La rivincita di Puigdemont e degli indipendentisti catalani

Svolta storica nel dopo voto spagnolo: autorizzato l’uso delle lingue regionali in parlamento 

All’indomani delle elezioni parlamentari spagnole del 23 luglio, Enric Juliana, vicedirettore de La Vanguardia, il più importante quotidiano di Barcellona, scrisse che il risultato del voto  era … diabolico: il Partito popolare aveva vinto nettamente, ma non abbastanza per poter governare; mentre i socialisti di Pedro Sánchez, pur perdenti, avrebbero forse potuto rimanere al governo se fossero riusciti a costruire un’intesa con i partiti indipendentisti catalani, in particolare con Junts (insieme, in catalano), formazione borghese e di ispirazione liberale. 

Era diabolico, scriveva Juliana, anche il fatto che il prossimo governo spagnolo sarebbe probabilmente dipeso dal volere del leader di Junts, Carles Puigdemont, attualmente in esilio volontario – o in fuga, a seconda dei punti di vista – a Bruxelles e ancora oggi ricercato dalla giustizia spagnola per alto tradimento, ribellione e malversazione di fondi pubblici. Puigdemont era stato il presidente del governo catalano che nel 2017, dopo un referendum imponente ma illegale, proclamò l’indipendenza della Catalogna. 

Tutto questo si è già concretizzato e ha prodotto un primo accordo con effetti clamorosi, particolarmente importanti se letti con occhi e sensibilità svizzere. L’intesa tra i socialisti e i partiti indipendentisti ha consentito di eleggere la nuova presidente del Congresso dei deputati, il primo ramo del parlamento spagnolo, la socialista Francina Armengol, che ha annunciato da subito la possibilità di utilizzare catalano, basco e galiziano per tutti gli interventi al Congresso.

Certo, non si tratta ancora dell’elezione del governo, che nelle prossime settimane esigerà da Pedro Sánchez e dai partiti indipendentisti trattative ben più vaste e impegnative. Ma questo primo accordo ha già dato una svolta di enorme valore pratico e simbolico; finora i deputati che non si esprimevano in spagnolo venivano espulsi dal parlamento di Madrid. Una situazione che inorridiva chi è abituato che a Berna i deputati possono intervenire ognuno nella propria lingua. E sappiamo che Marina Carobbio nel suo anno di presidenza ha insistito particolarmente nell’uso dell’italiano.

Il pluralismo culturale della Spagna (proclamato nella costituzione del 1978), la dignità e il valore delle diverse lingue parlate (da milioni di persone e non da esigue minoranze) esigevano da tempo che si facesse qualche passo concreto in questa direzione. Il risultato annunciato da Armengol nel discorso di insediamento ha un grande significato. Ma c’è persino di più.

I partiti indipendentisti sono diversi e in forte competizione tra loro. Pedro Sánchez ha dovuto conquistare il consenso anche di Esquerra Republicana (sinistra repubblicana), che esprime il presidente della Generalitat, il governo catalano, Pere Aragonès e che al Congresso di Madrid ha 7 deputati, cosi come Junts. Un consenso apparentemente più facile, visto che si tratta di un partito di sinistra, ma non scontato. Nella conferenza stampa il capogruppo al Congresso Gabriel Rufiàn ha rivelato gli altri due punti nell’accordo che ha portato alla elezione della Armengol: l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul caso Pegasus (lo spionaggio di 66 leader indipendentisti) e la trasformazione della questione catalana da giudiziaria a politica. 

Più in là e più concretamente (se ne parlerà nelle trattative per il nuovo governo Sánchez) vi è l’ipotesi dell’amnistia per i reati connessi al referendum del 2017. E non si tratta solo dei cinque leader ancora oggi in esilio (tra cui Marta Rovida in Svizzera): vi sono migliaia persone che collaborarono come volontari nell’organizzazione del referendum e che sono ancora sotto inchiesta per una lunga serie imputazioni minori, come ricorda Eduard Guerra i Sunyol, responsabile delle formazione dei giovani di Esquerra.

Le dinamiche che si sono messe in moto in questi giorni erano impensabili solo un mese fa quando il Partito Popolare e il suo alleato di estrema destra Vox sembravano destinati ad una facile e completa vittoria. L’intelligenza politica di Pedro Sánchez ha arginato questa prospettiva e le regole del gioco parlamentare stanno configurando nuove prospettive.  Per i partiti indipendentisti un rilancio in grande stile e risultati tangibili nella difesa del pluralismo culturale della Spagna e del rispetto delle lingue. L’indipendenza vera e propria, quella, resta un’orizzonte lontanissimo (e forse illusorio) al quale ben difficilmente lo stesso Sánchez potrà avvicinarsi più di quel tanto nelle trattative per il governo.

Nell’immagine: la neo-presidente del Congresso dei Deputati Francina Armengol (PSOE)


I cattolici nel PD di Elly Schlein

Svolta storica nel dopo voto spagnolo: autorizzato l’uso delle lingue regionali in parlamento 

C’è un fantasma che in questi giorni sembra agitare molti dirigenti del Partito Democratico, dopo il grande successo di Elly Schlein e la svolta imposta al partito dalla sua elezione. Cosa faranno ora i cattolici, che, dichiara il neopresidente Bonaccini, “nel PD sono tantissimi”?  Se ne andranno o resteranno?

Il ripetersi degli appelli dei dirigenti del partito, e dei suoi padri nobili, affinché i cattolici possano continuare “a sentirsi a casa loro nel PD” (Bonaccini, la Repubblica del 14.03) fa capire che la questione non è marginale; e che, per il momento, l’identità profonda del partito resta quella immaginata nel 2007, quando Veltroni al Lingotto celebrò l’unione tra le correnti riformiste degli ex comunisti italiani e dei democristiani.  

Ma c’è di più. Ascoltando i primi interventi pubblici della Schlein dopo l’elezione, il men che si possa dire è che lei stessa è molto attenta a quest’aspetto. Nei 27 minuti di intervista con Fabio Fazio di domenica 6 marzo, Elly Schlein – la cui radicalità non può che suonare evangelica su diversi temi urgenti – ha fatto 4 importanti citazioni: una tratta da Lettere a una professoressa di don Lorenzo Milani, due di papa Francesco (le parole sull’Ucraina e l’enciclica Laudato sì) e una di Romano Prodi; nessun altro è stato citato. Mentre nel lunghissimo intervento all’Assemblea del partito che ha ratificato la sua elezione alla segreteria, parlando della “storia dalla quale veniamo” l’unico riferimento ideale citato è quello di don Giuseppe Dossetti; e alla sua tomba la Schlein si è addirittura recata, prima delle elezioni, insieme alla presidente del partito durante la visita a Marzabotto, luogo di una delle peggiori stragi nazifasciste. Nello stesso intervento ha poi citato ancora l’enciclica Laudato sì facendo persino gli auguri a papa Francesco per il decennale del suo pontificato.

Difficile pensare che tutto ciò sia un caso. Questa attenzione sembra piuttosto rispondere una precisa logica: rassicurare la componente cattolica del partito che questa cultura non sarà dimenticata nel nuovo PD.  Anzi, nell’intervista con Fazio Elly Schlein è stata molto concreta, dicendo che le diverse culture che hanno fondato il PD sono tutte molto attive e vivaci sui temi fondamentali dell’ultimo congresso del partito. “Tra la cultura di sinistra e quella cattolico democratica io vedo un nuovo fertile terreno di incontro per fare insieme le battaglie contro la povertà, contro le diseguaglianze e per i diritti delle persone più fragili”.  E così ha ribadito anche nel discorso d’insediamento.

Insomma, Elly Schlein – forse anche opportunamente consigliata dopo le prime fughe e di fronte ai richiami espliciti di chi, da altre sponde, invita cattolici e riformisti a lasciare il partito – sembra voler dire che, pur con una chiarezza nuova sulla linea politica del partito, il PD che ha in mente resta un partito plurale; e che si rispecchia nella propria storia. Una storia, appunto, fatta dall’ intesa sancita nel 2007 tra gli ex comunisti passati attraverso varie riforme e l’ala popolare della ex Democrazia Cristiana confluita qualche anno prima nella Margherita. Oltre agli ex socialisti e liberali riformisti.

Certo: nel partito che prefigura la Schlein c’è una discontinuità evidente col passato recente del PD. L’aria nuova che si respira è lì da vedere, bastano già solo il suo volto di giovane donna, la sua biografia atipica e la ferma volontà di esprimere una linea politica finalmente chiara.  Eppure, la nuova segretaria appare molto sincera quando chiede ai cattolici del PD di condividere questo rinnovamento del partito, che deve servire a schierarsi con efficacia dalla parte dei più deboli e a rafforzare le strutture pubbliche a servizio della gente.  

Naturalmente non sarà un nuovo atteggiamento verso i migranti, il rafforzamento della sanità e della scuola pubbliche o un nuovo slancio ambientale a creare un problema ai cattolici del PD. Il terreno più scivoloso dove il pluralismo invocato dalla Schlein verrà messo alla prova sarà il campo dei diritti individuali e dei temi della vita. Oltre al rispetto dei corpi sociali intermedi (la sussidiarietà) e la considerazione dei ceti produttivi. 

Ma anche in quest’ambito ci sono alcune discontinuità rispetto al passato che chiamano a qualche considerazione meno scontata di un tempo. Nella società italiana di oggi, così come in tutta Europa, il fattore religioso è manifestamente in calo. E se in certe regioni italiane si arriva al 70, 80 o 90 % di medici obbiettori di coscienza che rifiutano di praticare l’aborto esso è riconducibile, almeno in parte, ad un’idea laica e umanista, che riconosce il valore della vita dell’embrione e della vita nascente. Così come il dibattito sulla maternità surrogata (il tema del cosiddetto utero in affitto) ha fatto emergere anche all’interno delle donne della sinistra PD posizioni critiche che nulla hanno a che fare col pensiero religioso e che piuttosto riflettono la preoccupazione che il corpo della donna non venga sfruttato e mercificato.

Se Elly Schlein ha ragione a rivendicare che il diritto all’aborto venga garantito in tutte le Regioni e Province nonostante i molti medici obbiettori, altrettanto rispetto andrà dato al lavoro prezioso quanto oscuro delle tante associazioni che cercano di provvedere agli aiuti economici e pratici che talora fanno decidere una donna a favore della continuazione della gravidanza. Il titolo esteso della legge 194 (spesso dimenticato) è “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. 

La chiave di volta di un possibile cammino comune nel nuovo PD per i riformisti delle anime di cui si compone il partito, sarà dunque il rispetto del pluralismo. E molto dipenderà dagli accenti e dai modi con cui verrà condotto il dibattito interno. I cattolici del PD chiedono di essere parte non mortificata nel dibattito interno del nuovo PD. “Sui temi sensibili deve valere il pluralismo” (Pierluigi Castagnetti, sull’Avvenire del 10 marzo). “L’innovazione non consiste nello spingere fuori dal partito chi la pensa diversamente da te. I diritti individuali devono avere il loro spazio, ma non bisogna trascurare i diritti comunitari e la grande rete sociale della famiglia”. (Graziano Delrio su La Repubblica del 6 marzo)

Elly Schlein ha parlato molto in questi giorni del salario minimo e di un decreto contro la cementificazione. Due provvedimenti sacrosanti, che non troverebbero nessuna opposizione all’interno del partito. Sarebbe un bell’inizio per il nuovo cammino comune. Il resto è tutto da costruire assieme. Se ce ne sarà la volontà.


Un codice svizzero contro la libertà di stampa

Svolta storica nel dopo voto spagnolo: autorizzato l’uso delle lingue regionali in parlamento 

A pochi giorni dalla conferma da parte di Reporter sans frontières che la Svizzera – pur non senza problemi – resta saldamente nel gruppo di testa tra i Paesi che meglio garantiscono la libertà di stampa, verrebbe da chiedersi perché i giornalisti svizzeri hanno dichiarato guerra al Codice di procedura penale (CPP), reo, secondo loro, di ostacolarne il lavoro e di riflesso di limitare la libertà di stampa. Un codice entrato in vigore esattamente 10 anni fa e nato con l’unico, modesto e lodevole intento di unificare una ventina di procedure penali cantonali.

Ma prima di addentrarci nelle spiegazioni, merita un elogio la sezione ticinese della Federazione svizzera di giornalisti, l’ATG, alla quale si deve la denuncia circostanziata di un problema che da 10 anni tocca tutta la professione. L’Associazione ticinese dei giornalisti ha presentato un corposo rapporto realizzato assieme all’Istituto Media e giornalismo dell’USI sulla questione della Citazione dei nomi provocata dal nuovo codice e che grava soprattutto sul lavoro di chi si occupa di cronaca e di giudiziaria. Ma non solo.

Il problema, ben noto anche al grande pubblico, è quello della menzione di nomi di autori e vittime di reato o vittime di incidenti. In altre parole, è possibile o col nuovo codice non è più possibile fare i nomi di chi viene condannato ad un processo e di coloro che sono vittime di un reato o di un incidente ? E cambiando prospettiva: è un diritto compreso nella libertà di stampa fare questi nomi?

La risposta sta in gran parte nei pochi articoli ipergarantisti che, introdotti 10 anni fa tra le pieghe del nuovo Codice di procedura penale, impediscono di fare il nome delle vittime di reato e mettono ogni volta i cronisti a rischio di denuncia. E per analogia, o forse per timore di finire sotto processo, questi principi hanno finito per estendersi agli autori di reato e alle vittime di incidente.  Per dirla con un collega bene addentro a queste dinamiche come Andrea Manna, vicedirettore de La Regione, si tratta di norme anacronistiche e castranti. L’art. 74.4 del CPP impedisce di fare il nome di una vittima di reato senza esplicito consenso dei familiari. Quali familiari, di che grado ? E se si tratta di un personaggio conosciuto ? Secondo Bruno Costantini, vicedirettore del Corriere del Ticino, si tratta di una situazione ridicola e irreale visto che sulle reti sociali e su internet si trovano immediatamente nomi, fotografie ed ogni particolare.

Il problema per i giornali è proprio questo: mentre continua a crescere l’importanza dell’informazione (o meglio e più miseramente…delle informazioni) a disposizione sui siti e sui social, gli organi di stampa devono attenersi a regole molto rigide che impediscono di fatto di pubblicare una notizia con tutti i particolari. Disattendendo quindi uno dei principi che reggono la Cronaca e rendendo meno appetibili i giornali per il pubblico.

Ma l’art. 74.4 è scritto in modo tale da rendere il danno potenzialmente ancora più grande: quando vi è una vittima di reato non solo di principio è proibito farne il nome, ma persino “divulgare informazioni che ne consentano l’identificazione”. Quindi la vita si fa dura anche per chi dovesse cimentarsi con una inchiesta su un caso concreto.

Diversi colleghi sono già stati condannati dalla Magistratura con dei Decreti d’Accusa; e nel frattempo i media tradizionali perdono lettori. Si capisce il malcontento della categoria, il timore dei giornalisti di finire sotto processo e l’intenzione dell’ATG di spingere per una revisione dei quel Codice.