Se a Camorino va bene così…

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Alcuni giorni fa un incendio è divampato a bordo di un’imbarcazione adibita al trasporto professionale di persone di una piccola ditta privata. Il motore, con i passeggeri ancora a bordo, ha cominciato a fumare, ma fortunatamente è riuscita ad attraccare al Grotto Descanso, alle cantine di Gandria. Qui, una volta sbarcati tutti, è divampato un incendio vero e proprio, poi domato rapidamente – pure il gerente del grotto è intervenuto con i propri estintori per contenere le fiamme. Sul posto una mezzora dopo sono giunti i pompieri, per controllare che le fiamme non potessero riprendere vigore.

L’azienda coinvolta, in un comunicato ai clienti in cui annuncia l’interruzione del servizio, anche se ammette che “al momento non è ancora stata individuata con assoluta certezza la causa”, parla di “un principio di incendio verificatosi sull’impianto elettrico di bordo”. Da noi contattato, il proprietario ha confermato la causa (un relais malfunzionante), smentito con fermezza le illazioni sugli estintori a bordo non funzionanti (cosa che appunto avrebbe portato all’intervento del gerente del grotto) e affermato che nessuno ha mai corso un reale pericolo. Inoltre a suo dire la polizia lacuale non avrebbe richiesto una perizia tecnica per approfondire quanto accaduto.

L’azienda coinvolta ha anche confermato un problema simile (fumo a bordo) occorso al motore sinistro della stessa imbarcazione qualche tempo fa, dovuto al surriscaldamento del filtro antiparticolato.

Vari esperti da noi interpellati, visto il precedente incidente, sentiti i testimoni e visionati i filmati – si ode una specie di esplosione, si vede parecchio fumo a poppa e fiamme alte almeno un metro uscire dal vano motore a poppa al momento in cui lo apre il pilota, che dunque almeno lui ha rischiato parecchio – dubitano della versione del guasto elettrico e fanno risalire anche questo episodio a problemi ai filtri antiparticolato, dispositivi che possono raggiungere temperature molto elevate.

Tale caratteristica è particolarmente critica nel settore nautico, dove gli spazi nel vano motore sono ridotti e sono presenti materiali, componenti e impianti che devono essere protetti dalle elevate temperature. Di conseguenza i filtri antiparticolato adeguatamente isolati. Proprio per la sicurezza antincendio queste imbarcazioni devono inoltre essere dotate di sistemi automatici di rilevazione e spegnimento degli incendi nel vano motore. Un sistema che nel caso in oggetto parrebbe non aver funzionato a dovere.

Visti due episodi simili accaduti in poco tempo, si aprono interrogativi che richiederebbero risposte precise da parte delle autorità.

Ci si chiede anzitutto per quale motivo la polizia lacuale non abbia disposto gli approfondimenti tecnici del caso. Tanto più che l’imbarcazione è nuova – progettata dall’ing. Leoni, lunga 14 metri e omologata per una quarantina di passeggeri, è operativa da luglio 2025.

In secondo luogo, visto appunto la scarsa usura del natante, se le procedure di omologazione e collaudo siano state rispettate e gestite con la dovuta attenzione, oppure se siamo di fronte a quella “interpretazione artistica” di leggi e regolamenti che le aziende che operano sul Ceresio contestano al Servizio cantonale della navigazione, in particolare proprio per collaudi e omologazioni (cfr. Naufraghi del 5 ottobre 2025).

In proposito siamo venuti a conoscenza che la Società di Navigazione del lago di Lugano (SNL) ha comperato una zattera, fatta certificare dalla RINA, una delle più rinomate ditte del settore a livello mondiale. Malgrado ciò è tuttora in attesa di poter essere messa in acqua perché i servizi di Camorino hanno chiesto due pagine di ulteriori perizie tecniche e documentazione varia. Tra le cose contestate, oltre al fatto che la documentazione riguarda “i singoli moduli, mentre la domanda concerne l’insieme assemblato dei sei moduli” (questa ce la devono spiegare, perché nessuno tra gli esperti da noi interpellati l’ha capita: se le parti di una zattera vanno bene, per quale motivo non dovrebbero andare bene una volta unite?), il fatto che l’indicazione del peso a vuoto del manufatto (portata di 145.000 kg) “non comprenda chiaramente perni e accessori” – viti, bulloni e sbarre insomma – necessari per il suo montaggio. Peso stimato a un centinaio di chili, ossia lo 0,07% circa della portata, un dato che si commenta da sé.

Sempre nei cantieri della SNL sono fermi diversi battelli per quisquilie simili: uno modificato con motore elettrico che non viene omologato perché in legno (ma quando una batteria prende fuoco non c’è legno o ferro che tenga, come dimostrano episodi avvenuti all’estero. E poi sul Ceresio non circola un battello di linea elettrico, con batterie talmente potenti che se si incendiassero…?, un altro di manifattura olandese che per Camorino non risponderebbe alle esigenze di sicurezza elvetiche pur se lo stesso modello circola senza problemi su altri laghi svizzeri….

Altri esempi di altre aziende potrebbero comunque essere portati.

Risultato? Sempre più persone, professionisti o diportisti che siano, portano i loro natanti per collaudo e omologazione in altri cantoni. Se al Servizio navigazione e al Cantone va bene così…


Tafazzi? Un dilettante

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Un giorno sicuramente sociologi, psicologi e studiosi di discipline affini si chineranno sul caso dell’elettore medio ticinese, l’unico che riesce al bar e sui social (oramai simil cosa) a protestare e lamentarsi per 364 giorni l’anno della classe politica per la sua inefficienza, insipienza e incapacità, ma che quando è chiamato ad agire…

Emblematico il risultato delle votazioni cantonali di questo fine settimana. Martellato da anni con previsioni catastrofistiche sullo stato delle finanze cantonali e vessato da un continuo rodersi del suo potere di acquisto, degli aiuti sociali e da altre robette che comunque influiscono in negativo sulla sua qualità di vita, i cittadini votanti avevano l’occasione non di raddrizzare la situazione, ma per lo meno di non farla ulteriormente peggiorare grazie al prevedibile aumento del gettito fiscale dovuto all’aumento delle stime degli immobili.

Senza dimenticare la norma cui l’iniziativa si è opposta con successo era una correzione, non integrale e molto tardiva, a una situazione di privilegio di cui ha goduto e di conseguenza godranno ancora i proprietari immobiliari da decenni.

Ebbene, contro ogni logica hanno tafazzianamente detto di no, seguendo così a stragrande maggioranza (74%) le parole d’ordine di quella classe politica che i rimanenti giorni considera imbelle ed esecrabile. Misteri insondabili della psiche umana.

Per gli ambienti economici e i politici ad essi legati un doppio colpo: un anno fa l’abolizione del valore locativo decisa da un popolo a stragrande maggioranza di inquilini (conseguenze stimate sulle entrate di Cantone e comuni, diverse decine di milioni in meno), oggi la neutralizzazione degli effetti dell’aumento dei valori di stima. Uppercut, gancio al mento e probabile ko.

Così quello che nel futuro ci aspetta lo ha già annunciato Cristina Maderni, granconsigliera PLR e vicepresidente della Camera di commercio dell’industria e dell’artigianato del canton Ticino, secondo la quale adesso “dobbiamo impegnarci nel risparmio a livello del Cantone”. Facile immaginare quali saranno i settori e i dipartimenti toccati.

Tuttavia una volta tanto dobbiamo concordare con il consigliere nazionale UDC Paolo Pamini, che ha spiegato che “il popolo ticinese ha un problema di potere di acquisto”, per cui “chiede aiuto”. Avesse tuttavia una buona volta la cortesia di spiegare a noi tutti come riuscirà a darglielo senza risorse, ossia soldi, dunque entrate fiscali per lo Stato e stipendi per lo meno in linea con la media nazionale peer i lavoratori, gliene saremmo estremamente grati.

Tutto come previsto anche per l’altro tema in votazione, l’introduzione di un’assicurazione per le cure dentarie: pensare che in un periodo economico come questo e con la spesa sanitaria alle stelle la maggioranza votasse per un’ipoteco aumento di costi e spese, è stato e si è dimostrato velleitario.

Resta il grande mistero dell’elettore medio, che una proposta che per lo meno aveva il pregio di introdurre una forma di aiuto la boccia al 70%, l’altra che invece sottraeva allo Stato, dunque a tutti noi, ancora più mezzi per fare quello che istituzionalmente deve la approva in modo ancor più netto. Tafazzi? Un dilettante al confronto.


Caporetto bis

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Caporetto (non) doveva più essere, per lo meno stando ai sondaggi, e Caporetto bis invece è stato. Il secondo in soli 8 anni. Il messaggio da parte della grande maggioranza della popolazione e di tutti i Cantoni è chiaro: il servizio pubblico radiotelevisivo non si tocca. Persino il Ticino per la seconda volta ha detto no, e non era per nulla scontato.

Complessi i motivi che hanno portato a un simile risultato sull’iniziativa “200 franchi bastano”. Diciamo che raramente abbiamo visto una campagna così mal impostata malgrado gli ingenti mezzi a disposizione, ché puntare praticamente tutto sui risparmi per le famiglie (130 franchi l’anno! Ma davvero qualcuno ci ha creduto?) e i “giornalisti tutti di sinistra” denota e ha denotato una mancanza di argomenti che alla fine ha fatto dubitare più d’uno sulle reali intenzioni dei promotori; diciamo anche, non me ne vogliano i colleghi che anzi rispetto moltissimo per il tanto che fanno con il poco a disposizione, che al momento attuale i media privati non rappresentano ancora un’alternativa credibile alla SSR, né dal punto di vista della varietà di programmi e proposte né di quello della qualità; possibile pure ipotizzare che il popolo abbia voluto punire una certa qual protervia, che ripresentare a distanza di poco tempo un’iniziativa popolare sullo stesso tema dopo la débâcle della prima (ricordiamolo: 71,6% di no) non è stata certamente cosa né furba né intelligente.

E i cui effetti politici si faranno sentire probabilmente fra poco, al momento della revisione e rinnovo della concessione radiotelevisiva.

Già, perché alla luce di questi due netti risultati sarà molto difficile, come intendeva fare l’UDC e buona parte del centrodestra, ingabbiare ancor di più la SSR in rigidi paletti (quanta informazione? Quanto sport? Quanto intrattenimento? Quanta offerta digitale?…) se non addirittura toglierle competenze; anzi probabilmente proprio il deciso appoggio popolare e dei Cantoni, come del resto ha avuto l’onestà intellettuale di ammettere il presidente democentrista nostrano, costringerà la politica a interrogarsi su come rafforzarla, o per lo meno darle i mezzi per affrontare con dignità e certezza di sopravvivere un panorama mediatico sempre più atomizzato e in evoluzione.

Un clamoroso autogoal insomma, che ha spiazzato anche chi, tra gli iniziativisti, ipotizzava una sconfitta onorevole proprio come mezzo di pressione politica in funzione anti-SSR al momento del rinnovo della concessione.

C’è solo da augurarsi che la SSR, al contrario di quanto fatto dopo il no all’iniziativa “No Billag”, riesca a mantenere quanto mostrato in questi ultimi mesi e le promesse fatte durante la campagna elettorale, migliorando laddove necessario e contenendo al minimo gli effetti negativi della prossima riduzione del canone per le persone fisiche da 330.-a 300.- franchi e l’esenzione di buona parte delle aziende, che entreranno in vigore dal prossimo 1. gennaio.

Le altre due iniziative federali non hanno causato sorprese: spazzate via sia quella per il Fondo sul clima (la sinistra non è riuscita ad andar al di là del proprio elettorato di riferimento, sintomo che la questione climatica e ambientale è di molto scesa tra le preoccupazioni degli svizzeri) che quella sul denaro contante, che ha visto imporsi nettamente il controprogetto. Preoccupazione inutile quest’ultima o lungimiranza verso un futuro sempre più digitale? Solo il futuro darà una risposta certa.

Incerto fino all’ultimo invece il risultato del referendum sull’imposizione individuale. Röstigraben classico con l’eccezione di Berna, Lucerna, Soletta e Zurigo (i due Basilea sono da sempre oscillanti) dalla parte dei Cantoni germanofoni e di Vallese e Ticino (una sorpresa) di quelli latini, e spaccatura evidente tra città e campagna, le prime tendenzialmente favorevoli (è una sorpresa che Lugano, unica tra le più popolose della Confederazione, abbia detto no?), la seconda tendenzialmente contraria. Alla fine però l’ha spuntata la nuova legge, controprogetto indiretto all’iniziativa per imposte eque, che perciò sarà ritirata. Si attende di sapere adesso cosa farà Il Centro con la sua iniziativa sullo splitting parziale, bocciata anni fa ma poi rimessa in circolo da una sentenza del TF, che ha annullato la votazione.

In ogni caso il vulnus giuridico aperto quasi 50 anni fa dal Tribunale federale è finalmente stato sanato; per lo stato di diritto è una bella notizia, come dimostrazione della capacità di azione della nostra classe politica no.

Nell’immagine: la prima legnata non è bastata (fotomontaggio del Mattino)


Alain Berset: “Agire adesso per difendere la democrazia”

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

La democrazia è sotto attacco: ne è convinto il segretario generale del Consiglio d’Europa Alain Berset, tanto da averne fatto uno dei temi centrali dei suoi ultimi discorsi. Lo ha spiegato a inizio ottobre in occasione della commemorazione dei 100 anni del patto di Locarno, lo ha ribadito un paio di settimane dopo durante la cerimonia per il 35. anniversario della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota come Commissione di Venezia, lo ha riaffermato alcuni giorni fa durante il Congresso europeo dei poteri locali e regionali. “Di fronte alla paura, all’abbandono e alla disinformazione, c’è un’unica strada: quella del coraggio democratico. Non domani. Non altrove. Qui. Adesso. Insieme”.

Facciamo un passo indietro: lei alle celebrazioni per il Patto di Locarno ha affermato che “Versailles ha alimentato il risentimento e Locarno ha portato la speranza”. Cosa intende?
“Versailles è stato il trattato che ha chiuso la Prima guerra mondiale, ma ha lasciato dietro di sé molte ferite e rancori. Locarno invece, nel 1925, ha rappresentato un momento di apertura e di fiducia: ha permesso alla Germania di tornare nel gruppo delle nazioni e di entrare nella Società delle Nazioni. È stato un gesto di riconciliazione. Ma la storia ci insegna che i gesti di pace possono anche nascondere illusioni pericolose”.

Ha pure citato Winston Churchill e il suo discorso di Zurigo del 1946. Perché lo ritiene così importante?
“Churchill ricordava che la Società delle Nazioni non fallì per i suoi principi, ma perché gli stati fondatori li abbandonarono e non agirono quando era ancora possibile. Oggi, cento anni dopo Locarno, dobbiamo chiederci la stessa cosa: abbiamo il coraggio di difendere i nostri principi democratici e di agire in tempo?”.

Oggi la democrazia è in pericolo?
“Sì. Non sono più soltanto i nostri avversari a contestare la democrazia: a volte sono i nostri stessi alleati (ricordo quando al vertice di Monaco il vicepresidente degli Stati Uniti ha accusato l’Europa di limitare la libertà di espressione). Ma il problema è più profondo: il nostro modello democratico non è più considerato un dogma. Dobbiamo non solo difenderlo, ma anche spiegarlo e soprattutto reinventarlo. In questo senso mi ricordo di un episodio avvenuto in Kazakistan, ad Astana, durante un forum multilaterale con capi di stato, ministri, un ex segretario generale delle Nazioni Unite e il direttore di una grande organizzazione internazionale. Dopo i discorsi d’apertura, uno dei presenti mi ha fatto notare che ero stato l’unico a usare la parola democrazia. L’unico in sei interventi!”

Come se lo spiega?
“Secondo il mio interlocutore perché la democrazia è diventata “woke”. Questi due episodi – la provocazione sulla libertà di espressione a Monaco da parte dei nostri alleati e la percezione fuori dal nostro continente che la democrazia sia una parola sospetta – mostrano che, se accettiamo che ciò diventi normale, allora la sicurezza, la prosperità e la pace possono crollare”.

La democrazia non è un principio acquisito?
“Se comprimessimo tutta la storia dei sistemi politici in 24 ore, per quasi tutto il giorno osserveremmo che il potere è stato nelle mani di faraoni, imperatori e dittatori; solo alcuni minuti prima di mezzanotte apparirebbero la Rivoluzione americana, la Rivoluzione francese, quelle liberali, i diritti delle donne, i muri che cadono… Questo ci ricorda che la democrazia non è la regola della storia, ma l’eccezione. È giovane, e proprio per questo non è garantita per sempre”.

Lei parla anche di “diplomazia sotto pressione”. Cosa intende?
“Quando la democrazia vacilla, la diplomazia non può restare immobile. Oggi molti dicono che la diplomazia è impotente, ma non è vero. Agisce, anche se spesso nell’ombra e tra mille difficoltà. Penso a tre volti che la rappresentano: Maia Sandu in Moldavia, un paese che ha resistito agli attacchi ibridi e ha scelto la via europea; Nikol Pašinyan in Armenia, la cui storia personale ci ricorda che la democrazia non è una coincidenza ma una strategia; e Volodymyr Zelensky in Ucraina, un luogo dove la diplomazia si reinventa nonostante la guerra”.

Quindi per lei diplomazia e democrazia sono strettamente legate?
“Assolutamente. Locarno ci ha insegnato che nessuna pace è duratura senza diplomazia. Oggi sappiamo però anche che nessuna diplomazia è giusta senza democrazia. Per questo dobbiamo riflettere a fondo su cosa potrà scaturire in futuro dalle azioni attuali”.

A cosa si riferisce?
“L’Europa si sta riarmando: 800 miliardi di euro in nuovi investimenti militari. È comprensibile, visto il contesto. Contemporaneamente però assistiamo a un arretramento democratico, non solo al di fuori dei nostri confini occidentali ma anche al nostro interno. Vent’anni fa non c’erano i social, né l’intelligenza artificiale, né la manipolazione politica che vediamo oggi. Cosa succederebbe se un’elezione manipolata portasse al potere un gruppo estremista in un’Europa fortemente armata? Sarebbe una situazione esplosiva. Non sono dunque particolarmente entusiasta dei piani di riarmo in atto, perché la storia ci insegna che più armi non portano a buoni risultati, anche se, lo ribadisco, nella situazione attuale è una misura comprensibile”.

Comunque vede dei rischi.
“Sì. Se da un lato ci si arma massicciamente e dall’altro si lascia che il regresso democratico avvenga senza contrastare la manipolazione delle elezioni o la disinformazione, rischiamo di perdere il senso della realtà. Con l’intelligenza artificiale diventa facile non distinguere più il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, la sinistra dalla destra. È una situazione potenzialmente molto pericolosa”.

In un’Europa che sembra attraversare una fase di disillusione…
“Sì, viviamo un periodo difficile. Negli anni ’90 pensavamo che la democrazia e i diritti umani fossero valori acquisiti, ma dopo la crisi del 2008 è iniziata una lunga serie di shock: economici, politici, sociali, climatici… Oggi abbiamo una generazione che ha conosciuto solo crisi e guerre. Quando avevo vent’anni, nel 1992, pensavo che il progresso fosse eterno. Un ventenne di oggi non sa cosa lo aspetta nel 2030. Dobbiamo quindi ricreare fiducia, solidarietà e prospettive comuni”.

Qual è, secondo lei, la soluzione?
“La sicurezza deve essere completa. Non esiste una sicurezza “dura” con le armi e una sicurezza “morbida” con la pace e la democrazia. Sono due facce della stessa medaglia. La buona notizia è che investire nella sicurezza democratica costa molto meno che in armamenti, ma bisogna fare entrambe le cose. Oggi ci concentriamo troppo sulle prime e troppo poco sulla seconda. Ecco perché la collaborazione tra NATO, Consiglio d’Europa e Unione Europea è fondamentale”.

È qui che entra in gioco il concetto di “sicurezza democratica”?
“Esattamente. La sicurezza democratica è la nostra prima linea di difesa. Dobbiamo difenderci dalle guerre ibride, dalla disinformazione, dalle interferenze esterne. Ma anche garantire che i cittadini possano esprimersi liberamente, in modo informato. È il lavoro che stiamo portando avanti al Consiglio d’Europa, anche con una nuova convenzione per contrastare la disinformazione”.

Non c’è un rischio che questo limiti la libertà di espressione?
“È una preoccupazione legittima. Qualsiasi misura deve essere fondata sulla legge e non può mai toccare l’essenza della libertà di parola. Ma non possiamo più far finta che il problema non esista. Anche la Svizzera, per la prima volta, ha denunciato tentativi di interferenza straniera nelle elezioni del 2023. È il momento di agire per proteggere le nostre libertà”.

Quale lezione possiamo trarre dalla storia, a cento anni da Locarno?
“Il XX secolo è stato quello delle fratture e delle ricostruzioni. Dalle rovine delle guerre è nata l’Europa dei diritti umani e dello stato di diritto. Ma, come scriveva Albert Camus ne La peste, “il bacillo non muore mai”. La vigilanza è il nostro scudo. La pace è sempre una scelta, tra gli Stati e dentro ciascuno di noi.

E qual è, allora, il messaggio che ci lascia oggi?
“Che il momento giusto per agire è sempre prima che sia troppo tardi. E guardando ciò che accade intorno a noi, quel momento è adesso. Le sfide sono molteplici; per affrontarle efficacemente servono strumenti multilaterali, coesione politica e fiducia reciproca tra Stati membri. Lo spirito di Locarno ci ricorda proprio questo: restare vigili, uniti e fedeli ai principi che fondano la nostra democrazia”.

Nell’immagine: Alain Berset durante il suo intervento alla giornata commemorativa per il centenario del Patto di Locarno


Sfacelo polizia

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Se qualcuno desiderava toccare con mano lo stato di salute della nostra polizia, avrebbe dovuto recarsi ieri in Pretura penale per assistere al dibattimento sull’incidente che ha visto coinvolto il consigliere di Stato Norman Gobbi nella notte tra il 13 e il 14 novembre di due anni fa. Imputati due agenti – un sottufficiale superiore e un capogruppo – per il reato di favoreggiamento in favore del direttore del Dipartimento delle Istituzioni e al tempo dei fatti ancora “referente politico” della polizia. Entrambi assolti, e ce ne rallegriamo per loro.

Importa poco qui entrare nei dettagli tecnico-giuridici della sentenza (dal profilo oggettivo il reato è dato ma non da quello soggettivo, ha spiegato la giudice motivando oralmente la sua decisione), anche perché il PG Andrea Pagani ha già preannunciato appello, per cui toccherà al prossimo grado di giudizio valutare la fondatezza di quanto deciso ieri.

Quello che importa, e che ha scioccato i presenti, sono state le dichiarazioni dei due imputati sul loro modo di lavorare. Una su tutte, quella che “agli agenti operativi, perlomeno a quelli del posto di polizia di Camorino, era noto da almeno metà settembre 2023 che c’era un problema con gli etilometri precursori. E, mi vergogno a dirlo, nascondevamo l’apparecchio per non farlo leggere al conducente di turno”. Cioè per non far leggere la scritta ‘calibrazione scaduta’ e dunque contestare il risultato, come appunto fatto dal “referente politico della polizia”. Ipotizzare a questo punto che non solo agli agenti operativi del posto di polizia di Camorino, uno dei più importanti del cantone, ma anche a tutta la catena di comando su su fino ai più alti vertici del corpo (e oltre?) questa disfunzione fosse nota, non è peregrino.

Per questo, purtroppo, non è possibile accettare quanto dichiarato dai due agenti in aula, ossia di avere sempre lavorato con serietà e correttamente e di essersi sempre adoprati per il bene dei cittadini: impiegare apparecchi che si sanno non conformi alle regole, le stesse regole che loro sono chiamati a far rispettare, non è lavorare con serietà né tantomeno correttamente. Hanno ragione a ricordare che pure gli agenti hanno una famiglia e dei figli, ma dovrebbero, o avrebbero dovuto a suo tempo ricordarsi, che ce l’hanno pure tutti coloro che in questi anni sono stati fermati, controllati e condannati – a una semplice contravvenzione o a pene più severe poco importa – grazie anche ad apparecchi non a norma. Dunque illegali.

Ma questo, come dicevamo all’inizio, è solo l’ennesimo segnale dello stato di salute della nostra polizia, uno stato di salute emerso in tutta la sua evidenza alcuni giorni fa da un sondaggio condotto da OCST, VPOD e dalla sezione ticinese della Federazione svizzera funzionari di polizia – ricordiamolo: solo il 43% del personale descrive il clima lavorativo come positivo o molto positivo, mentre il 72% ha pensato almeno una volta di lasciare la Polizia cantonale.

Abbiamo nei giorni scorsi cercato di saperne un po’ di più dai diretti interessati, invano. Persino il mio ormai pensionato commissario di polizia si è trincerato dietro il più classico dei “no comment”, non senza avermi prima domandato a bruciapelo un “che cosa ti aspettavi” cui, lo confesso, non ero riuscito a trovare una risposta. Adesso mio caro vecchio amico ce l’ho: tutto, ma non questo sfacelo.

L’eredità di 14 anni di gestione Gobbi.


Acque agitate per la navigazione sul Ceresio

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Il lago è zen, ha scritto qualcuno, un luogo che rasserena ogni nostra inquietudine. Costui evidentemente non è stato in riva al Ceresio di questi tempi, dove borbottii e mugugni, refoli sommessi, si stanno rinforzando e annunciano burrasca. Merito o colpa di aver frantumato questo quadro idilliaco pare sia da ascriversi al Servizio navigazione della Sezione cantonale della circolazione, che da un paio di anni sembra essere entrata in rotta di collisione con coloro che sul lago lavorano – cantieri, noleggiatori di natanti e servizi taxi, società di navigazione, maestri di guida e via discorrendo.

Nessuno escluso. Perché al di là dei numerosi episodi che ci sono stati raccontati, tutti con l’ausilio di prove documentarie che abbiamo potuto visionare, e dei conseguenti rimproveri che i professionisti muovono ai funzionari cantonali e al loro nuovo caposervizio, in carica da inizio 2024, c’è questo di sorprendente: l’unanimità. Non importa che professione svolgano, se professionisti a tempo pieno o part time, impiegati o proprietari, svizzeri o italiani, donne uomini giovani o vecchi: il malcontento è generale.

Peccato che nessuno voglia esporsi: tutti parlano, pur con qualche reticenza, mostrano lettere, mail e SMS, ma se si tratta di uscire allo scoperto le cose cambiano. Un po’ per sfiducia – diversi ci hanno spiegato di aver segnalato situazioni problematiche ma che nulla è cambiato ­– un po’ per timore di possibili ritorsioni (“Se ti esponi hai finito di lavorare”, ha esclamato un professionista di lunga data). Cosa questa che ha dell’incredibile, perché la possibilità di contestare le decisioni dell’autorità dovrebbe essere uno di quei diritti che si definiscono inalienabili.

Ma cosa si rimprovera, al di là dei singoli episodi, al Servizio navigazione? Facendo la tara, eliminando le accuse indimostrabili e forse esagerate, in generale la mancanza di una linea, o per meglio dire un’interpretazione di leggi e regolamenti spesso “artistica”, come è stata definita da uno dei nostri interlocutori, che per di più varierebbe a dipendenza delle giornate e/o del funzionario cui si è confrontati. Se vero, e non abbiamo motivo di dubitarne vista la mole di testimonianze raccolte, è un problema, poiché la pubblica amministrazione per essere davvero al servizio del cittadino dovrebbe fare di eguaglianza, trasparenza ed equità la sua missione.

I collaudi dei natanti sono l’aspetto che più pone problemi. “In quell’ufficio c’è il caos totale. Ognuno fa quello che vuole e chi va a un collaudo deve solo sperare che il funzionario sia in buona”. Così si è espresso un altro professionista, talmente frustrato da averci confessato che ormai ha il “terrore” di andare a far visionare le barche. “Perché perdi tempo, perché ogni volta ce n’è una nuova, perché perdi soldi e perdi pure clienti”, ovviamente scontenti di avere la barca bloccata per settimane e di veder lievitare i costi per poterla mettere in acqua.

Idem con gli esami per le patenti nautiche, dove le “interpretazioni artistiche” sono amplificate dalla variabilità delle condizioni del lago. Anche per questo al momento del cambio alla testa del servizio era stato chiesto un incontro. Pare stiano ancora aspettando…

Al Servizio circolazione, da noi interpellato per iscritto, ci hanno risposto che non “risulta l’esistenza di un presunto malcontento diffuso”, anzi parlano di “ottimi rapporti con le associazioni di categoria”. Ammettono comunque che “alcune delle osservazioni sopra riportate non sono nuove”, e che “diverse di esse sono già state sollevate lo scorso anno” all’assemblea dell’Associazione dei cantieri nautici e “hanno conosciuto dei miglioramenti” nel corso di quest’anno.

Spazzate via anche le dicerie sul nuovo capo del Servizio navigazione, che dai più viene ritenuto il principale responsabile del clima descritto: che imponga gli ingegneri a cui rivolgersi per le perizie (“Se è stato suggerito a un utente di rivolgersi a un determinato professionista, ciò è stato fatto sempre e solo nell’interesse dell’utente stesso e nell’ottica di rendere un servizio”), e che non abbia conseguito il diploma di esperto della circolazione e navigazione, come chiesto nel bando di concorso, dato che “non è stato necessario far svolgere il corso indicato”, poiché “nell’ambito della navigazione non esiste a livello formale né un vincolo né un vero e proprio percorso formativo paragonabile a quello previsto per gli esperti della circolazione (veicoli)” (ci chiediamo allora perché inserire tale requisito nel bando, ma tant’é). In ogni caso “sono state svolte tutte le formazioni necessarie”; inoltre “possiede tutte le licenze di navigazione — incluse licenze internazionali di livello equivalente o superiore”, le quali tuttavia, come ci è stato spiegato dall’Ufficio federale dei trasporti (UFT), non sono automaticamente convertibili in Svizzera, “poiché i requisiti in materia di addestramento e di esame applicati in questi Paesi non sono paragonabili a quelli validi” nel nostro Paese.

Di conseguenza per il Servizio circolazione “l’organico del Servizio della navigazione — dal Capo servizio, agli esperti, fino ai collaboratori amministrativi — dispone di solide competenze tecnico-amministrative ed è attivamente rappresentato e apprezzato nei principali organi federali di riferimento, anche più che in passato”.

Curioso comunque il fatto che sui profili social del nuovo capo del Servizio navigazione questa sua funzione non risulti tra le attività che svolge.

Risulta per contro cofondatore di due ditte, di cui una di “consulenza, progettazione e costruzione in ambito nautico” che, sempre stando a quanto da lui pubblicato sui social, ha assunto una persona questa primavera. Nessuna delle due aziende risulta comunque essere iscritta al registro di commercio, per cui per il Servizio circolazione “non sussiste alcun conflitto d’interesse”.

Formalmente ineccepibile. Forse tuttavia, vista l’importanza che i social media hanno nella nostra società, un aggiornamento e la correzione di eventuali informazioni erronee sarebbe d’uopo. Questione di trasparenza e di correttezza. Verso il suo datore di lavoro, lo Stato, e verso i cittadini.


La demolizione più cara della storia

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Demolizione ex macello, penultima (si spera) puntata, perché dopo il dissequestro delle macerie dovuto al ritiro da parte dei molinari della querela per il reato di danneggiamento l’ultima dovrebbe essere la conclusione dell’inchiesta penale per abuso di autorità, violazione delle regole dell’arte edilizia, infrazione alla legge federale sull’ambiente e danneggiamento, cui oramai nulla osta. A meno che, come ha fatto maliziosamente notare qualcuno, non si punti alla prescrizione, visto che ormai dai fatti incriminati sono passati ben 4 anni e mezzo. Ma ci torneremo se del caso a tempo debito.

Da un punto di vista politico quello che conta oggi è prendere atto della conclusione di una causa civile contro polizia e Municipio, della disponibilità delle parti a discutere per trovare una nuova sede per la cultura alternativa (difficile che se ne trovi una, ma vogliamo lasciarci sorprendere), e del nuovo salasso per le finanze comunali. Già, perché tutto questo avrà un costo, e non indifferente.

Iniziamo dal sedime dell’ex macello, che come da decisione del Consiglio comunale (eravamo nel 2018!) dovrebbe diventare un campus gestito dall’Università della Svizzera italiana: costi stimati allora 26,5 milioni, costi stimati ora non si sa, ma sicuramente parecchio in più, come da più parti paventato lo scorso luglio proprio in CC. Passiamo allo spostamento delle macerie che da quattro anni non fanno lustro alla nostra città e al loro smaltimento, che sarà più complicato e dunque più oneroso del previsto, vista l’accertata presenza di sostanze altamente nocive, tra cui l’amianto – costi non ancora stimati, ma sicuramente diverse centinaia di migliaia di franchi. Concludiamo con l’accordo appena raggiunto tra Municipio e autogestiti, che stando a quanto riportato da laRegione costerà alla città 30.000 franchi. Senza dimenticare tutte le spese legali e amministrative che tutta questa vicenda ha causato, spese che un giorno qualcuno dovrà calcolare: altre decine di migliaia di franchi come minimo.

In totale, stiamo certamente parlando di diversi milioni di franchi: la demolizione probabilmente più cara della storia.

Ricordiamo in proposito che a inizio maggio il Municipio con (in)comprensibile orgoglio, aveva comunicato di aver raggiunto “l’obiettivo di identificare misure di risparmio strutturali per un ammontare complessivo di 10 milioni di franchi”. Esercizio comunque dispendioso e che poteva anche essere evitato, con conseguente ulteriore risparmio di risorse: bastava semplicemente non avventurarsi, nel 2021, in demolizioni inutili e illegali.

Hanno proprio ragione i partiti dell’attuale maggioranza: l’importante è gestire bene i soldi pubblici ed evitare gli sprechi.

Nell’immagine: le macerie pesano ancora sui conti del Comune


La “rivolta” dei cittadini, segnale inequivocabile dell’esasperazione per le spese per la salute

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Stando a quanto scritto recentemente da Andrea Ghiringhelli, il presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson sosteneva che una piccola rivolta ogni tanto è una buona cosa per dare una scossa al mondo politico. Ebbene, la piccola rivolta in tema salute è puntualmente arrivata dalle urne, con i votanti ticinesi che hanno accettato a larga maggioranza sia l’iniziativa della Lega per la deducibilità dei premi, come previsto, che quella del Partito socialista per un tetto massimo del 10% del reddito imponibile, come un po’ meno previsto visto il fronte dei contrari e le conseguenze finanziarie per il Cantone, nettamente superiori rispetto alla prima (e, se proprio vogliamo, una campagna dei favorevoli che all’inizio ha parecchio stentato ad ingranare).

Più di tutto ciò ha potuto però sia la situazione dei cittadini, il cui potere di acquisto si erode incessantemente anno dopo anno, ma soprattutto l’ignavia della nostra classe politica, “vittima” dei veti incrociati delle varie lobby del settore e perciò incapace di trovare delle soluzioni (delle idee?) per cercare di uscire da una situazione ormai diventata per i più insostenibile. E della sua arroganza, perché tatticamente si poteva agire altrimenti, ad esempio elaborando un controprogetto, ma soprattutto della sua incapacità di sentire e dare risposte ai problemi reali, quotidiani, della gente comune.

Problemi che comunque restano, perché è chiaro a tutti, e i promotori di entrambi i testi a questo proposito sono stati assai trasparenti, che le due iniziative alleviano solo uno dei sintomi – l’incidenza dei premi di cassa malati sui bilanci familiari – ma non incidono minimamente sul problema di fondo, il costante e importante aumento dei costi della salute. È in questo ambito che si potrà osservare se e come questa “piccola rivolta” sarà riuscita a dare una scossa alla nostra classe politica, cantonale prima di tutto, che pur nei limiti che la legge federale impone qualcosa in più può fare, ma anche federale, perché il segnale che è arrivato dal Ticino, e prima di lui da altri cantoni, difficilmente potrà essere ignorato ancora a lungo. Pena una nuova piccola ma più generale rivolta.

Resta adesso per Consiglio di Stato e Gran Consiglio da trovare la quadratura del cerchio dei conti pubblici, ché ai 3-400 milioni di spesa supplementare previsti dalle due iniziative andrà ad aggiungersi il salasso che comporta l’abolizione del valore locativo. Anche qui gli ambienti economici e i partiti ad essi collegati dovrebbero un giorno spiegarci perché gli ammanchi miliardari dovuti alle riforme fiscali sono sempre sopportabili, mentre quelli di minore entità che vanno a favore della gente comune no. In questo ambito la strada si preannuncia ardua, per non dire quasi impossibile, viste le proposte sul tappato e i veti che già sono giunti. Si spera che una volta tanto la politica dia prova di senso di responsabilità, perché è chiaro che senza un aumento dell’imponibile (e degli stipendi) nulla di quanto deciso ieri potrà essere finanziabile, così come anche alcuni, inevitabili e fatalmente dolorosi tagli.

Vuoi vedere che la mitica analisi e revisione dei compiti dello stato e dell’amministrazione pubblica, da anni annunciata e mai neppure iniziata, finalmente vedrà la luce?

Nell’immagine: la conferenza stampa del Governo ticinese


Di PSE, piscine e altre… “sciocchezzuole”

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

La storia degli investimenti pubblici e delle grandi opere a Lugano è interessante: tolto forse il vecchio stadio di Cornaredo, è una cronaca ininterrotta di problemi, lungaggini, sorpassi di spesa,spese faraoniche per partorire topolini, malfunzionamenti di vario tipo e soprattutto scelte miopi e poco lungimiranti.

Basti pensare al vecchio campo Marzio, che è dal 1954 che attende una degna sistemazione (ultima notizia: malgrado la situazione finanziaria precaria, si investiranno oltre 3 milioni per la manutenzione di capannoni obsoleti che ospitano manifestazioni deficitarie), allo smantellamento di tutta la rete dei tram che collegava il centro alla periferia negli anni ’60, rete che oggi dobbiamo ricostruire a costi talmente alti che probabilmente non la faremo mai, alla progettata ciclopista da 12,2 milioni per 360 metri di lunghezza (circa 34.000 franchi al metro!) che dovrebbe collegare la stazione FFS a Massagno, alla vicissitudini per fortuna finite che hanno portato alla costruzione del LAC, con tutti i pregi e le altrettante falle che ha, o alla piscina di Carona, abbandonata e lasciata marcire per ripicca malgrado necessitasse di neppure 500.000 franchi per essere riparata e mantenuta a disposizione dei cittadini (il Municipio tra popolazione ecapannoni ha fatto la sua scelta: ricordatevelo).

Le ultime polemichette sul PSE non fanno che confermare quanto sopra: circa 40 anni di studi e pianificazioni per arrivare a un progetto che non solo non risolverà i problemi dello sport aLugano, in particolare di quello di base, né tantomeno di fantomatici “eventi”, ma che pure va a ledere in modo importante le già non particolarmente in salute finanze luganesi. Aveva ragione il Nano quando sul Mattino pubblicò una caricatura di lui con in mano una motosega intento a tagliare le torri, e pure l’attuale sindaco, quando da responsabile delle finanze sentenziò che il progetto era “iniziato male” e sarebbe “finito anche peggio” – ricordatevi, viste le sue qualità di profeta, di farvi dare i numeri del lotto la prossima volta che lo incontrate.

Per carità, cambiare idea non è un delitto – proverbialmente solo gli stupidi non lo fanno mai. Lo han fatto i due leghisti di cui sopra per ragioni che sanno solo loro (si vocifera che il defunto presidente a vita, di conseguenza il suo delfino, fu folgorato sulla via di futuribili appalti, ma nessuno lo saprà mai con certezza), lo ha fatto pure il socialista Raoul Ghisletta, prima da consigliere comunale favorevole quasi senza se e senza ma e oggi da municipale “scandalizzato dall’inganno sul finanziamento del PSE e dai suoi effetti sulla Città”, l’ho fatto anch’io, dapprima favorevole a un nuovo stadio e al palazzetto sportivo poi contrario una volta constatata la catastrofe sportiva che, palazzetto escluso, sarebbe risultata e che sono tuttora convinto risulterà.

Non serve consolarsi affermando che tutto questo era stato detto e predetto in sede di campagna di votazione né gongolare per l’annunciato disastro cui il Municipio dovrà far fronte (e speriamo che il licenziamento immediato degli architetti, i cambiamenti in corso d’opera del progetto e soprattutto i continui allontanamenti di personale qualificato dai cantieri non siano, come spesso purtroppo accade, sintomi di ancora nascosti mali strutturali): è la città tutta e l’agglomerato che ne soffrirà.

Il vero male di Lugano è più complesso e profondo, è quello di una città e di una classe politica senza motore per dirla alla Fulvio Pelli, ossia senza idee e senza visioni (il discorso dovrebbe essere allargato al Ticino tutto, ma qui non è questione di mal comune mezzo gaudio), un malato che sa di stare male, non sa come guarire e che malgrado ciò è ancora così superbo e arrogante da non avere l’umiltà di chiedere consiglio, di ascoltare la parte viva della sua popolazione, che ancora esiste ma che fin dai tempi di re Giorgio è stata progressivamente accantonata per fare spazio a un coacervo di yes man, furbetti del quartierino, lacché, servi sciocchi, speculatori e affaristi di vario genere.

Paradigmatico di questo è l’iter del nuovo Piano direttorecomunale (PDCom), che doveva essere fatto dopo le fusioni del 2013 ma di cui finora si è visto poco o nulla, a parte lo studio cui hanno lavorato una trentina di esperti e i grandi proclami da parte della politica al momento della sua pubblicazione, circa un lustro fa. Il risultato? La Commissione della pianificazione lo ha definito “astratto” e “poco chiaro”, per cui la pianificazione della città è tuttora regolata dai ben 19 piani regolatori dei vecchi comuni e da 4 piani regolatori intercomunali. E lo sarà per lunghi anni ancora.

In sintesi: come sarà e cosa diverrà la Lugano del futuro, non lo sa nessuno. Unica certezza, l’improvvisazione e la navigazione di piccolo cabotaggio, meglio se questa favorisce gli amici degli amici e magari anche l’ingresso in qualche ben remunerato Consiglio di amministrazione. Benvenuti nella Regina del Ceresio.


L’Eternauta: tanta attesa ma altrettanta delusione

Mancanza di approfondimenti su alcuni gravi incidenti e discutibile politica verso la Società Navigazione del Lago di Lugano 

Trasporre un fumetto sullo schermo (cinema o tv) è una delle cose più difficili che esistano: non solo bisogna adattare il linguaggio da un media a un altro, ma anche riplasmare tutto l’immaginario visivo. Perché un fumetto non è solo testo, come un libro, ma anche immagine. Rarissimi sono in questo senso film o serie tv che possano non superare l’originale, ma per lo meno avvicinarvisi. Fanno eccezione (neppure sempre) i disegni animati e, grazie alle conquiste della computergrafica, le avventure dei supereroi targate Marvel o DC Comics.

Purtroppo, dobbiamo confessarlo subito, tra questi esempi virtuosi non potremo annoverare L’Eternauta, attesissima serie tv (finora ne sono usciti sei episodi; altri sei conclusivi sono in programma) prodotta e trasmessa da Netflix, un’impresa che si annunciava ardua fin dall’inizio (numerosi e tutti abortiti i tentativi precedenti).

L’epopea fantascientifica scritta sul finire degli anni ’50 dello scorso secolo da Héctor Oesterheld – desaparecido durante gli anni bui della dittatura argentina assieme alle quattro figlie (due incinte di 6 e 8 mesi) e ai loro mariti – e disegnata da Francisco Solano Lopez è una delle pietre miliari della cosiddetta nona arte. La trama trae spunto dal colpo di Stato che portò alla destituzione di Juan Domingo Perón, ma racconta una storia diversa: un’invasione aliena preceduta da una nevicata che uccide gran parte degli esseri umani e trasforma i superstiti in spietati carnefici, pronti a tutto per sopravvivere. Una storia che non è solo racconto post-apocalittico e di guerra, ma anche ricerca degli affetti e della propria identità e umanità, meditazione sulla perdita, sulla resistenza e sul senso di comunione in tempi di disgregazione.

Ovvia l’attualizzazione di Buenos Aires, città in cui si svolgeva e si svolge la storia, meno il resto. Perché L’Eternauta è una storia della metà del XX secolo, dunque con relativamente poca azione e grande attenzione al testo, alla caratterizzazione dei personaggi e ai loro rapporti; perché l’Eternauta è un fumetto, dunque con grandi spazi e grandi silenzi (è l’immagine che racconta). Sceneggiatori e regista avevano dunque due possibili strade: o puntare sulle scene di maggiore impatto visivo, di azione, estrapolandole dalla trama originale, oppure attenersi il più possibile a questa, rischiando però, data la sua intrinseca lentezza, di allungare e appesantire la visione.

Si è scelta quest’ultima, una possibilità che la suddivisione in episodi avrebbe potuto permettere di sostenere. Purtroppo però dopo aver visto i primi sei, che coprono circa un terzo della storia originale, dobbiamo confessare che i risultati non sono all’altezza delle aspettative. Non è questione, come molti hanno obiettato, della lentezza della narrazione (una delle scene più iconiche e ricche di tensione del cinema è quella iniziale di “C’era una volta il west”, minuti di filmato in cui non succede assolutamente nulla!), ma dell’incapacità di sceneggiatori e regia di trasferire sullo schermo la tensione sotterranea dell’originale, oltre al non detto con cui Solano Lopez e Oesterheld avevano arricchito la loro opera, la sua stratificazione e densità. E che ne sostanzia ancor oggi la grandezza. Praticamente scomparso ogni riferimento all’attualità, attenuato quel senso di angoscia, ansia, inquietudine e oppressione che caratterizzano il fumetto e che nella serie emerge solo a sprazzi, eliminata la portata collettiva del racconto (non ci si salva da soli o grazie a un eroe: l’unica via di salvezza sta nella solidarietà, nell’intelligenza condivisa e nell’organizzazione dal basso). Questione di impoverimento narrativo quindi, oltre che di montaggio e di ritmo.

L’impressione alla fine della visione è che la produzione abbia svolto il compitino, prendendo una storia di successo trasportandola sul piccolo schermo quasi paro paro (oltre ad aver eliminato l’aspetto metanarrativo iniziale – la storia raccontata a un fumettista dal protagonista – e i riferimenti più tipicamente argentini, sono stati introdotti un paio di personaggi minori e rivisti alcuni dei secondari, fatto questo che al posto di rivitalizzare la trama l’ha a nostro avviso ancor più diluita). Meglio così che nulla, certo, anche perché non mancano momenti suggestivi e di buon cinema, e la fotografia e la recitazione sono certamente all’altezza delle ambizioni. Ma la sensazione finale è comunque quella di un’occasione mancata. Peccato, perché chi non conosce il fumetto dopo aver visto questa serie difficilmente avrà voglia di andare a leggerlo. E questa sì, ve lo assicuriamo, è una grave perdita.