Comunità recintate

La logica  del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale 

“Le recenti proposte avanzate da Donald Trump e Tony Blair per il ‘futuro’ di Gaza si inseriscono in una cornice ideologica che riproduce, sotto nuove forme, la logica del colonialismo predatorio. Presentate come iniziative di ricostruzione e stabilizzazione, queste proposte delineano un modello di governance esterna, tecnocratica e depoliticizzata, che mira a trasformare Gaza in una zona economicamente funzionale, ma politicamente svuotata”.

Inizia così l’ottimo contributo di Mattia Cavadini apparso il 15 ottobre 2025 su “RSI News”. Si tratta, continua Cavadini, di una riconfigurazione del dominio, non della sua abolizione. Perno di questa operazione neocoloniale, come ha documentato rigorosamente Andrea Fumagalli sul sito Effimera.org, l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair e il Presidente degli USA Donald Trump. Il primo è promotore della Blair Capital Real Assets, un fondo specializzato in operazioni post-conflitto e rigenerazione di aree strategiche che ha già avviato relazioni con la Lega Araba e con la partnership del Fondo d’investimento MENA (Middle East North Africa), lavorando parallelamente con la Standard Chartered e Barclays per predisporre un veicolo d’investimento dedicato a Gaza, mirando ad attrarre sia capitali sovrani dei paesi del Golfo sia fondi pensione istituzionali europei.

Sul fronte americano, Donald Trump ha ufficializzato l’impegno della Trump Organization attraverso la nuova piattaforma Middle East Recovery Properties, un consorzio di veicoli finanziari che include la Trump International Real Estate, le Kushner Companies, la Witkoff Development e soggetti legati a Bain Capital e Carlyle Group. Tali società fanno riferimento alle persone (il genero Kushner e l’inviato di Trump per la questione medio-orientale, Witkoff) che erano fisicamente presenti all’incoronazione di Trump alla Knesset israeliana e al vertice di Sharm el-Sheikh, confermando un conflitto di interessi che farebbe impallidire gli eredi di Berlusconi.

In questo modello colonialistico ed estrattivo (200mila edifici distrutti, reti idriche ed elettriche da rimettere in funzione, strade da rifare, circa 61 milioni di tonnellate di detriti da rimuovere, gran parte dei quali contenenti amianto), “ricostruire” significa in buona parte “svendere” il territorio a interessi esterni, trasformandolo in asset finanziari speculativi piuttosto che in luogo di vita dignitoso per la popolazione palestinese.

Nel suo “Capitalismo della frammentazione”, lo storico dell’economia Quinn Slobodian dimostra che un fenomeno chiave del capitalismo contemporaneo è la proliferazione di Zone economiche speciali (ZES), porti franchi, enclave private, comunità recintate ed esclusive che sorgono al di fuori degli Stati-nazione in termini di governo, diritto e controllo territoriale. Un modello di sviluppo, quello delle “gated communities”, delle comunità recintate, ispirato a ideali liberisti di efficienza, volti ad attrarre capitali che insidiano la democrazia, la sovranità, la partecipazione locale. L’identificazione di chi firma i contratti e finanzia gli investimenti è una buona chiave di lettura per capire se ci si trova di fronte alla nascita di una “gated community”. È il caso di Gaza, del suo futuro.

I casi di studio portano Slobodian dalla Hong Kong degli anni Settanta al Sudafrica degli ultimi giorni dell’apartheid, dal modello medievale della città di Londra (London Docklands), da Dubai alla Soluzione Singapore, fino agli oceani e alle zone di guerra, territori vergini dove poter liberare il capitalismo dalla morsa della democrazia. Politiche fiscali orientate alla concorrenza territoriale, privilegi per i capitali mobili e indebolimento del reddito da lavoro costituiscono la base materiale su cui si costruiscono queste “gated communities” su scala regionale. Non servono i cancelli, i confini fisici, sono sufficienti i confini fiscali e sociali che separano chi vive dentro le comunità privilegiate e chi ne rimane escluso. Il principio fiscale alla base della gated community definisce un dentro il recinto, dove si gode di vantaggi, e un fuori, dove si sostiene la struttura comune con risorse sempre più scarse, con tagli alla socialità e all’impiego pubblico, dove si esercita l’arte di ignorare i poveri.

Un immaginario, un progetto neppure troppo latente sin dagli albori delle politiche neoliberiste nel nostro Cantone, se è vero che già 23 anni fa il settimanale Newsweek descriveva “incautamente” i nostri luoghi come una specie di Tijuana delle Alpi. Un progetto che nel contesto attuale, di vera e propria impasse politico-finanziaria, potrebbe risorgere con disperata violenza.

Scritto per laRegione


Grounding: di Svizzera, Voltaire e Trump

La logica  del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale 

In economia le narrazioni contano nella formazione delle aspettative e delle reazioni politiche. Lo spiega bene Robert Shiller, premio Nobel per l’economia, in un suo libro del 2020 in cui dimostra come il diffondersi virale di alcune idee sotto forma di narrazioni può modificare interi mercati, che si tratti della convinzione che i titoli delle società tecnologiche non possano far altro che salire, che i prezzi delle case non scenderanno mai o che certe aziende siano troppo grandi per fallire. La Svizzera è innegabilmente una narrazione in sé. A partire da Voltaire, il quale diceva “se vedi un banchiere svizzero saltare dalla finestra vagli dietro. Sicuramente c’è da guadagnare”.

Un’immagine, una narrazione, resa ancora più pregnante da una serie di fatti più recenti, se si pensa alla vicenda non proprio nobile dei Fondi ebraici in giacenza, all’attaccamento ostinato al segreto bancario, agli scandali bancari oggetto di sanzioni multimilionarie da parte degli USA, alle accuse di manipolazione valutaria (la lista non è esaustiva). Tutti fatti che volenti o nolenti hanno rafforzato quella narrazione che lo scorso febbraio Steve Bannon, l’anima nera della svolta trumpiana, in un’intervista a Massimiliano Herber, corrispondente della RSI negli USA, ha rilanciato definendo l’élite finanziaria svizzera (non il popolo, non sia mai) una “banda di corrotti e corruttori, di cui tutti noi dovremmo vergognarci”. Un’immagine populista, certamente compatibile con il modo di argomentare di Trump sulle barriere doganali, così infarcito di risentimento e intenzioni punitive, di toni ricattatori e sentimenti vendicativi. 

Non si creda però che basti blandire il narcisista Trump su un campo da golf per mitigare la narrazione e fargli cambiare idea. Per quanto il personaggio sia certamente padrone del gioco, la situazione in cui siamo giunti oggi ha una spiegazione sistemica, si iscrive in una dinamica di fattori strutturali che rimandano alla crisi delle regole della globalizzazione e della sua matrice neoliberista, crisi che è alla base del declino dell’impero americano, crisi che si invera in squilibri commerciali crescenti e in perdita di egemonia del dollaro. 

In questi squilibri la Svizzera primeggia con le sue esportazioni pari al 60% del PIL, ben al di sopra del 33,7% dell’Italia, del 34,2% della Francia, del 43,4% della Germania e di quella Cina, “fabbrica del mondo”, le cui esportazioni rappresentano un mero 19% del PIL. La globalizzazione degli ultimi quarant’anni ha indubbiamente rafforzato questa tendenza, favorendo uno sviluppo industriale che porta la Svizzera ai vertici della classifica mondiale per valore aggiunto manifatturiero pro capite. Senza gli sbocchi sui mercati esteri, per un Paese piccolo come la Svizzera, questo sviluppo non si sarebbe potuto realizzare. 

In altre parole, la Svizzera è il Paese più globalizzato del mondo, ma è anche il Paese più isolato geopoliticamente, una discrasia che in buona parte spiega la fragilità negoziale a fronte di un Paese, gli USA, che vuole ristabilire la propria egemonia sul piano industriale, commerciale e monetario, un’egemonia che è fortemente insidiata dalla Cina. 

La violenza e l’arroganza trumpiana nei confronti della Svizzera, un tempo considerata l’El Dorado della borghesia, rientra, oltretutto, nella strategia perseguita dall’Amministrazione statunitense di svalutare il dollaro per favorire il riequilibrio della bilancia commerciale e l’alleggerimento del debito federale, conservando comunque la predominanza del dollaro come moneta internazionale. Il che comporta, nella logica trumpiana, un attacco alla piazza economica e finanziaria elvetica per indebolirne l’attrattività. In particolare, in questo periodo in cui, secondo la rivista americana Fortune, si assiste a una corsa all’acquisto di oro da parte di ricchi americani nonché al deflusso di capitali sui nostri conti correnti per proteggersi dall’instabilità politica interna. 

Se è vero che la crisi che si è venuta a creare è la conseguenza del cambio di paradigma economico e politico su scala globale, se è vero che la guerra dei dazi comporta l’insediamento dello Stato al centro dei rapporti economici globali, allora è bene non farsi troppe illusioni circa un cambiamento di comportamento di Trump tale da ristabilire una migliore condizione negoziale. Non ci sembra che misure quali la “sburocratizzazione”, la riduzione del costo del lavoro e la defiscalizzazione delle aziende siano misure tali da arginare e rilanciare un’economia fortemente orientata all’esportazione, ricreando in tal modo le stesse cause che ci hanno portato alla crisi attuale. Una crisi di paradigma, di modello economico, in cui, semmai, andrebbe rafforzata la domanda interna con politiche ridistributive, sociali e fiscali più incisive. E allo stesso tempo, ridefinendo le condizioni generali di una politica industriale calibrata sui bisogni della popolazione e dell’ambiente.

Nell’immagine: Steve Bannon nell’intervista alla RSI


Debito e classi sociali

La logica  del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale 

In Svizzera, secondo i dati della Banca nazionale, gran parte dei creditori della Confederazione sono investitori istituzionali svizzeri: casse pensione, fondi di investimento, banche, assicurazioni, con il 14% del totale in mano a investitori esteri. Sono coloro che detengono i titoli con i quali la Confederazione copre il debito pubblico. Quando si dice che il debito pubblico di oggi ricadrà sulle future generazioni, occorrerebbe quindi aggiungere che le future generazioni beneficeranno anche dei titoli di credito sul debito pubblico, sia naturalmente sotto forma di beni patrimoniali e infrastrutturali creati con il debito di oggi, sia anche sotto forma di interessi (rendimenti) sui titoli di credito che le generazioni future erediteranno. 

È utile ricordare che nel secondo dopoguerra, durante i cosiddetti Trenta Gloriosi (1945-1975), il debito pubblico è stato un potente strumento di progresso collettivo. In Svizzera, nel 1950 il debito pubblico rappresentava ben il 70% del PIL, e la sua graduale riduzione fu possibile grazie alla crescita economica sostenuta dalla spesa pubblica, da investimenti in infrastrutture, istruzione e sicurezza sociale. Senza dimenticare quei 250 milioni di dollari del Piano Marshall di cui la Svizzera beneficiò tra il 1950 e il 1951 come compensazione alla stabilizzazione delle monete europee. Come a dire che il servizio sul debito è sostenibile quando il tasso di crescita del PIL è superiore al tasso d’interesse sul debito. 

Quando si parla di classe media, oltre al ruolo giocato dall’accesso ai beni di consumo di massa, occorre sempre ricordare il contributo al suo consolidamento garantito dai titoli (di debito) pubblici nella stabilizzazione del risparmio, senza tralasciare la loro importanza nelle strategie di investimento dei fondi pensione. 

Questo meccanismo virtuoso ha dato segni di cedimento dal momento in cui la stessa classe media, incalzata dalle trasformazioni dei modi di produrre (flessibilità, esternalizzazioni, delocalizzazioni) e dai processi di finanziarizzazione (centralità del valore azionariale, dividendi e rendite speculative), ha iniziato a perdere fiducia nell’azione dello Stato e della spesa pubblica come fattore ridistributivo, avviando la stagione dei populismi. È una svolta che indubbiamente rifletteva l’impreparazione del sistema della sicurezza sociale a far fronte agli effetti sociali delle trasformazioni in atto (precarietà, povertà, bassi salari). 

È un fatto che, parallelamente alla delegittimazione del debito pubblico, si sia assistito all’aumento del debito privato. Debito pubblico che, in rapporto al PIL, rimane tra i più bassi del mondo, ma debito privato che, per contro, ci vede i primi in classifica su scala planetaria. Se del primo si parla parecchio con non poca acredine, del secondo ci si dimentica bellamente, anche se dal punto di vista dell’ormai proverbiale padre di famiglia, è assai più problematico. Sia nella forma del debito ipotecario, che rappresenta circa 1.200 miliardi di franchi (quasi una volta e mezza il PIL), sia in quella del debito al consumo, di cui è permeata la società intera (dalle auto ai dispositivi tecnologici), il debito privato è del tutto funzionale alla crescita economica, anche laddove degenera in sovraindebitamento, causando problemi sociali di non facile risoluzione che, guarda caso, richiedono il supporto di operatori sociali formati nelle nostre scuole. Il debito privato ipotecario è talmente funzionale alla crescita economica che, rispetto al debito pubblico, a partire da una certa soglia, ammette l’esenzione dal pagamento dell’ammortamento.

Qui, naturalmente, la metafora dello Stato come buon padre di famiglia non regge davvero più, senza con questo voler offendere nessuno. È proprio per questo che non se ne parla, imputando al solo debito pubblico l’origine di tutti i mali, anche quando la sua evoluzione è riconducibile al sostegno ai bassi salari attraverso, in particolare, i sussidi ai premi di cassa malati. E quando si parla di casse malati, si deve parlare del finanziamento dell’intero settore sanitario, che già oggi pesa fortemente sulle economie domestiche, ma che è destinato a pesare ancor più pesantemente sulle generazioni future. E qui, è il caso di ricordare che a beneficiare del finanziamento pubblico sono anche gli ospedali privati (che al Ticino costa tra i 110 e i 130 milioni di franchi all’anno). 

Dietro il debito pubblico e il debito privato si delineano i contorni sempre più porosi delle classi sociali e della difficoltà di assicurarne le prerogative e i valori che le permeano. Il rischio è che la classe media perda la sua “medietà” per scoprirsi classe subalterna, lasciando tutto intero un vuoto di rappresentanza che si vuole colmare con l’odio verso lo Stato come garante dell’interesse collettivo. 

Scritto per laRegione


Realtà e retorica del debito pubblico

La logica  del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale 

Una voce ricorrente denuncia l’“esplosione” della spesa pubblica, l’“espansione fuori controllo” dello Stato e l’“intollerabile” livello del debito cantonale. Ma al di là dei toni allarmistici, ciò che si legge tra le righe è un’impostazione ideologica rigida e selettiva.

È utile ricordare che il debito pubblico del Canton Ticino, pur in crescita negli ultimi anni, resta in proporzione decisamente contenuto sia rispetto al Prodotto interno lordo cantonale sia nel confronto internazionale. E questo senza contare i beni patrimoniali di proprietà dello Stato di cui noi e le generazioni future beneficiamo. Non c’è nessuna crisi del debito in vista.

A preoccupare non è il debito pubblico in sé, ma piuttosto il modo in cui viene narrato e strumentalizzato. La retorica del “buon padre di famiglia” – secondo cui lo Stato dovrebbe comportarsi come un’economia domestica e “non spendere ciò che non ha” – è economicamente infondata, e la storia economica del Cantone Ticino è lì a dimostrarlo. Lo Stato non è una famiglia: può (e talvolta deve!) indebitarsi per affrontare bisogni collettivi, sostenere la domanda interna, finanziare servizi pubblici, contrastare le disuguaglianze, predisporre una politica industriale volta a preparare la transizione energetica. A differenza del buon padre (e anche della madre) di famiglia, la spesa pubblica orientata alla crescita genera reddito aggiuntivo e, ampliando la base imponibile complessiva, produce gettito fiscale. Negare questa funzione significa ridurre lo Stato a un ruolo residuale, salvo invocarlo, come succede puntualmente, nei momenti di crisi.

Non è un caso che certe invettive contro la spesa pubblica sembrino riecheggiare toni e logiche ben noti oltreoceano. Negli anni ’90, Grover Norquist, stratega del Partito Repubblicano americano e fervente promotore del ridimensionamento statale, dichiarava: «Non voglio abolire il governo. Voglio semplicemente ridurlo a tal punto da poterlo trascinare in bagno e annegarlo nella vasca». È l’immagine brutale (e volgare) della strategia detta Starving the Beast – “affamare la bestia” – secondo cui si devono ridurre le entrate dello Stato (attraverso tagli fiscali) per poi lamentarsi del fatto che non ci siano fondi per i servizi pubblici, e così giustificarne lo smantellamento. È la politica delle “casse vuote”, o dello “Stato povero”, che dagli anni Novanta in poi orienta le strategie dei partiti che hanno fatto proprio il dogma liberista.

Se si vuole discutere seriamente di spesa pubblica, allora sarebbe utile chiedere: quali spese? Quali investimenti pubblici? Per quali beneficiari? Con quale visione di società?

È questo il dibattito da rilanciare, evitando le scorciatoie ideologiche che invocano uno Stato “più snello”, ma solo dove non tocca interessi consolidati.

A supporto di una visione più realistica e meno ideologica, basta guardare ai fatti: le valutazioni delle agenzie di rating internazionali raccontano una storia ben diversa da quella degli apocalittici. Per il 2025, l’agenzia di rating Moody’s assegna al Canton Ticino un voto Aa2 con outlook stabile, riconoscendo una gestione prudente del debito e una base economica capace di reggere anche shock esogeni, come dimostrato durante la pandemia (si veda il rapporto di Moody’s sul sito del Cantone).

Sebbene segnali alcune criticità, l’agenzia sottolinea l’affidabilità del Cantone e la sua capacità di accedere ai mercati finanziari a condizioni favorevoli.

Il vero nodo, però, sono le fragilità strutturali dell’economia locale: bassi salari, dumping, forti disuguaglianze, dipendenza dal lavoro frontaliero e indici di povertà superiori alla media nazionale. Fragilità che premono sulla spesa sociale, senza la quale il basso livello dei salari sarebbe insostenibile. Un evidente sostegno pubblico all’economia privata che, come sottolineava Daniel Ritzer nel suo editoriale apparso su laRegione del 16 aprile 2025, si ritrova nei conti dello Stato, senza per questo essere riconosciuto né tanto meno apprezzato.

In questo contesto, sempre più caratterizzato da derive protezionistiche sostenute da politiche tariffarie aggressive, rispondere con il rilancio di politiche liberiste tutte volte alla deregolamentazione del mercato, a ulteriori sgravi fiscali “salvifici” e alla compressione della spesa e dell’occupazione pubblica, è del tutto controproducente e autolesionista. Al protezionismo non si risponde con il liberismo, dato che si tratta di due facce della stessa medaglia. Infatti la politica protezionistica inaugurata da Trump è una risposta agli effetti delle politiche liberiste sulle bilance commerciali degli anni della globalizzazione. Lo Stato, per contro, deve rafforzare il proprio ruolo come regolatore e investitore, soprattutto nei servizi pubblici, nell’innovazione e nel sostegno ai redditi più bassi. Più concretamente, come sottolinea Thomas Piketty su la Repubblica del 17 aprile 2025 con riferimento alle terapie dell’Unione europea in risposta all’attacco degli Stati Uniti, se si vuole evitare un’agonia lenta dell’economia europea, “abbiamo bisogno soprattutto di investimenti pubblici, nella ricerca, nella sanità, e dobbiamo inventare nuove forme di governance nel settore digitale per controllare i grandi gruppi privati”. Una strategia che sembra del tutto alla portata del nostro Cantone.

Scritto per  laRegione
Nell’immagine: il sogno dei liberisti ticinesi


Stati Uniti: la nuova economia di guerra

La logica  del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale 

Come ricorda Sergio Rossi in una sua intervista rilasciata a RSI News il 2 aprile 2025, da diversi decenni la spesa pubblica militare costituisce una componente strutturale del bilancio del Governo federale degli Stati Uniti, contribuendo in modo significativo al disavanzo pubblico. Le guerre in Iraq e Afghanistan, i conflitti attuali in Ucraina e Medio Oriente, e lo sviluppo di tecnologie nucleari a fini bellici testimoniano il ruolo centrale che la politica militare ha assunto da tempo nell’economia americana. Il settore militare non solo assorbe risorse pubbliche considerevoli, ma influenza anche le dinamiche macroeconomiche globali, se solo si ricorda che qualcosa come il 55% delle importazioni di armi da parte dei Paesi europei tra il 2019 e il 2023 proviene dagli Stati Uniti. Un 55% che va in qualche modo finanziato come il restante 45%, peraltro. 

John Maynard Keynes, nella sua opera “La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” (1936), aveva già identificato il ruolo della spesa pubblica nel sostenere la domanda aggregata e, di conseguenza, l’occupazione e la crescita economica. Durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti applicarono i principi keynesiani, utilizzando la spesa bellica come leva per uscire dalla Grande Depressione. Tuttavia, Keynes affrontò in modo più specifico il tema della spesa militare e del suo finanziamento in “How to Pay for the War” (1940). Visti gli effetti inflazionistici dello sforzo bellico (maggiore domanda aggregata senza il corrispettivo in termini di beni di consumo, se non quelli bellici che si consumano distruggendosi), Keynes sottolineò la necessità di misure fiscali adeguate, come imposte progressive e risparmio forzato, al fine di permettere un rilancio della domanda aggregata, una sorta di consumo differito dopo la fine del conflitto. L’idea di fondo era di varare misure sociali e redistributive a favore della popolazione per ripagarla delle privazioni e dei sacrifici sostenuti durante la guerra. Fu questo il senso profondo dello Stato sociale post-bellico. Ben diverso l’esito della guerra alla pandemia, dalla quale aspettiamo ancora di essere sdebitati. Anzi, la spesa sanitaria a carico dei cittadini è in costante aumento come pure quella delle imprese chiamate a ripagare i debiti contratti durante la crisi pandemica. 

Se da un lato la spesa militare genera occupazione e sviluppo tecnologico, dall’altro distorce l’allocazione delle risorse, privilegiando settori meno produttivi rispetto a investimenti in infrastrutture civili, sanità e istruzione. Keynes stesso avrebbe probabilmente criticato questa strategia, in quanto oggi la spesa militare, secondo le evidenze empiriche, genera effetti inferiori al suo ammontare. Secondo Goldman Sachs, un dollaro speso per la produzione bellica, genera solo 50 centesimi, oltretutto a patto che gradualmente la produzione bellica aumenti. In altri termini, mentre il keynesismo classico proponeva una spesa pubblica anticiclica per stimolare la crescita in periodi di recessione, l’attuale economia di guerra sembra vincolata a una logica di crescita continua dipendente dal conflitto permanente. 

A differenza del passato, quando la ricostruzione postbellica generava un ritorno economico tangibile, oggi il complesso militare-industriale si autoalimenta, promuovendo politiche di (in)sicurezza che giustificano un’espansione continua della spesa bellica.

In questo contesto si inserisce anche la politica commerciale inaugurata dall’amministrazione Trump, con l’introduzione di dazi doganali su larga scala. Oltre a rientrare in una strategia di rilancio del “Made in USA”, questi dazi alimentano tensioni inflazionistiche e dinamiche protezionistiche estremamente pericolose. Sono anche chiamati, almeno in parte, a compensare l’elevato disavanzo federale generato dalla crescita della spesa militare e dagli sgravi fiscali a favore dei ceti più abbienti. La riscossione dei dazi, in questo senso, rappresenta un’entrata fiscale alternativa in un contesto di riduzione strutturale delle imposte. Sul calcolo di questa misura tariffaria si può solo stendere un velo di pietoso silenzio. 

La Svizzera non è affatto estranea a queste dinamiche, come mostrano gli avvicendamenti ai vertici dell’esercito, della RUAG e del Dipartimento della difesa. I segnali sono chiari: allentamento delle restrizioni alle esportazioni, progressivo avvicinamento alla NATO e, ovviamente, aumento non indifferente della spesa militare. Un’ulteriore dura prova della neutralità elvetica. 

C’è da chiedersi come questa svolta bellicista si riverbererà sulla nostra economia cantonale, la cui solidità è direttamente proporzionale alla crescita e all’orientamento dei mercati d’esportazione. Una cosa è chiara: senza conoscere quali sono i margini e gli obiettivi di una politica industriale locale, difficilmente si potrà perseguire una politica di allocazione delle risorse che tenga conto dei bisogni in campo sanitario, sociale e formativo. Senza una conoscenza e una consapevolezza della società che vogliamo, e per la quale siamo pronti a mobilitarci, non ci rimane che restare al traino della storia e della sua negazione. 

Scritto per la Regione
Nell’immagine:  John Maynard Keynes


C’è del metodo in questo caos

La logica  del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale 

I mercati finanziari, depositari delle aspettative razionali degli attori economici, celebrati da fior di economisti e premi Nobel, sembrano aver smarrito la loro presunta capacità di previsione di fronte al caos generato dalla nuova amministrazione Trump. Di fronte al dilemma fra politiche dei dazi, annunciati, ritirati, reiterati, che portano inevitabilmente all’aumento dell’inflazione e al rafforzamento del dollaro – perché se le merci importate costano di più, la domanda di dollari, e dunque il loro valore, aumenta -, di fronte ai licenziamenti di massa nel settore pubblico e alle deportazioni dei migranti indesiderati, che non potranno che incidere negativamente sulla domanda aggregata di beni e servizi, di fronte, insomma, alla prospettiva di una recessione, gli operatori finanziari sembrano davvero dei pugili suonati.  

Si aspettavano ben altro, in effetti, una nuova età dell’oro, un’era di prosperità per tutti, fatta di aumento del potere di acquisto, di esportazioni e di investimenti produttivi. Invece, da più parti si parla con sempre più insistenza del rischio reale di recessione, peraltro confermato candidamente dallo stesso Trump, con effetti immediati sugli indici borsistici. 

La politica della nuova amministrazione Trump sembra invero caotica e improvvisata, come traspare dalle reazioni dei mercati finanziari. Ma dietro questo apparente disordine si intravede, invece, una precisa strategia, una strategia ispirata alla “dottrina dello shock”, efficacemente descritta da Naomi Klein nel suo libro Shock politics del 2017. Ossia, la strategia di utilizzare il disorientamento dell’opinione pubblica dopo un trauma collettivo, per far passare misure radicali a favore del potere costituito. Lo shock “deve essere qualcosa di brutto e grosso che ancora non comprendiamo. Lo stato di shock subentra quando si spalanca un baratro tra i fatti e la nostra capacità iniziale di spiegarli”. Che cosa non comprendiamo? Che Trump vuole, appunto, provocare una recessione. 

“Lo scopo di Trump sarebbe provocare un rallentamento della crescita, e di conseguenza la disinflazione. Così la Federal Reserve si sentirebbe libera, o meglio obbligata, a tagliare i tassi, favorendo la svalutazione del dollaro”. Così Paolo Mastrolilli su Affari & Finanza di lunedì 10 marzo 2025. E a ragion veduta: che senso ha attirare imprese negli USA per poi lasciarle in balia di un dollaro forte che penalizza le esportazion? La stessa crisi borsistica asseconda, paradossalmente, la strategia di Trump: farebbe abbassare i tassi d’interesse, contribuirebbe così all’indebolimento del dollaro e faciliterebbe l’industria esportatrice, contenendo allo stesso tempo, gli eccessi della finanziarizzazione. Come ben sintetizzato da Gillian Tett sul Financial Times dell’8/9 marzo 2025, Trump punta alla reindustrializzazione, più che alla finanziarizzazione degli USA: “It’s about Main Street, not Wall Street”. 

Puntare allo “shock recessivo” per ottenere ciò che la politica dei dazi non permette di realizzare (abbassamento dei prezzi dei beni di consumo e abbassamento dei tassi d’interesse con conseguente svalutazione del dollaro), è il grande gioco della nuova amministrazione Trump. Ma è un gioco estremamente pericoloso. Non solo le grandi promesse elettorali verrebbero platealmente disattese, ma l’aumento della povertà e in generale il peggioramento delle condizioni di vita potrebbero provocare rivolte sociali tali da compromettere o minare le ambizioni del Presidente unto dal Signore. Visto dall’esterno, questo scenario potrebbe pure essere auspicabile, vista l’apparente paralisi politica delle forze di opposizione. Ma in questo contesto è bene essere cauti. Una rivolta sociale causata da un disegno che risponde ad una precisa strategia, rimanda ad un altro livello della shock politics, quello dell’accelerazione autoritaria, di una instaurazione di uno Stato di eccezione, tale da eliminare del tutto il sistema di pesi e contrappesi che ancora dimostra di poter intralciare, anche se con sempre meno forza, il cambiamento di regime. Il regime di una “democrazia senza diritti” sul modello di Orbán, basato sul contrasto all’immigrazione, il tradizionalismo culturale, la restrizione dei diritti civili, lo strapotere dell’esecutivo e la persecuzione degli oppositori. 

Il fatto che Trump intenda spostare 35 mila uomini dell’esercito statunitense di stanza nel Vecchio Continente, dalla Germania all’Ungheria, autorizza a pensare che la strategia autoritaria abbia una portata che va oltre i confini americani e che punta non alla distruzione dell’Europa, terra “rara” da ricolonizzare, ma alla sua fascistizzazione. Un’Europa che a questo punto non avrebbe neanche più ragione di armarsi per difendersi dai “nuovi amici”. Ma questa è un’altra storia, un altro shock. 

Scritto per laRegione


Il cretinismo delle merci

La logica  del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale 

Il 1° febbraio sarebbero dovuti entrare in vigore i dazi sui prodotti che Messico e Canada esportano negli Stati Uniti, ma Trump li ha sospesi. Una mossa inattesa, considerando la sua retorica populista e protezionista, che però ha evitato temporaneamente, forse fino alla fine di febbraio, un’impennata dei prezzi su beni di largo consumo, in particolare uno dei prodotti simbolo delle esportazioni messicane, l’avocado. È noto che durante il Super Bowl, la finale del campionato di football americano, il più importante evento sportivo dell’anno, il consumo di avocado raggiunge il suo massimo: milioni di chili vengono trasformati in guacamole, presenza immancabile sulle tavole statunitensi. Nel 2023, le esportazioni messicane di avocado sono state pari a 1,4 milioni di tonnellate. Gli Stati Uniti restano il principale mercato per l’avocado messicano, assorbendo l’81% dell’export, per un valore di 2,7 miliardi di dollari. Se i dazi fossero entrati in vigore, il prezzo degli avocado avrebbe subito un forte aumento, rendendo il guacamole un lusso anziché un alimento di consumo popolare, svelando così ai cittadini americani cosa si devono aspettare dalle politiche protezionistiche.

Le politiche di Trump sono finalizzate a proteggere l’industria agricola statunitense e ridurre il deficit commerciale. Ma il Messico ha un vantaggio comparato nella produzione di avocado grazie al clima favorevole e ai costi di produzione più bassi. Produrre avocado negli Stati Uniti su larga scala sarebbe economicamente meno conveniente, a maggior ragione quando si vogliono deportare milioni di immigrati, molti dei quali impiegati nell’agricoltura, e comunque non basterebbe a soddisfare la domanda interna.

Il grande evento sportivo del Super Bowl diventa allora una lente per osservare l’economia globale nell’era delle politiche tariffarie e del nazionalismo imperialista, ridefinendo il commercio internazionale quale terreno di gioco tra opportunismo economico, strategie politiche e volontà di deregolamentazione.

Questo esempio dimostra uno dei paradossi del protezionismo trumpiano: mentre mira a difendere e rilanciare la produzione e l’occupazione interna, rischia di penalizzare l’economia nel suo complesso, nel caso specifico sia l’economia americana sia l’economia messicana. Giustamente, il Wall Street Journal, in un suo recente editoriale, ha definito le tariffe di Trump “La più stupida Guerra commerciale della storia”. Ma il discorso va ben oltre l’avocado, e coinvolge beni considerati strategici dall’Amministrazione repubblicana per fare di nuovo grande l’America. Basti pensare alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale che definiscono i rapporti geopolitici tra Stati Uniti e Cina. L’uso delle tariffe come strumento ricattatorio non esclude che nei prossimi tempi si possa assistere a un aumento degli investimenti diretti negli Stati Uniti. Comunque, il problema degli sbocchi di mercato, della domanda necessaria per assorbire la produzione di beni e servizi, non viene per questo risolto, ma solo spostato. Non è possibile, infatti, smaltire qualsiasi produzione crescente senza garantire una crescita corrispondente della domanda aggregata, specie quando, come vogliono Trump e Musk e i loro epigoni nostrani, si vogliano ridurre massicciamente la spesa sociale e l’impiego pubblico. 

Non c’è dubbio che questa svolta trumpiana ha a che vedere con il declino economico in un contesto multipolare, un declino sociale e morale degli Stati Uniti come modello per le democrazie liberali, un declino reso palese dall’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Una crisi strutturale che solo in parte si invera nel duplice deficit, commerciale e pubblico, se è vero che il dollaro, che pure resta la valuta di riserva principale, ha comunque perso peso negli ultimi anni come strumento di pagamento nelle transazioni internazionali, minacciato com’è dalla ricerca di monete alternative per porre fine al suo “privilegio esorbitante”. 

Con questa versione delle politiche tariffarie siamo nel pieno del “cretinismo delle merci”, l’illusione secondo cui un’economia possa essere rilanciata intervenendo artificialmente sulle sole ragioni di scambio dei beni importati/esportati. È un po’ come credere che il semplice abbassamento della franchigia IVA da 300 a 150 franchi, di fatto un dazio, possa salvare o addirittura rilanciare l’economia regionale in una situazione in cui colossi come Migros e Manor chiudono filiali e ridimensionano l’offerta e l’e-commerce continua a guadagnare terreno. 

La risposta ai problemi dell’economia nazionale non sta solo nei dazi né esclusivamente nelle misure protezionistiche, che peraltro sono in vigore già da tempo. Le politiche neo-mercantiliste si potrebbero tollerare, ma solo se fossero finalizzate al consolidamento dello Stato sociale e delle politiche redistributive a fronte di un inevitabile restringimento della domanda esterna. È utile ricordare che il grande storico dell’economia, Karl Polanyi, sottolineava che durante il periodo mercantilista inglese, l’economia era subordinata a finalità sociali e politiche, prima che al profitto. Il cretinismo delle merci, che va di pari passo con il neoliberismo, segna indubbiamente il superamento della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, senza però annunciare un nuovo ordine economico e politico sovranazionale. Come scriveva Antonio Gramsci, “la crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. 

Scritto per laRegione


Il “socialismo” dei fondi pensione

La logica  del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale 

In una intervista alla SonntagsZeitung, ripresa da laRegione del 13 gennaio 2025, secondo Marius Brühlhart, professore di economia all’Università di Losanna, “i versamenti volontari alle casse pensioni andrebbero limitati perché l’attuale sistema indebolisce la progressione fiscale, poiché le persone più ricche beneficiano in modo sproporzionato dei vantaggi fiscali, e porta a perdite fiscali che devono pagare gli altri”. È il paradosso tale per cui la progressività dell’imposizione fiscale, pensata per far pagare in funzione della capacità contributiva per tradurre un principio di giustizia sociale (all’aumentare della base imponibile, aumenta l’aliquota applicata), a causa delle deduzioni fiscali, finisce col favorire i ricchi. A mo’ di esempio, i contributi versati direttamente dall’assicurato sono deducibili dal reddito imponibile. Finché l’assicurato mantiene il proprio domicilio fiscale in Svizzera, tali contributi possono essere dedotti sia per la parte obbligatoria sia per quella sovraobbligatoria. Inoltre, i versamenti personali (“riscatti individuali”) risultano generalmente deducibili dalle imposte dirette federali, cantonali e comunali, fermo restando talune limitazioni o condizioni specifiche.

Si tratta della strategia neoliberale che, nel nome della difesa della classe media, ha favorito i più ricchi, mentre ha, di fatto, affondato la classe media. È quindi il caso di aggiornare l’aforisma di Hanspeter Tschudi, il padre della moderna AVS, secondo il quale i ricchi non hanno bisogno dell’AVS ma l’AVS ha bisogno dei ricchi. Invece, sembra di poter affermare il contrario, e cioè che i contribuenti facoltosi traggono significativi vantaggi dal sistema di sicurezza sociale e dalle politiche di deduzione fiscale. Nel Ticino ne sappiamo qualcosa, tanto che, come in altri ambiti, deteniamo il record assoluto del numero di deduzioni fiscali. Forse, invece di concentrare il dibattito sull’attrattività fiscale alle sole aliquote fiscali sui redditi, sarebbe il caso finalmente di considerare seriamente l’impatto delle deduzioni fiscali, smettendola di far passare subdolamente le deduzioni come un versamento netto che finisce nelle tasche dei contribuenti.

Non è tutto. I fondi del secondo pilastro (LPP) e quelli della previdenza privata (terzo pilastro) giocano un ruolo cruciale nei mercati finanziari. I capitali accumulati in questi fondi, ossia il risparmio collettivo, vengono gestiti da attori privati, come banche e fondi di investimento, che perseguono rendimenti elevati, tali da poter far fronte agli impegni sul fronte delle rendite pensionistiche. Questo rende i lavoratori e le lavoratrici al contempo investitori indiretti, cioè azionisti, e vittime di un sistema finanziario centrato sul primato del valore azionario (shareholder value), che privilegia la massimizzazione dei profitti e dei dividendi, spesso e volentieri attraverso strategie di riduzione dei costi del lavoro e dell’occupazione.

Negli anni Settanta, Peter Drucker, con il concetto di “socialismo dei fondi pensione”, aveva suggerito che il sistema dei fondi pensione potesse promuovere una redistribuzione della ricchezza, permettendo ai lavoratori di diventare indirettamente proprietari dei mezzi di produzione. Una visione che si è rivelata un’illusione. Lungi dal socializzare il capitale, i fondi pensione hanno consolidato il potere del capitalismo finanziario, trasformando i lavoratori in investitori passivi di un sistema che privilegia il rendimento a breve termine, correndo rischi sempre più elevati e alimentando le ormai cicliche dinamiche speculative e il loro corollario in termini di bolle destinate a scoppiare.

Se si estende l’analisi ad altri settori del sistema di assicurazione sociale, come l’AVS, gli assicuratori malattia o le casse di compensazione per assegni familiari, il quadro diventa ancora più complesso. Questi soggetti gestiscono enormi liquidità e capitali alimentati dai contributi degli assicurati. Un esempio emblematico è il Fondo di compensazione di AVS, AI e IPG, la cui gestione è affidata, in misura rilevante, a grandi operatori finanziari come BlackRock.

Su scala globale, colossi della gestione patrimoniale come BlackRock, Vanguard e State Street hanno prosperato grazie a capitali immensi, molti dei quali originati dai programmi di quantitative easing (QE), di creazione di liquidità da parte delle banche centrali per mantenere bassi i tassi d’interesse, liquidità poi finita in questi fondi per mancanza di investimenti produttivi. L’assenza di politiche di quantitative easing da parte della Banca Nazionale Svizzera (BNS) non ha impedito che le sue strategie, come il mantenimento di tassi di interesse bassi o negativi e gli interventi sui mercati valutari, abbiano contribuito anch’esse a una massiccia crescita del valore degli asset. Tassi bassi e negativi che hanno penalizzato i piccoli risparmiatori e le casse pensioni, costringendole a investire in attività sempre più rischiose per garantire rendimenti.

Un elemento cruciale è dunque la destinazione degli investimenti. Gran parte, oltre due terzi, delle risorse gestite dai fondi pensione e dalle assicurazioni sociali va a finire in titoli obbligazionari e azionari, anche rischiosi, nonché sul mercato immobiliare. Solo una minima parte (non oltre l’1,5%) di questi investimenti è destinata a investimenti infrastrutturali, proprio quelli di cui c’è sempre più bisogno, tenuto conto che questi stessi fondi stanno abbandonando gli investimenti a favore della decarbonizzazione, per non parlare delle assicurazioni che sospendono e rifiutano di assicurare contro gli incendi in California e contro gli uragani in Florida perché troppo esposti ai cambiamenti climatici.

Il riorientamento degli investimenti a sostegno di interventi infrastrutturali permetterebbe di creare salari e redditi tali da alimentare sia il risparmio collettivo sia la capacità di erogazione di prestazioni sociali, senza per questo dover rincorrere rendimenti ad alto rischio, quei rendimenti, perseguendo i quali si destabilizza l’occupazione e si sacrifica l’ambiente.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: l’ingresso della sede principale della BlackRock, a New York


La macchina dell’incertezza

La logica  del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale 

L’ingresso di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, nel contesto di una già fragile economia mondiale, alimenta un clima di profonda incertezza. Definito da Barry Eichengreen, uno dei massimi esperti di storia e di teoria monetaria, una “macchina di incertezza”, Trump combina retorica opportunista e minacce di politiche economiche dagli esiti difficilmente prevedibili, suscitando preoccupazioni significative sul futuro degli investimenti e dei mercati globali. L’aumento annunciato delle tariffe commerciali rischia di avere un impatto negativo sull’offerta manifatturiera americana, mentre la promessa di un dollaro debole, favorevole alle esportazioni, appare sempre più incompatibile con le misure protezionistiche che in realtà tendono a rafforzarlo. Le proiezioni del Fondo monetario internazionale per il periodo 2025-2029 delineano uno scenario di crescita globale del 3% annuo, già giudicato deludente. Tuttavia, tale previsione potrebbe rivelarsi addirittura ottimistica.

Tra i rischi principali, segnalati su ‘Il manifesto’ [in un articolo ripreso anche da Naufraghi/e] da Pierluigi Ciocca, già direttore dell’Ufficio ricerche della Banca d’Italia, si segnalano il calo (shock) dell’offerta, l’espansione incontrollata della domanda globale – spinta dalle spese militari e dalle politiche americane fiscali e di espansione della spesa pubblica –, l’incertezza delle banche centrali, la stagnazione della produttività, la crisi della cooperazione economica internazionale, le guerre e l’affermarsi di Paesi nuovi e di alleanze inedite. Le politiche autarchiche e protezionistiche, se da un lato mirano a rafforzare le produzioni nazionali, dall’altro aumentano i costi comprimendo l’offerta aggregata. L’adozione di sussidi statali, per proteggere l’industria nazionale, può poco a fronte di prospettive di sviluppo dei mercati esteri e della domanda interna negative. Inoltre, l’espansione della domanda legata a spese militari crescenti e a politiche restrittive sull’immigrazione – come annunciato negli Stati Uniti – potrebbe amplificare l’inflazione a livello globale.

Le banche centrali, già condizionate dalla pressione politica e dalla speculazione finanziaria, si trovano in un difficile dilemma: aumentare i tassi per contenere l’inflazione o mantenerli bassi per favorire gli investimenti e contenere la disoccupazione. Tuttavia, il rischio di stagflazione – un mix di inflazione elevata e stagnazione economica – appare sempre più concreto, con conseguenze potenzialmente disastrose per le economie avanzate. Nonostante i progressi tecnologici nell’ambito dell’Intelligenza artificiale e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la produttività nei paesi Ocse cresce a un ritmo quasi nullo, mentre la speculazione finanziaria sulle nuove frontiere tecnologiche è già a livello di bolla pronta a esplodere. Questo rappresenta un ulteriore freno alla crescita economica, in un contesto dove la cooperazione internazionale è minata da tensioni geopolitiche, autarchia e dalla frammentazione delle alleanze globali. L’ascesa dei Brics (a cui si aggiungono nuovi membri come Egitto, Iran ed Emirati Arabi Uniti) sfida l’egemonia americana e cerca di sottrarsi al dominio del dollaro.

Anche Paesi come la Svizzera si trovano di fronte a scelte strategiche difficili. L’aumento delle spese militari avviene a scapito di settori cruciali come l’educazione e la sanità, evidenziando le contraddizioni delle politiche di austerità. Persino economisti di orientamento liberista, come Francesco Giavazzi recentemente sul ‘Corriere della Sera’, sottolineano la necessità di investire in scuole e ospedali, promuovendo un modello di sviluppo più antropocentrico, ossia orientato allo sviluppo di settori quali la sanità, l’educazione, la cultura e la ricerca e sviluppo. Ma questo richiede un superamento del dogma neoliberista del “freno al disavanzo” e dell’equilibrio finanziario.

Esattamente quello che non si vuole fare, pensando di contrastare gli effetti delle politiche neo-mercantili trumpiane, agendo sul costo del lavoro e del denaro. Con buona pace di coloro che ritengono l’arrivo di Trump una felice opportunità.

Anche se è difficile valutare in termini probabilistici l’avverarsi di una serie di eventi negativi, la logica e l’analisi empirica invitano a non escludere lo scenario più negativo, anche se inatteso. Come ebbe a dire John M. Keynes: l’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre.

Scritto per La Regione
Nell’immagine: Mark Bryan Trump, “The Nightmare”


Lo Stato sociale in gioco

La logica  del colonialismo predatorio si impone anche nel progetto di pace imposto da Trump alla martoriata enclave medio-orientale 

È indubbio che la vittoria di Trump avrà delle conseguenze sullo stato sociale, il Welfare State così come lo abbiamo conosciuto dagli anni della Grande Depressione in poi. Tra le priorità dell’amministrazione Trump vi è infatti la riduzione dello Stato sociale ai minimi termini, sacrificando l’insieme delle prestazioni sociali a favore del sussidiamento del settore delle piattaforme digitali e delle tecnologie avanzate. Si sta affermando un capitalismo tecno-libertario, una forma di modernismo reazionario che la Germania ha già conosciuto tra le due Guerre mondiali. Questo nuovo corso è destinato a influenzare il dibattito sullo Stato sociale anche oltre i confini americani. 

Per quanto riguarda il nostro Stato sociale, sono già all’opera delle tendenze che ne minano le fondamenta e i principi costitutivi. Tendenze che il nuovo spirito del tempo non può che accelerare. 

Un elemento distintivo del modello elvetico di welfare è il ruolo rilevante del settore privato, che da tempo gestisce ampie porzioni del sistema, in particolare nei settori della previdenza e della sanità, tanto che alcuni anni fa, in occasione di un convegno organizzato dalla Città di Zurigo, la Svizzera è stata definita uno “Stato sociale privato” (“privater Sozialstaat”). Questo approccio mercantile, leggermente ossimorico, crea una polarizzazione in cui i più benestanti godono di protezioni superiori, mentre le fasce più vulnerabili rimangono marginalizzate. In ambito accademico, si parla di un sistema “meritocratico-occupazionale” che accentua queste disparità, rendendo l’accesso ai diritti sociali subordinato a criteri economici e occupazionali e allo statuto acquisito nel mercato del lavoro. A causa della frammentazione e fragilizzazione del mondo del lavoro, il finanziamento della sicurezza sociale e la fruizione dei diritti sociali vengono seriamente messi a repentaglio. 

Un altro aspetto proprio del nostro Stato sociale, sono le disuguaglianze all’interno del suo sistema. Persistono evidenti discriminazioni di genere: le donne, spesso penalizzate da carriere frammentate e salari mediamente inferiori, percepiscono pensioni significativamente più basse rispetto agli uomini. A questo si aggiunge la disparità tra cittadini svizzeri e stranieri, con i secondi che, pur rappresentando una forza lavoro essenziale e contribuendo generosamente al sistema attraverso i contributi sociali, incontrano barriere sistematiche nell’accesso alle prestazioni beneficiando assai meno di quanto hanno versato. 

Un ulteriore elemento critico è rappresentato dalla crescente finanziarizzazione del sistema. Le riserve delle assicurazioni sociali vengono gestite come capitali da investire sui mercati finanziari e nel settore immobiliare, con rendimenti che diventano centrali per la sostenibilità delle prestazioni e per i profitti delle assicurazioni stesse. Questo fenomeno, noto come “titolarizzazione dei diritti sociali”, rende il sistema vulnerabile alle fluttuazioni economiche e finanziarie globali, sganciandolo dai bisogni reali della popolazione e subordinandolo alle logiche del profitto e della rendita finanziaria.

Resta il fatto che alla base del modello elvetico vi è ancora una interconnessione tra il principio redistributivo e quello assicurativo. Un esempio paradigmatico è l’AVS, che combina solidarietà intergenerazionale e previdenza per garantire prestazioni universali. L’AVS, infatti, realizza un’elevata ridistribuzione della ricchezza tra ceti ricchi e ceti modesti, in virtù del fatto che l’ammontare delle rendite è limitato all’interno di una “forchetta” in cui la rendita massima è il doppio di quella minima. Ciò consente agli assicurati a basso reddito di ricevere rendite più elevate in proporzione a quanto hanno contribuito rispetto ai ceti più abbienti. Tuttavia, negli ultimi anni, se consideriamo il sistema previdenziale nel suo complesso, riforme presentate come necessarie per assicurare la sostenibilità finanziaria hanno progressivamente eroso entrambi i principi, quello redistributivo e quello assicurativo. Tagli alle prestazioni, innalzamento dell’età pensionabile e un crescente affidamento a strumenti privati hanno compromesso il patto sociale che regge il sistema, alimentando un senso diffuso di insicurezza che si è voluto contrastare affermando il principio della 13ma rendita AVS e rigettando la proposta di riforma del secondo pilastro. 

La Svizzera si trova dunque a un bivio. Da un lato, c’è la strada della privatizzazione e delle riforme orientate a favorire i mercati, a scapito della giustizia sociale. Dall’altro, vi è il bisogno di rafforzare il ruolo pubblico dello Stato sociale, riaffermando la centralità della redistribuzione come strumento di coesione e inclusione. Questa scelta non è solo una questione economica, ma un atto politico e morale. In una società tra le più ricche al mondo, tollerare che i più deboli vengano lasciati indietro non può essere considerato accettabile. Occorre un ripensamento che metta al centro i valori di equità e solidarietà, restituendo al sistema la capacità di proteggere davvero tutte le cittadine e tutti i cittadini. 

Scritto per laRegione
Nell’immagine: manifesti per la votazione del 1972 in cui anche i sindacati e il Partito socialista si opposero – sbagliando, come più tardi ammise anche l’ex consigliera federale Ruth Dreifuss – alla “iniziativa popolare per le pensioni”