Brexit o Britin? Burnham non esclude il rientro in Ue

Il premier britannico Andy Burnham ha messo in discussione Brexit, che è costata molto al Regno Unito, e non esclude la possibilità di un ritorno nell’Ue 

Da ISPIonline

“Brexit ha causato più danni che benefici”, ha detto il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham, impegnato in questi giorni alla conferenza del partito laburista a Liverpool, in un’intervista alla Bbc. Il neo premier ha anche dichiarato di non volere lasciare “in sospeso” la questione dei rapporti con l’Ue e di voler essere chiaro su dove sarà il Paese sotto la sua guida tra dieci anni. Alla domanda se desidera che il Regno Unito rientri nell’Ue, ha risposto di voler “valutare le opzioni”, aggiungendo di avere precedentemente sostenuto un simile passo, pur riconoscendo che “non è detto che sia questo il momento”. Il leader ha quindi elencato le quattro opzioni: “Potremmo rimanere così come siamo; potremmo considerare quanto detto dall’ex cancelliere George Osborne riguardo a un’unione doganale; potremmo esaminare quanto proposto dai Liberal Democratici alla loro conferenza, sul mercato unico; oppure potremmo spingerci fino in fondo”. Non una dichiarazione esplicita, dunque, ma un’apertura all’idea che un ritorno nell’Unione europea sia un futuro possibile per Londra. A distanza di dieci anni dal referendum popolare che portò a Brexit, l’esecutivo a guida laburista gioca una carta potenzialmente divisiva in vista delle prossime elezioni, previste per il 2029 nonostante le recenti instabilità di governo, con lo stesso Burnham che ha escluso di volere andare al voto anticipato.

Cosa dicono i cittadini?

Le dichiarazioni di Burnham non sono impulsive o estemporanee. Un recente sondaggio di YouGov mostra come sia cambiata l’opinione pubblica dal referendum. Quasi sei britannici su dieci dicono che l’uscita dal blocco regionale sia stata una decisione sbagliata, e solo il 30% invece la sostiene. All’interno del campione, colpisce che quasi un quarto di chi nel 2016 votò per uscire, quindi per “leave”, ha poi cambiato idea, mentre gli elettori favorevoli a “remain”, cioè a restare nell’Ue, sono largamente (89%) rimasti della stessa opinione. Un dato ancora più netto è quello che emerge alla domanda se Brexit sia stato un successo – lo è per il 12% – o un fallimento – per il 61% – mentre il 19% pensa che non sia stato né l’uno né l’altro. Sul futuro rapporto tra Ue e Uk, quindi, il 55% sostiene un “Britin”, quindi la reintegrazione nell’Unione, mentre appena un terzo vuole mantenere lo status quo di Brexit. Le rilevazioni danno inoltre un interessante giudizio politico sulla leadership britanniche dell’ultimo decennio. Tra coloro che giudicano Brexit un fallimento, i principali responsabili sono indicati nell’ex premier Boris Johnson e nei Conservatori: rispettivamente l’82% e l’85% ritiene infatti che abbiano almeno in parte contribuito al mancato successo dell’uscita del Regno Unito dall’Ue. Il 69% attribuisce una responsabilità analoga a Nigel Farage, a capo di Reform Uk. Seguono gli ex primi ministri Theresa May, indicata dal 64% del campione, e Rishi Sunak, con il 59%.

L’economia sta peggio

Quando lo scorso giugno è ricorso il decimo anniversario da quel voto popolare che cambiò il Regno Unito e l’Europa, sui quotidiani britannici si sono consumate decine di analisi comparate con quanto si predisse nel 2016. Il giudizio generale conferma che Brexit è costata molto sia alle famiglie che alle aziende britanniche. Tuttavia, le previsioni di recessione economica si sono rivelate esagerate. Ciò che va tenuto a mente è che da quando la Brexit è diventata effettiva, cioè dal 2020, l’economia del Regno Unito ha risentito di altri scossoni, come la pandemia da Covid-19, la guerra in Ucraina e i dazi imposti dall’amministrazione Trump. Gli esperti concordano però su un punto: le stime a lungo termine ci avevano azzeccato. L’economia è molto più debole rispetto alle proiezioni, gli scambi commerciali hanno accusato il colpo, la crescita di produttività e investimenti aziendali si è bloccata e il reddito delle famiglie si è ridotto in media di diverse migliaia di sterline l’anno. Il crollo iniziale della sterlina – che non è più tornata alle quote pre-referendum – ha fatto impennare i costi delle importazioni, scatenando una spinta inflazionistica che ha messo sotto pressione i conti pubblici e pesato sul bilancio di tutte le famiglie. Nemmeno gli esportatori – solitamente favoriti da una moneta debole, che rende più competitivi i loro prodotti sui mercati esteri – sono riusciti ad approfittarne, paralizzati da un clima d’incertezza che ha frenato il commercio. Relativamente alla crescita, uno studio firmato dall’economista Nicholas Bloom evidenzia come il pil pro capite britannico sia inferiore tra il 6% e l’8% rispetto allo scenario senza Brexit: fino al 2016 c’era un allineamento pressoché perfetto con altre 33 economie avanzate, ma poi ha iniziato ad aprirsi un divario netto e la crescita del Regno Unito ha cominciato a rallentare.

Il commento di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca dell’ISPI“‘Once in a lifetime’. Così era stata presentata ai britannici la decisione su Brexit. Dopo dieci anni, la strategia della Global Britain per riacquisire piena libertà di manovra nel mondo si è rivelata per quello che è sempre stata: un’ambizione fuori tempo massimo. L’idea di Burnham di riavvicinarsi all’Ue è un atto di realismo politico. Tanto più che in dieci anni il mondo è cambiato così tanto che sembra passata più di una vita.”

La politica non tanto meglio

Negli ultimi anni, il Regno Unito è stato anche molto instabile dal punto di vista politico. Sarebbe esagerato dire che si tratta di una conseguenza diretta della Brexit, ma è altrettanto vero che mai come negli ultimi dieci anni c’erano state così tante crisi di governo. Dal 2016 il Regno Unito ha avuto sette primi ministri (tra il 1990 e il 2016 ce ne sono stati solo quattro) e quasi tutti i predecessori di Burnham hanno lasciato in seguito a dimissioni volontarie, mentre Rishi Sunak è stato sconfitto alle elezioni del 2024 riportando i Laburisti al potere dopo 14 anni. L’obiettivo di Burnham, oggi, sembra quindi quello di ripristinare una stabilità di governo, possibilmente definendo meglio i rapporti con Bruxelles con un esecutivo più rappresentativo degli interessi di cittadini che hanno visto una parziale erosione del potere d’acquisto, nonché il non mantenimento di alcune promesse per il post-Brexit. Tra queste, il dossier immigrazione, uno dei capisaldi dei Leavers. Il saldo migratorio netto ha infatti registrato un’impennata, con il picco di un milione di nuovi arrivi nel solo 2023. Questo è drasticamente sceso negli ultimi tre anni, lasciando però al centro del dibattito pubblico il tema della sicurezza, che negli ultimi anni è degenerata in episodi violenti come lerivolte anti-migranti di Belfast dello scorso giugno.

Nell’immagine: il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham