Ma siamo mai stati davvero neutrali?

In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia 

Dopo essere stati minacciata da richiedenti l’asilo, Unione europea, stranieri e frontalieri, ed aver smascherato la quinta colonna pluto-giudaico-massonica composta da città di sinistra e radical chic, secondo i nazionalisti nostrani pare che oggi il destino della nostra nazione dipenda dalla neutralità. Che non solo deve essere, come del resto è già da circa un paio di secoli, ma, Blocher dixit, deve essere integrale (qualsiasi cosa significhi), ché altrimenti non è. Qualcuno ha addirittura parlato di elemento fondante della nostra identità, per cui metterlo in questione o addirittura negarlo indebolirebbe o addirittura negherebbe il fatto stesso di essere Svizzera.

Sia ben chiaro, che la guerra in Ucraina e l’adesione della Confederazione alle sanzioni internazionali abbia rilanciato il dibattito sulla neutralità e sul suo significato, il quale evidentemente non può essere disgiunto dal contesto storico-politico in cui si colloca (ogni principio politico deve confrontarsi con l’attualità), è sicuramente positivo; che questo dibattito venga usato per fini di propaganda politica possiamo considerarlo un inevitabile danno collaterale; tuttavia che nel suo svolgimento si confondano mito e storia, o addirittura che i dati di quest’ultima vengano scientemente alterati o falsificati per i propri fini e interessi, questo è inaccettabile.

Per cui diciamolo: la Svizzera, o meglio la Confederazione elvetica è certo che non sia nata neutrale, sia nella storia che nel mito. Guglielmo Tell non era un fine diplomatico che ha dispensato i suoi buoni uffici per appianare le questioni tra il balivo di turno e i cantoni primitivi, ma una testa piuttosto calda che ha pensato bene di risolvere il problema usando balestra e frecce (con conseguente omicidio). E almeno fino alla battaglia di Marignano (1515) la storia elvetica è tutt’altro che neutra e pacifica, costellata com’è di guerre e scaramucce. E anche dopo non è che siamo stati con le mani in mano, seduti al bar a giocare a jass o a tricottare con l’uncinetto, visto che ancora nel 1536 Berna ha conquistato il Canton Vaud e altri territori savoiardi a sud del lago Lemano, che i cantoni cattolici e protestanti continuarono a darsi botte da orbi per altri tre secoli e che per altrettanto tempo di mercenari svizzeri furon colme tutte le guerre europee. E i relativi camposanti.

Per di più fino alla Guerra dei trent’anni (1618-1648) per noi europei il termine “neutrale” aveva una dichiarata connotazione negativa. In un conflitto, allora spesso condito da forti connotazioni religiose, non si poteva non schierarsi. O con me, o contro di me, come insegnano i Vangeli: tertium non datur. Solo dopo la pace di Westfalia politici ed esperti di diritto cominciano a formulare un’idea diversa, ossia che gli stati, soprattutto se piccoli e deboli, potevano entro certi limiti astenersi dal partecipare ai conflitti. Tant’è che la prima dichiarazione ufficiale di neutralità della Svizzera risale alla Dieta del 1674, quasi quattro secoli dopo la data della supposta fondazione della Confederazione elvetica, non prima. 

E non era certamente una neutralità di tipo integrale come Blocher e seguaci sperano che diventi adesso, visto che alle potenze straniere era permesso attraversare il nostro territorio, e che di mercenari pronti servire il signore di turno dietro congrua ricompensa come detto ne partirono ancora diverse decine di migliaia. Un traffico di carne umana che durò ufficialmente fino al 1815, quando il Congresso di Vienna non solo statuì il principio della neutralità elvetica nel diritto internazionale, ma impose pure la fine del “mercenariato”, anche se in realtà in forma non ufficiale se non illegale, di svizzeri che combatteranno guerre in giro per il mondo ce ne furono anche dopo. Senza dimenticare che, alla faccia del fondamento identitario e senza negare l’importantissimo ruolo che rivestì il diplomatico elvetico De la Harpe, a Vienna furono le potenze vincitrici guidate dallo zar di Russia Alessandro I a imporre la neutralità alla Svizzera più che gli stessi svizzeri a rivendicarla (curioso in questo senso che sia oggi proprio un altro “zar”, Vladimir Putin, a negarla).

Indipendentemente da ciò, da allora fummo neutri come oggi chiedono Blocher e sodali? Assolutamente no. Senza soffermarci sulle oscillazioni del XIX e XX secolo (non per nulla il Consiglio federale sia durante la guerra franco-prussiana del 1870 che allo scoppio della Prima Guerra mondiale sentì la necessità di riaffermare la neutralità elvetica, cosa che sarebbe stata superflua se fosse stata così integrale e internazionalmente chiara come oggi si vuol far credere) o le concessioni fatte alle potenze dell’Asse durante la Seconda Guerra mondiale, credo che nessuno possa avere dubbi da che parte stava la Svizzera durante la Guerra fredda. È sufficiente un esempio: fino agli anni ’80 del XX secolo durante le esercitazioni militari il nemico poteva essere uno e uno soltanto, ossia rosso e proveniente dall’est. Eppure questo suo essere apertamente schierata con l’Occidente non le ha impedito di prestare i suoi buoni uffici praticamente ovunque e con chiunque. Anzi, è soprattutto in questo contesto che la Confederazione ha potuto davvero realizzarsi in questo suo ruolo.

Per cui, prima di discutere sulla nostra neutralità e su quale forma darle, credo sia utile porsi (e rispondere a) una fondamentale domanda, senza la quale tutta questa discussione rischia di ridursi a mera propaganda politico-elettorale: la Svizzera è mai stata davvero integralmente neutrale?

Nell’immagine: il “Leone morente” di Lucerna, monumento ai mercenari svizzeri che difendevano Luigi XVI, massacrati dai rivoluzionari francesi durante la presa delle Tuileries (1792)


Chissà come mai mancano giornalisti

In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia 

Mistero misterioso, sembra che inizino a mancare i giornalisti. In effetti stando a una ricerca pubblicata dal portale “Republik.ch” centinaia di operatori dei media hanno abbandonato la professione negli ultimi anni, al ritmo di uno la settimana. Ritmo che è progressivamente aumentato fino a raddoppiare lo scorso mese di maggio, quando gli addii sono stati due la settimana. E pure il mitico MAZ di Lucerna, che è la scuola di giornalismo più famosa della Svizzera con sede a Lucerna, pare non se la passi benissimo: 44 diplomi consegnati nel 2018, 25 nel 2022. Praticamente la metà.

Ipotesi: sarà anche per questo che la qualità dei media elvetici è in caduta libera da anni, e che la Confederazione nelle classifiche della libertà di stampa a livello internazionale, pur facendo parte sempre del gruppo dei migliori, lo scorso anno è uscita dai primi dieci della classifica?

In attesa che i guru, nostrani e non, si lancino in dotte analisi spiegandoci il perché e il percome della perdita di attrattività della professione e dell’intrinseca perdita di professionalità di noi professionisti (sì, le ripetizioni le ho scritte apposta), suggerisco alcune piste che si potrebbero battere:

  • da oltre 15 anni la categoria, per lo meno nella Svizzera italiana e nella Svizzera tedesca, è priva di un Contratto collettivo di lavoro (CCL) che garantisca ai dipendenti standard minimi di qualità, di condizioni di lavoro e di salario. Gli editori affermano che non serve. Appunto;
  • in Romandia un CCL ce l’hanno. Fortunati? Andatevelo a leggere, poi ne parliamo;
  • al netto di alcune eccezioni, da oltre 20 anni non si ha notizia di un aumento di stipendio che sia uno, per lo meno in Ticino. Da uno stipendio medio-basso, per lo meno per dei laureati, si è così passati a uno stipendio semplicemente basso;
  • si lavora teoricamente 5 giorni la settimana per le canoniche 8 ore e un po’. Poi chissà perché tutti a fine anno hanno un numero spropositato di ore e giorni di recupero da smaltire (e guai se non lo fai, che altrimenti li perdi);
  • si lavora la mattina, il pomeriggio, la sera, anche un po’ la notte, dal lunedì al venerdì e alla bisogna pure il sabato e la domenica. In poche parole, sempre;
  • Percezione sociale della professione in caduta libera. Un plauso al lapsus freudiano dell’estensore dell’articolo apparso sul sito RSI: “La mancanza di personale in Svizzera non colpisce solamente il settore ospedaliero o quello turistico”, ma anche quello dei media, questo l’attacco. Con tutto il rispetto per infermieri, tecnici di laboratorio, camerieri, cuochi e affini, ma un esempio un pochino più calzante non lo si poteva trovare?
  • Visto che siamo in tema, qualcuno mi vuole finalmente spiegare il motivo per cui per dirigere una banca devi essere un banchiere, per dirigere un reparto ospedaliero un medico, uno studio di ingegneria un ingegnere, uno studio di architettura un architetto… insomma, perché per dirigere un’impresa qualsiasi devi essere un professionista del ramo, mentre un giornale (un medium qualsiasi) lo può dirigere chiunque ne abbia voglia e lo gradisca (e sia gradito all’editore, ovviamente)?
  • E poi chi se ne frega, tanto siamo tutti venduti, tutti al soldo dei poteri forti.

Con buona pace, come da chiusa RSI, per “un settore considerato fondamentale per la democrazia, in particolare per la democrazia diretta svizzera”.


Voglia di raddoppio a sinistra tra sogni e realtà (con paradosso finale)

In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia 

PST e Verdi hanno voglia di invertire la tendenza di questi ultimi anni, che vede un Ticino sempre più pendere a destra sia come peso complessivo delle singole aree politiche sia all’interno dei singoli partiti, con i radicali e i cristiano-sociali ormai buoni per partecipare a chi l’ha visto. Una voglia che passa da una parola magica, che detta a sinistra ha quasi un sapore di bestemmia, o di eresia: unione, un fronte unico rosso-verde per tentare la scalata al secondo seggio in Consiglio di Stato, mobilitare delle truppe un po’ stanche e demoralizzate e, non sia mai, raddrizzare un po’ gli equilibri in Gran Consiglio.

A sinistra i vertici sognano in grande. Per trasformarli in realtà e non in incubi ovviamente la strada è lunga, irta e complessa. Anche perché un’elezione, qualsiasi elezione, ad un certo punto diventa una mera questione aritmetica: ad urne chiuse si contano i voti e si ripartiscono i seggi; tutto quello che c’è stato prima non conta.

E i numeri, purtroppo per la sinistra, sono impietosi, il sistema elettorale ticinese pure. Cominciamo da questo. In Ticino i seggi in Governo sono cinque, divisi tra quattro partiti secondo un metodo relativamente complicato fatto di quozienti e resti che qui importa poco spiegare. Il dato che conta è che da quando nel panorama politico cantonale è apparsa la Lega, quattro seggi sono assegnati ai quattro partiti oggi rappresentati in Governo, il quinto al partito, o per meglio dire alla lista che raccoglie più voti. Punto. Il resto sono bazzecole, quisquilie, pinzillacchere.

La domanda perciò è: riusciranno PS e Verdi, eventualmente uniti alle altre formazioni di sinistra, a diventare la prima forza politica del Cantone? (quando avete finito di ridere, continuate pure la lettura). Mission impossible? Numeri alla mano sì. Alle elezioni del 2019 infatti PS e Verdi assieme hanno ottenuto il 21,39% dei voti per il Consiglio di Stato, qualche decimale in meno per il Gran Consiglio; Lega e UDC il 27,86% per il Consiglio di Stato ma oltre un punto meno (26,66%) per il Gran Consiglio. In soldoni, ammesso e non concesso che una lista unica rossoverde raccolga almeno la stessa percentuale delle due liste separate (di solito è meno, ma sperare non costa nulla), tra il risultato della Lega e quello della sinistra unita c’è un divario di circa 6,5 punti percentuali, “solo” il 5,3% se si prendono i risultati del Gran Consiglio.

Per colmare questo non indifferente gap iniziale la sinistra deve dunque anzitutto sperare in un calo di Lega-UDC e in una contemporanea stasi del PLR (24,49% al CdS, 25,33% al GC nel 2019), poi confidare per lo meno in un’astensione tattica dall’elezione per il Consiglio di Stato delle altre forze di sinistra (MPS compreso; quando avete finito di ridere per la seconda volta, continuate la lettura), che teoricamente porterebbero in dote il 2,5% circa dei voti e dunque ridurrebbero il distacco tra i 3 e i 4 punti percentuali, e infine presentare una lista di battaglia che mobiliti e riporti alle urne buona parte del suo elettorato di riferimento, che non è scarso, in particolare quello socialista. 

Dunque una lista con Greta Gysin e, soprattutto, Manuele Bertoli (quando avete finito di ridere per la terza volta, riprendete la lettura), perché in una costellazione del genere al netto di simpatie e antipatie la dote di visibilità e di voti che porta un consigliere di Stato uscente non può assolutamente essere sprecata.

Mission impossible? Sempre e comunque, anche se forse un po’ meno rispetto ai dati iniziali, che sei punti percentuali non li recuperi, due o tre, calcolando anche l’accresciuta mobilità dell’elettorato ticinese, forse sì.

L’alternativa è correre come si è fatto finora, ossia con due liste separate, confidando che una ottenga un seggio alla prima ripartizione, l’altra un quoziente di resto alla seconda ripartizione più alto di quello ottenuto dalla lista più votata. Finora nella storia elettorale ticinese questa possibilità ci risulta essersi verificata una sola volta, quando la decisione della destra di sostenere il socialista Rossano Bervini per sbarrare la strada del Governo a Pietro Martinelli, candidato del PSA e liste di sinistra congiunte, portò incredibilmente all’elezione di entrambi. 

Era il 1987, la Lega non esisteva ancora neppure nelle più allucinate e lisergiche fantasie di Giuliano Bignasca. La differenza è sostanziale, perché una prima ripartizione a tre e non a quattro permetteva anche a un partito che non raggiungeva il quoziente per il seggio al primo tentativo di sperare di avere i voti per ottenerne uno se non in seconda per lo meno in terza battuta. A Martinelli quindi bastò (si fa per dire) raccogliere circa il 12,5% dei voti per essere eletto; oggi ai Verdi sulla scorta dei risultati del 2019 occorrerebbe circa il 14%. Un punto e mezzo in più può non sembrare molto; tuttavia finora il miglior risultato degli ecologisti in un’elezione non raggiunge neppure la metà di quanto necessario (nel 2019 4,33% per il Consiglio di Stato e 6,63% per il Gran Consiglio; nel 2015 6,56% e 6,02%…). 

Sorprende dunque l’unanimità con cui i vertici del PST hanno accolto l’ipotesi di formare una lista unica con gli ecologisti, poiché, visto che difficilmente ne otterranno due, il rischio di ritrovarsi nella primavera del 2023 con un/una consigliere/a di Stato verde al posto di quello detenuto da ormai 100 anni da un socialista è concreto.

Paradossalmente alla sinistra potrebbe fare gioco cambiare il sistema per l’elezione degli esecutivi proprio nella direzione da lei sempre aborrita, che è poi quella in voga in tutti gli altri cantoni svizzeri: il maggioritario. Perché così come è adesso, il sistema è praticamente bloccato (quattro seggi ai primi quattro partiti e il quinto alla lista più votata), mentre in un’elezione maggioritaria, dunque in sé più nominale che partitica, ecco che dei candidati forti e di spessore qualche chance di essere eletti se non al primo per lo meno al secondo turno ce la potrebbero anche avere. Entrambi.

Poi, naturalmente, si potrebbe pure rischiare di essere esclusi dai giochi che contano e di consegnare il Governo al centrodestra. Dunque di essere costretti a tornare a fare opposizione pura e dura e di ripensare la linea politica. Davvero, passato lo choc iniziale, sarebbe un dramma?”

Nell’immagine: Katsushika Hokusai, “In attesa dell’ondata rosso-verde”, 1830 ca. 


Quel pasticciaccio brutto del PSE

In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia 

Benvenuti nel villaggio gallico in riva al Ceresio, che sempre e comunque resiste all’invasore e che non smetterà mai di stupirci. Mica con la pozione magica e le mirabolanti imprese dei nostri eroi però, ma con decisioni che nulla o ben poco hanno a che fare con un minimo di logica e buonsenso.

L’ultima sul PSE, il famoso Polo Sportivo e degli Eventi che di sportivo ha troppo poco e degli eventi non se ne vede l’ombra (resta il Polo, ma di che?), non fa che confermare il modo per lo meno curioso e originale di gestire la cosa pubblica ormai invalso nella città faro del Cantone.

Riassumiamo. C’è uno stadio di calcio e atletica inaugurato negli anni ’50 lasciato deperire per circa 70 anni – un paio di lifting e qualche toppa giusto per non lasciarlo crollare ma nulla di più – e da tempo inadatto ad ospitare qualsivoglia cosa, dagli eventi sportivi più importanti a quelli del cosiddetto calcio minore. È dagli anni ’80, ossia circa trent’anni dopo la sua costruzione, che si parla di una sua ristrutturazione totale o di un suo rifacimento; da allora sono stati abbozzati millanta progetti ma mai nessuno è stato concretizzato (un paio di volte sono spuntate delle modine, ma nulla più). Aggiungeteci un palazzetto dello sport sempre promesso e mai costruito e avete il quadro completo della situazione.

Finalmente 60 anni dopo l’uovo di Colombo: unire stadio e palazzetto nel luogo da sempre a Lugano deputato allo sport, Cornaredo, e ristrutturare tutto il comparto. Chissenefrega se si doveva/poteva fare almeno vent’anni prima in un quartiere allora tutto sommato ancora periferico e poco costruito, quindi con assai meno vincoli e problemi di pianificazione e progettazione, oltre che a costi molto inferiori (tanto paga sempre Pantalone, direbbero i miei amici leghisti): l’importante, si disse, l’importante è fare.

E per i costi, perché nel frattempo ci sono state un paio di crisi economiche, la piazza finanziaria e i commerci hanno iniziato una rapida ritirata e i conti del villaggio gallico sono virati al rosso intenso, nessun problema: secondo uovo di Colombo, si fa un partenariato pubblico-privato, come han fatto e continuano a fare molte altre città svizzere, anche quelle a maggioranza rosso-verde. Piccola differenza, oltre San Gottardo è sempre il pubblico che detta le regole, e il privato vi si adegua, mentre nel villaggio gallico parrebbe il contrario: ecco dunque spuntare dal nulla torri e palazzine là dove si potrebbero costruire solo infrastrutture dedicate allo sport e alla popolazione e un contratto-capestro legato indissolubilmente alla pianificazione e progettazione, presentato ovviamente all’ultimo momento grazie alla complicità o alla disattenzione (vogliamo una volta tanto chiamarla dabbenaggine?) del Consiglio comunale, con votazione, prima in CC e poi popolare causa referendum un minuto prima della mezzanotte.

Prendere o lasciare insomma, e i cittadini, anche grazie a una spruzzatina di socialità (la ristrutturazione della vecchia masseria, la promessa di alloggi popolari e il progetto di uno striminzito e asfittico parco urbano) e il coro unanime delle società sportive che pur di ottenere quanto atteso da decenni si sono tappate naso e occhi e accettato il ruolo delle utili idiote, hanno deciso di prendere (è la democrazia, bellezza!).

Un pasticciaccio brutto con lieto fine dunque? Avanti spediti con i lavori verso un radioso avvenire fatto di torri e palazzi, megarotonde e strade a quattro corsie con ciliegina sulla torta di una coppa svizzera di calcio conquistata? E vissero tutti felici e contenti, compreso quel 42% che aveva votato no? Ma neppure per idea, signore e signori: siamo nel villaggio gallico, dove tutto è possibile e non esistono regole (soltanto le eccezioni).

Ieri la notizia, nell’aria già da un po’ ma mai finora confermata ufficialmente, della defenestrazione degli architetti dal progetto del PSE. Il che significa, visto che in campagna di votazione il Municipio aveva affermato di non avere uomini e mezzi per supervisionare i lavori, che i privati avranno mano libera di fare più o meno quello che vorranno, senza o quasi controllo. Perché è chiaro che se si lancia un concorso internazionale di architettura, come è appunto stato fatto per il PSE, di norma è l’ente pubblico che porta avanti e sovraintende al progetto, non lo affida dapprima finanziariamente e adesso anche progettualmente a una cordata di privati, magari anche eccezionalmente bravi e lungimiranti, ma che di sicuro guarderanno prima ai propri interessi e solo dopo a quelli della città.

Del resto, anche se ancora attendiamo lumi, voci di corridoio indicano proprio in questo il motivo della loro defenestrazione: gli architetti volevano avere voce in capitolo e dunque controllo sul progetto e la sua realizzazione (ricordiamo che sono stati comunque loro a vincere il concorso pubblico, non i promotori immobiliari), HRS e Credit Suisse volevano mano libera. Pare l’abbiano ottenuta.

Attendiamo adesso di vedere i risultati, se mai ci saranno (a questo punto infatti qualche dubbio è lecito).Anche perché i tempi di costruzione e realizzazione rischiano di dilatarsi (e la fattura finale di conseguenza di lievitare), ché chiunque riprenderà in mano il lavoro partirà giocoforza quasi da zero – la progettazione di dettaglio non ci risulta essere stata fatta – e i legali degli architetti hanno già annunciato battaglia, e quando si va in tribunale si sa quando si entra, raramente quando si esce.

Spiace per gli architetti, che in questi dieci anni hanno investito anima e corpo in un progetto che adesso è stato loro tolto, spiace per le società sportive e tutti i cittadini che hanno davvero creduto che votando sì lo scorso novembre avrebbero finalmente avuto anche delle infrastrutture sportive degne di questo nome e che adesso rischiano, per l’ennesima volta, di vederle sfumare in un indistinto, e forse parecchio remoto, futuro.

Un’altra tappa, di sicuro non l’ultima, in quel pasticciaccio brutto che è da tempo diventato il PSE.


C’era una volta… (quel che resta tra le macerie)

In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia 

È stato giusto un anno fa. Di notte ovviamente, perché è di notte che gli adulti trasformano i sogni in incubi per poi tenerli in vita durante la veglia – all’alba ciò che avrebbe potuto essere non è più, e quel che resta son solo le nostre macerie. Ma, soprattutto al suo principio, la notte è anche il momento dei racconti e delle favole, l’ora muta delle fate dove ciò che non è forse sarà – e chissà sotto la luce delle stelle e della luna cosa potrebbe nascere. 

Così tralasciamo ogni polemica e ogni pregiudizio e iniziamo, come sempre tutto inizia in ogni mondo incantato, con un “c’era una volta…”.

C’era una volta, per lo meno a Lugano, l’autogestione. E oggi non c’è più (o se c’è, chissà dov’è). Lo confesso, un po’ per età, un po’ per indole, un po’ anche per idee e mestiere, non sono mai stato granché vicino agli autogestiti. Vissi con curiosità la prima esperienza dei Molini Bernasconi, frequentai saltuariamente anche il Maglio, poi mi limitai in sostanza ad osservare da distante quanto le nuove generazioni proponevano. “L’ultimo decennio è trascorso con alti e bassi, con confronti duri e anche di rottura che hanno minato in parte l’esistenza stessa del movimento”: non l’ho scritto io, ma Bruno Brughera proprio su Naufraghi/e, uno che di autogestione se ne intende per averla intensamente e intimamente vissuta.

L’impressione (lieto comunque di sbagliarmi), è appunto che da tempo l’ultima generazione dell’autogestione si sia incanalata in un sentiero più che altro autoreferenziale, bloccando in tal modo qualsiasi possibilità di evoluzione e, soprattutto, di dialogo con l’esterno. Che non è il Municipio, ma la città e la società tutta.

C’era una volta… cosa? Lo stato di diritto? Non esageriamo: questo, pur ammaccato e traballante tra cause esimenti, improvvisazioni comunicative, ipotesi di sanatorie, favori agli amici degli amici o ai compagni di merende e quant’altro (aspettiamo con interesse i risultati dell’inchiesta amministrativa in corso oltre che dei ricorsi in sede penale), esiste ancora.

Diciamo allora, se non l’onore, per lo meno il senso civico e di assunzione di responsabilità, perché leggere che le versioni dei poliziotti e quelle dei municipali in un interrogatorio di fronte al procuratore generale divergono – il che significa che almeno una delle due parti mente – non è una bella cosa. Qualche dubbio sull’intrinseca onestà delle nostre autorità, in particolare di chi siede a Palazzo Civico, perciò sorge. Riassumiamo brevemente: due hanno (forse o probabilmente?) mentito di fronte al magistrato, un terzo nella sua carriera ha collezionato più di una condanna penale, un quarto è sotto inchiesta in Italia e un quinto ancora passa la sua vita a insultare e sbertucciare tutto e tutti la domenica e per questo pure lui ci risulta essere pluricondannato. Dimenticato nulla?

C’era una volta non tanto la Lega e il PLR, due partiti che nel bene e nel male hanno fatto la storia della città e che oggi ci sembrano vivere uno stanco e cinereo crepuscolo, ma proprio Lugano, quella città e quella società illuminata che accoglieva i profughi italiani (mai sentito parlare dei fratelli Ciani e di Carlo Cattaneo, giusto per fare due esempi?) e che, camicie rosse e/o fazzoletti di egual colore al collo e armi in pugno – roba che in confronto i “delinquenti” e i “brozzoni” di oggi assomigliano a timorate educande –  era scesa in piazza e sulle barricate per donare al Ticino e alla Svizzera le costituzioni più avanzate e progressiste che all’epoca l’Europa avesse mai visto. Nel tempo si è persa, soffocata dalle ruspe e dai soldi di palazzinari e finanzieri d’assalto, senza idee e senza progetti che non siano volti all’immediato e al “particulare”.

C’era una volta anche l’ex macello, un grigio luogo di morte, sia pure necessaria, che tuttavia un bel giorno per merito di un pugno di giovani idealisti è diventato ed è rimasto per una ventina d’anni un colorato luogo di vita, ricco di vitalità, di energia, di dinamismo e di cultura (e scusate se vi sembra poco!), un luogo che un brutto giorno, o meglio in una notte buia e tempestosa, è stato distrutto. Non solo materialmente, purtroppo.

C’erano una volta, anzi ci sono ancora, le macerie di tutto questo, quelle reali tuttora lungo il viale Cassarate e quelle simboliche, eredità imperitura dentro e fuori ognuno di noi. E all’orizzonte nessuno che possa costruirvi sopra qualcosa.

Immagine di Patrizio Broggi


Ex macello: i fatti, i reati e le bugie

In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia 

Quel che è successo la sera del 29 maggio a Lugano in viale Cassarate sul sedime dell’ex macello “ha dell’incredibile”; inoltre “è pacifico” che quella sera le autorità commisero almeno un reato dato che “l’elemento oggettivo… è stato adempiuto”. Tranquilli, non lo diciamo noi, e non lo dice neppure il molinaro di turno: lo afferma papale papale il procuratore generale Andrea Pagani nel suo decreto di non luogo a procedere contro il vicecomandante della polizia cantonale e la municipale di Lugano Karin Valenzano Rossi.

Decreto che abbiamo potuto visionare e dal quale emerge anche che in alcuni casi le versioni tra Polizia e Municipio divergono, per cui, come scrive Pagani, resta “aperta la questione a sapere quale delle due posizioni sia quella aderente alla verità”, ossia chi tra agenti di polizia e municipali abbia se non mentito per lo meno omesso qualcosa di fronte al procuratore generale. Ammettiamolo, indipendentemente da come si giudichi la vicenda, non una bella cosa.

Ma veniamo al documento. Si potrà anche non condividerne le conclusioni, ma bisogna pur ammettere che il pg il suo lavoro di ricostruzione di quanto successo quella sera l’ha fatto. Ed è di questo che ci occuperemo, non delle considerazioni giuridiche che riporta: ai giudici, visto che c’è un ricorso in ballo, la futura sentenza. E i fatti dicono questo (silenzio, parla Pagani…).

Tutto ebbe inizio l’11 marzo 2021, giorno in cui il Municipio di Lugano, a maggioranza, decise di sgomberare l’ex macello “quando ritenuto più opportuno da polizia comunale e polizia cantonale”, ma comunque entro il 18 marzo. Lo stesso giorno va in scena una videoconferenza (si era in periodo di restrizioni sanitarie) alla quale partecipano i comandanti delle due polizie e l’esecutivo cittadino. Non è specificato chi fosse presente per il Municipio, ma più avanti è riportato che a questo tipo di riunione partecipavano sempre e solo il fu sindaco Marco Borradori e il municipale responsabile, ossia prima delle elezioni di aprile Michele Bertini, poi Karen Valenzano Rossi.

Sia come sia, i due comandanti “hanno evidenziato [al Municipio, ndr.] i possibili scenari a seguito dello sgombero coatto o non coatto”. La sera dell’11 marzo il comandante della Cantonale ha poi incaricato il suo vice di pianificare, con l’ausilio della Comunale, l’eventuale sgombero. Per questo è stato creato uno Stato maggiore, “composto da ufficiali della polizia cantonale e da un ufficiale della polizia comunale”. In totale “una quindicina di ufficiali” (ci si permetta un commento: non sono un po’ tanti?).

Piccolo particolare ma importante: si è “iniziato a ipotizzare da subito anche degli interventi di natura edilizia”, in modo da evitare una rioccupazione degli spazi da parte degli autogestiti. Due le ipotesi: la “muratura degli accessi agli stabili” e “la demolizione totale dello stabile ubicato a sud del comparto”.

Il giorno dopo, la mattina presto, iniziano gli scambi di mail tra i vari corpi e ufficiali di polizia per capire cosa e come fare. Scambi rapidi, visto che già alle 10.35 arriva la risposta definitiva, ossia la conferma che lo stabile occupato dai molinari “si può procedere a demolirlo subito” dopo il previsto sgombero. In proposito viene però immediatamente evidenziato come “ai fini legali e procedurali” per dar seguito alla decisione è necessaria una licenza ad hoc. Licenza edilizia, annota Pagani, che tuttavia “non solo non è mai stata rilasciata; non è mai stata chiesta”.

Forse perché il 18 marzo, data fatidica entro la quale l’ex macello doveva essere sgomberato, il Municipio, “dopo aver preso atto di un parere della Divisione affari giuridici, (…) è tornato sui suoi passi”, annullando la prima disdetta per inviarne una nuova, con termine di 20 giorni. Tale disdetta, del 22 marzo, è stata affissa sul cancello di entrata del Centro. Prima conseguenza, i lavori preparatori dello Stato maggiore vengono congelati; seconda conseguenza, il Municipio invierà il 14 aprile una diffida con termine di 10 giorni per lo sgombero dello stabile, e il 14 maggio emanerà la decisione di esecuzione, dichiarandola “immediatamente esecutiva”.

Nel merito il procuratore generale Pagani afferma che “non è competenza dello scrivente magistrato rispondere al quesito se questa procedura, sotto il profilo del diritto amministrativo o civile, sia corretta”, un’affermazione che lascia aperta la porta a varie interpretazioni; ci chiediamo inoltre se un Municipio in cui siedono quattro persone che hanno studiato diritto abbia bisogno di un parere giuridico per sapere come procedere a uno sfratto, una procedura amministrativa in sé non complicatissima (e nümm a pagum, direbbe qualcuno).

Ma torniamo alla nostra storia. Il 6 maggio si svolge una riunione tra una delegazione dello Stato maggiore, il sindaco Marco Borradori e la municipale Karen Valenzano Rossi. E qui le versioni tra le parti iniziano a divergere: da una parte la polizia che afferma, verbale ad uso interno alla mano, che ai due municipali è stato prospettato tutto quanto poi successo, ossia la demolizione dello stabile; dall’altra i due che negano “assolutamente” qualsiasi allusione all’abbattimento dello stabile.

Qui è la seconda volta che il pg Pagani si permette un commento. Leggiamo testualmente: “Pur facendo fatica a credere che durante la riunione non si sia mai accennato almeno genericamente all’ipotesi di una demolizione, può rimanere aperta la questione a sapere quale delle due posizioni sia quella aderente alla verità”. Ci sembra però che non si faccia molta fatica a intuire da che parte penda il magistrato.

Ma continuiamo con la cronologia dei fatti. Dopo la riunione del 6 maggio, e dopo l’annuncio della manifestazione del 29 da parte degli autogestiti, la polizia in un rapporto del 26 maggio chiede se “ammesso che si dovesse presentare l’occasione per opportunità, il Municipio è d’accordo a dare e ribadire il suo nulla osta allo sgombero forzato? Oppure, considerato come allo stato attuale si stia valutando un possibile canale di dialogo con il Molino, ritiene preferibile un “non intervento” della polizia per lo sgombero?”.

Se non intendiamo male, persino la polizia avverte implicitamente il Municipio che se si sgombera, il “canale di dialogo” fatalmente si chiuderà. Malgrado ciò il giorno dopo l’esecutivo luganese “concede il nulla osta allo sgombero”, ma solo “se la manifestazione degenerasse, la polizia dovesse intervenire, oppure dal profilo tattico-strategico sia indicato effettuare lo sgombero”.

E arriviamo finalmente al 29 maggio. Tutto tranquillo all’inizio, tant’è che, come dichiarato dal vicecomandante della polizia cantonale, “attorno alle 18 l’opzione sgombero era completamente fuori dai nostri piani”. Poco dopo però l’occupazione dello stabile disabitato della Fondazione Vanoni in via Simen determina la svolta. Con un piccolo cortocircuito temporale che il pg non approfondisce: alle 19.45 una delegazione della Fondazione ha sporto formalmente denuncia contro i manifestanti, ma già alle 19.35 due membri dello Stato maggiore avevano telefonato alla municipale Karen Valenzano Rossi per sapere se “la manifestazione era da considerarsi degenerata”. Dopo un rapido giro di telefonate a tutti e sei i colleghi, alle 19.53 “il Municipio a maggioranza dava il nulla osta allo sgombero”, che è poi iniziato alle 20.39 e si è concluso alle 20.53. “Pacificamente”.

Notiamo qui che il pg Pagani non ha neppure approfondito la questione della mail resa pubblica da Unia (e riportata da Naufraghi/e) e smentita dalla polizia, secondo cui già alle 17.50 era stata contattata una ditta per la demolizione dell’ex macello. Confermata invece la telefonata delle 20.10 a un ingegnere alle dipendenze del Comune di Lugano per sapere se era “in grado di reperire delle maestranze” per “piccoli lavori di muratura” (non di demolizione, dunque). La risposta, affermativa, è arrivata alle 20.18, l’avviso alle ditte di intervenire alle 21.15. Tuttavia durante quest’ultima telefonata la polizia ha pure chiesto se l’impresa “avesse a disposizione una pinza demolitrice”. “Ricevendo risposta negativa” è stata indirizzata a un’altra ditta.

Ai responsabili delle due imprese sorge però spontanea una domanda: se ci avete chiamati per piccoli lavori di muratura, cos’è che dobbiamo demolire? Giusto per sapere se il materiale richiesto “andava bene per i lavori concreti”. Si decide quindi per un sopralluogo, che avverrà verso le 22.30.

E qui inizia quella che il pg Pagani definirà poi “claudicante passaggio comunicativo”, noi armata Brancaleone allo sbaraglio: alle 21.26 il responsabile di una delle due imprese telefona al citato ingegnere comunale segnalandogli che gli erano stati chiesti macchinari per una demolizione; l’ingegnere chiede lumi alla polizia comunale che dapprima si dichiara all’oscuro (21.32), poi (21.36) dopo essersi informata presso i colleghi dello Stato Maggiore ammette, specificando però che “non vi è ancora nessuna decisione definitiva”.

Quello che non sapevano è che alle 21.20 alla municipale Karen Valenzano Rossi era stato chiesto se il Municipio autorizzava la demolizione “del tetto ed eventualmente una parete” dello stabile dove solitamente stavano gli autogestiti. Segue consultazione telefonica non di tutto il Municipio ma solo di quattro colleghi, e alle 21.27 alla polizia arriva il nulla osta a procedere. A questo punto l’ordine viene impartito dai vertici della polizia ai vari sottoposti.

“Quel che poi succede ha dell’incredibile”

Queste sono le parole del pg Pagani, che parla anche di “incomprensibile improvvisazione comunicativa”.

Riassumendo quanto emerso: a capo dell’operazione vi era un ufficiale che era stato inserito nello Stato maggiore solo a metà maggio, che ha dichiarato di non sapere quale stabile doveva essere murato/abbattuto. Di conseguenza ha comunicato all’ufficiale sul campo “che si doveva abbattere una parte dell’ex macello, senza specificare cosa si intendesse per una parte”.
Ma neppure l’ufficiale sul campo sapeva quale edificio e cosa si dovesse abbattere, per cui, rendendosi conto che non sarebbe stato “in grado di eseguire l’ordine”, chiede “esplicitamente che venisse sul posto qualcuno che se ne intendesse”.

Seguono altre telefonate, di cui vi risparmiamo il contenuto. Infine, alle 22.28, al povero ufficiale arriva via Whatsapp la planimetria dell’ex macello, con evidenziato in giallo lo stabile da demolire. E lui evidentemente, dato che l’ex macello come noto è composto da più edifici, ha capito “che bisognava demolire tutto lo stabile”, appunto una parte del tutto. Così all’una e nove minuti del 30 maggio le ruspe hanno iniziato il loro definitivo lavoro. Da notare come le versioni tra i vari ufficiali di polizia, anche se non si contraddicono nella sostanza, non collimino completamente. E anche questo appare piuttosto preoccupante.

Seguono poi paginate di considerazioni giuridiche sui reati penali ipotizzati, considerazioni su cui come detto non ci addentriamo, e che si possono così riassumere:

  • Abuso di autorità: riempito il requisito oggettivo del reato, non quello soggettivo (non luogo a procedere);
  • Violazione delle regole dell’arte edilizia: reato non adempiuto;
  • Danneggiamento: reato adempiuto. Procedimento penale abbandonato per causa esimente


Non solo livelli

In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia 

La discussione sulla scuola media ticinese sembra essersi incanalata su un solo aspetto, il superamento -o meglio l’eliminazione- dei livelli. Un’evoluzione questa che, paradossalmente, nessuno o quasi contesta e sulla quale tuttavia il mondo politico ticinese si è incagliato, dando vita allo squallido teatrino delle ultime settimane.

Nessuno o quasi finora ha proposto alternative, forse perché per farlo bisognerebbe finalmente spiegare cosa si intende per scuola e di conseguenza esplicitare le finalità desiderate. Anche se in fondo sarebbe esercizio facile, visto che queste sono già ampiamente descritte all’art. 2 della legge. In sintesi: promuovere lo sviluppo armonico delle persone, educarle attraverso la trasmissione del sapere (corretta ma critica), promuovere principi come responsabilità, parità, democrazia, pluralismo ecc., ridurre gli ostacoli che pregiudicano tutto questo.

La discussione si è impantanata proprio su quest’ultimo punto: c’è chi punta prevalentemente sul recupero degli indubbi svantaggi socio-culturali che alcuni allievi hanno e chi invece, sottolineando le naturali differenze intellettuali degli individui, vorrebbe percorsi formativi differenziati (alcuni molto differenziati, altri meno, alcuni solo all’interno delle singole materie, altri anche ipotizzando la formazione di nuovi ordinamenti scolastici).

Eppure, come già sottolineato da Gerardo Rigozzi in un contributo su La Regione, la stessa legge sulla scuola all’art. 58 indica la via da percorrere: “Gli allievi hanno il diritto di ricevere un insegnamento conforme alle finalità della scuola e alle loro caratteristiche individuali”. Con buona pace della politichetta osservata in queste ultime settimane, non si tratta quindi di scegliere tra una o l’altra strada, ma di trovare il modo di farle convivere in modo il più possibile armonioso.

L’alternativa è porsi al di fuori della legge, ossia cambiarla nelle sue finalità. Al netto del lapsus del PLR (“abolizione della scuola media”, sta scritto in un suo comunicato), se qualcuno lo desidera, è giunta l’ora che lo proponga in modo chiaro, abbandonando questa guerriglia di logoramento che nulla giova e molto nuoce.

Fintanto che questo non avverrà, è bene concentrarsi sull’assunto di fondo, ossia come armonizzare un insegnamento di principio pubblico, dunque di massa e generalizzato, con le caratteristiche di (idealmente almeno) ogni singolo allievo. Non sono un pedagogo, quindi sui modi di una possibile attuazione di questo assunto lascio volentieri la parola agli esperti. Mi preme qui comunque sottolineare un aspetto di cui poco si parla, eppure a mio avviso di non secondaria importanza: indipendentemente dal metodo usato e dalla materia, ad un certo punto il docente si troverà infatti ad emettere dei giudizi sull’allievo (le famigerate e tanto temute note). Stilerà insomma una classifica dividendo la classe tra gli ottimi, i bravi, i mediocri, gli scarsi e i molto scarsi. Se non è zuppa-livelli, è simil pan bagnato.

Ci impantaniamo quindi nuovamente in un paradosso: da una parte chiediamo alla scuola di educare i nostri ragazzi, nel senso etimologico di “ex ducere”, ossia portare fuori, esprimere il meglio di quanto in loro possesso, dall’altro li incaselliamo e li irreggimentiamo in statici compartimenti numerici, che de facto se non impediscono per lo meno ostacolano, e non poco, lo “sviluppo armonico delle persone” declamato all’art. 2 della legge sulla scuola, e rende vuoto di significato l’art. 58, in particolare nel punto in cui si parla di insegnamento “conforme alle caratteristiche individuali”.

Si tranquillizzino destra e centro-destra: non si tratta di abolire le valutazioni tornando magari al fantomatico e dannosissimo “4 politico” di sessantottesca memoria, ma piuttosto di trasformarle dall’accezione attuale, come visto fortemente classificatoria, a una diversa, incline a focalizzarsi più sugli aspetti positivi che quelli negativi. In estrema sintesi, una valutazione che rispecchi soprattutto i progressi fatti dall’allievo durante l’anno, e che questi premi, non solo come ora il livello delle conoscenze acquisite in funzione di uno standard identico per tutti.

In fondo è logico: se chiediamo alla scuola di abbandonare i livelli e di conseguenza di individualizzare il più possibile l’insegnamento focalizzandosi sugli obiettivi da raggiungere da parte di (quasi) ogni singolo allievo, per quale motivo la valutazione deve essere espressa solo da un numero assoluto per di più dal significato identico per tutti? La contraddizione ci pare evidente, e deve perciò essere superata. Pena non solo il continuo incagliarsi politico in una discussione senza apparente via d’uscita, ma la difficoltà da parte di ogni allievo, scarso, mediocre o ottimo che sia, di sviluppare appieno le proprie potenzialità, qualunque esse siano. Come legge comanda.


Requiescat in pace

In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia 

Sperimentare significa, vocabolario alla mano, “applicare, usare, mettere alla prova qualche cosa per accertarne e verificarne le capacità funzionali, la validità, l’efficacia, il rendimento”; ricercare invece, tra le altre cose, “investigare, scoprire i motivi di un determinato fatto”. Di conseguenza possiamo affermare senza tema di essere smentiti che indipendentemente dal suo grado e livello la ricerca, ossia “ogni attività di studio che mira a estendere le conoscenze”, e la sua seguente sperimentazione e messa in pratica è uno degli aspetti fondanti e fondamentali dell’istituzione scolastica.

Non è mia intenzione entrare nella questione “livelli sì, livelli no” (personalmente durante la mia breve esperienza di docente di scuola media svolta durante e dopo i miei studi universitari li ho sempre trovati fantozzianamente una c.. pazzesca, ma appunto è e rimane un’impressione senza alcun fondamento scientifico in appoggio), tuttavia ritengo probabile che i 42 granconsiglieri che mercoledì sera hanno votato contro non l’abolizione dei livelli ma contro il credito per accertare e verificare “le capacità funzionali, la validità, l’efficacia, il rendimento” di un modello alternativo, non si siano accorti che così facendo hanno detto no non solo a quanto proposto, ma hanno pure negato uno dei principi cardine del sapere umano e del suo incessante procedere. Requiescat in pace.


Ex macello: paradossi, irrealtà e universi paralleli

In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia 

Ogni volta che si prova ad approfondire la vicenda dell’ex macello di Lugano si rimane basiti dalle incongruenze, dalle contraddizioni e dalle illogicità che vi si trovano. Del resto già Virgilio Pedroni questa primavera in un suo articolo aveva messo in luce il paradosso che soggiace all’autogestione – un bisogno di indipendenza, se non di rottura, con le istituzioni, e allo stesso tempo la ricerca di una certa qual forma di riconoscimento proprio dalle autorità che contesta, quasi espressione di un momento edipico-adolescenziale non ancora completamente risolto. Ciò porta le istituzioni stesse a cadere nel paradosso di voler/dover riconoscere la loro diversità e la loro autonomia (siamo o non siamo in democrazia e in uno stato di diritto?), e al tempo stesso dover/voler incanalarla verso forme appunto istituzionali, trasformando così il riconoscimento in misconoscimento (che nel Municipio di Lugano poi questo si sia evoluto dapprima in volontà di rimozione del problema e poi nel tentativo della sua eliminazione è un’altra questione, anch’essa per certi versi paradossale per un’istituzione che si vuole democratica).

Da qui, probabilmente, la rottura o forse l’impossibilità della comunicazione tra le parti, che più che claudicante pare surreale. Esemplare in questo senso il discorso di inizio anno del sindaco, che il giorno dopo aver inviato la polizia a sgomberare per la seconda volta i molinari dalla loro “casa”, o da quel che ne resta, ha parlato di “una Lugano innovativa e partecipativa che sappia valorizzare e mettere armonicamente in musica le diverse anime e le diverse sensibilità che la compongono”. Delle due l’una: o gli autogestiti non fanno parte di queste anime (un po’ come chi ha votato no al PSE, tacciato di non essere un “vero luganese” dai vincitori), oppure, a meno che la maggioranza del Municipio soffra di disturbo bipolare, qualcosa non quadra.

Paradossale anche il fatto che, malgrado la sua vocazione anarcoide ed estremista e le diverse anime che lo compongono, il movimento degli autogestiti riesce sempre a porsi nelle sue azioni e nella sua comunicazione come un’entità unica e coesa, mentre il Municipio, che se non coeso dovrebbe essere per lo meno istituzionalmente collegiale, in questi mesi si è distinto non solo per la sua disunione, ma anche se non soprattutto per una comunicazione balbettante e raffazzonata, anche quella dei suoi singoli membri. Esemplare in questo senso il recente balletto delle responsabilità tra il sindaco e il vicesindaco Badaracco, con ciliegina sulla torta il successivo comunicato della Lega critico nei confronti dello stesso Badaracco, accusato di ‘aver lasciato solo’ il primo cittadino nell’ultimo capitolo dell’ex macello: un autore surrealista, o del teatro dell’assurdo, non avrebbe saputo scrivere di meglio.

Ma non ci si ferma qui. Il passo successivo l’abbiamo scoperto grazie alla segnalazione di un amico: dai paradossi e dalle comunicazioni claudicanti e surreali siamo in effetti passati all’irrealtà pura. Sul sito ufficiale del Cantone infatti, sezione infogiovani, vi è infatti una rubrica dedicata ai “centri d’attività giovanili” esistenti in Ticino, in cui si trovano indirizzi, recapiti e contatti. Tra le sotto-rubriche ve ne è pure una sui “centri socio-culturali”; la si apre e…sorpresa! Unico centro socio-culturale esistente in Ticino è il CSOA Il Molino, definito come centro sociale occupato e autogestito. Seguono numero di telefono fisso (091…), sito internet ed email: tutto quanto insomma occorre per essere informato sulle sue attività ed eventualmente contattare i responsabili.

Paradossale? No, siamo oltre, siamo all’irrealtà pura: ci troviamo difatti di fronte a tre dimensioni o universi paralleli (i tre firmatari della famosa convenzione), che coesistono, vivono ed evolvono e al tempo stesso si ignorano. Attendiamo con ansia un’invasione di fisici quantistici (e di scrittori fantasy) per studiare questa incredibile singolarità, l’esistenza nel nostro spaziotempo di un multiverso.

P.S: mi permetto di ribadire una questione: se sul sito del Cantone, autorità superiore cui anche la città di Lugano è sottoposta, l’indirizzo segnalato e dunque il domicilio del CSOA Il Mulino è tuttora “Area ex Macello, viale Cassarate 8, 6900 Lugano”, come fa il Municipio a denunciare il CSOA per violazione di domicilio?


Molinari, facili profezie

In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia 

L’ormai defunto ingegnere delle Forze aeree statunitensi Edward Murphy è assurto a celebrità planetaria non tanto per le sue opere e i suoi studi, ma per una frase riportata in una conferenza stampa detta a proposito di un test che stavano svolgendo, e che sistematicamente falliva: “Se ci sono due o più modi di fare una cosa e una di questi può condurre a una catastrofe, allora qualcuno lo farà in quel modo”. La frase fu poi riassunta e semplificata in “se qualcosa può andare storto, fatalmente succederà”, che è poi la sua acclamatissima legge, la Legge di Murphy, appunto.

Qualsiasi riferimento a quanto avvenuto negli ultimi mesi e sta ancora avvenendo a Lugano dalle parti di viale Cassarate non è casuale. In effetti non bisognava essere arguti vati (pure il mago Otelma una volta tanto ci sarebbe arrivato) per profetizzare quanto successo oggi e, se qualcosa non cambierà, inevitabilmente succederà ancora; bastava andare a rileggersi e tenere ben presente quanto dichiarato a più riprese dall’ex sindaco della città Giorgio Giudici, cui i molinari stavano cordialmente antipatici, e Giuliano Bignasca, il quale invece, forse perché gli ricordavano lui giovane protagonista di molte notti brave, guardava ai “brozzoni” con malcelata simpatia: mai scontrarsi frontalmente con gli autogestiti perché non si risolve niente, anzi. O, se proprio la memoria fallava, seguire quanto consigliato al Municipio dal Consiglio di Stato ticinese (leghisti compresi, si mormora) questa primavera: non sgomberate l’ex macello.

Già, perché bene o male finché l’ex macello esisteva, esisteva anche uno spazio di aggregazione giovanile tutto sommato sicuro ma soprattutto chiaro e ben definito, con cui si poteva se non dialogare per lo meno convivere; con il suo abbattimento tutto questo è venuto, letteralmente, a cadere, e al posto di un luogo che si poteva al limite anche ignorare appunto perché bene o male autogestito, è rimasto solo un cumulo di macerie, non solo fisiche, reali, ma anche etiche e politiche. E sulle macerie, checché ne dica Guccini, è assai difficile costruire, se non impossibile.

I fatti di ieri, ma anche quelli precedenti, lo dimostrano: i giovani scacciati sono ritornati, in barba al mantra recitato negli ultimi mesi dalla maggioranza del Municipio (“l’abbiamo demolito perché così non potranno più tornare”), e il problema dell’autogestione, anche quello della sicurezza dei giovani e della cittadinanza (secondo mantra municipale e della magistratura), non è per nulla risolto – anzi da quest’ultimo punto di vista la situazione è peggiorata assai, anche se in tarda serata le parti si erano accordate per una specie di tregua armata.

Il dialogo per di più, che nella notte a quanto ci era stato riferito non  era ancora completamente chiuso (in mattina, avrebbe dovuto recarsi sul posto il vicesindaco Badaracco accompagnato dalla consigliera comunale PS Mattea David, che ieri si è spesa molto in una faticosa opera di mediazione per cercare di tenere aperta questa finestra), si è bruscamente interrotto questa mattina con un nuovo intervento della polizia. Pare che la maggioranza del Municipio abbia dato mandato alla polizia e al sindaco di gestire la situazione (Ponzio Pilato non poteva fare di meglio), e questo è il risultato: parola data rimangiata, fiducia tra le parti pari a zero. Punto e a capo.

Indipendentemente da ciò, quello che si chiede adesso al Municipio è uno scatto di inventiva e immaginazione, un’azione politica decisa (in senso ideale questa volta, non fisico, è bene precisarlo) per risolvere l’impasse creatasi. Che cominci insomma per lo meno a pensare come e cosa costruire su quel cumulo di macerie reali e morali che lui stesso ha accatastato e lasciato in bella vista proprio nel cuore della nostra città.

Lo so, lo so, un’altra facile profezia…

P.S.: mi rimane un problema giuridico, che spero qualcuno possa aiutarmi a risolvere. Il Municipio, giusto per calmare gli animi, ha annunciato una denuncia contro gli autogestiti per violazione di domicilio. Tuttavia sul sedime dell’ex macello gli autogestiti, in forza di una convenzione firmata da loro, dalla Città e dal Governo ticinese, potevano starci, per lo meno finché un giudice non avesse deciso il contrario, cosa che non è manifestamente avvenuta. Lo sfratto e il conseguente e successivo sgombero parrebbe dunque essere giuridicamente nullo, visto che non è stato effettuato seguendo le normali e regolari procedure giuridiche (in fondo tra le righe lo attesta pure l’inchiesta effettuata dal pp Pagani). Di conseguenza la convenzione dovrebbe essere ancora in vigore, e il domicilio dei molinari essere dunque proprio il sedime loro assegnato, l’ex macello. È dunque possibile violare il proprio domicilio? Oppure è solo l’ennesimo paradosso di questa ormai surreale vicenda?