Il naufragio della Medusa

In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni 

C’era una volta la Lega del Nano, quella del parla come mangi, antipolitica, a muso duro contro la casta (degli altri, perché la sua greppia guai a chi la toccava), senza timore riverenziale alcuno – di questo diamogliene atto. C’era una volta anche l’UDC, più istituzionale certo, ma comunque entro certi limiti pure lei antisistema, “di lotta e di governo” come recitava uno slogan che tanto piaceva alla sinistra d’antan, con da un secolo un piede e da un ventennio due in Consiglio federale e tutti gli altri fuori, ben piantati sulla Goldküste zurighese e nei sobborghi chimici di Ems (con diramazioni probabili in varie fondazioni e paradisi fiscali, ma tant’è).

C’era, appunto, perché al di là del fatto che ormai sono ambedue formazioni politiche consolidate, rappresentate in quasi tutti i consessi politici e consiglio-amministrativi della Svizzera l’UDC, del Ticino la Lega, le ultime circonvoluzioni balzate di recente agli onori della cronaca – le frizioni tra alleati a causa del veto-Zali, la mancata discussione a Lugano di una petizione firmata da oltre 7000 cittadini, l’assalto riuscito al CdA di AIL, l’annunciato arrocco storico in Consiglio di Stato… – lasciano perplessi. Perché puoi essere movimentista e contro tutto quello che vuoi, ma se sei il primo partito della Confederazione e, le due formazioni sommate, del Ticino, qualche obbligo istituzionale te lo devi assumere, qualche responsabilità per le decisioni prese e le loro conseguenze pure. Perché tutte queste vicende, che lo si voglia o no, oltre alla coerenza ideologica e la congruenza tra dire e fare, toccano temi importanti, come lo stato di diritto, la legalità di misure e decisioni, lo stato e il funzionamento delle nostre istituzioni e della nostra democrazia.

Tanto che viene da chiedersi se il movimentismo lega-democentrista, a parole anticasta, non sia in realtà diventato una semplice forma di sorveglianza più o meno metaforicamente armata da “buttafuori” contro le ingerenze esterne al potere conquistato e da “buttadentro” dei loro compagni di merenda in consigli d’amministrazione e alti quadri dirigenziali, pubblici o privati poco importa purché se magna (per non parlare delle stravaganti e per fortuna quasi subito abortite entrate in scena nel mondo sindacale).

“È una questione che va archiviata sotto la voce cadregopoli”, chioserebbe probabilmente il dapprima esponente della Lega e poi consigliere nazionale e presidente UDC Pierre Rusconi (la citazione è quella che fece a suo tempo riferendosi alla nascita della corrente del PLRT Idealiberale, i cui ex esponenti non guarda caso col tempo sono quasi tutti transumati in una delle due formazioni) osservando l’andazzo attuale dei suoi due ex partiti.

Incredibile ma vero, pure lo stile della comunicazione, malgrado alcune smargiassate che ricordano i bei tempi andati, sta assumendo i toni della peggior partitocrazia: “Non per la cadrega ma per agire”, titolava in aprile su La Regione l’attuale presidente UDC Piero Marchesi in un commento in cui difendeva le sue politiche e spiegava la crepe con l’alleato (segno dei mutati tempi, fino a poco tempo fa i democentristi spiegavano perché non erano come i leghisti, adesso sono questi a cercare di marcare la differenza); Gobbi-Zali «pienamente motivati e pronti a raccogliere nuove sfide», ha scritto domenica Lorenzo Quadri lasciando per un volta nel cassetto lo zio Bill.

Si parla insomma per rassicurare se stessi e i propri elettori e nascondere un vuoto pneumatico di idee e visioni – gli antichi progetti ormai sono impantanati da anni, se non addirittura dimenticati – oltre che le proprie contraddizioni e i propri fallimenti: 30 anni al Territorio con Borradori prima e Zali poi e i risultati li osserviamo, li digustiamo e li sopportiamo ogni giorno; 18 anni di Istituzioni con Gobbi e proprio il direttore-municipale-consigliere nazionale leghista afferma eufemisticamente che il dipartimento “naviga in acque agitate” (per le magagne e gli scandali del DI si legga un nostro articolo pubblicato proprio su Naufraghi).

Siamo entrati in una realtà alternativa, condita da un po’ di nostalgia canaglia in salsa leghista e da scimmiottature transalpine di marca democentrista, ma che poco, davvero poco, ha a che fare con la politica vera e, di conseguenza, con i problemi reali del Ticino e dei ticinesi.

Certo, la Lega è la Lega e l’UDC è l’UDC: la prima ha influenzato la politica ticinese per venti e più anni ed è ancora una discreta macchina da “acchiappavoti”, la seconda l’ha soppiantata nel suo ruolo almeno dall’ultimo lustro, ha risorse e un background proveniente d’oltre San Gottardo di primordine, ma come acchiappavoti lascia ancora abbastanza a desiderare – la capacità di parlare alla pancia delle persone non si improvvisa né si apprende facilmente.

Certo è possibile che l’azzardo, da vascello pirata come ha scritto Scarinci, funzioni; a noi tuttavia sembra piuttosto una disperata mossa da naufragio della Medusa, con i comandanti e i loro amici maggiorenti comunque al sicuro su confortevoli scialuppe di salvataggio e i “peones” stipati su una zattera di fortuna, con l’inespressa speranza che i primi, al contrario di quanto avvenuto nel lontano 1816, non decidano cinicamente di tranciare le funi che li tengono ancora legati assieme abbandonandoli a morte (politica) sicura. Ma questo neppure il Mago Otelma è in grado di predirlo.

Nell’immagine: inutile scomodare Géricault


Nessuna tolleranza, nessuna pietà, neppure per i morti

In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni 

In quale momento della nostra storia evolutiva abbiamo abbandonato il nostro stato animale per diventare esseri umani? Gli antropologi non sono in grado di dare una risposta definitiva: molti sono infatti i fattori che hanno concorso, qualche milione di anni fa, a far sì che i nostri antenati perdessero gradualmente la loro “animalità” per trasformarsi in esseri dotati di intelletto e di coscienza. Tra i fattori che ci distinguono dagli animali e che segnano l’inizio di quella che comunemente chiamiamo civiltà vi è tuttavia il culto dei morti, che si manifesta nei riti funebri diffusi non a caso in tutte le epoche e in tutte le società umane. Alcuni studiosi ritengono addirittura che l’arte o alcune sue forme, come la pittura e la scultura e per alcuni anche i canti e la musica, siano nate proprio grazie ai riti funebri, alle simbologie che da sempre li hanno accompagnati.

Al netto delle differenze di religione e di tradizioni, il culto dei morti è quindi una delle rare cose che accomuna l’umanità tutta, senza eccezione alcuna: il dolore che si prova per la perdita di una persona cara e la volontà di mantenerne il ricordo, spesso legati alla speranza di una vita oltre la morte, è una caratteristica umana nel senso più completo del termine. Riguarda gli individui e il gruppo cui il defunto apparteneva, che si stringe attorno alle persone colpite da un lutto in particolare durante i riti funebri e la deposizione della salma nella tomba, collocata in ogni società in un luogo particolare: il cimitero. Negare il permesso a qualcuno di onorare i suoi defunti è di conseguenza sintomo di grande inciviltà e disumanità, un segno di profondo disprezzo. Negargli il cimitero, pure.

Vero che l’uomo contemporaneo, soprattutto in Occidente, sta svolgendo un progressivo lavoro di rimozione della morte, sia nel gesto della cura e della sepoltura del defunto, ormai delegato a persone e ditte specializzate, che a livello culturale e lessicale, ma resta il fatto che il culto, l’onore e la “venerazione” che gli uomini attribuiscono al morto e al suo corpo è ancora importante, è una delle cose che ci rende umani nel senso più profondo del termine.

Nella nostra civiltà e cultura ce lo ricorda o ce lo dovrebbe ricordare sia la pietas greco-romana– espressione dei doveri che l’uomo ha sia verso gli uomini in genere e i genitori in specie, sia verso gli dei, dunque la religione – sia la pietas cristiana, uno dei sette doni dello Spirito santo per il quale si sviluppa e perfeziona la virtù della giustizia, in particolare in rapporto al culto di Dio e al rispetto degli uomini, dolore per la perdita dei loro cari non escluso, anzi.

Giustizia e rispetto che purtroppo non ha dimostrato la maggioranza degli elettori del comune turgoviese di Weinfelden, che in dispregio di ogni precetto cristiano e umano ha negato ai musulmani un pezzo di terra dove seppellire i loro morti secondo la loro tradizione. Ovviamente nel rispetto totale delle leggi comunali, cantonali e federali, come rimarcato a più riprese dal Municipio e com’è ovvio che sia.

Ad opporsi, paradossalmente, è stato un partito che dichiaratamente si rifà ai valori cristiani, l’Unione Democratica Federale (UDF), cui prontamente si accodato quello che sbandiera quelli della civiltà occidentale e del federalismo svizzero, che se non andiamo errati comprende il rispetto delle minoranze. Valori a Weinfelden non solo disattesi, ma scientemente calpestati. Neppure la pietà per i morti e la compassione verso il dolore di chi ha perso una persona cara ha potuto indurli ad abbandonare odio e pregiudizio.

Nell’immagine: una statua edificante in una piazza di Weinfelden


Accordo quadro con l’UE. Chi davvero attacca federalismo e diritti popolari?

In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni 

Ancor prima di essere letto (non essendo ancora stato parafato pochi sono infatti quelli che l’hanno potuto fare), l’accordo quadro con l’Unione europea, i cosiddetti Bilaterali III, è fonte di polemiche. Non appunto per il pacchetto in sé (quattro decreti: uno per la stabilizzazione delle relazioni bilaterali e tre per lo sviluppo nei settori della sicurezza alimentare, dell’energia elettrica e della sanità), ma per la decisione del Consiglio federale di sottoporlo a referendum facoltativo, obbligatorio, che per essere respinto o approvato necessita della sola maggioranza del popolo, non a quello obbligatorio, che necessita della maggioranza di popolo e Cantoni.

Apriti cielo! La destra è subito salita sulle barricate, parlando chi di “scorciatoia pericolosa” che addirittura “tocca il cuore stesso della nostra democrazia diretta” (Diego Baratti, UDC), chi di “un inaudito attacco al federalismo”, ossia “all’essenza stessa del nostro Paese” (Lorenzo Quadri, Lega). Potremmo continuare, ma il tono delle reazioni alla decisione dell’Esecutivo federale è questo.

Interessante notare come nelle argomentazioni della destra nostrana e nazionale compaia sempre il richiamo ai principi fondanti della Confederazione, in particolare federalismo e diritti popolari. Sanciti, come si sa, nella Costituzione federale. Di conseguenza ci pare operazione non priva di una qualche utilità ricordare quello che la nostra carta fondamentale, approvata da popolo e Cantoni, afferma in proposito, e in sovrappiù un compendio minimo di storia dei diritti popolari, che non sono scritti nella pietra come le tavole di Mosè ma da sempre in continua evoluzione.

In effetti nel 1848, data di nascita dell’attuale Confederazione elvetica, erano quasi inesistenti (non esistevano ancora neppure il franco svizzero e l’esercito, figuratevi un po’). Sul piano federale era previsto solo il referendum costituzionale obbligatorio. Niente referendum legislativo quindi, che verrà introdotto nel 1874, niente iniziativa costituzionale, introdotta nel 1891, soprattutto niente referendum sui trattati internazionali, per il quale bisognerà attendere quasi 80 anni, dato che risale al 1921 (questa possibilità è stata rivista nel 1977 e nel 2003).

Da notare inoltre che nel 2012 ben il 75,2% dei votanti e tutti i Cantoni, nessuno escluso, hanno affossato l’iniziativa “Accordi internazionali: decida il popolo!“, che chiedeva di sottoporre a referendum obbligatorio gli accordi con l’estero che comprendono norme di legge, ponendo così limiti alla loro ingerenza in politica estera, che è di competenza esclusiva della Confederazione (art. 54 cpv.1 della Costituzione: “Gli affari esteri competono alla Confederazione”). Gli accordi internazionali come quello in oggetto, anche se i Cantoni vengono spesso associati e consultati durante le trattative (art. 55 e seguenti), sono dunque trattati con la controparte estera e poi firmati dal Consiglio federale e in seguito discussi e se del caso approvati dall’Assemblea federale. A questo punto è data la possibilità del referendum.

Se obbligatorio o facoltativo lo stabilisce, una volta ancora, la Costituzione svizzera, non la parte politica di turno a dipendenza dei suoi interessi. L’articolo 140 recita che vanno sottoposti al voto di popolo e Cantoni: le modifiche della Costituzione (non è il caso dell’accordo quadro), l’adesione a organizzazione di sicurezza collettiva o a comunità sovranazionali (non è il caso dell’accordo quadro); le leggi federali dichiarate urgenti, prive di base costituzionale e con durata di validità superiore a un anno (non è il caso dell’accordo quadro). Il resto, tutto il resto, è sottoposto a referendum facoltativo (è il caso dell’accordo quadro).

Da notare che comunque l’Assemblea federale ha ancora la possibilità di modificare la decisione del Consiglio federale. Le è infatti data la possibilità di ricorrere al cosiddetto diritto costituzionale non scritto, che prevede la possibilità del referendum obbligatorio sui trattati internazionali a carattere costituzionale. Non sembra tuttavia essere qui il caso, dato che i Bilaterali III non intaccano in alcun modo la Costituzione federale. A riprova di ciò giova ricordare che sia i Bilaterali I che i Bilaterali II furono sottoposti a referendum facoltativo; difficile dunque comprendere il motivo per cui l’accordo quadro dovrebbe ricevere un trattamento diverso. 

In diritto, perché da un punto di vista politico la questione è di facile interpretazione: ad eccezione di quella dello Spazio economico europeo (SEE) nel 1992, ottenuta per di più grazie al decisivo appoggio della sinistra e del mondo sindacale, mai la destra nazionalista è riuscita ad opporsi a un accordo con l’UE: non ai Bilaterali I nel 2000, approvati con il 67,2% dei voti favorevoli, non nel 2005 ai Bilaterali II (56% di sì) e all’estensione della libera circolazione delle persone (56%), non alla successiva estensione della libera circolazione delle persone (59,6%) nel 2009, non al recepimento della direttiva UE sulle armi (63,7%) nel 2019 e nel 2022 alla partecipazione a Frontex (71,5%).

Il voto popolare insomma non la premia, mentre i Cantoni sono più possibilisti. Ad esempio, fosse stato usato il referendum obbligatorio, oggi sia pure per un misero mezzo cantone non parteciperemmo allo Spazio Schengen né all’accordo di Dublino. Da chiedersi quindi chi davvero perverte il federalismo e i diritti popolari per i propri interessi: coloro che usano con coerenza la nostra Costituzione oppure gli altri?

Nell’immagine: i “valori nazionali” non appartengono solo alla destra (da una campagna PS)


L’ennesima occasione persa

In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni 

Lo abbiamo scritto un paio di mesi fa: “Uno dei tratti distintivi dell’attuale politica (è) la mancanza di ascolto, di dialogo e di confronto tra le parti”. Una riprova si è avuta lunedì scorso in Consiglio comunale a Lugano, quando una maggioranza di 33 persone ha deciso di bocciare una modifica dell’ordine del giorno e così impedito che si discutesse della chiusura della piscina di Carona (risoluzione Cappelletti “per un’apertura almeno parziale della piscina di Carona e del parco”).

Corollario inquietante, la maggioranza era composta da molti, per non dire tutti, i rappresentanti di quelle formazioni politiche almeno a parole sempre attente ad intercettare e a far da megafono alle aspettative della “gente”; incomprensibile che non sia stata sufficiente la mobilitazione pressoché generale del quartiere in favore della sua piscina (tra di essi, è bene notare, non solo i contrari ma anche molti favorevoli al “glamping” TCS, che vorrebbero comunque usufruire della struttura fino alla sua trasformazione), una petizione firmata da circa 7000 cittadini e varie manifestazioni – l’ultima proprio prima del Consiglio comunale cui hanno partecipato circa 200 persone – per convincerli non ad approvare la riapertura, ma semplicemente a discuterne.

Perché è questo che in una democrazia normale dovrebbe essere fatto: ascoltare le persone, recepirne le esigenze, confrontarsi nelle sedi opportune con tutte le parti politiche e dopo, solo dopo, prendere delle decisioni. Anche sfavorevoli ai richiedenti se del caso. Per contro non ascoltare le foss’anche pure insane o illegittime richieste dei cittadini, chiudere preventivamente a qualsiasi dialogo dimostra a nostro avviso, oltre una sorta di analfabetismo civico, un uso improprio delle regole democratiche.

Peccato: l’ennesima occasione persa dal Municipio della città e dalla maggioranza dei partiti che lo sostengono per dimostrare che quel vincolo di fiducia tra le parti sociali, tra governanti e governati, esiste ancora ed è ben saldo e non si sta vieppiù sfilacciando, come ci pare invece di osservare da ormai diversi anni (il tasso di partecipazione sempre più basso e la difficoltà di trovare persone che si impegnino nella gestione della cosa pubblica – fuori dalle porte dei consigli di amministrazione invece c’è la coda di aspiranti – sono lì a dimostrarlo).

Prossima puntata di questo triste declino saranno probabilmente i lavori al PSE, che tra sorpassi di spesa, varianti di progetto in sede di costruzione e improvvisi ribaltoni nel finanziamento promettono scintille e fuochi d’artificio, e i progetti per il tram-treno (idem come sopra). Senza dimenticare il Centro esposizioni per il Campo Marzio, impantanato da decenni in progetti e “concorsi di idee” finora sempre abortiti.

L’ultima novella su questo comparto sono i 3,2 milioni spalmati su 10 anni (320.000 l’anno) chiesti dal Municipio per mantenerlo in funzione fino alla sua sostituzione. Due le cose difficilmente comprensibili per il cittadino medio:

  • I due pesi e due misure tra il Centro esposizioni e la piscina di Carona, visto che le cifre per mantenerli aperti sono simili (i millantati utili del Centro esposizioni non reggono a un’analisi dettagliata, poiché nel suo messaggio il Municipio a fronte dell’investimento presenta solo i possibili ricavi tacendo i costi di esercizio e di manutenzione ordinaria – il saldo reale dunque qual è?). Senza dimenticare che a consuntivo nel 2023 la voce “Fiere e congressi” presentava un deficit di 1,5 milioni, molto superiore rispetto a quello della piscina (150.000 franchi);
  • La pervicacia con cui il Municipio, nonostante decenni di rinvii e fallimenti, persegue un’ipotesi di sviluppo in cui manifestamente nessuno crede. Non sarebbe più saggio vagliare altre ipotesi di sviluppo e pianificazione, come quelle recentemente avanzate dalla mozione di Sara Beretta Piccoli (un insediamento balneare con annessa Spa di fianco al Lido al posto dei campi da tennis, che andrebbero spostati oltre la strada al posto del Centro esposizioni, il quale sarebbe a sua volta spostato fuori città, verosimilmente al PSE)?

Notizia dell’ultima ora, i 60 milioni che il Municipio vuole investire per l’ammodernamento dell’aeroporto di Agno, che nel 2023 ha registrato circa 19.000 movimenti (1583 al mese in media). La piscina di Carona nel 2024 ha fatto registrare circa 25.000 entrate, concentrate per di più in 4 mesi (6250 al mese in media). Dati che si commentano da soli, disparità di trattamento evidente, scelta politica pure.

Nell’immagine: Carona, la piscina


Di ascolto e dialogo. Confronto e democrazia liberale

In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni 

Le scorse settimane è balzata agli onori della cronaca la richiesta di un credito obbligazionario per circa 115 milioni per il PSE. La richiesta era già stata fatta al momento della votazione dai referendisti, ma era stata rigettata per questioni di indebitamento pubblico e di “rating” delle varie agenzie dal Municipio e dalla maggioranza che lo sosteneva, che avevano preferito optare per il partenariato pubblico-privato e il leasing pluridecennale delle infrastrutture. 

Oggi che lo stato delle finanze pubbliche è, rispetto ad allora, addirittura peggiorato, scopriamo così che per contro l’operazione si poteva fare, ciò che avrebbe non solo comportato risparmi sui tassi di interessi già pagati e da pagare, ma anche decretato l’inutilità del partenariato pubblico-privato. Dunque si poteva evitare di alienare suolo pubblico ed effettuare ulteriori risparmi, poiché, oltre ai campi da calcio al Maglio e a una nuova struttura per l’atletica, che a Cornaredo esistevano già, si sarebbe evitato di costruire pure le contestate palazzine e fors’anche le torri.

La questione, per una curiosa associazione di idee, mi ha portato alla piscina di Carona, quella che quest’estate non riaprirà causa (municipale dixit) il ricorso contro il “glamping” TCS di alcuni cittadini, gli stessi che ora, dopo aver semplicemente usato i diritti che la collettività ha concesso loro e subìto la bamboccesca ripicca delle autorità cittadine per averlo fatto, si chiedono come sia possibile che si trovino improvvisamente 115 milioni per il nuovo  stadio e non si siano trovati né si trovino tuttora i “miseri” 150.000 franchi (circa lo 0,1% del credito PSE) che servono per tenere aperta la piscina.

Ma questo è nulla: infatti ci è giunta notizia che il Municipio nella sua risposta agli oppositori ha deciso di contestare la legittimità di ricorrere ad alcuni cittadini di Lugano. Non è una fola: benché Carona sia stata accorpata a Lugano nel 2013 e ne sia divenuto un quartiere, per il Municipio è “illogico oltre che illegittimo (…) riconoscere legittimità ad insorgere a chi risiede a distanza di km (!) dal luogo interessato”, malgrado sia appunto domiciliato nel comune e che il ricorso riguardi una variante di PR di un suo quartiere. Pacata la replica dell’avvocato dei ricorrenti, che definisce le argomentazioni del Municipio semplicemente “senza senso”, per cui “si dispensa da ulteriore commento”.

Riteniamo comunque corretto informare gli abitanti della Grande Lugano che per il Municipio esistono almeno due tipologie di cittadini: quelli pre-fusione e quelli post-fusione, i cui diritti non sempre coincidono (i doveri sì?). Triste e ridicolo allo stesso tempo.

Ma non è questo il punto. Gli è infatti che questi due episodi – altri simili se ne potrebbero raccontare, anche a livello cantonale e federale, riguardanti forze di tutto lo spettro politico, non solo del centrodestra – mostrano uno dei tratti distintivi dell’attuale politica: la mancanza di ascolto, di dialogo e di confronto tra le parti. 

La democrazia liberale per contro si basa su regole non imposte ma raggiunte appunto tramite il dialogo e il confronto; la contemporanea e inscindibile presenza sia del consenso (maggioranza) che del dissenso (minoranza) è dunque uno suo tratto distintivo e imprescindibile. Negare questi principi, usare artifici fraudolenti o da azzeccagarbugli per contrastare o soffocare opinioni divergenti, non ascoltare le foss’anche pure illegittime richieste dei cittadini dimostra, oltre che una sorta di analfabetismo civico, un uso improprio dei diritti democratici.

Siamo assistendo alla rottura del vincolo di fiducia tra le parti sociali, tra governanti e governati, e alla formazione di un ceto politico ed economico che si erge sempre più in casta separata con priorità e agende che tengono raramente conto delle persone comuni. Ci stiamo di conseguenza incamminando verso sistemi di governo sempre più autoritari, se non autocratici tout court, in cui la parti sociali comunicano apparentemente sempre di più ma paradossalmente dialogano sempre di meno. Una modalità entrata anche nel parlamento e nel Governo federale, come denunciato al momento delle sue dimissioni dal presidente de Il Centro Gerhard Pfister, che impedisce spesso di perseguire quel tratto caratteristico della politica elvetica che è la ricerca costante, sia pure ogni tanto estenuante, del consenso più largo possibile tramite il compromesso. È la mitica concordanza, tanto declamata quanto ormai bistrattata.

Ripetiamo: non è un tratto caratteristico di una sola area politica, ma riguarda sia la destra che la sinistra e, ultimamente, pure i partiti di centro. Paradossalmente tuttavia al momento sono soprattutto i partiti di destra, quelli che si richiamano alla nostra tradizione, a dimostrare insofferenza per i nostri tradizionali principi democratici. Non è che non ascoltino le richieste dei cittadini, ma le dilatano oltre ogni limite. È il mito della sovranità (della maggioranza) popolare sopra chiunque e ogni cosa, diritti individuali e della minoranza compresi, un meccanismo perverso che si nutre di slogan ossessivi, simil tormentoni estivi che assumono valore di verità, alimenta emozioni negative portandole a saturazione e scagliandole poi verso una valvola di sfogo o un capro espiatorio.

È la “democrazia illiberale” di Putin, Orban e loro simili, che per sua natura nega pluralismo, dialogo e (non sia mai) dissenso e propugna l’annientamento dell’avversario come soluzione, ossia l’esatto contrario di quello che è la democrazia liberale, che si nutre appunto di confronto, non di scontro, che non anela alla vittoria totale, ma ad una soluzione condivisa che arricchisca tutti nel rispetto dei singoli individui e permetta alla società di evolvere il più armoniosamente possibile.

È il pensiero unico, che distrugge dal suo interno l’essenza della “res publica” per arrivare oggi ai partiti “ad personam” (l’UDC di Blocher, Forza Italia di Berlusconi, i Repubblicani di Trump, Macron in Francia, i laburisti di Blair…) con una classe dirigente composta soprattutto da “yes man” e le persone trasformate da cittadini discenti e ragionevoli a tifosi, per definizione acritici e irragionevoli, domani forse come storia insegna all’uomo forte tout-court.

Stiamo assistendo al trionfo del populismo e dei demagoghi, che alla complessità della realtà sostituiscono semplificazioni e disinformazione, confondono ad arte analisi e complotto, abbassano il livello del linguaggio per identificarsi con “la gente” (classica tecnica da marketing e pubblicità: io parlo come te, quindi sono come te) ed esaltano in funzione “antipolitica” e ultimamente anche antiscientifica l’ignoranza come virtù. 

Colpa certo di partiti (tutti) che hanno perso la capacità di interagire con la società limitandosi ad ascoltarne solo una parte ben definita, colpa anche nostra, di cittadini sempre meno informati e sempre più disinteressati alla cosa pubblica. Forse non è inutile rimarcare come il comunismo, il fascismo e il nazismo siano tutti regimi scaturiti da circostanze simili. Triste, e purtroppo non ridicolo.

Nell’immagine: all’ascolto dei cittadini


Demolizione ex macello: tutto chiaro fin dall’inizio

In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni 

La vicenda della demolizione dell’ex macello è forse la migliore cartina di tornasole dello stato spaventevole in cui versa la nostra classe politica; aggiungiamoci il bordello che ha regnato e regna nei nostri penali uffici (tranquilli: se inviare una foto con due falli giganti a una segretaria non è pornografia, questo non è turpiloquio, ma rappresentazione verbale della realtà, per cui continuate pure a leggere) e almeno un bicchierino di troppo da parte del “referente politico” dei nostri magistrati e poliziotti, e raggiungiamo il livello orripilante.

Vero che anche noi cittadini ci mettiamo del nostro ché, come ci ha spiegato il nostrano consigliere federale che i giornali non li legge, dei media in generale è bene non fidarsi, tutti o di sinistra o al soldo di non si sa bene quale potere forte (o tutti e due) e succubi di una cospirazione demo-pluto-giudaico-massonica.

Peccato che questa volta sarebbe stato invece il caso, di leggerli, perché tutte le notizie emerse in questi giorni sui fatti di quella notte di fine maggio 2021 erano già state pubblicate nelle settimane e nei mesi successivi. Oggi, grazie alla meritoria pubblicazione dei verbali di polizia, siamo a conoscenza di alcuni particolari in più, ma la sostanza non cambia.

Del resto fu lo stesso allora sindaco Marco Borradori il giorno dopo il (mis)fatto ad affermare ai microfoni della RSI che sgombero e demolizione di improvvisato non avevano nulla, ma che anzi tutto era stato preparato e pianificato nei dettagli e portato a termine con rigore e competenza, dunque che tutti, dal “referente politico” in capo a Bellinzona all’ultimo agente, malgrado una comunicazione pare claudicante sapevano cosa fare e perché.

Tuttavia, dopo questo primo momento di orgogliosa fierezza, quando ci si rese conto che in realtà alcuni dettagli erano sfuggiti e che, come poi avvenuto, si rischiavano denunce amministrative e penali, è iniziato lo squallido valzer delle “verità alternative” e l’infantile scarico di responsabilità.

Nelle settimane che seguirono si precisarono comunque alcuni dettagli. Ad esempio questo sito pubblicò a inizio luglio un articolo che diede voce alla polizia. Istruttivo rileggerlo.

I rinforzi vodesi? Citati, sia pure non quantificati con esattezza, e ritenuti dai nostri agenti inutili: “Hanno organizzato la giornata come se dovessimo affrontare chissà che – ci ha spiegato un agente – quando sapevamo benissimo che sarebbero stati due o trecento al massimo [i dimostranti, ndr], di cui pochi potenzialmente violenti”.

Occupazione, sgombero e demolizione?  “Abbiamo ricevuto l’ordine di sgomberare lo stabile, abbiamo chiesto e ricevuto conferma e abbiamo fatto quello che dovevamo fare senza praticamente alcun serio problema”, così il racconto sintetico di un agente sul posto. Ordinaria amministrazione, insomma, anche perché, ci aveva spiegato un suo collega che non era presente sul posto, “è impossibile che abbiano agito senza un ordine diretto! Bisognerebbe essere davvero c… per farlo!”.

Concetto ripreso e ribadito dall’ex sindaco Giorgio Giudici, non certo uno di sinistra, che in un’intervista su Areaonline puntò il dito contro il Municipio di Lugano e il vertice del Dipartimento delle Istituzioni. Titolo: “Impensabile demolire senza l’avallo della politica”

E difatti poi saltarono fuori verbali di polizia della primavera 2021 in cui si auspicava la demolizione come “soluzione finale” [l’infelice espressione virgolettata non è nostra, ndr] e si confermava la disponibilità delle macchine da cantiere per attuarla.

Ci si sorprende oggi che qualcuno abbiamo proposto di assediare i molinari tagliando loro anche gli approvvigionamenti per prenderli per fame? “Per principio e prassi – ci spiegarono – tutte le opzioni vengono messe sul tavolo e tutti gli scenari valutati (…) anche i più improbabili”. Confessiamo che la nostra fantasia non aveva valicato il tempo raggiungendo l’epoca medioevale, ma non è questo il punto.

E il tetto demolito? “Il tetto demolito era quello sbagliato, ché quello dell’edificio dove si riunivano i molinari non era pericolante ma era stato puntellato e, si può supporre, messo dunque in sufficiente sicurezza”, scrivemmo sempre su questo sito nel mese di ottobre 2021.

E via elencando. Tutto come detto noto fin dai primi mesi.

Senza dimenticare che il procuratore generale Andrea Pagani al termine della sua prima inchiesta non poté che ammettere che quella sera le autorità commisero almeno un reato dato che “l’elemento oggettivo… è stato adempiuto”, anche se poi li assolse per “causa esimente” (assoluzione poi cassata dall’istanza superiore, che ordinò una nuova inchiesta), oltre che amaramente constatare che in alcuni casi le versioni tra Polizia e Municipio divergevano, per cui resta “aperta la questione a sapere quale delle due posizioni sia quella aderente alla verità”, ossia chi tra agenti di polizia e municipali abbia mentito o per lo meno omesso qualcosa.

Adesso ne abbiamo la certezza: a mentire e/o omettere è stata la politica tutta, mentre i poliziotti hanno fatto solo quello che era stato loro ordinato. Che poi a finire sotto la lente della magistratura siano praticamente sempre e solo i Duilio di turno, come quelli che favoriscono il favoreggiato a sua insaputa, è cosa tipicamente nostrana, un altro nostro triste primato. E a noi, per loro, ce ne dispiace davvero assai e va tutta la nostra solidarietà.

Nell’immagine: le macerie raggiungono Bellinzona


Media svizzeri: un cerotto che non risolve i problemi

In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni 

Che lo scambio di informazioni renda possibile e arricchisca la formazione delle opinioni e che in questo senso i media, poiché diffondono osservazioni e analisi e creano spazi di discussione pubblica che permettono a tutti di partecipare alla vita sociale, culturale e politica siano fondamentali per mantenere in salute una democrazia (la nostra democrazia diretta in particolare), è un fatto che crediamo nessuno discuta; che i massa media in generale e la stampa scritta in particolare siano da tempo in crisi sia da un punto di vista finanziario che della loro credibilità pure.
E questo è un problema. Non tanto da un punto di vista quantitativo – crediamo che mai come oggi le persone siano state sommerse da così tanta informazione e che mai come oggi questa sia stata così facilmente accessibile – ma qualitativo. Di conseguenza è un problema di fiducia e autorevolezza, aspetti questi che caratterizzano e distinguono i prodotti mediatici da quelli di qualsiasi altro settore economico. In una democrazia insomma i media non solo alimentano la pluralità delle informazioni e delle opinioni, ma creano dei beni d’interesse pubblico che oggi paradossalmente hanno perso valore in modo inversamente proporzionale alla loro diffusione.

In più o meno tutti i paesi occidentali nel corso del tempo si è affermata una struttura simile – media privati sovvenzionati indirettamente e media pubblici o di servizio pubblico sovvenzionati direttamente o tramite la riscossione generalizzata di una tassa d’uso. In Svizzera, nazione in cui lo Stato è costituzionalmente tenuto a garantire la libertà di informazione (art. 16) e dei media (art. 17), abbiamo oggi la riduzione dei costi di distribuzione e dell’aliquota dell’IVA per giornali e periodici e la riscossione del canone radio-tv per le emittenti pubbliche e quelle private che rispondono a criteri di servizio pubblico; non ricevono per contro nulla i media digitali. Un quadro giuridico oggi manifestamente obsoleto e inadeguato.

Malgrado ciò le Camere federali, dopo la bocciatura popolare del nuovo articolo di legge sui media nel 2022, hanno deciso di mantenerlo inalterato, per lo meno per i prossimi sette anni. Un cerotto che non risolve alcun problema e che sa tanto di cura palliativa in attesa di cosa non si sa, ché è ben difficile immaginarsi o un’inversione di tendenza o che in un periodo così breve gli editori riescano laddove in tre decenni non sono riusciti, ossia trovare un nuovo modello di business che permetta loro sia di sostenersi economicamente in modo autonomo che di assicurare (non sia mai, aumentare) quegli aspetti qualitativi che come abbiamo visto sono non solo connotati ai suoi prodotti, ma ne costituiscono l’essenza stessa.

In questo senso mal si comprende l’inerzia di fronte all’evidente collasso che sta vivendo il sistema: non il tentativo di un cambiamento, ma il puro e semplice perpetuare del fallimentare statu quo. Così facendo la politica sta condannando la Svizzera nella migliore delle ipotesi a un incessante depauperamento del panorama mediatico, con una sempre maggiore concentrazione delle testate nei grandi gruppi e una sopravvivenza di piccolo cabotaggio delle poche indipendenti che riusciranno a sopravvivere, nella peggiore a una sua pressoché totale estinzione, che in un contesto di digitalizzazione crescente l’iperregionalizzato mercato elvetico conta meno di nulla.

Eppure non è che la politica non abbia le conoscenze per elaborare decisioni anche coraggiose e innovative. Oltre a sindacati e associazioni professionali, che sin dagli anni ’90 hanno osservato con attenzione questa evoluzione, messo in guardia dai pericoli poi puntualmente verificatisi e proposto soluzioni, da circa 20 anni esiste la Commissione federale dei media (COFEM), che ha sfornato con regolarità rapporti e analisi. Non sappiamo quanto letti e analizzati, visto quanto (non) successo e gli attuali risultati.

Eppure quanto s’ha da fare è noto da tempo: se nel 2011 in un suo rapporto il Consiglio federale si mostrava ancora attendista confidando nella capacità dei media di autoregolarsi ed evolversi (sic!), già tre anni dopo la COFEM non aveva dubbi, affermando che “un sostegno ai media che si fondi sulla conservazione delle strutture e delle offerte esistenti sarebbe sbagliato, così come è obsoleto privilegiare soltanto alcune tipologie di mezzo di comunicazione” e proponendo di conseguenza alcune linee di intervento e sviluppo. 

In sintesi: o si cambia, o si muore. Basta esserne consapevoli. Peccato che dopo dieci anni siamo ancora lì.

Nell’immagine: il panorama mediatico svizzero


Alta vigilanza? Sì, ma anche sul Dipartimento

In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni 

La recente, sicuramente intempestiva e più che discutibile decisione  del Consiglio della magistratura di destituire con effetto immediato due giudici del Tribunale penale cantonale è l’ultimo scandalo che ha investito il Dipartimento delle istituzioni, dal 2011 diretto dall’on. Norman Gobbi (coordinatore della Lega ma anche in quota UDC). A memoria non abbiamo presente nei decenni precedenti la sua nomina una serie così lunga e soprattutto fitta di problemi, alcuni dei quali l’hanno pure visto coinvolto di persona.

Ricapitoliamo, senza la pretesa di essere esaustivi. Dopo un primo quadriennio tutto sommato tranquillo – per lo meno non ci ricordiamo nulla di particolare – è nel secondo che, al di là dei rapporti non propriamente idilliaci con la magistratura nel suo complesso (ma quale consigliere di Stato li ha mai avuti?) iniziano a manifestarsi i primi problemi.

Viene svelato ad esempio il caso delle spese di rappresentanza del DI, ampiamente sopra la soglia dei 5000 franchi permessi per legge – limite che tutti gli altri dipartimenti rispettano, è bene precisare – con un picco nel 2017 di ben 31.000 franchi (ma pure nel 2016 – 22.000 – e nel 2019 – 26.000 – mica hanno scherzato; solo la pandemia di Covid le ha riportate nel 2020 entro la soglia legale, benché di poco), un fatto per lo meno curioso per il rappresentante di due partiti che, per lo meno a parole, fanno del rigore finanziario, della diminuzione della spesa pubblica e del rientro del deficit cantonale uno dei loro cavalli di battaglia.

Scoppia soprattutto lo scandalo dei permessi facili, che investe alcuni funzionari del suo dipartimento ma che è subito offuscato, c’è chi dice ad arte, da quello Argo1, che costerà il posto in Governo a Paolo Beltraminelli ma le cui lunghe ombre lambiranno anche il DI – ad esempio Marco Sansonetti, il responsabile di Argo 1 che ha passato 24 giorni in prigione ma che poi verrà assolto da quasi tutte le accuse, in un libro nel 2022 dal titolo assai esplicito – “Quando il potere è nelle mani sbagliate” – afferma di non avere dubbi, che a suo avviso il deus ex machina di tutto non fu Beltraminelli, bensì Norman Gobbi, che era in rapporti di amicizia col responsabile dell’agenzia che sostituì Argo (la Securitas, ndr.), tanto stretta che vi aveva trascorso per anni le ferie assieme alle rispettive famiglie. 

Un’accusa questa, di favorire un po’ troppo gli amici e gli amici degli amici e di una gestione spesso tra il nepotistico e il clientelare del suo dipartimento, che ricorre periodicamente tra i parlamentari, tanto che in Gran Consiglio gli atti con cui si è cercato di far luce su pratiche e comportamenti per lo meno curiose, in alcuni casi a dire degli interpellanti al limite della legalità se non addirittura oltre, sono numerosi.

Ma è soprattutto nell’ultimo biennio che le cose per il consigliere di Stato sono precipitate. A iniziare dalla vicenda dell’ex Macello, non tanto per il suo ruolo ma per quello della magistratura, con cause esimenti che tanto esimenti non sono, e soprattutto della polizia, con il comandante in capo che si è rifiutato di consegnare al procuratore generale alcune carte utili all’inchiesta, che poi è stato sbertucciato nel merito dal giudice per i provvedimenti coercitivi e che malgrado ciò ha provato pure a chiedere che non fossero consegnate alle parti civili (il pp. Pagani, ci dicono, ha respinto la richiesta) – lui però, malgrado l’infondatezza delle sue richieste e il vulnus istituzionale creato, è ancora saldo al suo posto – per passare al famoso incidente di Stalvedro, con test alcolemici ballerini e fuori tempo massimo e favoritismi fatti all’insaputa del favorito – e, senza dimenticare la batosta in votazione popolare, dunque politica, per la sede del cosiddetto “palazzetto della giustizia”, finire appunto con il recente caos che tra accuse di mobbing mai dimostrate, foto falliche sebbene non pornografiche e denunce incrociate fra i vari giudici ha investito da mesi e attanaglia forse da anni il Tribunale penale cantonale.

Il presidente della Commissione giustizia e diritti Fiorenzo Dadò si è detto “scioccato e preoccupato” per la destituzione dei due giudici; anche noi lo siamo, ma non solo e non tanto per la decisione del Consiglio della magistratura. Perché basta scorrere velocemente l’elenco sovrastante per affermare che ce ne sia abbastanza affinché il Gran Consiglio eserciti, in maniera efficace, l’alta vigilanza. Non solo sulla magistratura, ma anche su chi la dirige, perché chiunque abbia un minimo di nozioni manageriali sa per certo che se si verificano disfunzioni in serie in un’azienda queste sono sì imputabili ai dipendenti se prese singolarmente, ma in realtà nascono da pecche di conduzione non indifferenti dei loro vertici, “referenti politici” compresi.

.Nell’immagine: Norman Gobbi in riunione (dal sito ti.ch)


Di scuola, di dogmi e di princìpi

In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni 

In autunno, come quasi ogni anno, le proposte e i contributi sul sistema scolastico obbligatorio si sono sprecati: ha iniziato il PLR, presentando i suoi “17 campi di azione per un’educazione scolastica equilibrata e orientata al futuro”, ha chiuso, per lo meno nel nostro Cantone, un botta e risposta su “laRegione” tra il presidente dell’UDC ticinese e consigliere nazionale Piero Marchesi e la consigliera di Stato e direttrice del DECS Marina Carobbio Guscetti. In mezzo, di tutto e di più.

Iniziamo dal PLR, che vuole una “educazione scolastica equilibrata” (ne esiste una squilibrata, se è davvero educazione?) e “orientata al futuro” (di nuovo: ne esiste una non orientata al futuro, se è davvero educazione?), e nell’introduzione parla di istruzione non solo “solida” (e ci mancherebbe) ma anche “pratica”. Incomprensibile, perché se di una cosa si può essere sicuri è che l’istruzione, che attiene a cultura e conoscenza, ossia all’immateriale, non è mai pratica – lo sarà semmai una possibile applicazione. Se si parla di scuola, o meglio di modello scolastico, non è questione di lana caprina. E difatti, giusto per sottolineare il concetto di una scuola orientata al futuro, i liberali propugnano un ritorno al XIX secolo, quando davvero il partito svolse un ruolo pionieristico (oseremmo dire rivoluzionario) e orientato al futuro, non solo in campo scolastico.

Da parte sua Marchesi nella sua controreplica alla consigliera di Stato a proposito dei principi di uguaglianza e inclusività parla di “dogmi oramai a fine corsa”. Non so quanto Marchesi, di formazione montatore elettricista poi qualificatosi fino a ottenere un diploma in executive business administration alla SUPSI, sappia di queste cose, ma ci sembra presupposto indispensabile in qualsiasi ragionamento conoscere i concetti che si impiegano a sostegno. Confondere, come lui fa, il dogma, ossia una verità affermata come universale e indiscutibile, con il principio, ossia un concetto che forma uno dei fondamenti di una scienza, di una disciplina o di un sistema etico-filosofico e che, al contrario del dogma, deve essere interpretato e applicato alla situazione concreta, è errore certo piuttosto comune ma non per questo meno grave – se alla base mancano o sono carenti le premesse linguistiche, dunque concettuali, difficilmente gli sviluppi e le conclusioni potranno essere corretti.

Malgrado ciò che la nostra scuola media vada migliorata nessuno lo contesta. Non tanto perché inclusiva, propugna più che l’uguaglianza le pari opportunità (è diverso) o perché, come affermato del PLR, segue le tendenze attuali della società, ma proprio per il suo contrario, perché nata e pensata negli anni ’70 oggi, a 50 anni dalla sua ideazione, mostra inevitabili segni di invecchiamento, che possono essere superati solo ricalibrandola sul presente (i giovani) in modo da orientarla sul futuro. Il loro naturalmente, non il nostro.

In questo senso paradossalmente hanno ragione Marchesi e il PLR: bisogna togliere potere ai burocrati (politici compresi, categoria che loro non a caso dimenticano) per darlo agli esperti del settore. Che non sono appunto né i burocrati né i politici, non sono i genitori né tantomeno gli allievi, ma sono i tanto bistrattati insegnanti e soprattutto i pedagogisti. I Montessori e i Piaget di oggi, per non citare che due tra i più conosciuti, che come i loro illustri predecessori hanno le conoscenze e le capacità per immaginare la scuola di domani. Noi, tutti noi, sicuramente no.

Quello che tutti noi invece possiamo fare, senza preconcetti o ansia di rivincita ideologica, è leggere e analizzare gli studi sui modelli attuali di scuola (il famoso PISA, ma non solo) per capire quali funzionano meglio e perché, in modo da delineare delle linee di tendenza, aspetti da approfondire ed eventualmente adattare alla nostra realtà. Perché ogni modello è pensato ed elaborato per rispondere ad esigenze locali e specifiche, per cui non può mai essere replicato pedissequamente altrove.

Tre le constatazioni generali che si possono comunque trarre: la scuola svizzera e quella ticinese danno buona/ottima prova di sé – forse non eccellono, ma comunque si piazzano sempre nella top ten mondiale, e non è poco; i paesi nordici in generale e la Finlandia in particolare posseggono i migliori sistemi al mondo; praticamente tutti i paesi in top ten collocano le pari opportunità e l’inclusività tra i loro principi fondanti. 

Esemplari in questo senso, oltre la Finlandia e i paesi nordici, sono il Canada e l’Estonia, paesi che anche grazie all’istruzione riescono a gestire con buon successo i flussi migratori: il primo, come gli Stati Uniti, è da sempre un paese a fortissima immigrazione (non decine di migliaia di persone l’anno, ma centinaia di migliaia), e la differenza di tensioni sociali con il suo vicino è nota e palese; il secondo ha visto aumentare la popolazione di studenti stranieri dai circa 400 di una decina di anni fa agli oltre 4000 attuali (dieci volte tanto!) senza che la qualità della sua scuola ne risentisse. Anzi è in continuo e costante miglioramento, tanto che ormai tallona la Finlandia da vicino e per alcuni studi addirittura la supera.

Alla base del successo di questi modelli vi sono investimenti statali importanti, il sostegno il più possibile precoce per gli allievi in difficoltà e/o alloglotti e la buona/ottima considerazione sociale e autonomia didattica di cui godono gli insegnanti. Che è l’esatto opposto di quello che auspicano il PLR e Marchesi, persi a vagheggiare una passata età dell’oro educativa in realtà mai esistita; perché il futuro non sta nel XIX secolo, ma in direzione ostinatamente contraria. 

Nell’immagine: gli esperti sono loro


Marco Chiesa. Magari è razzista, ma comunque è immune

In Ticino, Udc e Lega sembrano agire e parlare tanto per rassicurare sé stessi e i propri elettori, e nascondere un vuoto di idee e visioni 

Ha fatto discutere la recente decisione della Commissione degli affari giuridici del Consiglio degli Stati di non sopprimere l’immunità parlamentare al consigliere agli Stati, Municipale di Lugano ed ex presidente UDC Marco Chiesa. La richiesta era stata presentata dalla magistratura del canton Berna per una supposta violazione della legge federale contro il razzismo durante la campagna del partito per le elezioni federali del 2023.

Senza entrare nel merito della questione se la campagna fosse effettivamente razzista oppure no – compito che deve essere lasciato dal profilo penale ai giudici e dal quello etico alle sensibilità personali – la decisione della Commissione è interessante proprio perché propone un’interpretazione del concetto di immunità forse un po’ troppo estesa.

In effetti i parlamentari federali, come anche i consiglieri federali e il cancelliere della Confederazione, beneficiano di due tipi di immunità: una assoluta sancita dalla Costituzione (art. 162 cpv.1) per quanto da loro espresso nelle Camere federali o nei vari organi parlamentari; una relativa per quanto da loro fatto o espresso in azioni direttamente connesse alla loro condizione di eletti. Entrambe sono funzionali, per cui non vi si può rinunciare. La prima però li protegge da ogni sanzione penale e civile (fanno eccezione le misure disciplinari interne al Parlamento) e non può essere soppressa, la seconda invece sì e li protegge dalle azioni penali ma non da quelle civili.

La richiesta di soppressione deve essere presentata non appena l’autorità di perseguimento penale sospetta che un membro dell’Assemblea federale abbia commesso un reato. Costituisce dunque un atto che deve essere adempiuto prima dell’avvio dell’inchiesta, non durante o addirittura dopo. Il che significa che il reato non è ancora appurato ma solo ipotizzato e che quindi l’inchiesta potrebbe anche sfociare in un non luogo a procedere.

Nel caso di Chiesa la commissione ha di conseguenza dapprima dovuto decidere di quale tipo di immunità poteva godere e se ne poteva godere. In effetti se avesse goduto dell’immunità assoluta o se la Commissione avesse deciso che non vi era alcuna relazione diretta tra i fatti contestati e l’attività parlamentare, la Commissione avrebbe deciso di non entrare in materia sulla richiesta della magistratura bernese: nel primo caso ciò avrebbe impedito l’avvio dell’azione penale, nel secondo l’avrebbe permessa.

Ed è appunto qui che nasce un problema. Perché nell’autunno 2023 sia Marco Chiesa che il correo Peter Keller, allora segretario generale UDC, erano sì ambedue parlamentari, ma è altresì evidente che la campagna elettorale non venne studiata, elaborata e infine approvata dal consigliere agli Stati Marco Chiesa e dall’allora consigliere nazionale Peter Keller, ma dalla direzione del partito nel suo insieme, due organi (due funzioni) quindi nettamente distinti. Per lo meno così ci pare.

Malgrado ciò la Commissione degli affari giuridici ha deciso che il mandato politico di Marco Chiesa è direttamente “connesso alla posizione da lui rivestita all’interno del suo partito, in particolare nel contesto dell’organizzazione della campagna elettorale federale”, la quale, specifica per di più, “ha portato alla sua rielezione”. Il che significa che, al contrario di quanto affermato nel paragrafo precedente, per la Commissione non vi è distinzione alcuna di funzione (perché, ricordiamolo, è di funzione che si sta parlando) tra la carica di parlamentare federale eletto dal popolo e la direzione di un partito politico, una libera associazione di cittadini sì importante per la nostra democrazia ma non eletta dal popolo. E che anzi, come affermato nel suo comunicato, le due cariche sono talmente interconnesse che “nel presente caso gli interessi istituzionali (interesse pubblico al funzionamento del Parlamento) prevalgono sull’interesse al perseguimento penale”. Interesse pubblico al funzionamento del Parlamento di un presidente di partito…

Interpretazione curiosa, perché già solo dalle modalità di accesso alla carica si dovrebbe per lo meno intuire la pericolosità della parificazione delle due funzioni proprio per il corretto funzionamento delle nostre istituzioni, poiché una trova la sua giustificazione primaria nell’elezione popolare ed è dunque pienamente democratica, l’altra, eletta solo da un gruppo di sodali (la “partes”, appunto), lo è solo in modo molto limitato. Oltre al fatto che per mandato costituzionale (art. 161, cpv. 1: “I membri dell’Assemblea federale votano senza istruzioni”) deputati e senatori dovrebbero esercitare la loro carica in piena indipendenza dagli altri poteri e pure dai partiti di appartenenza, un’indipendenza che la Commissione con questa decisione ha mostrato e ufficialmente sancito essere pura finzione. 

Basta saperlo. 

Poi, ma solo poi, possiamo cominciare a discutere di libertà di espressione e di formazione dell’opinione pubblica.

Nell’immagine: Marco Chiesa