A Soletta bella prova del cinema ticinese, una ricchezza che l’8 marzo potrebbe sparire

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI 

L’appuntamento di gennaio a Soletta resta un momento imprescindibile per il cinema svizzero.  Non solo per le candidature ai Quarz che qua vengono annunciate e per il fascino di questa rassegna invernale in una piccola città barocca, ma soprattutto per lo spirito che anima queste Giornate, che non hanno le folle di Piazza Grande a Locarno, né il glamour di Zurigo, eppure restano la vetrina più significativa per il cinema nazionale, con un pubblico di cinefili forse più esigente che altrove.  Essere selezionati a Soletta, magari in concorso, resta per ogni autore ticinese – ma anche svizzero – un titolo che onora.

Oltre ai due film premiati (una fiction che attesta la maturità espressiva di Erik Bernasconi, tratta dal romanzo di Giorgio Genetelli e interamente girato in Vallemaggia; e una bella prova d’esordio di Dino Hodic con un documentario sulla memoria familiare legata alla tragedia di Srebrenica) il cinema ticinese – se cosi ci si può esprimere, pur con i limiti di ogni definizione regionale – ha presentato una serie di opere interessanti e convincenti. Qualcuna già premiata all’estero e che qui è stata presentata in prima nazionale: è il caso di Il fantasma che è in me, documentario personalissimo e introspettivo di Michael Beltrami, premio per il miglior documentario al Festival dei popoli a Firenze, o la versione splendidamente restaurata di Downtown 81 di Edo Bertoglio. Di grande qualità anche Le assaggiatrici di Silvio Soldini.

Nell’ambito documentaristico, oltre ai lavori di Fulvio Mariani La leggerezza sommersa, Valerio Jalongo, Più grande del cielo, Pietro e Anna Pieri Zürcher, Cherubs – candidato ai Quartz del cinema svizzero nella sezione Cortometraggi – e il ritorno di Simona Canonica con Il canto del respiro, ci piace segnalare due opere che potranno emozionare (e molto) il pubblico non appena verranno proposte nei cinema. Si tratta di Memorie di un medico di campagna, di Domenico Lucchini e Mother Yamuna, di Vito Robbiani.

Lucchini ci racconta la bella storia del nonno Salman Luban, medico e profugo che scappa dalla Bielorussia nel 1917, inviato provvisoriamente dalla Croce rossa nell’allora arretrata e povera val Calanca a fare il medico. Questa provvisorietà finirà per diventare un legame indissolubile tra un uomo che pratica una medicina attenta a tutta la persona e non solo al suo problema fisico e una valle la cui riconoscenza si perpetua fino ad oggi. Il dottor Luban resterà in val Calanca quale medico condotto fino alla morte nel 1954, accompagnando la valle nel suo passaggio verso la modernità. Ma la vicenda è resa ancora più coinvolgente dal fatto che un figlio, il famoso prof. Luban Plozza, pur fra molti impegni accademici, assumerà a sua volta la condotta medica della valle. E successivamente il nipote, il medico locarnese Sergio Luban ha deciso da poco di ritornare in val Calanca con un piccolo studio ad Augio, dove riproporre una medicina di prossimità a servizio – come scrisse il nonno – dell’umanità sofferente.

Merita di essere visto anche il bel documentario di Vito Robbiani, Mother Yamuna, coraggiosissima denuncia dell’inquinamento e del degrado del fiume sacro dell’India, che dopo un percorso di più di mille chilometri si getta nel Gange. Questi due fiumi indiani hanno oggi il triste primato di fiumi più inquinati del mondo, nell’indifferenza pressoché totale delle autorità. Film interessante e ben costruito, tanto schietto nel mostrare il degrado, quanto rispettoso della cultura indiana e dei valori che la legano a questi due fiumi. Yamuna è anche il nome di una importante  divinità induista: ancora madre, ma sempre più irriconoscibile e inavvicinabile come fiume. Un atto di denuncia coraggioso e sensibile.

Nell’immagine: Erik Bernasconi, al centro fra gli altri premiati a Soletta


Il giornalismo d’inchiesta disturba. Anche in Ticino

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI 

Quanto capitato al collega Sigfrido Ranucci, il giornalista di Report vittima di un attentato alla bomba che poteva costargli la vita, preoccupa, ma non sorprende. Se l’attentato fosse riuscito Ranucci sarebbe diventato l’ultimo di una lunga lista di giornalisti italiani uccisi per aver pubblicato inchieste scomode o anche solo per aver cominciato ad indagare su affari e potere. Secondo Ossigeno per l’informazione, il portale promosso dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Federazione della stampa, 30 giornalisti italiani sono stati ammazzati dal dopoguerra ad oggi da mafie, terrorismo e guerre; oltre 2800 hanno subito minacce, mentre 15 vivono sotto scorta. 

Quello praticato da  Ranucci è schietto giornalismo d’inchiesta. Basta scorrere la lista degli argomenti di cui Report si è occupata per capire contro quali e quanti interessi si son messi lui e la sua squadra, facendo semplicemente il loro lavoro: i terreni del termovalorizzatore di Roma, il dietro le quinte dell’energia eolica, il dossier della Albanese su Gaza, infiltrazioni mafiose, eccetera. 

Senza nulla togliere a chi, spesso con bravura, si dedica alla cronaca cittadina o internazionale, al giornalismo culturale o economico, bisogna pur riconoscere che cimentarsi con il giornalismo d’inchiesta – soprattutto in casa propria – vuol dire assumersi una serie di possibili e non banali conseguenze. Indagare, scoprire e divulgare aspetti nascosti su affari lucrosi e intrecci di dubbia legalità, significa mettersi contro l’interesse di chi vorrebbe che nulla venga alla luce. Se il giornalismo ha sempre bisogno di uno sguardo analitico e critico, nel giornalismo d’inchiesta esso diventa capacità di scoprire fatti, nessi e legami che solo con tempo e continue verifiche possono essere accertati e capiti. Che tutto ciò disturbi e possa generare reazioni, ça va sans dire.

E’ anche per questo che il Premio di giornalismo della Svizzera italiana (cerimonia di premiazione sabato 25 ottobre alle 17.00 al Palacinema di Locarno) ha istituito una categoria apposta per il giornalismo d’inchiesta. Dedicandola alla memoria di un collega che questa forma di giornalismo l’ha onorata con capacità e grande fiuto: il direttore dello scomparso settimanale Il Caffè, Lillo Alaimo.

Pur non arrivando alle conseguenze patite dai colleghi italiani, anche in Ticino il giornalismo d’inchiesta può portare a grossi guai, persino a minacce. Come non ricordare il lungo processo del 2018 intentato da una clinica proprio contro Alaimo e tre altri colleghi del Caffé per diffamazione e concorrenza sleale; alla fine, tutti assolti,  ma per mesi gli autori degli articoli contestati ebbero contro un collegio d’avvocati che avrebbe intimorito e convinto molti a non riprovarci. Lo stessa dinamica la visse un collega di Falò per un’inchiesta sul Casinò di Lugano: accuse di diffamazione e richiesta di risarcimento milionaria finite in nulla davanti ai giudici, ma con mesi di apprensioni. 

Toute proportion gardée, anche in Ticino il giornalismo d’inchiesta esige sangue freddo e la consapevolezza che le reazioni non tarderanno a manifestarsi. Naturalmente le inchieste devono fondarsi su un chiaro interesse pubblico, molto rigore e non essere frutto della vanità del giornalista o di altri interessi, magari partitici, come era merce comune un tempo nelle battaglie tra giornali.

Nel lungo elenco delle inchieste che hanno fatto la storia recente del giornalismo ticinese vanno ricordati i retroscena legati al caso Thermoselect, scoperti una ventina d’anni fa dalla Regione. Un’altra inchiesta clamorosa fu quella di Falò sul silo per la costruzione del calcestruzzo all’interno delle Bolle di Magadino, protetto politicamente per decenni, benché in flagrante violazione di numerose norme a protezione dell’ambiente. Quando finalmente lo scandalo venne a galla – questo è scopo delle inchieste, rendere pubblico ciò che è nascosto –  la Confederazione intimò immediatamente al Cantone di chiudere il silo. L’inchiesta aveva visto giusto, nonostante pressioni e minacce subite dall’autore: il silo venne fatto spostare, nessuno perse il posto di lavoro e la Fondazione Bolle di Magadino poté finalmente ripristinare un’area di fondamentale importanza ambientale. 

La storia urbanistica del Cantone offre il fianco a numerose inchieste.  Ma si tratta di un àmbito molto sensibile, visti i forti interessi in gioco. Anni fa Falò indagò sulla distruzione di ville e giardini storici, inghiottiti dalle ruspe della speculazione. La vicenda più nota era quella della Romantica di Melide, abbattuta nonostante le norme di PR che la tutelavano; la Neue Zürcher Zeitung, dedicò al lavoro di Falò un’intera pagina di plauso a firma del prof. Bernhard Furrer, colui che aveva messo in salvo e valorizzato il centro storico di Berna: “Villensterben im Tessin”. E di esempi ce ne sarebbero ancora molti altri.

Per chi ha a cuore il giornalismo tout court e il particolare il giornalismo d’inchiesta, appuntamento sabato a Locarno per il Premio di giornalismo.

Scritto per laRegione


È il momento di farsi avanti

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI 

Chi ha memoria della storia recente del giornalismo in Ticino ricorderà come il Quotidiano di Silvano Toppi venne salvato due volte dal gruppo di amici e sostenitori che si era creato attorno al giornale. Così come il Giornale del Popolo venne a lungo sostenuto dall’Associazione amici del GdP. Certo, l’impegno dei sostenitori per il Quotidiano di Toppi non fu sufficiente – nonostante il successo del giornale – a ribaltare i molti ostacoli che finirono per far tacere quella voce. Mentre nel caso del GdP, fu solo il repentino fallimento di Publicitas (…)

(…) a decretarne la fine; senza quell’episodio forse il giornale esisterebbe ancora o almeno avrebbe avuto tempo e modo per trasformarsi in un settimanale, per il quale ancora oggi ci sarebbe un certo spazio.

Ciò che importa e ciò che ci insegnano questi due esempi è che un giornale con una sua identità e una sua posizione specifica nel dibattito pubblico non vive solo delle entrate che genera e della pubblicità, ahimè sempre più scarsa. Soprattutto nei momenti difficili, può vivere in parte anche del sostegno e dell’impegno concreto di chi crede nei valori e nelle idee che il giornale propone e difende. Una vicinanza, sia chiaro, ideale e non un do ut des fatto di favori reciproci e articoli compiacenti. Parliamo di ideali e di valori, non di interessi. L’indipendenza del giornale non è in discussione e anzi resta la sua forza.

Ciò che sta succedendo a laRegione – la riduzione di diversi posti di lavoro nelle redazioni a causa del calo pubblicitario – evoca inevitabilmente questi argomenti. laRegione ha una sua collocazione precisa nel panorama dei media ticinesi, una identità che si è affermata con chiarezza, pur con le differenze che ogni direzione giustamente deve poter reclamare. laRegione di Daniel Ritzer non è quella di Matteo Caratti, così come il Corriere del Ticino di Paride Pelli non è esattamente quello di Fabio Pontiggia. Gli accenti possono essere diversi, ma l’ambito culturale e valoriale nel quale il giornale si riconosce e dal quale trae ispirazione resta sostanzialmente immutato.

Ebbene, di fronte alle difficoltà attuali de laRegione che impongono il taglio di diversi posti di lavoro tra i giornalisti (anche il Corriere visse una situazione simile nel 2019…), vien da chiedersi se la vasta area culturale e politica (ma anche regionale) che fa riferimento al giornale non possa in qualche modo organizzarsi per un sostegno concreto. Se quest’area crede nel valore de laRegione è il momento giusto per manifestarlo. Un po’ per creare le premesse perché il futuro sia meno incerto e un po’ in segno di solidarietà con i giornalisti vittime di questa riduzione. laRegione è figlia, per parte di padre, di quel ‘Dovere’ che negli anni 80 stampava l’inserto ‘Ragioni critiche’. Una palestra di riflessione colta per chi credeva in una visione di stampo illuminista, democratica e liberale, e assieme attenta ai bisogni sociali del nostro tempo. Abbiamo ragione di credere che chi crede in quella visione possa ancora riconoscersi ne laRegione di oggi, pur col mutare dei tempi e delle persone. E che possa avere buone ragioni per sostenerla. Leggetelo come un appello: è il momento di farsi avanti.

A noi dell’Associazione ticinese dei giornalisti (Atg) interessa che il buon giornalismo continui ad avere spazio e mezzi per essere esercitato liberamente, e che più posti di lavoro possibili vengano salvati. Senza i mezzi necessari il buon giornalismo diventa difficile. Così come mantenere l’equilibrio attuale tra i due quotidiani cantonali, garanzia di un sano pluralismo.

Scritto per La Regione


Cara Liliana…, caro Primo… Dialoghi sull’abisso della Shoah

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI 

Ancora una volta il teatro Foce di Lugano conferma il suo ruolo di vetrina per giovani compagnie e per spettacoli di nicchia che fanno parte della programmazione del LAC, ma che non possono ambire alla grande sala.  È quanto avviene in questi giorni con uno spettacolo interessante e originale, proposto in occasione della Giornata della Memoria. Si tratta de “Il grande nulla. O quel che ci aspettava”, scritto e diretto da Romeo Gasparini, un giovane regista ticinese under 30, cosi come gli attori, che si sta facendo apprezzare per capacità e intraprendenza. Oltre che – verrebbe da dire – per quella buona dose  di coraggio necessario per avventurarsi in soggetti cosi delicati e facilmente esposti alla critica. 

Pochi sanno delle lettere che si scambiarono Liliana Segre e Primo Levi, molti anni dopo la terribile esperienza del Lager. Si tratta di uno scambio che i due grandi testimoni italiani della Shoah ebbero in occasione dell’uscita di Se questo è un uomo nel 1959 e poi nel 1986, all’indomani della pubblicazione di I sommersi e salvati, ultima opera di Levi. Non si tratta di un carteggio reso pubblico, se ne sa solo per gli accenni che si ritrovano nei libri pubblicati dalla senatrice Segre in questi ultimi anni. E per una frase di Primo Levi, con la quale terminò il loro scambio: “Liliana, cara amica mia: per noi non c’è niente da fare, siamo tutti sommersi da quello che ci è successo e non c’è speranza per nessuno”.  

Quest’affermazione di Levi, dolorosa e perentoria,  apre a due orizzonti diversi, quello di Liliana e quello di Primo, i quali puntualmente finiranno per avere anche due destini diversi, forse specchio l’uno dell’altro: più cupo quello dello scrittore, culminato col suicidio per il peso insostenibile della memoria del lager e per quello derivante dal privilegio di essersi salvato; mentre la senatrice a vita, dopo un silenzio durato decenni, per 30 anni consecuitivi si aprirà ad una testimonianza pubblica, generosa e infaticabile, di fronte a migliaia e migliaia di giovani: affinché si sappia dalla voce di una testimone diretta che i Campi di sterminio sono  esistiti, affinché si tramandi questa consapevolezza e si diffondano gli antidoti perché  tutto ciò non debba mai più succedere.

Nello spettacolo che verrà proposto al Foce il 28 e 29 gennaio (l’esordio pochi giorni fa a Locarno), le lettere tra Segre e Levi sono solo uno dei motivi e delle fonti a cui attinge e si ispira la pièce. Gasparini riesce bene nel suo intento e imbastisce uno spettacolo che si muove con disinvoltura tra frammenti molto diversi delle due lunghe biografie di Liliana Segre e Primo Levi. Per Liliana la dolorosa nostalgia del padre ammazzato e cremato ad Auschwitz, la forza di volersi diversa dai propri aguzzini rinunciando ad ucciderne uno quando se ne presenta l’occasione, l’apertura alla vita e alla speranza di un mondo migliore; per Primo invece, l’immersione nella sorprendente umanità vivace e picaresca che lo circonda nell’infinito viaggio di ritorno de La tregua, il forte dovere di testimoniare e assieme la consapevolezza che nonostante ogni sforzo non ci sono parole adeguate per descrivere la Shoah, gradino ultimo di una barbarie inconcepibile persino per il vocabolario.

Ne è uscito uno spettacolo  per molti tratti teso e coinvolgente, capace di colpire e di interrogare. Un testo che si prende la giusta libertà autoriale di immaginare incontri che non ci sono stati, che mescola gli elementi narrativi e che attinge alla dimensione simbolica e onirica. La scenografia è ovviamente minimalista, ma efficace: pochi elementi ai quali l’autore abilmente riesce a dare un contenuto fortemente evocativo, quanto un uso pratico, che si fa elemento importante di diverse scene.  

Sarebbe difficile rimproverare qualcosa di fronte agli aspetti più che riusciti dello spettacolo. I mezzi limitati della produzione non hanno consentito ciò che in altri casi sarebbe stato ovvio e forse in almeno un paio di punti il testo avrebbe meritato soluzioni più meditate.  L’impegno dei giovani attori merita un plauso, in particolare Anna Manella, nel cui corpo rannicchiato sembra di leggere visivamente tutta la sofferenza e la memoria incancellabile della ragazzina che, tredicenne, sopravvisse a 15 mesi di campo di sterminio.

Repliche al teatro Foce di Lugano, il 28 e 29 gennaio
Nell’immagine: Liliana Segre e Primo Levi


Locarno, un film importante sull’emigrazione italiana in Svizzera

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI 

Tra le tante proiezioni stimolanti vissute al Festival di Locarno, va segnalato – e sarà uno dei film da ricordare della 77esima edizione – il documentario del regista svizzero Samir sull’emigrazione italiana in questo paese: La prodigiosa trasformazione della classe operaia in stranieri. Più che un semplice documentario, un monumento di oltre due ore dedicato al mezzo milione e più di italiani che tra gli anni 50 e gli anni 70 si trasferirono in Svizzera. Inizialmente pensata e voluta solo come una soluzione temporanea per rispondere al bisogno di manodopera dell’industria e dell’edilizia, l’emigrazione italiana finirà per diventare un fenomeno sociale di grande rilevanza, che inciderà in modo duraturo sulla società e sui costumi. Non senza conflitti e aspetti drammatici, come sappiamo bene e come già altri in passato hanno raccontato.

Il film di Samir (regista di padre iracheno, nato a Baghdad nel 1955, arrivato ragazzino in Svizzera ) è solo l’ultimo di una serie di opere cinematografiche (e letterarie) che hanno raccontato questo fenomeno. Da Siamo italiani di Alexander Seiler del 1964 (una svolta nel cinema svizzero, il primo film a focalizzarsi sui migranti), a Cerchiamo per subito operai, offriamo… di Villi Hermann del 1974, al sempre imperdibile Schweizermacher e a molti altri ancora. Di suo e di nuovo Samir aggiunge un punto di vista particolare e ha il vantaggio di poter guardare all’emigrazione italiana oggi, con tutte le svolte e le ripercussioni degli ultimi anni.

Quando  Samir giunge dall’Iraq a Zurigo nel 1961 non solo scopre la neve (scena commovente del film) ma si imbatte a scuola nei primi e ancora rarissimi figli di italiani. Assieme ai conflitti sociali che si creano anche nelle aule scolastiche, crescendo il giovane Samir scopre quel mondo a lui sconosciuto dell’italianità, che, inizialmente nascosta nelle baracche degli operai obbligati a restare senza famiglia, col tempo e con leggi finalmente meno disumane diventerà una componente importante della società elvetica. Tanto da condizionarne i gusti e a imporsi in ambito alimentare, nel vestire e nella musica. Ma non solo: l’emigrazione italiana a lungo farà anche da modello per le altre emigrazioni e l’italiano dventerà lingua franca sui cantieri, nell’industria e nella ristorazione tra i diversi stranieri.

Samir non nasconde il suo punto di vista e il film non si vuole solo sociale ma anche político, come d’altronde fa capire il brillante titolo dell’opera. Accanto alle trasformazioni sociali e di costume portate dagli italiani in Svizzera, il regista ci racconta le tragedie e i conflitti che renderanno sempre più scandalosa la situazione degli emigranti (soprattutto italiani, ma non solo) fino a far modificare la legislazione e consentire l’integrazione. Girato nel 2022 e 2023, il film molto opportunamente accenna anche al cambio paradigmatico dell’Italia, diventata da paese di emigrazione a paese di immigrazione. Il compito di trasferire nell’Italia di oggi le conquiste degli italiani in Svizzera è un tema epocale.

Tra le sorprese del film, forse la piu vistosa è la rivelazione che persino i sindacati svizzeri furono freddi se non ostili nei confronti dell’emigrazione italiana. La svolta naturalmente arriverà presto anche in quell’ambito, ma forse il soggetto meriterà un approfondimento ulteriore anche per non attribuire patenti di intolleranza in modo improprio.

Sicuramente si tratta di un film di valore, anche dal punto di vista tecnico (l’intelligenza artificiale aiuta il regista a ricostruire il proprio punto di vista di adolescente) e dunque da non perdere. Lo rivedremo presto nelle sale cinematografiche anche ticinesi.

Nell’immagine: immigrate italiane in una fotografia d’epoca


Le questioni di forma e di colore di Piero Mega

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI 

Tra gli spazi espositivi ticinesi, quello della Art on paper di Paradiso nel corso di 20 anni di attività si è ricavato un suo posto particolare. Incastonato tra i palazzi di viale Cattori, il luogo si compone di due ambienti: sopra vi è la libreria specializzata in libri rari d’arte, architettura e letteratura, e sotto l’ampio spazio a disposizione di artista e galleristi, che negli anni ha sempre saputo mantenere un buon livello di qualità.

La mostra aperta qualche giorno fa merita di essere segnalata. Proposta e curata da Daniele Cavallini, noto gallerista luganese, titolare per 30 anni della Galleria Palladio di via Nassa, presenta le ultime ricerche di Piero Mega, artista piemontese, che qui espone per la prima volta il lavoro di riflessione e indagine su forme e colori al quale ha lavorato negli ultimi anni. Si tratta di una ricerca pura, oggi rara, rigorosa e profonda che ripropone le questioni fondamentali della pittura, senza alcuna etichetta predefinita.

Piero Mega è un artista che vive tra nelle valli tra Piemonte e Liguria, conosciuto per un lungo percorso, si è progressivamente allontanato da qualunque istanza figurativa, approdando infine ad esiti contemporanei molto interessanti. A Paradiso propone le sue ultime ricerche in ambito pittorico e opere in alluminio. Già vincitore del premio Lissone, Mega è conosciuto anche per i lavori con la luce, opere che si attivano di notte e scompaiono di giorno.

Il gallerista Daniele Cavallini con questa mostra si riaffaccia dopo anni sulla scena artistica ticinese. Nella galleria di via Nassa aveva lavorato a lungo con assoluta fedeltà alla promozione di autori contemporanei significativi e attento al valore intrinseco delle opere. Si ricordano in particolare le mostre su Vedova e quella su Mosset, presentato prima che l’artista svizzero venisse consacrato dalla critica e dal mercato.

Introducendo Piero Mega, Cavallini ha scritto che si tratta di “un autore serio, deciso, rigoroso, determinato e mi sembra un punto fermo nel panorama attuale.” Un artista e un gallerista che sembrano davvero essersi trovati.

Per ragioni di forza maggiore lo spazio espositivo della Art on paper chiuderà dopo questa mostra. Ma il titolare John Dupuy ha già annunciato che probabilmente lo spazio riaprirà presto e avrà un’altra collocazione. Una notizia rallegrante.

Nell’immagine: un’opera di Piero Mega


Nostalgia di un 25 aprile condiviso

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI 

Ho sufficienti anni – e una mamma piemontese – per ricordare bene la memoria partigiana come la si viveva qualche decennio fa in Monferrato, nell’Alessandrino, nell’Oltrepo Pavese, in quelle zone a cavallo tra Lombardia, Piemonte e Liguria che furono teatro per quasi due anni della lotta di Liberazione. 

Per me e per mio fratello, nati e sempre vissuti a Lugano, le vacanze di Pasqua erano la prima occasione dell’anno e della bella stagione per andare a trovare i nonni in Piemonte e per immergersi in quell’altro mondo (rispetto al Ticino) fatto di racconti di lotta antifascista, di occupazione tedesca, di partigiani e di Liberazione. Il fratello del nonno, che a nome della divisione partigiana Pinan Cichero aveva firmato la resa dei tedeschi, era un mito familiare di cui andare fieri.

Ragazzino ho frequentato e mi sono formato con questi racconti e con questi miti. E pur con qualche doverosa tara critica – all’indomani della Liberazione tutti diventarono antifascisti, anche coloro che non lo erano stati – conservo nel cuore e nella mente la memoria pacifica e condivisa di quei valori, celebrati durante tutto il dopoguerra. E inorridisco oggi di fronte alle polemiche, le divisioni e le provocazioni (“Aboliamo il 25 aprile”, La Verità) 

L’aprile delle nostre vacanze di Pasqua portava con sé diverse commemorazioni della storia partigiana vissuta da quelle parti: la più importante era il ricordo della strage della Benedicta, in provincia di Alessandria, l’11 aprile 1944, quando durante un rastrellamento nazifascista vennero uccisi in combattimento o catturati e poi fucilati ben 147 partigiani.  Una dei peggiori massacri del Nord Italia. E poi naturalmente il 25 aprile, giorno della Liberazione, una giornata solare e splendida, che segnava l’affrancamento definitivo dallo spaventevole giogo di nazisti e repubblichini, dalla sopraffazione, dall’antisemitismo e dalla caccia agli ebrei. L’aria stessa di aprile, la luce e i colori della primavera sembravano riflettere la gioia di quell’avvenimento, reso possibile anche dalla rinascita morale e civile che furono la Resistenza e l’opposizione al nazifascismo.

Questi fatti erano – e in gran parte restano – una memoria condivisa, un patrimonio comune sul quale si è poi costruita la Repubblica italiana nata con la Costituzione del 1948. Le forze che allora reagirono contro la prepotenza e l’orrore dell’occupazione tedesca furono le più diverse: c’erano i comunisti delle divisioni garibaldine, i partigiani di Giustizia e Libertà, i cattolici che militavano in diverse formazioni. La repressione durissima e le stragi nazifasciste non avevano sortito l’effetto voluto di allontanare la popolazione dal movimento partigiano, ma anzi la repulsione per quella violenza aveva prodotto l’effetto contrario legando ancora di più la gente alla resistenza. 

Numerosissimi gli atti di eroismo di ragazzi, donne e preti che sostenevano e aiutavano. Nel piccolo paese di mia mamma sui Colli tortonesi era nato don Angelo Bassi, poi dichiarato “Giusto” di Israele, per aver nascosto durante due anni una famiglia ebrea di cinque persone. E non era l’unico: in quelle valli furono riconosciuti “Giusti” di Israele diversi altri preti e persino il cardinale Boetto,  arcivescovo di Genova, che mise in piedi una struttura segreta per soccorrere gli ebrei perseguitati.

Tutto questo si era tradotto in una memoria collettiva potente e assieme modesta e dignitosa. Si celebrava l’aprile e in particolare il 25 aprile come una data fondativa che tutti riuniva. Senza cancellare le differenze, e non senza il coraggio dell’autocritica là dove era necessario per capire e per spiegate. Infatti dalla Resistenza sono poi nati importanti Istituti storici e la ricerca storica con rigore ha affrontato ogni cosa. Anche le vendette inutili del dopoguerra, le pagine nascoste, soprattutto in Veneto e in Friuli legate al  fenomeno delle foibe. Senza scandalismo fine a sé stesso, scandagliando e segnando ogni aspetto. 

Da qualche anno, complici anche i libri di Giampaolo Pansa e le reticenze di chi oggi comanda, un’aria revisionista sembra voler giudicare e sovvertire quello che un tempo era un valore importante e da tutti condiviso. La forza della Repubblica nasceva proprio da questo atto rigeneratore al quale molte forze collaborarono. Senza nascondere e senza negare le proprie differenze, ma con uno spirito comune che oggi sarebbe importante riaffermare: lo spirito del 25 aprile.

Nell’immagine: il comando della divisione garibaldina Cichero


Leghismo in pochette

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI 

È bastato vedere il sorriso incontenibile del sindaco Michele Foletti all’annuncio dei risultati delle elezioni comunali di domenica per capire che l’ipotesi di una grave sconfitta della Lega dei Ticinesi a Lugano era tutt’altro che una montatura giornalistica.  Il pericolo è stato reale e molto temuto, tanto che nelle settimane precedenti il voto, qualche dirigente del movimento si era persino chiesto se il lungo ciclo storico del movimento non fosse ormai concluso. 

E invece, 33 anni dopo il suo esordio, questo partito-non partito, da tempo orfano di quasi tutte le figure carismatiche e dirigenziali che ne plasmarono la nascita e la crescita, mantiene (alleata con l’UDC) la maggioranza relativa nel Municipio della più importante città ticinese e soprattutto la carica – fortemente simbolica – di sindaco di Lugano.  Un fatto quasi sorprendente, se consideriamo che una lenta erosione dei voti leghisti è comunque cominciata da tempo, tanto a livello cantonale (meno 4 deputati in Gran Consiglio nel 2019 e meno altri 4 nel 2023), così come in città (un seggio in Municipio lasciato ai cugini dell’UDC nel 2021 alla morte di Marco Borradori). 

Vien da chiedersi allora, come abbia fatto la Lega a raccogliere ancora tanti consensi e cosa ha permesso a Michele Foletti di prevalere su Marco Chiesa quale sindaco. Certo: bisogna pur dire che la tradizione di Lugano quale città liberale nasce ben prima della Lega e quindi l’attuale maggioranza di centro destra – unica tra le grandi città svizzere – non deve sorprendere. È proprio in queste radici saldamente liberali e in parte conservatrici che la Lega pesca da trent’anni buona parte del proprio consenso (sarà Giorgio Giudici a definirla una costola liberale…), pur con il linguaggio e il carattere di un movimento con accenti populisti e nazionalisti che la tradizione liberale rifugge.

L’ impressione è che in questa ultima gara tra la Lega e l’UDC a Lugano, la Lega sia stata avvantaggiata dal proprio “carattere sociale” e nel contempo la personalità più popolare di Foletti abbia finito per prevalere sul temuto avversario. Infatti, appena poche settimane fa la campagna a favore della tredicesima aveva diviso i due alleati: per la Lega la “tredicesima ai nòs vécch” è un vecchio cavallo di battaglia, mentre l’UDC non si era schierata tra i favorevoli. Sul piano personale invece ha sicuramente giovato l’immagine di Michele Foletti, leghista moderato, cordiale con tutti, molto legato al sindaco scomparso e con un aplomb poco formale; un sindaco che ama indossare la pochette, ma più per vezzo che per ricerca d’eleganza. 

Inoltre – come ha giustamente scritto Luca Bellinelli su queste pagine – a confermare che l’UDC è la destra più destra del duo ci ha pensato l’UDC stessa, pochi giorni prima del voto facendo affiggere sui muri della città un manifesto che è sembrato un siluro in piena campagna elettorale: “Anarchici autogestiti / fuori da Lugano”. Un manifesto oltretutto anche un po’ ambiguo, visto che, probabilmente, mancava una virgola tra anarchici e autogestiti; a meno che l’estensore della frase pensasse non a tutti gli anarchici, ma solo ad una precisa categoria, quella appunto degli “Anarchici autogestiti”. 

La cosa buffa è che se questo manifesto si riferiva a tutti gli “anarchici”, a suo tempo avrebbe creato problemi persino a Giuliano Bignasca, fondatore della Lega, che appunto amava definirsi … un anarchico. Chissà se qualcuno oggi gli intimerebbe di lasciare la città ?  Diceva il Nano: “Io malgrado tutto sono un anarchico. Io sono nato per fare una politica anarchica, anche se ora siedo in un esecutivo. La mia anima è anarchica. La lega all’inizio era, e lo è ancora sotto certi aspetti, un movimento anarchico.” (Giuliano Bignasca, Falò, 11.01.2001).  In realtà, più che anarchico in senso stretto Bignasca lo si dovrebbe definire un anarchico sui generis o anarcoide; anche se fu proprio un socialista storico quale Dario Robbiani a dargli l’appellativo, a sinistra più che onorevole, di Nano Zapata.

In ogni caso, per tornare all’oggi, l’epoca delle manifestazioni più fantasiose e radicali per la Lega è finita da tempo; così come gli attacchi alle grandi famiglie e alla partitocrazia. Sarebbe inimmaginabile oggi vedere Michele Foletti tenere un comizio in piazza Riforma, in piedi su un carro agricolo, accompagnato da due asini che alludono alla classe politica ticinese, così come fece il Bignasca prima maniera. La Lega oggi è un movimento che, di fatto, è un partito come gli altri e anzi rivendica – a livello cantonale come a Lugano – non più progetti rivoluzionari, bensì la virtù della buona gestione della cosa pubblica e si accorda con tutti gli altri nella ripartizione delle cariche pubbliche e para pubbliche. Silvano Toppi molti anni fa ebbe a dire che per servire al Paese e per far si che la sua vena di critica al partitismo ticinese non si annacquasse come invece è poi successo, era meglio che la Lega restasse un movimento di opinione,  con un suo giornale, ma senza diventare un partito.

Di fatto oggi la Lega è un partito della destra ticinese e svizzera, con valori e idee conformi a questa tradizione, ma con caratteri propri che talora la distinguono nel confronto con i cugini dell’UDC; più usi, come col manifesto apparso in città, a messaggi forti che però non sempre ottengono l’effetto e i voti sperati. 

È vero che Il Mattino, giornale non ufficiale della Lega, continua ogni domenica a suonare la grancassa, secondo una consolidata tradizione che fu un in altre epoche di tutto il giornalismo politico ticinese.  Ma anche i toni del giornale non sono più esattamente quelli che furono;  e addirittura nelle pagine interne del Mattino si vedono oggi nomi di collaboratori un tempo inimmaginabili.  

A Lugano a vincere la contesa per la carica di sindaco è stato un leghismo rivisto; un misto,  verrebbe da dire, tra istanze delle origini e la pochette più per bene di Michele Foletti.

Ruben Rossello, giornalista e regista, è l’autore del documentario. Dalla piazza al Palazzo, dedicato ai primi dieci anni della Lega dei Ticinesi, trasmesso dalla RSI nella rubrica Falò l’11 gennaio 2001 e riproposto il 7 marzo 2013 all’indomani della scomparsa di Giuliano Bignasca

Nell’immagine: Giuliano Bignasca nelle vesti di “Nano Zapata”


Centovallina 1944: salvate quei bambini!

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI 

A rileggere la storia della Ferrovia Locarno Domodossola – che proprio in queste settimane compie i 100 anni di vita – verrebbe da dire che di ferrovie così ce ne vorrebbero molte e in tante parti del mondo.

L’episodio più carico di significati, simbolici e umanitari della lunga storia di questo treno risale al 1944, quando la gran parte della Val d’Ossola e della val Vigezzo a ridosso del confine svizzero erano riuscite per un breve periodo a liberarsi di nazisti e fascisti e costituirono – con la guerra ancora in corso – un territorio libero, poi chiamato Libera repubblica d’Ossola. Una repubblica civile, sorretta dalle armi dei partigiani.

L’esperimento durò solo 40 giorni, e grazie alle personalità che lo animarono (basterebbe ricordare il grande linguista Gianfranco Contini, poi rifugiatosi in Svizzera) costituì il più importante tentativo di anticipare le istituzioni democratiche che la nuova Italia avrebbe poi garantito dopo la guerra. La Repubblica d’Ossola fu un eccezionale laboratorio di idee, di discussioni e di vita democratica. Ma tutto finì poi in tragedia. E qui viene la parte significativa della ferrovia Domodossola – Locarno.

Il 10 di ottobre del 1944 ben 5’000 uomini della Wermacht e delle milizie fasciste assalirono il territorio liberato e nel volgere di due settimane ebbero ragione della disperata resistenza partigiana.  Viste le minacce di rappresaglie sulla popolazione civile continuamente ripetute da nazisti e fascisti, le autorità della Repubblica d’Ossola prima del crollo finale organizzarono, con la collaborazione della Croce Rossa Svizzera, il trasferimento di migliaia di bambini oltre confine.

Si trattò di una eccezionale operazione umanitaria, pienamente riuscita. Per giorni e giorni i bambini dell’Ossola vennero trasferiti in treno oltre confine, ognuno con un vistoso un cartellino al collo della Croce Rossa. La maggioranza venne portata a Briga attraverso il Sempione. Alcune centinaia invece vennero fatti salire sui vagoni della Vigezzina – Centovallina (interrotta al confine, ma sempre efficiente anche i quei giorni) e portati in salvo a Locarno, dove vennero accolti da famiglie ticinesi per il resto della guerra.

Basta vedere le fotografie di quei giorni drammatici per rivivere la gioia della salvezza offerta a migliaia di piccoli sventurati. Un treno cosi, carico del sorriso di bambini sottratti agli orrori della guerra, servirebbe oggi in molte parti del mondo.

La storia della Centovallina naturalmente è molto altro ancora e i motivi di interesse per questa splendida linea ferroviaria sono tanti. Considerato uno dei percorsi ferroviari più belli d’Europa, è tutto un susseguirsi di panorami magnifici, attraversati da una linea ferroviaria ardita, monumento di ingegneria e di lavoro. Ponti, gallerie, massicciate che oggi sembrano far parte da sempre di questi territori.

Quando venne inaugurata il 25 novembre del 1923 la Centovallina-Vigezzina costituì un potente strumento di progresso civile ed economico, per le Centovalli e la val Vigezzo. Era e resta un fondamentale collegamento est – ovest tra la linea del Gottardo e quella del Sempione, e la via più rapida per collegare il Ticino alla Svizzera francese.

Sopravvissuta a mille vicissitudini che avrebbero potuto decretarne la soppressione, la Centovallina festeggia oggi il suo centenario in piena salute, un po’ servizio pubblico e un po’ treno turistico. E, appunto, con una lunga e gloriosa storia; alla quale potrebbero ispirarsi anche in altre parti del mondo. Di volti di bambini da sottrarre alla guerra ce ne sono purtroppo ancora molti.

  • Ruben Rossello è autore del documentario “Lungo quei binari”, piccolo diario sui 100 anni della Centovallina, in onda nella rubrica “Storie” su RSI La 1 questa sera, domenica 14 gennaio 2024

Nelle immagini: fotografie tratte dal film presentato qualche giorno fa in anteprima a Camedo


Madrid val bene una amnistia

Non sono tornati a mani vuote dalle Giornate del cinema svizzero i registi e i produttori ticinesi: premio del pubblico per “Becaàrìa” di Erik Bernasconi, e Premio Visioni, migliore opera prima, per “Nessuno vi farà del male” di Dino Hodic. Inoltre, diversi pregevoli documentari. Una ricchezza e una varietà difficilmente immaginabile senza l’apporto produttivo della RSI 

All’indomani dell’elezione del nuovo governo spagnolo, il men che si possa dire è che appena pochi mesi fa nessuno dei due protagonisti e oggi alleati,  il socialista Pedro Sanchez e il leader indipendentista catalano Carles Puigdemont,  poteva immaginare un risultato così positivo per entrambi: Sanchez rieletto per la terza volta consecutiva primo ministro spagnolo, Puigdemont con in tasca il patto per una amnistia che cancellerà,  a lui e a centinaia di altre persone, i reati connessi alla dichiarazione di indipendenza del 2017 e per i quali da anni sono perseguiti dalla giustizia spagnola. 

In primavera tutti i pronostici prevedevano Sanchez sicuro perdente alle prossime elezioni politiche. Intanto Puigdemont era in esilio a Bruxelles per sfuggire alla giustizia spagnola. Con grande fiuto politico, Sanchez in maggio si dimette e chiede di anticipare le elezioni politiche.  Si dimostrerà abile e avveduto. 

Come previsto, due mesi dopo perderà le elezioni, ma con un distacco inferiore a quanto pronosticato rispetto ai popolari; mentre la cabala dei numeri dipingerà uno scenario imprevisto e diabolico: pur perdendo le elezioni Sanchez potrebbe formare nuovamente un governo se riuscirà ad allearsi con tutti i partiti regionali e soprattutto con Junts, il partito di Carles Puigdemont, formazione moderata, liberale e, soprattutto, indipendentista.

Da queste premesse nasce il terzo governo a guida di Pedro Sanchez, una coalizione di otto partiti  con ben quattro formazioni indipendentiste, due basche e due catalane. L’osso più duro naturalmente sarà il partito di Puigdemont, anche per il caso personale dell’ex presidente della Catalogna, braccato dalla giustizia spagnola.

In cambio del voto dei 7 deputati di Esquerra repubblicana – partito catalano di sinistra e più affine – il Partito socialista si impegna a cedere alla Catalogna la rete di treni regionali e a ripianare 15 miliardi di euro di debito del governo catalano. Le trattative con Junts, si terranno in Belgio e dureranno ben 38 giorni, fino ad arrivare all’intesa sull’amnistia che consentirà a Puigdemont e ad altri esiliati di rientrare in Spagna.

Naturalmente il programma di governo non si limita alla questione catalana e basca: come ha scritto il quotidiano El Pais si fonda su un robusta visione progressista, in continuità con i due governi precedenti di Sanchez. Tanto che nel suo lunghissimo discorso programmatico, Sanchez ha pronunciato la parola Amnistia solo dopo un’ora e mezza. La cosa non sfuggirà ai due partiti catalani alleati che non le manderanno a dire e avvertiranno Sanchez durante il dibattito di non tirare troppo la corda; senza i loro deputati il governo non nascerebbe.

 Ma anche il patto coi catalani va visto in un quadro più ampio. La lettura dei due accordi – facilmente reperibili sulla rete – chiarisce che tanto la amnistia quando le altre promesse sono misure che intendono favorire una nuova fase nel rapporto tra lo Stato centrale e la Comunità autonoma catalana. E possibilmente una ricomposizione del conflitto che nel 2017 portò al referendum che il governo spagnolo cercò di bloccare in ogni modo. Nei due patti si sottolineano anche le profonde divergenze tra le parti: per il Partito socialista il referendum del 2017 resta illegale e qualunque soluzione andrà trovata nel rispetto della costituzione spagnola. 

La situazione resta complessa. Otto partiti da gestire renderebbero fragile qualunque alleanza. 

Come era facilmente prevedibile, il Partito Popolare e il partito di estrema destra VOX hanno promesso una opposizione implacabile. Alla tradizionale e aspra contesa tra destra e sinistra si aggiunge la questione territoriale che disegna una Spagna plurinazionale a geometria variabile, con patti diversi per le singole regioni. È bastato questo per scatenare l’opposizione che ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone in nome della difesa dell’unità nazionale.

Per un attimo è sembrato che questa dura reazione della piazza potesse minare il patto tra socialisti e indipendentisti. Alla prova del voto in parlamento non è stato così. Ma il cammino resta tortuoso. 

Nell’immagine: il catalano Carles Puigdemont e Pedro Sanchez