Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (6)

Uno scorcio di trama 

Non so bene come iniziare, sebbene mi sia mentalmente figurata questa lettera decine di volte. Le sto infatti per rivelare un segreto che non ho mai confessato a nessuno. Ma cosa sono i veri segreti, se non piccole stanze in ognuno di noi, chiuse a tutti, parenti e amici compresi? Quelle stanze possono contenere i nostri tabù, i desideri più segreti, ma anche passioni di cui ci vergogniamo o di cui andiamo talmente fieri da avere paura di svelarle… come nel mio caso.

Si è mai chiesto, Professor Galvani, di cosa riempiamo la nostra vita, noi emigrati, malati di nostalgia e di distanza da casa? Crede che gli incontri al circolo portoghese bastino per integrarsi, per riempire le serate? Pensa che una chiamata settimanale al proprio figlio risarcisca il vuoto che si prova in occasione dei compleanni, delle feste, dei Natali?

È vero, quando cominciammo a disporre di più soldi, i regali aumentarono. João fece sicuramente festa alla bicicletta da cross nuova che aspettava da anni o alla maglietta del suo giocatore di calcio preferito, ma noi? Quei sorrisi, quei ringraziamenti telefonici o epistolari non potevano di certo sopperire al vuoto, all’assenza.

Mio marito, che è sempre stato un uomo pratico ed espansivo, cominciò presto ad allenare la squadra di calcio dei pulcini tre sere alla settimana, proiettando su quei piccoli calciatori le speranze e le aspettative di cui in realtà avrebbe voluto investire João. Filipe sa farsi amare molto più di me, ride, scherza e corre di qua e di là per rendersi utile: pota gli alberi degli amici, si occupa della griglia durante le feste, organizza tornei di calcio e, grazie a questo suo attivismo, per lui che è integrato, è stato facile trovare il dialogo con João. Dal giorno in cui è arrivato se l’è trascinato appresso, catapultandolo in un mondo pieno di lavoratori pronti a battergli sulla spalla e a dirgli quanto fosse in gamba suo padre. Sono sicura che mio marito a modo suo, e io a modo mio (e ovviamente con il suo aiuto, Professore) abbiamo trovato una via per nostro figlio, e per una madre non vi è nulla di più importante. Sono fiera di João.

Ma ritorniamo a noi. Io ho trascorso molto tempo della mia vita da sola. Non sono mai stata una grande amante della televisione, nutrendo una spiccata predilezione per la lettura. Questo era uno dei motivi per cui andavo molto d’accordo con mio suocero, la cui morte fu un duro colpo anche per me. Durante i primi mesi in Svizzera, quando ancora non lavoravo, leggevo tantissimo. Andavo in biblioteca quasi tutti i giorni: dopo avere spulciato gli annunci sul giornale, passavo ai libri. A volte ne leggevo uno al giorno. E, cosa per me fondamentale, anche se scriverlo mi fa arrossire, senza sborsare un centesimo! Poi una sera (mio marito era uscito a cena con gli amici del calcio), senza preavviso alcuno, mi venne un’idea… un’idea di storia. È strano da spiegare, ma ebbi come la visione di uno scorcio di trama, e decisi di metterla nero su bianco trascrivendola dalla mia mente a un quaderno.

Il giorno successivo, al lavoro mi ritrovai più volte a pensare a quel mozzicone di storia, e cominciai ad arricchirlo secondo possibilità diverse. Entro sera la mia storia era già lunga il triplo, e le sue diramazioni possibili sembravano letteralmente scoppiarmi in testa. Lei è un uomo di lettere, Professor Galvani, insegna da anni e ha vinto molti concorsi letterari: sicuramente conosce la sensazione di euforia, di emozione e eccitazione che si prova quando si sente una storia che cresce in testa…

Galvani non aveva mai avuto quella sensazione, perché paradossalmente era un uomo senza fantasia. Tutto quello che aveva scritto, indistintamente, era il risultato di rimaneggiamenti di grandi romanzi mescolati a squallide storie da rotocalco. Copiava a destra e a manca, cambiando i nomi ai personaggi, il loro sesso, l’età, modificando il paesaggio, così da non renderli riconoscibili. Mai nella sua vita aveva avuto un’illuminazione come quella cui faceva riferimento la donna, mai aveva sentito il bisogno impellente di buttare giù all’istante una frase o un’idea allo stato embrionale, per poi aiutarla a crescere, nutrendola con la propria fantasia. Durante gli anni in cui era stato insegnante si era sforzato, ci aveva provato, aveva immaginato di essere uno scrittore nella speranza di facilitare l’ispirazione, ma non era successo nulla. Eppure aveva continuato a non fare segreto delle proprie velleità e delle proprie ambizioni letterarie, tanto astruse da strappare sorrisi di sufficienza ai colleghi. Con il passare degli anni il «circolo degli intellettuali» della scuola in cui insegnava cominciò ad escluderlo sempre più teatralmente: i colleghi smettevano di parlare quando compariva in aula docenti e nessuno lo invitava quando uno di loro presentava la propria nuova raccolta di poesie in libreria.

Galvani soffriva terribilmente per quel trattamento, e a poco valevano gli inviti degli insegnanti delle materie scientifiche (più spigliati e meno cervellotici): lui con loro non voleva avere a che fare perché si reputava comunque un intellettuale.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (5)

Uno scorcio di trama 

Galvani aveva dovuto reprimere il desiderio istintivo di toccarla. La donna dimostrò un certo pragmatismo mentre gli esponeva per sommi capi la situazione privata di suo figlio João.

Lui per un certo tempo li aveva aiutati. In modo molto discreto, così che nessuno potesse un giorno rimproverargli di avere fatto delle preferenze, o di avere avuto dei secondi fini. Galvani fece di tutto perché João godesse delle simpatie dei professori, calcando la mano con i colleghi sulle sue presunte doti; chiuse più di un occhio di fronte a certi atteggiamenti prevaricatori nei confronti di ragazzi più mingherlini, ma soprattutto istituì un incontro settimanale a tre con la madre, al fine di discutere progressi ed errori alla presenza di João.

Galvani si rivide in quel periodo lontano, in cui si sentiva ancora molto maldestro. D’altronde sentimentalmente non gli andava particolarmente bene: la prima moglie aveva chiesto il divorzio proprio in un momento in cui lui viveva nel terrore di ammalarsi alla prostata come era successo a suo padre (i segnali c’erano tutti: di notte si alzava almeno due volte per orinare). Galvani aveva cominciato a prestare attenzione all’alimentazione e si era banalmente iscritto in palestra, sostituendo gradualmente gli abiti vecchi con roba più colorata e alla moda. Forse era diventato un po’ pacchiano, col senno di poi doveva ammetterlo, ma all’epoca pensava di essere attraente a sufficienza per una donna delle pulizie, per di più portoghese.

Gli incontri settimanali cominciarono come stabilito, e lentamente diedero i propri frutti. Settimana dopo settimana João sembrava acquistare fiducia. A casa la madre continuava a seguirlo da vicino, con un affetto e una dedizione mai opprimenti, sebbene permeati dai sensi di colpa. Ma settimana dopo settimana Galvani notava con sconcerto anche qualcos’altro: se la prima volta la donna si era presentata con un abito che l’aveva turbato, cominciò gradualmente a coprirsi, spesso indossava dei dolcevita e capitava che non si togliesse nemmeno il soprabito. Teneva i capelli sempre raccolti e le sue frasi si fecero più brevi. Galvani ignorò quella presa di distanza: continuò a invitare madre e figlio a mangiare con lui, a bersi almeno una cosa, a fare una passeggiata, ma la risposta alle sue proposte era sempre negativa.

Quel comportamento, che Galvani leggeva come altezzoso, con il passare dei mesi lo aveva portato a sviluppare un’antipatia, quasi un odio, nei confronti di quella donna che, in cambio delle sue attenzioni e del suo tempo, lo trattava con sdegno e freddezza.

Conservo con gelosia il ricordo dei nostri scambi, per i quali non potrò mai esserle grata abbastanza. Adesso che ci ripenso, rammento che João, dopo il nostro primo incontro, mi chiese di vestirmi con maggiore decenza. Secondo lui a volte indossavo abiti troppo appariscenti. Mi creda, Professor Galvani, non è mai stata mia intenzione cercare di sedurla in alcun modo, o venire etichettata come donna poco seria. Sono legata a mio marito da moltissimi anni, e non gli ho mai dato motivo di vergogna. Le parole di João quindi mi colpirono profondamente, facendomi riflettere sul fatto che non abbiamo mai modo di capire fino in fondo la conseguenza di ogni nostra azione. L’imprevisto finisce sempre per avere il sopravvento.

Mi dispiace avere potuto contraccambiare solo miseramente il suo tempo e le sue attenzioni per João. Quello che lei ha fatto non ha prezzo per noi, eppure eccomi di nuovo qui a chiederle aiuto. Ci sarebbe di che vergognarsi… Questa volta, glielo prometto, non mi limiterò a inviarle conserve fatte in casa, marmellate e buoni-libro, ma vorrei pagarla. Non si scandalizzi, la prego, ma sono convinta del fatto che il tempo di ognuno di noi abbia un prezzo. La mia situazione economica, pur non essendo rosea o al di sopra di ogni preoccupazione, è sicuramente migliore rispetto a quando arrivammo in Svizzera, abbastanza stabile da evitarmi quelle situazioni imbarazzanti che creano disagio e senso di inferiorità.

I nostri incontri terminarono da un giorno all’altro, verso la primavera. Quando gliene chiesi il motivo lei non me lo volle fornire, e io non insistetti. Immaginai che affrontare un divorzio (me ne aveva accennato João) fosse una cosa difficile, che richiedeva tempo ed energie, per cui decisi di continuare da sola il percorso di dialogo che avevamo iniziato con João. Spero che nel frattempo lei abbia raggiunto una sua serenità. Ho sempre serbato nel cuore un profondo senso di gratitudine, e spesso, ripensando alle sue parole, ho trovato una risposta e un sostegno. È anche grazie a lei, Professor Galvani, se João ha individuato la sua strada e ora ha una vita serena. Presto compirà vent’anni e la settimana scorsa ci ha portato a casa la sua prima ragazza, una persona deliziosa. Ma sto di nuovo divagando, mi scusi.

Credo che una delle cose più belle di quando si aiuta il prossimo sia anche la gratitudine che ci viene data in cambio. E proprio il ricordo della sua generosità, le sensazioni di accoglienza provate allora, mi hanno armata ora del coraggio necessario per cercarla, per riprendere sfacciatamente i contatti con lei. È vero, avrei forse potuto chiederle il permesso, ma avevo troppa paura di un rifiuto, e oltre a lei non saprei a chi rivolgermi. Non sono mai riuscita a costruire grandi rapporti con gli indigeni, ancor meno con persone in qualche modo impegnate in attività intellettuali.

La prima volta che aveva letto quell’espressione Galvani si era stupito. Nonostante la donna non gli avesse mai dato l’impressione di essere stupida (aveva pur sempre imparato quasi perfettamente l’italiano e aveva fatto una certa carriera), non l’avrebbe mai associata a nessuna «attività intellettuale».

Su un angolo del tavolo da lavoro, di fianco a un vaso pieno di gigli dal profumo dolciastro, c’era un grande vassoio d’argento intarsiato. Vi erano disposte alcune bottiglie di cristallo contenenti whisky, Galvani si servì un bicchiere di Laphroaig e sprofondò nella poltrona davanti al camino. Gli pulsavano le tempie, il senso di colpa faceva il suo corso, anche se con gli anni aveva perso di vigore.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (4)

Uno scorcio di trama 

La lettera «Al gentile Signor Galvani» continuava.

Furono anni molto difficili, Professor Galvani, anche perché era praticamente impossibile uscire dalla condizione di migranti-manodopera, e si finiva sempre per elevare la comunità portoghese a proprio punto di riferimento. Feci fatica a trovare un impiego, trascorsi i primi mesi a decifrare i giornali. L’italiano lo imparai così: grazie agli annunci di lavoro e a un piccolo dizionario tascabile. Mio marito lavorava come cameriere e spesso sacrificava le vacanze per dare una mano a un suo amico che faceva il custode, senza dubbio per amicizia, ma anche per arrotondare un po’.

Finalmente riuscii anch’io a trovare un lavoro come donna delle pulizie in una scuola serale in cui lavoravano alcune connazionali. All’inizio lavoravo poche ore, sufficienti però permetterci di spostarci in un appartamento più grande e di inviare regolarmente soldi a casa. A dire il vero due anni fa avevamo già cominciato a pensare di farci raggiungere da João. Nel frattempo io ero infatti riuscita a diventare coordinatrice di un piccolo team di pulizia privato e stavo analizzando l’annuncio di una ditta che cercava una direttrice per il settore logistico-organizzativo. Mi offrivano delle ore in ufficio che mi avrebbero permesso di emanciparmi finalmente dalla schiavitù del lavoro serale.

Con mia grande sorpresa fui assunta e la nostra vita cambiò. Di colpo alla fine del mese ci avanzavano dei soldi e mio marito poté abbandonare i suoi lavoretti extra. Ci rendemmo conto di tutto quello che ci eravamo persi in quegli anni di lavoro e sacrifici: iniziammo a uscire a cena, ad acquistare dei mobili nuovi (ci eravamo sempre accontentati dell’usato), a comprarci un abito di cui non avevamo necessariamente bisogno, ma la cosa più bella fu che aumentammo considerevolmente l’importo da inviare tutti i mesi in Portogallo.

Ci scapparono così tra le mani quasi tre anni, durante i quali avremmo potuto prendere João con noi, risparmiandogli forse una bella dose di sofferenza. Avrebbe vissuto con minor dolore la morte del nonno, avrebbe avuto modo di conoscerci prima, si sarebbe integrato meglio a scuola… sono insomma mille le cose che per João sarebbero state più semplici se noi fossimo stati meno egoisti. Ma con il senno di poi, immagino che capiti anche a lei, tutto sembra più facile e scontato.

Dopo i funerali del nonno tornammo in Svizzera in tre. Ci ritrovammo a dovere ricavare in fretta e furia una stanza dal mio studio e, almeno nei primi mesi, a dovere consolare della morte del nonno e del distacco dalla nonna un figlio per molti versi a noi estraneo.


Fu in queste condizioni psicologiche che João si aggregò a una classe di ragazzini più giovani di lui nel mese di maggio, quando la scuola stava per finire. Io allora non la conoscevo ancora, Signor Galvani, altrimenti forse mi sarei rivolta a lei, chiedendole dei consigli per migliorare lo stato emotivo di mio figlio durante i mesi di vacanza che ci attendevano. Fu un inferno, non esagero: a un certo punto João smise quasi del tutto di parlarmi… ma preferisco non rivangare, per me fu un periodo doloroso, e ancora oggi sono perseguitata dai sensi di colpa. Al termine dell’estate il destino aveva però in serbo una sorpresa. E mi creda, non esagero quando affermo che, decidendo per puro altruismo di aiutarci, lei ha dato una svolta alla nostra vita!


Altruismo
, pensò Galvani. Aveva convocato la madre di João dopo l’ennesimo pestaggio a meno di due settimane dall’inizio della scuola. Pur avendo deciso, dopo anni di esperienza, di non figurarsi mai i genitori dei suoi allievi prima di averli incontrati (poiché era una perdita di tempo, e spesso una delusione), la vista della madre di João lo aveva impressionato. Si era ritrovato davanti una donna leggermente più alta di lui, riccia e scura, i cui occhi attenti spalancati erano attraversati da un’ombra di apprensione. Il naso era imponente ma non spezzava l’incanto del volto, sovrastando fiero la bocca carnosa. Il vestito color senape le si incrociava sul petto, mettendo in evidenza i bei fianchi allenati dal lavoro fisico, e un girovita sottile. La sua pelle era ricoperta da una patina di sudore.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (3)

Uno scorcio di trama 

Galvani estrasse il plico di fogli di carta sottile a linee orizzontali scritti solo da una parte. La grafia era minuta e regolare e, allontanando i fogli dagli occhi, le pagine sembravano lembi di pizzo. Galvani indossò gli occhiali e saltò al secondo capoverso, pur conoscendolo a memoria.

Per prima cosa credo sia necessario presentarmi, non ho infatti la supponenza di credere che i nostri brevi incontri abbiano lasciato un segno in lei. Sono Maria João Gonçalves Pereira, madre di João Gonçalves, che è stato suo allievo cinque anni or sono. Non so se lei ricorda, ma João era maggiore di due anni rispetto ai suoi compagni di classe. Aveva frequentato le scuole in Portogallo, dove lo avevamo lasciato dai nonni quando decidemmo di emigrare in Svizzera. Come forse ricorda gliene accennai, spiegandole anche i motivi dell’aggressività iniziale di João, a contatto con ragazzini non ancora in adolescenza (quando lui era in piena tempesta ormonale) e costretto ad esprimersi in una lingua che non conosceva.


João era odioso e il suo comportamento mi mortificava, così decisi di mettercela tutta per cambiare le cose. Tanto per cominciare ogni sera mi prendevo un’ora per parlargli in italiano, cosa non scontata per me – ma lui mi subìva e basta. Subìva me, sua madre, un’estranea che di colpo doveva chiamare «mamma» pur avendola vista solo in fotografia e nel corso di qualche breve soggiorno in Portogallo (mio marito lavorava come cameriere e le nostre vacanze combaciavano raramente). Una madre che, forse un po’ innaturalmente, lo costringeva a parlare in italiano, quando lui non aveva ancora elaborato il lutto per la perdita dell’amato nonno.


Credo che quello per João sia stato uno dei periodi più difficili. Lui è cresciuto nel nord del Portogallo, non lontano dall’Oceano Atlantico, in un paese rurale in cui i coetanei si contavano sulle dita di una mano. I genitori di mio marito lavoravano la terra: persone di poche parole, dai modi forse un poco rudi e schietti, ma molto generose. Avevano mani impressionanti, deformate dal lavoro. Da giovane mio suocero aveva imparato a leggere: la sua fortuna era stata quella di rimanere orfano e venire affidato alle cure severe dei gesuiti. Mia suocera non ebbe questo privilegio, e probabilmente non riuscì mai a capire fino in fondo il piacere che lui si concedeva tutte le sere quando, rientrato dal lavoro, prendeva un libro e si sistemava su una sedia o sul divano del poco pretenzioso salotto.


Mi deve scusare, Signor Galvani, se sto divagando. È un mio grave difetto, ho sempre l’impressione di dovermi giustificare, di dovere spiegare al mondo i motivi della mia presenza e delle mie azioni. Volevo semplicemente farle comprendere l’ambiente in cui era cresciuto mio figlio, abituato a trascorrere molto tempo in solitudine e a parlare lo stretto necessario.

Un giorno il nonno di João non ritornò dai campi. Allarmato dalla madre, suo figlio minore andò a cercarlo in motoretta, e lo trovò mezz’ora più tardi con il volto conficcato nella terra che aveva appena lavorato, stroncato da un infarto. Io e mio marito chiedemmo un permesso straordinario e partimmo in macchina quella notte stessa. Mio marito Filipe si trattenne fino al confine tra Spagna e Portogallo: non diceva niente, limitandosi a fissare l’asfalto con gli occhi che strabuzzavano. Una volta in patria però scoppiò a piangere e cominciò a pigiare l’acceleratore come un forsennato, come se arrivare un’ora prima avrebbe fatto la differenza. João ci aspettava sullo spiazzo di terra battuta davanti a casa, aveva gli occhi gonfi e quando lo abbracciammo tremava. Ci fece strada fino alla camera ardente, dove mio suocero giaceva in una bara di legno scuro, vestito del suo abito migliore, i baffi ben pettinati, il volto ripulito dalla terra e le mani grosse e nodose raccolte in grembo. Quattro donne, tra cui mia suocera, erano impegnate a recitare il rosario. Al nostro ingresso nessuna si alzò o si interruppe: si limitarono a invitarci a prendere parte alla preghiera con un cenno del capo. La veglia durò due giorni, durante i quali cercai di rendermi utile preparando caffè e offrendo biscotti agli ospiti. Approfittai di quei momenti in cucina, dove nessuno ci avrebbe disturbato, per ricucire con João un filo che si era spezzato dodici anni prima, quando di comune accordo con l’uomo che giaceva nella bara due stanze più in là, proprio al tavolo di quella cucina, avevamo deciso che noi ci saremmo sacrificati partendo per la Svizzera.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (2)

Uno scorcio di trama 

Si fermò e respirò a fondo. Era mercoledì pomeriggio: mancavano quattro giorni all’appuntamento con il medico e due alla tradizionale festa che davano per celebrare l’inizio dell’estate. Sua moglie era a un corso di yoga e aveva detto che sarebbe passata in lavanderia a ritirare una camicia, alla domestica era stata anticipata la giornata libera. Gli restava esattamente un’ora per trovare quella lettera e disintegrarla, una volta per tutte. Si guardò intorno nel suo lussuoso studio, il suo regno. Oltre la finestra aperta i rami degli alberi del parco fremevano per la brezza leggera. Due uccelli si richiamavano in lontananza con insistenza. Dove poteva avere messo quella lettera? Le pareti erano rivestite di librerie. Sotto la finestra un divano di cuoio sfondato recava l’impronta del corpo massiccio di Galvani. Sul suo antico tavolo da lavoro, disposto obliquamente al centro, troneggiavano due computer e il portatile che gli serviva durante i suoi numerosi viaggi all’estero. Davanti al maestoso camino un’immensa poltrona dava la schiena a chi entrava.

Galvani si mise a cavalcioni sul divano e frugò tra i grossi cuscini. Infilò la mano in un buco che aveva realizzato lui stesso, utilizzandolo come nascondiglio fino al giorno in cui aveva trovato la domestica intenta a passare lo straccio perfino negli anfratti del divano. Tastò speranzoso, ma la lettera non c’era. Si spostò verso gli scaffali, dove le sue mani vagarono alla cieca e invano dietro alle file di libri dei ripiani più bassi. Davanti al divano su un tavolino basso acquistato in India, giacevano pile di libri e riviste, ma lì la lettera non l’avrebbe lasciata di sicuro. Cercò di pensare all’oggetto più insospettabile dello studio, a qualcosa che non venisse spolverato, pulito e lucidato regolarmente. La sua proprietà veniva infatti scandagliata da cima a fondo, dentro e fuori, da due giardinieri, una domestica e una cuoca a metà tempo, oltre a una cameriera e a una specie di maggiordomo su chiamata quando davano una delle loro celebri feste.

Sentì la frenesìa familiare di quando il suo cervello si imbarcava in percorsi tutti suoi. Pensando alla sua casa la associò come sempre al valore che aveva, ai soldi che gli avrebbe fruttato, e di riflesso gli venne in mente la banca… Galvani era in preda all’angoscia: se la lettera non fosse stata dove pensava, non avrebbe più saputo dove cercarla. Nello studio c’era una mappetta che sua moglie non avrebbe mai aperto, e che la domestica spolverava in modo quasi distratto, al riparo da qualsiasi curiosità: conteneva la cartella dell’ipoteca della villa ottocentesca in cui vivevano da ormai quindici anni e per la quale si era quasi dissanguato (ma ne era valsa la pena, aveva acquisito uno status symbol che mai avrebbe osato sperare). La mappetta si trovava insieme ad altri tre classificatori contenenti progetti teatrali, incipit di saggi, versi sparsi… bozze accumulatesi negli anni e che non avrebbero visto la luce. I battiti del suo cuore si intensificarono e le mani cominciarono a tremargli. Aprì la mappetta e con un sospiro di sollievo trovò la grossa busta sigillata con il logo della banca. La strappò e fece cadere sul tavolo una busta più stretta e rettangolare, su cui esattamente vent’anni prima in inchiostro nero qualcuno aveva scritto «Al gentile Signor Galvani»

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (1)

Uno scorcio di trama 

Iniziamo oggi la pubblicazione in 9 puntate (con cadenza quotidiana) del racconto della collaboratrice di Naufraghi/e Simona Sala “Il martirio di Filomena”, con le illustrazioni di Franco Cavani. Ci auguriamo con questo di offrire a lettrici e lettori un momento di tregua dalla crescente fatica di stare con i piedi su questo mondo.


Gentile Signor Galvani,

la prego di scusare questa invadenza, poco consueta per me, che mi spinge a cercare il suo appoggio sebbene di fatto siamo due sconosciuti.

Galvani ricordava perfettamente le parole con cui iniziava quella lettera, anche se non era per leggerla che la cercava. Era certo che si trovasse nel suo studio, ma non ricordava dove. Pensò intensamente all’ultima volta che l’aveva tenuta tra le mani. Di tanto in tanto le cambiava nascondiglio, poiché aveva sempre paura che la domestica potesse scovarla e, magari per un impulso malizioso, consegnarla alla moglie. Ma questa volta dove l’aveva messa? Possibile che non ricordasse?

Ripensò alla conversazione sentita casualmente due giorni prima. Galvani stava schiacciando un pisolino sulla sdraio accanto alla piscina, in un angolo del parco, quando era stato punto al gomito da una vespa.

Sorreggendo il braccio che si gonfiava con quello sano, si era avviato verso la casa per procurarsi del ghiaccio e un antistaminico, quando attraverso la finestra aperta aveva sentito il telefono squillare. Aveva risposto la moglie (forse si era fatta chiamare apposta a quell’ora, sapendo che lui faceva la siesta). Nonostante il dolore al braccio Galvani aveva rallentato il passo sollevando i piedi con cautela per evitare che la ghiaia del viale scricchiolasse. Una volta giunto sotto la finestra aperta, si era appollaiato di fianco a una grossa ortensia blu, da dove riusciva a sentire la conversazione.

«Ah, buongiorno dottore, (la voce della moglie, roca per il fumo, sembrava leggermente irritata) no, certo posso parlare, no, non c’è. È sceso nel parco per la sua siesta… Ho fatto come mi ha detto, certo… Gliel’ho chiesto, sì… Sì, esattamente… proprio così… (Una breve pausa, durante la quale si sentirono solo mugugni di assenso, mmhh, mmmhh)… Lei crede siano necessarie ulteriori analisi? Capisco, demenza?… Sì, certo, sono solo sospetti, ma è comunque necessario andare a fondo… Alzheimer? Ha ragione, non saltiamo a conclusioni affrettate».

Sua moglie non sembrava sconvolta o addolorata, ma manteneva il tono funzionale di sempre. Sicuramente, pensò Galvani, stava pensando a come incastrare i nuovi appuntamenti medici nella sua fitta settimana, se prima o dopo la lezione di Pilates, se nei giorni in cui andava dal parrucchiere oppure quando si incontrava con la figlia in città. Lo rivelavano le sue pause e quell’ultima frase: «Perfetto dottore, per intanto la ringrazio, le farò sapere mercoledì quando ci vediamo. Ora chiamo anche mia figlia, forse riesce ad accompagnarci. Arrivederci».

Mancavano dunque sei giorni all’appuntamento che gli avrebbe stravolto la vita: Galvani ne era certo… il cuore gli rimbombò nel petto, e per un attimo il terrore eclissò il dolore della puntura.


Galvani stava perdendo la memoria, su questo non c’era dubbio. Dopo quella telefonata aveva passato due notti a spulciare centinaia di siti internet in cui si parlava di perdita di memoria, nel masochistico intento di procurarsi tutte le conferme del caso. Che qualcosa non andasse più per il verso giusto era evidente (aveva riposto il suo orologio d’oro nel reparto delle uova in frigorifero, e due giorni prima non ricordava la password del suo pc, per non parlare dei nomi degli amici), ma la natura del disturbo, di quegli inquietanti vuoti di memoria, non era ancora stata identificata con certezza.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Quello stalking riguarda anche noi

Uno scorcio di trama 

La giornalista italiana Selvaggia Lucarelli può piacere oppure no, irritante come a volte sa essere con i suoi modi per alcuni pedanti, il reiterare a spron battuto quando prende di mira una persona, e l’esposizione al pubblico ludibrio del bersaglio di turno, ovviamente soprattutto via social (oltre che sulle pagine del «Fatto Quotidiano»). Nelle sue inchieste, da una parte si concentra sulle truffe «a fin di bene», dall’altra si occupa di difesa dei diritti delle donne – ossia dei diritti umani – attraverso un’osservazione attenta della realtà e soprattutto, spesso da una prospettiva insolita.

A lei si imputano dunque tanto il naufragio del matrimonio della coppia più glamour della Penisola, i Ferragnez, in seguito all’affaire Balocco, quanto il suicidio di una pizzaiola accusata di essersi fatta pubblicità in modo subdolo. L’ultimo capitolo della sua lunga serie di inchieste, però, ha smosso un tema così delicato da tirare in causa parte del mondo della musica, facendo emergere ancora una volta quanto non sia esagerato parlare di un grave – e condiviso – problema di genere.

Il caso nell’occhio del ciclone riguarda Morgan, istrionico (e volgare) personaggio televisivo, che avrebbe presuntamente stalkerato e progettato di rapire una sua ex, la cantante Angelica Schiatti, in arte Santangelica. La donna avrebbe prontamente denunciato le ripetute molestie, eppure, nonostante l’attivazione del codice rosso, il processo langue da quattro anni (la difesa cerca con insistenza un patteggiamento che lei, e fa bene, non è disposta a concedere). Lucarelli, nessuno sa come, ha avuto accesso alle carte processuali, comprendenti tutta una serie di prove, di cui fanno parte gli screenshot dei messaggi inviati da Morgan alla donna: proprio questi ultimi sono di una violenza verbale tale che, più che mettere in luce un grande artista, ci restituiscono anzitutto un cattivo perdente, un uomo la cui irriverenza al confine con la maleducazione è sempre stata sdoganata come inarrivabile competenza.

Protagonisti e location della vicenda sono interamente italiani, è vero, e sebbene da noi tutto questo non potrebbe accadere (ma non perché non abbiamo degli stalker, quanto più perché il nostro codice penale nemmeno lo contempla, lo stalking: ora il Consiglio federale sembra disposto a cambiare idea, ma mette in guardia chiunque a non riporvi aspettative eccessive), ci riguarda molto più di quanto possiamo pensare. Le matrici di questi comportamenti, infatti, si assomigliano tutte, e oltre a mettere in luce il crescente senso di possesso di molti uomini nei confronti delle donne, ancora oggi possono fare spesso scattare dei meccanismi per cui non solo l’accusato, ma anche la vittima si ritrova a doversi difendere.

Alle donne che denunciano si chiede infatti di riuscire a dimostrare a tutti gli effetti e con tutte le prove possibili, di avere davvero subito una molestia o un abuso, di non avere travisato un gesto in buona fede (ogni donna lo potrebbe confermare: i gesti in buona fede sono un’invenzione degli uomini), di non avere sciolto le briglie della propria immaginazione o, peggio ancora, di brame segrete. E tutto ciò in un clima ostile dove molto spesso una delle reazioni più forti dell’opinione pubblica è quella di istillare il dubbio sulla veridicità della vittima. Lo sta facendo Morgan, gettando fango ovunque gli capiti, parlando di persecuzione e accanimento, lo hanno fatto, prima di lui, Beppe Grillo e Ignazio La Russa per difendere da pesanti accuse di reati sessuali i figlioletti Ciro o Leonardo Apache; e lo si fa anche da noi, in modo forse meno mediatico, ma non per questo meno doloroso per le vittime.

L’estate con la sua presunta leggerezza non rappresenta dunque una scusa plausibile per non chinarsi, di nuovo e con rinnovato vigore, su temi che riguardano non solo le nostre figlie e sorelle, ma di riflesso la società tutta. L’educazione alla vita, infatti, avviene giorno dopo giorno e passo dopo passo: non può essere un processo a singhiozzo o episodico, ma deve diventare strutturato, così come certi codici comportamentali devono diventare prassi. La regolamentazione attraverso il codice penale sarebbe in questo senso già un grande passo in avanti.

Scritto per “azione”

Nell’immagine: il cantante Morgan accusato di stalking e molestie


Una scuola superiore davvero inclusiva?

Uno scorcio di trama 

Per fare il verso (senza ironia) al recente articolo di Adolfo Tomasini apparso su Naufraghi/e sulla scuola che ai liberali non piacerebbe più, ci verrebbe da aggiungere che in questo loro scetticismo non sono soli. Chi nell’ultimo ventennio si è ritrovato a «praticare» la scuola ticinese per contingenze inderogabili (nella fattispecie, figlie e figli, nonché una fede indefessa nella scuola pubblica), si è vista/o spesso nella posizione di dovere gettare la spugna laddove l’incoerenza di certe pieghe del sistema in qualche modo pregiudicava la possibilità stessa di comprendere.

Lasciando da parte le sperimentazioni avvicendatesi negli anni recenti della scuola dell’obbligo, di cui ricordiamo solo il «metodo Monighetti» (abbandonato quasi subito) e il DIMAT (un approccio differenziato alla matematica, sdoganato per anni come panacea di quello che potremmo chiamare il «mal di matematica»), ci piacerebbe, partendo proprio dalla legge sulla scuola del 1990, fare alcune considerazioni sulla scuola post-obbligatoria. Ossia, quel bacino immenso in cui si trovano spesso a galleggiare centinaia di giovani che, non ancora del tutto certi del percorso formativo intrapreso, tentano di individuare una strada che li possa portare a una realizzazione personale e professionale.

Come ogni anno, all’ombra di chi non ha rilevato difficoltà particolari nell’adempimento di quanto richiesto sui banchi di scuola, e magari anche di chi ha potuto godere di un pizzico di fortuna nell’assegnazione del consiglio di classe (formazione corpo docenti), si muove – o piuttosto, sta immobile – chi da quello stesso sistema è stato espulso, o si è allontanato, sia per insufficienza di prestazione, sia per mancanza di motivazione.

Fra queste ragazze e questi ragazzi vi sono numerosi iscritti ai licei o alla SCC di Bellinzona, dove, da qualche anno a questa parte, per decisione del già consigliere di Stato Manuele Bertoli, è prevista un’unica bocciatura nell’arco dei primi tre anni. Il regolamento va rispettato, anche laddove non è condivisibile: chi boccia la seconda volta, parrebbe, ha palesemente fatto una scelta formativa errata, ed è dunque giusto che si cimenti nella ricerca di un nuovo percorso formativo.

Un antico adagio però recitava: «C’est le ton qui fait la musique», ed è proprio su quel tono che ci piacerebbe soffermarci. Secondo l’articolo 2 della Legge della scuola (LSc), infatti, «La scuola promuove, in collaborazione con la famiglia e con le altre istituzioni educative, lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà». Un approccio dunque proattivo alla formazione della giovane e del giovane, che prevede, fra le altre cose, collaborazione con la famiglia, sviluppo armonico e (forse in un eccesso di ambizione) la realizzazione delle istanze di giustizia e libertà.

Di fronte a tale afflato costruttivo permeato di sensibilità, ancorato addirittura in un articolo di legge, quando ci si confronta con lo sconforto chi si trova in quell’ombra di cui sopra (ad esempio con un’espulsione definitiva per doppia bocciatura, ma anche con semplice bocciatura nel corso di un apprendistato) viene da chiedersi dove restino, quegli intenti. Dove resti, ad esempio, la collaborazione con le famiglie, quando queste spesso non vengono preavvisate di quello che i francofoni chiamano échec définitif, sebbene a restare a piedi siano dei minorenni. Oppure, dove sia possibile uno sviluppo armonico di un giovane apprendista quando, durante l’ultima lezione dell’anno, dal docente scopre di essere semplicemente «il numero 14» del registro. O ancora, dove risieda la giustizia, quando vi sono insegnanti che, con regolarità tutta svizzera, assegnano di norma una, due o al massimo tre sufficienze su classi di oltre venti studenti. O ancora, i motivi per cui siano comparsi, alla fine dei test di valutazione, voti come 1 o «non assegnato». E, per concludere, perché la responsabilità cada immancabilmente e senza eccezioni alla regola, sugli stessi studenti, in caso di fallimento in una materia, considerati pigri, o peggio ancora, incapaci.

Sarebbe interessante scoprire quante studentesse e studenti lo scorso 14 giugno, confrontati con la propria disfatta scolastica, hanno dovuto affrontare anche quella personale, con docenti che non si sono presentati nemmeno per una ultima stretta di mano, dopo mesi di regolare condivisione delle proprie esistenze (non sia mai trovare una parola di incoraggiamento o di consolazione per chi, in una società competitiva come la nostra, si trova a tu per tu con il primo importante fallimento personale).

Qualsiasi docente onesta e onesto (e ce ne sono, e sono tante/i, anche se spesso rischiano di finire oscurati da chi non è come loro) potrebbe approfittare di queste lunghe settimane di vacanza (sono davvero tante) per riflettere su come i fallimenti scolastici non siano sempre unilaterali, poiché spesso, per ogni studente che non ce l’ha fatta, il docente non ce l’ha fatta a sua volta a rispondere al mandato di «sviluppare il senso di responsabilità ed educazione alla pace (…) e agli ideali democratici». La scuola, infatti, si fa anche così: con onestà e coraggio, parlando a tu per tu con le e i giovani che non ce l’hanno fatta, in un dovere oltre che civico, anche civile, e che non riguarda solamente le famiglie (spesso snobbate alla stregua dei figli) ma forse soprattutto il corpo insegnanti.

Non tutti possono essere bravi maestri, ma tutti ci possono certamente provare, e ragazze e ragazzi, cittadine e cittadini di domani, di questo siamo sicuri, certamente lo sapranno riconoscere.


Nazionale

Uno scorcio di trama 

La prima vera consapevolezza di una profonda mutazione la nostra Nazione l’aveva forse avuta il 16 giugno del 2010, durante i Mondiali di Calcio del Sudafrica, giorno in cui, contro ogni aspettativa, previsione o scommessa, la Nazionale aveva battuto 1:0 la Spagna campione d’Europa in carica. Allora si era parlato di come perfino i politici, restii a interrompere le loro sedute, si fossero lasciati trascinare dall’euforia che dalla strada aveva idealmente oltrepassato le mura istituzionali, per festeggiare una prestazione sportiva che sfiorava il prodigio. Qualcuno già allora si era reso conto di come si festeggiasse tutti insieme una cosa sola, forse l’unica in grado di superare steccati linguistici ed economici, ma soprattutto politici: la vittoria di 11 uomini nell’arena erbosa di 105m x 68m.
Ma che Svizzera festeggiavamo? Era la Svizzera, oltre che di Ziegler e Grichting, dei Benaglio, Senderos, Derdiyok, Barnetta, H. Yakin, Fernandes, Nkufo e Behrami, una Nazionale che attraverso i suoi uomini raccontava la fuga da guerre di paesi lontani o sconosciuti, dalla disoccupazione o dalla discriminazione, e in tutto ciò costringeva anche i meno propensi a riconoscere che anche questa è la Svizzera, una squadra di uomini pronti a sudare e a correre per una bandiera. Il campo di calcio, dunque, come riflesso della società.

Oggi è di nuovo un grande giorno per il calcio svizzero, con una partita importante. Ma se 14 anni or sono l’avversario era una Spagna che allora come nel 2024 fa paura e pressa, oggi lo è un’Italia che oltre ai fasti degli anni passati, capaci di incutere soggezione, e a un pizzico di fortuna, si porta appresso ben poco, sia in termini di fantasia, sia di risultati. Eppure, da questa e dall’altra parte del confine, il nervosismo è palpabile: si interpellano esperti, si specula, si proietta. E la Nazionale di Murat Yakin sente di nuovo gonfiarsi intorno a sé la benevolenza e le speranze delle cittadine e dei cittadini svizzeri. I nomi sono cambiati, e forse ancora di più le proporzioni interne alla squadra, con una maggioranza di giocatori come Embolo, Ndoye, Xhaka, Duah e Akanji (solo per citarne alcuni) dal passato migratorio, ma dal futuro fulgido, come hanno dimostrato due partite su tre. 

Ma soprattutto, una coesione interna alla squadra che già da sola basterebbe a giudicare la tenacia e la fiducia dimostrate in campo, e che, fosse ancora lo specchio della società, ci lascerebbe ben sperare.

Proprio ieri, in occasione di un’intervista al Corriere della sera, il giocatore svizzero di origini albanesi Blerim Dzemaili, riconosceva al calcio questo ruolo di potenziale collante sociale, di palestra che da sportiva si fa anche culturale, parlando di “un coraggio dei primi tempi”, di “una generazione (quella dei figli dell’immigrazione, ndr) con una voglia e una fame incredibili”. Il segreto, secondo Dzemaili è da ricercarsi nei settori giovanili dei club, ben strutturati in Svizzera, e forse negli ultimi anni assai negletti in Italia (Paese cui comunque Dzemaili porta gratitudine, già solo per la carriera), e questo sebbene, oltre alla crescita calcistica, rappresentino il primo passo verso l’integrazione.

E a proposito di come nasce, quella coesione che si è vista in campo, soprattutto contro la Spagna, Dzemaili ha raccontato “Per noi le gerarchie non erano importanti, quello che contava era stare bene in gruppo e crescere: chiunque arrivasse a giocare nella Svizzera era subito uno di noi, non contava da dove veniva”. Se un campo da calcio con questo spirito fosse la società, ci verrebbe da dire, in Svizzera, in Italia e ovunque avremmo sicuramente una società migliore, la quale, indipendentemente dal risultato di fine partita, sarà sempre vincente.

Nell’immagine: Blerim Dzemaili
 


Il meccanico delle anime

Uno scorcio di trama 

«La moglie di Molcho morì alle quattro del mattino, e con tutto se stesso Molcho si sforzò di individuare il momento preciso di quella morte così da inciderlo dentro di sé, perché lui voleva ricordare».

Il toccante incipit di Cinque stagioni, a pochi giorni dalla scomparsa di Abraham B. Yehoshua e dalla sua sepoltura al cimitero di Ein Carmel, dove riposa anche la moglie Ika, ha il sapore amaro della predizione. Come se, armato del suo acuto, lucido e curioso occhio di scrittore Yehoshua avesse già immaginato quella che sarebbe stata la sua morte, avvenuta all’Ichilov Hospital di Tel Aviv la notte del 14 giugno. Questa morte, nonostante per molti versi annunciata (Yehoshua era nato nel 1936 a Gerusalemme e da qualche tempo soffriva di una grave malattia), porta con sé una doppia dimensione, personale e allo stesso tempo epocale, se pensiamo che lo scrittore, considerato fra i più importanti della storia di Israele dalla fondazione dello Stato nel 1948, ha vissuto la Guerra di indipendenza e l’assedio di Gerusalemme, accompagnando Israele con la sua produzione letteraria e il suo impegno politico nel corso di 85 anni. Il suo attivismo ideologico non era mai scemato anche se, come aveva dichiarato, «certi argomenti ho preferito consegnarli alle generazioni successive».

Da quello che aveva definito come «il desiderio universale di creare delle storie e comprendere l’animo umano», sono nati libri importanti per la produzione del Novecento. La nota surreale che ha reso originali i racconti iniziali si riverbera fin dentro i primi romanzi (ad es. L’amante) per poi cedere il posto a un senso di epicità che molti sono concordi nel vedere culminare ne Il signor Mani, considerato un capolavoro della narrativa contemporanea, o nella profondità e nell’ironia con cui vengono narrate le ossessioni di Rivlin nelle quasi 600 pagine della Sposa liberata. I libri più recenti si sono in qualche misura ridotti, facendosi più intimi. Dell’autunno scorso è La figlia unica, in cui si narra una vicenda italiana che prende spunto da quella di Sarah Parenzo, collaboratrice di «Azione», da molti anni residente a Tel Aviv e che su Yehoshua ha svolto un dottorato di ricerca che li ha fatti incontrare.

Sarah, letteratura e politica erano una cosa sola per Yehoshua?

Yehoshua non ha mai potuto separare la letteratura dalla politica e dalla società israeliane, talvolta anche a scapito della profondità dei personaggi, e per questo le sue opere sono colme di metafore attraverso le quali lo scrittore esprimeva il suo impegno e la sua lotta per garantire allo stato ebraico un futuro etico. Quello dell’etica è un argomento che gli stava a cuore e al quale ha dedicato anche un saggio, che verrà ristampato a breve da Einaudi.

Yehoshua è rimasto attivo fino alla fine?

Sì, perché anche stanco e molto malato rimaneva sostanzialmente un ottimista. Credo che una delle definizioni più azzeccate per descrivere la sua attitudine sia quella coniata dal professor Avner Holtzman dell’Università di Tel Aviv, che lo definì un mussachnìk, ovvero un meccanico di macchine da officina. Yehoshua infatti ha cercato di aggiustare la realtà fino alla fine, tanto nel pubblico quanto nel privato.

Si sentiva responsabile della sua nazione?

Molto, come dimostra la sua produzione saggistica, sulla separazione tra religione e nazionalità, sulla Shoah e sulla diaspora. Seppure facilmente confutabile in ambito accademico, poiché non supportata da un apparato teorico sufficientemente solido, questa produzione va compresa proprio a fronte del suo autentico desiderio e della sua fede incrollabile nella necessità per il popolo ebraico del raggiungimento di una dimensione di normalità all’interno di delimitati confini territoriali che implicano sovranità, sinonimo di responsabilità. Nell’ultimo anno tuttavia, Yehoshua, stanco e malato, non ha potuto non ammettere con preoccupazione che più di qualcosa del progetto sionista cui ha dedicato con passione tutta la vita sta avendo dei cedimenti e che se gli israeliani ebrei non faranno qualcosa nei termini di un cambiamento di coscienze, il futuro potrebbe rivelarsi cupo dal punto di vista politico, sociale ed economico. Forse un concetto ebraico altrettanto adatto per definire questa sua inclinazione è quello del tikkùn, la riparazione, un’espressione che evoca connotazioni mistico cabalistiche o chassidiche che ben si sposano con le calde radici sefardite e tradizionaliste di Yehoshua che pure amava definirsi laico come i colleghi ashkenaziti con cui era in competizione.

Recentemente la sua posizione riguardo a una possibile soluzione per Israele era cambiata…

Che egli fosse un uomo con lo sguardo orientato al futuro lo dimostra il pragmatismo che negli ultimi anni lo aveva coraggiosamente condotto ad abdicare la soluzione dei due Stati, rivelatasi anche geograficamente inapplicabile, per adottare la proposta di uno Stato unico. Da lui declamata e illustrata ampiamente in diversi articoli e saggi, ma ancora osteggiata dalla maggior parte degli esponenti della cultura e della politica, la promozione dello stato unico per due popoli è stata la “missione” che lo ha maggiormente impegnato negli ultimi anni, influenzandone anche la produzione letteraria più recente (Il tunnel, La figlia unica).

Come viene recepita recepita la sua posizione oggi in Israele?

Il legato di Yehoshua a procedere verso una realtà di uguaglianza e rispetto reciproco sotto un unico Stato, concedendo la cittadinanza e in generale i diritti ai palestinesi, è un’eredità che Israele non sembra saper cogliere. Come scriveva un lettore del quotidiano «Haaretz» stamattina, non è escluso che paradossalmente l’auspicata normalizzazione del popolo ebraico potrà concretizzarsi nei prossimi anni solo in quella diaspora tanto criticata dallo scrittore che soleva inveire contro la «fissazione malata degli ebrei di dimorare come ospiti negli alberghi altrui».

La vostra collaborazione e la vostra amicizia erano molto intense e profonde.

La morte di Yehoshua rappresenta per me un lutto molto significativo, una perdita densa di implicazioni che dovrò elaborare emotivamente prima di poter affrontare l’argomento dal punto di vista personale. Il rapporto con lui è stato un dono faticoso ma estremamente prezioso offertomi inaspettatamente dalla vita. Per questo, come Molcho di Cinque Stagioni, anch’io desidero fermamente ricordare questa morte per me così dolorosa affinché resti impressa nella mia mente e nel mio cuore, accompagnandomi con il suo prezioso lascito per gli anni a venire.

Pubblicato dal settimanale Azione il 20 giugno 2022
Nell’immagine: Abraham Yehoshua con Sarah Parenzo