Saudita, l’Iran o  la Cina con la sventagliata di esecuzioni capitali, la Siria con gli oppositori seviziati o le torture con le quali le forze di occupazione americane hanno trasformato la prigione irachena di Abu Graib in un luna park dell’orrore, i rapporti di Amnesty vengono sistematicamente respinti al mittente. 

La forza dell’Ong, che nei 60 anni di vita si è conquistata un’indubbia credibilità internazionale,  si nutre della propria indipendenza ed è  speculare alle critiche di governi e regimi: AI non guarda in faccia a nessuno. Ciò non significa che a volte non possa prendere qualche pericolosa cantonata.

 L’abbaglio, secondo molti critici, è contenuto nel rapporto, presentato a fine luglio, in cui AI punta il dito contro le forze ucraine che metterebbero in pericolo la popolazione civile. In estrema sintesi: nelle regioni di Kharkiv, del Donbass o di Mykolaiv, l’esercito di Kiev avrebbe violato il diritto umanitario internazionale installando, in 19 villaggi e città,  proprie strutture e unità in edifici civili, ospedali, scuole. Il rapporto si basa su testimonianze dirette, rilevamenti  degli inquirenti, immagini satellitari. Amnesty sostiene che ci sarebbero state alternative (spostando le installazioni a qualche chilometro, sulla linea del fronte). 

Mosca applaude suscitando un tripudio di ola tra la sua eccitata tifoseria. AI si schermisce, replica e precisa: “nulla giustifica le violazioni russe. La Russia è l’unica responsabile delle violazioni commesse contro i civili ucraini”. Ma ciò non basta: Kiev respinge con indignazione, il presidente Zelensky calca la mano “Amnesty riprende la narrazione dell’aggressore”. L’Ong viene travolta da critiche ma anche da dissenso interno e dimissioni: sbatte la porta la presidente della sezione ucraina ma pure , dopo 60 anni di incessante attivismo, il  co-fondatore Per Wästberg, autorevole accademico svedese membro del comitato per il Nobel della Pace. 

Alcuni giornalisti presenti sul terreno (in Italia Tinazzi e Cremonesi) smentiscono AI e raccontano quanto hanno potuto vedere coi loro occhi: gli ucraini hanno fatto di tutto per proteggere i civili, sfollandoli dalle aree pericolose; le scuole erano comunque chiuse; per proteggere le città, a loro giudizio era impossibile avanzare sulla linea del fronte dove i militari si sarebbero fatti massacrare. Il vice-ministro della difesa ucraino precisa: per difendere le città e i suoi civili  la contraerea deve essere operativa nelle aree urbane. 

L’analisi dell’Institute for war and peace reporting (IWPR) entra nello specifico strategico e giuridico: il rapporto di Amnesty ha una grande pecca, non considera che questa  guerra è asimmetrica, il diritto internazionale umanitario deve tener conto di come ci si può muovere di fronte a un’aggressione unilaterale. AI ha regolarmente dimostrato di essere al di sopra di ogni sospetto. Ma può ovviamente sbagliare. 

Di fronte a un crimine russo paragonabile alla spartizione della Polonia tra Stalin e Hitler (Noam Chomsky), con massacri, stupri saccheggi, è opportuno indagare anche sugli aggrediti? Risposta a nostro giudizio affermativa, ma con la consapevolezza che errori anche importanti  possono  essere stati commessi. Sarà ora un panel esterno indipendente, incaricato dalla stessa Amnesty International, a tentare di dissipare gli innumerevoli dubbi. 

Nell’immagine: la valutazione interna del rapporto sull’Ucraina nel sito di Amnesty International Svizzera 


L’Ucraina e le ambiguità del Papa

In Ucraina il gelo invernale potrebbe essere un’arma decisiva, come in passato nella storia russa 

Questa, finalmente, dovrebbe essere la volta buona. Agende alla mano, il Papa e gli ospiti che ha ricevuto in questi ultimi giorni hanno impresso una svolta alla tanto attesa missione del Pontefice in Ucraina e forse pure a un successivo incontro con Vladimir Putin. Appare ormai certo che il Papa si recherà a Nur-Sultan, la capitale del Kazakistan, tra il 13 e il 15 settembre prossimi, cogliendo l’occasione che gli offrirà il summit mondiale dei leader religiosi per incontrare il controverso Kirill (Cirillo I) Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. La vista a Kiev dovrebbe svolgersi prima, come discusso l’altro giorno con l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede.

Un incontro con il presidente russo è ancora a livello di ipotesi, ma Jorge Maria Bergoglio pare ora molto deciso ad assumere un ruolo proattivo. Le diverse dichiarazioni e prese di posizione sul conflitto hanno in effetti suscitato non poche perplessità se non addirittura critiche in particolare nella Chiesa uniate, quella cattolica di rito orientale. Se la condanna generica della guerra da parte del Vescovo di Roma può essere considerata lapalissiana, meno scontato il fatto che il Papa argentino non abbia mai citato per nome l’uomo che ha scatenato l’aggressione contro l’Ucraina lo scorso 24 febbraio. In un’intervista al Corriere della Sera a inizio maggio aveva preferito denunciare le forze (Nato) che avrebbero secondo lui “abbaiato alle porte della Russia”.

Affermazioni che alcuni hanno ricondotto a quell’humus antiyankee che prevale nel mondo latino-americano. L’improvvida dichiarazione ha portato non pochi ad interrogarsi sulla reale posizione del Papa che sembrava non voler distinguere tra aggressori e aggrediti. Nella stessa intervista Papa Bergoglio ammetteva di non aver risposta all’interrogativo se fosse giusto fornire armi a Kiev per difendersi dall’invasione russa. Dubbi e ondeggiamenti non nuovi e che riflettono anche la complessità nella quale la minaccia nucleare (i russi lo hanno capito bene, sia con le ripetute minacce verbali sia nei fatti occupando e – pare – minando la centrale atomica di Zaporizhzhia) ha portato la millenaria riflessione della Chiesa sulle “guerre giuste”, quelle in sostanza di legittima difesa o che non conducano a mali peggiori di quelli che si vogliono eliminare. 

Contrario all’ipotesi di un intervento occidentale contro Bashar Assad nel 2013, favorevole alla guerra contro l’Isis l’anno successivo, Papa Francesco ha affidato a “La Civiltà Cattolica” riflessioni che rispondono alle perplessità suscitate da posizioni di equidistanza dagli accenti pilateschi. Un mese dopo l’intervista al Corriere della Sera ha così stigmatizzato “la ferocia e la brutalità con la quale la guerra è condotta dai mercenari russi, ceceni e siriani” mentre “l’aggressione è crudele e insensata”. Si è verosimilmente fatta sentire l’influenza del Cardinale elvetico Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, che non le ha mandate e a dire al Patriarca russo, tacciandolo di eretico nel suo voler legittimare la brutale guerra. In una successiva videoconferenza Bergoglio, sorprendendo un po’ tutti, ha così ammonito Kirill chiedendogli di non diventare il chierichetto di Putin. 

“Quante divisioni ha il Papa?” aveva chiesto retoricamente Stalin a Yalta. Quasi 80 anni più tardi, l’interrogativo sul reale peso del Vaticano nello scacchiere mondiale rimane inalterato. La credibilità morale della Chiesa cattolica necessitava comunque di un forte chiarimento per porre fine a un’ambiguità considerata, come minimo, incoerente. 

Scritto per laRegione
Nell’immagine: il papa in Messico. In Ucraina che cappello si metterà?


Afghanistan: un anno coi mullah

In Ucraina il gelo invernale potrebbe essere un’arma decisiva, come in passato nella storia russa 

I talebani avevano fissato all’11 settembre del 2021 la data dell’insediamento del loro governo. Una palese provocazione, un truce sberleffo politico che aveva siglato la fine del ventennio americano e l’inizio di una nuova era, molto simile nelle intenzioni a quella apertasi nel 1996 e interrotta cinque anni più tardi dai bombardamenti americani. Un anno dopo, Joe Biden sembra aver voluto prendersi una rivincita altamente simbolica, celebrando con due missili l’anniversario della presa del potere degli “studenti coranici”.

Nella sala dei trofei della Casa Bianca, accanto a quelli di Osama Bin Laden (Barack Obama) del capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi (Donald Trump) il presidente può ora esibire il volto del settantunenne egiziano Ayman al-Zawahiri e rivendicare il merito della sua eliminazione. Il “most wanted” al mondo, forse l’uomo che più di tutti ha impersonato la storia recente dell’islamismo radicale e del terrorismo jihadista è stato ucciso (pare) da due razzi aria-terra, senza carica esplosiva ma con delle lame che si aprono in prossimità del bersaglio, mentre si trovava sul balcone di uno stabile abitativo in pieno centro di Kabul, nel quartiere di Sharpur dove vi è un’alta concentrazione di dignitari del regime.

Il ricorso a missili del tipo R9x “Ninja” (già utilizzati in Siria contro l’Isis) mirava apparentemente a non creare quei danni collaterali che hanno in parte contribuito ad alienare presso parte della popolazione non poche simpatie per la presenza militare statunitense. Operazione che secondo diverse fonti è stato preparata a lungo (due mesi) e gestita dalla Cia e non dal Pentagono (che era contrario al ritiro delle truppe dall’Afghanistan).

Al-Zawahiri è innanzitutto il fondatore di Al Qaeda assieme a Osama Bin Laden: l’organizzazione terroristica nacque proprio in Afghanistan durante l’occupazione sovietica. La lotta agli infedeli che avevano osato metter piede in terra musulmana (Dar al-Islam) aveva attirato numerosi jihadisti dal mondo arabo. Influenzato spiritualmente da Sayyed Qutb, il leader dei Fratelli Musulmani giustiziato nel 1966 dal presidente egiziano Gamal Abd al-Nasser, al-Zawahiri è stato il teorico di riferimento del jihad globale: ritroviamo il suo nome dietro innumerevoli atti di terrore, da quello che uccise il successore di Nasser, Anwar Sadat nel 1981 al massacro all’ambasciata egiziana di Islamabad nel 1995 (16 morti), dagli attentati antiamericani in Somalia, Kenya e Tanzania (oltre 200 morti) fino agli attacchi contro il Pentagono e il World Trade Center del 2001.

L’ “assassino implacabile” secondo l’epiteto di Joe Biden non potrà più ideare azioni di terrore, ma non pochi analisti considerano che in realtà negli ultimi anni avesse assunto un ruolo marginale. La cifra politica più significativa è da leggere nel fatto che fosse ospitato a Kabul, malgrado gli impegni che i talebani si erano assunti con gli accordi di Doha del 2020: gli americani lasciavano libero il campo alle forze in guerra in Afghanistan, in cambio i loro nemici si impegnavano a non più ospitare e sostenere mujaheddin della galassia terroristica, in particolare i tradizionali alleati di Al Qaeda.

Che al-Zawahiri avesse alleati nel regime teocratico non è un mistero e non è probabilmente un caso che vivesse proprio nell’appartamento di un collaboratore di Serajuddin Haqqani, ministro degli interni e capo dell’omonima rete terroristica. L’analisi di diversi esperti (dal New Times a Affari Internazionali) e del ministro degli esteri americano Antony Blinken, avvalorano la tesi del tradimento degli accordi di Doha. Rimane da capire, ma forse mai lo sapremo, se non vi è un’altra lettura possibile, speculare, antitetica: al-Zawahiri consegnato a Washington in cambio di un futura normalizzazione dei rapporti economici, politici, diplomatici (nessuno Stato al momento riconosce la legittimità del governo talebano). Anche perché il Paese, in mano a una classe dirigente a digiuno di politica e di gestione amministrativa, finanziaria, sociale, educativa, ma imbottita di retorica religiosa, è esangue.

Un anno più tardi: tra derive e rimpianti

Non sono in pochi a confidarci a Kabul e in provincia, che prima “si stava meglio”. Molto meglio. L’ Afghanistan beneficia indubbiamente oggi di maggior sicurezza: dopo 43 anni di guerra (iniziata con l’invasione sovietica del 1979 e che ha conosciuto i momenti più devastanti nel conflitto tra diverse fazioni di Mujaheddin tra il 1992 e il 1996) le armi più o meno tacciono, anche semplicemente perché la guerriglia talebana che seminava il terrore a suon di bombe e attentati, è al potere. Vi sono ancora regolari attacchi a moschee sciite, scuole e mercati attributi dal governo all’Isis (un migliaio di morti in gran parte registrati nella provincia del Khorasan), ma nulla in confronto a quanto la popolazione era costretta a vivere prima del 15 agosto 2021.

La maggior sicurezza è tuttavia l’unico aspetto in cui il Paese ha conosciuto un progresso. L’economia, che dipendeva nella misura del 75% dagli aiuti esteri, è allo stremo. La Banca Mondiale ha tagliato gran parte dei due miliardi di dollari che transitavano dall’Afghanistan Reconstruction Trust Fund necessari a pagare operatori sanitari, docenti e altri funzionari, la comunità finanziaria ha revocato le credenziali che consentivano alla Banca Centrale afghana di interagire col sistema bancario internazionale, mentre gli Usa hanno congelato i 7 miliardi depositati alla Federal Reserve dalla stessa Banca Centrale afghana. Nei mercati di Kabul e anche in provincia in realtà si trova di tutto: carne, frutta, cereali, vestiti, ma il potere d’acquisto è crollato e l’inflazione è esplosa. Oltre un milione di persone ha perso il lavoro sia a causa della chiusura di ambasciate, organizzazioni internazionali, Ong, sia per i massicci licenziamenti messi in atto dall’Emirato islamico contro persone che si erano compromesse con la Repubblica democratica.

Come Ahmed che abbiamo incontrato in un quartiere misero della capitale avvolto dai miasmi insopportabili delle fogne a cielo aperto: 6 figli, fino a un anno fa faceva le pulizie degli uffici governativi, è stato licenziato e la casa gli è crollata qualche settimana fa in seguito a un forte temporale. Con la moglie e i bimbi è costretto a vivere in una stanza; per i servizi igienici deve rivolgersi ai vicini. Futuro cupo per tanti, tantissimi: nella famiglia di Habiba, una ragazzina di etnia Hazara rimasta ferita poco più di un anno fa in un attentato alla sua scuola (in cui persero la vita quasi 100 sua compagne), nessuno lavora più. Il padre è gravemente malato, la sorella maggiore paga lo scotto di essere donna, i tre fratelli lavoravano per la polizia e per una organizzazione non governativa. Ora passano le giornate a cercare di raggranellare qualche afghani scaricando e caricando merce dai camion nei mercati e depositi della capitale.

Il rimpianto di un passato fatto di difficoltà ma anche di speranze e sogni è forte e quasi unanime soprattutto tra le donne ridotte oggi in situazione vicina alla schiavitù. La stessa Habiba non ha più accesso al sistema scolastico dove eccelleva: ha 13 anni e le porte della scuola secondaria (corrispondente alle scuole medie e medie-superiori) le sono sbarrate. Nessuna ragazza può frequentare le scuole se ha più di dodici anni, per decisione (che suscita qualche perplessità pure tra i talebani) del leader supremo Halibatullah Akhunzada. La situazione scolastica appare drammatica quanto paradossale e riflette l’ossessione del regime per la segregazione sessuale. Le bimbe possono frequentare la scuola elementare, poi alla pubertà devono stare chiuse in casa. In teoria potrebbero, accompagnate da marito, padre o fratello, seguire corsi universitari ma solo in aule separate dai maschi e con docenti donne.

Quella contro le donne è una guerra a tutto campo: obbligo di coprirsi il volto (con il burqa che gli afghani chiamano tchadri, o il niqab), di uscire e viaggiare unicamente se accompagnate da un uomo, divieto professionale in innumerevoli settori, ristoranti, parchi, zoo, aree di svago off limits ecc. Una lunga lista di soprusi, un ritorno al passato anche se con modalità meno drastiche e spietate rispetto al quinquennio 1996-2001. Hasimi Nasiri, coraggiosa attivista ci confida: “tutto si è fermato il 15 agosto dello scorso anno. Noi donne abbiamo perso 20 anni di progressi, nell’educazione, nel lavoro, nelle famiglie: tutto è andato perso”. Un grido disperato per una realtà che colpisce con brutalità: le donne sono diventate invisibili, scomparse o quasi. C’è chi resiste ad esempio mostrando il volto, ma rischia poi di pagare un prezzo elevato per la sfrontatezza. Non è un caso che i leader di oggi siano gli stessi di ieri, anche se una nuova generazione di talebani e l’evoluzione tecnologica rendono la dittatura religiosa più porosa.

Così se la musica, i film, le serie tv sono vietati, abbiamo visto numerosi giovani, donne e uomini, scaricarli sullo smartphone o acquistarli al mercato nero nelle innumerevoli bancarelle lungo le strade di Kabul. Indubbiamente i nuovi padroni del Paese tengono a curare la propria immagine e i giornalisti stranieri hanno importanti margini di libertà (seppur con la messa in guardia al momento dell’accredito: “a condizione di rispettare la Sharia e di fornire le fonti delle informazioni che possono danneggiare il governo”). Ma vi è una realtà nascosta atroce e diffusa che in particolare le organizzazioni per i diritti umani (come l’Unama, l’agenza dell’Onu per l’Afghanistan, Amnesty International o Human Rights Watch) sono in grado di documentare: sparizioni, detenzioni arbitrarie, torture.

In realtà, sottolinea il professor Michael Barry, uno dei maggiori conoscitori della storia e della cultura afghane, l’ideologia dei talebani si apparenta a quella fascista: la loro etnia pashtun, rivendica una supremazia razziale che si aggiunge a quella di genere e di credo religioso. Ficcati nella memoria degli hazara (sciiti) i massacri perpetrati un quarto di secolo fa quando a Mazar e Sharif, nel nord, in pratica tutti gli appartenenti a questa etnia furono trucidati.

Le radici dell’estremismo talebano

I pashtun come razza superiore. Non è un caso che la leadership del paese, anche nei periodi di democrazia e di uno Stato più o meno secolare, sia sempre stata nelle loro mani. Se il fondamentalismo estremista di Al Qaeda è di matrice araba e si iscrive nell’ortodossia della corrente hanbalita del sunnismo (la stessa alla quale attinge il Wahabismo saudita) che si basa sul comportamento e pensiero immutabile delle origini dell’Islam (il salafismo), i talebani affondano il loro credo (pure sunnita, ma legato alla scuola Deobandi, che aveva promosso l’emancipazione dai britannici nel subcontinente indiano) in un sincretismo con le forme tradizionali più reazionare dell’islam e dell’induismo (ciò che spiega in buona parte il loro disprezzo per le donne) dove i “sadat” sostituiscono i brahmani come presunti discendenti del profeta e dove una concezione classista (casta) regola l’ordine sociale (etnie superiori e inferiori).

A differenza degli amici di Al Qaeda o dei nemici dello Stato islamico (Isis), il movimento talebano è intrinsecamente nazionalista. Il suo non è un jihad da esportazione. Gli infedeli “kafir” li combatte unicamente nel territorio nazionale. L’emirato rimane confinato nel territorio afghano. Questo era l’impegno degli accordi di Doha. E se vengono rispettati, il futuro del Paese non sarà sicuramente più oggetto di grande interesse internazionale. D’altra parte, neanche agli americani il futuro del Paese ha mai suscitato interesse. La “tomba degli imperi”, se non tracima per terrorismo interposto, con le sue sopraffazioni e violazioni dei diritti umani potrà così sparire dal proscenio delle nostra storia.


Pechino non cambia

In Ucraina il gelo invernale potrebbe essere un’arma decisiva, come in passato nella storia russa 

Un chiarimento parziale ma che rischia purtroppo di non servire un granché. I risultati dell’inchiesta pubblicata dalla rivista “Science”, condotta da studiosi del prestigioso californiano Scripps Institute Research, uno dei maggiori centri di ricerca biomedica al mondo, avvalorano la tesi che la diffusione del SARS-CoV-2  ebbe inizio nella parte occidentale  del “wetmarket” di Wuhan dove erano in vendita sia animali macellati sia animali selvatici vivi (che spesso i cinesi macellano poi a casa loro) come volpi rosse, cani procione, zibetti o tassi. 

I ricercatori hanno identificato due lignaggi sulla base dei primi casi (150) di Covid identificati dall’Oms  già in dicembre 2019. E’ molto probabile che il virus si sia trasmesso in quel mercato  per zoonosi, ciò per il salto di specie dall’animale all’essere umano. Vi  sono di fatto stati molti tentativi evolutivi di contagio da parte del coronavirus: tanti  sono falliti, prima che due non avessero purtroppo  successo innescando la pandemia globale. Sulla nascita e la propagazione del virus vi erano diverse teorie, alcune complottiste e poco credibili  (manipolazione volontaria in un laboratorio di Wuhan,  ma anche – ipotesi adombrata dal Pc cinese, origine americana – provenienza del SARS-CoV-2 da un  laboratorio del Maryland), mentre altre due avevano sin  dall’inizio avviato discussioni tra gli scienziati: lo spillover (la zoonosi, ipotesi caldeggiata subito dallo studioso americano David Quammen)  e la fuga involontaria dell’agente patogeno dal laboratorio P4 di Wuhan dove si troverebbero diverse specie di pipistrelli, gli animali verosimilmente all’origine del coronavirus. 

La tesi del laboratorio non è smentita dalla ricerca di “Science”, a detta dello stesso Kristian Andersen,  l’immunologo che l’ha condotta (“Have we disproven the lab leak theory? No, we have not”) ma appare poco probabile e comunque la cosa non dovrebbe rassicurarci. In primis perché non sappiamo cosa è successo a monte degli eventi evidenziati dallo studio genomico ed epidemiologico. E forse non lo sapremo mai. Ma soprattutto perché il governo di Pechino non sembra finora intenzionato a rivedere un modello culturale e di sviluppo all’origine di questa e di altre epidemie (come la Sars del 2002, che apparve nella provincia del Guandong). I tre quarti delle malattie che hanno colpito gli umani negli ultimi dieci anni, ricorda il Wwf, sono stati trasmessi da animali o da prodotti di origine animale. Il modello di consumo alimentare cinese così come quello di altri paesi (in particolare del sud est asiatico)  favorisce la diffusione di queste malattie. I “wetmarket” sono ancora lì. 

Non solo, la zoonosi, ci ricordava lo stesso Quammen è una delle conseguenze dell’urbanizzazione, della speculazione edilizia e della cementificazione massiccia (in due anni, tra  il 2011 e il 2013,  secondo l’International Cement Review, la Cina ha cementificato più degli Stati Uniti in un intero secolo!). Anche la politica degli allevamenti intensivi appare scriteriata. Un’inchiesta  di “ the Guardian” illustra bene l’aberrazione a cui conduce questa logica: una “pig farm” nella città di Guigang alta dodici piani e che produce quasi un milione di maiali all’anno. Una bomba a scoppio ritardato. La politica dello  zero Covid con i suoi giganteschi lockdown  sembra essere l’unica preoccupazione di Xi Jimping in vista del Congresso del Pc (“La persistenza è vittoria”): eppure senza cambiamenti nel modello di sviluppo cinese il paese e di riflesso il mondo rischia di conoscere presto altre devastazioni pandemiche.  

Scritto per La Regione