Riforma (e rebus) del secondo pilastro

Un sistema troppo complesso, le disparità da risolvere, la sfida dell’inclusione degli indipendenti 

Il secondo pilastro della previdenza vecchiaia in Svizzera, regolato dalla Legge federale sulla previdenza professionale (LPP), è noto per la sua complessità, ulteriormente amplificata dalla proposta di riforma che sarà votata il 22 settembre. La frammentazione tra i vari istituti previdenziali, ognuno con regolamenti differenti, rende difficile per gli affiliati comprendere l’impatto delle modifiche legislative sulle loro prestazioni. È paradossale che, nonostante la rilevanza delle riforme, l’accesso a una comprensione chiara e completa del sistema sia ostacolato per coloro che non hanno una profonda conoscenza del settore.

La riforma in discussione cerca di applicare criteri uniformi a una realtà eterogenea, rischiando così di creare disparità tra gli assicurati. Uno degli aspetti più controversi è l’aumento dei contributi, accompagnato da una riduzione delle prestazioni. Mentre l’aumento dei contributi per l’AVS, in relazione alla tredicesima rendita, ha generato un acceso dibattito, un’analoga preoccupazione non sembra emergere nel contesto della LPP, nonostante le sue possibili ripercussioni sul potere d’acquisto degli affiliati, già messo a dura prova dall’aumento dei costi della vita, inclusi i premi di assicurazione malattia.

L’approvazione della riforma non farebbe che intensificare il processo di finanziarizzazione della previdenza: la riduzione della copertura garantita dai primi due pilastri, ossia AVS/AI e Previdenza professionale, potrebbe spingere molte persone a cercare soluzioni alternative, come la previdenza individuale del terzo pilastro. Tuttavia, tale opzione è accessibile principalmente a coloro che dispongono di risorse finanziarie sufficienti, esacerbando ulteriormente le disuguaglianze sociali.

Un tema spesso trascurato è la condizione dei lavoratori indipendenti, ancora esclusi dall’obbligo di adesione alla previdenza professionale. Attualmente, l’affiliazione a una cassa pensioni LPP è facoltativa per gli indipendenti, e solo una minoranza (circa il 45%) decide di aderire, rispetto al 91% dei lavoratori salariati. Questa disparità crea significative differenze nelle prospettive pensionistiche, con gli indipendenti che, al momento del pensionamento, hanno minori possibilità di beneficiare delle prestazioni del secondo pilastro e del terzo pilastro vincolato. Spesso devono fare affidamento su altre fonti di reddito, come il proseguimento dell’attività lavorativa o il risparmio privato, se disponibile.

Una riforma della previdenza professionale dovrebbe avere come obiettivo primario garantire prestazioni dignitose per tutti i lavoratori. Estendere l’obbligatorietà del secondo pilastro agli indipendenti appare essenziale per evitare che essi si trovino a dipendere maggiormente dalle prestazioni complementari (PC) rispetto ai salariati. Questa problematica è ulteriormente aggravata da carriere lavorative frammentate, redditi inferiori o dall’uso del capitale del secondo pilastro per avviare attività imprenditoriali, rendendo il futuro previdenziale di questi lavoratori ancora più incerto.

Oltre a una maggiore inclusione degli indipendenti, sarebbe necessario ripensare il ruolo degli istituti previdenziali, che pur affrontando sfide come il cambiamento demografico e la volatilità dei mercati finanziari, gestiscono capitali ingenti. Questi fondi potrebbero essere impiegati per riforme orientate alla riduzione delle disuguaglianze, evitando soluzioni che penalizzino gli assicurati. Inoltre, una riforma strutturale del primo pilastro (AVS/AI) dovrebbe considerare una diversificazione delle fonti di finanziamento. Tra le opzioni, l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie merita particolare attenzione, poiché potrebbe offrire un contributo stabile e sostenibile al sistema previdenziale.

Spartaco Greppi è economista
Nell’immagine; rebus


Governare attraverso la paura

Un sistema troppo complesso, le disparità da risolvere, la sfida dell’inclusione degli indipendenti 

È notizia di pochi giorni fa che è stato riscontrato un errore di calcolo nelle proiezioni finanziarie a lungo termine dell’AVS. Nel 2033, le uscite dell’assicurazione dovrebbero essere inferiori di circa 4 miliardi di franchi, ovvero del 6%, rispetto a quanto stimato in precedenza. L’errore riguarda anche gli anni precedenti, con una sovrastima complessiva di 14,1 miliardi di franchi. Queste proiezioni errate, che avevano influenzato i dibattiti sul futuro dell’AVS, sono state presentate in un momento cruciale, proprio in vista di una imminente nuova consultazione elettorale, questa volta sulla modifica della legge sulla previdenza professionale.

Questo recente sviluppo si aggiunge a un lungo elenco di scenari sull’evoluzione delle finanze delle assicurazioni sociali, in particolare dell’AVS. Già nel 1996, il Gruppo di lavoro interdipartimentale “Perspectives de financement des assurances sociales (IDA FiSo)” prevedeva una differenza tra contributi e spese di 6 miliardi di franchi per l’AVS nel 2015. Le previsioni si estendevano fino al 2025, anno in cui la differenza avrebbe dovuto raggiungere 11 miliardi di franchi (Groupe de travail interdépartemental « Perspectives de financement des assurances sociales (IDA FiSo) » (1997), “Rapport sur les perspectives de financement des assurances sociales”, Office fédéral des assurances sociales, p. 159).

Queste previsioni, tuttavia, condividono una caratteristica comune: nessuna è stata precisa. Mentre i meteorologi fanno previsioni su un arco di una settimana al massimo, le previsioni in materia di assicurazioni sociali e di sistemi pensionistici si estendono per decenni nel futuro. Tra il 1996 e il 2035 ci sono circa quarant’anni, quasi quanti ne separano il 1996 dal 1945, dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Un’altra epoca, un altro mondo. Chi poteva prevedere allora cosa sarebbe avvenuto nel 1996 e come sarebbe stato quel periodo?

Per comprendere meglio queste difficoltà previsionali, è utile esaminare come funziona l’AVS. L’AVS opera con un sistema di finanziamento a ripartizione, il che significa che è vulnerabile alle fluttuazioni economiche e al rapporto tra lavoratori attivi e pensionati. Nonostante queste sfide, l’AVS non ha mai affrontato problemi finanziari duraturi grazie a riforme che hanno ampliato la base contributiva, riflettendo un consenso popolare reiterato nel tempo. I problemi principali degli ultimi anni sono stati causati dai mercati finanziari. L’AVS ha un capitale di riserva, gestito da un fondo, che deve coprire almeno un anno di uscite e che viene investito per generare interessi, esponendosi però ai rischi del mercato.

Le prospettive finanziarie dell’AVS stanno cambiando non tanto per ragioni demografiche, quanto per fattori economici come le crisi finanziarie frequenti, la precarietà lavorativa, i bassi salari e la scarsa qualità del lavoro. Questo dovrebbe portare a considerare l’incertezza delle proiezioni.

Gli errori sono possibili e quasi inevitabili quando si trattano fenomeni sociali. Vale il principio espresso qualche anno fa dal compianto Luciano Gallino: “Vi sono fenomeni della natura di cui è possibile costruire una spiegazione molto complicata solo assumendo che esistano delle variabili nascoste alla percezione dell’osservatore. Esistono invece fenomeni sociali che vengono spiegati con grande semplicità dallo stesso osservatore, nascondendo al pubblico la maggior parte delle variabili. Rientrano in questa categoria le proposte di riforma delle pensioni ipotizzate dal governo.” (Luciano Gallino, “Le variabili nascoste“, La Repubblica, 8/7/2003).

Nel contesto svizzero, questo principio si applica perfettamente alle proiezioni finanziarie dell’AVS. Le variabili nascoste, come le fluttuazioni dei mercati finanziari e le dinamiche economiche globali, rendono le previsioni estremamente complesse e spesso inaffidabili. Tuttavia, queste previsioni vengono spesso strumentalizzate politicamente per giustificare riforme impopolari o tagli alle prestazioni sociali. Si tratta di una forma di governance attraverso la paura, per utilizzare una definizione citata da Alain Supiot, professore emerito al Collège de France, dove i numeri vengono utilizzati per spaventare l’opinione pubblica e indirizzare il dibattito politico verso soluzioni che penalizzano i più vulnerabili. Le proiezioni, pur utili per orientare le politiche pubbliche, devono essere maneggiate con cautela e sempre accompagnate da una chiara comprensione delle loro limitazioni.

“È difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro,” diceva il fisico Niels Bohr in un noto aforisma che taluni attribuiscono a Mark Twain. Si potrebbe chiosare dicendo che predire il futuro è facile, azzeccarlo è difficile, come ci insegna la storia delle previsioni economiche e sociali.

Scritto per laRegione


Non sempre il semplice è il sigillo del vero

Un sistema troppo complesso, le disparità da risolvere, la sfida dell’inclusione degli indipendenti 

Con la votazione del 9 giugno si deciderà se concedere una riduzione del 20% dell’aliquota fiscale per coloro che hanno un reddito imponibile superiore a 400’000 franchi. L’obiettivo dichiarato è trattenere i ricchi e attirarne altri. I principali beneficiari di questa riduzione sarebbero soprattutto le persone con un reddito imponibile superiore a un milione di franchi.

Recentemente, si sono lette diverse opinioni che fanno riferimento ad uno studio del Centro competenze tributarie e giuridiche della SUPSI, in cui venivano comparate le aliquote massime applicate dai vari cantoni (le aliquote, cioè, applicate alla categoria di reddito più elevata). È comparando questa aliquota, e solo questa, che il Ticino risulta trovarsi al ventiduesimo posto. Non si tratta quindi, come invece maldestramente riportato in alcuni scritti, di una posizione generica del Ticino rispetto all’imposizione fiscale complessiva. Questa analisi richiederebbe ben altre, complesse, elaborazioni. Cerchiamo di approfondire.

Innanzitutto, le soglie di reddito per le aliquote marginali massime variano tra i cantoni. Ad esempio, il Canton Zugo impone un’aliquota dell’8% sui redditi oltre 140’000 franchi, Ginevra applica il 19% per redditi superiori a 628’637 franchi, e il Ticino il 15,076% per redditi sopra 400’000 franchi. Ma è lecito confrontare aliquote marginali massime applicate a categorie di reddito diverse?

In seguito, nel caso del Cantone Ticino, chi guadagna 1 milione di franchi paga 141’454 franchi di imposta (il 14,15% del reddito imponibile), mentre chi guadagna 500’000 franchi ne paga 66’074 (13,21%) e chi guadagna 400’000 franchi ne paga 50’998 (12,75%). Questo è il principio della progressività: all’aumentare della base imponibile, aumenta l’aliquota applicata. Alle imposte cantonali si aggiungono le imposte comunali e quelle federali che seguono lo stesso principio. Le somme così riscosse serviranno a finanziare servizi e prestazioni per la popolazione, come scuole, istituti per invalidi e la manutenzione delle strade. Con la riforma fiscale la progressività viene interrotta, col rischio che si trasformi in regressività.

Occorre inoltre considerare che i Cantoni applicano varie altre imposte e tasse (ad esempio, imposte sulla proprietà, imposte sulle vendite, imposte sulle plusvalenze) e detrazioni o deduzioni che possono influire sul carico fiscale complessivo. Inoltre, un cantone con un’aliquota fiscale marginale massima sul reddito più elevata potrebbe offrire maggiori detrazioni o deduzioni, riducendo così l’onere fiscale complessivo. Il Cantone Ticino è molto generoso, a livello di deduzioni, favorendo già ampiamente i redditi più elevati, proprio in virtù della progressività delle imposte, per cui l’aliquota d’imposizione cresce all’aumentare dell’imponibile. In altre parole, a parità di reddito lordo di partenza, si può ottenere un reddito imponibile più basso, che potrebbe rientrare in una categoria di reddito con una tassazione inferiore.

Per confrontare in modo rigoroso l’impatto fiscale sui contribuenti facoltosi tra due cantoni, sarebbe necessario considerare l’intera struttura fiscale, comprese tutte le imposte e le tasse applicabili, le detrazioni, le deduzioni oltre che i servizi e le prestazioni forniti dal Cantone alla cittadinanza. Pertanto, senza ulteriori elementi oltre alle aliquote marginali dell’imposta sul reddito, non è sensato determinare in modo definitivo quale Cantone sia fiscalmente più penalizzante o generoso nei confronti dei contribuenti ricchi.

Ne consegue che una politica fiscale dovrebbe basarsi su una valutazione globale degli impatti a lungo termine sulle finanze pubbliche, sull’economia e sulla società nel suo complesso, anziché su una mera competizione fiscale con altri cantoni. Una visione più ampia e inclusiva potrebbe portare a soluzioni più sostenibili ed equilibrate che tengano conto delle esigenze di tutti i cittadini e promuovano una crescita economica inclusiva e sostenibile. In altri termini, sarebbe opportuno considerare misure alternative agli sgravi fiscali ai ricchi per affrontare i problemi economici e sociali che ci affliggono. Si pensi agli investimenti nelle infrastrutture, nell’istruzione e nella formazione professionale, alle politiche per promuovere l’occupazione e la creazione di posti di lavoro dignitosi, e ai programmi per sostenere le persone in situazioni di povertà o disagio sociale.

La teoria del “trickle-down economics” (sgocciolamento) a cui si ispirano i fautori degli sgravi fiscali, teoria che, ricordiamolo, sostiene che riducendo le tasse sui ricchi si generi un beneficio per l’intera società, è stata oggetto di dibattito accademico e politico per decenni. Molte evidenze suggeriscono che questo effetto non si sia mai manifestato in modo significativo. In realtà, spesso le riduzioni fiscali per i ricchi portano a un aumento delle disuguaglianze economiche, anziché a una crescita economica diffusa. Oggi sappiamo, grazie alle analisi di fior di studiosi, che in Svizzera e in molti cantoni, incluso il Ticino, le diseguaglianze sono in crescita.

In definitiva, mentre la competitività fiscale può essere un fattore da considerare tra i tanti disponibili, è importante bilanciare questo obiettivo con altri obiettivi di politica economica e sociale per garantire una crescita sostenibile ed equa per tutti i cittadini. Cantoni come Zurigo e Ginevra dimostrano che investimenti in servizi pubblici di qualità e infrastrutture solide possono compensare aliquote fiscali più elevate, rendendo la loro offerta complessivamente più attraente.

Secondo i dati pubblicati dall’Amministrazione federale delle contribuzioni, come peraltro richiamato da Ivo Durisch nel suo bel contributo pubblicato su laRegione del 3 maggio 2024 (e su ‘Naufraghi’ il 14 mggio), nel periodo dal 2003 al 2020, in Canton Ticino il numero di contribuenti con un patrimonio superiore ai 5 milioni di franchi ha registrato un aumento straordinario, passando da 359 a 2229, superando di gran lunga ogni altro cantone, anche quelli con politiche fiscali “generose”. Si tratta di un dato oggettivo che smentisce l’idea che ad attirare i contribuenti ricchi sia una migliore attrattività fiscale. Sorge il dubbio che l’intera riforma fiscale, come più volte richiamato da Daniel Ritzer su laRegione, sia finalizzata a beneficiare i contribuenti ricchi stanziali, i nostri “ricchi”.

Affidare la politica economica alla sola competitività fiscale è riduttivo. È necessario un approccio equilibrato che consideri equità e sviluppo sostenibile per garantire una crescita inclusiva per tutti i cittadini.

Spartaco Greppi è economista
Nell’immagine: Robin Hood al contrario, stampa del 1890


Il Ticino maglia nera per salari e adeguamenti al caro vita

Un sistema troppo complesso, le disparità da risolvere, la sfida dell’inclusione degli indipendenti 

I risultati dell’Inchiesta svizzera sulla struttura dei salari non offrono buone notizie nel complesso. Non emerge una tendenza al miglioramento generale, ad eccezione del ravvicinamento tra le remunerazioni delle donne e degli uomini. Tuttavia, la struttura salariale, la piramide dei salari, rimane stabile nel periodo compreso tra il 2008 e il 2022. Nel frattempo, le condizioni economiche si sono deteriorate, con l’aumento dell’inflazione e delle spese obbligatorie, in particolare quelle per l’assicurazione contro le malattie. Questi fattori colpiscono maggiormente la classe media, che ha maggiori difficoltà ad accedere alle prestazioni sociali riservate a coloro in situazioni più precarie e ha visto un aumento delle remunerazioni inferiore rispetto ad altre classi.

Inoltre, la struttura dei salari riflette la struttura produttiva e le notevoli disparità tra settori. Ciò incide sulla struttura dei salari del Ticino, regione caratterizzata da un elevato numero di aziende attive in settori a basso valore aggiunto e con un’elevata incidenza di bassi salari.

Probabilmente, i salari dei frontalieri influenzano questa struttura produttiva, che a sua volta ne favorisce l’assunzione. La presenza di una numerosa forza lavoro transfrontaliera, attratta da un mercato del lavoro dinamico ma con debolezze contrattuali, ha un impatto significativo sull’economia e sulla struttura salariale del paese.

È tuttavia del tutto inopportuno escludere i frontalieri dalla statistica, al solo fine di mostrare un relativo avvicinamento dei salari dei residenti con i salari mediani delle altre regioni svizzere. Questa operazione non ha senso, poiché i frontalieri ci sono e contribuiscono in modo significativo a definire la struttura economica e produttiva del paese. Inoltre, escluderli porterebbe a confronti distorti e poco accurati. Se togliamo da una parte, dobbiamo togliere anche dall’altra. Altrimenti l’operazione non sarebbe solo inconsistente dal punto di vista economico, ma anche fallace da quello statistico. 

Che fare? Per affrontare il problema strutturalmente consolidato messo in rilievo dalla statistica in questione, come da molte altre proposte a livello federale, dovremmo cominciare a considerare seriamente di puntare su un’economia incentrata non solo sull’industria manifatturiera e sull’high tech, ma anche sulla capacità di riproduzione e sviluppo delle forze lavoro del Paese. Il futuro del lavoro risiede nella valorizzazione del lavoro relazionale e umano, oltre che delle tecnologie avanzate. Questo approccio, suggerito da autori come Nick Srnicek e Helen Hester nel loro libro “Dopo il lavoro”, è supportato da tendenze osservate negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove la crescita occupazionale è maggiormente concentrata nei settori dei servizi alla persona e dell’assistenza sanitaria. 

Per promuovere questa transizione, lo Stato dovrebbe svolgere un ruolo attivo, agendo sulle leve a sua disposizione, specialmente nei settori dell’amministrazione pubblica, in quello socio-sanitario, della cultura, dell’istruzione e della ricerca e sviluppo, favorendo quei lavori che hanno al centro il relazionale e danno un tocco umano alle loro attività, il cosiddetto “human touch” dell’economista William J. Baumol: oltre che “high tech”, più “high touch” ben remunerato, per parafrasare Nick Srnicek e Helen Hester. Si dovrebbe inoltre considerare l’implementazione di salari minimi che possano garantire un tenore di vita dignitoso e sostenere i diritti sociali, a cominciare da quelli pensionistici. 

Mentre teoricamente l’introduzione di salari minimi può comportare sia effetti positivi (sulla produttività) che negativi (sui prezzi e sui profitti), le evidenze empiriche non supportano in modo definitivo l’idea che possano danneggiare l’occupazione. Inoltre, a parità di tutte le altre condizioni, aumentare i salari minimi potrebbe portare a maggiori entrate fiscali e minori spese sociali, contribuendo alla crescita economica e al benessere della società. 


Tredicesima AVS – Che tipo di società vogliamo?

Un sistema troppo complesso, le disparità da risolvere, la sfida dell’inclusione degli indipendenti 

L’Assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS) non ha mai sofferto di problemi finanziari in maniera duratura, anche grazie, bene ricordarlo, alle riforme che hanno esteso la sua base contributiva, traducendo una chiara volontà popolare più volte espressa nel corso dei decenni. I problemi più significativi degli ultimi anni, nel 2002 con la crisi di internet e nel 2008 con la crisi dei subprime, sono da imputare all’andamento dei mercati finanziari. L’AVS, infatti, dispone di un capitale che le consente di far fronte ai propri impegni nei periodi in cui le entrate dovessero essere insufficienti a coprire le uscite.

Tale capitale, che per legge deve almeno coprire le uscite di un anno dell’AVS, è gestito da un Fondo che lo investe per maturare degli interessi, esponendosi ai rischi insiti ai mercati finanziari. Le prospettive finanziarie dell’AVS stanno indubbiamente cambiando, ma è importante notare che le ragioni non sono prevalentemente demografiche, bensì economiche, legate alle frequenti crisi dei mercati finanziari e al diffondersi della precarietà, dei bassi salari e della scarsa qualità del lavoro.

Tuttavia, il problema demografico è ancora quello maggiormente evocato a giustificazione di una riforma delle pensioni. La popolazione invecchia, vive più a lungo e in buona salute, si reitera. Un dato che, secondo molti, giustificherebbe un incremento dell’età pensionabile, non tiene però conto del declino secolare delle ore lavorative derivante dai progressi tecnologici e dai miglioramenti nella produttività che hanno contribuito ad aumentare i salari e ridurre i costi dei beni e dei servizi, comprese le attività ricreative di cui i pensionati sono consumatori interessati e interessanti.

Sebbene sia vero che le aspettative di vita si sono allungate notevolmente, è altrettanto vero che questo aumento non è uniforme, e che anche nella morte ci sono forti differenze di classe. Nonostante l’AVS realizzi un’elevata ridistribuzione della ricchezza tra ceti ricchi e ceti modesti, in virtù del fatto che l’ammontare delle rendite è limitato all’interno di una “forchetta” in cui la rendita massima è il doppio di quella minima, consentendo agli assicurati a basso reddito di ricevere rendite più elevate in proporzione a quanto hanno contribuito rispetto ai ceti più abbienti, bisogna però riconoscere che l’effetto ridistributivo reale è limitato dal fatto che la speranza di vita è più elevata per le classi ad alto reddito, che beneficiano mediamente più a lungo della rendita AVS. Una forma di ridistribuzione al contrario, che si inserisce nella logica del funzionamento dell’AVS.

L’AVS è un’assicurazione sociale che protegge tutta la popolazione che versa un “premio”, se del caso con il contributo dei datori di lavoro. Il suo scopo è “coprire adeguatamente il fabbisogno vitale”, scopo che, in assenza di risorse supplementari da parte di chi ne beneficia, raggiunge solo con l’intervento delle Prestazioni complementari (PC), un altro baluardo del cosiddetto primo pilastro della previdenza vecchiaia. Accanto all’AVS, che opera secondo un principio assicurativo (sei tutelato dall’assicurazione se contribuisci al suo finanziamento) e universalistico (l’obbligo di affiliazione è esteso a tutta la popolazione residente), operano le PC che invece funzionano in maniera selettiva, indirizzando i propri interventi a chi ha risorse considerate insufficienti dalla normativa.

Ecco perché un aumento delle rendite AVS, anche in forma di tredicesima rendita, non può che andare indistintamente a beneficio di tutti e tutte. Tutti e tutte pagano e tutti e tutte hanno diritto a beneficiarne. Un principio semplice, giustamente e opportunamente richiamato da Giuseppe Sergi in un contributo apparso su ‘laRegione’ e ripreso il 16 febbraio da questo sito. Non si capisce perché lo si voglia mettere in discussione, e questo dopo aver difeso sgravi fiscali ad annaffiatoio che tendono a favorire i redditi elevati, piuttosto che aver offerto un reale sostegno alle fasce più deboli della società, incluse quelle, relativamente povere, che sono esonerate dal pagamento delle imposte e che perciò non beneficiano di alcuno sgravio fiscale.

Ma che beneficerebbero della tredicesima rendita AVS! A chi sostiene di rafforzare le PC, anziché distribuire a tutti e tutte una tredicesima rendita AVS, si ricorda che a causa delle recenti misure di risparmio adottate a livello federale, numerosi beneficiari non beneficeranno più o beneficeranno di meno prestazioni, per un risparmio lordo di quasi mezzo miliardo all’anno da qui al 2030. Inoltre, le PC vanno a beneficio di coloro che hanno risorse modeste, ignorando, tra le altre, proprio quelle classi medie che si dice di voler rappresentare e difendere. Infine, puntare sulla selettività, addirittura estendendola, dopo averne ridotta la generosità, significa rafforzare l’idea che esiste una fascia di popolazione che non ce la fa con i propri mezzi e che ha bisogno di un aiuto mirato e perciò stesso stigmatizzante.

I cambiamenti demografici, insieme alle fluttuazioni dei rendimenti finanziari che influenzano il Fondo di compensazione dell’AVS, sono considerati ineluttabili e spingono a misure volte a garantire l’equilibrio tra entrate e uscite, a scapito della generosità nei confronti degli assicurati.

Tuttavia, i pensionati contribuiscono anche alla domanda di beni e servizi, e mantenere basse le erogazioni non favorisce l’economia. A livello macroeconomico, la pensione sostiene il reddito individuale nel periodo finale della vita e contribuisce a sostenere la domanda globale, anche se mediamente le prestazioni in denaro dell’AVS, circa 1870 franchi al mese, sono modeste.

L’approvazione di una tredicesima rendita AVS solleva indubbiamente la questione del finanziamento, che spetterà al Parlamento dirimere. Un’opzione potrebbe essere un aumento dei contributi dei dipendenti, per esempio. In questo caso, nel primo anno d’introduzione della tredicesima rendita AVS, i contributi dei dipendenti e dei datori di lavoro aumenterebbero complessivamente dall’attuale 8,7% al 9,4%, secondo le stime della Confederazione. Anche una combinazione di fonti di finanziamento, incluso l’aumento della quota dello Stato attraverso una riallocazione o un’estensione delle risorse fiscali, appare ragionevole, innanzitutto in considerazione delle crescenti disuguaglianze e dei risparmi operati recentemente, anche attraverso l’aumento dell’età di pensionamento delle donne.

Se vogliamo una società più egualitaria e solidale e meno ingiusta, occorre ricominciare ad occuparci seriamente di chi non sta bene e fa fatica, come peraltro ci invita a fare la Costituzione federale.


In difesa del debito pubblico

Un sistema troppo complesso, le disparità da risolvere, la sfida dell’inclusione degli indipendenti 

Lo Stato non è un’economia domestica e contrariamente a quest’ultima può rimanere permanentemente indebitato. Non deve necessariamente estinguere il proprio debito, ma deve garantire che sarà sempre in grado di servirlo.

Chiarito questo aspetto, il punto centrale che non emerge mai con sufficiente enfasi, a maggior ragione quando si mette al centro della discussione l’errata analogia tra Stato e economia domestica, è questo: a fronte di un debito emesso vi è un credito di pari importo. La generazione che eredita il debito (pubblico) eredita anche il credito. Se proprio stanno a cuore le sorti delle generazioni future, ci si interroghi più opportunamente sugli effetti redistributivi del debito pubblico, ossia su coloro che detengono i titoli del debito pubblico, tra i quali troviamo le classi di reddito elevato e i loro figli che beneficeranno dei redditi generati dai titoli detenuti dai genitori e per i quali il debito pubblico non rappresenterà certo un fardello. Anzi.

Ma anche coloro che non detengono direttamente titoli, così come i loro figli, possono beneficiare del debito pubblico, se questo viene utilizzato per investimenti produttivi e per mantenere e migliorare i servizi pubblici e le infrastrutture. Senza trascurare un elemento fondamentale: la maggior parte del debito pubblico svizzero, ossia un’ottantina di miliardi, è costituita da titoli di debito che la Confederazione emette sul mercato monetario e dei capitali. Non essendo nominativi, ma negoziabili, non è possibile sapere con certezza chi lo detiene. Tuttavia, l’Amministrazione federale delle finanze, basandosi su dati raccolti dalla Banca Nazionale Svizzera (BNS), ha potuto evincere la composizione per categoria dei detentori del debito della Confederazione. Ebbene, una buona parte è costituita da fondi di investimento e assicurazioni svizzere, poco meno di un quinto è costituito da investitori esteri e la parte restante si divide tra casse pensioni, banche e altri investitori svizzeri.

La Confederazione è quindi prevalentemente indebitata nei confronti di investitori istituzionali svizzeri. È probabilmente a questi che lo Stato vuole assicurare la solidità del sistema attraverso un contenimento del debito a garanzia della sua sostenibilità, anche a costo di risultare anormalmente zelante nel mutato contesto mondiale.

Occorre inoltre sottolineare che è dal confronto tra indebitamento dello Stato e patrimonio finanziario e non finanziario che deve muovere una valutazione delle condizioni delle finanze pubbliche. A fronte di un debito pubblico cumulato, esistono beni amministrativi e beni patrimoniali ai quali occorre anche aggiungere il “patrimonio umano” accumulato dai cittadini in salute, educazione e cultura, il quale dipende dagli investimenti operati in passato e consentiti dalle precedenti generazioni. Le generazioni future, oltre a pagare gli interessi sul debito contratto, beneficeranno anche degli investimenti in infrastrutture, servizi sociali e sanitari, istruzione e cultura decisi dalle generazioni che le hanno precedute. Questi investimenti sono i veri motori della crescita e dello sviluppo economico e sociale.

Il punto è che una generazione futura non è necessariamente né impoverita né arricchita attraverso il debito pubblico.

In fondo vi è un solo modo in cui la generazione presente può indebitarsi a scapito delle generazioni future, lasciando ad esse il compito di pagare il conto: contraendo nei confronti dell’estero più debiti che crediti, ad esempio importando più beni e servizi di quanti ne esporti. Ebbene, non è il caso della Svizzera.

Dal 1980, la Bilancia svizzera delle partite correnti, che registra le transazioni internazionali in merci e servizi, redditi e trasferimenti unilaterali correnti, si chiude regolarmente con un’eccedenza. Quando un Paese realizza un deficit di partite correnti significa che ha importato più beni e servizi di quanti ne ha esportati e che perciò si è indebitato con altri Paesi. Anche in questo caso, tuttavia, indebitarsi non è necessariamente un fatto negativo, se l’indebitamento serve a finanziare investimenti il cui rendimento potrà contribuire a ripagare il debito contratto. Se poi andiamo a osservare la Posizione patrimoniale netta sull’estero, ossia il saldo tra le attività detenute dagli stranieri in Svizzera (quindi anche i titoli del debito pubblico) e le attività possedute all’estero dagli svizzeri, scopriamo che anch’essa è regolarmente positiva da molti anni.

Il debito pubblico non è quella sciagura che molti tendono a dipingere, presentandolo come un fardello insostenibile che graverà sulle spalle delle prossime generazioni. Il vero problema che rischiamo di lasciare alle generazioni future è legato all’eventuale disimpegno dello Stato in settori come la socialità, la sanità, l’istruzione e la cultura. È riducendo la spesa pubblica in questi e in altri settori cruciali per la crescita e lo sviluppo economico, con lo scopo dichiarato di non lasciare (presunti) debiti alle generazioni future che si rischia invece di minacciarne il benessere. A quel punto, le generazioni future dovranno sostenere privatamente, magari indebitandosi, quelle spese che lo Stato non vuole (o non può) più assumersi. Già oggi il debito privato è molto elevato nel nostro Paese, come hanno ben mostrato due ricercatori di Avenir Suisse in un interessante e documentato studio pubblicato di recente. Dopo aver opportunamente ricordato la complessità delle questioni legate al debito, gli autori richiamano l’attenzione sul volume dei crediti ipotecari, la cui crescita si attesta da almeno 35 anni a ritmi superiori a quelli dell’economia. Non solo il tasso di indebitamento delle economie domestiche oggi è nettamente superiore al Prodotto interno lordo (PIL) svizzero, ma è anche molto elevato nel confronto internazionale.

Indebitarsi collettivamente attraverso lo Stato senza nessun freno, allora? Evidentemente no. Il debito pubblico ed il suo eventuale aumento devono essere chiaramente difesi se c’è una contropartita in termini di investimento. A maggior ragione in periodi dove il settore privato e le economie domestiche sono più riluttanti a indebitarsi o fanno fatica a sostenere i loro livelli di spesa. Occorre evitare una deriva del debito, sia pubblico che privato, ma l’indebitamento è necessario al sistema economico per funzionare e crescere, oltre a rappresentare un buon affare per gli investitori privati.

L’autore è economista
Nell’immagine: evoluzione del debito e del tasso d’indebitamento della Svizzera, 1990–2021


Di mercati e di sussidi

Un sistema troppo complesso, le disparità da risolvere, la sfida dell’inclusione degli indipendenti 

In un intervento su laRegione del 9 agosto [disponibile solo nell’edizione stampata, ndr] il capogruppo Udc in Gran consiglio, Sergio Morisoli ha auspicato l’eliminazione dei sussidi all’economia cantonale. Già nelle prime righe l’articolo è esplicito: “Il vero patto per il rilancio post Covid-19 dovrebbe essere così: Stato, tieniti i circa 160 milioni di franchi che spendi a quadriennio, versandoli direttamente all’economia, ma liberaci dai 160 articoli di legge che la soffocano”. Sull’intervento di Morisoli abbiamo chiesto un’opinione all’economista Spartaco Greppi, responsabile del Centro competenze lavoro, welfare e società presso la Supsi.


“Mercati liberi da interferenze dello Stato e libero agire dei partecipanti al mercato sono la garanzia per un’allocazione efficiente delle risorse”. Le persone devono essere lasciate libere di scegliere, come recita il titolo di un famoso libro di Milton e Rose Friedman, difensori a oltranza del libero mercato, tanto da aver eletto il Cile di Pinochet laboratorio di una totale libertà dei mercati in un contesto di un’altrettanta totale illibertà politica. Laboratorio tragico, poi fallito anche economicamente, come ben sappiamo.

In realtà, il libero mercato non esiste, se non nella decotta retorica di chi ne sostiene le presunte, e mai provate, virtù.

Come insegna anche la teoria economica, la società risponde all’incapacità dei meccanismi di mercato di produrre soluzioni ottimali, creando istituzioni non di mercato, appunto. A prescindere, lo Stato è sempre coinvolto in qualche modo nel funzionamento dei mercati, non fosse altro che stabilendo regole e limiti accettati politicamente, salvo poi rimetterli in discussione a seconda del prevalere di questo o quel motivo, anch’esso condizionato politicamente. E il fatto che tra le regioni più disastrate del mondo vi siano state quelle che più di altre rispecchiavano il prototipo del libero mercato, con individui amorali alla ricerca del proprio esclusivo interesse personale, vorrà pur dire qualcosa.

La densità normativa, poi, non è certo determinata esclusivamente da fanatici statalisti, se è vero che in questi ultimi trent’anni hanno governato un po’ dappertutto neoliberisti di varia estrazione. Che dire poi dello stimolo all’economia prodotto dallo Stato, anche dal nostro, negli ultimi settant’anni, per limitarci al Dopoguerra? Certo, può sembrare allettante rinunciare a 40 milioni di franchi all’anno di sussidi versandoli direttamente ai cittadini, tra i quali gli stessi che da un giorno all’altro si ritrovano senza attività, comunque rispettabile, seppur (forse) decotta. Ma con poche decine di franchi in più a persona adulta non si stimola un bel nulla, a maggior ragione in un clima di incertezza come quello che stiamo vivendo.

A meno che non si creda alle favole. Come quella della spinta alla crescita economica determinata da una riduzione della pressione fiscale. Una favola, appunto, che non ha mai avuto il benché minimo e incontrovertibile riscontro empirico. La pandemia ha mostrato proprio l’importanza dello Stato, e dello Stato sociale in particolare, che con i suoi strumenti e la sua flessibilità residua, ossia quella che non è (ancora) stata intaccata dalla frenesia neoliberista, ha saputo dare una risposta ai bisogni di buona parte delle persone colpite duramente dalla crisi. Lacci e lacciuoli sono stati messi proprio da coloro che hanno osteggiato le misure di intervento, rendendo l’accesso alle misure più complesso, macchinoso e selettivo.