Uno scorcio di trama
Non so bene come iniziare, sebbene mi sia mentalmente figurata questa lettera decine di volte. Le sto infatti per rivelare un segreto che non ho mai confessato a nessuno. Ma cosa sono i veri segreti, se non piccole stanze in ognuno di noi, chiuse a tutti, parenti e amici compresi? Quelle stanze possono contenere i nostri tabù, i desideri più segreti, ma anche passioni di cui ci vergogniamo o di cui andiamo talmente fieri da avere paura di svelarle… come nel mio caso.
Si è mai chiesto, Professor Galvani, di cosa riempiamo la nostra vita, noi emigrati, malati di nostalgia e di distanza da casa? Crede che gli incontri al circolo portoghese bastino per integrarsi, per riempire le serate? Pensa che una chiamata settimanale al proprio figlio risarcisca il vuoto che si prova in occasione dei compleanni, delle feste, dei Natali?

È vero, quando cominciammo a disporre di più soldi, i regali aumentarono. João fece sicuramente festa alla bicicletta da cross nuova che aspettava da anni o alla maglietta del suo giocatore di calcio preferito, ma noi? Quei sorrisi, quei ringraziamenti telefonici o epistolari non potevano di certo sopperire al vuoto, all’assenza.

Mio marito, che è sempre stato un uomo pratico ed espansivo, cominciò presto ad allenare la squadra di calcio dei pulcini tre sere alla settimana, proiettando su quei piccoli calciatori le speranze e le aspettative di cui in realtà avrebbe voluto investire João. Filipe sa farsi amare molto più di me, ride, scherza e corre di qua e di là per rendersi utile: pota gli alberi degli amici, si occupa della griglia durante le feste, organizza tornei di calcio e, grazie a questo suo attivismo, per lui che è integrato, è stato facile trovare il dialogo con João. Dal giorno in cui è arrivato se l’è trascinato appresso, catapultandolo in un mondo pieno di lavoratori pronti a battergli sulla spalla e a dirgli quanto fosse in gamba suo padre. Sono sicura che mio marito a modo suo, e io a modo mio (e ovviamente con il suo aiuto, Professore) abbiamo trovato una via per nostro figlio, e per una madre non vi è nulla di più importante. Sono fiera di João.
Ma ritorniamo a noi. Io ho trascorso molto tempo della mia vita da sola. Non sono mai stata una grande amante della televisione, nutrendo una spiccata predilezione per la lettura. Questo era uno dei motivi per cui andavo molto d’accordo con mio suocero, la cui morte fu un duro colpo anche per me. Durante i primi mesi in Svizzera, quando ancora non lavoravo, leggevo tantissimo. Andavo in biblioteca quasi tutti i giorni: dopo avere spulciato gli annunci sul giornale, passavo ai libri. A volte ne leggevo uno al giorno. E, cosa per me fondamentale, anche se scriverlo mi fa arrossire, senza sborsare un centesimo! Poi una sera (mio marito era uscito a cena con gli amici del calcio), senza preavviso alcuno, mi venne un’idea… un’idea di storia. È strano da spiegare, ma ebbi come la visione di uno scorcio di trama, e decisi di metterla nero su bianco trascrivendola dalla mia mente a un quaderno.

Il giorno successivo, al lavoro mi ritrovai più volte a pensare a quel mozzicone di storia, e cominciai ad arricchirlo secondo possibilità diverse. Entro sera la mia storia era già lunga il triplo, e le sue diramazioni possibili sembravano letteralmente scoppiarmi in testa. Lei è un uomo di lettere, Professor Galvani, insegna da anni e ha vinto molti concorsi letterari: sicuramente conosce la sensazione di euforia, di emozione e eccitazione che si prova quando si sente una storia che cresce in testa…
Galvani non aveva mai avuto quella sensazione, perché paradossalmente era un uomo senza fantasia. Tutto quello che aveva scritto, indistintamente, era il risultato di rimaneggiamenti di grandi romanzi mescolati a squallide storie da rotocalco. Copiava a destra e a manca, cambiando i nomi ai personaggi, il loro sesso, l’età, modificando il paesaggio, così da non renderli riconoscibili. Mai nella sua vita aveva avuto un’illuminazione come quella cui faceva riferimento la donna, mai aveva sentito il bisogno impellente di buttare giù all’istante una frase o un’idea allo stato embrionale, per poi aiutarla a crescere, nutrendola con la propria fantasia. Durante gli anni in cui era stato insegnante si era sforzato, ci aveva provato, aveva immaginato di essere uno scrittore nella speranza di facilitare l’ispirazione, ma non era successo nulla. Eppure aveva continuato a non fare segreto delle proprie velleità e delle proprie ambizioni letterarie, tanto astruse da strappare sorrisi di sufficienza ai colleghi. Con il passare degli anni il «circolo degli intellettuali» della scuola in cui insegnava cominciò ad escluderlo sempre più teatralmente: i colleghi smettevano di parlare quando compariva in aula docenti e nessuno lo invitava quando uno di loro presentava la propria nuova raccolta di poesie in libreria.

Galvani soffriva terribilmente per quel trattamento, e a poco valevano gli inviti degli insegnanti delle materie scientifiche (più spigliati e meno cervellotici): lui con loro non voleva avere a che fare perché si reputava comunque un intellettuale.
© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani



Furono anni molto difficili, Professor Galvani, anche perché era praticamente impossibile uscire dalla condizione di migranti-manodopera, e si finiva sempre per elevare la comunità portoghese a proprio punto di riferimento. Feci fatica a trovare un impiego, trascorsi i primi mesi a decifrare i giornali. L’italiano lo imparai così: grazie agli annunci di lavoro e a un piccolo dizionario tascabile. Mio marito lavorava come cameriere e spesso sacrificava le vacanze per dare una mano a un suo amico che faceva il custode, senza dubbio per amicizia, ma anche per arrotondare un po’.
Finalmente riuscii anch’io a trovare un lavoro come donna delle pulizie in una scuola serale in cui lavoravano alcune connazionali. All’inizio lavoravo poche ore, sufficienti però permetterci di spostarci in un appartamento più grande e di inviare regolarmente soldi a casa. A dire il vero due anni fa avevamo già cominciato a pensare di farci raggiungere da João. Nel frattempo io ero infatti riuscita a diventare coordinatrice di un piccolo team di pulizia privato e stavo analizzando l’annuncio di una ditta che cercava una direttrice per il settore logistico-organizzativo. Mi offrivano delle ore in ufficio che mi avrebbero permesso di emanciparmi finalmente dalla schiavitù del lavoro serale.





Galvani si mise a cavalcioni sul divano e frugò tra i grossi cuscini. Infilò la mano in un buco che aveva realizzato lui stesso, utilizzandolo come nascondiglio fino al giorno in cui aveva trovato la domestica intenta a passare lo straccio perfino negli anfratti del divano. Tastò speranzoso, ma la lettera non c’era. Si spostò verso gli scaffali, dove le sue mani vagarono alla cieca e invano dietro alle file di libri dei ripiani più bassi. Davanti al divano su un tavolino basso acquistato in India, giacevano pile di libri e riviste, ma lì la lettera non l’avrebbe lasciata di sicuro. Cercò di pensare all’oggetto più insospettabile dello studio, a qualcosa che non venisse spolverato, pulito e lucidato regolarmente. La sua proprietà veniva infatti scandagliata da cima a fondo, dentro e fuori, da due giardinieri, una domestica e una cuoca a metà tempo, oltre a una cameriera e a una specie di maggiordomo su chiamata quando davano una delle loro celebri feste.
Gentile Signor Galvani,
«Ah, buongiorno dottore, (la voce della moglie, roca per il fumo, sembrava leggermente irritata) no, certo posso parlare, no, non c’è. È sceso nel parco per la sua siesta… Ho fatto come mi ha detto, certo… Gliel’ho chiesto, sì… Sì, esattamente… proprio così… (Una breve pausa, durante la quale si sentirono solo mugugni di assenso, mmhh, mmmhh)… Lei crede siano necessarie ulteriori analisi? Capisco, demenza?… Sì, certo, sono solo sospetti, ma è comunque necessario andare a fondo… Alzheimer? Ha ragione, non saltiamo a conclusioni affrettate».