Sandy

Il coraggio di Sandy Balestra, ospite alle Iene per raccontare una scena hard prodotta da Siffredi, in cui si tocca quasi con mano la violenza e la misoginia troppo spesso legate alla pornografia 

Avrebbe dovuto fare il verso alla sua corrispettiva (per mestiere e scandalo) Cicciolina, solo da questa parte del confine, in Svizzera: Giuliano Bignasca ne era certo, grazie all’occhiolino alla pornografia, alla provocazione di benpensanti e istituzioni, la Lega dei Ticinesi avrebbe fatto parlare di sé anche Oltre Gottardo, nella terra dei balivi, e magari avrebbe fatto ancora più elettori nella svizzera italiana.

E le cose – eravamo nella prima metà degli Anni Novanta del secolo scorso – sono andate piuttosto come da desiderio di parte del neonato partito: la ticinesissima Sandy Balestra, vent’anni non ancora compiuti, faceva incetta di voti ed entrava in Gran Consiglio, con una vocazione politica che a dire il vero si stemperò piuttosto in fretta. Sempre più spesso sostituita dalla cronaca di una serie di scandalucci legati a presunti traffici illeciti, sufficiente a malapena a riempire le pagine di cronaca locali. Poi, di Sandy Balestra si è sentito parlare sempre meno, e la donna è scomparsa dalle luci della ribalta, finché non ci hanno pensato Le Iene di Italia Uno a sbloccare un ricordo in tutti noi.

Sandy Balestra si è presentata con coraggio davanti alle telecamere, senza apparente paura di mostrare ciò che il tempo e le peripezie della vita le hanno fatto in questi trent’anni di assenza, ma, soprattutto, per parlare di quella volta. Di quella volta in cui, appena diciottenne, sotto la regia di Rocco Siffredi, si ritrovò con trenta uomini. E di quella volta, poco tempo dopo, così profondamente scioccante, da portare la cinquantenne a presentarsi al pubblico con queste parole: “Mi chiamo Sandy Balestra e probabilmente mi conoscete per una scena hard famosissima, una scena di sesso anale in cui si vede che mi viene ficcata a forza la testa dentro un gabinetto mentre viene tirato lo sciacquone”.

La voce tremula, il corpo fragile, un antico trauma negli occhi, Sandy Balestra ha confrontato parte degli spettatori con quella che può essere la pornografia, con gli effetti deleteri che certe “interpretazioni” possono avere sul lungo termine (la Balestra all’epoca dei fatti aveva diciotto anni, età in cui il lobo frontale non è ancora del tutto sviluppato), con chi è davvero Rocco Siffredi, per alcuni anni in Italia esaltato al punto da invitarlo perfino nei salotti dei talk show.

“Io non ho mai avuto il coraggio di riguardare quelle scene, ma provate voi a ricordarvele. Cosa vedete? Una donna che gode o una ragazzina che soffre? La gioia o il dolore? E cosa provate? Eccitazione oppure vergogna?», conclude Sandy Balestra. Piacerebbe saperlo anche a noi, vorremmo capire come la sessualità possa essere sovrapposta alla violenza, prevedere l’annullamento della pornostar di turno (la testa nello sciacquone), e ciò nonostante diventare fonte di eccitazione, non solo per quel gruppo di (poveri) uomini che circondavano l’allora ragazza, ma probabilmente anche per le schiere di ragazzini che la propria palestra pedagogica sessuale la fanno grazie a Siffredi e alle potentissime piattaforme che fanno da host al porno. E, già che ci siamo, aggiungiamo anche i leoni da tastiera, che perfino di fronte a un racconto di tale violenza sono riusciti a fare vittimizzazione secondaria, reputando Sandy causa di ogni suo male.

Grazie, dunque, Sandy Balestra, per il coraggio, anche se – ne siamo tristemente certi – nello stesso momento in cui scriviamo queste righe, da qualche parte del mondo altre diciottenni saranno vittima della brama di sopraffazione maschile, ma soprattutto dell’immortale odio verso le donne.

Nell’immagine: eletta


Casvegno, la battaglia mai conclusa

Il coraggio di Sandy Balestra, ospite alle Iene per raccontare una scena hard prodotta da Siffredi, in cui si tocca quasi con mano la violenza e la misoginia troppo spesso legate alla pornografia 

Il podcast La rivoluzione di Casvegno sarà presentato venerdì 24 ottobre (ore 18.30) alla Filanda di Mendrisio. Parteciperanno alla serata Olmo Cerri, Giovanna Poletti, Francesca Giorzi, Willy Lubrini, Valentino Garrafa, Consuelo Rigamonti e Angelo Maresca

Il trailer della serie, che si può ascoltare per intero su RSI Podcast

La storia di quella che oggi si chiama Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (ma che ha avuto una serie di nomi, tra cui manicomio, ONC o “il neuro”) non riguarda solamente i cambiamenti che l’hanno contraddistinta e le migliaia di persone che in 150 anni vi sono passate, ma anche la società tutta. Solo una comunità umana che conosca la storia della psichiatria del proprio cantone, sarà in grado di comprenderne anche le necessità e le caratteristiche.

L’istituto, che si trova suddiviso in diversi edifici all’interno del grande parco regalato da Agostino Maspoli alla collettività nella seconda metà dell’Ottocento, ha avuto uno sviluppo e un’evoluzione che lo rendono unico a livello nazionale. Molte sono state le fasi e le modalità di cura che si sono avvicendate negli anni, a testimonianza di una disciplina, quella psichiatrica, tutto sommato sperimentale. Il cambiamento epocale avvenne poco più di mezzo secolo fa, con la creazione del Club 74, nato sulla scia dei grandi cambiamenti che avevano reso celebri strutture e medici all’estero (pensiamo soprattutto all’esperienza di La Borde in Francia, portata a Mendrisio da Ettore Pellandini, e all’influenza di Franco Basaglia che dalla vicina Italia arrivò fino a noi) e che erano stati ripresi alle nostre latitudini da un gruppo di psichiatri progressisti e dal giovane giurista Marco Borghi, padre della legge sociopsichiatrica LASP.

Questa storia lunga un secolo e mezzo, che è soprattutto una storia umana, è ora raccolta nel podcast La rivoluzione di Casvegno, realizzato da Olmo Cerri e prodotto dalla RSI. In sette puntate vi si ripercorrono le vicende del “manicomio” di Mendrisio, dando voce a chi è stato testimone di tempi e idee di un’altra epoca, ma anche a chi si ritrova ad affrontare sfide nuove, come l’acuirsi delle problematiche di salute mentale, e la nascita di nuove patologie.

Abbiamo parlato con Olmo Cerri del suo lavoro, durato diversi mesi

Olmo, come è nata l’idea di questo podcast?
In occasione dell’anniversario del Club 74 mi hanno chiesto se fossi interessato a raccontarne la storia. Una ventina di anni or sono avevo fatto uno stage all’OSC ed era stata per me un’esperienza umanamente importante, per cui avevo già una minima conoscenza di quella realtà, ho dunque accettato subito. Sin dall’inizio ho però capito che, per raccontare il Club 74, nato come elemento di rottura e di discontinuità con la gestione precedente, era necessario raccontare anche ciò che c’era stato prima, partendo almeno dall’Ottocento.

Come hai proceduto per la raccolta del materiale?
Anzitutto ho seguito la mappa di relazioni che già avevo, poi ho preso contatto con Graziano Martignoni, che era stato mio docente alla SUPSI, e con Manolo Lacalamita, che era stato il mio responsabile di stage… a quel punto tutto si è esteso a macchia d’olio. Parallelamente ho svolto un lavoro più classico di ricerca di vecchi articoli in biblioteca e di reportage nelle teche della RSI. Mi sono appoggiato molto anche a Marco Nardone, uno storico che ha avuto accesso agli archivi dell’OSC. Infine, ho fatto venticinque lunghe interviste, poi sottoposte a un montaggio durato settimane.

Hai trovato delle resistenze?
No, ho trovato molta onestà, anche riguardo a dei periodi che oggi risultano difficili o crudi. Penso ad esempio all’elettroshock, alcune persone che ho intervistato me ne hanno parlato, ma hanno anche saputo spiegarmi perché in quel momento sembrasse giusto farlo e ci fosse anche una precisa logica scientifica.

Quali sono state le reazioni?
Mi sono reso conto che in ogni famiglia c’è qualcuno che ha avuto dei problemi di salute mentale e questo ci permette di sentirci un po’ tutti coinvolti in questa storia. Forse, se fossimo usciti dieci anni fa non avremmo trovato questa apertura verso il disagio psichico, ma allo stesso tempo non sono così sicuro che oggi sia un momento particolarmente propizio, perché se è vero che da una parte si parla tanto di psichiatria, dall’altra lo stigma a essa legato non è ancora scomparso, ci sono ancora molti pregiudizi.

Quali sono le maggiori criticità che hai osservato? Sembra che l’OSC abbia quasi raggiunto la capienza massima, e a ciò si aggiungono nuove tipologie di persone ricoverate. Ci sono la malattia psichiatrica, ma anche le dipendenze, nuove forme di sociopatia e il disagio giovanile. La tua posizione privilegiata di esterno, dunque, con uno sguardo fresco ti permette di identificare dove occorrerebbe si chinasse l’agenda politica.
Non è un caso che il Club 74 sia nato sulla scia lunga del 68, un periodo di voglia di democrazia, di messa in discussione delle gerarchie e di ricerca di un rapporto diverso tra le persone. Oggi però a livello globale viviamo in un periodo molto diverso, in cui si respira aria di chiusura, di perdita dei diritti e di democrazia. E questo “vento di chiusura” potrebbe rischiare di arrivare anche a Casvegno. Inoltre, in un’epoca di tagli nel pubblico, vi è il rischio che si intacchino le istituzioni sociosanitarie o che non vi si investa abbastanza. Come hanno raccontato i testimoni intervistati, oggi per molte persone l’OSC non è il posto più adatto per curarsi, e mi auspico che i progetti per aprire degli spazi esterni vadano a buon fine. Degli anni Settanta ci manca lo spirito di messa in discussione, quindi, come società, dobbiamo stare attenti a ciò che succede. I diritti acquisiti non vanno dati per scontati, e le battaglie non sono mai finite. Nel podcast raccontiamo ad esempio della privazione della libertà a certe categorie di persone. Oggi le persone che si vedono privata la libertà senza aver commesso dei reati ci sono ancora: ad esempio i migranti.

Cosa ti ha cosa ti ha lasciato questo lavoro?
Ho scoperto molte cose che non sapevo e, come sempre, mi sono reso conto di quanto siano complesse. Ho capito ad esempio che chi praticava la lobotomia non era un criminale, ma qualcuno che cercava di guarire una persona malata. È necessario inserire il passato nel contesto dell’epoca ed evitare di semplificare troppo. Si tratta di una materia complessa e delicata.

La salute mentale è un tema molto attuale e in evoluzione. Ci sarà un’ottava puntata del podcast?
Per ora non è prevista, ma ci sono molti temi interessanti che potrebbero venire approfonditi, dall’uso degli allucinogeni in psichiatria, ai progetti di cura al di fuori dalle strutture classiche.

Nell’immagine: un paziente dell’Ospedale Neuropsichiatrico cantonale di Mendrisio nel 1934 (dal fondo della Fondazione Pellegrini Canevascini tramite lanostraStoria.ch)


Ventidue anni e altri due femminicidi

Il coraggio di Sandy Balestra, ospite alle Iene per raccontare una scena hard prodotta da Siffredi, in cui si tocca quasi con mano la violenza e la misoginia troppo spesso legate alla pornografia 

Sara Campanella aveva ventidue anni. Studiava tecniche di laboratorio biomedico. Aveva delle amiche su cui poter contare, una famiglia con cui andava d’accordo. Aveva anche uno stalker, un tizio che si era invaghito di lei e non aveva assecondato il desiderio (espresso con estrema gentilezza) della ragazza di lasciarla in pace. La settimana scorsa, per strada a Messina, il tizio le si è avvicinato e le ha conficcato un coltello nel collo. Poi nella schiena. Cinque volte. Il tizio (che, povero lui, voleva togliersi la vita) è poi stato preso in consegna dall’amore di mamma, che ha pensato bene di portarlo in un luogo sicuro, finché non lo hanno rintracciato i carabinieri.

Ilaria Sula aveva ventidue anni. Studiava statistica all’università e condivideva l’appartamento con alcune coinquiline. Era molto legata a loro, così come alla sua famiglia. Aveva avuto anche un fidanzato per un certo tempo, ma recentemente i due si erano allontanati. La settimana scorsa, si è resa conto che il suo ex le aveva sottratto un oggetto e, per recuperarlo, si era recata a casa sua. In quell’appartamento di 50 metri quadrati, che il tizio condivideva con i genitori, Ilaria è stata accoltellata. Poi il tizio, presumibilmente con l’aiuto di qualcuno (la madre ha confessato solo in un secondo tempo di averlo aiutato a ripulire la scena del delitto)  ha cercato invano di ficcare il corpo della ragazza in un trolley troppo piccolo – le gambe uscivano – che ha caricato in auto e infine gettato in un burrone a 40 chilometri di distanza.

Così. Due vite strappate di colpo alla loro pienezza, al potenziale di un futuro radioso in cui sia Sara sia Ilaria credevano profondamente, come confermano le amicizie sentite e gli insegnanti ascoltati.
Sara e Ilaria abitavano in Italia, è vero, non in Svizzera.
Inoltre, l’uomo che ha ucciso Ilaria aveva origini straniere, cosa non sfuggita al ministro della giustizia italiano Nordio, che ha dichiarato come “sulla donna certe etnie abbiano sensibilità diverse”.
L’uomo-Nordio, come molti altri, cerca fuori dai propri confini le cause di quella che Federica Sciarelli chiama “la mattanza”, cause che andrebbero invece cercate in quel “dentro” che si chiama famiglia, società, cuore.  

I due casi italiani riportati all’inizio, se osservati un poco più da vicino, ossia se inseriti all’interno di una statistica, andando quindi a costituire un corpus più strutturato, ci indicano come la situazione italiana, in termini di cifre, sia assai poco diversa dalla nostra. Anzi.

Dall’inizio dell’anno in Italia sono state uccise, ma potremmo anche dire ammazzate, trucidate, sgozzate, strangolate, picchiate, 11 donne (anche se non è escluso che dalla stesura alla pubblicazione di quest’articolo qualcun’altra se ne possa aggiungere: il femminicidio è sempre dietro l’angolo, come dimostra il recente caso della ragazza di Pozzuoli scampata per un nulla a morte certa dopo avere incontrato l’ex per strada). In Svizzera ne sono state uccise… 12. Più o meno le cifre corrispondono, verrebbe da dire, non fosse che l’Italia ha un poco meno di 60 milioni di abitanti, la Svizzera poco meno di 9 milioni.

La Svizzera, inoltre, è in qualche modo più affrancata dal patriarcato rappresentato dalla chiesa cattolica, e dovrebbe – in teoria – poter contare su maggiori programmi di prevenzione. Tuttavia il nostro paese, e ce lo ha dimostrato infinite volte, è anche campione quando si tratta di lavare i panni sporchi in casa, o quando si deve rinnegare una realtà che desta più di una preoccupazione – ne è prova la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato la Confederazione per non avere consentito a una donna di conoscere il passato violento di un uomo con cui si era legata, impedendole così di proteggersi a dovere da pesanti maltrattamenti che ne hanno messo in pericolo la vita. 

Ma ce lo ha dimostrato, in tempi recentissimi, anche un servizio del TG RSI del 5 aprile 2025, dove l’uomo (!) preposto, dopo avere raccontato delle trecento persone riunitesi a Berna per chiedere misure più stringenti in materia di femminicidio, ha chiuso con un’affermazione da brivido: “Per fortuna che in Svizzera ci sono anche quattro milioni e mezzo di uomini che dall’inizio dell’anno non hanno molestato né ucciso nessuno”.

Fermiamoci qui. Rileggiamo la frase di questo maschio. Interpretiamo la sua visione del mondo secondo cui il bicchiere sarebbe più che mezzo pieno – in fondo la stragrande maggioranza degli uomini non picchia, non stupra e non ammazza – e avremo un motivo in più per comprendere perché la situazione nell’ambito dei femminicidi non potrà che peggiorare. In Svizzera, in Italia e ovunque vi siano uomini per modo di dire.

Nell’immagine: Sara Campanella e Ilaria Sula


Il sottobosco (virtuale) della incel culture


Il coraggio di Sandy Balestra, ospite alle Iene per raccontare una scena hard prodotta da Siffredi, in cui si tocca quasi con mano la violenza e la misoginia troppo spesso legate alla pornografia 

Il caso italiano di Andrea Prospero, a detta di chi lo conosceva, conteneva degli elementi sospetti sin dal primo giorno. Al netto delle dichiarazioni dei famigliari, che mai vorrebbero dovere credere al suicidio di un proprio caro, nella stanza Airbnb presa misteriosamente in affitto dal giovane Prospero (regolarmente iscritto alla facoltà di informatica dell’università di Perugia e residente in uno studentato) sono state rinvenute decine di carte SIM e alcune carte di credito. E dunque, se da una parte il suicidio constatato il 29 gennaio risulta confermato, dall’altra si sono aperti nuovi, inattesi (ma anche inquietanti) scenari.

La procura di Perugia, infatti, grazie a un lavoro certosino, ma soprattutto sottotraccia (e dunque al riparo dalla famelicità dei media) è riuscita pochi giorni fa a risalire a un giovane romano ora accusato di istigazione al suicidio, e a un altrettanto giovane napoletano (si parla in generale di diciottenni), finito ai domiciliari per avere rifornito Prospero dei medicamenti necessari al suicidio.

Le modalità del caso Prospero, per quanto purtroppo il suicidio giovanile rappresenti una preoccupazione sempre più radicata, offrono delle chiavi di lettura, o piuttosto degli squarci, in quello che è ormai diventato un mondo parallelo. Virtuale, senza dubbio, e perciò nascosto ai più (soprattutto genitori e parenti), ma con delle conseguenze che tutti possono vedere nel mondo reale. In questo caso specifico, il suicidio di Andrea, in altri, risse tra giovanissimi e vendette trasversali. 

A chiunque si trovi in odore di boomer (ossia i nati negli anni 60), ma anche a chi in qualche modo «sa di vecchio» si raccomanda in questi giorni da più fronti – anche molto autorevoli – la visione su Netflix di Adolescence, dichiarata serie dell’anno, definita dal Guardian «la cosa più vicina alla perfezione televisiva», incensata non solo per le straordinarie acrobazie tecniche (ognuno dei quattro episodi è un unico piano-sequenza), ma anche per il tema presentato. La miniserie britannica realizzata da Jack Thorne e Stephen Graham, infatti, prendendo spunto da un vero fatto di cronaca, racconta il caso di Jamie, finito in carcere a 13 anni per avere ucciso una coetanea.

Ciò che affiora in superficie – senza però purtroppo mai emergere davvero – è quella dimensione virtuale di cui sopra, in cui ormai la maggior parte di ragazzine e ragazzini passa gran parte del proprio tempo, e che risponde a dinamiche e leggi molto diverse rispetto a quelle del mondo reale, quello, appunto, popolato dai «boomers» e dagli adulti in generale. 

Il giovane Jamie, infatti, ha sì abbattuto la compagna di scuola con sette coltellate (fatto di cui non capisce la gravità, non riuscendo a metabolizzare come molti suoi coetanei l’inesorabilità della morte, in un mondo fatto di reel ripetibili all’infinito), ma ciò che emerge è che il suo gesto scriteriato è stato il risultato in fondo naturale di una campagna di mobbing al suo indirizzo, avvenuta soprattutto a livello virtuale, e quindi invisibile agli adulti. Come spiega il giovane Adam al proprio padre, l’ispettore Bascombe che si occupa del caso, nel mondo virtuale anche una semplice emoji a forma di cuore può significare il contrario di quello che sembra, in una codificazione di cui non esiste una forma scritta, ma che tutti i giovani conoscono perfettamente. 

Jamie, dalla compagna che uccide era stato accusato online di essere un incel (involuntary celibate), un fenomeno di cui ancora si parla poco alle nostre latitudini, ma che da alcuni anni fa già parte dei vocabolari della contemporaneità in molti luoghi del mondo, e che si riferisce a quella che viene definita una «subcultura online» costituita da uomini che si autodefiniscono «celibi involontari» e trovano una ragione del fatto di essere single nel loro non essere attraenti. O meglio, nel non essere giudicati attraenti da quell’80% di rappresentanti del sesso femminile che optano per il 20% degli uomini presenti sul mercato, lasciando – ingiustamente, a detta loro – a secco tutti gli altri.

Questa sottocultura in qualche modo ripercorre le orme del famigerato ex kickboxer Andrew Tate, reinventatosi influencer (oggi è bannato dalle maggiori piattaforme), fra i capostipiti della vittimizzazione secondaria e campione di misoginia, sessismo e razzismo. Andrew Tate, il cui stile di vita da molti viene osannato e ricalcato, è assurto agli onori della cronaca per le sue dichiarazioni misogine (a suo avviso in caso di stupro le donne porterebbero delle responsabilità) e per le pesanti denunce di stupro e tratta di esseri umani che l’hanno portato a rifugiarsi per anni in Romania, e forse ora ad avercela fatta a fuggire negli USA con il fratello Tristan, uomo guardaunpo’ della sua stessa pasta.

Nulla è dunque come sembra, sembrerebbe volerci dire Adolescence e confermare il caso di Prospero.
Peccato, però (a nostro avviso), che oltre alle prodezze tecniche, al realismo di questa miniserie, alla recitazione straordinaria di Stephen Graham, a quella osannata ma un po’ più legnosa del giovanissimo Owen Cooper, alla fine resti poco. In altre parole, tutti quei filoni che punteggiano la serie qua e là promettendo delle spiegazioni, lasciando intendere che la spettatrice e lo spettatore alla fine avranno gli strumenti per capire, da qualche parte si sfilacciano, seminando molti più dubbi di quelli che vorrebbero dissipare.

Un’occasione mancata per una comprensione assolutamente necessaria, in un mondo come quello virtuale, sempre più vorticoso e mai simile a sé stesso, un mare magnum che si carica vieppiù di possibilità, ma anche di ombre e di incognite. Quelle stesse ombre e incognite che caratterizzano la morte del giovane Andrea Prospero, non un incel, ma comunque una persona che nel mondo «di là» non ha saputo difendersi, e in quello «di qua» non ha saputo raccontarlo.  

 


L’uomo che ha permesso agli svizzeri di ridere di sé stessi

Il coraggio di Sandy Balestra, ospite alle Iene per raccontare una scena hard prodotta da Siffredi, in cui si tocca quasi con mano la violenza e la misoginia troppo spesso legate alla pornografia 

Novantun  anni e non sentirli. Avrebbe potuto essere anche questo il titolo del documentario del giovane Phil Meyer, presentato domenica ad Ascona e a Lugano, che in poco più di due ore racconta la straordinaria avventura di un uomo diventato una specie di eroe nazionale. E tutto ciò grazie a una virtù lontana da quelle che solitamente associamo al nostro Paese, ossia l’umorismo.

Emil Steinberger, nato a Lucerna, ha cominciato più di settant’anni or sono a calcare le scene, e da allora, oltre ad avere fatto ridere generazioni di elvetiche ed elvetici (quando accompagnò il Circo Knie nel 1978 furono staccati qualcosa come 1’400’000 biglietti), si è fatto un nome anche in Austria e in Germania, con punte di popolarità in paesi insospettati come il Marocco o la Cina.

Emil Steinberger, negli anni è riuscito a individuare il segreto della sua capacità di fare ridere per decenni popoli e culture diversi?

A mio avviso l’essere umano cambia piuttosto lentamente, e poiché per i miei personaggi prendo spunto soprattutto dalle persone, dal loro modo di agire e pensare, a novant’anni penso di poterne ancora parlare. Se nel mio lavoro mi fossi orientato di più verso la politica, i miei personaggi sarebbero invecchiati prima. Basta prendere l’esempio dei Fabbricasvizzeri, un film che ormai ha quasi cinquant’anni: da allora i temi non sono cambiati. Nel tempo ogni società prende delle decisioni politiche, fa progetti, costruisce e si evolve, ma nel loro intimo le persone restano sempre le stesse.

Riconosce però che la società è cambiata?

C’è stata una trasformazione, è vero, ma credo sia cambiata soprattutto nella forma: è cambiato il ruolo della chiesa e si è forse più interessati ai soldi, conta l’aspetto esteriore, ma, ripeto, nell’intimo siamo e restiamo sempre esseri umani.

La political correctness è ormai parte della quotidianità. Lei, nelle sue gag e attraverso i suoi personaggi, colpiva tutti senza colpire nessuno in particolare. Crede che la sua “neutralità” abbia contribuito a un successo che dura da oltre settant’anni?

Oggi è diventato molto difficile interpretare dei personaggi senza offendere o ferire qualcuno; io ho sempre fatto attenzione, cercando di evitare i temi troppo delicati. Eppure, ultimamente alcuni miei lavori non sono più reputati idonei per il pubblico odierno. Ad esempio, nello sketch dello scalatore, rivolgendomi a dei giapponesi li chiamo “japs”: mi è stato fatto notare che è un termine razzista. Sono rimasto molto colpito da questa cosa, e mi sono chiesto chi decide i temi su cui può esprimersi la comicità, e quali siano questi temi. Forse in alcune cose stiamo esagerando. Qualcuno ha perfino cercato di dimostrare attraverso un lavoro accademico che il mio atteggiamento è sessista. Mi consola il fatto che tutto quello che ho fatto è stato registrato, è nelle case della gente e non si può più cancellare! Tutt’al più si possono tagliare le mie gag quando passano in tv. Il raggio di azione del comico si è però senza dubbio ridotto, e trovo rischioso semplicemente cancellare ciò che oggi non è più accettato.

Lei probabilmente è l’unica persona di cui si abbia notizia che a un certo punto ha dovuto scappare dalla Svizzera perché assediato da ammiratrici e ammiratori, laddove le star di tutto il mondo scelgono di vivere qui proprio per la discrezione che ci caratterizza… Da diversi anni lei è ritornato in Svizzera, come è oggi il suo rapporto con il Paese?

Per l’uomo Emil Steinberger la Svizzera resta un buon paese, anche se ci sono delle tendenze politiche nuove; ad esempio, sono molto colpito dalla figura del lobbista. Si tratta di una categoria in espansione, ed è una realtà che faccio fatica ad accettare in ambito democratico. Credo che dovremmo opporci con maggiore fermezza.
Sul lato personale, oggi riesco a vivere più serenamente, fintanto che c’è Niccel, la gente non mi insegue più per strada, ma non appena sono da solo, si avvicina!

Lei conosce il popolo svizzero attraverso la sua risata… in Svizzera ridono tutti per le stesse cose?

Non ho mai visto differenze tra le regioni della Svizzera o di altre parti d’Europa: la gente ride per le stesse cose. Una cosa però l’ho notata: per arrivare ai bernesi, le mie battute ci mettono un paio di centesimi di secondo in più, un tempo minimo, ma sufficiente perché io me ne accorga!

Con i suoi personaggi è riuscito perfino a creare un ponte tra romandi e svizzero tedeschi…

E dire che proprio i romandi mi avevano dissuaso dall’uso del francese. Poi, durante una festa privata, mi misi a fare un numero in francese senza sapere della presenza della televisione. Fu un successo! Da quel momento cominciai a recitare anche in francese.

Ha qualche rimpianto?

Ricordo un momento molto triste, durante il periodo con il circo Knie. Ci trovavamo a Coira, e come sempre avevamo fatto il tutto esaurito. Un giorno arrivò una madre con tre bambini, era scesa a piedi dalla montagna, ma purtroppo lo spettacolo quel giorno era esaurito, e non vi fu modo per lei di entrare. Decisi allora che nella vita avrei sempre detto di sì, facendo quante repliche mi avessero chiesto: tutti dovevano avere il diritto di vedere un mio spettacolo, visto che ci tenevano tanto!

Niccel, lei da trent’anni si dedica a Emil, all’uomo e marito da una parte, al grande artista dall’altra. Esiste un confine tra le due figure, o tra l’opera e l’uomo?

Si tratta di una cosa fluida, non esiste da una parte una sfera privata e dall’altra una pubblica. La nostra casa è piena di materiali su cui stiamo lavorando, e ce li portiamo appresso anche quando andiamo in vacanza (“è una piccola malattia”, interviene Emil). Tuttavia, nel momento in cui entriamo in casa, siamo nella nostra sfera. Abbiamo sempre difeso molto la nostra privacy; Phil è il primo che è riuscito a entrare nella nostra casa a Basilea. Ma è stato anche l’ultimo!

Phil Meyer, il vostro è stato anche un incontro intergenerazionale. Come si è destreggiato nella mole di materiali che si è trovato davanti?

Per me fare questo film è stato come ritrovarmi bambino in un negozio di giocattoli con la possibilità di prendere tutto e gratis! Noi tre ci siamo incontrati per caso, senza alcun mandato e questo film lo abbiamo realizzato insieme. Ci sono stati dei momenti di tensione e di difficoltà, ma grazie alla volontà di resistere e alla fiducia che avevamo nel progetto, siamo riusciti a superarli. Il dibattito e il dialogo hanno giocato un ruolo importante nel nostro rapporto. Sono convinto che oggi il dibattito intorno alla cultura e a cosa sia lecito dire o tematizzare sia più importante che mai, perché rappresenta una chiave per l’evoluzione. Solo attraverso un dialogo e un dibattito sano possiamo individuare ciò che è lecito e giusto rappresentare.

 Nell’immagine: Emil allo specchio


Predatori dorati

Il coraggio di Sandy Balestra, ospite alle Iene per raccontare una scena hard prodotta da Siffredi, in cui si tocca quasi con mano la violenza e la misoginia troppo spesso legate alla pornografia 

Sul banco degli imputati più rovente di un’America già surriscaldata politicamente, c’è uno dei più grandi e ricchi produttori musicali del pianeta (patrimonio stimato: 1 miliardo di dollari); a suo carico, per citare solo qualche capo di imputazione, stupro, violenza domestica, traffico sessuale a fini di prostituzione, e chi più ne ha di brutte più ne metta. Il produttore e rapper Sean Combs, per una megalomania mai nascosta, negli anni si è fatto chiamare anche Puff Daddy, P. Diddy, semplicemente Diddy e poi Love (quest’ultimo nome, con il senno di poi, è una beffa nei confronti delle vittime). 

Sean Combs era sicuro di farla franca, che il segreto di Pulcinella intorno a chi fosse veramente, tale sarebbe rimasto, vista la nonchalance con cui presenziava agli eventi mondani, la sicumera con cui sosteneva pubblicamente amici e famiglia e la tranquillità serena con cui gironzolava per New York il giorno dell’arresto.

D’altronde, prima di lui, ci sono stati almeno un paio di personaggi “illustri”, riusciti a passare a cosiddetta miglior vita senza avere mai pagato pegno per quanto commesso, lasciando un immenso conto in sospeso con la giustizia e le vittime. Il britannico Jimmy Savile, istrionico mattatore della BBC (Top of the Pops) con accesso illimitato a tutti i centri di cura del Regno Unito (dove dava sfogo agli istinti più infimi) non è mai stato arrestato per una serie di reati da capogiro, facendo in tempo a essere consacrato e a morire in pace. Stesso destino anche per Michael Jackson, indiscussa icona della musica osannata ancora oggi dalle generazioni più giovani, ma con una strana concezione del senso di “amicizia”.

Per Sean Combs si prospetta ora il processo dell’anno (sarà nel 2025), un uragano mediatico che, se mai ci fosse stato, avrebbe potuto assomigliare a quello intorno a un altro influente predatore, quel Jeffrey Epstein che, prima di potere essere giudicato e condannato in tribunale, e forse convinto a fare i nomi, era morto in cella in circostanze da alcuni ritenute dubbie.

L’avvocato e politico texano Tony Buzbee ha ora annunciato in una conferenza stampa di avere raccolto circa un centinaio fra denunce e segnalazioni di donne, uomini e minori, finiti in un modo o nell’altro (con la lusinga di promesse discografiche oppure la semplice sopraffazione) nelle maglie della solida rete di Sean Combs. Ciò avveniva ad esempio durante i Freak Offs, le feste a base di droghe e sesso più o meno consenziente, che il produttore e rapper alternava ai leggendari e pubblicizzati White Parties, feste estive agli Hamptons cui partecipava (di bianco vestito – segno di indubbia purezza) il gotha del mondo dello spettacolo statunitense.

Buzbee ha anche spiegato come Combs non fosse ovviamente solo durante molti dei suoi abusi, ma circondato da cari amici conniventi, a loro volta celebrities di prim’ordine, promettendo un elenco dettagliato degli stessi entro un mese. In un batter d’occhio media e fan hanno rispolverato le immagini di quelle candide feste, rinvenendovi la famiglia Kardashian al gran completo, ma anche Leonardo Di Caprio, Jennifer Lopez, Ellen DeGeneres, nonché gli onnipresenti Beyoncé e Jay-Z, e alimentando così tutta una serie di speculazioni. Proprio attorno alla figura di Jay-Z si sono addensati molti sospetti: lo si vorrebbe in combutta con Diddy; di certo li legava, oltre a un sodalizio professionale, una lunga amicizia. Un particolare non da poco, se pensiamo che sua moglie Beyoncé con un concerto riesce a influenzare il PIL di una nazione, ma soprattutto se consideriamo che sempre lei il 26 ottobre a Houston è salita sul palco a sostegno di Kamala Harris. 

La lista di Diddy a questo punto diventa ancora più interessante. Lasciando la dietrologia agli adepti di QAnon, che nella vicenda, visti i minori implicati, vedrebbe forse un rimando alla propria teoria della tratta dei bambini a opera dei potenti, resta il fatto che spesso (si è visto anche con Savile ed Epstein) show business e politica si intersecano. E se alla causa dell’elezione della prima donna presidente degli USA hanno potuto giovare le comparsate di Eminem e Megan Thee Stallion, idoli delle generazioni più giovani, chissà se quella di Beyoncé non ha avuto un effetto boomerang, andando da qualche parte a corroborare le fantasie di chi vede nei progressisti un gruppo di assatanati pedofili? 

Non ci resta che aspettare The List. Con tutta probabilità, dopo le inevitabili turbolenze che accompagneranno le elezioni presidenziali USA, seguiranno quelle del processo dell’anno a Sean Combs, un altro predatore, l’ennesimo, e un’altra serie di vittime, l’ennesima.   

Nell’immagine: Puff Daddy, P. Diddy, Sean Combs


Anche il Ticino è Sulla Mappa

Il coraggio di Sandy Balestra, ospite alle Iene per raccontare una scena hard prodotta da Siffredi, in cui si tocca quasi con mano la violenza e la misoginia troppo spesso legate alla pornografia 

Esserci, farne parte. Poter fieramente affermare di avere contribuito alla realizzazione di un percorso, e dunque di “essere sulla mappa”. È questo il punto di partenza, che combacia magicamente anche con quello di arrivo, del nuovo documentario di Pablo Creti, dedicato ai primi trent’anni del rap nel nostro cantone (Sulla mappa, 30 anni di RAP in Ticino), presentato la settimana scorsa al Lux di Massagno.

Guarda “Sulla mappa, 30 anni di RAP in Ticino” (da RSI Play)

Ma facciamo un passo indietro, o piuttosto, una operazione di rewind, tanto per restare in gergo. È l’agosto del 1973 quando, a New York, Bronx, il dj giamaicano-americano Kool Herc dà il via a quello che sarebbe diventato, dopo anni di pregiudizio (non sempre mal riposto), un fenomeno globale, di cui forse non è ancora chiara fino in fondo e a tutti la portata. A 51 anni di distanza, infatti, la maggior parte delle ragazze e dei ragazzi della nuova generazione, Gen Z, a livello planetario sembra avere abdicato a rock e metal, a dark e new age, per abbracciare l’hip hop con la stessa devozione che normalmente si concede alla fede. E tutto ciò in un processo che va al di là della semplice musica (oggi, spesso, più che il rap, infatti, se ne ascoltano ramificazioni come trap e drill), poiché si riverbera anche nel gergo, nel look, nell’arte di strada e in certi stili di vita. Complici autotune e accessibilità alle basi campionate, nonché un fortissimo senso di appartenenza al mainstream (un tempo non era così), oggi chiunque si può cimentare nella produzione di brani hip hop, e perfino da casa propria. Ciò si vede dalle centinaia di nomi che, come meteore, attraversano la galassia statunitense, ma anche italiana, francese e spagnola, perfino tedesca.

All’inizio però non è stato così: come mostra Sulla mappa, per fare del rap occorreva metterci la faccia. Le tute aderenti abbinate alla sacoche haute couture che vediamo nei video e per strada, all’inizio erano baggy jeans dalle dimensioni oversize, le permanenti di oggi erano ricci naturali spesso nascosti da baseball cap, mentre i brani caricati su Spotify e YouTube erano tracce registrate su cassette, o mixtape, da ascoltarsi tutt’al più su walkman.

Come mostra il documentario di Pablo Creti, i primi protagonisti della scena nata in Ticino tre decenni or sono, oltre a essere stati dei veri e propri pionieri (e dunque essersi dovuti letteralmente inventare tutto), hanno subito anche il fatto di essere nati in Svizzera. Eh già, perché abbracciare un genere musicale che nasce come forma di protesta sociale e praticarlo nella nazione che, secondo statistica, è fra le più ricche al mondo, è una bella sfida. Vinta però dai nostri, che, come raccontano con sincerità nel documentario, sono riusciti a evidenziare proprio quelle pieghe in cui l’accettazione sociale e i soldi non arrivano, oppure, a sottolineare come certe forme di agio vadano di pari passo con la noia, l’appiattimento e la mancanza di creatività. Creti, nel suo documentario (cui va riconosciuto il merito di ripercorrere in modo magistrale, con interviste di archivio e di prima mano, un pezzo importante di storia del nostro cantone, musicale, certo, ma anche umana – oltre a offrirci vedute mozzafiato delle nostre città riprese dall’alto, di notte) riesce a contestualizzare un fenomeno che meteora non è stato, come dimostrano i nomi più recenti, fieri di portare avanti quanto iniziato prima di loro, pensiamo a Mattak, nato negli anni 90, o Ele A, nata addirittura nel nuovo millennio, due personaggi di cui si parla anche in Italia. Negli anni 90 i protagonisti del rap made in Ticino, infatti, hanno osato, a dispetto del pensiero altrui (erano pochi quelli che conoscevano il genere allora), agendo secondo il motto “go for it”, che in anni di perseveranza, oltre a guadagnarsi una massiccia dose di rispetto, ha permesso loro di scrivere un capitolo importante per il Cantone.

Ma chi ha davvero cominciato a fare rap in Ticino e dove? La scena è nata a Lugano, Locarno, Bellinzona, o invece nel Mendrisiotto? Secondo Mafio, per anni fra gli organizzatori, insieme a Michel (erano i Momo Posse), del «burdell della sagra», evento dedicato ai dj reggae e ai live rap, le radici sono a Mendrisio (quando era ancora la Sagra dell’uva, piuttosto di quella del Borgo), poi però troviamo anche le geniali intuizioni di un MaxiB, da Lugano, che nella sua carriera ha lavorato con Fabri Fibra, o di Jay-K, da Bellinzona, che ha partecipato ai Campionati del mondo, tanto per citarne alcuni. Con tutta probabilità poco importa dove, a contare più di tutto il resto è come contesti di quel genere (vedi anche il compianto Palco ai giovani, così come il mitico Peter Pan, l’apprezzato Metro o il contest freestyle Big Bang block party della Big Bang Family) abbiano garantito per anni un passaggio del testimone fra artisti, nonché l’apertura di mente e la possibilità di confrontarsi con i propri limiti grazie all’esibizione su un palco. 

Il documentario, forse come conseguenza non del tutto volontaria, ci mostra anche come negli anni in questo Cantone, in ambito di spazi giovanili, si sia giocato sempre e soprattutto al ribasso, chiudendo locali o limitandone l’uso, riducendo di fatto inesorabilmente le possibilità aggregative necessarie a ogni società per uno sviluppo creativo e versatile. Oggi il palco non è più necessario, è vero, e in qualche modo i social possono agire da cassa di risonanza laddove la televisione non se la sente ancora di aprire del tutto le porte a questo genere (nonostante Sulla mappa ci mostri la passione smodata di Matteo Pelli per rime, bassi&co.), eppure il bisogno di spazi da parte dei giovani non pare scemare, anzi.

Una recensione di Sulla mappa, porta per sua natura e per dimensioni, a lasciare fuori più artisti di quanti se ne vorrebbero citare (sono una trentina quelli del documentario), ma quello che conta, alla fine, è il fatto di riconoscervi un lavoro importante e minuzioso, in cui le idee, gli slanci, le speranze e le visioni di due generazioni e mezza convergono nella realizzazione del ritratto di una gioventù ticinese che, pur agendo spesso nell’underground, lontana anni luce dai riflettori istituzionali, è riuscita a lasciare un segno importante, visibile ancora oggi. E così, al netto, di un briciolo di commozione per chi appartiene alla stessa generazione e geografia dei pionieri, il rap riesce in ciò che non è scontato nemmeno in altri generi, ossia a creare un senso di comunità. 

Nell’immagine: il rapper Ray in un fotogramma del documentario


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (9)

Il coraggio di Sandy Balestra, ospite alle Iene per raccontare una scena hard prodotta da Siffredi, in cui si tocca quasi con mano la violenza e la misoginia troppo spesso legate alla pornografia 

Prese una bustina di fiammiferi dalla mensola sopra il camino, dove un grande specchio gli rimandava la sua immagine. Aveva un’aria da vero scrittore con i suoi capelli bianchi e ancora ribelli, gli occhi accesi e brillanti, la camicia con qualche bottone aperto e le maniche arrotolate. D’altronde lo confermavano anche le foto numerose disseminate qua e là, incorniciate nell’alabastro, nel cristallo o nell’argento, che lo ritraevano insieme a due vincitori del Premio Nobel e a cinque vincitori di una serie di altri premi letterari internazionali. Su una foto stringeva la seconda moglie, bionda e raggiante, mentre il sindaco in persona gli consegnava le chiavi simboliche della città.

Erano stati vent’anni di successo. Il martirio di Filomena, inviato per raccomandata alle cinque maggiori case editrici esattamente un giorno dopo il divorzio dalla prima moglie e quattro mesi dopo la morte di Maria João, in tre casi suscitò reazioni quasi isteriche. Direttori ed editor presero d’assalto Galvani: pur di poterlo pubblicare gli comunicarono proposte assolutamente esagerate via segreteria telefonica, lettere raccomandate e mail, ma lui non prese alcuna decisione prima di essersi consultato con il suo avvocato e avere pianificato il suo futuro professionale nei minimi dettagli. Alla fine il manoscritto (tradotto in ventisette lingue in tre anni) fu venduto al miglior offerente; ispirò una serie televisiva canadese, una danese, una telenovela spagnola e due film, di cui uno statunitense e uno francese, nonché tutta una serie di gadget legati a MF, come ormai Il martirio di Filomena veniva chiamato dai milioni di fan in tutto il mondo. I critici fecero a gara per chi ne parlasse meglio, sicuri di trovarsi di fronte a un capolavoro letterario della civiltà globale.

E Galvani? Nulla fu creato, organizzato o venduto a nome di MF senza che lui ne avesse un tornaconto. I soldi in banca si moltiplicavano a una velocità che dava il capogiro, presto arrivò una seconda moglie con una figlia a carico e poi quella magnifica casa con il parco. Ovviamente nel giro di sei mesi Galvani lasciò la scuola, contento di non dovere più avere a che fare con i rivali di sempre, che improvvisamente lo salutavano con ampi sorrisi. La sua vita cambiò completamente.

Per quanti sforzi facesse, Galvani non riuscì mai a scrivere qualcosa di decente. Ci provò, e le grandi case editrici gli pubblicarono qualche innocuo racconto all’interno di raccolte allargate, pur non senza prima averlo sottoposto a un editing da purga. Ma se i suoi critici lo abbandonarono nell’attesa che gli riuscisse un altro colpo, milioni di ammiratori gli restarono fedeli, seguendolo nei festival di mezzo mondo. Subito dopo la pubblicazione del Martirio di Filomena, Galvani si era visto costretto ad assumere una segretaria a metà tempo che gestisse la posta degli ammiratori. A Galvani cominciarono a piacere cose che aveva sempre apertamente disprezzato, come i ristoranti stellati, gli orologi d’oro, il golf, le crociere ai Caraibi, i tour nell’India delle piantagioni, le feste… In poco tempo ingrassò di venti chili e si ritrovò circondato di amici; la gente a volte lo riconosceva per strada in angoli inaspettati del pianeta e chiedeva di fotografarlo. Ancora oggi, a distanza di vent’anni, riceveva lettere d’amore e di ringraziamento da tutto il mondo, e recentemente anche da ragazzi giovani (una nuova generazione si apprestava a scoprire Il martirio di Filomena).

Ora tutto era finito. Il martirio di Filomena avrebbe continuato a fare il suo corso garantendo un’assoluta tranquillità economica agli eredi (concretamente, suo fratello minore e sua moglie).

Galvani non avrebbe più dovuto temere nulla, nemmeno l’amnesia più impietosa. E forse Maria João avrebbe smesso per sempre di visitarlo nel sonno. I primi tempi della sua nuova vita accadeva spesso: Galvani si svegliava di notte, fradicio di sudore e in preda agli incubi dopo avere sognato una Maria João a volte lasciva, altre in lacrime. Galvani accettava quegli incubi come il prezzo (sopportabile) per la sua nuova vita.

Sfregò la capocchia del fiammifero, che prese fuoco al primo colpo. Avvicinò la fiamma alla carta e, prima di gettarla nel fuoco, si fermò a osservare per qualche istante le parole che si dissolvevano, sciolte dal calore. Mentre guardava le lingue arancioni avvolgere la lettera, con un sorriso beffardo mormorò:

«Grazie, cara Maria João, grazie di tutto. Conoscerti è stato un piacere».

(Fine)

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (8)

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Uno svolazzo partiva dalla «o» finale e si stiracchiava fino a raggiungere la «J», avvolgendola in un delicato petalo. Durante quei vent’anni Galvani aveva tenuto spesso tra le mani la lettera. Ogni volta sentiva chi era davvero, e stava male. Eppure, non si sottraeva a quella sensazione di disagio, che da qualche parte assumeva il sapore dell’espiazione e riusciva a cancellare i suoi sporadici sensi di colpa. Quando finiva di leggere riponeva la busta in un nuovo nascondiglio e riprendeva la sua vita spensierata e piena di agi.

Se davvero era malato (i segnali c’erano tutti), forse presto non avrebbe più avuto contezza di sé, e dunque avrebbe finito per smarrire la lettera. Era giunto inevitabilmente il momento di eliminarla. Galvani pensò che se avesse davvero saputo scrivere, la storia di quella missiva avrebbe potuto sicuramente trasformarsi in un bestseller.

Il martirio di Filomena era un vero mattone suddiviso in due fascicoli a spirale e Galvani non aveva pensato né di leggerlo, tantomeno di dare una risposta alla donna. Aveva appoggiato il manoscritto sul pavimento accanto al letto del suo vecchio appartamento e se ne era presto dimenticato, sommergendolo di abiti sporchi e riviste. Qualche settimana più tardi, era un venerdì, al ritorno dal lavoro dovette prendere una pasticca di paracetamolo perché si sentiva a pezzi. Si addormentò presto, avvolto in una grossa sciarpa di lana. Verso le dieci fu svegliato dallo squillo del telefono: era la moglie che doveva comunicargli delle questioni urgenti riguardanti dei documenti necessari per accelerare le pratiche del divorzio. Galvani conosceva la caparbietà della donna, per cui aveva acceso la luce, si era tirato su a fatica contro la testiera e aveva preso una penna.

Vagando con lo sguardo alla ricerca di una superficie su cui scrivere, l’occhio gli era caduto sul primo dei due fascicoli del Martirio di Filomena. Galvani prese appunti meccanicamente e in fretta a margine della prima pagina del manoscritto, non vedendo l’ora di rituffarsi sotto le coperte. Quando ebbe finito di dettargli la lista delle cose da fare, la moglie assunse come sempre un tono meno formale, e cominciò a lamentarsi di presunte angherie subite al lavoro. Galvani l’ascoltò distratto, scosso ogni tanto dalla testa ai piedi da un brivido che non lasciava presagire nulla di buono. Giocherellava con il fascicolo, aprendolo di tanto in tanto a caso. Quasi senza rendersene conto cominciò a scorrere le pagine, leggendo un frammento qua e là. Si stupì, tornò indietro, rilesse, saltò avanti (la moglie era ormai solo un brusìo lontano) mentre il cuore batteva sempre più velocemente, questa volta non per la febbre. Dopo avere appeso frettolosamente decise di ripartire dall’inizio, e cominciò così a leggere l’incipit meraviglioso del libro che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Cinquantuno ore più tardi Galvani terminò il manoscritto e scoppiò in un pianto dirotto. Da quanto tempo non leggeva un’opera tanto sincera, pulita, ricca fino alla nausea e talmente ben scritta da creare una dipendenza immediata? E le risate, l’affezione cresciuta per certi protagonisti, il sentirli quasi parenti, se non addirittura amici? Galvani aveva riso, pianto, temuto, sperato e vissuto con loro, capendo già dopo poche righe di essere di fronte a un capolavoro che avrebbe sconquassato e messo sottosopra il mondo letterario come uno tsunami. E quella doveva essere un’opera prima? Quella della protagonista Filomena non era una vita, ma un travolgente fiume in piena, che oltre a un’acqua cristallina e pulita, limpida e dissetante, portava con sé anche detriti, mulinelli, gorghi… Galvani sentiva di amare Filomena, il suo cuore batteva per quella donna straordinaria e dolcissima, tenace e sfortunata, come se l’avesse conosciuta, come se fosse stata la madre dei figli che non aveva mai avuto. Avrebbe dato un braccio, una gamba o un rene per potere scrivere così: pur essendo un mediocre nella scrittura, sapeva riconoscere quella di valore, non era uno stupido.

Il tomo rimase per terra per settimane. Galvani sapeva che doveva una risposta alla donna, ma rimandava di giorno in giorno, roso dal tarlo di un’invidia sempre più difficile da gestire. Di notte dormiva male, rileggeva alcuni passaggi della lettera e poi riprendeva pagine intere del Martirio, godendone ogni volta come se fosse la prima e scoprendo aspetti sempre nuovi. Come era possibile scrivere così bene? Il manoscritto diventò il suo chiodo fisso, non se ne voleva più separare. O meglio, non lo voleva rendere a chi l’aveva scritto. Arrivò perfino a fare delle supposizioni, valutando ad esempio se fosse il caso di proporsi come agente della donna. Se già non aveva potuto possederla fisicamente, poteva almeno approfittarne economicamente…

Ma come a volte accade, il destino, per vie perverse, gli corse in soccorso. Un mattino prima di andare a lavorare si fermò in un bar per bersi un caffè e sfogliare il giornale, quando incappò in un trafiletto di cronaca che gli fece venire i brividi. In Portogallo un pauroso scontro tra un’auto e un camion aveva provocato la morte di donna residente in Svizzera. Galvani corse alla pagina degli annunci funebri e per poco non si strozzò quando si ritrovò a fissare il volto dell’autrice del Martirio in tutto il suo splendore. Il figlio João e il marito ne annunciavano il decesso, i funerali avrebbero avuto luogo in Portogallo. Galvani provò una sensazione di esultanza.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (7)

Il coraggio di Sandy Balestra, ospite alle Iene per raccontare una scena hard prodotta da Siffredi, in cui si tocca quasi con mano la violenza e la misoginia troppo spesso legate alla pornografia 

In fondo questo segreto è il mio secondo bambino, Professore. Per tutti questi anni mi sono crogiolata nel mio segreto innocente, peccaminoso perché lo portavo avanti all’insaputa di tutti, come una gravidanza, nascondendo così una parte importante della mia personalità.

Non appena mio marito usciva di casa, io mi precipitavo al tavolo della cucina a buttare giù le idee su un grosso quaderno. Non avevo fretta, non mi ero data un obiettivo, ma mi accorgevo che le ore volavano, che perdevo il senso del tempo. Il quaderno fu presto pieno e allora lo trascrissi, apportandovi molte modifiche e correzioni. Poi non lo toccai per un mese, lo nascosi in una valigia. Quando lo ripresi in mano finsi di non averlo mai letto. So di non peccare di modestia affermandolo, ma a rileggere quello che avevo scritto provai un’emozione profonda e autentica: mi piaceva! Ma soprattutto, avevo capito, con la lucidità del distacco, come sarei dovuta andare avanti.

Non avevamo un computer e io non volevo destare sospetti… avevo paura della reazione di mio marito, anche se era figlio di un lettore appassionato. Certamente mi capisce: avevo paura di farmi leggere da qualcuno, temevo di sentirmi denudata, e di rivelare qualcosa di sgradevole o disdicevole su di me. È difficile da spiegare a qualcuno lontano dalla letteratura, ma con lei mi sento rassicurata, compresa.

Il libro è cresciuto, poco a poco. Molto lentamente, a dire il vero, perché le mie giornate erano sempre piene di cose da fare, il lavoro, mio marito, la casa, poi João. Quando si desidera profondamente qualcosa però, il tempo lo si trova sempre. E per iniettare nella nostra vita una dose potentissima di vitalità basta veramente poco. I quaderni sono diventati dieci, quindici, e a quel punto mi sono decisa: abbiamo acquistato un computer e io ho cominciato a trascrivere.

Una notte mi rigiravo nel letto in preda a una sorta di euforia perché ero riuscita a ritagliarmi quasi tre giorni consecutivi per scrivere, quando ebbi una folgorazione. Davanti a me, (mi vergogno a doverlo ammettere, ma per me fu un’esperienza quasi mistica) vidi a caratteri a cubitali il titolo. Intuivo che il titolo avrebbe in qualche modo influenzato anche i capitoli futuri del libro – a quel punto circa a metà – ma ero sicura che mi avrebbe anche aiutato nella loro stesura. Il martirio di Filomena mi sembrava breve, completo e convincente. E invece magari ora lei sta sorridendo per la mia supponenza, che ai suoi occhi di ingenuo deve avere ben poco.

Comunque sia, da quella notte il titolo cominciò ad aleggiare sopra la mia testa mentre scrivevo, dando ora una direzione al racconto, ora un’altra. Se fino ad allora il processo di scrittura era stato spesso macchinoso e un poco contorto, a quel punto cominciò a diventare fluido. Così mi piace definirlo. Ha già sperimentato quella fluidità dell’arto scrivente, che è il prosieguo naturale di quella del cervello?

La prima volta che Galvani aveva letto la lettera gli era scappata una risata amara: nessuno aveva mai definito «fluida» la sua scrittura… D’altronde faceva bene attenzione a non misurarsi con altri che non fossero i giurati di qualche concorso letterario di provincia. Ne aveva vinti diversi, e anche se non gli era sembrato il caso di fare troppa pubblicità a scuola, qualcuno l’aveva saputo, e una volta all’albo dell’aula docenti era comparso un ritaglio di giornale in cui si parlava di lui. Nessuno però era venuto a complimentarsi.

Credo di avere parlato abbastanza. Il mio preambolo a questo punto avrà sicuramente superato la soglia della sua pazienza (comunque immensa, se mi ha letto fin qui), costringendomi ancora una volta a chinare il capo e chiedere scusa. Per me le occasioni di scambio con una persona attenta e intelligente, con i miei stessi interessi, sono molto rade, per cui forse ho esagerato, lasciandomi andare a tutta una serie di tediose considerazioni. Ma eccomi di nuovo intenta a giustificarmi…

Forse è meglio se giungo al sodo, caro Professore.

Dopo tutti questi anni, Il martirio di Filomena è finalmente giunto a termine, come avrà certamente capito al cospetto del manoscritto che allego a questa lettera. È lungo oltre settecento pagine che mi sono costate più fatica del parto di João… Io non sono più in grado di leggerlo, di capire se vale qualcosa, di giudicarlo. Ho dunque cominciato a pensare a chi mi avrebbe potuto aiutare. Ci ho pensato per mesi, senza osare chiedere consiglio a nessuno, anche perché ad oggi nessuno sa di questa mia passione.

Poi un giorno, mentre ero ferma a un semaforo, lei si è affiancato. Sulle prime non l’ho riconosciuta, anche perché porta i capelli più corti rispetto a cinque anni fa. Più tardi però ho capito chi era, e di colpo mi sono ritornati in mente anche i nostri incontri settimanali con João. Ho provato a ponderare questo mio gesto, la mia eventuale richiesta, cercando di analizzare la questione da tutti i punti di vista; se da una parte avevo già potuto contare una volta sul suo aiuto, e quindi la sapevo generosa, dall’altra non volevo assolutamente abusare della sua gentilezza e innata predisposizione al genere umano.

La mia fiducia nella sua persona e il rispetto che sempre porterò per lei hanno infine fatto pendere l’ago della bilancia dalla parte del coraggio.

Avrebbe voglia, Professor Galvani, di leggere il mio manoscritto per poi dirmi cosa ne pensa? Ho messo da parte una piccola somma, di cui però troverei poco elegante parlare prima ancora di avere trovato un accordo. Se lei dovesse accettare, avremo modo di discuterne di persona. Si prenda ovviamente tutto il tempo di cui ha bisogno, e se proprio dovessero esserci nella sua vita impedimenti tali da non permetterle di dedicare del tempo a questa lettura, capirò. In quel caso le chiederei gentilmente di indirizzarmi, con tutta la delicatezza del caso, a un collega che goda della sua fiducia.

Grazie, Professor Galvani,
per avere letto almeno questa lettera.
Oso sperare di incontrare la sua approvazione,
nella quale ripongo grande valore.
Con stima Sua Maria João.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani