Il patto che manca

La pro­po­sta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la pro­prietà, le com­pe­tenze stra­te­gi­che, il potere deci­sio­nale e un modello di svi­luppo soste­ni­bile e solido 

Il con­tri­buto di Alex Fari­nelli (laRe­gione 24 ago­sto 2026) in rispo­sta a quello di Ivo Duri­sch (19 ago­sto 2026) parte da una pre­messa con­di­vi­si­bile: nes­suno vuole descri­vere il Ticino come un ter­ri­to­rio di sole filiali senza auto­no­mia e nes­suno pre­tende che una mul­ti­na­zio­nale tra­sfe­ri­sca qui il pro­prio quar­tier gene­rale mon­diale. C’è un prin­ci­pio di pro­por­zio­na­lità da con­si­de­rare. Ma la domanda vera posta da Ivo Duri­sch non era ‘quanta atti­vità eco­no­mica riu­sciamo ad atti­rare’ – ne abbiamo atti­rata, con i risul­tati che sap­piamo – bensì chi la con­trolla, e chi ne trat­tiene l’utile. Ci sem­bra che spo­stare il piano dalla pro­prietà all’indotto aggiri la que­stione. Pren­diamo sul serio l’argo­mento più forte di Fari­nelli, quello impli­cito nell’esem­pio di Goo­gle e Zurigo: anche quando il cen­tro deci­sio­nale sta altrove, restano salari, for­ni­tori, con­su­lenti, inve­sti­menti.

In altre parole, un indotto reale. È vero, ed è un effetto impor­tante che sarebbe sba­gliato igno­rare o, peg­gio, negare. Ma è pro­prio ciò che scrive e docu­menta Ivo Duri­sch a mostrarne il limite, con­te­stual­mente al Can­ton Ticino: il segreto ban­ca­rio è finito, i miraggi fiscali del lusso e della moda sono sva­niti, e con essi buona parte dell’indotto che gene­ra­vano. Un indotto assi­mi­la­bile a una ren­dita di posi­zione, valida fin­ché le con­di­zioni (locali, nazio­nali, inter­na­zio­nali) restano favo­re­voli. Vale la pena essere pre­cisi sul mec­ca­ni­smo – tec­nico – su come si distri­bui­sce il valore all’interno di un gruppo. Quando una filiale tici­nese opera come pro­dut­tore o pre­sta­tore di ser­vizi viene remu­ne­rata secondo il metodo ‘cost plus’ richia­mato da Duri­sch: un mar­gine cal­co­lato sui costi soste­nuti, men­tre royal­ties su mar­chi e bre­vetti, com­mis­sioni di gestione e il mar­gine resi­duo restano presso chi con­trolla la pro­prietà intel­let­tuale e il mer­cato.

Il risul­tato è che l’utile impo­ni­bile local­mente può restare mode­sto anche quando l’atti­vità pro­dut­tiva è solida ed ele­vata – ed è esat­ta­mente ciò che i dati rela­tivi alla pere­qua­zione fede­rale, citati sem­pre da Duri­sch, mostrano: 2’913 fran­chi per abi­tante di utili deter­mi­nanti in Ticino con­tro 4’829 in media sviz­zera. Non è un pro­blema con­te­stuale a pochi set­tori o gruppi – ban­ca­rio, chi­mico-far­ma­ceu­tico – ma un indi­ca­tore della posi­zione strut­tu­rale del Can­tone nella catena del valore che var­rebbe la pena appro­fon­dire con studi e ricer­che mirate.

Le ‘con­di­zioni con­crete’ attuate in Ticino da oltre trent’anni e rego­lar­mente ripro­po­ste – fisca­lità com­pe­ti­tiva, scuole inter­na­zio­nali, dispo­ni­bi­lità di spazi, cer­tezza del diritto, pro­ce­dure rapide e sbu­ro­cra­tiz­za­zione – sono tutte indif­fe­renti alla pro­prietà. Atti­rano atti­vità, come hanno sem­pre fatto, ma non dicono nulla su chi le con­trolla, né su quanto resti di tali atti­vità nel ter­ri­to­rio quando le con­di­zioni gene­rali cam­biano. Un patto di Paese costruito solo su que­sti stru­menti gesti­sce la fra­gi­lità, quella descritta da Duri­sch, ma non la supera. A meno di indi­care un modello di svi­luppo di cui abbiamo urgen­te­mente biso­gno, con­si­de­rando i pro­blemi eco­no­mici, sociali, sani­tari, ambien­tali che stanno aumen­tando a ritmi pre­oc­cu­panti. Va poi detto che le ultime deci­sioni poli­ti­che fede­rali e can­to­nali in mate­ria di finan­zia­mento delle alte scuole, scon­fes­sano i pro­po­siti di chi punta all’eccel­lenza, alla ricerca e svi­luppo, alla pro­mo­zione dell’istru­zione a tutti i livelli e all’accesso equo alla for­ma­zione indi­pen­den­te­mente dal red­dito.

Uno Stato che voglia dav­vero inci­dere sul con­trollo deci­sio­nale non può limi­tarsi a faci­li­tare: deve essere dispo­sto ad assu­mere una posi­zione, pro­muo­vendo, con mezzi e risorse com­mi­su­rate, poli­ti­che eco­no­mi­che, indu­striali e sociali all’altezza dei biso­gni e delle sfide. Il fondo can­to­nale per soste­nere le suc­ces­sioni azien­dali a favore di lavo­ra­tori, diri­genti, coo­pe­ra­tive e impren­di­tori locali – pro­po­sto da Duri­sch nel citato arti­colo – va in que­sta dire­zione: evita che la ven­dita a un gruppo esterno resti l’unica solu­zione quando un’impresa cam­bia pro­prietà. A esso si pos­sono affian­care con­di­zio­na­lità sul rein­ve­sti­mento degli utili infra­gruppo e con­trolli più strin­genti sul dum­ping sala­riale che, come ricorda Duri­sch, pro­duce una dop­pia per­dita: poco red­dito impo­ni­bile per chi lavora, poco utile impo­ni­bile per il Can­tone in cui il lavoro viene svolto.

La scelta da fare non è tra più o meno rego­la­zione in astratto. È, al con­tra­rio, tra stru­menti cie­chi rispetto alla pro­prietà – gli sgravi fiscali gene­ra­liz­zati, validi per chiun­que si insedi indi­pen­den­te­mente da dove si pren­dono le deci­sioni – e stru­menti che guar­dano pro­prio a chi con­trolla, a chi trat­tiene l’utile, a chi decide se un’azienda resta o se ne va. Non si tratta di più o meno Stato, ma di quale Stato: uno che si limita a ren­dersi con­ve­niente al mer­cato, o uno che par­te­cipa atti­va­mente a costruire le con­di­zioni per un modello di svi­luppo a van­tag­gio del benes­sere della popo­la­zione, pre­sente e futura – quelle stesse ‘future gene­ra­zioni’ di cui la reto­rica anti­sta­ta­li­sta si pre­oc­cupa solo quando le con­viene.

La pro­po­sta di patto di Paese merita di essere discussa, ma cam­bian­done il con­te­nuto. Un patto che mette sul tavolo solo fisca­lità e infra­strut­ture è un patto per gestire la posi­zione attuale del Ticino, un patto fal­li­men­tare. Serve, invece, un patto che metta sul tavolo anche la pro­prietà, le com­pe­tenze stra­te­gi­che, il potere deci­sio­nale con­te­stual­mente a un modello di svi­luppo soste­ni­bile e solido. Il rischio, altri­menti, non è restare senza patto. È fir­marne uno che lascia il Ticino un baliag­gio.

Nell’immagine: quando l’indotto è reale. Una delle sedi di Google a Zurigo


A chi serve un Ticino senza risorse?

La pro­po­sta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la pro­prietà, le com­pe­tenze stra­te­gi­che, il potere deci­sio­nale e un modello di svi­luppo soste­ni­bile e solido 

Domenica 14 giugno 2026 gli elettori ticinesi hanno respinto, con quasi tre quarti dei voti, il principio del rimborso delle cure dentarie. Con proporzione analoga, hanno inoltre approvato l’iniziativa che impedisce alla revisione delle stime immobiliari di tradursi in un aumento del gettito fiscale e in una riduzione automatica delle prestazioni, degli aiuti e dei sussidi sociali. L’esito del voto sui due oggetti in votazione va letto in sequenza con quanto votato negli anni precedenti e con l’evoluzione dei documenti finanziari del Cantone. Questo consente una lettura più coerente e al contempo più preoccupante, come ben evidenziato da Daniel Ritzer su laRegione del 15 giugno scorso, dell’esito del voto.

Da quando si sono imposte politiche di tipo austeritario volte a contenere la spesa pubblica cantonale, il Ticino ha conosciuto una serie di iniziative che vanno tutte nella stessa direzione: riduzione dell’imposta di circolazione (che premia, aritmeticamente, chi possiede più veicoli), deducibilità integrale dei premi di cassa malati (un beneficio che cresce con il crescere del reddito imponibile), abolizione della tassa di collegamento, sgravi sull’imposta delle persone fisiche. Ognuna di queste misure, presa singolarmente, è stata presentata come una correzione ispirata dal buon senso, un sostegno al ceto medio, un incentivo alla competitività fiscale. Prese insieme, secondo le stime circolate, hanno sottratto alle casse cantonali centinaia di milioni di franchi, come più volte dimostrato da Ivo Durisch su questo giornale.

Il risultato del 14 giugno ha semplicemente confermato questa sequenza, aggiungendo il principio della neutralizzazione delle stime immobiliari e, di fatto, congelando una rivalutazione patrimoniale che genererebbe nuovo gettito fiscale.

Il Ticino ha sì un freno costituzionale al disavanzo, ma questo vincolo si applica solo alle spese correnti, non agli investimenti. Questi ultimi seguono una contabilità separata e possono essere finanziati anche a debito, senza che ciò intacchi il disavanzo “ufficiale”. Nel 2025 quasi il 50% degli investimenti cantonali, al netto dell’autofinanziamento, è stato coperto da nuovo debito (il grado di autofinanziamento esprime in quale misura le risorse finanziarie dello Stato sono in grado di finanziare gli investimenti). Nel 2026 questa quota supera il 53%. Quindi, il debito pubblico, a 2,9 miliardi di franchi, continuerà a salire e supererà i 2,9 miliardi a fine 2026.

Il punto più importante è che lo stesso Governo cantonale, nel documento che accompagna il preventivo 2026 (“Preventivo 2026 e ulteriori misure di riequilibrio finanziario”, p. 6), scrive che senza nuove misure il freno al disavanzo non potrà essere rispettato già dal 2027. In sostanza, il meccanismo del freno al disavanzo non blocca la crescita del debito: si limita a costringere regolarmente a nuovi pacchetti di risparmio per restare in regola con il vincolo costituzionale.

C’è poi un effetto dell’aumento degli investimenti che rende le due grandezze del disavanzo (deficit) e debito meno separabili di quanto si possa pensare. Il debito generato oggi dagli investimenti non resta fuori dalla spesa corrente: anche se con un certo ritardo, vi rientra sotto forma di interessi e ammortamenti. Insomma, un debito più alto oggi significa quindi un disavanzo d’esercizio più difficile da contenere domani – proprio l’indicatore che il freno al disavanzo dovrebbe monitorare. Questo onere si somma alle spese già rigide per loro natura (trasferimenti previsti da leggi federali, contributi sociali, stipendi vincolati da contratti collettivi), restringendo ulteriormente ciò che resta di spesa discrezionale: investimenti futuri, prestazioni sociali, o – come si è visto il 14 giugno – il margine per finanziare gli investimenti futuri senza tagliare le prestazioni sociali.

Chi beneficia maggiormente di questi sgravi appartiene spesso agli stessi segmenti sociali che, direttamente o indirettamente, partecipano anche al finanziamento del debito cantonale attraverso strumenti detenuti da banche, fondi pensione, assicurazioni e altri investitori istituzionali, oltretutto beneficiando dei relativi interessi, interessi che finiranno per gravare sui futuri pacchetti di riequilibrio finanziario.

In Ticino, una parte rilevante del debito non è contratta con anonimi mercati internazionali, ma con un circuito di banche e investitori istituzionali svizzeri – in primis fondi pensione e assicurazioni – attratti da un rating Aa2 e da rendimenti che restano sotto l’1%.

In Ticino, il rating Aa2 e il costo del debito inferiore all’1% che ne deriva, come argomentato da Moody’s (ottobre 2025), dipendono anche dalla fiducia dei mercati nella credibilità del quadro istituzionale cantonale, incluso il freno al disavanzo. Eppure, è il Governo stesso che, nel messaggio sul preventivo 2026, ammette che quel freno non sarà rispettato già dal 2027. Se quella credibilità dovesse incrinarsi, le conseguenze non sarebbero solo contabili: si tradurrebbero, prima o poi, in un costo del debito più alto, con ricadute sulle finanze cantonali e sulla capacità dello Stato, già oggi limitata, di finanziare i propri compiti.

In questo senso, la vera domanda non è se il Ticino possa permettersi più Stato, ma se possa permettersi uno Stato progressivamente svuotato delle risorse necessarie per svolgere i propri compiti.

Nell’immagine: quando il Ticino era senza risorse


IA e disuguaglianze

La pro­po­sta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la pro­prietà, le com­pe­tenze stra­te­gi­che, il potere deci­sio­nale e un modello di svi­luppo soste­ni­bile e solido 

Il termine “jobpocalypse” – crasi tra job e apocalypse – condensa efficacemente una diffusa narrativa contemporanea sulla presunta fine del lavoro sotto l’impatto dell’intelligenza artificiale. Una narrativa che tende ad attribuire alla tecnologia effetti automatici sull’occupazione, prefigurando scenari di distruzione massiccia di posti di lavoro. Eppure, come suggerisce l’analisi di John Burn-Murdoch sul Financial Times del 27 aprile 2026 a cui si deve il termine, gli effetti delle innovazioni tecnologiche sono raramente immediati e lineari: essi dipendono dal contesto istituzionale, dagli assetti produttivi e dalle scelte politiche entro cui tali tecnologie vengono introdotte.

Da questo punto di vista, il caso ticinese, descritto recentemente da Katharina Fontana sulla Neue Zürcher Zeitung, appare particolarmente significativo. Il problema strutturale del Cantone non deriva infatti – almeno per ora – da una sostituzione tecnologica diffusa, bensì da un modello economico che continua a basarsi, in larga misura, sulla disponibilità di manodopera frontaliera a basso costo e su segmenti produttivi caratterizzati da un ridotto valore aggiunto. Ne emerge un quadro paradossale: un’economia dinamica sotto il profilo dell’attività e dell’integrazione transfrontaliera, ma che non genera salari sufficientemente elevati, prospettive professionali attrattive e buone traiettorie di mobilità sociale. Il risultato è una diffusione del lavoro povero, erosione del potere d’acquisto, precarizzazione e allontanamento di giovani altamente formati.

In questo quadro, l’intelligenza artificiale rischia di rappresentare un acceleratore di dinamiche già in atto. Nei settori a basso valore aggiunto, infatti, l’IA potrebbe non modernizzare realmente il modello produttivo, ma semplicemente renderlo più efficiente nel produrre bassi salari, intensificare i ritmi di lavoro e comprimere i salari. Parallelamente, i comparti più avanzati – biotecnologie, farmaceutica, ricerca, alta formazione – continueranno probabilmente a generare competenze elevate e talenti qualificati che però, in assenza di un ecosistema economico capace di valorizzarli pienamente, tenderanno, almeno in parte, a essere assorbiti altrove. Il rischio è dunque quello di un’accentuazione del dualismo economico e sociale: da una parte eccellenze imprenditoriali e formative altamente integrate nei circuiti globali; dall’altra una vasta area di occupazioni fragili sottoposte a forte pressione salariale e alla minaccia di sostituzione dei posti di lavoro con l’introduzione massiccia di dispositivi di intelligenza artificiale.< Vecchia tattica per una nuova strategia.

Queste dinamiche si intrecciano inoltre con questioni sociali già oggi molto visibili. I recenti interventi di Ivo Durisch (La ricchezza se ne va, 7 maggio 2026) e Luca Maghetti (laRegione, 11 maggio 2026) mostrano bene come il Ticino sia attraversato da una doppia frattura: da un lato la crescente concentrazione della ricchezza e dei rendimenti patrimoniali; dall’altro l’estensione di forme di fragilità economica legate al lavoro, alla salute e all’invalidità. Durisch ha evidenziato come nel Cantone il reddito da capitale continui a crescere molto più rapidamente del reddito da lavoro, con l’aggravante di disuguaglianze di rendimento all’interno della stessa classe di proprietari di capitali (chi ha più sostanza, ha rendimenti superiori rispetto a chi ne ha meno). Maghetti, dal canto suo, richiama il rischio che malattia e invalidità si trasformino sempre più in fattori di impoverimento sociale, mettendo il dito su una tara del nostro sistema di sicurezza sociale: lo statuto professionale acquisito nel mercato del lavoro determina la misura finanziaria della protezione sociale, secondo il principio del welfare meritocratico-occupazionale. Quest’ultimo, teorizzato dal sociologo britannico Richard Titmuss, concepisce lo Stato sociale come un’appendice del mercato del lavoro, per cui le prestazioni sociali dipendono in larga misura dall’attività lavorativa e sono collegate al reddito o alla posizione professionale.  Di nuovo una disuguaglianza nella disuguaglianza.

Il punto è che questi fenomeni non sono separati. Un’economia fondata sul contenimento dei salari, sull’erosione della sicurezza sociale e sulla riduzione della redistribuzione attraverso la fiscalità tende inevitabilmente a produrre maggiore fragilità sociale, soprattutto in un contesto caratterizzato dall’aumento di una serie di spese vincolate – casse malati, affitti, energia, trasporti – che gravano in misura crescente sui bilanci delle economie domestiche. In assenza di una trasformazione del modello di sviluppo, l’intelligenza artificiale rischia allora di rafforzare una traiettoria già consolidata: polarizzazione sociale, ulteriore erosione della classe media e dipendenza da segmenti economici a basso valore aggiunto.

La questione centrale diventa perciò politica. Si tratta di chiedersi quale modello istituzionale ed economico sarà in grado di far fronte ai cambiamenti in atto e di orientare tali cambiamenti verso risultati socialmente sostenibili. Ciò implica una politica industriale attiva, investimenti massicci nell’innovazione, nella ricerca, nell’educazione, ma anche interventi redistributivi e di rafforzamento del potere d’acquisto. Invece si tagliano fondi alla ricerca e alla formazione e si tergiversa sull’introduzione di un tetto massimo della quota di reddito da destinare ai premi di cassa malati, privilegiando le deduzioni fiscali che favoriscono le classi di reddito elevate. Di nuovo una disuguaglianza nella disuguaglianza.


Perché legittimare le disuguaglianze?

La pro­po­sta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la pro­prietà, le com­pe­tenze stra­te­gi­che, il potere deci­sio­nale e un modello di svi­luppo soste­ni­bile e solido 

Tre articoli, stessa pagina, stesso giorno. Virtù del caso. Il 10 aprile 2026, laRegione ha offerto un trittico che, letto insieme, racconta efficacemente lo stato del Canton Ticino: un territorio ricco ma diseguale, con salari bassi, patrimonio concentrato e una politica che fatica a tenere il passo.

Ivo Durisch parte da un dato incontestabile. Tra il 2010 e il 2022, il patrimonio medio per contribuente ticinese è aumentato del 58%, mentre il reddito imponibile è cresciuto solo del 20% e il reddito mediano ancora meno (10 – 12%). Eppure, l’imposta sulle persone fisiche si finanzia ancora per l’83% attraverso il lavoro: la base fiscale meno mobile, ma anche la più sofferente. Non solo il capitale cresce, è anche fiscalmente alleggerito. Mentre il lavoro è tassato fino al 30%, le plusvalenze private restano esenti e molti immobili sono sottostimati fiscalmente. Il risultato? Chi lavora paga di più, chi possiede, molto meno in proporzione.

Il sistema fiscale non corregge le disuguaglianze, le asseconda. L’1% detiene circa il 48% del patrimonio. I valori immobiliari sono sottostimati (30 – 40%). In Svizzera gli utili in capitale realizzati da privati non sono soggetti all’imposta sul reddito. Una regola nazionale, ma che in Ticino produce effetti amplificati, perché qui i redditi crescono meno che altrove. Tra il 2010 e il 2018, il Ticino ha registrato la crescita del reddito medio più debole di tutti i cantoni: appena +0,55% annuo. Nello stesso periodo, i premi delle casse malati sono saliti del 3,8% all’anno. La conseguenza? Il sistema fiscale ha rinunciato, in poco più di un decennio, a gettiti nell’ordine di centinaia di milioni di franchi.

Daniel Ritzer, nel suo editoriale, aggiunge un altro tassello fondamentale: il Ticino ha un PIL pro capite di 102.000 franchi, il sesto cantone più benestante della Confederazione. Eppure, i salari sono i più bassi della Svizzera, inferiori di oltre il 20% rispetto alla mediana nazionale. «Ricchi ma poveri», sintetizza Ritzer, ricordando che un quarto dei residenti è a rischio di povertà. Il problema non sono tanto i meccanismi della perequazione federale, quanto la scarsa capacità – o volontà – redistributiva della politica cantonale.

E qui veniamo al terzo articolo. Perché parlare di fisco e disuguaglianze significa anche parlare di democrazia. Andrea Ghiringhelli ci ricorda, citando Piero Calamandrei, che «la Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile». Se il lavoro paga mentre il capitale cresce esentasse, se la ricchezza è sempre più concentrata, allora la promessa di equità su cui si fonda costituzionalmente la democrazia si allontana.

I tre articoli non offrono ricette facili, ma indicano una direzione. Durisch la suggerisce: riportare equilibrio tra tassazione del lavoro e tassazione del capitale. Non per penalizzare la ricchezza, ma perché senza equità nel finanziamento dei servizi pubblici viene meno la coesione sociale. Ritzer aggiunge: iniziare a tassare adeguatamente la sostanza, la cui crescita supera di gran lunga quella dei redditi da lavoro. Ghiringhelli, infine, ci ricorda che senza educazione civica – senza cittadini che si indignano, si impegnano e, quando occorre, si ribellano – la democrazia è destinata a perire «pezzo dopo pezzo».

A questa lettura si contrappone esplicitamente quella proposta da Andrea Gehri, laRegione del 13 aprile, secondo cui “prima si crea valore, dopo si redistribuisce”. Una formula apparentemente di buon senso, ma che in realtà presuppone una separazione netta tra produzione e distribuzione che né la teoria economica né l’evidenza empirica confermano.

Il valore non nasce in un vuoto sociale, né la sua distribuzione è un momento successivo e neutrale: salari, rendite e profitti sono già il risultato di rapporti di forza, istituzioni e regole – tra cui il sistema fiscale. Sostenere che la redistribuzione venga “dopo” significa, di fatto, considerare la distribuzione primaria, ossia quella in salari, rendite e profitti, un dato puramente tecnico e non l’esito di scelte politiche.

Analogamente, l’idea che una parte significativa del valore prodotto in Ticino sia “consumata altrove”, oltre ad essere lievemente contradditoria, rischia di spostare il problema senza affrontarlo. La questione, infatti, resta: quale quota della ricchezza generata grazie al lavoro, alle infrastrutture, alla domanda estera e al contesto istituzionale ticinese resta effettivamente in Ticino, come pure i profitti e le rendite generate da questo stesso lavoro?

È proprio qui che la narrazione della “mancanza di risorse” mostra tutta la sua fragilità. Come evidenziato, negli ultimi decenni non si è assistito a un’incapacità di creare ricchezza, bensì a una progressiva riduzione della sua tassazione, in particolare per quanto riguarda il capitale. Gli sgravi fiscali, la sottostima della sostanza e l’esenzione delle plusvalenze non sono vincoli tecnici, ma scelte politiche che hanno inciso profondamente sulla capacità dello Stato di redistribuire.

In questo senso, il problema non è che “il Ticino redistribuisce poco perché non può”, ma che redistribuisce poco perché ha scelto, nel tempo, di ridurre gli strumenti con cui potrebbe farlo. Riproporre oggi il primato della creazione di valore senza interrogarsi su queste dinamiche significa riprodurre una visione che, lungi dall’essere neutrale, contribuisce a legittimare l’attuale assetto caratterizzato da crescenti disuguaglianze e povertà.

Forse, l’anomalia ticinese non è solo fiscale. È politica. Ed è lì che bisogna ricominciare. Perché uno Stato percepito come ingiusto diventa fragile.

Pubblicato da laRegione

Nell’immagine; Sergio Morisoli in un fotomontaggio della redazione, riferito alle dichiarazioni dei fautori durante la campagna per la votazione sul Decreto legislativo concernente il pareggio del conto economico entro il 31 dicembre 2025, poi accettato dal popolo ticinese il 15 maggio 2022


Unire le forze progressiste e costruire il progetto

La pro­po­sta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la pro­prietà, le com­pe­tenze stra­te­gi­che, il potere deci­sio­nale e un modello di svi­luppo soste­ni­bile e solido 

Negli ultimi giorni sono apparsi sulla stampa diversi interventi che, da prospettive diverse, invitano a rimettere in movimento il campo progressista. L’invito all’unità avanzato da Tommaso Soldini e Nelly Valsangiacomo, l’appello per una sinistra di opposizione e le prese di posizione pubblicate successivamente dalla Consigliera di Stato Marina Carobbio e da Anna Biscossa, già deputata PS in Gran Consiglio, mostrano una cosa positiva: dal “purché si muova” stiamo forse passando al “si muove”. È un segnale importante, perché la situazione economica, sociale e politica lo richiede con urgenza.

Per quanto il nostro giudizio possa essere di un qualche valore – non abbiamo incarichi politici né impegni partitici – abbiamo molto apprezzato l’invito a costruire un fronte di sinistra, non soltanto elettorale, ma anche e soprattutto progettuale e di lunga durata. Senza una convergenza tra le diverse sensibilità progressiste sarà difficile uscire da quello che ormai è un lungo inverno economico, sociale e politico.

Il passo ulteriore riguarda però il come e il su cosa costruire questa convergenza. Al di là di una piattaforma valoriale condivisa – che consideriamo essenziale e sulla quale crediamo esista già un’ampia base – occorre iniziare a delineare il modello sociale che si vuole proporre e contribuire a sviluppare.

Forse il modo più efficace per avviare questo lavoro potrebbe essere la costruzione di una agenda minima progressista, chiara, concreta e immediatamente riconoscibile. Un’agenda capace di tradurre valori e analisi in priorità politiche trasparenti e realistiche.

A titolo di contributo al dibattito, si potrebbero individuare alcuni assi di lavoro.

Il primo riguarda i salari e la dignità del lavoro in Ticino. È un tema centrale, anche alla luce delle analisi recentemente pubblicate sulla stampa. Il nostro cantone continua a registrare salari medi assai più bassi rispetto al resto della Svizzera e un numero importante di lavoratori poveri. Difendere salari dignitosi significa difendere la qualità della vita, ma anche la sostenibilità economica e sociale del territorio, rendendolo attrattivo.

Il secondo riguarda il rilancio dello Stato sociale come investimento collettivo. Sanità universale, accessibile e sostenibile, una scuola rafforzata, politiche familiari più solide, un sostegno diffuso alla cultura in tutte le sue espressioni e una lotta credibile alla povertà devono tornare al centro dell’agenda politica. I dati relativi alla povertà in Ticino sono sempre più preoccupanti, tant’è che il maggiore quotidiano per tiratura del Paese poche settimane fa titolava “Das Tessin wird zum Armenhaus der Schweiz” (Il Ticino diventa l’ospizio dei poveri della Svizzera): si tratta anche del risultato di scelte politiche che possono e devono essere riconsiderate.

Un terzo asse riguarda una politica industriale orientata alla transizione ecologica e sociale. La riconversione produttiva non può essere lasciata alle sole logiche del mercato. Occorre sostenere le imprese che investono nell’innovazione e che rispettano standard sociali e salariali adeguati, evitando modelli competitivi basati sulla compressione dei diritti e dei salari.

Un quarto ambito riguarda la democrazia e la partecipazione. Rafforzare il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni pubbliche e difendere i diritti fondamentali diventa sempre più importante in una fase storica in cui lo spazio democratico appare sotto pressione in molti paesi. Anche in Ticino esistono esperienze civiche interessanti – pensiamo a iniziative nate dal basso come Mendrisiotto Regione Aperta – che meritano di essere coinvolte in un processo più ampio di rinnovamento democratico.

Infine, una particolare attenzione dovrebbe essere rivolta ai giovani e al loro futuro. Accesso alla formazione, precarietà lavorativa, difficoltà abitative e prospettive professionali sono temi che attraversano ormai l’intero percorso di vita delle nuove generazioni. Ignorarli significherebbe compromettere la coesione sociale dei prossimi decenni.

In questo quadro più generale si inserisce anche una questione di portata più ampia. In molte parti del mondo assistiamo a segnali preoccupanti di indebolimento dello Stato di diritto e di derive autocratiche. Parallelamente, stiamo progressivamente perdendo il controllo sui nostri dati personali e su parti sempre più estese della nostra vita privata, affidate a piattaforme e infrastrutture digitali dominate da grandi e potenti attori privati. Difendere la democrazia oggi significa quindi anche difendere spazi di autodeterminazione e del nostro ambiente naturale, diritti e controllo collettivo sulle trasformazioni tecnologiche ed economiche.

Per tutte queste ragioni, il dibattito che si è aperto negli ultimi giorni rappresenta un’occasione importante, che sarebbe un peccato se si arenasse in una pretestuosa contrapposizione tra concertazione e opposizione. Se saprà tradursi in un lavoro politico e programmatico concreto, potrà contribuire a costruire quell’area progressista di cui molti avvertono la necessità.

Il percorso sarà inevitabilmente lungo, si spera non troppo lungo. Ma il primo passo – riaprire una discussione sul progetto politico e sul modello sociale – sembra essere stato compiuto.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento 


Ventidue franchi bastano?

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Pier Zanetti, in un acuto intervento su laRegione del 27 gennaio 2026, richiama Stefano Franscini per mettere in discussione un confronto ricorrente nel dibattito ticinese: quello tra i salari cantonali e la media svizzera. Il divario esiste, naturalmente, ma il modo in cui è misurato e interpretato rischia di dire relativamente poco sulle sue cause. A maggior ragione se il confronto fra il salario medio svizzero e quello ticinese viene effettuato includendo il Ticino nel calcolo della media svizzera (abbassandola), con la conseguenza di restringere il divario. Ma tant’è. Resta il fatto che i salari sono comunque bassi e negli ultimi anni si sono ulteriormente allontanati dalla media nazionale. Per questo motivo, ciò che si deciderà prossimamente sul livello del salario minimo è di grande importanza.

Se, ad esempio, dovesse essere fissato a 22 franchi l’ora, cifra sulla quale sembra convergere un possibile consenso, va osservato che tale livello è quello al quale si giunge grosso modo indicizzando all’inflazione il salario minimo fissato per la prima volta in passato. E questo senza tenere conto dell’aumento dei premi di cassa malati. D’altra parte, se i 22 franchi rappresentano, come si dice, un salario minimo sopportabile dall’economia, il salario minimo sociale previsto dall’iniziativa lanciata dal PS che, secondo i calcoli del Consiglio di Stato sulla base dell’effettivo previsto dalle prestazioni complementari (PC), potrebbe ammontare a circa 25 franchi, per i detrattori dell’iniziativa risulta assolutamente eccessivo per non poche aziende.

Due cose vanno dette. La prima è che il salario minimo economico, cioè i 22 franchi, è inferiore al salario minimo sociale, quello delle PC. Con questa differenza, però, si sancisce, di fatto, la distinzione fallace tra salario minimo come “strumento sociale” e salario come “strumento economico”.  Il salario è per definizione entrambe le cose. È economico perché entra nei costi di produzione, influisce sulla distribuzione del reddito, incide sulla domanda aggregata e contribuisce al gettito fiscale. Ma è anche sociale perché permette la riproduzione della forza lavoro e determina condizioni di vita, salute, accesso ai diritti sociali.

In secondo luogo, la scelta di uno dei due livelli di salario minimo, determina l’ampiezza dell’intervento dello Stato che, dopo la votazione del 28 settembre sull’iniziativa per il 10%, sarà chiamato a colmare la differenza fra reddito disponibile e premi di cassa malati per non pochi residenti in Ticino. Per evitare che lo Stato continui a fare il datore di lavoro ombra, finanziando indirettamente i bassi salari, evitando così ai datori di lavoro di fare la loro parte, l’aumento del salario minimo gioverebbe non poco alle casse pubbliche. Tale aumento non comporterebbe affatto un appiattimento verso il basso dei salari, come ogni studio empirico ha dimostrato, quello dell’IRE incluso.

Se poi, come si sostiene, certe aziende non possono stare sul mercato senza comprimere i salari sotto il livello della fame, allora, seguendo lo stesso ragionamento che fanno i sostenitori dei “200 franchi bastano” a proposito delle aziende dell’indotto della RSI che non sopravvivranno alla riduzione del canone, è giusto che chiudano. E sia chiaro che i bassi salari non sono determinati da bassi livelli di produttività. Un’idea smentita empiricamente da decenni e particolarmente poco applicabile a un contesto come quello ticinese. Se così fosse, se la produttività determinasse i salari, a parità di produttività i salari dovrebbero convergere; invece osserviamo significative dispersioni salariali tra settori, imprese e regioni.

Sempre Zanetti, a proposito delle cause dei bassi salari, ricorda che Franscini, osservando la produzione casearia dell’Ottocento, imputava il ritardo ticinese non genericamente a “noi”, ai lavoratori residenti, ma piuttosto a una diversa organizzazione produttiva: frammentata, poco cooperativa, incapace di generare economie di scala e valore aggiunto. Il richiamo a Franscini suggerisce un metodo: per capire i salari, occorre guardare alla struttura dell’economia e del mercato del lavoro, non limitarsi a confronti tra grandezze aggregate. È a partire da questa prospettiva che va affrontata la questione dei bassi salari in Ticino: non come il risultato di una singola causa, ma come l’esito di un insieme di fattori che si rafforzano reciprocamente nel tempo.

Fra questi vanno citati una struttura economica con molte occupazioni a basso valore aggiunto, che l’insediamento a partire dagli anni Ottanta di importanti aziende ad alto valore aggiunto non ha modificato; un’economia regionale meno integrata con i settori ad alta produttività svizzeri; una forte presenza di lavoratori frontalieri il cui uso strutturale e diffuso agisce come fattore di pressione salariale (dumping) su larga scala; una precarietà lavorativa diffusa che indebolisce la forza contrattuale dei lavoratori. Da ultimo, una scarsa capacità politico-istituzionale di promuovere strategie di sviluppo salariale e produttivo, in buona sostanza di politica industriale.

Come ai tempi di Franscini, il problema non è il singolo lavoratore, residente o frontaliere, ma il modello di sviluppo. Senza una trasformazione della struttura produttiva e senza una politica salariale seria e strategicamente attenta, il mercato del lavoro tende a stabilizzarsi su un equilibrio di bassi salari che non si corregge spontaneamente, nemmeno in presenza di crescita economica.

Scritto per laRegione


Imperialismo fossile

La pro­po­sta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la pro­prietà, le com­pe­tenze stra­te­gi­che, il potere deci­sio­nale e un modello di svi­luppo soste­ni­bile e solido 

Nel suo editoriale, pubblicato anche su Naufraghi/e all’indomani dell’intervento militare statunitense in Venezuela, Aldo Sofia così esordisce: “Classica operazione, per chi ne ha la forza militare e la relativa arroganza: esportare un po’ di guerra per tacitare una crisi interna. Insomma, pura distrazione di massa. C’è anche questo nel blitz americano e nella cattura di Maduro e signora”. Infatti, in questa operazione si invera la più classica logica imperialista, vale a dire il governo delle contraddizioni interne attraverso l’ampliamento dei confini del dominio extra-territoriale. Trump sta indubbiamente perdendo consensi, la sua base elettorale è in stato confusionale, la repressione del dissenso a tutti i livelli non ha impedito una significativa reazione elettorale e civile destinata a crescere, la politica tariffaria ha creato aspettative che per il momento sono ampiamente disattese. Non da ultimo, il debito pubblico, grazie agli sgravi ai ricchi, sta assumendo dimensioni sempre più difficilmente gestibili. Anche se l’economia sembra reggere più di quanto diagnosticato, la sua forza è in gran parte determinata dal gonfiarsi della bolla finanziaria alimentata dall’Intelligenza artificiale (IA). È qui, attorno all’IA, che si sta definendo il nuovo assetto imperiale, il complemento a quell’ “anche” di cui parla Aldo Sofia.

Benché sotto il profilo energetico gli Stati Uniti siano da tempo autosufficienti ed esportatori netti di petrolio, la domanda di materie prime e di risorse energetiche generata dalla crescita delle infrastrutture alla base dell’IA, i famosi data centre, è enorme e destinata a crescere in modo esponenziale nei prossimi anni. Oltre alle terre rare, l’IA rilancia il ruolo dei combustibili fossili, petrolio, gas e carbone. Lo stesso nucleare sta tornando in auge come concreta opzione. Nelle infrastrutture dell’IA, il petrolio è ovunque: nelle plastiche e nelle resine di server e chip, nei cavi, negli isolanti, nei circuiti integrati, nei sistemi di raffreddamento, negli edifici dove i data centre sono costruiti anche con materiali di origine petrolchimica. Il petrolio è un fattore strategico di potere, certamente perché permette di controllare il mercato globale, i suoi flussi e i prezzi del greggio, ma anche perché consente a chi lo detiene di condizionare lo sviluppo futuro delle infrastrutture dell’IA. La Cina, fino ad oggi, importa l’80% del petrolio venezuelano. Il fatto che gli USA abbiano messo le mani sul più grande bacino di riserve petrolifere del mondo avrà delle conseguenze geopolitiche non da poco nel rapporto fra Stati Uniti e Cina, e più in generale sugli equilibri di potere fra paesi a vocazione imperiale. Insomma, chi controlla energia, reti e infrastrutture controlla le condizioni materiali dell’IA. È questa lotta per l’appropriazione di materie prime e risorse energetiche strumentali al controllo e al dominio dell’IA, che spiega lo Stato di eccezione permanente di cui parla da tempo il filosofo Giorgio Agamben.

Tuttavia, come ha osservato Gillian Tett in un contributo apparso l’11 gennaio sul Financial Times, questa recrudescenza di un imperialismo fossile tipicamente novecentesco può forse portare vantaggi immediati a Trump, ma rischia di sacrificare la capacità strategica degli Stati Uniti di competere nell’economia energetica del futuro, lasciando campo libero alla Cina. Un imperialismo, quello cinese, che, pur restando ancora dipendente dai combustibili fossili, da tempo ha scelto di puntare sulla produzione e sull’esportazione di tecnologie energetiche basate su risorse rinnovabili. Una scelta strategica volta alla costruzione di un vantaggio competitivo nel controllo delle infrastrutture energetiche per lo sviluppo futuro dell’IA. Proprio quelle infrastrutture energetiche dalle quali gli USA stanno disinvestendo.

Nel nuovo imperialismo “trumpiano” non si ha solo a che fare con il saccheggio di materie prime, come certamente è stato l’imperialismo fin dai suoi albori. Oggi, l’imperialismo si estende oltre le merci materiali per abbracciare i beni immateriali: i cloud come magazzini digitali, la sicurezza, il controllo algoritmico, la sorveglianza, la regolazione del lavoro vivo umano, i servizi digitali, i giochi, la dipendenza mediatica. Ha ragione da vendere Bruno Giussani quando ci invita a “disamericanizzarci”.

Nella catena perversa innescata dalla corsa all’IA, dove il consumo energetico genera sempre maggiori emissioni, aggravando la crisi climatica, destabilizzando le forme di vita, polarizzando le aree di influenza e di potere, inducendo ulteriore domanda di IA finalizzata alla sorveglianza e alla difesa militare, la Svizzera deve trovare una sua collocazione strategica. A cominciare, appunto, dall’autodeterminazione algoritmica. È il caso di chiedersi se si voglia continuare a fungere da hub finanziario, facendo leva sull’attrattività fiscale e puntando sulla speculazione delle monete digitali, o se invece non sia il caso di potenziare gli investimenti nella ricerca e sviluppo di forme di IA alternative supportate da infrastrutture digitali non dipendenti da energie fossili. Oggi, con i tagli programmati a livello federale e con le misure di austerità perseguite a livello cantonale, si va esattamente nella direzione opposta, mettendo a repentaglio quei centri di ricerca avanzata che da tempo sono riconosciuti a livello mondiale. Centri di eccellenza di cui ci si vanta quando si vuole occultare l’altra faccia della nostra economia, quella dei bassi salari, della precarietà e della povertà.

Scritto per “la Regione”  


Prevenire la rabbia significa cambiare rotta

La pro­po­sta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la pro­prietà, le com­pe­tenze stra­te­gi­che, il potere deci­sio­nale e un modello di svi­luppo soste­ni­bile e solido 

Il 20 novembre scorso, sulle colonne de laRegione, l’avvocato Luca Maghetti ha lanciato un allarme che merita di essere preso molto sul serio: il rischio che la frustrazione sociale che si sta accumulando nel Ticino si trasformi in rabbia aperta, con conseguenze difficilmente controllabili sul piano politico, economico e sociale. È un richiamo importante, perché va oltre i calcoli ragionieristici che tanto ispirano il dibattito politico e rimette al centro una questione spesso rimossa: la tenuta della coesione sociale.

La sensazione diffusa che “così non si possa andare avanti”, per riprendere l’espressione dell’estensore del contributo, non nasce dal nulla. È il prodotto di anni di salari insufficienti – in media significativamente più bassi rispetto al resto della Svizzera – di precarizzazione del lavoro, di pressioni crescenti sui tempi di vita e sulla salute delle persone. In un cantone dove una quota sempre più ampia di lavoratrici e lavoratori fatica a vivere del proprio salario – basti pensare al numero elevato di persone che beneficiano della riduzione del premio di assicurazione malattia (oltre 100 mila) o alla quota di persone (un quinto) che, pur lavorando, devono integrare il salario con una prestazione dell’assistenza sociale – l’esplosione della rabbia non è un’ipotesi astratta, ma una reazione facilmente prevedibile: l’esito di un modello di sviluppo che ha fatto della moderazione salariale, degli sgravi fiscali e del contenimento della spesa pubblica i suoi principali pilastri, senza considerare le conseguenze di tale modello.

Anzi, per anni è stato detto e si continua a ribadire che i sacrifici erano e sono necessari per restare competitivi e beneficiare delle ricadute positive di tali sacrifici in termini di occupazione, reddito e maggiore benessere. Ebbene, oggi ne vediamo i risultati: salari stagnanti, domanda interna debole, crescente dipendenza dagli aiuti sociali e finanze pubbliche sotto pressione. In questo contesto, continuare a insistere esclusivamente su tagli e austerità non solo è socialmente ingiusto e iniquo, ma è anche economicamente miope.

Il punto centrale, che spesso sembra sfuggire nel dibattito politico, è che i bassi salari non colpiscono solo chi li deve subire. Essi indeboliscono l’intero sistema economico: riducono i consumi, comprimono il gettito fiscale, schiacciano i contributi alle assicurazioni sociali, aumentano i costi sociali e indeboliscono il consenso nei confronti delle istituzioni, minando alla base qualsiasi strategia di sviluppo.

Da qui l’aspetto forse più difficile, ma imprescindibile, del ragionamento evocato anche da Maghetti. Se la rabbia dovesse esplodere, non travolgerebbe solo “il sistema” in astratto. Rischierebbe di colpire direttamente anche coloro che oggi difendono le politiche di austerità e di contenimento della spesa pubblica, privandoli di consenso, di legittimità e, in ultima analisi, di sbocchi economici. “Lo sfruttamento in atto deve necessariamente cessare … altrimenti gli stessi sfruttatori, fra un po’, non avranno più residenti a cui vendere i loro prodotti” conclude Maghetti.

Occorre perciò agire sulle cause strutturali, rimuovendole “whatever it takes”, per riprendere una ben nota espressione idiomatica inglese. Questo significa rimettere al centro la questione salariale come variabile di sviluppo, non come semplice costo. Vuol dire concepire lo Stato sociale e la spesa pubblica non come zavorra, ma come azione economica essenziale. Vuol dire smettere di inseguire l’illusione che il riequilibrio delle finanze passi solo dal lato delle uscite, ignorando il problema delle entrate e della qualità della crescita.

Il Ticino ha bisogno di un cambio di rotta consapevole e responsabile: una politica economica che punti sulla qualità del lavoro, sugli investimenti produttivi, sulla coesione sociale. Per realismo. Perché una società che accumula frustrazione, rabbia, insicurezza e rancore non è solo più ingiusta: è anche più instabile e meno capace di costruire il proprio futuro. Qui sì, sarebbe opportuno parlare di lascito alle future generazioni.

Scritto per laRegione


Il vero nodo ticinese

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Il discorso astratto sul debito, secondo cui le entrate fiscali in aumento grazie alla generosità dei ricchi sono state comunque insufficienti per compensare una spesa pubblica “fuori controllo”, si scontra con la cruda realtà delle fragilità strutturali ticinesi. Negli ultimi vent’anni, la crescita della spesa pubblica pro capite del Cantone è stata sostanzialmente in linea con la crescita media nazionale, mentre il debito pubblico complessivo del nostro Cantone, a confronto con quello degli altri cantoni, ha avuto, invece, nello stesso periodo l’evoluzione peggiore. Difficile negare che il disavanzo strutturale accumulato non abbia a che fare con una politica fiscale che, per rendere più attrattivo il nostro Cantone, ha insistito con politiche di sgravi e deduzioni che hanno favorito i contribuenti più facoltosi. Una politica fiscale i cui effetti si sarebbero ormai dovuti vedere, se è vero che la teoria che l’ha ispirata sostiene che l’alleggerimento fiscale di reddito e sostanza dei ricchi sgocciola sull’economia reale, creando occupazione, reddito e crescita. Una teoria che anche da noi ha incassato l’ennesima smentita. Una smentita ancora più cocente se si tiene conto che nel nostro Cantone vi è stato un aumento significativo del numero di contribuenti milionari.

Semmai, nello stesso periodo abbiamo conosciuto un aumento delle fragilità strutturali, a cominciare dai bassi salari, il cui divario rispetto alla media nazionale è addirittura aumentato, alle disuguaglianze di reddito e soprattutto di patrimonio in netta crescita, a tassi di povertà sopra la media nazionale. Sono queste fragilità che da tempo esercitano una pressione crescente sulla spesa pubblica e sociale. Quest’ultima non è affatto un’anomalia, ma il pilastro che rende socialmente ed economicamente sopportabile un mercato del lavoro a basso costo.

Se la spesa sociale in Ticino è più che raddoppiata nell’ultimo decennio, la causa non è l’irresponsabilità finanziaria, ma l’esplosione di bisogni prodotti dallo stesso modello economico liberista che alcuni continuano a difendere: stagnazione salariale, precarizzazione, impoverimento della classe media. Il mercato del lavoro ticinese, retto su occupazione precaria e sulla compressione salariale dovuta anche al frontalierato, regge precisamente perché la spesa pubblica – sotto forma di sussidi, prestazioni integrative e servizi – impedisce a migliaia di persone di scivolare nella povertà.

Il problema, quindi, non è la spesa pubblica in sé, ma il tipo di economia che la rende strutturalmente necessaria. Tagliare le prestazioni sociali significa aggravare gli squilibri, aumentando la pressione sul potere d’acquisto e accentuando la dipendenza da impieghi mal pagati. È una ricetta per il fallimento. La sfida per il Ticino non è solo rendere più efficiente la spesa, ma avviare una coraggiosa riconversione del proprio modello di sviluppo, ponendo al centro la qualità del lavoro, la qualità dell’ambiente, l’innovazione ad alto valore aggiunto e la riduzione delle disuguaglianze.

Il caso ticinese non è un’eccezione isolata, ma la manifestazione acuta di dinamiche nazionali. La Svizzera presenta disuguaglianze strutturali persistenti nonostante la prosperità. La ricchezza patrimoniale è fortemente concentrata molto più del reddito. Le disparità territoriali sono profonde. Un sistema fiscale divenuto meno progressivo e una concorrenza fiscale tra cantoni hanno ulteriormente accentuato le disparità, riducendo la capacità redistributiva dello Stato, destinata ad aggravarsi in conseguenza delle misure austeritarie programmate dalla Confederazione. Già oggi, alcuni dati fotografano un disagio crescente e sistemico: la povertà reddituale in Ticino è salita dal 5,1% (2015) al 6,0% (2021), e raggiungerebbe il 14,6% senza trasferimenti sociali; il 3,8% della popolazione vive in povertà persistente; le famiglie monoparentali sono le più colpite, con un tasso di povertà doppio rispetto alla media; la dipendenza dal sostegno pubblico è massiccia: un terzo dei residenti beneficia di riduzioni dei premi di assicurazione malattia e il 40% è esentato dal pagamento delle imposte sul reddito.

Lo Stato sociale, pur attenuando gli effetti più drammatici della povertà, mostra tutte le sue lacune sistemiche e una capacità redistributiva limitata. È urgente un cambio di paradigma. Non basta tamponare l’emergenza con prestazioni sociali, pur necessarie. Bisogna agire sulle cause strutturali: la precarietà del lavoro, gli elementi regressivi della fiscalità, la bassa qualità occupazionale, un sistema sanitario questo sì fuori controllo. Per il Ticino, questo significa abbandonare il modello “a rimorchio” e investire (massicciamente) in un’economia della conoscenza, dell’innovazione e dell’equità. Solo così si potranno avere finanze pubbliche sane, non perché si spende meno, ma perché si genera più benessere, più giustizia e, in definitiva, più ricchezza per tutti.

Pubblicato da laRegione


La giustizia ambientale è necessaria: perché serve l’Iniziativa per il Futuro

La pro­po­sta di patto di Paese merita di essere discussa, ma deve mettere sul tavolo anche la pro­prietà, le com­pe­tenze stra­te­gi­che, il potere deci­sio­nale e un modello di svi­luppo soste­ni­bile e solido 

La crisi climatica non è più un rischio futuro, una lontana e astratta eventualità. Vi sono ampie e provate evidenze empiriche che provano che il cambiamento sta avvenendo a ritmi preoccupanti: aumento della temperatura media a livello globale; ritiro dei ghiacciai continentali e dei ghiacci polari; aumento del livello dei mari; ciclo idrologico sempre più intenso (alluvioni e siccità). In questo mutato e mutante contesto, la Svizzera diventerà più calda e più asciutta, avrà meno neve e in futuro le piogge saranno più forti: a queste conclusioni sono giunti i climatologi dell’Ufficio federale di meteorologia e climatologia MeteoSvizzera e del Politecnico federale di Zurigo.

Ma la crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo.

Le persone con redditi bassi o in condizioni precarie sono le più esposte: vivono in abitazioni meno isolate, spesso lavorano all’aperto, dispongono di meno mezzi per proteggersi da ondate di calore e catastrofi naturali. Chi invece contribuisce maggiormente alla crisi, i super-ricchi, dispone dei capitali per proteggersi dalle conseguenze. È qui che la questione climatica diventa una questione di giustizia sociale. Un’analisi del Tages-Anzeiger del 2023, ispirata ai lavori del World Inequality Lab, stima che l’1% più ricco della popolazione svizzera generi circa 195 tonnellate di CO₂ pro capite l’anno, contro una media di 9 tonnellate per le fasce più modeste. La stima include non solo i consumi e gli stili di vita personali, ma anche le emissioni indirette legate agli investimenti finanziari, che pesano in modo decisivo sull’impronta ecologica dei grandi patrimoni.

L’Iniziativa per il Futuro non tocca il diritto di trasmettere il proprio patrimonio, né le successioni normali o le imprese familiari. Prevede un’imposta solo sulla parte eccedente i 50 milioni di franchi – ossia sulla quota più alta delle fortune più grandi. Non si tassa la successione, ma la sproporzione. In Svizzera, lo 0,05% dei e delle contribuenti – circa 2’500 persone – possiede patrimoni superiori ai 50 milioni di franchi. Per il restante 99,95% delle famiglie e imprese, l’iniziativa non cambia nulla. E anche per le grandi fortune coinvolte, la parte tassata riguarda solo la frazione più alta dell’eredità. In pratica, un’eredità di 55 milioni verrebbe tassata solo sui 5 milioni che superano la franchigia, cioè 2,5 milioni. Le entrate, stimate tra 4 e 6 miliardi di franchi all’anno, sarebbero destinate interamente a misure di protezione del clima socialmente giuste: ristrutturazioni energetiche, mobilità sostenibile, formazione e occupazione verde, rafforzamento dei servizi pubblici. E questo in risposta a chi dice che a pagare la transizione ecologica sono le classi medie e inferiori.

L’idea di tassare le grandi eredità non nasce da pulsioni o ideologie egualitarie recenti, ma affonda le radici nel pensiero liberale. Già Knut Wicksell e John Stuart Mill sostenevano che la ricchezza ereditata non fosse un diritto naturale, bensì una fonte d’ingiustizia: tassarla significava riequilibrare la società e garantire pari opportunità tra le generazioni. Dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale, molti Paesi fecero propria questa visione e la tassazione patrimoniale rimase per decenni una componente normale di un sistema fiscale più equo. Il filo conduttore era chiaro: rompere le dinastie economiche e finanziare il welfare.

Oggi economisti come Thomas Piketty, Josef Stiglitz, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman rilanciano quella tradizione: propongono imposte progressive sulla ricchezza e sulle successioni come strumenti di democrazia economica, di redistribuzione della ricchezza come creazione collettiva, per evitare che il capitalismo diventi ereditarietà di pochi e disuguaglianza per molti.

L’Iniziativa per il Futuro è perfettamente in linea con questa nuova generazione di pensiero: unisce giustizia fiscale e giustizia climatica.

In Svizzera, le imposte patrimoniali e di successione sono state progressivamente ridimensionate dagli anni Novanta: per ogni franco ereditato, si pagano oggi appena 1,4 centesimi d’imposta, contro i 4,1 centesimi del 1990. Questo ha favorito la concentrazione di ricchezza e indebolito le finanze pubbliche. Sotto il profilo della distribuzione patrimoniale siamo il Paese al mondo con il tasso più elevato di disuguaglianza.

Dall’evidenza internazionale, l’idea degli oppositori secondo cui “una grande imposta di successione uccida tutte le PMI familiari” non è affatto una certezza, ma dipende fortemente dal disegno legislativo che può prevedere tutti quegli accorgimenti normativi, peraltro in parte già presenti, volti a preservare, esentandole, le attività imprenditoriali virtuose, quelle che garantiscono la continuità produttiva e occupazionale.

Come ha ricordato di recente il Financial Times, il mondo si trova di fronte a un dilemma: mentre i Paesi faticano ad adattarsi ai nuovi costi della crisi climatica, mancano le risorse per farlo. In Svizzera, la Confederazione investe appena due miliardi l’anno nella protezione del clima, mentre ne servirebbero almeno undici per raggiungere gli obiettivi – già modesti – fissati per il 2050. Il Consiglio federale, invece, propone tagli, persegue una politica austeritaria che mina le basi stesse di quella economia che dice voler sostenere.

L’Iniziativa per il Futuro ribalta questa logica suicida: finanziare la transizione ecologica chiamando alla responsabilità chi più contribuisce alla distruzione del clima e alle disuguaglianze. La capacità di un Paese di garantire sicurezza ambientale e qualità di vita sarà sempre più un fattore chiave di attrattività territoriale. Non è la corsa al ribasso fiscale a trattenere talenti e investimenti, ma la stabilità, la salute pubblica e la bellezza del paesaggio. Insomma, è sull’attrattività ambientale che si gioca il futuro.

Non può esserci giustizia climatica senza giustizia sociale. E perché un futuro vivibile non si eredita: si costruisce insieme.