Tu chiamala se vuoi… censura

Il “caso Patti Chiari”, con una puntata bloccata dal Tribunale di Ginevra, ripropone il tema dei provvedimenti “cautelari” nei confronti del lavoro giornalistico 

Cala la qualità, cala l’indipendenza, aumentano le pressioni: la libertà di stampa, dunque il diritto all’informazione, sono minacciati in Svizzera. A dirlo non siamo noi, ma gli studi e le classifiche internazionali in materia, che vedono il nostro Paese scivolare lentamente ma inesorabilmente dalle posizioni di testa verso altre certamente non indecorose ma comunque decisamente più basse. La stampa e l’informazione, quella che tutti giurano e spergiurano di voler salvaguardare, quella che alcuni addirittura affermano non essere mai stata in miglior salute (basta prevedere, saper usare i nuovi strumenti e adattarsi, Supino dixit), se intesa nella sua accezione storica di “cane da guardia della democrazia” è in realtà un malato grave, forse in fase terminale. E la politica ci mette del suo. Il caso di “Patti Chiari”, con la trasmissione RSI sospesa all’ultimo minuto per la decisione di un giudice, è sintomatico del nuovo corso che si intende dare all’informazione nel nostro Paese, che dovrà essere se mai possibile ancor più anestetizzata e sotto controllo.

Sia ben chiaro, non abbiamo visto la trasmissione incriminata e crediamo fermamente che il giudice abbia deciso con coscienza e, soprattutto, nel rispetto assoluto delle norme vigenti; è la legge, appunto, ad essere profondamente sbagliata, ché instaura “de facto” una censura preventiva a vantaggio soprattutto delle persone facoltose e dei grandi gruppi economici e di interesse (le persone comuni di solito non hanno né gravi scheletri nell’armadio né tempo e soldi per intentare lunghe e costose azioni legali) e di conseguenza impedisce ai cittadini di formarsi liberamente e scientemente la loro opinione sui fatti. Manco fossero dei bambini da tenere al riparo da chissà che.

È il famigerato articolo 266 (“Misure nei confronti dei mass media”) del Codice di diritto processuale civile, che già oggi permette ai giudici di ordinare un provvedimento cautelare – di fatto una censura preventiva – nel caso un articolo o una trasmissione causino a qualcuno un “pregiudizio particolarmente grave”. Impedendone appunto l’uscita.

E domani sarà ancora peggio. In effetti se in numerosi altri Paesi, in particolare negli Stati Uniti, sono in vigore norme tese a limitare gli effetti negativi di queste azioni bavaglio, e se a fine aprile 2022 la Commissione europea ha proposto a tale riguardo una nuova direttiva che consente ai giudici di rigettare rapidamente le azioni legali avviate nei confronti dei giornalisti, stabilendo nel contempo diverse garanzie procedurali e rimedi come il risarcimento dei danni e sanzioni dissuasive contro l’avvio di azioni legali abusive e manifestamente infondate, in Svizzera le Camere federali lo scorso 17 marzo hanno approvato in via definitiva una revisione che va ostinatamente in direzione contraria, trasformando il “pregiudizio particolarmente grave” in “grave pregiudizio”. 

Una parola in meno, una minima differenza per un effetto con ogni probabilità dirompente. Se già oggi infatti un’azienda può invocare un pregiudizio particolarmente grave per una trasmissione che tratta di sostanza nocive nei pesci e dunque bloccarla, si spera solo momentaneamente (e al pregiudizio particolarmente grave per i consumatori, ossia per tutti noi, non ci pensiamo?), non osiamo neppure immaginare cosa accadrà quando la revisione entrerà in vigore, e i giudici avranno le mani più libere. O meno legate che dir si voglia.

Durante i dibattiti parlamentari UDC e Lega avrebbero voluto addirittura andare più lontano di quanto già incautamente deciso, PLR e PPD hanno giurato e spergiurato che mai e poi mai si sarebbe potuto parlare di censura, men che meno preventiva. Probabilmente avevano ragione: per riuscire a descrivere quello che succederà – aumento del numero delle cause, dunque dei costi a carico delle testate, giornalisti messi sempre più sotto pressione sia dall’esterno che dagli stessi editori con evidente effetto dissuasivo, autocastrante e demotivante, solo per citare le prime cose che ci vengono in mente – dovremo coniare una nuova parola, un neologismo che tuttavia al fondo avrà lo stesso amaro e tristissimo sapore di quella vecchia. Perché censura era, censura è e censura ancor peggiore sarà.

P.S: visto che siamo sotto elezioni federali, almeno i professionisti dell’informazione prendano atto che a favore di un maggiore intervento censorio hanno votato tutti i deputati UDC e Lega, che, come detto, avrebbe voluto addirittura andare oltre, e la stragrande maggioranza di PLR e PPD (tra le eccezioni purtroppo non si conta alcun deputato ticinese); contro, tutti i parlamentari PS e Verdi. Divisi praticamente a metà i Verdi liberali.

Nell’immagine: un fotogramma dalla promo del servizio di Patti chiari


Piccola ma esaustiva descrizione dell’Agenda scolastica ticinese 2023-24

Il “caso Patti Chiari”, con una puntata bloccata dal Tribunale di Ginevra, ripropone il tema dei provvedimenti “cautelari” nei confronti del lavoro giornalistico 

Come ogni anno, da tanti anni, il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS) il primo giorno di scuola ha distribuito agli allievi delle scuole medie, a quelli del primo anno delle superiori e a quelli di quinta elementare l’agenda per l’anno scolastico 2023-24, pensata, scritta e pubblicata in collaborazione con il Dipartimento della sanità e della socialità (DSS) e l’associazione Radix; come ogni anno, da non molti anni, la sua pubblicazione ha dato il la ad alcune polemiche in salsa prettamente cantonticinese, con corollario di interrogazioni al Consiglio di Stato e Municipi vari così come di altri atti politici in Gran Consiglio e Consigli comunali (per non parlare delle petizioni online).

Dopo averne letto e sentito parlare da più parti senza peraltro averla mai potuta leggere nella sua interezza, siamo finalmente in grado di descrivervi cosa i nostri giovani virgulti si troveranno davanti. Ossia il contesto in cui sono inserite le due pagine tanto contestate.

Il tema dell’agenda di quest’anno, ossia il suo filo conduttore, è “quello dello sguardo e della relazione con le altre persone”, come scrivono gli autori nella loro prefazione. Dunque “come imparare a rispettarsi a vicenda? Come aiutare chi ci circonda ad essere migliore?”.

Ne consegue che – vale per l’agenda così come per qualsiasi altro testo – l’interpretazione critica dello scritto per essere corretta e non tendenziosa o addirittura capziosa (che poi per evitare qualsiasi uso ideologico dei temi ivi espressi i polemisti nostrani abbiano pensato bene di rivolgersi in varie forme alle autorità e alle formazioni politiche, luoghi dove l’ideologia appunto dovrebbe farla da sovrana, è un simpatico paradosso che meriterebbe un ulteriore approfondimento), non può esimersi dal continuamente riferirsi a questo assunto.

Così dopo una trentina di pagine “normali” per comunicazioni, materie, impegni scolastici, compiti eccetera, gli studenti si trovano di fronte le prime vignette: da una parte (pagina dispari) una ragazza con i capelli blu che ha difficoltà ad accettarsi e guarda con invidia le altre proprio perché “mi piacerebbe essere qualcun’altra (…) magari quella ragazza bionda che gioca a frisbee”, dall’altra (pagina pari), proprio la ragazza bionda che pensa invece che l’altra sia “unica”, che abbia ”qualcosa di speciale” e che la vorrebbe “come amica”. Lo sguardo appunto, quello di sé e quello degli altri, che non sempre coincidono. Non a caso, si gira pagina e se ne trovano altre due sotto il titolo “Come posso valorizzarmi”, con una serie di test e rimandi per scoprire i propri punti di forza.

Si continua per un’altra decina di pagine e dopo una informativa sul Consiglio cantonale dei giovani, troviamo la seconda vignetta: pagina dispari un ragazzo di colore che sogna “un mondo dove il colore della pelle non conta”, dall’altra un ragazzo bianco che lo vede uguale a sé (stesso taglio di capelli, stessa felpa e “ascoltiamo la stessa musica”), che proverà a parlargli perché così, chissà, magari diventeranno amici.

Un’altra decina di pagine e troviamo un ragazzo vestito di nero “pronto ad esplodere” dalla rabbia che sente dentro, dall’altra una ragazza che proverà a trasmettergli “un pizzico del mio inossidabile ottimismo”). Stesso intervallo, ed ecco due ragazzi incapaci di entrare in contatto, “perché sicuramente una/o come me manco se la/lo fila”. Dopo una pagina dedicata a “Come costruire un progetto”, ecco un ragazzo che “studiare proprio non mi riesce” a fianco della supposta secchiona della classe, “sicura che se studiassimo assieme saremmo un coppia imbattibile: lui con le sue idee originali, io con la mia tenacia da bulldozer”.

Ed ecco che finalmente arriviamo alle due paginette incriminate, il cui dialogo quindi riportiamo per intero: pagina dispari, una ragazza che “nessuno sembra capirmi, io per prima. A volte mi sento ragazza, a volte invece mi sempre di riconoscermi in un maschio. Non si tratta di una cosa superficiale o momentanea, ma di qualcosa che mi sconvolge nel profondo e che mi interroga costantemente. Al contempo è qualcosa che sento fare parte di me e che mi appartiene”; pagina pari una ragazza che “guarda quella tipa come è… fluida. Io non giudico le persone per il loro orientamento sessuale o per la loro identità di genere. Trovo che ognuno abbia il diritto di cercare di essere la persona che sente. Non è facile per nessuno, perché allora non aiutarsi a vicenda? Ora le chiedo se le va di uscire”. Seguono due pagine sulla “Autoconsapevolezza”, ossia risorse e qualità ma anche paure e insicurezze, in modo da imparare a credere in se stessi.

L’agenda prosegue poi sullo stesso schema: una ragazza “come se avessi una vipera nel cuore” e la sua contraltare che spera che un  giorno possa riuscire a colmare questo suo “buco nel cuore”; una pagina dedicata ai corsi per studiare meglio; il ragazzo “elefante in un  negozio di cristalleria” e quello che invece vorrebbe aiutarlo “a sentirsi bene nella sua pelle”; quella che si sente “un’aliena” e ne soffre di fianco all’ottimista che “il mio superpotere è avere fiducia nella vita e nelle altre persone”; due pagine dedicate alla “Insicurezza” ; due pagine intitolate  “la Legge giovani ti sostiene”; due pagine sul “Rispetto”; tre al progetto “Dillo!” dell’Associazione Radix; due in cui si trova il gioco da tavolo “Play4respect” ideato dall’Associazione per l’aiuto, il sostegno e la protezione dell’infanzia, due vignette finali in cui un ragazzo si interroga su “che persona sto diventando”, la sua controparte che si dice che “l’importante è che alla fine ti guardi allo specchio e ti dici che hai cercato di fare del tuo meglio per essere una persona migliore in un modo migliore”. Seguono info utili su Ticino e Grigioni italiano (aiuto in caso di difficoltà, formazione, dipendenze, sessualità, salute, tempo libero e discriminazione). Ecco qui, in estrema sintesi, la descrizione completa dell’agenda che “indottrina i nostri studenti e propaganda l’ideologia gender” (il virgolettato è preso dallo scritto di un contrario).

Nell’immagine: un’illustrazione dell’Agenda che tocca il problema dell’obesità e dei disturbi alimentari


“Nel mio sangue circola sangue delle camicie nere”

Il “caso Patti Chiari”, con una puntata bloccata dal Tribunale di Ginevra, ripropone il tema dei provvedimenti “cautelari” nei confronti del lavoro giornalistico 

L’universo dei social è molto particolare, vastissimo – molto più dei 4 o 5 che conosciamo – e in continua evoluzione. In questo spazio purtroppo spesso si scatenano i più bassi istinti da parte di persone convinte di parlare a una cerchia ristretta, anche se in realtà potenzialmente in contatto con centinaia di migliaia di individui. Non sfuggono a questo fenomeno neppure i gruppi privati – quelli cui si accede solo tramite iscrizione, per intenderci, anche se i loro contenuti spesso sono visibili agli estranei – e quelli privati e chiusi, che escludono dalla visione dei post i non iscritti. Vana illusione questa, visto che per definizione i social sono stati creati proprio per favorire lo scambio e la diffusione dei messaggi, per cui, stante questa loro sostanziale caratteristica, tra una condivisione, uno screenshot (la fotografia di una pagina, ndr.) e altro ancora ben poco riesce a restare confinato e segreto. Ed è in questo modo che siamo venuti a conoscenza di un fatto per lo meno sconcertante.

Procediamo con ordine.

“Il vero ticinese 2.0” è appunto un gruppo Facebook privato chiuso, per cui all’utilizzatore generico  è resa visibile e consultabile solo la pagina iniziale. Fondato il 31 luglio 2021, ha ben 4241 aderenti (dato 26 luglio 2023). Si definisce orgogliosamente fin dalle prime righe “di destra” e vuole essere di supporto alla Lega dei ticinesi e all’UDC Ticino. Ecco perché nella foto iniziale si trovano inseriti i loghi di questi due partiti con i cui vertici ed esponenti di spicco il comitato del gruppo intrattiene contatti più o meno regolari.

Per esservi ammessi è necessario essere ticinesi e svizzeri, rispondere correttamente a tre domande sulla storia svizzera, ticinese e della Lega, e accettare tre regole fondamentali, che così vengono riassunte: “Chi insulta, bestemmia (non è specificato verso quale religione, ndr.), fomenta odio e vuole pubblicare notizie false verrà immediatamente bloccato”. Fin qui, a parte alcuni errori ortografici, grammaticali e sintattici nulla di male, anzi.

Andy Ferro, al secolo Andrea Ferrari, è invece un politico del comune di Monteceneri eletto in Consiglio comunale sulla lista Lega/UDC e Indipendenti. Côté UDC, stando alla presentazione ufficiale della lista. Ferrari ha una pagina Facebook personale e fa parte del gruppo sopracitato, di cui risulta essere anche moderatore per il Luganese. Gli è stato assegnato quindi l’importantissimo ruolo di vagliare post e commenti per vedere se qualcuno non rispetta le regole ed eventualmente sanzionarlo. Fin qui nulla di male, anzi.

Sennonché il nostro, poco tempo fa, parrebbe essere venuto meno alla sua funzione sia di consigliere comunale (un uomo che deve rispettare le regole che questa carica pubblica gli impone oltre che rendere conto agli elettori tutti dei suoi atti e delle sue affermazioni) sia di moderatore del gruppo, esprimendo senza veli e senza possibili fraintendimenti quali siano le sue idee e dove batta il suo cuore. Ho ricevuto, infatti, una segnalazione secondo cui circolano sui social media degli screenshot di alcuni suoi inquietanti commenti a un post apparso secondo le mie fonti appunto su “Il vero ticinese 2.0”, il gruppo che, ricordiamo, blocca e/o sanziona chiunque insulta, bestemmia, fomenta odio eccetera.

Così ecco che dapprima Andy Ferro scrive “Avete voluto far esplodere il ferro adesso è guerra iniziata…”, poi “Dux x sempre / W la razza ariana”, e infine “nel mio sangue circola sangue delle camicie nere”. Purtroppo, non essendo membro del gruppo, non ho potuto leggere il contenuto del post che ha dato il via alla discussione, per cui non posso dire a chi si riferisca e cosa abbia scatenato la sua rabbia.

Indipendentemente dal contesto, le frasi e gli slogan postati da Ferrari sono però talmente inequivocabili da non lasciare spazio a possibili interpretazioni e fraintendimenti, anzi gettano una luce invero piuttosto sinistra su quanto da lui scritto poco prima – “Hanno voluto la luce nei campi allora si lavora anche di notte” (di quali campi di lavoro sta parlando?).

Inspiegabile per contro il fatto che gli altri moderatori del gruppo non abbiano avuto qualcosa da ridire non solo sui commenti del Ferrari, ma pure su uno di tale Donato Manetti, che sotto un post dedicato alla guerra in Ucraina – questo è stato condiviso da un aderente al gruppo, per cui lo abbiamo potuto reperire e leggere – si è così espresso: “È ebreo Zelensky…. Non aggiungo altro” (segue emoji che vomita). Perché se un gruppo si dà delle regole, che le rispettino i vertici è il minimo che si debba pretendere.

Questi i fatti.

A questo punto avrei voluto approfondire, contestualizzare, porre alcune domande e dare al signor Ferrari e agli amministratori de “Il vero ticinese 2.0” la possibilità di esprimersi e spiegarsi, ma purtroppo non è stato possibile: l’iscrizione al gruppo da me richiesta, visti i giorni di silenzio ormai trascorsi dall’inoltro della domanda, devo supporre sia stata rifiutata (eppure ho un pedigree cantonticinese mica da ridere, alle domande ho risposto in modo corretto e ovviamente non bestemmio, non insulto, non fomento odio e non pubblico notizie false). Ma non finisce qui: adesso non posso neppure più vedere la pagina iniziale del gruppo, suppongo sia stato addirittura bannato; ho provato a contattare il signor Ferrari, qualificandomi come giornalista, ma a telefonate e messaggi non ho ricevuto risposta – mi correggo: su Messenger mi ha bloccato dopo avermi chiesto “per quale motivo dovrei chiamarla?” (se mi blocca e non mi dà la possibilità di spiegarmi non lo saprà mai, sembra lapalissiano).

Ho anche cercato di contattare l’amministratore e fondatore del gruppo, il signor Aldo Vanina, sempre qualificandomi come giornalista, il quale per tutta risposta su Messenger mi ha intimato di smetterla “immediatamente di importunare i membri del mio Comitato di gruppo Facebook, altrimenti saremo costretti a quererarla penalmente. Il Ministero Pubblico, la polizia giudiziaria ed il mio Avvocacato penalista di fiducia, sono già stati informati” (errori e maiuscole sono suoi, ndr.). Poi pure lui mi ha bloccato.

Nessun problema, continuo a fare il mio mestiere: raccolgo i fatti, li vaglio, li approfondisco e poi, se ritengo che ci sia un interesse (e qui sicuramente c’è), pubblico. Si chiama informazione (e contempla naturalmente anche il diritto di risposta).


Harakiri doveva essere, e harakiri è stato

Il “caso Patti Chiari”, con una puntata bloccata dal Tribunale di Ginevra, ripropone il tema dei provvedimenti “cautelari” nei confronti del lavoro giornalistico 

Se un giorno qualche politologo vorrà spiegare ed esemplificare cosa non fare in un anno elettorale, non dovrà fare altro che tornare all’anno 2023 e digitare alla voce “partito socialista: imposizione minima delle multinazionali”. Già, perché è vero che alle votazioni non conti i tuoi elettori, ma di certo dai un segnale sui temi che vuoi affrontare e sui modi con cui intendi farlo.

Ebbene il PS, formazione da sempre etichettata più a torto che a ragione come il “partito delle tasse”, che da sempre si è battuta e si batte per eliminare i privilegi e le ottimizzazioni fiscali di cui godono alcune imprese, in particolare quelle multinazionali, quando finalmente, sia pure per imposizione dall’estero, arriva una proposta che certamente non risolve il problema, ma per lo meno lo lenisce, al posto di appoggiarla pensa bene di opporsi. E sì, perché non lo hanno fatto gli ambienti economici e i partiti ad essi collegati, da sempre schierati contro ogni aumento della pressione fiscale, non lo ha fatto la destra nazionalista, da sempre contraria a ogni soluzione che abbia anche solo il minimo sentore di violazione o prevaricazione della sovranità elvetica, lo hanno fatto loro. Per di più solo loro, visto che nessun altro gli si è accodato (e anche questo forse qualcosa vorrà pur dire). Tant’è che in Romandia pure nei cantoni dove la sinistra tradizionalmente è forte come Vaud, Ginevra e Neuchâtel la proposta è stata bocciata con addirittura l’85% di no. Harakiri doveva essere, e harakiri è stato.

“Abbiamo avuto difficoltà a spiegare la nostra posizione” – favorevole all’imposizione minima ma contraria alla distribuzione del gettito, ricordiamolo – ha spiegato il consigliere nazionale Fabian Molina commentando il miserrimo 21,5% ottenuto. Si consoli, probabilmente neppure il fu signor B., colui che fece credere a una miriade di italiani che un’egiziana in reggicalze, reggiseno a balconcino e labbroni rosso fuoco che si faceva chiamare Ruby Rubacuori fosse una nipote dell’allora presidente egiziano Hosni Mubarak che nelle notti di Arcore gli insegnava a ballare una fino ad allora misconosciuta danza tribale chiamata bunga bunga, ci sarebbe riuscito.

Al netto della débâcle, questa votazione ha evidenziato una volta di più le tensioni tra le due anime socialiste, che non solo si guardano in cagnesco, ma fanno sempre più fatica a parlarsi. A quattro mesi dalle elezioni federali la direzione PS dovrebbe cominciare seriamente a interrogarsi sulla strategia fin qui seguita e da seguire, perché arrivare ad ottobre con un partito diviso è la premessa sicura per perderle.

Qualche suggerimento in merito è giunto dalle votazioni cantonali. Certo in Ticino il fronte sindacale e progressista le ha perse entrambe, ma essere riusciti a ottenere oltre 20 punti percentuali in più del proprio bacino di riferimento (il 46,7% ottenuto contro gli sgravi fiscali sui premi delle casse malati lo reputo addirittura un piccolo miracolo) può essere considerato, politicamente parlando, un buon risultato, la base da cui ripartire dopo la botta subita in aprile alle ultime elezioni cantonali, la dimostrazione che quando si propongono all’elettorato proposte, argomenti e soluzioni chiare e praticabili la risposta c’è.

Anche i salari minimi approvati a Zurigo e Winterthur sono segnali che spingono ad andare in questa direzione. Per contro da Ginevra arriva la bocciatura del prelievo ai Paperon de’ Paperoni cantonali di un contributo di solidarietà, a ulteriore dimostrazione che in Svizzera la lotta di classe fatta in queste forme e con questi metodi non ha quasi più cittadinanza.

Oggi insomma la sinistra non ride, ma può cogliere dei segnali che la inducano a un maggiore pragmatismo e acume tattico; dovesse, come spesso le è accaduto, non coglierli o cedere alle sirene di un massimalismo acritico, si condannerà da sola a un lento ma inesorabile declino.


Outsider e antisistema, combinazione vincente

Il “caso Patti Chiari”, con una puntata bloccata dal Tribunale di Ginevra, ripropone il tema dei provvedimenti “cautelari” nei confronti del lavoro giornalistico 

Tre elezioni (Ginevra, Lucerna e Ticino), tre risultati differenti. Eppure alcune tendenze comuni si possono intravvedere. La prima è che escono vincenti i candidati che giocano (la parola non è scelta a caso) a fare gli outsider antisistema. Se poi ti ammanti anche un po’ di vittimismo meglio ancora. Poco importa che sia vero; l’importante è costruire una narrazione che sia credibile e di conseguenza renderlo verosimile e farlo accettare dall’elettorato. Corollario logico di fondamentale importanza, qualsiasi obiezione che arriverà dagli avversari arriverà dal sistema, dunque dai poteri forti o da chi volete voi, per cui non solo non smonterà questa narrazione, ma anzi contribuirà a rafforzarla.

Eclatante in questo senso il risultato di Pierre Maudet a Ginevra: lo si aspettava sì a un buon risultato per il Consiglio di Stato, ma non così buono; lo si credeva fuori dei giochi per il Gran Consiglio soprattutto per lo sbarramento del 7%, e invece vi è entrato trionfalmente. Pierre Maudet, ricordiamolo a dimostrazione di quanto detto sopra, è l’ex “enfant prodige” del PLR ginevrino, ex consigliere di Stato ed ex papabile al Consiglio federale, impallinato alcuni anni or sono per alcuni favori poco chiari ricevuti da un emiro arabo. Due anni orsono – non secoli fa dunque – era stato estromesso dal Governo. Insomma, un politico da sempre dentro il sistema; anzi, ad un certo punto a Ginevra era il sistema, l’uomo forte del suo partito e del Governo.

Eppure, appena superata la bufera mediatica e giudiziaria si è ripresentato in pompa magna con l’etichetta appunto dell’outsider, dall’antisistema e della vittima, e buona parte dell’elettorato gli ha creduto: entrata trionfale in Gran Consiglio, dove la sua lista ha conquistato un 8,45% che gli ha consegnato ben 10 seggi, e un bel sesto posto nella corsa al Consiglio di Stato. Non ancora l’elezione, che verrà decisa al secondo turno il prossimo 30 aprile (se la giocherà con due rappresentanti dell’area rossoverde e con quello del Mouvement Citoyens Genevois; decisivi come solito saranno i ritiri degli altri candidati e gli apparentamenti tra i partiti), ma comunque una bella posizione per sperare nel colpaccio.

Discorso simile in Ticino per Amalia Mirante: poco importa se è stata per ben due elezioni sulle liste PS, poco importa se è dunque una creatura nata e cresciuta proprio nel sistema che oggi critica: ha fatto il battitore (pardon, la battitrice) libera, si è costruita una narrazione adeguata ammantata di vittimismo e risentimento contro un partito e una grande famiglia in particolare, ha trovato anche evidentemente gli appoggi giusti fuori dalla sua area di riferimento, e il gioco è riuscito. Forse nessuno l’aspettava così avanti – mi si perdoni lo scontato gioco di parole – ma poco importa.

Altra tendenza emersa in questo fine settimana elettorale è il calo del PLR e dei Verdi, la sostanziale tenuta del PS (fa eccezione naturalmente il Ticino, ma qui hanno giocato condizioni locali improponibili a livello nazionale) e del Centro, e l’avanzata dei Verdi liberali – meno eclatante rispetto ad altre volte, ma comunque c’è – e un po’ a sorpresa dell’UDC.

Interessante in proposito che questa è arrivata, oltre che a Lucerna, sia in Ticino che a Ginevra e che in questi due cantoni si sia verificata soprattutto ai danni dei movimenti antisistema locali, Lega e MCG. Una lezione per la sinistra: i democentristi, in particolare nel corso dei primi anni dell’era blocheriana, sono cresciuti non solo rubando voti ai partiti borghesi, ma soprattutto facendo tabula rasa di tutta quella serie di partiti e partitini in cui fino agli anni ’90 era frantumata l’estrema destra elvetica. Un partito dunque che dapprima è stato di unione e condivisione per una certa area, e che solo dopo ha selezionato la sua classe dirigente in funzione dei desideri e della politica voluta dai suoi vertici, quando le strutture e l’elettorato di riferimento erano consolidati. E difatti l’unico tentativo di scissione finora avvenuto, quello attuato dal Partito borghese democratico e dall’ala tradizionale e agraria del partito, è miseramente fallito. Meditate, gente, meditate.

Nell’immagine: avanti verso la democrazia individuale!


Non solo Ticino

Il “caso Patti Chiari”, con una puntata bloccata dal Tribunale di Ginevra, ripropone il tema dei provvedimenti “cautelari” nei confronti del lavoro giornalistico 

Sembrerà incredibile in un cantone sempre più onfalocentrico ma, salvo imprevisti cataclismi, domani la Svizzera guarderà solo distrattamente quanto accadrà in Ticino alle elezioni. A quasi nessuno infatti importa se tra UDC e Lega finirà effettivamente a pistolettate, oppure se il Gran Consiglio si tingerà, letteralmente e non solo metaforicamente, un po’ più di rosa (in particolare le capigliature). Gli occhi dei nostri compatrioti saranno infatti puntati verso altri orizzonti, cantoni strategicamente e politicamente ritenuti più importanti rispetto al nostro.

Ginevra anzitutto, dove in gioco c’è la maggioranza rosso-verde in Consiglio di Stato. I sette posti sono infatti attualmente ripartiti tra due PS, due Verdi e un rappresentante a testa per PLR, Centro e Mouvement Citoyens Genevois (MCG), la versione locale della Lega. Maggioranza giovane, strappata ai partiti borghesi nel 2021 dopo l’uscita di scena forzata dell’ex enfant prodige del PLR Pierre Maudet, estromesso da ogni carica a causa delle sue traversie giudiziarie. 

E sarà proprio Maudet la mina vagante di questa elezione. Riuscirà a riconquistare il seggio perduto? Se, come sembra probabile, non dovesse riuscirci, a chi porterà via voti? Al suo ex partito? Al campo borghese nel suo complesso? A quel voto di protesta che tradizionalmente confluiva verso l’MCG?

Difficile prevedere (neppure gli analisti si sbilanciano): quello che è certo è che PS e Verdi presentano una lista comune con quattro candidati, di cui tre uscenti, mentre il campo borghese si presenta diviso essendo fallita l’“entente” tra Centro e PLR a causa delle polemiche su un possibile allargamento all’UDC, e quindi avrà un ostacolo in più da superare per recuperare il seggio perduto due anni fa. L’UDC resta in agguato, mentre nel mirino del PLR vi è non solo il seggio della sinistra, ma pure quello del MCG, che oltre ad essere, per lo meno stando ai sondaggi, in perdita di velocità, si presenta a queste elezioni senza il suo storico candidato di punta, Mauro Poggia, che ha deciso di non ricandidarsi. E forse è proprio per parare il colpo che dovrebbe arrivare dalla destra storica che il Mouvement presenta come candidato un ex PLR, Philippe Morel. Basterà?

Difficilmente avremo tutte le risposte domenica sera, visto che per decidere l’elezione sarà probabilmente necessario il secondo turno, in programma il 30 aprile (in corsa ci sono 23 candidati, divisi su 13 liste).

Apertissima anche la corsa per il Gran Consiglio, anzitutto per i possibili spostamenti di forze tra i partiti a causa della soglia di sbarramento per entrare in parlamento, che a Ginevra è fissata al 7% (la più alta della Confederazione). Basta infatti, come più volte successo in passato, che uno dei partiti in bilico non raggiunga anche solo per una manciata di voti il quorum, per scombussolare tutto. Con l’effetto paradossale che magari perdi voti, ma grazie all’uscita dal legislativo di un’altra formazione guadagni seggi. 

Cosa che quasi sicuramente avverrà, visto che ben difficilmente la gauche rimarrà in parlamento (come già nel 2005 e 20009 si presenta divisa in due liste, e i precedenti parlano chiaro), e pure l’UDC è in bilico, tant’è che per salvare il salvabile sulle sponde del Lemano si sono visti a fare indirettamente campagna i suoi due consiglieri federali, Guy Parmelin e Albert Rösti. Pure il campo borghese tradizionale un po’ trema. Manco a dirlo la mina vagante è sempre Pierre Maudet: poche chance di entrare in Gran Consiglio, ma a chi toglierà voti – perché è certo che a qualcuno ne toglierà – è il gran mistero che verrà svelato domenica.

Oggi i 100 seggi sono così ripartiti: PLR 25, PS 16, Verdi 14, Centro 11, MCG 11, “Ensemble à gauche” 9, UDC 8, senza partito 6.

Occhi puntati anche su Lucerna, dove il Consiglio di stato verrà quasi completamente rinnovato (si ripresentano solo in due su cinque). La posta in gioco qui non è tanto sapere quante donne verranno elette nell’ultima roccaforte maschile della Svizzera, perché è certo che almeno un paio lo saranno, ma di sapere se il PS riuscirà a riconquistare il seggio perso nel 2015 (possibile ma non certo) e soprattutto chi sarà la neoeletta.

Gli è infatti che tra i consiglieri di Stato che hanno deciso di ritirarsi vi è anche tale Marcel Schwerzmann, un senza partito di orientamento borghese, la cui poltrona è concupita soprattutto dal PS, che ha lanciato nella corsa la gran consigliera Ylfete Fanaj, già presidente del Gran Consiglio e originaria del Kosovo. In agguato però vi sono, oltre agli altri partiti borghesi, anche i Verdi con la consigliera comunale di Lucerna Christa Wenger e la granconsigliera Claudia Huser, rappresentante dei Verdi-liberali, il partito con il maggiore vento in poppa fra tutti. Dovesse costei riuscire a entrare in Governo, ecco che si ridisegnerebbero i rapporti di forza nel centrosinistra, con possibili riverberi fin alle elezioni federali di ottobre e forse oltre. 

Già, perché stando all’ultimo barometro elettorale federale i Verdi sono in calo, il PS stagna mentre i Verdi liberali sono in costante ascesa. Di più: l’area ecologista nel suo complesso si colloca attorno al 19%, ed è così la seconda forza politica della Svizzera. Finora i Verdi liberali sono progrediti soprattutto nei parlamenti cantonali ma, dovessero cominciare anche ad imporsi come forza di governo, c’è da chiedersi fino a quando potranno continuare ad essere esclusi dal Consiglio federale. Se poi a ottobre dovessero superare anche la soglia psicologica del 10%…

E il Ticino? Ah già, ci sono le elezioni anche da noi.

Nell’immagine: la versione ginevrina dell’alleanza rossoverde


Idiozia e incompetenza non hanno passaporti

Il “caso Patti Chiari”, con una puntata bloccata dal Tribunale di Ginevra, ripropone il tema dei provvedimenti “cautelari” nei confronti del lavoro giornalistico 

Saremmo stati qui a raccontare un’altra storia se ci fosse stata una rappresentanza elvetica più numerosa ai vertici di Credit Suisse. Così almeno la pensa l’UDC, che quindi propone l’introduzione dell’obbligo del passaporto rossocrociato per chi ricopre delle cariche all’interno dei consigli di amministrazione di aziende di importanza sistemica (non solo delle banche quindi). O per lo meno per la maggior parte dei suoi membri. Questione di rinsaldare il legame delle grandi aziende con il nostro Paese, ha affermato a 20 Minuten il consigliere nazionale democentrista Thomas Matter, esperto bancario del partito.

Il gruppo parlamentare UDC avrebbe infatti intenzione di depositare un atto parlamentare in cui chiede al Consiglio federale appunto queste due cose: che “in futuro la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione debba avere un passaporto svizzero” e che “la maggioranza dei diritti di voto degli azionisti sia in mani svizzere». Da notare: solo dei diritti di voto, il che significa che la maggioranza del capitale potrebbe dunque rimanere in mani estere. 

Tecnicismi a parte (ma chi spenderebbe milioni se non miliardi per acquisire un’azienda in cui non avrebbe nulla o ben poco da dire?), agli UDC e a quei politici di altri partiti, anche di sinistra, che stanno guardando con favore a questa proposta si devono ricordare i due casi più famosi di fallimento o quasi fallimento che hanno interessato il nostro Paese: UBS nel 2008, salvata allora grazie a un massiccio intervento statale, e Swissair una decina di anni prima, questa invece lasciata fallire.

Ebbene, in entrambi i casi management e CdA erano svizzeri, e questo non ha impedito che entrambe avessero gravi problemi. Perché idiozia e incompetenza, per fortuna nostra e del mondo, non posseggono passaporti, ma sono diffuse un po’ ovunque (non lo dice anche il proverbio che la madre degli imbecilli è sempre incinta?). La buona gestione di un’azienda è invece questione di personalità, capacità, esperienza e, non da ultimo, di onestà, per cui in questo senso meglio avere un manager del Burundi che possegga queste qualità che un perfetto cretino; attinente magari di Niederbipp, ma che cretino resta.

All’apparenza, più sensata parrebbe l’idea di fare in modo che le aziende di importanza sistemica – in generale le grandi aziende operanti sul nostro territorio – mantengano dei legami con la Svizzera e la nostra cultura. Bel proposito, ma si dimentica che non solo i manager stranieri se ne vanno il giorno dopo che hanno mandato in tilt un’azienda, come affermato da Matter, e tanti saluti ai cocci da riparare che lasciano alle loro spalle, ma anche quelli svizzeri, perché pure loro pur di mettersi in tasca qualche franco in più abusano delle leggi del mercato. Insomma, non c’è alcuna garanzia non solo che un manager elvetico dirigerà meglio un’azienda elvetica proprio perché elvetica, ma neppure che farà di tutto per salvarla.

L’esempio ci viene ancora dal grounding Swissair, compagnia area svizzerissima che fu lasciata fallire dalle nostre svizzerissime banche dal management e dai CdA altrettanto svizzeri e consegnata alla stranierissima Luftansa. E chi ha buona memoria si ricorda che mentre l’ultimo Ceo di Swissair cercava disperatamente ma invano di salvarla, gli svizzerissimi membri del CdA si rifiutarono di rinunciare ai loro viaggi gratuiti in prima classe, che solo una volta fallita alcuni di loro (non tutti) rinunciarono a bonus ed emolumenti a favore dei dipendenti – misura più declamatoria che altro, visto che con la società fallita avrebbero ricevuto poco o nulla – e che nessuno restituì tutto quanto ricevuto negli anni passati. Perché non solo idiozia e incompetenza non hanno passaporti, ma anche arroganza e brama di potere e denaro. 


Brutte nuove per la sinistra elvetica

Il “caso Patti Chiari”, con una puntata bloccata dal Tribunale di Ginevra, ripropone il tema dei provvedimenti “cautelari” nei confronti del lavoro giornalistico 

Se, come da proverbio, il buongiorno si vede dal mattino, per la sinistra elvetica il 2023 rischia di essere un anno da dimenticare. Già reduci da risultati non brillanti  il mese scorso nelle elezioni di febbraio a Zurigo e Basilea Campagna, PS e Verdi si sono ripetuti ieri a San Gallo – in palio il seggio agli Stati lasciato libero dal PS Paul Rechsteiner – e in generale nelle votazioni cantonali.

Il risultato elettoralmente più importante e significativo è naturalmente quello di San Gallo. Certo, nulla è ancora perduto, visto che nessuna delle candidate ha raggiunto la maggioranza necessaria per essere eletta; tuttavia il risultato lascia ben poche speranze. Fra le sfidanti – tutte donne e tutte consigliere nazionali – si è imposta nettamente Esther Friedli (UDC), la compagna dell’ex presidente dell’UDC Toni Brunner, che ha ottenuto 55.660 voti. Seguono, chiaramente staccate, Susanne Vincenz-Stauffacher (PLR, 26.938), Barbara Gysi (PS, 22.167) e Franziska Ryser (Verdi, 21.791). Quest’ultima, come da accordi, al secondo turno non si ripresenterà, ma i numeri parlano chiaro: anche sommando i voti, alla Gysi mancheranno circa 12.000 voti per superare la Friedli. Un abisso probabilmente incolmabile.

La sinistra sangallese si affida alla cabala – Brunner tentò la scalata agli Stati nel 2007 e nel 2011; entrambe le volte arrivò al primo turno davanti al rappresentante del PS, entrambe le volte fu sconfitto al secondo – ma non sfugge anche al più inesperto dei commentatori una sostanziale differenza: allora i voti di Rechsteiner sommati a quelli della candidata ecologista erano superiori a quelli ottenuti dall’ex presidente UDC, questa volta no, e non di poco. Si attende ancora la decisione della candidata PLR, ci si interroga su chi appoggeranno i Verdi liberali se la Vincenz-Stauffacher dovesse ritirarsi e come si comporterà l’elettorato del Centro, in buona parte assente da questa tornata elettorale, alla prospettiva di essere rappresentati da una UDC, ma l’impressione è che i giochi siano oramai fatti.

Il vento insomma sta girando con decisione verso destra, e pure le votazioni cantonali del week – end lo confermano. A Basilea Città ad esempio ben l’84,4% dei votanti ha approvato un pacchetto di sgravi fiscali con compensazioni sociali voluto dal Consiglio di Stato a maggioranza relativa borghese ( e con tre socialisti su sette) contro cui Sinistra alternativa, Verdi e sindacati avevano lanciato il referendum. Una débacle (continuiamo così, facciamoci del male, chioserebbe Moretti).

Non è andata meglio a Ginevra, dove un’iniziativa della sinistra che chiedeva di tassare il 100% dei dividendi percepiti dai grandi azionisti e non più solo il 70% è stata bocciata da quasi il 60% dei votanti, né a Nidvaldo e neppure Obvaldo, dove due iniziative identiche che chiedevano di raggiungere la neutralità climatica entro il 2040 sono state respinte. Nel primo con ben il 74% dei voti contrari, nel secondo con il 73%. Piccola consolazione, Obvaldo ha già elaborato un piano per raggiungere la neutralità climatica entro il 2048 – ma davvero bisogna lanciare un’iniziativa per anticipare un obiettivo di soli 8 anni? (continuiamo così, continuiamo a farci del male) – mentre a Nidavaldo è stato approvato con il 61% di sì un controprogetto che senza fissare una data invita genericamente le autorità a limitare i cambiamenti climatici.

Insomma, una domenica nera che come detto rischia di dare il tono a tutto l’anno. Il prossimo appuntamento elettorale sarà il 2 aprile in Ticino e a Lucerna, e già i sondaggi prevedono per lo schieramento rossoverde un’altra domenica di passione…

Nell’immagine: Barbara Gysi. Chi si accontenta…


Ringier, lotta dura (e un po’ di paura)

Il “caso Patti Chiari”, con una puntata bloccata dal Tribunale di Ginevra, ripropone il tema dei provvedimenti “cautelari” nei confronti del lavoro giornalistico 

Il 2023 per Ringier, il secondo gruppo editoriale svizzero dietro Tamedia/Edipresse ed editore del Blick, ossia il giornale a pagamento più letto della Confederazione (e su alcuni aspetti nazional-popolari il più influente), è iniziato male, e rischia andare anche peggio e di trasformarsi in un vero e proprio annus horribilis.

Riassumiamo. In gennaio scoppia l’“affaire Berset”, ossia le notizie sulle misure per contrastare l’epidemia di Covid 19 riferite dal capo dell’informazione del Dipartimento federale dell’Interno alla stampa prima che arrivassero sul tavolo del Consiglio federale. Mica a tutta, ovviamente, ma solo a un ben preciso editore (facile a questo punto indovinare quale). Peggio che peggio, da un punto di vista giornalistico almeno, le notizie non venivano riferite a uno scaltro e ben informato reporter, ma direttamente al CEO del gruppo Marc Walder, che poi le passava (quali e come non si sa) ai suoi giornalisti, con buona pace della separazione tra editore e redazione.

Passata la buriana politico-giornalistica, un paio di settimane fa il gruppo annuncia la partenza di un quadro molto alto al limite dell’altissimo, il co-direttore della Schweizer Illustrierte e co-redattore responsabile della pubblicazione Interview by Ringier, Werner de Schepper, già ex gran capo del Blick. La scusa ufficiale è “divergenze di opinioni” con l’editore, ma subito i colleghi d’oltralpe si sono ricordati del 2017, quando il Tages Anzeiger aveva riportato accuse anonime di mobbing e soprattutto molestie sessuali contro De Scheppers. Allora, dato che la notizia non trovò conferma esplicita, finì a tarallucci e vino, oggi, stando a quanto riferito dalla Weltwoche, le prove sarebbero state trovate, per cui De Scheppers ha dovuto dimettersi.

Finita qui? Neppure per sogno, che ieri è giunta la notizia che il direttore del Blick Christian Dorer è stato obbligato a prendersi una pausa di sei mesi (e ancora non è stato deciso se in seguito potrà tornare al proprio posto). Ci sarebbero “indicazioni e segnalazioni” secondo cui Dorer “avrebbe violato il codice di condotta di Ringier AG”, ha comunicato l’editore, che si è detto profondamente turbato dalla vicenda. Ci sarebbero infatti “indizi di trattamento preferenziale di alcuni dipendenti” e di “mancanza di una chiara differenziazione tra privato e affari” (qualsiasi cosa voglia dire).

Fossi un complottista, ipotizzerei trame oscure da parte dei soliti oscurissimi poteri forti; dato che non sono un complottista, restano sul campo solo due ipotesi su quanto sta succedendo in casa Ringier: o sono sfortunatissimi, oppure all’interno del gruppo è in atto una lotta di potere da notte dei lunghi coltelli tra fazioni, una lotta i cui scopi restano opachi e in cui gli schieramenti interni, dunque le possibili future vittime e i possibili futuri vincitori, non sono ancora ben delineati e visibili. E la tensione interna (la paura?) tra i giornalisti aumenta. Di sicuro non una buona notizia per la stampa elvetica, già molto sotto pressione per altri motivi.

Bicchiere mezzo pieno: le procedure di controllo interne più o meno funzionano, anche se la CEO a interim Ladina Heimgartner ha affermato che nelle prossime settimane verrà esaminata la cultura aziendale e la sua implementazione, e che verranno avviate riforme per migliorarla (il minimo sindacale, ma per lo meno lo fanno); bicchiere mezzo vuoto: la selezione dei quadri fa acqua da tutte le parti, perché un caso può sempre capitare, due insomma, ma tre in due mesi assolutamente no.

Eppure la stessa Heimgartner qualche settimana fa si era detta convinta che questo sarebbe stato “un buon anno per Ringier”. Di sicuro, continuasse così, il premio per la miglior gufata del 2023 non glielo toglie nessuno.

Nell’immagine: la copertina del secondo numero di ‘Inteview by Ringier’


Roger Köppel, l’inconciliabile connubio tra giornalismo e politica

Il “caso Patti Chiari”, con una puntata bloccata dal Tribunale di Ginevra, ripropone il tema dei provvedimenti “cautelari” nei confronti del lavoro giornalistico 

Ho conosciuto Roger Köppel una ventina di anni fa. Lui astro nascente del giornalismo politico nazionale, io giovane corrispondente da Palazzo federale. Idee mille miglia lontane dalle mie, stile giornalistico che mi lasciava e mi lascia tuttora perplesso, ma professionalmente intelligente, preparato e bravo. Del resto non si riprende un settimanale in crisi come era nel 2001 la Weltwoche, lo si ricolloca editorialmente e politicamente e lo si fa diventare in poco tempo una delle testate più lette della Svizzera se non si è dotati di fiuto e di qualità. Certo i soldi di Blocher, i favori di Tito Tettamanti (che gli ha venduto il giornale a “prezzo di favore”) e le sue varie altre influenti amicizie l’hanno aiutato, e non poco, ma ciò non toglie che il successo editoriale è tutto suo, sarebbe sciocco non riconoscerlo.

Lui comunque ha ripagato i suoi mentori in tutti i modi: dapprima mettendo a disposizione della politica filo-UDC la sua testata, poi dando suggerimenti su diverse campagne e aiutando a impostare la comunicazione democentrista (forse qualcosa in più, visto che molti lo consideravano la vera eminenza grigia e il vero stratega del partito), infine – era il 2015 – decidendo di schierarsi apertamente. Forse, se non l’ unico, il suo più grande errore.

Perché è vero che fu eletto trionfalmente in Consiglio nazionale – mai nessuno prima di lui e dopo di lui ha ricevuto così tanti voti preferenziali – ma è anche vero che il Köppel politico, al contrario del giornalista, non ha lasciato granché il segno nella Berna federale: in otto anni ha presentato in Parlamento solo 9 atti parlamentari (probabilmente solo Attilio Bignasca, con un intervento in otto anni, ha fatto peggio di lui), mentre recentemente il Blick lo ha incoronato per la seconda legislatura consecutiva come il parlamentare più assente (peggio di Lorenzo Quadri, il che è tutto dire). Negli ultimi tre anni ha infatti disertato quasi una seduta su cinque senza chiedere scusa, quindi senza percepire gettoni di presenza. «Faccio risparmiare soldi al contribuente», ha ironicamente replicato al giornale, giustificando questa classifica poco lusinghiera con il suo ruolo di direttore della Weltwoche.

Ci risiamo: la Weltwoche, il suo trampolino di lancio verso la fama, la gloria, la politica e al tempo stesso il suo tallone di Achille e la sua giustificazione (“Lascio perché devo concentrarmi sullo sviluppo del settimanale”) per spiegare la sua decisione di non ricandidarsi il prossimo autunno per un terzo mandato. Alle illazioni di molti quotidiani svizzerotedeschi, che hanno apertamente parlato di un caloroso invito da parte dei vertici UDC a farsi da parte visto le sue posizioni filoputiniane nella guerra in Ucraina e il suo atteggiamento estremamente critico e destabilizzante tenuto in occasione della campagna per la successione di Ueli Maurer in Consiglio federale che gli ha garantito l’aperta ostilità del neoeletto Albert Rösti e di buona parte degli attuali vertici, Köppel ha risposto sabato in una conferenza stampa bollandole di fake news, prima di ribadire le sue opinioni sul conflitto, ossia che si tratta di una guerra russa di autodifesa che non viola il diritto internazionale.

Poco importa quali siano i veri motivi del suo abbandono, poco importa pure che lo si ricordi più per i video che girava nel corridoio dei passi perduti di Palazzo federale per la Weltwoche Daily che per i suoi rari interventi dalla tribuna (memorabile comunque quando attaccò la consigliera federale Simonetta Sommaruga per la politica migratoria per poi abbandonare l’aula assieme a tutto il suo gruppo), o per l’ultimo scandalo che lo ha visto coinvolto, una fuga di notizie dalla commissione esteri della Camera – guarda caso, riguardavano ancora la Russia – che ha rischiato di costargli l’immunità parlamentare e un conseguente procedimento penale: Köppel, se mai lo si ricorderà, sarà soprattutto come la più lampante dimostrazione dell’impossibilità di gestire il connubio tra giornalismo e politica.

Perché adesso anche per lui è chiaro: o fai il giornalista, e quindi pur essendo schierato diventi e resti una specie di radar, uno scanner puntato sul potere, oppure fai il politico, dunque entri nei meccanismo proprio di quel potere che dovresti vagliare, esaminare ed eventualmente criticare (e buonanotte al cane da guardia). Tertium non datur, soprattutto ai livelli più alti.

Un’inconciliabilità che è diventata lampante anche grazie allo stile estremamente polemico, provocatorio e sulfureo di Köppel: una decina di anni fa il direttore Köppel titolò un numero della Weltwoche “I greci della Svizzera – Ecco perché i romandi lavorano meno e ricevono pensioni migliori” (foto di prima pagina, un impiegato con la barba lunga, bianchino in mano e piedi sulla scrivania). Fu uno choc, e le polemiche fioccarono alte e copiose. Qualche anno dopo il politico Köppel un titolo e un servizio del genere non se lo sarebbe potuto permettere. Senza dimenticare che da parlamentare deteneva informazioni che non poteva pubblicare; per un giornalista, non c’è forse peggior cosa.

Sabato scorso, quindi, l’uomo Köppel ha scelto, decidendo di tornare a fare quello che ha dimostrato di saper fare meglio: il giornalista. Liberato dalle pastoie della politica, ricomposte le sue varie anime, Roger Köppel godrà dal prossimo autunno di maggiore libertà. Ne siamo certi: la userà.

Nell’immagine: Roger Köppel, naturalmente