La logica del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale
“Le recenti proposte avanzate da Donald Trump e Tony Blair per il ‘futuro’ di Gaza si inseriscono in una cornice ideologica che riproduce, sotto nuove forme, la logica del colonialismo predatorio. Presentate come iniziative di ricostruzione e stabilizzazione, queste proposte delineano un modello di governance esterna, tecnocratica e depoliticizzata, che mira a trasformare Gaza in una zona economicamente funzionale, ma politicamente svuotata”.
Inizia così l’ottimo contributo di Mattia Cavadini apparso il 15 ottobre 2025 su “RSI News”. Si tratta, continua Cavadini, di una riconfigurazione del dominio, non della sua abolizione. Perno di questa operazione neocoloniale, come ha documentato rigorosamente Andrea Fumagalli sul sito Effimera.org, l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair e il Presidente degli USA Donald Trump. Il primo è promotore della Blair Capital Real Assets, un fondo specializzato in operazioni post-conflitto e rigenerazione di aree strategiche che ha già avviato relazioni con la Lega Araba e con la partnership del Fondo d’investimento MENA (Middle East North Africa), lavorando parallelamente con la Standard Chartered e Barclays per predisporre un veicolo d’investimento dedicato a Gaza, mirando ad attrarre sia capitali sovrani dei paesi del Golfo sia fondi pensione istituzionali europei.
Sul fronte americano, Donald Trump ha ufficializzato l’impegno della Trump Organization attraverso la nuova piattaforma Middle East Recovery Properties, un consorzio di veicoli finanziari che include la Trump International Real Estate, le Kushner Companies, la Witkoff Development e soggetti legati a Bain Capital e Carlyle Group. Tali società fanno riferimento alle persone (il genero Kushner e l’inviato di Trump per la questione medio-orientale, Witkoff) che erano fisicamente presenti all’incoronazione di Trump alla Knesset israeliana e al vertice di Sharm el-Sheikh, confermando un conflitto di interessi che farebbe impallidire gli eredi di Berlusconi.
In questo modello colonialistico ed estrattivo (200mila edifici distrutti, reti idriche ed elettriche da rimettere in funzione, strade da rifare, circa 61 milioni di tonnellate di detriti da rimuovere, gran parte dei quali contenenti amianto), “ricostruire” significa in buona parte “svendere” il territorio a interessi esterni, trasformandolo in asset finanziari speculativi piuttosto che in luogo di vita dignitoso per la popolazione palestinese.
Nel suo “Capitalismo della frammentazione”, lo storico dell’economia Quinn Slobodian dimostra che un fenomeno chiave del capitalismo contemporaneo è la proliferazione di Zone economiche speciali (ZES), porti franchi, enclave private, comunità recintate ed esclusive che sorgono al di fuori degli Stati-nazione in termini di governo, diritto e controllo territoriale. Un modello di sviluppo, quello delle “gated communities”, delle comunità recintate, ispirato a ideali liberisti di efficienza, volti ad attrarre capitali che insidiano la democrazia, la sovranità, la partecipazione locale. L’identificazione di chi firma i contratti e finanzia gli investimenti è una buona chiave di lettura per capire se ci si trova di fronte alla nascita di una “gated community”. È il caso di Gaza, del suo futuro.
I casi di studio portano Slobodian dalla Hong Kong degli anni Settanta al Sudafrica degli ultimi giorni dell’apartheid, dal modello medievale della città di Londra (London Docklands), da Dubai alla Soluzione Singapore, fino agli oceani e alle zone di guerra, territori vergini dove poter liberare il capitalismo dalla morsa della democrazia. Politiche fiscali orientate alla concorrenza territoriale, privilegi per i capitali mobili e indebolimento del reddito da lavoro costituiscono la base materiale su cui si costruiscono queste “gated communities” su scala regionale. Non servono i cancelli, i confini fisici, sono sufficienti i confini fiscali e sociali che separano chi vive dentro le comunità privilegiate e chi ne rimane escluso. Il principio fiscale alla base della gated community definisce un dentro il recinto, dove si gode di vantaggi, e un fuori, dove si sostiene la struttura comune con risorse sempre più scarse, con tagli alla socialità e all’impiego pubblico, dove si esercita l’arte di ignorare i poveri.
Un immaginario, un progetto neppure troppo latente sin dagli albori delle politiche neoliberiste nel nostro Cantone, se è vero che già 23 anni fa il settimanale Newsweek descriveva “incautamente” i nostri luoghi come una specie di Tijuana delle Alpi. Un progetto che nel contesto attuale, di vera e propria impasse politico-finanziaria, potrebbe risorgere con disperata violenza.
Scritto per laRegione