Sinistro futuro

Il problema della rappresentanza è tutto qui: rappresentare i bisogni, la sofferenza, l’inquietudine, la rabbia contro lo stato di cose esistente 

Il Canton Ticino mostra segni di vulnerabilità particolarmente accentuati rispetto al resto della Svizzera e addirittura rispetto a molte regioni europee. Secondo i dati dell’Eurostat, il rischio di povertà in Ticino è tra i più elevati del continente, un dato che svela le criticità del mercato del lavoro e la presenza di dinamiche strutturali alle quali si cerca di porre rimedio agendo sulla fiscalità e sull’assistenzialismo, peraltro messo a dura prova dai tagli reiterati alla spesa pubblica.

Le povertà non solo persistono nel tempo, ma si dilatano, in ragione di una serie di fattori che incidono sui bilanci delle economie domestiche, quali l’assicurazione malattia e pensioni meno generose.

Non solo non si vedono interventi concreti che possano suggerire un’uscita o almeno un contrasto a questi processi di pauperizzazione, ma il contesto internazionale rischia di aggravarlo ulteriormente. Se venissero attuate anche solo una parte delle misure ventilate da Donald Trump, come la defiscalizzazione, le misure tariffarie e la deregulation con aumenti fenomenali del deficit pubblico federale, si andrebbe dritti verso un rilancio dell’inflazione. E questo non solo a detta degli economisti e degli analisti, ma anche dell’andamento dei titoli obbligazionari i cui rendimenti, o tassi d’interesse, sono schizzati verso l’alto, appunto in vista di una ripresa a medio termine dell’inflazione altamente probabile. Uno scenario destinato a irradiarsi oltre i confini degli Stati Uniti. Con l’aggravante per la Svizzera di un prevedibile rafforzamento del franco, non esattamente la cosa migliore per le nostre esportazioni in un clima di guerra tariffaria. Basti pensare alla pressione sui costi salariali che ne conseguirebbe.

Un tratto caratteristico delle forme di povertà indotte da queste politiche economiche iscritte nel solco di una consolidata tradizione liberista non è solo la pervasività del fenomeno, il fatto che vanno a intaccare contesti sociali diversi (privato, pubblico, attivi, inattivi, residenti, stranieri), ma è il fatto che la povertà diffusa colpisce frammentando, generando non tanto una comunità di poveri, quanto piuttosto una moltitudine di soggetti spesso in lotta fra di loro, al punto che spesso si parla di “guerra fra poveri”.

Il problema della rappresentanza politica delle istanze di questa povertà plurale è quello di situarsi sul piano delle cause piuttosto che dei soli effetti. È sugli effetti delle politiche liberiste, sull’ampliamento delle disuguaglianze, sulla concentrazione verticale della ricchezza, sui tagli alla spesa sociale, che il populismo ha presa ed è vincente. Come ricorda Mosè Cometta nel suo bel libro “Giustizia spaziale. Transizione urbana e sfide ambientali” pubblicato da Mimesis nel 2024, etimologicamente populismo significa fare popolo, fare comunità, unire per unire. Rispetto ai partiti storici, per i quali l’unione è un mezzo per raggiungere un fine, “Nel caso del populismo, e lo annuncia il nome stesso, essa [l’unione] è il fine stesso del movimento”. Trump ha fortemente beneficiato dell’inflazione e dei suoi effetti devastanti sulla vita della moltitudine di cittadini americani, trasformando il loro rancore in popolo elettorale, ma tutto fa credere che questo popolo sia solo un mezzo per raggiungere ben altri fini. Fini esterni a questa comunità, a questo popolo, non fini condivisi, interni alla comunità stessa, quei fini che rimandano ad una lotta contro le cause strutturali della povertà.

Possono i partiti storici, la sinistra in particolare, rappresentare le cause strutturali all’origine dell’impoverimento di larghe fasce della popolazione? Sì, ma a una condizione, ossia quella di ripensare la temporalità, ripensare un futuro nel quale riconoscere sé stessa come inseparabile dalle lotte e dalle rivolte che si sono manifestate nella storia. Il problema della rappresentanza è tutto qui: rappresentare i bisogni, la sofferenza, l’inquietudine, la rabbia contro lo stato di cose esistente, in modo da darsi il tempo per prefigurare un futuro che non sia distopico, una semplice estensione del presente. Un futuro qui e ora, un tempo per sperimentare, pensare l’uguaglianza che, come dice Norberto Bobbio, è la capacità di sentire lo scandalo delle disuguaglianze. Occorre avvertire questo scandalo e non farsene mai una ragione.

Pubblicato da laRegione
Nell’immagine: il Ticino in testa in tutte le statistiche riguardanti il rischio di povertà


Quando la politica si riduce a ragioneria

Il problema della rappresentanza è tutto qui: rappresentare i bisogni, la sofferenza, l’inquietudine, la rabbia contro lo stato di cose esistente 

Nell’era della “Governance by Numbers”, per riprendere il titolo di un importante libro di Alain Supiot, la politica sembra sempre più vincolata da rigidi parametri quantitativi. Questo approccio ragionieristico impone una visione che sacrifica la progettualità e la creatività in nome di bilanci equilibrati e numeri perfetti. La “sella vuota” di dantesca memoria, come metafora della mancanza di leadership efficace e di visione strategica, è la conseguenza di un sistema che si limita a navigare a vista, senza una guida, se non automatica, che possa spingersi oltre il presente per immaginare il futuro.

La politica dei bassi salari è un chiaro esempio di questo approccio ragionieristico. Da un lato, si comprimono i salari per mantenere competitività e attrarre capitali. Dall’altro, lo Stato sociale finisce per sostenere indirettamente le imprese private, offrendo servizi e sussidi che compensano i salari insufficienti. Così, il welfare si trasforma in un supporto mascherato al profitto, più che in un vero strumento di equità e redistribuzione.

Un altro pilastro di questa Governance è il freno al disavanzo, una misura che in teoria punta a evitare eccessi, ma che in pratica blocca investimenti necessari per lo sviluppo economico e sociale e, paradossalmente, indebolisce il ruolo, per quanto indiretto, di supporto al profitto. Il tutto per rafforzare l’attrattività fiscale confidando, sperando, nel famigerato effetto sgocciolamento, tanto invocato quanto mai verificato. Il freno al disavanzo, e il suo equivalente a livello federale, ossia il freno all’indebitamento, come da Pietro Martinelli evidenziato con il suo abituale acume (laRegione del 16 settembre 2024), alimentano debiti occulti, come quelli derivanti dalla crisi ambientale. Debiti che ricadranno sulle uscite complessive dello Stato, quando da occulti si riveleranno palesi al momento del concretizzarsi dei rischi, creando un effetto a catena che comprime le risorse pubbliche, riducendo ulteriormente i redditi complessivi. 

Questa dinamica è intrinseca al capitalismo liberista, in cui la compressione dei redditi e il conseguente aumento delle disuguaglianze non sono anomalie, ma elementi costitutivi e sistemici del funzionamento economico. Un vero e proprio paradigma. La soluzione che il sistema adotta per contrastare il problema della scarsa domanda indotta dai bassi salari, oltretutto aggravato dall’aumento del lavoro gratuito, con il rischio di crisi da sovraproduzione, non è affatto un aumento dei salari, bensì una creazione incontrollata di liquidità. Non redditi, ma liquidità destinata ad alimentare meccanismi speculativi borsistici. Non redditi, ma rendite finanziarie. Liquidità a tutti i costi (Draghi docet), pur di non aumentare i salari. Tant’è vero che, mentre i salariati pagavano gli effetti delle politiche monetarie restrittive antinflattive, ad esempio con tassi ipotecari o pigioni elevati, i mercati finanziari continuavano a gonfiarsi grazie all’afflusso di liquidità creata fuori dai confini nazionali. Alla faccia dell’internazionale sovranista. È quanto abbiamo scoperto in agosto, quando il Giappone, per combattere la sua inflazione, ha osato alzare i suoi tassi d’interesse, facendo ritornare in patria i capitali che in questi anni erano emigrati in massa verso gli Stati Uniti alla ricerca di rendimenti superiori, per la felicità dei nuovi baroni del capitalismo delle piattaforme. 

Disuguaglianze crescenti e una concentrazione della ricchezza senza precedenti ai vertici della piramide sociale, non possono che generare rancore sociale, violenza e un’erosione della democrazia rappresentativa. Da tempo si disquisisce di postdemocrazia, ma qui ci siamo in pieno. In un contesto dove i redditi non crescono ma la liquidità alimenta la speculazione e le rendite, il malcontento è destinato a esplodere, minando la coesione sociale e la stabilità politica. 

È evidente che solo un cambiamento delle politiche economiche può spezzare questo circolo infernale. Servono interventi che promuovano una crescita sostenibile e inclusiva, mettendo al centro la redistribuzione della ricchezza e il rafforzamento dei salari, piuttosto che la tutela del capitale finanziario e soprattutto la concentrazione della ricchezza. Parafrasando Heidegger, secondo cui “Ormai solo un Dio ci può salvare”, si potrebbe dire che “Ormai solo un cambiamento di paradigma ci può salvare”, un’azione politica che miri a rimettere al centro l’equità e la giustizia sociale. Evitando di soccombere alla “Governance by Numbers”, evitando il tramonto.

Scritto per laRegione


Il problema delle tre rendite

Il problema della rappresentanza è tutto qui: rappresentare i bisogni, la sofferenza, l’inquietudine, la rabbia contro lo stato di cose esistente 

Ci vorrebbe un nuovo Angelo Rossi per cogliere la vera natura dell’economia e dei suoi risvolti politici di questo Cantone. In realtà, basta l’autore de ‘L’economia a rimorchio’ per analizzare quanto sta accadendo oggi. Si legga, tra i vari passaggi, questa citazione dell’opera del 1975: “Siamo infatti convinti che un processo di sviluppo, all’origine del quale, come nel caso ticinese, stanno fenomeni speculativi, che si riflettono concretamente in aumenti enormi dei redditi dei terreni e degli immobili, debba avere in effetti contribuito a far aumentare l’ineguaglianza nella distribuzione del reddito, poiché i frutti dell’espansione economica vennero verosimilmente appropriati da un numero ridotto di persone, quelle che operano nel campo della speculazione”. Secondo Rossi una classe di intermediari, che egli identificò soprattutto negli avvocati (la “classe degli avvocati”, così osò chiamarla), rappresentava gli interessi dei capitalisti esterni al Cantone che dominavano l’economia ticinese.

A rafforzare questa lettura, andrebbe ricordato anche un contributo del 1959 di Basilio M. Biucchi, professore all’Università di Friburgo, citato dallo stesso Rossi. Non solo il Biucchi che denuncia la secolare tendenza a privilegiare la rendita fondiaria e immobiliare a scapito degli investimenti industriali e commerciali, ma anche, ci permettiamo di aggiungere, il Biucchi promotore dell’Uficio ricerche economiche. Quel luogo di studi di economia regionale che tanto contribuì a far crescere una classe politica che nella contrapposizione assicurò al sistema dei partiti la rappresentanza della pluralità degli interessi sociali. Di questa esperienza non solo non c’è più traccia, ma laddove si vantano studi “oggettivi”, lo si fa solo per assecondare univocamente interessi corporativi. Insomma: meglio scoprire vecchie verità che inventare nuove stupidaggini.

Il passato che non passa

Da questo passato che sembra non passare mai, alla rendita immobiliare andrebbero aggiunte due altre rendite, due altre modalità di accumulare ricchezze attraverso la speculazione. Parliamo della rendita fiscale, che si riferisce ai vantaggi economici ottenuti attraverso politiche fiscali favorevoli, spesso destinate ai ricchi contribuenti e alle grandi imprese. E parliamo della rendita finanziaria, spesso conseguente a quella fiscale, riconducibile al reddito generato attraverso investimenti in strumenti finanziari come azioni, obbligazioni, derivati e magari qualche criptovaluta.

L’economia delle tre rendite, che è alla base del capitalismo contemporaneo, ha ormai una sua dimensione pervasiva e trasversale (Luciano Gallino parlava di Finanzcapitalismo), al punto che gli stessi pilastri del nostro sistema sociale ne sono fortemente condizionati. Si pensi ai fondi pensione o alle riserve dell’Avs e delle casse malati investiti sui mercati finanziari. Quasi che i diritti sociali siano ormai titolarizzati!

È indubbio che una società che privilegia la rendita rispetto al lavoro produttivo sta erodendo le fondamenta del proprio futuro economico. A maggior ragione in un Paese fragile.

Scritto per laRegione


Si fa presto a dire ‘spending review’

Il problema della rappresentanza è tutto qui: rappresentare i bisogni, la sofferenza, l’inquietudine, la rabbia contro lo stato di cose esistente 

Ha ragione Pietro Martinelli quando su questo stesso giornale (Ipocrisia e Preventivo, ‘laRegione’, 12 febbraio 2024) afferma che, se si vuole avviare un processo di razionalizzazione della spesa pubblica, occorre che qualcuno ci creda e lo porti avanti con determinazione. D’altronde, nel bel libro intervista curato da Roberto Antonini (Le battaglie di una vita, Edizioni Casagrande, 2021), ci sono passaggi illuminanti che permettono di capire il progressivo appisolarsi di quell’esperienza di ‘Spending Review’ nota come Amministrazione 2000, di cui Martinelli fu saldamente al timone, al punto che “per evitare che questo lavoro finisse nel cestino della carta straccia, riuscii a convocare il Consiglio di Stato il venerdì dell’ultimo giorno della legislatura”. Di quello che successe dopo si sa, cioè niente. Il perché ce lo dice con estrema lucidità Marina Masoni, citata da Martinelli nel libro intervista. “Capisco perché Pietro tiene tanto ad Amministrazione 2000. Perché, se l’amministrazione dello Stato non diventa efficiente, lo Stato non riuscirà mai a detenere quella parte di potere che oggi gli viene negata”. Difficile non provare nostalgia per questo confronto fra visioni politiche e strategiche.

Oggi, invece, in modo impulsivo, dimentichi della complessità delle questioni legate alla gestione della cosa pubblica, si procede con esami affrettati e approssimativi della spesa dello Stato, ispirati a logiche dipartimentali se non clientelari, invocando risparmi non sufficientemente specificati, ma al fine dichiarato di evitare presunti sprechi di denaro pubblico e di pareggiare il bilancio dello Stato.

Tuttavia, tali risparmi si traducono concretamente in tagli alla spesa pubblica, promossi da chi, con inflessibile dogmatismo, non perde occasione per screditare l’azione dello Stato, attingendo a un obsoleto cascame ideologico. Di solito, le voci predilette di questo disegno, oltre talune prestazioni sociali destinate ai bisognosi, sono le spese per il personale e i trasferimenti a enti e associazioni che erogano servizi alla persona.

È però importante notare che queste spese non sono facilmente sostituibili o ridimensionabili come altre voci della spesa pubblica, ad esempio la manutenzione delle infrastrutture. I costi del personale nei servizi alla persona sono notoriamente preponderanti e proprio per questo sono i bersagli prediletti delle politiche risparmiste. Ma senza questi costi imputabili al personale, i servizi alla persona – sociali, educativi e sanitari – vengono meno alla loro stessa funzione che si caratterizza per la compresenza di erogatore e beneficiario del servizio. Per queste loro peculiarità, i servizi alla persona sono particolarmente esposti al fenomeno della malattia dei costi di Baumol, dal nome dell’economista che lo formalizzò negli anni Sessanta. Nei servizi caratterizzati da elevata interazione interpersonale e ad alta intensità di lavoro vivo, come appunto i servizi sociali alla persona, i salari tendono ad aumentare per tenere il passo con quelli nei settori che registrano una crescita maggiore della produttività, contribuendo all’aumento complessivo del costo dei servizi rispetto a quello dei beni.

Di fatto, la sfida per fornire servizi sociali efficaci, efficienti e di alta qualità si scontra con la crescente complessità e individualizzazione dei bisogni, senza poter far leva, se non in minima parte, sulla crescita tecnologica e della produttività che caratterizza altri settori, come la manifattura. È quindi fondamentale comprendere questa dinamica per garantire un adeguato sostegno ai servizi essenziali per il benessere sociale.

D’altra parte, un esame rigoroso della spesa pubblica dovrebbe essere effettuato con ampio anticipo rispetto alle politiche di razionalizzazione della spesa. L’obiettivo è quello di riqualificare la spesa e orientarla verso lo sviluppo anziché verso i tagli, individuando le risorse necessarie per gli investimenti e per sostenere spese virtuose.

Si possono elencare alcuni principi chiave che potrebbero guidare un approccio di revisione della spesa orientato allo sviluppo.

Valutazione dell’impatto sociale, economico e ambientale. Piuttosto che focalizzarsi sui tagli di bilancio, una revisione della spesa orientata allo sviluppo dovrebbe considerare attentamente l’impatto sociale, economico e ambientale di ciascun settore di competenza dello Stato. Identificare aree chiave che contribuiscono positivamente alla crescita economica, alla riduzione delle disuguaglianze e al miglioramento della qualità della vita è essenziale.

Priorità per gli investimenti strategici. Concentrarsi su investimenti che possano generare un ritorno a lungo termine per la società. Ciò dovrebbe includere settori come l’istruzione, la ricerca e lo sviluppo, l’infrastruttura sostenibile (energia e edilizia), la socialità, la cultura e la sanità. Identificare e potenziare queste leve è cruciale per costruire una base solida per lo sviluppo sostenibile.

Partecipazione e trasparenza. Coinvolgere le istituzioni e i servizi sociali, gli esperti del settore e i rappresentanti della comunità nel processo decisionale sotto l’egida dell’ente pubblico. La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche è fondamentale per garantire la fiducia del pubblico e per assicurare che gli investimenti siano effettivamente indirizzati alle esigenze della popolazione.

Semplificazione e digitalizzazione. Esplorare modi per mantenere e migliorare la qualità dell’erogazione dei servizi pubblici attraverso l’uso di tecnologie innovative e processi digitalizzati. Ciò può contribuire a rafforzare i servizi e a ridurne i costi operativi, liberando risorse che possono essere reindirizzate verso iniziative e progetti di sviluppo.

Monitoraggio e valutazione continua. Implementare un sistema robusto di monitoraggio e valutazione per valutare l’efficacia degli investimenti nel tempo. Questo consentirebbe di apportare eventuali correzioni di rotta e di ottimizzare ulteriormente la spesa pubblica.

In sintesi, una ‘spending review’ dovrebbe concentrarsi sull’ottimizzazione della spesa pubblica per favorire lo sviluppo sostenibile e migliorare la qualità della vita. Questo richiede una prospettiva di lungo termine, la partecipazione inclusiva e la volontà di investire in settori chiave per il benessere della società. La ‘spending review’ è troppo seria per essere declinata al mero risparmio.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: tagli


Lotta di classe

Il problema della rappresentanza è tutto qui: rappresentare i bisogni, la sofferenza, l’inquietudine, la rabbia contro lo stato di cose esistente 

«La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi». Questo aveva capito l’oracolo di Omaha, l’investitore miliardario Warren Buffet nel 2006, poco prima della grande crisi finanziaria del 2008. Una crisi devastante, un monito a non cedere a simili trionfalismi visto quanto successo in passato, quel passato contrassegnato da crisi ricorrenti che di volta in volta hanno ridefinito il livello della lotta tra capitale e lavoro. Un capitale sempre più finanziarizzato a fronte di una classe sempre più frammentata e sempre meno politicamente rappresentata, un’asimmetria che ha permesso, di fatto, l’esplosione delle disuguaglianze e della povertà. Ci è voluto un virus intangibile per fare quello che la classe dei poveri non era più in grado di fare, per sospendere quella deriva austeritaria tanto funzionale alla crescita delle rendite finanziarie. Una finestra temporale, una sospensione, durante la quale è sembrato ai più di aver ritrovato un sentiero di sviluppo virtuoso, più attento all’equità e alla coesione sociale. 

Niente di tutto questo. La ripresa post pandemica è anche la ripresa della lotta di classe dei ricchi contro i poveri, con rinnovato vigore, quasi a ricordare a chi da tempo ha rimosso l’idea stessa del conflitto (terza via e dintorni), che vincere una volta significa prepararsi alla vittoria successiva. Se è vero che da decenni il campo di battaglia di questa lotta è stato lo Stato sociale e la sua funzione regolatrice del mercato, oggi è all’insegna del pareggio di bilancio accompagnato da simultanei sgravi fiscali per i più ricchi che tale lotta si rinnova. Obiettivo, quello del pareggio di bilancio, certamente legale, tanto che l’abbiamo votato, ma non per questo reale e realistico. 

In assenza di variazioni significative dei tassi d’interesse reali, ci sono solo due modi per ridurre i disavanzi pubblici nel lungo periodo: modificando le regole di calcolo delle imposte per aumentarne il rendimento; oppure facendo in modo che la crescita della spesa pubblica sia inferiore alla crescita potenziale dell’economia. La terza opzione – aumentare il potenziale di crescita dell’economia e la qualità di tale crescita – è chiaramente la più auspicabile, ma rimane difficile in un Cantone dove manca una politica industriale e un progetto di sviluppo economico e sociale a lungo termine. E in ogni caso richiede tempo. E il tempo passa, mentre si parla di tagli e di sgravi. I primi, agendo in particolare su salari e sussidi, dovrebbero riequilibrare i conti pubblici, mentre i secondi dovrebbero alleggerire i bilanci dei contribuenti più agiati, stimolare i consumi e creare occupazione. Da un lato si taglia e si penalizza chi lavora, in particolare nei settori dell’amministrazione pubblica, della cura e dell’insegnamento. Dall’altro si diminuisce il prelievo fiscale confidando in un effetto miracoloso su spesa e occupazione. Un miracolo, conosciuto anche come “trickle down” o sgocciolamento della ricchezza dall’alto verso il basso, mai avvenuto e mai provato empiricamente da nessuno. 

Il punto è questo. Agire contemporaneamente su tagli alla spesa pubblica, in particolare ai costi del personale e ai sussidi al terzo settore a cui sono stati delegati importanti servizi alla popolazione, e sgravi fiscali può portare al riequilibrio dei conti dello Stato? Paradossalmente, in realtà, un risultato potrebbe essere un aumento del disavanzo, in particolare se la riduzione delle entrate fiscali dovesse superare i risparmi derivanti dai tagli alla spesa. Si darebbe così avvio a quell’esercizio acrobatico volto alla ricerca dell’obiettivo del pareggio di bilancio, paragonabile alla fatica di Sisifo richiamato da Daniel Ritzer nel suo editoriale apparso su laRegione del 24 gennaio 2024. Un obiettivo ancor più chimerico in una fase di oggettiva difficoltà come quella attuale, tra problemi strutturali, difficoltà congiunturali, diffuso impoverimento e tensioni geopolitiche, in cui le misure di austerità possono essere ancora meno efficaci e il taglio simultaneo di spesa pubblica e imposte potrebbe peggiorare ulteriormente la crisi economica ed esacerbare le disuguaglianze di reddito.  

È forse utile ricordare che nella storia del Novecento le svolte autoritarie sono sempre state precedute da politiche austeritarie, nel nome dell’abbattimento del debito pubblico attraverso la riduzione della spesa dello Stato e la riduzione dei salari. Per evitare un ripetersi della storia, sarebbe saggio abbandonare quella camicia di forza del pareggio di bilancio, anche per ridare legittimità e autonomia progettuale alle forze politiche chiamate a rappresentare la comunità dei cittadini. Una comunità che, proprio perché si sta impoverendo, fa ancora fatica a ritrovare quel vigore e quella compattezza necessarie a contrastare politiche che perseguono interessi altrui. Ma, come detto, la lotta di classe esiste. Non è detto che la vincano sempre gli altri. 

Articolo pubblicato da laRegione
Nell’immmagine: camicia di forza modello “Ticino”


Per una nuova politica industriale

Il problema della rappresentanza è tutto qui: rappresentare i bisogni, la sofferenza, l’inquietudine, la rabbia contro lo stato di cose esistente 

In Ticino si stanno facendo sentire voci che invocano la necessità di avviare una seria politica industriale. Tra queste, merita di essere ricordato il rapporto di Aiti del 2022 ripreso recentemente dal suo direttore Stefano Modenini e opportunamente ricordato da Ronny Bianchi su ‘laRegione’ del 16 novembre scorso. Si tratta di contributi preziosi che s’innestano su una tradizione di studi di economia regionale troppo a lungo interrotta dall’integralismo di mercato liberista che ha demonizzato qualsivoglia idea di intervento pubblico volto a orientare le logiche economiche. La politica industriale – ossia l’uso di strumenti come sussidi mirati, incentivi e normative per modificare la struttura economica e promuovere il dinamismo in settori considerati strategicamente rilevanti – sembra invece essere tornata con forza, favorita dalle sfide economiche contemporanee e dalle dinamiche globali. 

Poiché le “soluzioni basate sull’autoregolazione del mercato” e su improbabili teorie dello sgocciolamento della ricchezza sull’economia reale si stanno rivelando sempre più dannose e insufficienti a garantire una prosperità diffusa e condivisa, la politica industriale è tornata in auge, ottenendo ampi consensi sul fronte della ricerca accademica e importanti successi in molti Paesi. Tra gli autori che più si stanno impegnando per dimostrare l’importanza e la necessità della nuova politica industriale, si possono citare, tra gli altri, Joseph E. Stiglitz, Dani Rodrik e Mariana Mazzucato. Negli Stati Uniti, dove per decenni l’ideologia e la politica dominanti hanno ridotto al minimo gli sforzi e la legittimità dello Stato volti a regolare e sostenere l’economia, si stanno concretizzando l’Infrastructure Investment and Jobs Act, che prevede nuovi investimenti federali nelle strade e nei ponti, nelle infrastrutture idriche, in Internet e altro ancora; il Chips and Science Act, teso a rivitalizzare la produzione nazionale, creare posti di lavoro ben retribuiti, rafforzare le catene di approvvigionamento domestiche e accelerare le industrie del futuro; e l’Inflation Reduction Act, volto a combattere l’inflazione effettuando al contempo investimenti in tecnologie energetiche pulite e soluzioni climatiche. Tutti questi investimenti hanno rilevanti elementi di politica industriale e, rispetto al passato, coniugano sviluppo industriale, sostenibilità ambientale, qualità occupazionale e benessere sociale.

Di solito ciò che avviene negli Stati Uniti ha un’influenza sugli altri Paesi e ne determina gli orizzonti politici ed economici. Non è forse un caso che gli Stati Uniti stiano crescendo a tassi nettamente superiori al resto del mondo, benché i frutti di questa crescita siano ancora in buona parte di là da venire. Così, il Giappone sta sostenendo decine di aziende per incoraggiarle a investire a livello nazionale e ridurre la dipendenza dalla Cina. L’Unione Europea sta intensificando la sua politica industriale accantonando decine di miliardi di euro del suo fondo di ripresa Covid-19 per destinarli alle innovazioni in campo digitale e ambientale (chip, batterie e adattamento climatico).

La sfida strategica non consiste in misure tariffarie protezionistiche tendenti a tutelare ipotetiche filiere locali. Di questo sovranismo economico, delle monocolture, è meglio fare a meno. Ben diverso è puntare su quei settori che garantiscono sia la qualità della forza lavoro sia il suo sviluppo. Se si vuole perseguire queste nuove politiche industriali, allora occorre puntare su quegli ambiti che ne garantiscano il successo e la continuità. Vale a dire l’educazione, la ricerca, la sanità, la socialità e la cultura. Si tratta di un modello di crescita industriale in cui la produzione di soggetti precede quella di oggetti. In cui l’investimento nelle persone è la condizione necessaria per creare quell’ecosistema in cui lo sviluppo industriale non compromette la qualità dell’ambiente, l’equità e la salute delle persone. 

Non si vede progettualità in quelle politiche ispirate essenzialmente all’attrattività fiscale come condizione per la crescita economica regionale. Fa più scandalo una posizione agli ultimi posti per attrattività fiscale del nostro cantone che un’analoga posizione per spesa nell’educazione (e questo al netto dei differenziali salariali!). Non solo spendiamo meno nell’educazione, ma in più spendiamo a beneficio di altri cantoni, visti i numeri dei giovani che partono spesso senza l’intenzione di ritornare. Contribuendo così ad appesantire la struttura demografica (e i suoi costi). A voler individuare una qualche forma di progettualità dietro l’ossessione del freno al disavanzo e del pareggio di bilancio, sarebbe quella di minare le basi dello Stato sociale e la possibilità di un rilancio della politica industriale. E questo in un periodo storico caratterizzato dagli strascichi pesanti di una pandemia, da due guerre in corso destinate a durare, da un’incertezza geopolitica crescente, da un’esasperazione della concorrenza a livello globale e da una ridefinizione delle catene di approvvigionamento. Tutti eventi che chiamano in essere un rinnovato ruolo della politica, e della politica industriale, di cui nessun Paese può permettersi di privarsi.

Articolo pubblicato da “La Regione”
In immagine: la copertina del rapporto AITI “Ticino 2032 – Piano strategico per lo sviluppo economico del cantone Ticino”


Operazione austerità

Il problema della rappresentanza è tutto qui: rappresentare i bisogni, la sofferenza, l’inquietudine, la rabbia contro lo stato di cose esistente 

Dopo la crisi pandemica, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina e i loro effetti depressivi sull’economia e sulle condizioni di vita della maggior parte dei cittadini e delle cittadine, si pensava che le politiche statali si sarebbero concentrate su misure a sostegno dei redditi. A maggior ragione nel nostro cantone, già di per sé fragile. Si dà il caso che, invece di ripartire cercando di attenuare gli effetti più pesanti della crisi, si sia optato per politiche fiscali e di bilancio ispirate al più classico liberismo austeritario. Insomma, l’austerità sta tornando in auge, condizionando l’agenda politica. Eppure, l’austerità è un’idea pericolosa, come sostiene l’economista Mark Blyth in un libro inserito dal Financial Times tra i migliori del 2013. Lui e molti altri hanno dimostrato che le politiche di austerità in realtà non funzionano, almeno non nei loro fini dichiarati di stimolare la crescita economica e ridurre il debito, oltretutto salvaguardando livello e qualità delle prestazioni sociali.

Se sappiamo che l’austerità non risolve ciò che deve essere risolto, si chiede un’altra eminente economista, Clara E. Mattei, in un suo recente libro (‘Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo’, Einaudi, 2022), allora perché sta prepotentemente tornando alla ribalta? Ebbene, secondo Mattei ogni società capitalista ha bisogno dell’accumulazione e del lavoro che l’alimenta per continuare a espandere la sua torta, per usare la tradizionale metafora pasticcera in uso tra gli economisti che spesso e volentieri prescindono dalla sua ricetta e da chi e in quale misura ne beneficia. Per tacere di chi non è nemmeno invitato alla cerimonia del taglio della torta. 

Eppure, questo modo di organizzare l’economia e i suoi rapporti di produzione, di produrre la torta, non è né fissa né data, spiega Mattei, ma deve essere costantemente adeguato da opportune e mirate politiche economiche e sociali. La funzione dell’austerità è invece quella di mantenere, di “naturalizzare”, i rapporti di produzione e le relazioni sociali che li sorreggono, specialmente in tempi di cambiamenti sociali, anche a costo di aprire la strada a pericolose quanto disastrose svolte autoritarie di stampo fascista. Il passato lo dimostra, ma purtroppo non sembra insegnare granché. Questo rischio di deriva non è per nulla teorico. È molto concreto, anche da noi.

Si dirà che da anni nel nostro cantone la scelta di politiche fiscali e finanziarie di stampo liberista è stata avallata dai cittadini e dalle cittadine nel pieno rispetto dello Stato di diritto. È il caso, fra altri, della votazione popolare sul cosiddetto ‘decreto Morisoli’ che indubbiamente paralizza l’azione pubblica entro i rigidi vincoli del pareggio di bilancio. E questo in un momento storico in cui lo Stato dovrebbe avere maggiore margine di manovra per contribuire a contrastare gli effetti sociali della crisi, per non parlare del sostegno all’economia e del suo rilancio. È la democrazia diretta, bellezza!

Chiedere in una consultazione popolare se si è a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso oppure no ha un esito che poi è direttamente applicabile, perché la questione posta contiene in sé le condizioni normative della sua applicazione. Siamo nella piena legalità. Ma se si chiede se si è a favore o meno del pareggio di bilancio e l’esito è a favore del pareggio di bilancio, ciò comporta un’impasse, perché la questione posta ne implica molte altre. Siamo ancora all’interno della legalità, ma la sua applicazione è lungi dall’essere immediata e implica tutta una serie di tappe che rischiano di minarne la legittimità. Per raggiungere il pareggio di bilancio, fra l’altro a breve, lo Stato sarà inevitabilmente costretto a operare una serie di tagli in ambiti quali la sanità, la scuola e la cultura, intaccando l’interesse generale dal quale lo Stato stesso ricava la sua legittimità. 

Ha un valore paradigmatico l’esperienza di una protagonista di un ricovero ospedaliero che lei stessa definisce “bestiale”, in una lettera pubblicata dal quotidiano ‘laRegione’ il 23 febbraio 2023. La sventurata lettrice ha potuto toccare con mano le conseguenze delle politiche austeritarie sulla sanità, misurate da scarsità di personale, mancanza d’igiene e in taluni casi anche da poca professionalità. Chiaramente e comprensibilmente insoddisfatta, non augura a nessun altro di vivere la sua esperienza. Temiamo, invece, che si prospetti un ulteriore deterioramento dei servizi ospedalieri e in generale dei servizi alla persona e che molte altre persone saranno destinate a vivere la stessa esperienza “bestiale” descritta e pubblicata dalla lettrice, di cui ignoriamo, per il momento, l’effetto. Tutto legale, ma non socialmente legittimo.

Articolo scritto per laRegione


La calata dei vichinghi

Il problema della rappresentanza è tutto qui: rappresentare i bisogni, la sofferenza, l’inquietudine, la rabbia contro lo stato di cose esistente 

Che i contribuenti vogliano pagare meno imposte sia un desiderio universale è risaputo. Oddio, non proprio universale se è vero che sempre più ricchi, quelli che vanno a Davos, sembrano invocare un aumento delle imposte sulla loro ricchezza, magari per puro spirito di autoconservazione. Un felice effetto delle lotte sociali in corso? È pure risaputo che chi vuole pagare meno imposte e beneficia di una grande mobilità, fugge dal paese dove la pressione fiscale è elevata per trasferirsi laddove si pagano meno imposte. 

Di questo si è parlato a proposito dell’arrivo di ricchi norvegesi in Svizzera e a Lugano in fuga dal loro Paese reo di avere una fiscalità eccessivamente onerosa. Alla destra locale non è parso vero di poter usare questo fatto per reiterare, come se non bastasse, la sua filosofia fiscale, secondo cui l’unico modo per attrarre i ricchi è quello di sgravarli il più possibile. Le minori entrate per lo Stato saranno più che compensate da maggiori investimenti, maggiore occupazione, maggiore consumo. Naturalmente a condizione che i ricchi contribuenti, più ricchi ancora grazie al minore prelievo fiscale, destinino le maggiori disponibilità nell’economia reale. Ma questo è scontato, dato che ai ricchi preme soprattutto l’interesse generale! Per chi ancora non lo sapesse, questa narrazione si chiama “trickle down”, sgocciolamento della ricchezza dal cielo sulla terra.

Un po’ ammaliati di fronte a questa immigrazione di ricchi norvegesi, che finalmente sembra confermare empiricamente la fondatezza della teoria dello sgocciolamento, dopo anni in cui nessuno ci era riuscito, abbiamo voluto rassicurarci. A maggior ragione dopo aver letto su un giornale locale che l’unico motivo di tale manna nordica sarebbe il pagamento di meno imposte. Le cose però non sembrano così nette. 

Secondo il plurimiliardario norvegese Kjell Inge Røkke, trasferitosi a Lugano, è che «abbiamo un trattamento fiscale abbastanza conveniente, ma questa non è l’unica ragione che può spingere uno straniero facoltoso a trasferirsi in Ticino. Abbiamo un bel paesaggio, c’è una qualità di vita superiore ad altri cantoni svizzeri, siamo la città più sicura della Svizzera e siamo al centro dell’Europa. Tutto ciò attira indubbiamente molte persone».

Non siamo ancora alle 5000 ore di sole in media annuale che renderebbero la nostra regione irresistibile, ma bisogna ammettere che a spiegare l’afflusso di miliardari dai Paesi a ridosso del Circolo Polare Artico ci sono fattori extra fiscali. Sempre il nostro nuovo concittadino, in una lettera ai suoi colleghi azionisti e dipendenti, spiega come segue la sua partenza:  “Ho scelto Lugano come nuovo luogo di residenza: non è né il più economico né ha le tasse più basse, ma in cambio è un posto fantastico con una posizione centrale in Europa”.

Due cose ci sembra di poter dire. La prima è che il nostro Paese è effettivamente attrattivo con l’attuale sistema fiscale. La seconda è che la sua attrattività lo è in virtù di questo livello fiscale che permette di finanziare una serie di servizi e di infrastrutture che sembrano proprio quelle che tanto seducono i ricchi. Se il fattore fiscale fosse l’unico motivo, sarebbe legittimo chiedersi perché non emigrano verso destinazioni molto più attrattive.

Secondo i dati delle organizzazioni internazionali, tra le quali l’OCSE, in Svizzera le imposte sulla ricchezza colpiscono una ampia fascia della popolazione, perché essendo basse le soglie di esenzione sono in tanti a doverle pagare. E già questo distingue la Svizzera da altri Paesi, come la Norvegia, che hanno soglie di esenzione più elevate. Il che forse spiega perché il nostro ricco norvegese abbia lasciato in dono la propria casa a Konglungen alla ex-moglie e ai due figli.

Il nostro sistema fiscale, oltre alle imposte sulla ricchezza, è peculiare anche per altri rispetti non proprio marginali. La Svizzera non preleva imposte sulle plusvalenze – capital gains – il che non è poco pensando alle rendite finanziarie realizzate sui mercati borsistici proprio da questi super ricchi. Inoltre, la maggior parte dei cantoni ha abolito le imposte di successione  e di donazione sui trasferimenti ai discendenti diretti. In Ticino, l’imposta di successione, salvo per i discendenti diretti, non è stata ancora abolita. Accidenti! A meno che i nostri zelanti consulenti fiscali abbiano sottaciuto quest’ultimo particolare, non sembra che questo balzello abbia scoraggiato l’arrivo dei nostri nuovi ricchi.

Un’altra specificità del sistema svizzero riguarda la tassazione dei cittadini stranieri che sono residenti fiscali in Svizzera (i famosi globalisti) e possono optare per un’imposta forfettaria in molti cantoni, a condizione che non esercitino alcuna attività lavorativa retribuita in Svizzera. Questa imposta forfettaria viene applicata sulla base delle spese e del tenore di vita piuttosto che sul reddito e sul patrimonio. Non sorprende che i globalisti siano così numerosi. Sarebbe interessante sapere quanto pagano alla luce dell’aumento della ricchezza dei più ricchi di questi ultimi anni.  

Invece di sproloquiare sulla necessità di abbassare ulteriormente le imposte sui più ricchi, trascurando intenzionalmente gli altri fattori di attrattività, quegli stessi che durante la pandemia, a quanto sembra dall’andamento del mercato immobiliare, sono stati all’origine dell’afflusso di non pochi ricchi, meglio sarebbe fornire qualche dato in modo da poter svolgere analisi approfondite. 

Degli assistiti si sa quasi tutto, manca solo il numero di scarpe, e poi la stigmatizzazione è completa. Dei ricchi si sa poco o niente, ma tanto loro la ricchezza la fanno sgocciolare verso il basso, sulle spalle dei cittadini che pagano le imposte.

Nell’immagine: il lussuoso Resort Collina d’Oro, dove si è trasferito il ricco norvegese Kjell Inge Røkke