Minestrone Woke, il torto di chi ha ragione (e viceversa)

All'UDC non par vero di poter rimescolare il pentolone ideologico a proprio uso e consumo 

In una delle operette tra le più ispirate di Giacomo Leopardi ci troviamo di fronte alla Moda che dialoga con la Morte. La Moda insiste, argomenta, ironizza con crescente resa e vigore, perché tre sono le cose che madama la Morte è bene che digerisca: entrambe sono immortali, vengono dalla stessa madre e dunque sono sorelle, molte sono le sue opere che hanno favorito sorella Morte.

Il Woke, parafrasando Leopardi, mi sembra, almeno nella sua veste estivo-elvetica, una di queste opere. Stare svegli, prendere coscienza, difendere i valori e i diritti delle minoranze, sia chiaro, sono tutte espressione di immediata felicità. Chi non vorrebbe appartenere alla categoria di quelli che s’indignano, riflettono, traducono la consapevolezza in azione dunque cambiamento dei costumi sociali? Negli Stati Uniti il dibattito è acceso e carico di complessità. Si parla di attenzione alle minoranze, ma anche di ridefinizione dei valori del Paese a partire dalle nuove consapevolezze, che non possono ignorare le sanguinose contraddizioni che lo contraddistinguono. Infatti non nego lo stupore di fronte a una nazione che, negli ultimi anni, condanna il poliziotto che ha causato la morte di George Floyd, avvia un movimento che si chiama cancel culture, rende illegale l’aborto, invade il Campidoglio, usa il cavallo Weinstein per ripulire la società dai predatori sessuali, elegge un presidente di colore e subito dopo Donald Trump.

Insomma, mi è davvero difficile scovare il disegno che si cela dietro questa parziale ricostruzione degli ultimi accadimenti. Ma nello stesso tempo mi rendo conto che la distanza culturale tra chi ha indossato l’elmo del vichingo per sognare un colpo di Stato e chi vede nella statua di Cristoforo Colombo l’emblema di un sopruso che va sanato è due volte quella che separa la Terra dalla Luna.

Sono molti gli esempi e forse le derive che si susseguono negli ultimi tempi, perché se un traduttore bianco non può lavorare sul testo di una poetessa di colore, allora uno storico di Milano non può parlare di Africa, anche se il suo intento fosse quello di studiare i processi di dominio che hanno formato l’attuale cultura occidentale. Il rischio di mescolare tutto è alto, per cui sarà difficile parlare di educazione se non hai figli, di politica se non sei in parlamento, ma persino giudicare un piatto di spaghetti alle vongole se non sei un cuoco o almeno un operatore marino.

Fa dunque un po’ effetto osservare come l’estate svizzera abbia reso politica quella che a me è parsa più una scaramuccia tra estremismi con birra ghiacciata. Perché se è facile immaginare che un gruppo di bianchi epigoni di Bob Marley possa intrecciarsi le zazzere per sentirsi parte di una storia musicale che ha un suo posto d’onore nel nostro immaginario, è altrettanto semplice comprendere le ragioni di chi, applicando come termine di giudizio la filologia e non la simpatia, possa vedere in quella band il simbolo del capitalismo post-coloniale, che si appropria di tutto ciò che fa consumo, sballo, omologazione.

La cosa poteva forse finire lì, concerto bloccato, rabbie che si incontrano, indignazioni incrociate.

Hanno invece pensato bene di rimixare, ergendosi a paladini del liberalismo, i giovani Udc, notoriamente invidiosi dei centri sociali, perché saranno anche brozzi e immorali, però possono uscire la sera con la certezza che qualcuno con cui parlare lo si trova sempre. Al contrario tutte le sfumature del borghese implicano qualche ora di whatsapp per mettere in piedi uno straccio di serata in un locale pubblico. Sono più eleganti, ma si divertono meno, questo è certo.

Ed ecco, mi viene da pensare, perché hanno approfittato della ghiotta occasione per rilasciare comunicati e difendere la svizzerità rasta intrufolata tra mura anarchiche.

La Moda, nel dialogo di Leopardi, spiega a sua sorella Morte che entrambe sono figlie della Caducità. La fugacità distoglie da tutto ciò che potrebbe avere un senso, e rendere in qualche modo immortale la nostra esistenza. Treccine sì treccine no è forse una banalizzazione di quel che potenzialmente potrebbe essere letto in questo saliscendi Woke tra anticapitalisti e giovani destroidi. Però mi resta il sospetto che tutto nasca dalla voglia di esserci più che dal desiderio di difendere dei valori. L’episodio è diventato notizia, dunque ci sentiamo tutti invitati a cavarne qualcosa, almeno un’opinione. Leopardi avrebbe reciso la questione in modo netto, perché secondo lui i giornali stessi sono un ostacolo al sapere, costretti come sono a svilire la serietà per risultare appetibili, divulgativi e cool. Io cerco di essere un po’ più cauto, perché il giornalismo non sta tanto bene, e non certo per le ragioni del poeta infinito. Però continuo a vedere la distanza tra la Terra e la Luna, tra i movimenti di protesta dopo l’assassinio di George Floyd o di Carlo Giuliani e quattro ragazzi di Melide che si tatuano il volto di Nelson Mandela sotto l’ascella. Non è la stessa cosa.

Da questa disputa estiva, insomma, mi resta addosso la malinconica consapevolezza che il cortocircuito destrasinistra si è fatto fluido, cosa che non aiuta chi avrebbe voglia di assistere a un teatro politico che sa distinguere tra ciò che ha valenza epocale e ciò che è solido come un Rakete [ghiacciolo, ndr] al sole.


Seguire il sole

All'UDC non par vero di poter rimescolare il pentolone ideologico a proprio uso e consumo 

La pandemia. Non ho per il momento ancora osato esprimere opinioni o verdetti sulle implicazioni legate alla pandemia mondiale di Coronavirus, alla vaccinazione, alle varianti. Forse a causa di tutte queste “v”. La “v” è una lettera, un suono, che già di suo m’inquieta: vibra, vacilla, si riverbera nel futuro. Va più in là di quella che è la mia capacità di contenere, misurare, discernere.

E allora assisto, da ormai due anni, alle intermittenze del pensiero, ai continui cambiamenti di scenario, alle misure che di volta in volta vengono decise dalle autorità competenti con lo sbalordimento di chi è costretto a fidarsi di qualcuno o qualcosa.

Eppure, in questo periodo fatto di plastiche azzurre o colorate, di tamponi e di detergenti, continuo a pensare che la querelle intorno ai vaccini stia rubando tempo ed energie a questioni di urgente sostanza. In molti, troppi ambiti. Uno su tutti l’ecologia. Uno su tutti il disagio giovanile.

Qualche sera fa, transitando davanti a un televisore sintonizzato sull’ennesimo dibattito da Covid, sono stato trafitto da una frase perentoria, e non contraddetta, di Umberto Galimberti. “Questi giovani sono deboli”, ha detto, e “la pandemia sta soltanto rilevando una fragilità endemica, fatta di ansie, crisi di panico, vita vissuta in video”. Ancora tante “v”.

Io non so risolvere spiritualmente la controversia se il sole da seguire sia quello naturale, l’astro che mena diritto altrui per ogni calle, oppure se dobbiamo un’altra volta fidarci del sole della Ragione, della logica scientifica dunque.

So ciò che vedo. Che non è molto. Eppure è sufficiente per spaventarmi. Vedo che i movimenti di difesa del clima hanno meno voce, meno diritto di essere negli spazi informativi, ma forse anche nei nostri pensieri. Oltre che nelle agende politiche. Un po’ come capita in “Don’t look up”, film in cui l’umanità, pur di rendere tutto piacevole e frizzante, rinuncia ad assecondare il proprio istinto di sopravvivenza. Come a dire che il tema vaccini, cure intense, ricoveri, rischia di diventare un enorme gioco narcisistico di chi si ostina a guardare il dito per non vedere una luna grigia e ammorbata.

Vedo che il disagio giovanile c’è e non si spiega. Non lo risolveremo né se li vaccineremo tutti né se non lo faremo, perché mentre gli adulti si scannano parlando di bavagli e mascherine protettive, molti di loro si augurano che le vacanze durino di più; perché svegliarsi, vestirsi, viaggiare, vivere la propria giovinezza deve avere uno scopo e un valore. E forse non tutti lo avvertono. Marco Lodoli lo denunciava già trent’anni fa circa (Se i nostri ragazzi non sanno più soffrire, La Repubblica), e oggi lo noto con ancora maggiore urgenza: c’è poca disobbedienza tra i banchi delle scuole e forse anche tra le mura domestiche. Forse è indifferenza, forse debolezza, disagio, apatia. Incapacità di soffrire. La peggiore delle ipotesi è che le ragioni non siano solo in loro, ma che valga ancora il solito metodo, ovvero che i giovani siano lo specchio di ciò che gli adulti hanno edificato. E allora, forse, la mascherina che devono indossare per andare a scuola e che così facilmente sembra somigliare a un bavaglio, la stanno indossando da molto tempo. Traducendo l’incertezza in colpa. Ne conosco tanti, forse troppi, che richiedono aiuti psicologici, che si recano dall’orientatore professionale, mostrando di nutrire, oltre al disagio, anche una stranissima fiducia nel mondo degli adulti. Una fiducia che non so quanto sia ben riposta.

Nominare il caos, ne sono certo, sarebbe utile. Porterebbe alla coscienza una specie di verità, un rapporto con la vita che non può, io credo, ridursi e risolversi nel diritto alla salute.

Un’indagine di cui si è parlato ultimamente alla Rsi sostiene come, nei momenti di maggiore crisi pandemica, i giovani abbiano beneficiato della chiusura delle scuole o delle lezioni ritardate perché in media hanno dormito un’ora in più. L’ansia si diluiva, allora, svegliarsi con il sole aiutava anche a sopportare la mascherina. Non solo il fardello di chi non sa se fra vent’anni avrà un’aria da respirare, un lavoro, prima ancora che una vita soddisfacente.