Animo, Cipputi!

Uno dei grandi personaggi creati dal geniale disegnatore e vignettista Altan, al centro di una mostra in corso a Bologna 

È il racconto di 50 anni di lavoro in Italia di Francesco Tullio Altan. Nato a Treviso, nel mezzo della seconda guerra mondiale, già da piccolo Altan ama moltissimo disegnare e raccontare storie illustrate. “Mi domando chi sia il mandante di tutte le cazzate che sto facendo” è tra le tante memorabili battute forse la più rappresentativa di quell’italianità mediocre e leggera, incapacace di responsabilità, rappresentato nelle vignette di Altan. 

Le sue prime storie appaiono su “Linus” nel 1974 e da lì ci accompagnano per decenni attraverso tutte le immemorabili vicende della cronaca politica italiana, e personaggi come Andreotti, Fanfani, Craxi, Moro e Berlinguer, poi Berlusconi, Di Pietro e Prodi, poi Napolitano e Monti, poi Renzi e Grillo….L’elenco serve solo per dire che Altan, per tutti questi anni, ha retto ai massimi livelli la sfida con la cronaca. 

 

“Altan” – scrive Michele Serra nella prefazione all’Autobiografia non autorizzata apparsa di recente – non fa satira politica, fa satira antropologica. Il Palazzo gli interessa tanto quanto l’uomo e la donna della strada, e forse un poco di meno. Il cast fisso delle sue vignette è costituito dalla gente ordinaria che la sua penna scempia con ferocia contagiosa. Massaie sciatte e ciniche, mogli sfiancate dalla noia, maschi vanagloriosi e tonti, omini prosciugati dalla fatica e sopraffatti dalla vita. Anonimi italiani a volte ributtanti, a volte soavemente ciula, e solo nei rari momenti di lucidità coscienti della propria insulsaggine”.

A Bologna la Fondazione MAST presenta fino al 10 settembre “Animo, Cipputi! Un racconto di 50 anni di lavoro in Italia nei disegni di Altan”. Il percorso è scandito per decenni in 227 opere ed è accompagnato da un catalogo edito da LiberEtà.

Altan confessa di aver visto il suo eroe tra le strade di una Milano anni 70, durante i fermenti di un’epoca segnata dal referendum sul divorzio, dalla strage di Piazza della Loggia a Brescia, dalla legge sul diritto di famiglia che sanciva la parità tra uomini e donne. Poi, con il ridimensionarsi dell’azione sindacale, non appena gli viene proposta una complicata questione aziendale (“La Fiat è in difficoltà, Cippa. Bisogna che ci andiamo in soccorso”), lui sentenzia sarcastico: “Forse al governo non ci andremo mai, ma il paradiso non ce lo leva nessuno”. E non poteva rispondere  se non con ironia al collega che rimpiangeva il sole dell’avvenire: “Non farmi il patetico: ci sono delle ottime lampadine”. Alla fine del turno il collega gli chiede :”Te, che autobus prendi ? E lui, Cipputi, con la schiscetta in mano: “Qualunque. Vada dove vada, ho la mia coerenza interna”.


Le due facce della giustizia

Uno dei grandi personaggi creati dal geniale disegnatore e vignettista Altan, al centro di una mostra in corso a Bologna 

Michela Ponzani, Processo alla Resistenza, L’eredità della guerra partigiana nella Repubblica 1915-2022, Einaudi.

È una delle pagine più buie della storia italiana, che costò la vita ad oltre 70mila persone. Più di 10mila erano civili e sono stati massacrati in esecuzioni di massa da militari nazisti del Terzo Reich. Dal dopoguerra ad oggi quasi tutti i responsabili delle stragi in Italia sono rimasti impuniti, e solo a partire dagli anni 2000, quando ormai anche i sopravvissuti erano quasi tutti morti, si è tornati a indagare sul loro passato.  Grazie a un portale online “NS-Täter in Italien” possiamo conoscere i risultati di una ricerca condotta dall’Università di Colonia e finanziata dal ministero degli Esteri tedesco in collaborazione con tre partner italiani.  In Germania, per molti anni, le persone hanno creduto al mito della guerra pulita condotta dalla Wehrmacht. In realtà, a commettere gli eccidi erano stati militari di ogni tipo, Waffen SS, Wehrmacht, Luftwaffe, volontari e coscritti, soldati semplici e ufficiali. Questa responsabilità collettiva ha contribuito alla rimozione individuale della colpa, permettendo ai massacratori di tornare nel 1945 tranquillamente a casa, senza pagare mai per i loro crimini.In questo momento ricordare è doppiamente fondamentale, perché sono tornati sulla scena europea partiti che non rinnegano quel passato di terrore, conservandoli nei loro simboli e nei loro slogan.

Quanto è diversa, invece, la storia dei 15-20 mila partigiani italiani processati dopo l’aprile 1945 nelle aule di giustizia della nuova Italia democratica …Mentre ex fascisti e collaborazionisti della Rsi, autori di stragi e crimini contro civili, sarebbero stati assolti, riabilitati e persino graziati per aver “obbedito ad ordini militari superiori” o semplicemente per la loro natura “di buoni padri di famiglia”, i partigiani sarebbero stati giudicati come responsabili (sia pure in via indiretta) per le rappresaglie scatenate dai nazifascisti, per non essersi consegnati al nemico. “Procedimenti penali per fatti tipicamente bellici, come requisizioni, perquisizioni uso legittimo delle armi” finirono con l’essere rubricati come “odiosi delitti comuni”, mentre già dal giugno 1946 fu concessa una larga amnistia per “fatti analoghi commessi dai collaborazionisti”. 

Fu anzitutto la mancata equiparazione dei partigiani ai membri effettivi delle forze armate ad aprire le porte a un giudizio di irregolarità per le azioni di resistenza, valutate come episodi di criminalità comune. Una repressione sistematica condotta sul filo di un’offensiva giudiziaria espressamente politica (frutto dello spirito dei tempi, con la grave sconfitta elettorale delle sinistre e la fine dei governi di unità nazionale), che avrebbe giudicato la fucilazione di fascisti e collaborazionisti come omicidio premeditato, la requisizione di beni e viveri come rapina a mano armata o furto, gli atti di sabotaggio alle postazioni e alle linee nemiche come episodi di strage. Così, ancora nel marzo 1953 la Corte d’assise di Milano aveva gioco facile nel condannare un gruppo di sette partigiani, accusati di aver fucilato, il 29 aprile 1945, un noto gerarca, esponente di spicco del Pnf, “grande invalido di guerra e medaglia d’oro al valor militare”. A parere dell’accusa, l’omicidio era stato messo a punto con l’aggravante della premeditazione, per il puro scopo di rapinare la vittima di tutti i suoi averi.

E proprio mentre l’Assemblea costituente concludeva i suoi lavori, le porte delle patrie galere si aprivano a centinaia di militanti comunisti e socialisti imputati di adunata sediziosa, porto abusivo d’armi, occupazione di suolo pubblico. Coloro che avevano preso parte alla guerra di liberazione divennero per la magistratura italiana il “nuovo nemico interno”: una categoria rivisitata e radicalizzata, passata pressoché intatta (anziché essere abolita) attraverso le due fasi di transizione, dallo Stato liberale al regime fascista, e dal fascismo alla Repubblica. I nuovi nostalgici della galassia neofascista compirono incursioni violente contro sedi di associazioni partigiane, completamente devastate, in un clima di vera e propria “caccia al comunista”. Lettere anonime indirizzate ai giornali con insulti, volgarità, con grottesche ma violente minacce di morte contro ex partigiani imputati, divennero la regola in un progressivo svuotamento di senso delle ragioni dell’antifascismo.

Fra i tanti argomenti utilizzati dalla vasta schiera dei detrattori (non solo ex missini pentiti), la guerra partigiana inutile sul piano militare (tanto ci avrebbero liberato gli Alleati) e la colpa di aver scatenato una guerra civile in patria che invece sarebbe stata difesa fino alla fine dai combattenti di Salò.

Attraverso carte processuali e documenti d’archivio inediti, la storica Michela Ponzani ricostruisce il clima dell’epoca, le speranze tradite e i fallimenti di una generazione che pagò un prezzo molto alto per la scelta di resistere.

“Se qualcuno, quando eravamo sulle montagne a condurre la guerra partigiana, fosse venuto a dirci che un bel giorno, a guerra finita, avremmo potuto essere chiamati davanti ai tribunali, per rispondere in via civile di atti che allora erano il nostro pane quotidiano, gli avremmo riso francamente in faccia.” (Dante Livio Bianco).

Nell’immagine:  25 aprile 1945  Formazioni partigiane festeggiano la vittoria sul nazifascismo


Donne e magistrate contro – Ilda Boccassini e Carla Del Ponte

Uno dei grandi personaggi creati dal geniale disegnatore e vignettista Altan, al centro di una mostra in corso a Bologna 

Le cronache di una vita, quelle narrate dal magistrato Ilda Boccassini (“La stanza numero 30”, Feltrinelli) gettano una luce inquietante sulle stragi mafiose, i processi contro Silvio Berlusconi e i rapporti con la Svizzera. Napoletana, nata in una famiglia di magistrati “Ilda la rossa” – così venne definita dai giornali perché le piaceva tingersi con l’henné – vi racconta quarant’anni di battaglie, delusioni e soddisfazioni. “La mia selvaggia”, la definì Giovanni Falcone, una donna con il vizio di fare di testa sua e di dire a chiunque quello che pensava. Anche Falcone era considerato scomodo, ingovernabile, un utopista che agiva con determinazione e intelligenza. Quando muore, dilaniato, nell’attentato di Capaci, Ilda, pubblico ministero della ‘Duomo Connection”, giura a lui e a sé stessa che avrebbe fatto qualsiasi cosa perché il suo lavoro non andasse perduto. La cattura di Riina fu una salutare boccata di ossigeno per continuare senza cedimenti.

Per motivi di sicurezza e per diversi anni, sotto la sua abitazione stazionava giorno e notte una volante con a bordo due agenti di polizia. Arrivavano lettere anonime di minaccia, di insulti, di malaugurio. Ma i peggiori nemici, comunque, restano quei magistrati che si sono gettati sul filone “paladina dell’Antimafia”, a totale disposizione di mafia e politica. Il capo della sanguinaria mafia corleonese riceveva somme di denaro provenienti da Silvio Berlusconi, e quando questi annunciò la sua ‘discesa in campo’ come leader di Forza Italia vincendo le elezioni, nominò, alla Difesa, Cesare Previti, l’avvocato romano della Fininvest, a lui vicinissimo e assolutamente fedele.

Ilda Boccassini accettò di entrare nel pool di Mani Pulite, ed ebbe un ruolo determinante nell’arresto, per corruzione, del giudice Squillante, foraggiato coi fondi neri di Berlusconi.

La documentazione sui conti bancari elvetici in cui finiva denaro occulto fu favorita dal grande impegno di Carla Del Ponte, procuratrice generale della Confederazione. “A Carla mi legava – e mi lega tuttora – un rapporto di sincera amicizia. È una donna dotata di grande energia e capacità non comuni. Con Carla ho diviso l’affetto e la stima per Giovanni Falcone. Carla era a Palermo anche il giorno del fallito attentato, e tra le ipotesi non venne escluso che potesse essere lei tra i destinatari del borsone di dinamite ritrovato sugli scogli. Giovanni me ne parlava elogiandone le grandi qualità. Era una donna spiritosa, solare, sotto certi aspetti più ‘meridionale’ che ‘svizzera’. Lo dimostra il fatto che la puntualità non sia il suo forte.”

Una svolta importante nelle indagini fu l’individuazione di una banca di Bellinzona nella quale l’avvocato Attilio Pacifico, il “Clark Gable della Brianza” già marcato stretto dagli agenti italiani, era stato visto entrare. Titolare della banca era il cittadino elvetico Dionigi Resinelli, proprietario – tra l’altro – di una bella villa in Sardegna. Il banchiere si era blindato in Svizzera guardandosi bene dal fare anche un solo passo oltreconfine. Ma si avvicinava la bella stagione e lui commise l’errore di lasciare Bellinzona per sdraiarsi sulla sabbia bianca dell’isola. La polizia riuscì così a notificargli la convocazione del tribunale di Milano. Naturalmente mister Resinelli pensava di potersi trincerare dietro la cortina del segreto bancario, ma poi cedette, e cominciò a spiegare per filo e per segno l’identità di sigle, numeri e nomi di comodo di quei conti esteri.

Nel corso delle perquisizioni nello studio di Pacifico, si rinvenne la cedola di un versamento di 241 milioni di lire su un conto della Banca commerciale di Lugano intestato alla vedova di Nino Rovelli, deceduto pochi anni prima a Zurigo. Da lì gli inquirenti scoprirono una tangente pari a 66 miliardi e 789 milioni di lire. L’invio della rogatoria in Svizzera per l’individuazione del conto presso la Banca commerciale di Lugano avvenne alla presenza della Del Ponte, oltre che dei legali della famiglia. Pacifico aveva bussato alla casa della vedova aggiungendo che anche due suoi colleghi, Cesare Previti e Giovanni Acampora vantavano a loro volta dei crediti dal defunto e consegnarono degli anonimi pezzi di carta con su stavano scritti i nomi delle banche e i numeri dei conti cifrati sui quali avrebbe dovuto versare le somme richieste. E i pagamenti, infatti, furono eseguiti, ovviamente estero su estero, per eludere il fisco italiano. La tangente – perché di questo si trattava – era stata versata in franchi svizzeri. A Pacifico erano andati 28,500 milioni di franchi, ad Acampora 10 milioni, a Previti 18 milioni.

Nel giugno del 1994, Cesare Previti fu dunque nominato ministro della Difesa e giurò fedeltà alla Costituzione e alla Repubblica; in realtà era già un evasore, un corruttore di magistrati. E non è poi diventato ministro della Giustizia, come avrebbe voluto Berlusconi, solo per la decisa opposizione dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Giovanni Acampora, invece, negli anni 70 era un ufficiale della guardia di finanza incaricato di eseguire verifiche presso importanti società, Fu lui, per esempio, che passò al setaccio le posizioni del gioielliere Paolo Bulgari, di Antonio Lefebvre d’Ovidio (coinvolto nello scandalo Lockheed). Ma poi, col tempo, passò su altri fronti fino ad arrivare a dimettersi dalle Fiamme gialle per dedicarsi invece all’avvocatura. Tra i clienti del suo studio legale compare naturalmente anche il gruppo Fininvest.

Nel 1983, quando venne arrestato, Acampora era già un libero professionista che navigava nelle acque torbide del malaffare romano. E quando il magistrato torinese Mario Vaudano avviò l’inchiesta sullo scandalo dei petroli (da cui spuntarono anche i nomi di Donato Lo Prete e Raffaele Giudice) bastò poco perché il fascicolo venisse scippato dal tribunale di Roma grazie all’iniziativa di Renato Squillante, giudice che aveva accumulato ricchezze incompatibili con il suo status.

“Altro che Roma porto delle nebbie! Nel palazzo di giustizia della Capitale operava una consorteria togata disponibile alla corruzione, in grado di truccare le carte e di garantire esiti giudiziari e impunità o, alla peggio, di trascinare i processi per tempi lunghissimi fino ad assicurare la prescrizione”. I media, in primo luogo quelli controllati da Berlusconi, si sono esercitati a lungo in una campagna denigratoria contro la Boccassini. Il tutto accompagnato dalla richiesta reiterata di sospensione dalle sue funzioni. Nonostante molti bastoni tra le ruote, con un’inchiesta sempre più incisiva fu possibile portare alla luce due società svizzere facenti capo a Cesare Previti, che peraltro non perdeva occasione per rilasciare dichiarazioni o comparire in televisione recitando il ruolo del perseguitato politico e chiamando in causa anche il procuratore federale svizzero Carla del Ponte che aveva interrogato l’amministratore delle due società elvetiche. Resta il fatto che pochi anni prima sul conto “Rowena” della Società Bancaria Ticinese di Bellinzona, intestato al magistrato romano, sono stati accreditati 434.404 dollari dal conto “Mercier” dello stesso Previti.

Del resto, il senatore era già reo confesso di evasione fiscale, per aver incassato oltre 21 miliardi di lire dagli eredi Rovelli, sul conto 136183 della SBS di Ginevra, mentre il Cavaliere è al centro, nel 1991, del trasferimento di 91 miliardi di lire, imboscati a San Marino e ‘scaricati’ a Segrate, dove il fedelissimo ragionier Scabini, tesoriere centrale del Biscione, consegnava pacchi di banconote a spalloni che portavano in Svizzera 500 milioni alla volta. È accertato che attraversavano anche tre volte al giorno la frontiera col nostro Paese. Berlusconi paragonò l’attività processuale all’arrivo della “cavalleria” delle “toghe rosse” e invocò l’intervento del presidente della Repubblica perché stigmatizzasse la persecuzione mirante ad “azzopparlo nella corsa elettorale”.

Affermazioni che ripeteva in ogni occasione, amplificate dall’eco dei suoi aficionados e dal martellamento dei suoi media. Nel 2001 Berlusconi vinse di nuovo le elezioni e, tornato a Palazzo Chigi, fece subito approvare dalla sua maggioranza la prima legge ad personam che dichiarava non utilizzabili prove che giungessero dall’estero, benché dalla Svizzera fossero arrivate ampie conferme su quanto era emerso dall’inchiesta. Clamoroso il falso pubblicato da “Panorama” (fidato settimanale berlusconiano) che rivelava un incontro tra Ilda Boccassini, Carla Del Ponte e Carlos Castresana, procuratore anticorruzione di Madrid, per trovare il modo di arrestare Berlusconi. La notizia, ripresa anche dal “Giornale” era totalmente inventata: Carla Del Ponte si trovava in un’altra parte del mondo e Ilda Boccassini da tempo non si recava più a Lugano. Resta noto poi anche uno scontro personale con Berlusconi, al processo per le vicende Imi-sir e Lodo Mondadori, quando in tribunale Ilda Boccassini chiese spiegazioni al Cavaliere a proposito dei fondi neri accumulati all’estero dalle sue aziende. Gli avvocati difensori dissero che purtroppo il presidente doveva abbandonare l’udienza, richiamato dai suoi impegni istituzionali e lui, scuro in volto, se ne andò.

Poco dopo il Parlamento votò un’ennesima legge blocca-processi che prevedeva che le cinque più alte cariche dello Stato non avrebbero potuto subire processi nel corso del loro mandato.

Nel febbraio 2010 Ilda Boccassini fu nominata capo dell’Antimafia milanese. In una retata furono arrestati duecento presunti ’ndranghetisti. In quegli otto anni di attività antimafia scoprì che l’imprenditoria lombarda non ha subìto la ’ndrangheta, ma si è attivamente spinta a fare affari con essa, fino a prendere l’iniziativa e a ricavarne dei vantaggi, per esempio nel recupero crediti o nello smaltimento illecito e a buon mercato dei rifiuti industriali. Cosa nostra non è un bubbone, è la degenerazione a livello criminale di uno stato d’animo diffuso tra tutti i ceti.

Non immaginava, però, Boccassini, che di lì a poco avrebbe dovuto rivivere l’incubo di fronteggiare ancora una volta Silvio Berlusconi. Viene infatti chiamata ad occuparsi delle cosiddette “cene eleganti” di Arcore e degli ormai famosi rituali ludico-erotici del “bunga bunga”. Grazie ai buoni uffici di Lele Mora e di Emilio Fede anche “Ruby”, piacente e ambiziosa ragazza marocchina, era sbarcata sul “Pianeta Arcore”. Nella casa genovese di Ruby viene ritrovato un foglietto in cui si trova scritto, tra l’altro, “da Berlusconi 4,5 milioni di euro”. Il fidatissimo ragionier Spinelli, ritirava ogni lunedì i contanti necessari. In quel 2010 prelevò 12 milioni di euro cash, per regali e acquisto di appartamenti destinati a giovani donne compiacenti e disponibili a tutto. Il caso emerge ben presto e mette in luce, fra i vari tristi aspetti legali, anche come Berlusconi ritenesse di poter sempre godere della totale impunità, in qualsiasi circostanza.

Significative le parole conclusive di Ilde Bocassini: “L’avversione nei miei confronti da parte di alcuni ambienti politici e dell’opinione pubblica, si manifestò nuovamente con la solita virulenza. Stavolta, la mia colpa era indagare sulla vita di un uomo pubblico, mettendone a nudo distorsioni e perversioni.

Lavorare al caso Ruby non è stato piacevole. Queste ragazze, anche diplomate e laureate, sono l’angosciante prodotto di trent’anni di cultura dozzinale, in cui l’ambizione massima è un’ospitata in mediocri trasmissioni tv. – Al termine del processo Berlusconi fu condannato a sette anni di reclusione. La sentenza fu ribaltata in secondo grado. La Cassazione confermò l’assoluzione.

Gli ultimi anni in procura non sono stati esaltanti. Cessata la funzione di delegato distrettuale, si sono velocemente defilate tutte quelle persone che per otto anni mi avevano cercata, anche con insistenza, per avermi ai loro convegni, seminari; professori universitari, scrittori, giornalisti, avvocati sono spariti nel nulla, dall’oggi al domani.

Resistere alle lusinghe del potere, respingerne gli attacchi, rinunciare al carrierismo è una strada possibile. Sono convinta che le giovani donne magistrato del futuro potrebbero fare la differenza se sapranno smarcarsi dai falsi miti, dai cattivi maestri e dalle cattive maestre.”

Le citazioni sono tratte dall’opera citata
Nell’immagine: Ilda Boccassini e Carla Del Ponte

 


L’urlo di Vandana

Uno dei grandi personaggi creati dal geniale disegnatore e vignettista Altan, al centro di una mostra in corso a Bologna 

C’è una persona che attende con gioia l’ascesa al trono di Carlo III. Lo ritiene profondo, riflessivo, accurato e sensibile. Reale sì, ma con le mani sempre “sporche” di terra, un Re ambientalista che raccomanda di usare la scienza per capire come funziona la natura, non per cambiare ciò che è, come facciamo con la manipolazione genetica che cerca di trasformare un processo di evoluzione biologica in qualcosa di completamente diverso. “In quest’epoca guidata dalla tecnologia è fin troppo facile dimenticare che l’uomo è parte della natura e non ne è separato”. È un’affermazione del principe Carlo quando frequentava Vandana Shiva, ambientalista militante, principale teorica dell’ecologia sociale e dell’eco-femminismo.

Nata in India, è cresciuta in un rapporto quasi simbiotico con le piante, gli animali e la natura in tutta la sua grandezza. Dopo la laurea in Fisica, nel 1987 fonda Navdanya,” nove semi”, un’organizzazione nata, appunto, per proteggere i semi. Nella sua autobiografia (“La vita è maestra”, PIEMME editore) racconta che il primo giorno dell’anno le donne indiane piantano nove semi in un vaso e, dopo un certo periodo di tempo, portano i vasi al fiume e scelgono i semi che si sono sviluppati meglio per metterli a disposizione della comunità. Navdanya è un movimento incentrato sulla Terra e sulle donne per la protezione della diversità biologica e naturale. Esistono 150 banche di semi di 600 specie vegetali indiane: 250 tipi di riso, di cui 13 di basmati, 19 tipi di grano, 3 di mais, 4 di lenticchie e 6 di senape.

Molte multinazionali stanno diffondendo cibo creato in laboratorio. La loro finalità è quella di ridurre la terra a una monocultura e di alimentarci con cibo finto. Le multinazionali come Monsanto hanno dichiarato che le sementi sono una loro “invenzione”; quindi, una loro proprietà brevettata che proibisce e sanziona il libero scambio di semi tra gli agricoltori. 

Monsanto continua a guadagnare miliardi di rupie all’anno dagli agricoltori indiani vendendo fertilizzanti e pesticidi che hanno fatto cadere gli agricoltori nella trappola del debito. Quasi centomila si sono suicidati nel Maharashtra e negli stati vicini. I fertilizzanti chimici uccidono gli organismi del suolo, il suolo vivo che inizia a desertificarsi, e a necessitare irrigazioni più frequenti. L’India è scivolata al 177.mo posto su 180 paesi nell’indice ambientale, redatto dalle università di Yale e Columbia. 

Quando le è stato conferito il Right Livelihood Award, il Nobel alternativo, Vandana Shiva ha denunciato la “monocultura della mente” che ha creato un ordine mondiale violento distruggendo la diversità e legittimando la distruzione spacciandola come progresso, crescita e miglioramento. La natura è viva e può insegnare. Pensate all’ipotesi Gaia di James Lovelock, (scomparso l’anno scorso) che già nel lontano 1979 sostenne che la Terra è un sistema vivo capace di autoregolarsi e in grado di relazionarsi con tutti gli esseri che lo compongono. La scienza più avanzata sta riaffermando le antiche credenze vediche. Il nostro scopo -conclude Vandana Shiva- è quello di favorire la costruzione di una coscienza che sappia essere parte della vita. Con umiltà, coraggio e immaginazione.

Werner Weick è autore, fra l’altro, di un documentario intitolato “La dea ferita, Vandana Shiva”, prodotto e diffuso dalla RSI nel 2009


Il “caso” Enzo Tortora

Uno dei grandi personaggi creati dal geniale disegnatore e vignettista Altan, al centro di una mostra in corso a Bologna 

Nel 1983 Enzo Tortora si trovava a Roma. Stava registrando un programma politico con Pippo Baudo e aveva appena sottoscritto il contratto per la settima edizione del suo notissimo “Portobello”. La mattina del 17 giugno, prima dell’alba, fu arrestato nella sua stanza d’albergo. L’accusa: associazione per delinquere di stampo camorristico finalizzata al traffico di droga e armi (art.416 bis).

L’arresto era stato eseguito nell’ambito di un maxi-blitz con 856 mandati di cattura e 412 arresti. Il tutto si basava sulle dichiarazioni di due pentiti, entrambi ex affiliati della Nuova Camorra Organizzata (NCO) guidata da Raffaele Cutolo. Secondo i “pentiti”, Tortora avrebbe spacciato droga nel mondo dello spettacolo. Una calunnia che gli valse quattro anni di calvario giudiziario e mille giorni agli arresti: sette mesi in carcere e quattordici mesi ai domiciliari.

Il caso giudiziario destò un tale clamore che Tortora divenne il simbolo della lotta contro la malagiustizia, una causa sostenuta dal Partito Radicale. Nel 1984 Tortora accettò la proposta di Marco Pannella di candidarsi al Parlamento europeo, dove fu eletto con oltre mezzo milione di preferenze. Tortora annunciò che, quando fosse venuto il momento, avrebbe rinunciato all’immunità parlamentare e si sarebbe fatto processare da comune cittadino.

Il maxiprocesso prese avvio nel febbraio 1985. Dopo sette mesi, Enzo Tortora fu condannato a dieci anni e sei mesi di reclusione. Leggendo le 267 pagine della sentenza apprese di essere “socialmente pericoloso”, “un cinico mercante di morte”. Il 15 settembre del 1986 i giudici assolsero Tortora con formula piena, e con lui 113 dei 191 imputati, riconoscendo l’inattendibilità dei pentiti. Il 20 febbraio 1987 Tortora fece ritorno in tv con la famosa frase:” Dunque, dove eravamo rimasti?”. Negli ultimi mesi di vita, Tortora aveva citato per danni i magistrati napoletani. Non riceverà alcun risarcimento e i magistrati saranno tutti assolti dal Consiglio Superiore della Magistratura.

Siamo tornati sul ‘caso’ Tortora perché Gaia, una delle sue figlie, ha pubblicato un libro (“Testa alta, e avanti”) in cui racconta la sua storia, nella consapevolezza che ogni giorno almeno tre innocenti finiscono in carcere per errore, più di mille cittadini l’anno. E i media continuano a comportarsi come fecero con suo padre: titoloni e gogna mediatica per i presunti colpevoli e trafiletti nelle ultime pagine in caso di assoluzione.

La famiglia non aveva un attimo di tregua. I fotografi non si fermavano davanti a niente. Silvia, la sorella di Gaia, a poco più di vent’anni, diventa un personaggio pubblico: è lei che viene intervistata, che compare in tv, come avvocato difensore di suo padre. Muore, sfinita, a 59 anni, nel 2022.

Gaia era la più piccola, la più introversa: finisce in un istituto gestito da suore dal quale veniva gentilmente allontanata perché non era stata battezzata. Le feste di compleanno sono deserte, non si presenta nemmeno un bambino. Il dolore è continuo, ha problemi alimentari, paga per decenni le persecuzioni nei confronti del padre, semplicemente perché “figlia di”.
Nella sua prima apparizione televisiva una volta libero, Tortora spiega perché si era trovato coinvolto in quella vicenda: il ritrovamento, in un covo di malavitosi, dell’agendina di un uomo di Cutolo, Giuseppe Puca, su cui erano riportati due numeri di tale “Enzo Tortona”, che in Questura fu confuso per “Enzo Tortora”.

Enzo Tortora era sì uscito dal carcere, ma il carcere non usciva da lui. Soffriva d’insonnia, gli incubi lo svegliavano di soprassalto. Aveva paura degli spazi aperti, le gambe non lo reggevano a lungo. Dovette rimuovere una doppia ernia alla colonna vertebrale. Camminò poi sempre con un bastone, e per un periodo portò un busto. Mai domo, e sempre intento a esercitare la resistenza, morì il 18 maggio e non il 17, perché proprio in un giorno 17 era stato arrestato. Oggi Gaia Tortora ha deciso di scrivere per combattere la malagiustizia e il modo di fare informazione. La sua storia personale l’ha portata ad avere paura di chi non ha mai dubbi, di chi sbandiera le proprie certezze granitiche come un guanto di sfida. Il dubbio è salutare, in ogni occasione.

Gaia Tortora, giornalista televisiva, è vicedirettrice del TgLa7 e conduttrice di “Omnibus”. Ha due figlie.

Enzo Tortora ha anche collaborato con la TSI col gioco “L’altalena”, e coi programmi ‘Terzo grado’, ’Si rilassi’. Per la RAI è stato notissimo conduttore di numerosi programmi, compresa ‘La domenica sportiva’.