Malgrado la 13esima AVS la Svizzera si sposta sempre più a destra

Nella domenica elettorale si è votato anche in alcuni cantoni per Esecutivi e Parlamenti, con grande successo per l’Udc 

Smorziamo i toni, per favore. Certo, l’accettazione da parte di popolo e cantoni della 13esima AVS condita dal nettissimo rifiuto dell’aumento dell’età pensionabile come proposto dai giovani PLR, è stato un bel segnale, ma da qui a parlare di “decisione storica”, “svolta”, “inversione di tendenza” e chi più ne ha più ne metta, ce ne corre. La Svizzera, infatti, non solo è e resta un paese tendenzialmente conservatore, ma da ieri lo è anche un po’ di più.

Lo dimostrano le tre elezioni cantonali svoltesi nel fine settimana (San Gallo, Svitto e Uri) cui si è aggiunta quella per decidere il subentrante di Beat Jans nel Consiglio di Stato di Basilea Città. Ebbene, come già alle elezioni federali dello scorso ottobre vi è un unico partito vincitore, l’UDC, e vi sono due sconfitti, il PLR e i Verdi. Gli altri si barcamenano sulle loro posizioni, limitando i danni senza infamia e senza lode.

Dai Verdi, in crisi di leadership da tempo, non ci si poteva aspettare molto. Un appunto merita invece il PLR, perché se il futuro è rappresentato dai giovani del partito che domenica han subìto una scoppola di proporzioni quasi mai viste con la proposta dell’innalzamento dell’età pensionabile per i prossimi anni e che, inavvertitamente, hanno pure favorito l’approvazione della 13esima AVS, appare evidente a tutti quale sia la proposta alternativa della destra economica, per la quale il futuro si prospetta nero che più nero non si può. Triste fine per il partito che, non dimentichiamolo, ha letteralmente immaginato prima e costruito poi la Svizzera che tutti conoscono.

Le dinamiche, insomma, in questi quattro mesi non sono cambiate, né ha portato beneficio alcuno alla sinistra nel suo insieme il fatto che queste elezioni si svolgessero in un week-end di votazioni in cui i temi potevano favorirla. L’ennesima conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che una cosa è il voto per iniziative e referendum, in cui opinioni e interessi personali spesso sono determinanti, un’altra il voto per le elezioni politiche, in cui l’ideologia e l’appartenenza d’area la fan da padrone.

I numeri per i Gran Consigli – per chi se li fosse persi – sono impietosi: UDC +7 seggi a San Gallo, +5 a Svitto e +1 a Uri (totale +13); PLR -3 a San Gallo, -1 a Svitto e -4 a Uri (totale -8); Verdi -3 a San Gallo, a Svitto e Uri, in entrambi i casi in unione con il PS, -2 (totale -7).

A sinistra non è andata meglio per i Consigli di Stato: a Svitto malgrado abbia proposto il presidente del Gran Consiglio il PS non è riuscito a riconquistare il seggio perso nel 2012 dopo 68 anni di presenza ininterrotta (il suo candidato oltre ad essere arrivato lontanissimo dagli eletti si è pure fatto superare da un agricoltore senza partito, il cui unico merito è stato quello di aver avuto posizioni critiche sulle misure anti-Covid); a San Gallo la sua seconda candidata è a 10.000 voti di distacco da chi la precede, tanto per cambiare due UDC, per cui i socialisti rischiano di perdere un seggio in Governo se non riusciranno a recuperare al secondo turno (difficile, per non dire impossibile); a Uri l’unico dei cinque uscenti che non ha raggiunto la maggioranza assoluta al primo turno è – né poteva essere altrimenti visto l’attuale trend – l’esponente del PS, che non solo ci è giunto parecchio lontano ma è pure stato preceduto da un esponente del Centro (lui per di più a soli 80 voti dalla soglia…).

Dulcis in fundo, pure in un bastione rossoverde come Basilea Città per eleggere il successore di Beat Jans bisognerà attendere il secondo turno, dato che il candidato PS non è riuscito a raggiungere al primo la maggioranza assoluta necessaria. Qui, tuttavia, a differenza che negli altri cantoni, per lo meno partirà in vantaggio. Quasi certo per contro, visto il distacco che ha separato domenica i due contendenti, che il PS perderà al secondo turno la presidenza del Governo (una specificità tutta basilese) a favore del Partito liberale democratico (altra specificità basilese).


Il pasticciaccio brutto è servito

Nella domenica elettorale si è votato anche in alcuni cantoni per Esecutivi e Parlamenti, con grande successo per l’Udc 

In gastronomia il pasticcio è una pietanza formata da diversi alimenti, spesso molto disparati tra loro, tenuti assieme da un involucro (di solito di pasta frolla) e poi cotti al forno per amalgamarli; il risultato è un piatto ricco e variegato nei sapori e negli odori, una vera leccornia da portare in tavola nelle grandi occasioni. A condizione, naturalmente, di avere un cuoco o una brigata di cuochi capaci che conoscano la loro professione e le materie prime con cui operano.

In politica, per lo meno in quella ticinese, il pasticcio rima invece con preventivo 2024: la ricetta non cambia nei suoi dati essenziali (pure l’involucro, ossia la maggioranza che lo ha tenuto assieme, potrebbe essere definita in senso figurato di pasta frolla); quello che cambia è la brigata che lo ha cucinato, non solo eterogenea, ma pure fondamentalmente inetta a carente nei suoi fondamentali, ossia nella conoscenza della materia e della realtà su cui agisce. Il risultato e la tragicommedia della sua preparazione andata in scena in questi ultimi mesi del resto sono sotto gli occhi di tutti. Un pasticciaccio insomma, e pure brutto, che rischia di essere indigesto per molti se non per tutti. A cominciare dai sindacati, che hanno confermato la giornata di mobilitazione per il 29 febbraio.

Il preventivo 2024 è dunque, in ultima analisi ed estrema sintesi, semplicemente questo: l’espressione della nostra classe politica, per lo meno della sua maggioranza, priva di spessore, di carisma, della conoscenza delle basi del suo lavoro (paradigmatico in questo senso il siparietto sulla non sostituzione del 20% dei partenti nei settori dello Stato non regolati dal Piano dei posti autorizzati, con il Consiglio di Stato preso di sorpresa e che ha ammesso di non avere ancora le idee chiare su cosa esattamente comporti e gli stessi proponenti che non hanno neppure approfondito la questione se fosse un decreto soggetto a referendum oppure no), ma soprattutto di una visione che vada oltre le cifre dell’oggi per raggiungere, forse, un domani.

E allora, al netto delle decisioni prese in questi ultimi tre giorni, vediamole queste cifre. Come già fatto notare da molti, i 130 e rotti milioni di deficit previsto per quest’anno corrispondono a circa lo 0,4% del PIL del canton Ticino, che è di 31 miliardi di franchi, mentre il debito pubblico totale, di circa 2,4 miliardi, non raggiunge nemmeno l’8% del PIL (a titolo di paragone, quello federale è il doppio, e ha raggiunto negli anni passati anche livelli più alti, quello delle amministrazioni pubbliche svizzere nel loro insieme oltre il triplo).

Insomma, il mitico buon padre di famiglia, metafora tanto cara quanto abusata dalla destra nostrana, con un indebitamento finanziario di tal fatta avrebbe poco da preoccuparsi. Soprattutto non chiederebbe sacrifici ai suoi figli, ossia ai cittadini.

Non solo, ma è da smentire anche la leggenda che l’Amministrazione cantonale sia elefantiaca e sovradimensionata e che, in generale, lo Stato spenda troppo. Anche qui le cifre parlano chiaro: lo scorso anno lo Stato del Canton Ticino, popolazione di circa 355.000 persone, ha speso 11.912 franchi pro capite, il Canton Friburgo (336.000 abitanti) 12.050 franchi, i Grigioni (203.000) 13.289 franchi, il Vallese (360.000) 11.041 franchi.

La nostra classe politica piuttosto che giocare con il pallottoliere farebbe dunque meglio a chiedersi come mai i cantoni citati ricevano dalla perequazione finanziaria intercantonale una vagonata di milioni in più rispetto a noi (Vallese 844, Friburgo 589, Grigioni 269, Ticino 69,5…), tanti da ripianare con solo un loro anno i debiti di una nostra legislatura e rispettare di conseguenza senza colpo ferire il famigerato decreto Morisoli, oppure perché con un PIL decisamente più alto rispetto a quello dei cantoni citati (Ticino 31 miliardi, Vallese e Friburgo 19,5, Grigioni 14,5) al netto degli introiti perequativi noi non si riesca a far quadrare i conti, mentre loro bene o male sì. E non si venga a dire che è perché noi si investe di più, visto che in questa classifica tra gli esempi citati solo Friburgo con 844 franchi pro capite l’anno fa peggio (Vallese 2397 franchi, Grigioni 2219, Ticino 1265).

Insomma, più che alla voce uscite, che comunque può sempre essere migliorata, ci mancherebbe altro, sarebbe finalmente da mettere mano seriamente alla voce entrate. Che non significa automaticamente imposte, sia ben chiaro, ma che comunque è quello che proverebbe sicuramente a fare il mitico buon padre di famiglia prima di chiedere sacrifici ai suoi figli, portando per di più loro in tavola un pasticciaccio brutto e dal sapore francamente sgradevole: lavorare meglio, di conseguenza incassare di più.


In giornata il sindacato VPOD ha diramato il seguente comunicato:

Per uno salario di 70’000 la perdita in una carriera di 30 anni riguardante il mancato carovita del 1,4% ammonta a 30’000 fr! La compensazione del carovita è stata rifiutata dal preventivo 2024 dalla maggioranza del Parlamento.
Per un salario di 70’000 fr il taglio del 2% oltre 60’000 fr valeva 200 fr. Il taglio del 2% è stato stralciato dal preventivo 2024 dalla maggioranza del Parlamento.
Ogni docente partente al 100% verrà sostituito al 80% in base a quanto deciso nel preventivo 2024 dalla maggioranza del Parlamento: quindi calo del 20% per ogni partente, che metterà in seria difficoltà la scuola. Evidentemente si pone anche il medesimo problema per il resto del personale dei servizi del Cantone.
I tagli ai contributi e alle riserve degli enti sociosanitari e socioeducativi, ma anche universitari, sono stati mantenuti dalla maggioranza del Parlamento nel preventivo 2024.
A fronte di queste decisioni scellerate della maggioranza del Parlamento lo sciopero del 29 febbraio è ovviamente mantenuto.

Nell’immagine: un fotogramma dal servizio del Quotidiano RSI


Giornalisti come lavatrici

Nella domenica elettorale si è votato anche in alcuni cantoni per Esecutivi e Parlamenti, con grande successo per l’Udc 

La stampa, o meglio l’informazione è in crisi. Sempre più profonda. Cosa da tempo nota e su cui “Modem”, la nota trasmissione di approfondimento di ReteUno, qualche giorno fa si è voluta chinare. L’occasione è stata data dalla riunione di inizio anno di Stampa Svizzera, l’associazione mantello degli editori, interamente dedicata alle opportunità ma soprattutto ai pericoli dell’intelligenza artificiale (IA) per il settore.

“Tsunami IA”, così il presidente degli editori Andrea Masüger ha definito l’avanzare dell’intelligenza artificiale nei media. Il che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la scarsissima conoscenza sua e probabilmente della maggioranza degli attuali editori e dei loro manager di cosa realmente faccia il giornalista, di che mestiere sia e di come lo si fa: perché un algoritmo di machine learning moderno non è concettualmente differente da un telaio Jacquard programmabile con schede perforate del diciottesimo secolo; semplicemente, si tratta di un programma che fa ciò che è stato istruito a fare, pertanto incapace di creare qualsiasi contenuto autonomo o che vada al di là di una, magari pur ottima, computazione antropica. L’analisi, la sintesi e la creatività sono ancora un’altra cosa.

È qui che sta il vero problema dei nostri manager-editori: non conoscono le basi, la storia, lo sviluppo che ha avuto nei secoli e le regole attuali del fare informazione e dei modelli di business che si sono avvicendati fino ad arrivare a quello attuale (in crisi, appunto) e pensano davvero di riuscire se non a progettare per lo meno intravvederne un futuro? Ovvio che no. Così continuano a brancicare nel buio più o meno profondo, o a riproporre schemi consueti destinati fatalmente al fallimento.

Premessa necessaria: nella citata puntata di “Modem”, 30 minuti, che poi si riducono a circa 25 se si tolgono sigla e presentazione del tema e degli ospiti, per approfondire un argomento tanto variegato e complesso come appunto la crisi dell’informazione e l’avvento irruente e impetuoso di ChatGPT nel settore, è impresa ardua; se poi gli ospiti sono quattro – due politici, un rappresentante degli editori e uno dei giornalisti – con un tempo medio di intervento di circa 6 minuti a testa diventa praticamente impossibile.

Malgrado ciò, alcune cose interessanti sono emerse.

Ad esempio i sindacati e le associazioni di categoria dei professionisti dei media (grazie per prenderne finalmente nota: i sindacati del settore sono SSM e Syndicom, non Impressum, che è solo un’associazione professionale), hanno confessato candidamente la loro impotenza, perché manca ormai da circa un ventennio il dialogo con gli editori e perché la categoria malgrado tutte le avvisaglie, malgrado la costante crisi generale e i piccoli cataclismi avvenuti in questi ultimi anni – basti pensare in Ticino alla chiusura del GdP e di altre storiche testate – malgrado l’ondata di licenziamenti avuta lo scorso anno – poco meno di 300 posti di lavoro a tempo pieno – e quelli già annunciati questo mese – 75 al gruppo Ringier – malgrado l’erosione della sua immagine pubblica, delle condizioni di lavoro e della qualità dei prodotti, di serrare i ranghi e di mobilitarsi proprio non ne vuole sapere.

Gli editori dal canto loro viste queste premesse hanno confermato di non aver alcuna intenzione di sedersi a un tavolo per trovare soluzioni comuni con i loro dipendenti. Le ultime proposte per ripristinare dopo oltre quindici anni di assenza un Contratto Collettivo di Lavoro (una su tutte: salario minimo a 4800 franchi lordi per un giornalista laureato e dopo due anni di stage a stipendio da fame) rasentavano l’indecenza, forse l’oltrepassavano, e l’ennesimo annuncio dell’ennesima apertura delle trattative con sindacati e associazioni per trovare un accordo che garantisca ai dipendenti salari adeguati e condizioni di lavoro eque ed ottimali – dopo tutto gli editori malgrado l’IA ci pare abbiano ancora bisogno di giornalisti e tecnici che producano notizie e contenuti originali e di qualità – sembra l’ennesima foglia di fico, messa lì per nascondere le loro reali intenzioni.

A conferma di ciò il CEO del gruppo Corriere del Ticino Alessandro Colombi, un ingegnere prestato all’editoria circa un decennio fa, forse un po’ incautamente ha affermato di essere “abbastanza critico sul contratto collettivo di lavoro” per i giornalisti, ché “non è con un contratto di lavoro che si risolvono i problemi dell’editoria e dei dipendenti”. Forse è per questo che la sezione ticinese di Stampa Svizzera non ha mai risposto alle lettere di Syndicom e Impressum in proposito, come cortesia e buona educazione imporrebbe.

O forse anche perché, oltre a spiegare un po’ orgogliosamente che nel gruppo nessun giornalista lavora gratuitamente (vero: i compensi per i freelance sono tali da non permettere a nessuno di riuscire a vivere con quanto riceve neppure se scrivesse diversi articoli ogni giorno tutti i giorni dell’anno, però una miseria la ricevono) a suo dire il CdT già oggi rispetta “tutti quelli che sono i minimi salariali, vacanze, ferie ecc.”.

Probabilmente è vero, ma oltre al fatto di dimostrare con quest’ultima frase di non sapere cosa sia davvero un CCL, cosa davvero contenga e dunque, in ultima analisi, a cosa davvero serva, Colombi dovrebbe spiegarci il motivo per cui negli scorsi mesi il gruppo ha deciso di spostare alcuni poligrafi dal Centro Stampa, che sottostà all’esistente Contratto collettivo delle arti grafiche, sotto il cappello del CdT, che dispone appunto soltanto di un contratto aziendale.

Tre ipotesi (il lettore segni la risposta corretta):

  • non cambia nulla, ma al CdT non sapevano più come impiegare il personale amministrativo, per cui stilare un bel contrattino nuovo è parsa loro una bella cosa, utile anche per non licenziare il personale sottoutilizzato;
  • le condizioni del contratto CdT sono migliori del CCL delle arti grafiche, per cui i vertici del gruppo malgrado i tempi bui della crisi hanno deciso di premiare i loro dipendenti appunto migliorando le loro condizioni contrattuali e di lavoro;
  • le condizioni del contratto CdT non sono migliori del CCL delle arti grafiche, per cui i vertici del gruppo vista la crisi…

Interessante anche la parte politica della trasmissione. Il centrista Martin Candinas, membro della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, si è chiesto se vogliamo continuare ad accettare che si taglino sempre più posti di lavoro nel giornalismo (quello che produce quotidianamente dei contenuti, ha specificato, non i marchettari e loro affini). Ovvio che no, si è risposto, “se noi vogliamo che anche in futuro tutte le regioni” della Svizzera abbiano dei media degni di questo nome. Peccato che la bocciatura popolare del pacchetto di aiuti dei media nel febbraio 2022 abbia tarpato le ali già di per sé molto atrofizzate del Parlamento, che oggi si trova costretto a riproporre la solita vecchia ricetta degli aiuti indiretti. Come se un cerotto potesse arrestare un’emorragia…

Del resto, se stiamo a quanto ascoltato durante il programma radiofonico, non è che si possa fare molto, se si pensa alle esternazioni dell’altro interlocutore politico, l’UDC Paolo Pamini. Il quale si è definito un uomo fortunato perché oggi “al posto di avere un musicista personale ho ascoltato la radio” (ma un musicista che suona e da qualcuno pagato si spera il giusto, da qualche parte esiste, ndr); “al posto di avere una domestica in casa che mi fa il bucato ho una lavatrice” e un ascensore automatico “al posto di un ascensoriere”, per cui ben venga ChatGPT, da lui definito “un turbo” e qualificato come l’odierno “assistente personale dei giornalisti”. E se un giorno finirà per sostituirli del tutto (“non capiamo perché anche nell’ambito dell’informazione non si possa fare leva su queste tecnologie”), vincendo le attuali diffuse ritrosie dei lettori sull’informazione prodotta dall’IA, poco male. Da restare basiti e senza parole, davvero.

E non è finita qui. Perché per il nostro, il fatto che ci siano “giornalisti sfruttati a basso salario” è “la conseguenza indiretta di un altro grossissimo problema: oggigiorno in Svizzera costa troppo poco andare a fare degli studi accademici e ci sono troppe persone che studiano in facoltà umanistiche e poi si trovano essenzialmente a finire nell’amministrazione pubblica e nel giornalismo e questo spiega anche una grande deviazione a sinistra di questi due ambiti”.

Detto che non capisco la sequenza di sillogismi (giornalisti sfruttati = studi accademici a basso costo = facoltà umanistiche = giornalismo e amministrazione pubblica a sinistra), per cui se qualcuno me la volesse spiegare gliene sarei davvero grato, vorrei consigliare il signor Pamini di frequentare se non una facoltà umanistica, che forse l’età è già un po’ troppo avanzata per intraprendere una simile strada, per lo meno qualche corso in queste materie: non so se si sposterà mai sia pure di un solo millimetro a sinistra – l’impresa sembra davvero andare oltre ogni sua possibilità e limite – ma di sicuro migliorerebbe la sintassi, dunque la chiarezza dell’eloquio.

Pure la consultazione di un vocabolario potrebbe non risultargli vana, ché “ascensoriere” in italiano non ci risulta esistere; la parola corretta per designare la persona che manovra l’ascensore è infatti “ascensorista”. Anche ChatGPT gliel’avrebbe detto…

Nell’immagine: l’informazione del futuro


Di democrazia strapazzata e di democrazia negata

Nella domenica elettorale si è votato anche in alcuni cantoni per Esecutivi e Parlamenti, con grande successo per l’Udc 

Ai microfoni della RSI il presidente del primo partito svizzero ha accusato il PS di aver strapazzato la democrazia per non aver inserito il candidato a lui più gradito, Daniel Jositch, nel ticket ufficiale per il Consiglio federale. 

Avesse detto la stessa cosa due anni fa, quando fu eletta Baume-Schneider e la dirigenza socialista impose solo candidate donne, inserendo quindi nella procedura per la prima volta una discriminazione di genere, avrebbe potuto anche aver ragione. 

Questa volta invece dimentica che Jositch si era candidato nella lista dei papabili PS, e se è stato escluso dal ticket ufficiale lo è stato solo dopo una lunga, laboriosa e soprattutto democraticissima procedura di voto interna al suo partito. Inoltre, fosse stato eletto, è più che probabile che il PS, sia pure obtorto collo, avrebbe accettato il verdetto del voto delle Camere riunite, come già più volte gli è capitato di dover fare in passato. 

Perché, Costituzione federale alla mano, l’Assemblea federale è libera di eleggere in Governo chi desidera, basta che sia un cittadino svizzero maggiorenne e con diritto di voto, e libera deve restare.

 Dimentica pure, quel presidente, che il suo partito è l’unico che prevede nei suoi statuti [vedi immagine] l’espulsione automatica di un suo esponente nel caso, non sia mai, che accetti l’elezione in Consiglio federale non essendo un candidato ufficiale, così non tanto strapazzando, ma misconoscendo le prerogative costituzionali del massimo organo politico elvetico, l’Assemblea federale appunto, dunque l’essenza stessa della democrazia svizzera.


Leadership cercasi disperatamente

Nella domenica elettorale si è votato anche in alcuni cantoni per Esecutivi e Parlamenti, con grande successo per l’Udc 

Come una lettera della posta d’antan (post eventum, confesso che avevo scommesso su Jans, ma al quarto turno), si è svolto e si è concluso senza trauma alcuno – la richiesta della Giso al PS di uscire dal Consiglio federale vale solo per l’aneddotica, neppure per la storia – uno dei massimi riti della politica svizzera, l’elezione dell’Esecutivo per la prossima legislatura. Senza storia e senza suspence alcuna, appunto, malgrado quel paio di punti sensibili che nelle scorse settimane hanno fatto parecchio discutere.

Plaudiamo quindi alla stabilità del modello elvetico di concordanza, salutiamo il neoeletto Beat Jans che riporta una grande città e un cantone piccolo ma importante come Basilea nella stanza dei bottoni di palazzo, e accettiamo pure la versione ufficiale della buona rielezione di Ignazio Cassis semplicemente perché è riuscito a raggranellare una ventina di voti in più rispetto a 4 anni fa, quando però le condizioni erano completamente diverse.

Nessuna nuova buona nuova quindi, come recita il vecchio adagio? “Ni”, perché a un osservatore attento non può sfuggire la mancanza di leadership del Consiglio federale attuale, una carenza che si trascina da tempo e che si è accentuata con le dimissioni di Alain Berset, l’ultimo ministro che ancora poteva vantare un certo qual carisma sia verso la popolazione che verso gli altri partiti (basta osservare la nonchalance con cui ha superato i recenti piccoli-grandi scandali). Un fatto che, visti i problemi interni che dovranno essere affrontati nel prossimo futuro e vista l’attuale situazione internazionale, non può non preoccupare.

Il paragone con il passato in questo senso è impietoso: quando nel lontano 1996 arrivai a Berna giovin corrispondente, il Consiglio federale era composto da Jean-Pascal Delamuraz e Kaspar Villiger (PLR), Arnold Koller e Flavio Cotti (PPD), Moritz Leuenberger e Ruth Dreifuss (PS) e Adolf Ogi (UDC), ossia alcuni tra gli allora pesi massimi dei rispettivi partiti; oggi il PLR è rappresentato da Ignazio Cassis, sulle cui qualità a torto o a ragione tutti credo si sono espressi nei mesi passati e non certo in termini lusinghieri, e Karin Keller Sutter, il cui apprezzamento l’emiciclo l’ha dimostrato dando a sorpresa ben 15 voti alla compagna di partito Anna Giacometti; il PPD da Viola Ahmerd, confinata e autoconfinatasi al Dipartimento militare: vedremo se sarà capace di qualcosa in più durante questo suo anno da presidente della Confederazione; l’UDC da Guy Parmelin, nominato a suo tempo semplicemente perché i parlamentari avrebbero eletto chiunque tranne Thomas Aeschi e perché ritenuto meno peggio del Norman cantonale, e Albert Rösti, finora considerato più o meno alla stregua di un peraltro simpatico e affabile portaborse di Blocher & co. ma nulla più (sia detto per inciso, l’attitudine di questo partito a selezionare solo “yes man” per la sua classe dirigente alla lunga rischia di diventare un problema, sia per il partito che di riflesso per l’intera Svizzera); infine il PS da una finora impalpabile Baume-Schneider e, appunto, dal neoeletto Beat Jans.

Ed è su quest’ultimo che si concentrano le attenzioni in merito, un po’ per l’apparente insipienza dei suoi colleghi, un po’ per il suo profilo. Perché Jans rappresenta il sogno americano in salsa elvetica: figlio di un operaio, contadino di formazione, con tenacia e costanza non comuni ha scalato gradino dopo gradino dapprima la scala sociale e professionale (diploma in agrotecnica prima e laurea in scienza ambientali al Politecnico di Zurigo poi, e una carriera nel privato che lo ha portato ad arrivare all’insegnamento universitario) e politica – basti dire che, diventato presidente del PS cantonale solo due anni dopo aver aderito al partito, sotto la sua guida i socialisti basilesi ottennero un terzo seggio in Consiglio di Stato e la maggioranza in Gran Consiglio assieme ai Verdi.

Oggi si è assistito al compimento di questa sua ascesa, forse però non alla sua conclusione. Perché i colleghi che lo conoscono – ed io con loro – lo dicono ben preparato e meticoloso, bravo nel tessere e cercare alleanze e aperto al dialogo e ai compromessi seppur durissimo da convincere: parrebbe insomma avere tutte le qualità per diventare quel leader che questo Governo e di conseguenza pure questo Paese sta disperatamente cercando. Vedremo se riuscirà ad esprimerle.

La novità di giornata è così costituita dall’elezione a cancelliere della Confederazione di Viktor Rossi, anche lui di umili origini – è figlio di italiani immigrati in Svizzera negli anni ’50 (è il nuovo che avanza, c’è poco da dire e da fare) – ma soprattutto esponente di un partito diverso dalla triade PLR-PPD-PS che ha lottizzato la carica fino ad ora, i Verdi liberali (repetita iuvant: è il nuovo che avanza…).

Una volta ancora è rimasta a bocca asciutta l’UDC, l’unico tra i partiti storici a non aver mai ricoperto questa carica, l’ennesima dimostrazione dell’incapacità della sua dirigenza a tessere alleanze e strategie di concerto con i propri alleati, un aspetto su cui sarebbe opportuno finalmente si fermasse a riflettere.

Nell’immagine: Beat Jans dopo l’elezione (dai servizi RSI)


A chi toccherà il 13 domani?

Nella domenica elettorale si è votato anche in alcuni cantoni per Esecutivi e Parlamenti, con grande successo per l’Udc 

Nella tradizione il 13 porta male (guai ad essere in 13 a tavola, anche perché si racconta che quando 2000 anni fa circa accadde per uno dei commensali quella cena fu davvero l’ultima): nei tarocchi, ad esempio, il numero 13 è associato alla morte, in senso lato anche alla rinascita, dunque cambiamento e rivoluzione; nel cristianesimo il 13 è il giorno della rivolta di Lucifero e pure nelle antiche religioni pagane non è che questo numero brillasse di positività. 

Fa eccezione la smorfia napoletana, per la quale il 13 è associato a Sant’Antonio, santo taumaturgico quasi per antonomasia. Dato però che nessuno dei pretendenti a un posto in Consiglio federale ci risulta possa vantare origini partenopee, possiamo considerarla tale e dedurre che domani, certamente, a qualcuno il 13 risulterà indigesto. Resta solo da vedere a chi.

Come ha dichiarato tempo fa un parlamentare, forse l’elezione di domani risulterà essere una delle più noiose degli ultimi decenni, ma di sicuro non lo sono state le settimane che l’hanno preceduta. Il sasso nelle acque della normalmente stagnante politica federale lo ha lanciato tanto per cambiare il Christoph nazionale, che sul suo canale televisivo privato ha definito “una provocazione” il ticket proposto dal PS per succedere ad Alain Berset, ossia Beat Jans e Jon Pult. Certo, Blocher non è più un consigliere nazionale, dunque non solo non voterà ma non sarà neppure presente nell’emiciclo a dirigere il voto dei suoi camerati di partito e degli alleati, ma la sua voce è comunque sempre influente (eufemismo maximo), tant’è che nessuno dei pochissimi UDC che avrebbero potuto se non contraddire le sue parole per lo meno attenuarle ha osato manifestarsi. 

Côté democentrista quindi, al netto dei risultati delle audizioni: tutto è possibile. E poco importa far notare la contraddizione di propugnare un candidato alternativo ai candidati ufficiali del PS (Daniel Jositch in pole position, ma anche Roger Nordmann ed Evi Allemann potrebbero avere le loro chance) dopo aver imposto anni fa l’introduzione negli statuti del proprio partito la norma di lesa maestà, ossia l’espulsione automatica ed immediata di chiunque accettasse un’elezione “selvaggia”: a lui queste quisquilie importano poco, e le pinzillacchere non sa neppure cosa siano.

Dopodiché è stato tutto un susseguirsi di illazioni e smentite. Non tanto sul secondo seggio socialista in Governo, che nessuno comunque mette in dubbio, né sul nome favorito, ma su quello del secondo seggio PLR. Perché se il primo partito svizzero osa dichiarare con voce autorevole di voler tramare contro gli odiati avversari e in tal modo vendicarsi per l’affronto subito giusto vent’anni fa, è tutto il gioco di delicati equilibri istituzional-partitici del Consiglio federale che viene toccato. E la formula magica rivista e corretta nel 2003 dice che il primo partito della Confederazione spettano due seggi, al secondo due, al terzo due e al quarto uno. Piccolo particolare, dal 22 ottobre per numero di deputati all’Assemblea federale il terzo partito non è più il PLR ma il Centro (e anche sulle percentuali di voto nazionali si potrebbe discutere).

Altro giro di smentite, anche da parte dei candidati più gettonati (il che significa, per chi ha frequentato i corridoi di palazzo, che qualcuno un pensierino l’ha fatto e qualcun altro ne ha fatto subito uscire il nome per bruciarlo), per dire che mai e poi mai verrà attaccato un Consigliere federale in carica. Ufficialmente ovviamente, che come ben si sa le congiure per riuscire hanno bisogno, oltre che dei numeri (e quelli teoricamente ci sono), soprattutto di ombre e silenzio.

Piccolo problema, l’ordine di entrata dei consiglieri federali per l’elezione. Il protocollo prevede infatti che i membri uscenti verranno votati secondo l’ordine di anzianità – Guy Parmelin (UDC), Ignazio Cassis (PLR), Viola Amherd (Centro), Karin Keller Sutter (PLR), Albert Rösti (UDC), Elisabeth Baume-Schneider (PS). Seguirà quindi l’elezione del successore di Alain Berset e quella del cancelliere della Confederazione.

Il primo banco di prova della giornata, dando per scontata la rielezione di Parmelin già al primo turno, sarà dunque l’elezione di Cassis: dovesse andare come una lettera alla posta d’antan, significherà che molto probabilmente i patti verranno rispettati, per cui anche la lotta in casa PS sarà circoscritta ai due candidati ufficiali (il che non significa che al primo e al secondo turno Jositch o chi per lui non riceverà voti, magari anche parecchi, ma dovrebbe essere solo espressione del mal di pancia serpeggiante nel centrodestra, magari un utile stratagemma per eliminare in corsa il candidato meno gradito tra Jans e Pult, ma nulla più); dovesse per contro essere più difficoltosa, molto probabilmente ci saranno difficoltà anche in seguito; dovesse per assurdo saltare il seggio PLR può invece a questo punto succedere di tutto, a cominciare, dopo una più che probabile sospensione della seduta, dalla già mormorata ripresentazione dello stesso Cassis o di un altro candidato PLR all’elezione successiva, quella che dovrebbe riconfermare Viola Amherd (e poi chi lo sa). Una situazione, a memoria nostra, mai vista. E che probabilmente mai succederà, poiché nessuno ha interesse affinché accada.

In proposito sullo sfondo vi è l’elezione del cancelliere della Confederazione, che potrebbe fungere da elemento calmieratore: non rivendicata da nessuno dei tre partiti che finora si sono spartiti tale carica (PLR, Centro e PS), potrebbe essere questa volta data all’UDC, che ha dimostrato tutto il suo interesse presentando ben due candidati, un uomo (Gabriel Lüchinger) e una donna (Nathalie Goumaz). La sorpresa qui sarebbe l’elezione di Viktor Rossi, attuale vicecancelliere sì ma proposto dai Verdi Liberali, uno dei partiti usciti sconfitti lo scorso ottobre, o addirittura dell’indipendente senza partito Lukas Gresch-Brunner, attualmente segretario generale del Dipartimento federale dell’Interno, già collaboratore degli ex consiglieri federali PPD Joseph Deiss e Doris Leuthard, ma soprattutto segretario del Nuovo movimento europeo svizzero dal 1997 al 2000 – e volete che l’UDC e i sovranisti nostrani lo votino? 

Nell’immagine: auspicio di rinascita


Nera censura sull’ex macello di Lugano

Nella domenica elettorale si è votato anche in alcuni cantoni per Esecutivi e Parlamenti, con grande successo per l’Udc 

La vicenda della demolizione dell’ex macello di Lugano si tinge di un nuovo, sorprendente e per molti versi estremamente inquietante episodio. In effetti il procuratore generale Andrea Pagani, dopo l’annullamento del suo decreto di abbandono deciso lo scorso mese giugno, ha come suo dovere ripreso in mano l’inchiesta.

Uno dei suoi primi atti è stato quello di richiedere alla polizia i verbali delle riunioni dello Stato maggiore, composto da ufficiali di polizia e rappresentanti del Municipio di Lugano, che a suo tempo discusse e stabilì strategie ed azioni da eventualmente intraprendere nel caso si fosse deciso di sfrattare e sgomberare i molinari dal sedime. Ci sfugge il motivo per cui il procuratore generale non l’abbia fatto allora, visto che restava “aperta la questione a sapere quale delle due posizioni sia quella aderente alla verità”, ossia chi tra agenti di polizia e municipali abbia se non mentito per lo meno omesso qualcosa durante gli interrogatori svolti a suo tempo. Ma tant’è, meglio tardi che mai.

Dopo alcune tergiversazioni, pare che la polizia cantonale alla fine abbia adempiuto alla richiesta del PG. Sorpresa: da fonti assolutamente degne di fede siamo infatti venuti a sapere che i verbali sono sì arrivati, ma abbondantemente censurati da righe nere in modo da rendere illeggibili le parti “sensibili” (pare che le cancellature fossero tali da rendere spesso incomprensibili le frasi toccate, che per di più non erano poche). Ovvia la perplessità e lo sconcerto di Pagani, che si è trovato sotto gli occhi una documento che, lo avesse prodotto un privato, che ha tutto il diritto di proteggersi, avrebbe forse potuto capire o concedere la procedura, ma quel che ha ricevuto è un dossier della la polizia, un corpo pubblico di sicurezza il cui scopo è anche di collaborare con le autorità inquirenti e giudiziarie per appurare la verità, qualunque essa sia, e rendere giustizia, indipendentemente dalle conseguenze e da chi ne è toccato. È uno dei principi basilari dello stato di diritto, ci pare di ricordare.

Ovvia quindi la successiva richiesta del Procuratore Generale di ottenere i verbali non censurati, che alla fine gli sono arrivati. Seconda sorpresa, e secondo sconcerto: in busta chiusa e sigillata, dunque nuovamente illeggibili: toccherà adesso a un giudice dei provvedimenti coercitivi aprirli e decidere se il procuratore pubblico Andrea Pagani, ossia il nostro massimo magistrato, potrà leggere senza alcun arbitrario filtro quello che la polizia, con cui dovrebbe collaborare sulla base della massima e reciproca fiducia, ha detto, preparato e fatto un paio di anni orsono in accordo con il Municipio di Lugano.

Piccolo corollario tipicamente ticinese, la presidente dell’ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi che dovrà occuparsi della spinosa faccenda, risulta molto vicina a uno dei protagonisti della vicenda, côté Municipio, per cui rischia di profilarsi un non lieve conflitto di interessi che dovrà essere risolto, si spera in tempi brevi.

Indipendentemente da ciò, restano in sospeso alcune domande:

  • può la polizia cantonale rifiutarsi di consegnare alla procura ticinese dei documenti utili ad accertare dei fatti potenzialmente delittuosi (o comunque consegnarli sapientemente e coscientemente censurati)?
  • nel caso di risposta affermativa, come può e potrà in futuro esistere tra le parti quel rapporto di fiducia a nostro avviso indispensabile affinché le inchieste penali siano svolte con rigore e professionalità e il potere giudiziario esprimersi poi nei suoi vari gradi con cognizione di causa?
  • in quanti altri casi la nostra polizia ha nascosto alla procura elementi utili ad accertare i fatti?

E chi più ne ha, più ne metta.


Il vecchio, il giovane, la congiura e la mina vagante

Nella domenica elettorale si è votato anche in alcuni cantoni per Esecutivi e Parlamenti, con grande successo per l’Udc 

Beat Jans, classe 1964, contadino di formazione diventato poi ingegnere agricolo specializzato in scienze ambientali, ex docente universitario e dal 2021 nel Consiglio di Stato di Basilea città; Jon Pult, classe 1984 (per i cabalisti nostrani: la stessa età di Alain Berset quando fu eletto in Consiglio federale), grigionese con doppia nazionalità svizzera e italiana (parla anche il romancio), laureato in storia e filosofia e consulente di strategia di comunicazione, consigliere nazionale e presidente dell’Iniziativa delle Alpi; Daniel Jositsch, classe 1965, doppia nazionalità svizzera e colombiana, avvocato e professore di diritto penale all’Università di Zurigo, parlamentare dal 2007, dapprima come consigliere nazionale e poi come consigliere agli Stati per il canton Zurigo: sono questi i tre nomi che il prossimo 13 dicembre si giocheranno un posto in Consiglio federale. Due (Jans e Pult) sono i candidati ufficiali del partito socialista – da tutti riconosciuti di alto livello, sia detto per inciso – l’altro è la mina vagante che incomberà almeno fino alla prima votazione, quando si vedrà se il neppure troppo celato mal di pancia dei partiti borghesi e della frangia social-liberale del PS si sfogherà indirizzandosi verso il politico zurighese oppure no.

Difficile, molto difficile, ma comunque non impossibile, tant’è che questa eventualità finora non l’ha esclusa nessun commentatore.

Sarà soprattutto l’UDC la formazione più tentata di far saltare il banco, perché uscita vincitrice dalle ultime elezioni – dunque parte da una posizione di forza –  perché non rischia nulla – i suoi due ministri verranno sicuramente rieletti – e soprattutto perché la voglia di farla pagare al PS e alla sinistra in generale per lo sgarbo subito da Blocher con l’estromissione dal Governo nel 2007 (ancora per i cabalisti nostrani: proprio durante la prima sessione del neoeletto Jositsch) non si è mai del tutto sopita – e sappiamo che nel partito quello che decide il grande vecchio e il suo cerchio magico è dogma assoluto.

Chiesa e camerati potrebbero se del caso ricevere appoggi un po’ da tutte le parti: dalla delegazione zurighese in primis, la più numerosa dell’Assemblea (il Consiglio di stato di Zurigo e la direzione cantonale del PS si sono già mossi a favore di Jositsch), dal campo borghese in generale, che Jositsch è apprezzato trasversalmente e dopo 17 anni passati in parlamento più o meno conosce tutti e sa come muoversi (Jans e Pult in questo senso non sono da meno, ma se si lasciasse scegliere liberamente al centrodestra è praticamente certo che sarebbe lo zurighese il vincitore), e pure dal centrosinistra. Lapidarie in proposito le parole pronunciate dalla sua ex compagna, Chantal Galladé, ex consigliera nazionale PS passata ai Verdi liberali: «Non candidando Jositsch, il PS si è liberato del suo ultimo esponente social-liberale».

Deciderà dunque il centro. Non il partito ma l’area, che in proposito è divisa, con i Verdi liberali che appunto potrebbero essere tentati, almeno all’inizio, di sostenere un’alternativa al ticket ufficiale più vicina al loro sentire e il PLR che invece avrà tutto l’interesse a seguire la via istituzionale, ché uno sgarbo al PS potrebbe poi pagarlo caro al momento della rielezione del suo candidato apparentemente più debole, ossia Ignazio Cassis.

Resta il Centro, questa volta nel senso del partito, le cui continue rassicurazioni sul fatto che non attaccheranno alcun ministro in carica non fanno altro che dimostrare che del doman al momento non c’è certezza (del resto in politica vige la regola dello zero, dove tutto è falso e tutto è vero). Tant’è che il Blick ha già intercettato le preoccupazioni del capogruppo PLR al Nazionale Damien Cottier, secondo il quale ci sarebbero “indizi” di un piano segreto appunto per strappare il seggio al PLR già a dicembre in cambio dell’elezione di un cancelliere di origini ticinesi. “Fantapolitica” (Fabio Regazzi dixit), semplice avvertimento ai rivali oppure ipotesi realistica, lo si vedrà il 13 dicembre

I numeri in teoria ci sarebbero: al Nazionale infatti il Centro se ricevesse l’aiuto compatto di Evangelici, Verdi liberali, PS e Verdi disporrebbe di 105 deputati, agli Stati di 28; totale 133, quando la maggioranza per essere eletti dall’Assemblea federale in Governo è di 124…

Inoltre Cassis è stato eletto il 20 settembre 2017, Karin Keller Sutter pochi mesi dopo, il 5 dicembre 2018. Entrambi quindi verosimilmente rimarranno in carica fino alle prossime elezioni federali del 2027, occasione in cui l’attuale situazione favorevole al Centro potrebbe anche mutare. Il presidente del partito Gerard Pfister sembra dunque aver perso l’occasione per rivendicare con forza il seggio che, non dimentichiamolo sempre per i cabalisti nostrani, fu sottratto al suo partito giusto vent’anni fa e proprio a dicembre grazie al decisivo appoggio del PLR a Christoph Blocher, che estromise l’allora consigliera federale in carica Ruth Metzler (e la vendetta, come si sa, è un piatto che si mangia rigorosamente freddo).

Corsi e ricorsi della storia, oggi è il PLR a strepitare di un affronto istituzionale e di mancato rispetto della tradizione svizzera se il Centro osasse fare quello che lui invece fece nel 2003.

In tutto questo bailamme c’è un’elezione che potrebbe mettere tutti d’accordo, quella che di solito a nessuno interessa, quella del cancelliere della Confederazione, carica liberatasi con le dimissioni di Walter Thurnherr. Poco appariscente ma in realtà ruolo importantissimo (non per nulla il cancelliere viene definito come l’ottavo consigliere federale), non è rivendicato da nessuno dei tre partiti che finora hanno monopolizzato la carica, PLR (9), PPD (4), PS (1). In questa porta si è infilata subito l’UDC, candidando due membri di alto livello dell’Amministrazione federale, Nathalie Goumaz e Gabriel Lüchinger, e i Verdi liberali, che hanno candidato l’attuale vicecancelliere Viktor Rossi. Non sono da escludere quindi accordi sottobanco con il PS contro la garanzia dell’appoggio al suo ticket ufficiale (o per far avverare l’ipotesi di congiura resa nota dal Blick).

E i Verdi? Dello stato confusionale in cui versa l’attuale direzione del partito, non per nulla dimissionaria, basti dire questo: quando le è stato chiesto perché non ha puntato alla Cancelleria al posto di presentare l’ennesima velleitaria candidatura per il Consiglio federale, tanto più che Gerhard Andrey, il loro candidato, da molti e da tempo era indicato come un possibile successore a Thurnherr, ha semplicemente e ingenuamente risposto che nessuno, ma proprio nessuno, ci aveva pensato. Senza parole.

Nell’immagine: Daniel Jositsch, la mina vagante


C’era una volta il PLR

Nella domenica elettorale si è votato anche in alcuni cantoni per Esecutivi e Parlamenti, con grande successo per l’Udc 

Il dado è tratto, il popolo si è espresso e l’Assemblea federale (Consiglio degli Stati e Consiglio nazionale) hanno assunto la loro composizione definitiva. Nell’ultimo ballottaggio per gli Stati, non sono mancate le sorprese, sorprese che hanno decretato la netta sconfitta per quella che è stata la forza politica trainante dell’ultimo secolo e mezzo per la Svizzera, colei che ha trasformato la Confederazione da uno stato ancora sostanzialmente di impronta tardo-medioevale con venature rinascimentali a uno stato moderno, ai tempi (era il 1848) forse addirittura il più moderno e “progressista” d’Europa. Non da intonare il De profundis, ma poco ci manca.

Abbiamo infatti assistito al compiersi di una débâcle annunciata. In Ticino, dove il ticket UDC/Centro formato da Marco Chiesa e Fabio Regazzi come ampiamente previsto non ha avuto difficoltà alcuna a riconfermare il risultato del primo turno e formare quella che è stata definita la rappresentanza più a destra che il Cantone abbia mai avuto alla Camera (il campo progressista si consola con l’ingresso al Nazionale del sindacalista OCST Giorgio Fonio), ma anche nel resto della Svizzera, dove la sciagurata idea di ritirare i propri candidati per appoggiare quelli democentristi in funzione antisocialista ha sortito ovunque l’effetto contrario, con i rappresentanti del PS o comunque dell’area di centrosinistra che sono stati eletti e quelli UDC no. A riprova che, almeno in Svizzera, invitare a votare contro senza fare proposte costruttive o alternative non paga.

I risultati parlano da soli: questa domenica oltre al Ticino si votava anche in altri quattro cantoni (Argovia, Sciaffusa, Soletta e Zurigo). In ognuno di loro restava un seggio da assegnare, in ognuno di loro non vi era un candidato targato PLR, in ognuno di loro i vertici di questo partito avevano invitato a votare il candidato più a destra dello spettro politico, ossia un UDC (Argovia, Soletta e Zurigo) o uno a questa formazione vicino (l’indipendente Thomas Minder a Sciaffusa).

Il risultato è stato un cappotto: 4-0. Emblematica della deriva del PLR è stata la decisione di Zurigo, dove il partito ha deciso di ritirare la propria candidata Regine Sauter, che era comunque giunta terza al primo turno, per sostenere Gregor Rutz, UDC ed esponente della linea dura del partito, rinunciando così a difendere un seggio che deteneva ininterrottamente del 1983 (e che in pratica ha sempre avuto). Una decisione questa resa ancora più incomprensibile dal fatto che al primo turno l’esponente della sinistra, il PS Daniel Jositch, era già stato eletto, per cui la signora Sauter avrebbe potuto usufruire dell’appoggio di buona parte di questa area. Appoggio che difatti è arrivato senza se e senza ma alla verde-liberale Tiana Angelina Moser, al primo turno staccata di 20.000 voti dalla candidata PLR e di ben 50.000 da Rutz, ma che ieri l’ha nettamente superato. Un dato su tutti: tra primo e secondo turno la Moser ha raccolto qualcosa come 100.000 voti in più, molti dei quali, non facciamo fatica a ipotizzarlo, di elettori PLR scioccati e disgustati dalla decisione dei propri vertici.

Discorso simile ad Argovia – già eletto il PLR Thierry Burkhardt, al secondo turno ha avuto la meglio la centrista Marianne Binder-Keller che ha strappato il seggio all’UDC, che non è riuscita a difenderlo con Benjamin Giezendanner – a Soletta –  già eletto il centrista Pirmin Bischof al primo turno, il PS è riuscito a difendere la sua poltrona dall’assalto del democentrista Christian Imark, che godeva dell’appoggio del PLR cantonale (il suo candidato Remo Ankli è stato infatti obbligato a ritirarsi) – e a Sciaffusa, dove come detto l’indipendente di area democentrista Thomas Minder malgrado l’appoggio del PLR ha perso il seggio che deteneva da tre legislature a favore del giovane socialista Simon Stocker (al primo turno era già stato eletto l’UDC Hannes Germann).

L’elezione del Consiglio degli Stati ha insomma confermato la forza del Centro, primo partito in questa Camera con 15 rappresentanti, la debolezza del PLR e dei Verdi, che lasciano sul campo alcuni seggi, la sostanziale stabilità del PS, che riconferma i suoi 9 senatori (ne aveva persi due per strada durante il quadriennio, ieri li ha recuperati), e la difficoltà dell’UDC a far breccia in un sistema maggioritario trovando candidati che possano indurre gli altri partiti a formare quelle alleanze indispensabili per avere successo in elezioni di questo tipo, che oltre all’appoggio di Minder (ma guadagna quello del ginevrino Mauro Poggia) perde un seggio e scende a 6.

Adesso occhi puntati su dicembre, all’elezione del Consiglio federale, che se è vero che il presidente del Centro Gerard Pfister ha già affermato che il suo partito non attaccherà un ministro in carica (ogni riferimento al PLR non è puramente casuale), è anche vero che ha un seggio in più rispetto ai suoi storici rivali al Consiglio nazionale, cui si devono aggiungere i 2 Evangelici che da sempre fanno gruppo con loro, e ben 4 agli Stati. E in politica, non solo, vige la regola dello zero: tutto è falso, e tutto è vero.


Vince l’UDC, tutti gli altri perdono

Nella domenica elettorale si è votato anche in alcuni cantoni per Esecutivi e Parlamenti, con grande successo per l’Udc 

Al momento in cui scriviamo i risultati a livello nazionale sono ben lungi dall’essere definitivi, ma la tendenza è chiara e può così essere riassunta: al termine della campagna elettorale forse più fiacca e priva di contenuti che abbiamo mai vissuto ha vinto l’UDC, hanno perso tutti gli altri. Il campo ecologista d’ogni sfumatura di verde soprattutto, ma anche tutte le altre forze politiche che possono magari vantare un risultato positivo (PS) o sostanzialmente in pareggio (PLR e Centro) da oggi devono dichiararsi sconfitti e cominciare a preoccuparsi.

E noi assieme a loro. Perché se già oggi a Berna è difficile trovare compromessi e soluzioni, domani lo sarà ancora di più. La leadership democentrista infatti da sempre è piuttosto refrattaria, per non dire aliena, a dialogare con le altre forze politiche cercando delle soluzioni accettabili per (quasi) tutti. Lo fa e lo ha fatto, impossibile negarlo, ma soltanto o quando vi è costretta, o soprattutto quando è certa di poter trattare da una posizione di forza (la linea è quella verticistico-aziendalista imposta negli anni ’90 da Blocher e accoliti); in caso contrario pur magari appoggiandole lascia agli altri la responsabilità delle scelte che non condivide appieno, oppure si erge fiera e solitaria a difensore di mitici valori al 100% svizzeri – che quali siano ancora nessuno l’ha spiegato e dunque lo sappia all’elettorato evidentemente pare importi poco. Scelta evidentemente pagante elettoralmente ma politicamente assai pericolosa, soprattutto in un paese dagli equilibri apparentemente solidi ma in realtà assai precari come la Svizzera, che è e rimane, non dimentichiamolo, una confederazione di quattro culture, quattro lingue più l’inglese e ormai diverse etnie in più.

Ma questa sarà musica del futuro, di un quadriennio che si annuncia difficile e complicato. Unico dato positivo, a dicembre l’elezione del subentrante ad Alain Berset, con i Verdi a sperare di restare sopra la soglia piscologica del 10%, i Verdi liberali in arretramento e la sinistra nel suo complesso in ritirata anche al Consiglio degli Stati, sarà quasi certamente una formalità (e diversi dei suoi candidati, sentite alcune sviolinate indirizzate all’UDC, l’hanno capito), ché il secondo seggio in Consiglio federale al Partito socialista non glielo toglie più nessuno.

Della débâcle annunciata dei Verdi, andata ben oltre ogni più nera aspettativa, non si sa che dire. Certo lo spostarsi dell’interesse generale dai temi climatici seguita alla pandemia ha avuto il suo ruolo, certo il recupero da parte del PS di parte del suo elettorato che quattro anni fa aveva deciso di votare verde ha contribuito, ma perdere in un colpo solo praticamente tutto quello che si era guadagnato impone una riflessione seria e approfondita, di linea politica e di conseguenza, spiace dirlo, di persone. La comunicazione, giova ribadirlo, dovrebbe seguire da sé.

Abbagliati da questi due risultati – la vittoria UDC e il tonfo ecologista – rischia per contro di passare sotto silenzio quello che a nostro avviso è il dato saliente di questa elezione, per lo meno da un punto di vista storico: il sorpasso, se confermato, o comunque il sostanziale pareggio tra il Centro (ex PPD ed ex conservatori) e il PLR. Mai infatti il partito che ha letteralmente immaginato, ideato e creato la Svizzera moderna si è trovato a un livello tanto basso, mai si è trovato alla pari se non addirittura sotto i suoi storici avversari. Tant’è che, se i risultati definitivi confermeranno le proiezioni, se non a dicembre per lo meno alla prossima partenza il partito di Gerhard Pfister potrebbe a giusta ragione rivendicare un secondo seggio in Consiglio federale ai danni proprio dei liberali-radicali.

Di che meditare proprio in nome di quei valori al 100% svizzeri rivendicati spesso a sproposito da alcuni e che proprio il partito che li ha creati e imposti a tutti sembra aver dimenticato. Recuperarli, rifarli propri e riaffermarli potrebbe essere una via per il partito non solo per recuperare consensi, ma per rifondarsi e rinascere. Tenendo magari anche presente il passato più recente: l’unica volta a memoria nostra che il PLR è riuscito a migliorare elettoralmente è quando, dopo anni di lavoro e smettendo di scopiazzare ed accodarsi ad altre forze politiche (all’UDC soprattutto), è riuscito a ridarsi un’immagine propria e ben definita. Il suo presidente si chiamava Fulvio Pelli, allora era criticatissimo, oggi forse qualcuno lo rimpiange…

Nell’immagine: la seconda proiezione per il Consiglio nazionale