Cronaca, dacci il nostro déjà-vu quotidiano

Mentre a Berna si discute se un “no” vale più di un “sì”, la cronaca ci regala un solo pensiero: quanti déjà-vu in ambito di abusi sessuali 

Per un momento sarebbe bello, così, tanto per, fare un esercizio di simmetria.

Immaginate un ragazzo che una domenica mattina passeggia in un quartiere residenziale: all’improvviso una donna sbuca dal nulla e lo assale, e quando lui cerca di ribellarsi all’imminente attacco sessuale, viene minacciato di morte. Oppure, immaginate la direttrice di una famosa azienda che indugia in atti di autoerotismo seduta alla scrivania del proprio ufficio senza curarsi di nasconderli agli occhi del sottoposto. E quando arriva il giorno in cui il sottoposto si ribella segnalando il caso a terzi, l’unica soluzione presa in considerazione è quella della rimozione (del sottoposto, ovviamente). Oppure, immaginate una docente che con la scusa di praticare educazione emotiva finisce per appartarsi con il proprio giovanissimo allievo in macchina, sbandierando poi, una volta pizzicata, il proprio coinvolgimento sentimentale, che quegli amplessi dovrebbe giustificare. Oppure – ma qui la finiamo, a tal punto è inverosimile questo esercizio – un’operatrice sociale che sistematicamente mette le mani addosso a giovani praticanti con un’insistenza tale da indurre gli attenzionati a nascondersi, rifugiandosi in bagno.

Una serie di esempi apparentemente assurdi, questa, ma basterebbe cambiare il genere dei protagonisti, per ricevere un fedele spaccato della realtà della cronaca recente dei nostri quotidiani, cantonali e nazionali: l’operatrice sociale era un operatore, la docente un docente, la direttrice un direttore, la minacciosa assalitrice anonima un assalitore. E le vittime sono bambine, donne e ragazze, esseri umani accomunati in primis dalla propria appartenenza biologica, in seconda battuta dal fatto di dovere subire impulsi e gesti rivoltanti non richiesti e, nella peggiore delle ipotesi, dal dovere convivere con il ricordo di eventi orrendi, capaci di cambiare per sempre la traiettoria esistenziale delle vittime, zavorrandola di dolore, disgusto e senso di colpa.

Tanto è triste il déjà-vu scatenato da ogni racconto (si somigliano tutti, nella loro unicità) di abuso sessuale, quanto sono penose, sempre uguali a sé stesse, le giustificazioni – sì, perché non mancano mai – che accampano colpevoli e informati sui fatti al momento della resa dei conti, cioè i processi o le pubbliche scuse. Un déjà-vu che si esprime in una eterna litania di “non avrei mai creduto”, “non era colpa mia”, “non mi ero accorto”, “non so cosa mi sia preso in quel momento”, “sono consapevole del danno arrecato”, “mi dispiace” da parte di uomini (chiamiamoli così per non creare confusioni, ma teniamo presente che quelli veri, di uomini, sul banco degli imputati in tribunale o sulla stampa non ci finiranno giustamente mai) di colpo minuscoli, ovviamente pentiti, spesso sorpresi, a volte anche indignati per le accuse loro mosse.

D’altra parte, come stupirsi, considerando che dalla loro, perpetratori e informati dei fatti, hanno nientemeno che il Codice penale svizzero, ossia le regole di una nazione che per “stupro” intende una sola e unica cosa, la penetrazione vaginale di un pene umano? Già, perché tutto il resto è considerato semmai come coazione, secondo inquietanti graduatorie di gravità di ogni abuso sessuale denunciato (e sono pochi, si parla di 1 caso su 10 che viene a galla), che alla fine, in virtù di una serie di attenuanti e prescrizioni, porta quasi sempre al risultato di punire troppo blandamente il perpetratore, certamente in modo insufficiente per le vittime e la società.

Nel 2013 il Consigliere nazionale liberale Hugues Hiltpold presentò al Consiglio federale un’interpellanza in cui chiedeva una revisione del Codice penale, ricevendone una risposta a dir poco sconcertante (e parliamo di nemmeno dieci anni or sono): ” da tempo lo stupro corrispondente alla violenza carnale è un reato che può essere commesso soltanto su una donna(…) e questo in un contesto normativo che si rifiuta di riunire i reati di ‘coazione sessuale’ e ‘violenza carnale’ all’interno di un unico articolo di legge”. Insomma, lo Stato decide non solo quale debba essere la percezione del reato da parte della vittima, ma si lancia, come già detto, anche in una vergognosa graduatoria di gravità.

Ora il Parlamento sarà chiamato a esprimersi sull’introduzione del principio del consenso nel Codice penale: “solo un sì significa sì”. In altre parole, per potere procedere a un’interazione sessuale di qualsivoglia tipo, è necessario un consenso preliminare. Come in fondo sarebbe giusto, e come d’altronde siamo chiamati a fare prima di un intervento chirurgico, nell’ambito delle ricerche accademiche, in nome della tutela della privacy e via dicendo.

Il Consiglio degli Stati però, coadiuvato da quello federale, preferirebbe un’altra soluzione, ossia quella del “no è no”, a loro detta più trasparente. La persona in procinto di essere aggredita dovrebbe in altre parole semplicemente pronunciare un “no” forte e chiaro, altrimenti, e siamo alle solite, sotto sotto, chissà, ci potrebbe anche essere un briciolo di consenso. Eppure, anche se proprio quei “no” non si sono rivelati a oggi efficaci, perché non gridati a sufficienza, perché non ascoltati, perché di scarsa rilevanza penale, saranno con tutta probabilità preferiti alla formula richiesta da collettivi femminili, Amnesty International e moltissime cittadine, giovani e meno giovani: “solo sì significa sì”.

Per una volta saremmo, in Svizzera, allineati a paesi come quelli scandinavi o la Spagna. Il condizionale è obbligatorio, e lo sottolineiamo, perché la pratica del déjà-vu ci spinge a moderare i nostri desideri di una società più equa, mentre ciò che abbiamo visto e letto in questi anni ci costringe a un bagno di realtà: siamo nel 2022, sì, in una società democratica, sì, che però ancora nega alle sue cittadine e ai suoi cittadini alcuni diritti, tra cui quello di potere essere vittime.

Un déjà-vu che sa di antico, di umiliazione e di smacco. E che no, non vogliamo più. Ma questo è l’unico “no” che siamo disposte/i a pronunciare. Per tutto il resto vorremmo essere libere e liberi di dire sì, ma solo se e quando sta bene a noi.


Sotto sotto siamo tutte consenzienti

Mentre a Berna si discute se un “no” vale più di un “sì”, la cronaca ci regala un solo pensiero: quanti déjà-vu in ambito di abusi sessuali 

“Entrambe sarebbero state consenzienti” recitano a più riprese i nostri massmedia, riguardo ai sordidi e inqualificabili presunti (ma nemmeno poi tanto, poiché vi sono confessioni in corso) atti del direttore dell’istituto scolastico luganese in stato di detenzione per avere intrattenuto “relazioni” con allieve “più giovani di 16 anni”. E poi, si aggiunge, come fosse una sorta di attenuante, i rapporti sessuali sono avvenuti al di fuori di edificio e orario scolastici, sebbene la preparazione del campo, e la circumnavigazione delle vittime sia avvenuta nelle aule scolastiche.

Nell’aria, a fronte di dichiarazioni di simile portata, riecheggia inevitabilmente il caso dell’ex funzionario dello Stato indirettamente accusato dal giudice di non essere intervenuto nel denunciare il comportamento di un suo sottoposto, predatore sessuale seriale. Proprio allo Stato l’ex funzionario ha ora deciso di fare causa: egli non aveva avuto notizia di stupri da parte del suo collaboratore verso alcune giovani praticanti, bensì solamente di avances.

Come se vi fosse una graduatoria, e per avances dovessimo intendere un atteggiamento giustificabile, frutto magari di segnali di “disponibilità”, perché no?, pure maliziosa, delle giovani. 

Come se la relazione “consensuale” tra un 39enne e una 14enne e avances nei confronti di giovani staigiaires fossero accettabili e persino umanamente comprensibili.

Come se in un rapporto come quello fra un direttore di scuola e una sua giovane allieva possa considerarsi paritetico, frutto di una scelta ponderata di entrambe le parti, e si possa parlare di “relazione”. 

Come se il fatto che vi sia stata una rottura del patto sociale di fiducia tra famiglia e scuola sia solo cosa marginale (infatti, la cronaca non vi accenna da nessuna parte).

Nell’abstract della sua tesina per l’abilitazione all’insegnamento il direttore in questione afferma che “lo studio degli interrogativi espressi dagli allievi all’inizio del percorso, dei pensieri scritti durante il lavoro, dei materiali realizzati per la condivisione con i compagni di classe e del riscontro di studenti e insegnanti dimostra la validità e la sostanziale valutazione positiva del progetto”.

Ma di che progetto si sta parlando? È di competenza di un docente di latino occuparsi di questi temi? A che titolo? In nome dell’interdisciplinarietà? O forse piuttosto per dare seguito a oscure pulsioni, ammantandole di squallidi intellettualismi e arrivando a scomodare la letteratura degli antichi? E questo percorso non ha suscitato alcuna perplessità fra i docenti dell’istituto? O invece le ha suscitate, ma, come spesso accade, qualcuno ha guardato dall’altra parte?

Su questi interrogativi (per ora?) pare calato il silenzio. Anzi, a voler credere all’abstract di cui sopra, sembrano tutti soddisfatti, pieni di apprezzamento verso un processo di educazione sessuale e una didattica innovativa rivolto a latiniste di 13-14 anni.

“Non c’erano stati segnali”, si sono affrettate a sottolineare, nel solito gioco collettivo di autoscagionamento, le istituzioni. Eppure, come ha dichiarato il collettivo “Io l’8 ogni giorno”, alcune allieve si erano rivolte ad altri docenti segnalando comportamenti inadeguati e disagio, restando inascoltate. Forse perché erano solo avances? O perché, sotto sotto, le ragazze erano pur sempre “consenzienti”? E i docenti cui le ragazze hanno confidato il proprio disagio sono gli stessi che si dicevano soddisfatti dell’innovativo percorso didattico? 

Sono queste le domande cui vorremmo vengano date delle risposte. Ed è da queste risposte che vorremmo conseguissero delle condanne, morali e penali. Ma a partire da una frase, semplice quanto rara, che purtroppo non si sente mai: “Abbiamo sbagliato. Eccome se abbiamo sbagliato. Ma pagheremo”.

A questo, senza dubbio, saremmo consenzienti tutte. Ma solo a questo. 

Nell’immagine: una delle illustrazioni contenute nella tesi del docente arrestato,


Lezioni di moralità

Mentre a Berna si discute se un “no” vale più di un “sì”, la cronaca ci regala un solo pensiero: quanti déjà-vu in ambito di abusi sessuali 

“Ora piangiamo mia sorella”, ha dichiarato il giovane Kiarash Amini al “Corriere della Sera”, quando il giornalista gli ha chiesto cosa faranno, lui e la sua famiglia, ora che la giovane sorella Mahsa è stata sepolta. Una risposta che in poche e semplici parole riassume l’impotenza e forse anche la rassegnazione di chi si è ritrovato fagocitato da un sistema più forte e becero di qualsiasi essere umano.

Ma facciamo un passo indietro: perché è morta Mahsa? Perché a detta di alcune guardie, arrivata a Teheran per fare visita a una parente, Mahsa, 22 anni, non indossava in modo corretto il velo. Lasciava intravvedere forse una ciocca di capelli, o magari addirittura un orecchio, ma ciò non sia mai, poiché proprio quei segnali femminili, assurti a ossessione per ogni uomo a sua volta represso, conterrebbero in nuce già la colpa di spingere al peccato chi li guarda. Mahsa, dunque è stata caricata violentemente (il video dell’arresto, diventato virale, spezza il cuore) in un furgoncino e portata al posto di polizia, dove l’attendeva una lezione di moralità talmente seria e impegnata, che la giovane donna da quel posto di polizia è uscita in coma a bordo di un’ambulanza, spirando poche ore dopo.

Con una scelta sorprendente per il coraggio che implica, le donne che hanno partecipato al funerale si sono sfilate il velo dalla testa, sciogliendo le meravigliose chiome corvine, e spingendosi a invocare la morte del dittatore, ricevendo, in cambio (la BBC conferma la notizia) nuova violenza sotto forma di repressione armata. D’altronde, non vi è di che stupirsi, se consideriamo che a giugno di quest’anno, sotto l’egida di Raisi, il tasso delle esecuzioni capitali risulta essere il doppio rispetto a quello di tutto il 2021.

Come spesso accade, non sembra esserci limite al peggio, e anche in tempi recenti ce lo hanno dimostrato molti paesi nel mondo, in cui nascere con un’attribuzione biologica femminile corrisponde in modo pressoché automatico a una vita deficitaria, contraddistinta da soprusi, repressione e violenza. 

E quello che più spesso ci manca, di fronte a cronache come quella di Mahsa Amini, fatta di violenza cieca, di sangue e morte, è la voce delle donne. Non ci è dato sapere cosa pensano, come vivono una situazione di questo tipo, se sognano, cosa immaginano.

Netflix (sì, proprio la piattaforma di streaming in caduta libera e apparentemente votata solo al mainstream) a questo proposito ci giunge in soccorso, presentandoci i pluripremiati documentari della brava regista svedese-iraniana Nahid Persson Sarvestani. Una serie di documentari datati, è vero (hanno più di dieci anni), ma appartenenti a un’epoca considerata meno repressiva di quella attuale. Più grande ancora, di fronte a questa consapevolezza, è lo stupore quando si scopre che in Iran la droga (eroina) distrugge famiglie intere, che la prostituzione è fonte primaria di sostentamento per molte iraniane (e i clienti spesso sono proprio loro, i guardiani del buoncostume), che in seguito a una politica demografica che ha lungamente proibito la contraccezione, in un quarto di secolo la popolazione è pressoché raddoppiata, che la poligamia è addirittura sostenuta dal governo.

Documentari come Four Wives One Man o Prostitution: Behind the Veil, per noi donne libere, ma anche per ogni uomo, diventano preziosi e sconvolgenti strumenti di lettura del presente, ma anche moniti, su come sia facile scivolare lungo certi pendii, e come sia poi difficile risalirne. Su come sia pericoloso abbassare la guardia, qualsiasi tipo di guardia, quando di mezzo c’è il rispetto, e ogni volta che vengono calpestati i diritti umani. Senza arrivare a scomodare gli estremismi di Iran o Afghanistan, dovremmo acquisire consapevolezza di come nulla sia per sempre, e certe lotte mai concluse, poiché il talebano, sia esso americano avventista o italiano ipercattolico, è sempre dietro l’angolo.

Nell’immagine: fotogrammi dai video che le donne iraniane hanno realizzato e pubblicato mentre si tagliano i capelli o bruciano l’hijab in segno di protesta


E ora, in Israele?

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Abraham B. Yehoshua in fondo aveva optato per lo stato unico. Ce lo aveva già raccontato nel 2016, in occasione di un incontro a Lugano, quando con toni accesi e quel fervore sanguigno e scoppiettante che contraddistingueva le sue argomentazioni, aveva spiegato come purtroppo non vi fossero più i presupposti per credere in una soluzione dei due stati per Israele. Lo diceva con una rassegnazione in qualche modo mista a rabbia, lui, che nel 1993 (anno degli accordi di Oslo, con Clinton, Rabin e Arafat) aveva creduto, insieme ad altri due grandi maestri della letteratura israeliana come Amos Oz e David Grossman, nella possibilità di una soluzione di pace che permettesse al Paese fondato nel 1948 di uscire da uno stallo politico che si era abbattuto sui suoi protagonisti con guerre e violenza. Isolato nel suo attivismo politico, pur rimanendo coinvolto nel dibattito pubblico a livello ideologico, aveva lottato fino all’ultimo affinché qualcuno appartenente alle nuove generazioni potesse raccogliere il suo testimone, e continuare a fare sentire l’importanza di voci che si opponessero al mainstream politico, caratterizzato da una destra sempre più importante e da un’occupazione scriteriata e immorale.

Riusciranno un Eshkol Nevo o una Zeruya Shalev, un Dror Mishani o un Meir Shalev, ossia autori contemporanei, di successo ed esperienza, apprezzati anche all’estero, ad alzare la loro voce contro occupazione e soprusi?

Il venir meno dell’attivismo politico è colpa anche della cultura, aveva dichiarato Yehoshua, con un pizzico di quella provocazione che gli piaceva, sempre nel 2016. Una cultura onnivora e iperpresenzialista, che ruba sempre più spesso idee e forza alla lotta: “Mancano sempre più le energie per la protesta e il lavoro politico. Se un tempo si cercava attivamente un dialogo con i palestinesi, oggi si preferisce farne un film, ricavandone sicuramente maggiore soddisfazione. Io non ho nulla contro la cultura, ma questa mancanza di attenzione verso quanto succede mi preoccupa” (ma, ci verrebbe da dire, il fenomeno non riguarda solo Israele, in un mondo socializzato come quello in cui viviamo, in cui i protagonisti della cultura sono spesso più intenti a mettere in scena sé stessi che non a spendersi per le grandi tematiche socio-ambientali del nostro tempo).

Di Yehoshua, indiscusso protagonista della cosiddetta Weltliteratur del 900 restano i romanzi, che sono un capitale e un patrimonio importanti (pur senza dimenticare la produzione saggistica, come Antisemitismo e sionismo), a partire dai primi racconti, vere e proprie chicche surrealiste, fino al capolavoro Il signor Mani, in cui in un lungo percorso a ritroso, lo scrittore ricalca le orme di sette generazioni, e forse in qualche modo anche quelle della propria anima di ebreo sefardita. Vi sono poi L’amante, Un divorzio tardivo, Viaggio alla fine del millennio, La sposa liberata, Cinque stagioni, tutti romanzi appartenenti a un periodo fertile e ricco, in cui l’autore israeliano era acclamato e consultato un po’ ovunque, sia per la sua idea di letteratura, sia per la spontaneità e la generosità con cui si spendeva a parlare della propria giovane nazione.

La grandeur prima surrealista e poi quasi epica che aveva caratterizzato quei lavori si era con gli anni attutita, trasformandolo in un narratore di dimensioni più intime e raccolte, fino al suo ultimo e ben accolto La figlia unica, parzialmente ispirato alle vicende personali di Sarah Parenzo, incontrata mentre era impegnata in un dottorato di ricerca sulla sua fortunatissima ricezione italiana.

Proprio da quest’utimo libro, in ricordo del grande scrittore, proponiamo, significativamente, le pagine iniziali.

L’insegnante non sente bussare alla porta. E nemmeno gli alunni, completamente assorti nel racconto. È l’ultima ora di lezione prima delle vacanze natalizie e dalle grandi finestre si vedono svolazzare tardive foglie autunnali. Nel cortile, accanto a genitori arrivati a prendere i ragazzi più piccoli, si accalcano gli studenti degli ultimi anni, che faticano a separarsi gli uni dagli altri. Ma la professoressa Emilia Gironi, che ha sostituito per un anno un’altra insegnante in maternità ed è oggi al suo ultimo giorno di lavoro, è ben decisa a non lasciare liberi i suoi alunni se non dipo aver finito di riversare in loro lo spirito candido e umanitario di Edmondo De Amicis.

Soltanto Andrea, sconcertato dal fatto che il personaggio del giovane Ciccillo insista ad accudire un estraneo moribondo anziché tornare al suo paese con il padre guarito, si accorge dei colpi alla porta e si affretta a interrompere il racconto: – Prof, hanno bussato.

L’insegnante va ad aprire con la sua copia di Cuore ancora in mano. – Ciccillo! – esclama divertita nel riconoscere un suo vecchio studente, che sembra uscito direttamente dalle pagine del libro. È stato mandato per riferire che l’alunna Rachele Luzzatto deve presentarsi dalla preside con zaino e cappotto.

Al centro della classe, quasi si aspettasse quella chiamata, si alza una bella ragazzina, alta, con i capelli ricci e gli occhi luminosi. Infila rapidamente nello zaino libri e quaderni e poi va a prendere il cappotto, con passo leggero. Per l’insegnante, però, non è facile congedarsi per l’ultima volta da un’alunna a cui si è affezionata. La trattiene, le allaccia un nastrino di seta al polso sottile: – Chiedi a tuo padre che ti trovi Cuore. Così potrai finire di leggere questo racconto, e magari anche gli altri.

-Ma abbiamo già letto tutto il libro alle elementari, – protesta Rachele, – perché dovrei rileggerlo? -Perché ci si dimentica, – risponde l’insegnante, – e invece bisogna ricordare. E a gennaio vieni a trovarmi, così mi racconterai cos’hai provato e pensato, se ti sei rattristata o, chissà, magari ti sei commossa per il malato sconosciuto o per Ciccillo, che non voleva abbandonarlo.

-Ma come farò a raccontarglielo? – domanda Rachele. – Lei non ci sarà più, non sarà più la nostra insegnante.

La professoressa sorride. – Vieni a trovarmi a casa. Ecco, questo nastrino di seta ti ricorderà di me.

Con mano leggera accarezza la testa riccioluta della ragazza e l’accompagna, insieme allo studente, nel corridoio in penombra, rischiarato ogni tanto dalla luce delle aule vuote.

Da Abraham B. Yehoshua, la figlia unica, (trad. di Alessandra Shomroni), Einaudi 2021


L’Afghanistan al cinema

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Anche se di questi tempi le vicende politiche e umane dell’Afghanistan sono passate in secondo piano, messe all’angolo in poco più di due mesi dai tragici sviluppi della guerra in Ucraina, non significa che la situazione di un paese martoriato e dilaniato da quasi mezzo secolo di guerra si sia in qualche modo appianata, specie dopo la presa del potere da parte dei talebani. A ricordarci la dolorosa vicenda del popolo afghano però non sono né i titoli dei telegiornali, né quelli dei giornali, quanto più, proprio in questi giorni, due importanti e pluripremiate pellicole di animazione che hanno per protagonista l’Afghanistan, la danese Flee (Flugt, di Jonas Poher Rasmussen) e la ceca My Sunny Maad (di Michaela Pavlátová).

Molto simili nella forma e anche per un certo modo di leggere la guerra, i due film ricordano il fortunato Valzer con Bashir, film d’animazione israeliano scritto e diretto da Ari Folman nel 2008, in cui si narrava la “perdita di memoria” o mancanza di ricordi da parte di alcuni soldati che avevano partecipato al massacro di Sabra e Shatila nel 1982.

Sia Flee sia My Sunny Maad raccontano una storia a doppia dimensione, come spesso accade quando di mezzo vi è un conflitto che si riverbera sulla popolazione inerme. Da una parte troviamo così la cornice dei grandi avvenimenti geopolitici che hanno ridotto una delle perle del Medioriente in un cumulo di macerie e dolore, e dall’altra una società oppressa al proprio interno, in virtù di antiche e severe leggi legate a patriarcato e decoro.

Il protagonista di Flee è il giovane afgano Amin, oggi cittadino danese in procinto di sposarsi con il suo compagno di vita, che poco prima di convolare a nozze si sottopone a un doloroso e tormentato viaggio nel passato, e racconta la propria storia a Jonas, regista del film, nell’intento di ripercorrere la sua vicenda umana partendo dalle radici (in questo ci sembra forte la somiglianza con il film di Ari Folman, che in Valzer con Bashir raccontava quanto emergeva dalle sedute psicanalitiche di chi aveva “dimenticato” il proprio passato). Oggi Amin vive in Danimarca, ma è il frutto umano di una biografia (fino al film rimasta segreta) che ha visto lo smembramento di una famiglia e subìto l’oppressione russa in alcune delle sue molteplici e sempre fantasiose forme.

Protagonista del toccante e al contempo divertente My Sunny Maad è invece la giovane Helena-Herra, che per amore di Nazir lascia Praga alla volta di Kabul, dove verrà catapultata all’interno di una famiglia numerosa e contrassegnata da un desiderio di progresso e libertà contrapposto alle ferree leggi patriarcali e sociali. Herra, che in cerca di una vita semplice (e in fondo, l’obbedienza, è in grado di rendere semplice qualsiasi vita, poiché esclude la libertà della scelta) ha lasciato agi, carriera e forse anche la propria identità, si rende conto invece che certe convinzioni e certe consuetudini, il buon senso e il desiderio di progresso non possono nulla, ma anche che decenni di guerra hanno reso la violenza endemica nella società afghana. My Sunny Maad è tratto dal romanzo Frišta della giornalista Petra Procházková, per anni colpita da un divieto di ingresso in Russia, dopo avere narrato delle guerre di Cecenia con dovizia di particolari, e amore di verità.

Se all’inizio di questo articolo affermavamo che il travaglio dell’Afghanistan ha oggi più che mai diritto di attenzione, e questi film ce lo ricordano mettendo in campo esseri umani, prima che strategie di invasione e conquista, è pur vero che in un modo o nell’altro la Russia c’entra anche qui, confermandosi ancora una volta (anche se non ve n’era bisogno) come grande, disordinata burattinaia, capace, laddove interviene, di lasciarsi alle spalle più spesso che non, caos, disperazione e dolore.

“My Sunny Maad” (nell’immagine) viene proiettato stasera al Cinema Lux di Massagno, seguito da un dibattito pubblico


Le donne non sono migliori, ma…

Mentre a Berna si discute se un “no” vale più di un “sì”, la cronaca ci regala un solo pensiero: quanti déjà-vu in ambito di abusi sessuali 

“Le donne non sono esseri umani migliori, sarebbe terribile! Perfino inquietante… Facciamo tanti errori quanti gli uomini, ma il fatto che ogni giorno ci ritroviamo a dovere gestire la quotidianità, e a organizzarla, e a fare funzionare le cose, ci porta a essere persone capaci di guardare alla guerra e alla pace sotto punti di vista molteplici”.
(Ruth-Gaby Vermot-Mangold, già Consigliera nazionale e ideatrice della campagna 1000 Women for the Nobel Prize 2005 e per molti anni mediatrice di pace nel Caucaso)

Quando si parla di donne, non le si associa mai alla guerra in un ruolo che non sia quello della vittima. Perché quando scoppia una guerra, le donne, in quella guerra, diventano senza scampo vittime di soprusi, di abusi, di torture, ma soprattutto di una serie di laceranti perdite, affettive e identitarie. Le donne in un attimo perdono il controllo sulla propria vita e spesso anche sul corpo, nonché il proprio posto nel mondo, la possibilità di organizzare e vivere l’esistenza di ogni giorno, sia essa più emancipata e contempli la possibilità di lavorare, o invece ancora intessuta di patriarcato, con il dovere di accudire a una casa e a una famiglia.

Eppure, fior di testimonianze e di studi dimostrano come le donne potrebbero avere un ruolo ben diverso, e forse anche lontano da certo pacifismo – pur sempre sentito e sincero – che si consuma nei cortei e nei social. Basti pensare che in piena Prima guerra mondiale, una delegazione internazionale di donne (che ovviamente erano state escluse dalle trattative del 1899 e del 1907 atte a scongiurare un’escalation) si riunì in congresso all’Aja per cercare una soluzione al conflitto. Nella risoluzione che ne emerse si chiedeva la parità tra uomo e donna nella partecipazione alle trattative di pace, l’istituzione di una Società delle Nazioni e di un tribunale penale internazionale… ça va sans dire che se la seconda e la terza proposta si sono tramutate in realtà (perché realizzabili anche senza donne), la prima è là da venire anche dopo oltre cento anni.

“Noi donne dichiariamo la guerra, ultima ratio della saggezza di uno stato, una follia”, avevano affermato all’unanimità le donne al termine del congresso, nel 1915. “Lasciate la pace a coloro che la guerra la fanno”, aveva risposto Le Figaro all’epoca, ma sembra rispondere ancora a tutto il mondo oggi, nel 2022.

Lo United Nations Security Council attraverso uno studio ha dimostrato come un accordo di pace cui prendono parte delle donne abbia significativamente più possibilità di durare nel tempo, e i motivi sono semplici: le donne coinvolgono un numero maggiore di persone nelle trattative e si occupano anche di alimentazione, scuole e ospedali, come dimostrano gli esempi virtuosi di Liberia e Burundi. Eppure, tra il 1992 e il 2019, fra tutti gli attori coinvolti in trattative internazionali di pace, non hanno superato un misero 13%. E questo nonostante nel 2000 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU abbia varato la Risoluzione 1325 su “Donne, Pace e Sicurezza”, in cui si menziona l’impatto della guerra sulle donne e si sottolinea l’importanza del loro coinvolgimento nei processi di pace.

E anche in questi giorni di confusione mista a sgomento e tristezza, di nuovo assistiamo alle immagini dei caroselli di strette di mano e sorrisetti più o meno tirati tutti al maschile. I potenti del mondo (perché di potenti femminili non ce ne sono) si riuniscono, discutono, promettono, non mantengono, minacciano e ritrattano. Mentre le donne di colpo sono scomparse, e si riaffacciano tutt’al più, sfatte e i volti in lacrime, dalle file dei disperati che cercano di scappare da un paese incendiato in una notte.

Non è probabilmente nelle corde delle donne, parlare di guerra, e tantomeno farla. Però, un certo qual pragmatismo derivante dalla pratica della quotidianità di cui sopra, saprebbe senza dubbio rovesciare le prospettive, o includerne altre. Ma ancora una volta, non c’è stato modo né scampo, e ancora una volta le donne si sono ritrovate ai margini di quanto sta accadendo, senza potere decisionale, senza poter esprimere anche solo un pensiero o un’idea cui guardare con considerazione e interesse. Come d’altronde è stato durante la pandemia. Come d’altronde è in moltissimi dibattiti televisivi. Come d’altronde è nei libri di storia, che un giorno narreranno le gesta dei vincitori di questa guerra, sporca come tutte, ripulendole ancora una volta dell’odore nauseante del sangue e del dolore lancinante di madri, figlie e sorelle.

Forse è giunto il momento di volere dire la nostra sulla guerra, piuttosto che ricevere una mimosa.

Nell’immagine: Il volto della pace, Pablo Picasso, 1961


Una preghiera per Svetlana

Mentre a Berna si discute se un “no” vale più di un “sì”, la cronaca ci regala un solo pensiero: quanti déjà-vu in ambito di abusi sessuali 

“Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è genere umano. Questo è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle scarpe rotte, e non più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di sé stesso, i massacri del mondo”.
(da Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia)

Il 14 giugno 1986, due mesi dopo la tragedia di Cernobyl, la giornalista bielorussa che nel 2015 si aggiudicherà il Premio Nobel per la letteratura, Svetlana Aleksievic (classe 1948), nella prefazione al suo libro Ragazzi di zinco scriveva: “Continuo a ripetermelo: non scriverò più una riga sulla guerra. Dopo il mio libro La guerra non ha un volto di donna per molto tempo non ho più potuto sopportare la vista di un bambino infortunato che perdeva sangue dal naso, in campagna mi tenevo alla larga dai pescatori che gettavano allegramente sulla sabbia della riva i pesci strappati al loro elemento: quegli occhi sbarrati e gonfi mi facevano star male”.

Ma Ragazzi di zinco non è stato l’ultimo libro di Svetlana a fare i conti con i traumi del regime sovietico; in seguito fu la volta dello sconvolgente Preghiera per Cernobyl (con le testimonianze drammatiche e struggenti di chi, in veste di testimone o protagonista, in quei giorni era in loco), Tempo di seconda mano, Incantati dalla morte e altri. E la polifonia di voci attraverso la quale Aleksievic, instancabile, traghetta la storia di un popolo che è molti popoli, si compatta in un tragico coro greco, per raccontare soprattutto una cosa: l’irreparabilità del dolore che si trascina per decenni, macchiando anche le generazioni successive.

E ora, eccolo nuovamente lì quel dolore, come una rappresentazione live di tutti i dolori narrati dalla grande giornalista. Lo vediamo in tv, ne sentiamo alla radio, ce lo raccontano conoscenti e amici di amici. Abbiamo di nuovo Cernobyl, temibile grimaldello in mani non si sa quanto esperte e consapevoli, abbiamo di nuovo lo strazio e la disperazione, misti a un’impotenza squassante, delle madri e delle donne, quelle vittime naturali della guerra, che una guerra mai l’hanno iniziata. E abbiamo di nuovo loro, i ragazzi di zinco. Giovani soldatini russi spesso imberbi, brufolosi e spaventati (così almeno li abbiamo visti nei video che circolano in rete), poco diversi dai giovani ucraini, ad accomunarli il fatto di avere perso un sogno in una notte, il sogno di un’esistenza, di un progetto, di un futuro.

In Ragazzi di zinco Svetlana Aleksievic raccoglieva le devastanti testimonianze dei protagonisti della lunga occupazione afghana (1979-1989) da parte dell’Unione Sovietica. Un’operazione militare in cui molti videro parallelismi con l’inutilità del Vietnam degli americani, e che richiese l’intervento di almeno un milione di giovani sovietici, con perdite stimate nelle decine di migliaia. Soldatesse e soldati uccisi venivano rimpatriati nelle famigerate casse di zinco, sigillate e caricate sull’aereo Cargo 200, dove il numero stava a indicare la cifra massima delle bare trasportabili per ogni volo.

L’Ucraina, che ai tempi era parte dell’Unione Sovietica, deve ricordarle bene, così come deve avere presente cosa quella cifra, “200”, rappresenti ancora oggi per i russi. Ha dunque deciso di utilizzarla per un doppio scopo. 200 RF è infatti il nome di un sito in cui (in un inno alla trasparenza, certamente, ma anche per un uso sofisticato della psicologia di guerra) vengono pubblicati i documenti dei soldati russi caduti, nonché i videoappelli dei giovani prigionieri. Alla Russia, che non intrattiene alcun tipo di corrispondenza con le famiglie delle vittime, e che avrebbe preferito vedere rimosso dalla propria memoria storica il fallimento afghano, oltre al dileggio, giunge anche un messaggio di trasparenza e democrazia che, al di là dell’arma psicologica, forse intende ancora una volta asserire l’importanza e il diritto della verità.

200 RF non basterà a fare desistere nessuna delle parti. Non basterà a placare quella sete di sangue e distruzione che cresce quasi naturalmente giorno dopo giorno quando inizia una guerra e si abbassa l’asticella verso il pudore del male. Non basterà, con tutta probabilità, ad asciugare le certe lacrime di Svetlana Aleksievic, che dopo avere passato una vita intera a puntellare la pace là dove presentava le crepe e le omertà più grandi, oggi vede un mondo, il suo, il nostro, fumante e in frantumi. Nell’impotenza del nostro vivere quotidiano, dunque, nell’incapacità di dare un senso a ciò che un senso non può e non deve avere, sfogliando le fitte e crude pagine dei libri della giornalista, non resta, forse, che intonare Una preghiera per Svetlana.


Sul palcoscenico fino alla fine

Mentre a Berna si discute se un “no” vale più di un “sì”, la cronaca ci regala un solo pensiero: quanti déjà-vu in ambito di abusi sessuali 

L’aveva detto recentemente: «Resterò sul palcoscenico fino a quando schiatto». E così è più o meno stato. Nel bel mezzo di una tournée che si presentava come conclusiva (poiché avrebbe dovuto mettere il punto all’esperienza con la band Stiller Has – Coniglio silenzioso, NdT), è morto Endo Anaconda, uno dei musicisti più celebri e grintosi del panorama elvetico-austriaco. Endo Anaconda (nome d’arte di Andreas Flückiger) infatti era nato 66 anni fa da padre bernese e madre austriaca, e aveva vissuto sulla propria pelle il dissidio della doppia appartenenza cultural-famigliare. Un’infanzia iniziata nel migliore dei modi nell’idilliaco Emmental, interrotta brutalmente dalla morte del padre, e proseguita nella cattolicissima Carinzia, per lo più in collegi dove regnavano brutalità e abusi di vario genere.

Amico del cuore di un altro grande Mundart Musiker – quel folto nugolo di cantanti che si esprimono in svizzero tedesco – come Polo Hofer (scherzosamente denominato «cannaiolo nazionale» dalla stampa d’Oltre Gottardo e scomparso nel 2017), Endo Anaconda aveva dalla sua una lucidità di pensiero e una padronanza della lingua straordinarie, basti pensare che nel 2021, recitando poesie, aveva chiuso le Giornate letterarie di Soletta, e contro di sé una debolezza endemica che lo portava a cascare di continuo in una serie di dipendenze di cui non faceva mistero alcuno.

Potenza primordiale, Tom Waits svizzero, bluesman dell’Aare, ultimo dei dadaisti… sono solo alcuni degli appellativi che la stampa elvetica di lingua tedesca gli ha dedicato all’indomani della notizia della sua morte, che pure non ha destato particolare stupore, vista la sua precarietà fisica. Eppure Endo, con cui avevamo trascorso una mattinata al Bar Bière di Berna la scorsa estate [nell’immagine], era pieno di progetti: al termine della tournée avrebbe iniziato a studiare l’italiano (cantava infatti Buscaglione e Natalino Otto, amava follemente Vasco e De André) e sarebbe tornato per qualche tempo in Austria, per dedicarsi all’Hochdeutsch, mettendo da parte quello Schwyzerdütsch che a suo avviso si era negli anni trasformato in un pericoloso strumento di autocelebrazione e diffusione di idee politicamente schierate dalla parte sbagliata (sebbene sia stato uno dei primi a fare Spoken Word in dialetto bernese).

Sì, perché la sua visione del nostro Paese era lucida e impietosa: Anaconda condannava infatti il nostro modo di concepire il futuro, organizzato a scadenze trimestrali molto simili a quelle del mondo della finanza, e poco attento alle esigenze e ai diritti delle generazioni più giovani, dai problemi legati al clima allo smaltimento delle scorie nucleari. Un pensatore fine e un grande lettore, un attivista che era ritornato in Svizzera dall’Austria negli anni 80 per partecipare alle proteste giovanili, un artista che era capace anche di litigare con i giornalisti per un’idea, di alzare la voce se una cosa non gli andava a genio.

Ed era quello che lo rendeva così autentico e irresistibile, al di là della sua figura massiccia e quasi intimidatoria, al suo approccio sanguigno (anche se si definiva timido) e alla voce tonante, che piegava in blues improbabili e di incredibile successo come quello dedicato all’Aare, in testi surreali come Znüni näh, o a rievocazioni comico-piccanti a ritmo spumeggiante come in Vampirella.

Mancherà Endo, e mancherà soprattutto a coloro che credevano nella possibilità e nella necessità della giustizia, e che riconoscevano il flow trascinante di ogni cosa su cui si incaponiva, dalla musica alla poesia, passando, ovviamente per la politica.


Di marketing e cupi pensieri

Mentre a Berna si discute se un “no” vale più di un “sì”, la cronaca ci regala un solo pensiero: quanti déjà-vu in ambito di abusi sessuali 

È giusto mai abbassare la guardia nel mondo dell’informazione, cercando sempre di conservare uno sguardo critico e il più possibile lucido. Più giusto ancora, sarebbe dare vita a un dialogo costruttivo che, se non porta necessariamente a cambiare la propria posizione, permette perlomeno di vedere con più nitore quella del nostro interlocutore.

Ha fatto dunque bene il quotidiano francese “Libération” a gridare allo scandalo per l’apparizione-ritorno dell’artista belga Stromae, ospite e star dell’edizione del TG di TF1, dove oltre a raccontare il modo in cui nasce la musica, ha dato anche un assaggio della musica in questione, riempiendola di contenuti talmente forti da rappresentare il secondo aspetto a detta di diversi giornalisti critico? La redazione del TG non è stata infatti biasimata unicamente per la scelta di presunto marketing compiuta con l’invito dell’artista belga nella sua edizione principale, ma anche per avergli permesso di cantare di depressione e pensieri suicidali (i suoi, come racconta la sua biografia) in un orario in cui sono collegati milioni di telespettatrici e telespettatori. Per di più così, senza preavviso.

Soprassedendo alla questione marketing (anche se sarebbe giusto chiedersi: cosa ha diritto di entrare in un TG? un artista che parla del proprio lavoro fa necessariamente e per forza marketing? l’arte in che modo può considerarsi notizia?), di fronte alla quale ci verrebbe da dire che comunque, dopo due anni di Covid-news, la musica senza dubbio può rappresentare un agognato e valido diversivo, resta la questione del suicidio. In L’enfer Stromae (nome d’arte di Paul Van Haver, madre fiamminga e padre tutsi ucciso nel 1994 durante il genocidio del Ruanda) canta: “J’suis pas tout seul à être tout seul (…) Tout ce à quoi j’ai déjà pensé / Dire que plein d’autres y ont déjà pensé (…) J’ai parfois eu des pensées suicidaires et j’en suis peu fier / On croit parfois que c’est la seule manière de les faire taire” (Non sono il solo a essere del tutto solo (…) Tutto ciò cui ho già pensato / Cui molti altri hanno già pensato (…) A volte ho pensieri suicidali e ne vado poco fiero / A volte si crede che sia l’unico modo per metterli a tacere).

Ciò che ha fatto Stromae però, per quanto controverso, non è di certo una novità. Lo aveva già fatto il rapper statunitense Logic nel 2017, quando lanciò il brano 1-800-273-8255, titolo che si riferisce al numero di telefono della helpline dedicata a chi ha pensieri suicidali negli USA. Un recente studio ha dimostrato come nel periodo in cui il brano era in classifica, le linee della suddetta helpline siano state prese d’assalto, fenomeno che ha senza dubbio contribuito a temporaneamente arginare i suicidi giovanili.

In un momento storico come quello che stiamo vivendo, dettato da un’incertezza più cronica che mai, da ordini e contrordini pandemici, fake news e bad news, forse Stromae è l’unica good news. Al di là della sua tranquilla e disarmante serenità, di un estro artistico che manda in visibilio interi continenti, siamo abbastanza certi che quelle parole, dette da lui, seguito e osannato a livello planetario, e rivolte a chi (e sono tante e tanti) si ritrova con il mal di vivere come condizione esistenziale, hanno più valore di ore di dibattiti e previsioni degli esperti, poiché da che mondo è mondo la musica è il canale più diretto per giungere all’essenza di chi ascolta. Marketing? Forse. Ma poco importa, se quello che resta è la solidarietà verso chi in questi giorni, mesi, e presto anni, ne ha più bisogno.


La colpa di essere poveri

Mentre a Berna si discute se un “no” vale più di un “sì”, la cronaca ci regala un solo pensiero: quanti déjà-vu in ambito di abusi sessuali 

Un tempo in Svizzera avevamo una figura che si chiamava “ispettore dei poveri”, capace, già solo nella definizione della sua funzione, di permeare di colpa la condizione degli indigenti cui si rivolgeva. La “Armenpolizei” si occupava per lo più di scacciare gli elemosinanti e i vagabondi, e chiudeva spesso un occhio quando si trattava di perseguire le famiglie che mostravano sintomi di maltrattamento al proprio interno. Oggi questa figura (e per fortuna, viene da dire) non esiste più, ma i poveri, quelli ci sono ancora.

Oggi, in ogni parte del mondo, chi vive nell’indigenza è costretto a rivolgersi ai servizi sociali, spesso condannata/o a un’esistenza in equilibrio tra la costante paura di subire un senso di umiliazione e la speranza di riuscire a uscire al più presto da una condizione debilitante a ogni livello. È anche la situazione in cui si ritrova Alexandra, una straordinaria e bellissima (è testimonial di molti brand dell’haute couture) Margaret Qualley, protagonista della serie Netflix Maid.

In fuga da un marito reo di abuso emotivo, Alexandra scappa (vivono in una mobile home nel bosco) portandosi appresso solo la piccola Maddy (definita una delle migliori attrici bambine di sempre) e rendendosi presto conto di non potere contare né sulla madre (interpretata da un’Andie McDowell che oltre ad essere la madre biologica della Qualley, ci offre un’interpretazione memorabile), né sullo Stato, e tantomeno sull’altruismo del prossimo. Il target per la giovane donna è chiaro da subito: riuscire a mettere da parte un importo sufficiente per potere, un giorno, stare sulle proprie gambe, senza dovere più dipendere da un entourage povero quanto il suo, ma ulteriormente zavorrato da una serie di problemi personali come l’alcolismo o i debiti, e proprio per questo in grado di riempirle il percorso di guai e ostacoli.

Maid ha il pregio di mostrare, senza cadere mai nel pietismo né diventare noioso, come si possa affrontare una vita in cui ogni scelta e ogni spesa devono essere minuziosamente ponderate. Basta il minimo imprevisto infatti, un contrattempo, un colpo di sfortuna, un incidente, per ritornare alla prima casellina, in una sorta di crudele gioco dell’oca dell’indigenza.

Si fa dunque subito il tifo per Alexandra, perdonandole la cocciutaggine anche quando sviene per la fame, o getta alle ortiche l’àncora che qualcuno le lancia, perché il suo desiderio di emanciparsi attraverso il lavoro, l’indipendenza economica, è in fondo il motore dell’esistenza di una moltitudine di donne nel mondo, e se ce la fa la protagonista di Maid, che all’inizio deve accettare lavori sottopagati e a volte è costretta a mettere a rischio la salute della propria figlia, c’è ancora speranza per molte.

https://www.youtube.com/watch?v=ZO4dyMGD7QU