Dazi al 39%, la Svizzera paga ancora il conto per le manovre delle grandi banche

Trump guasta la festa nazionale alla Svizzera ma non solo. Prospettive cupe e scossoni in vista anche nella finanza di mercato 

I dazi doganali al 39% imposti da Trump sulle importazioni di prodotti svizzeri sono da intendere come un incentivo per l’industria farmaceutica elvetica a ridurre i propri prezzi di vendita nel mercato statunitense, che pesano nelle tasche della popolazione e gravano sulla finanza pubblica degli Stati Uniti.

Un secondo fattore di questa punizione inferta alla Svizzera è dato dal disimpegno delle grandi banche svizzere, in primis UBS, sul mercato finanziario statunitense dopo il crollo di Credit Suisse nel marzo 2023. Sia i titoli di stato sia i prodotti finanziari dell’economia privata statunitense sono stati via via venduti da queste banche, che si sono orientate verso altre piazze finanziarie, soprattutto quelle asiatiche, indebolendo perciò anche il tasso di cambio del dollaro, che aumenta il tasso di inflazione negli Stati Uniti e, di riflesso, l’onere del debito pubblico americano.

Un ultimo motivo di questi dazi elevati è la convinzione di Trump che la Svizzera abbia manipolato il tasso di cambio della propria moneta nazionale, tramite gli interventi della Banca nazionale svizzera sui mercati valutari e con l’adozione di tassi di interesse molto bassi, addirittura negativi nel periodo 2015–2022.

Le prospettive a breve-medio termine per l’economia svizzera e, a maggior ragione, per quella statunitense appaiono cupe e ci saranno ancora diversi scossoni anche nella finanza di mercato, che però probabilmente non faranno cambiare rotta all’Amministrazione statunitense nei prossimi mesi.

Il futuro non è prevedibile, ma appare sempre più incerto e problematico per l’economia globale, con il rischio di una ulteriore escalation anche sul fronte geopolitico internazionale.

Nell’immagine: un fotogramma dallo spiritoso “biglietto di ringraziamento” di Svizzera Turismo Donald Trump