Caro Francesco, quelle volte in Ticino tra sorbetti e discussioni

Chi ha scritto con parole e musica la colonna sonora della nostra angoscia, della nostra preoccupazione, della nostra debolezza di uomini e donne non muore mai 

Cosa posso ancora dire dopo il molto che si è già scritto, si è già detto e si è già visto di Francesco Guccini, scomparso nei giorni scorsi a 86 anni? Una grande icona della musica contemporanea, il paradigma stesso dell’essere cantautori, «il più colto dei cantautori in circolazione» (come lo definì Umberto Eco)? Forse che la sua poesia prende il volo con la spinta siderale della musica (per prendere in prestito le parole del giallista, e compagnon de plume, Loriano Macchiavelli)? O che la vena di malinconia, che spesso accompagna i suoi versi, ha il sapore del vino in cui li bagna (come faceva mio padre con il pane raffermo) perché abbiano la consistenza delle cose più autentiche? Oppure, ancora, che la forza poetica che esprime ha le radici affondate nella sua Pàvana, da dove getta uno sguardo critico e innamorato al tempo stesso su Bologna, città prototipo della varia umanità del mondo, che egli da sempre ha celebrato e fustigato? 

Noi conosciamo bene il Guccini cantautore: bastano i titoli delle sue più celebri canzoni per evocare tutto un universo di poesia straordinariamente fascinoso, ma anche ben radicato nel presente, nella vita reale, nella storia: Auschwitz, Dio è morto, La locomotiva, Cirano, Il vecchio e il bambino …. Ma Francesco Guccini è anche uno scrittore: dal 1989, anno delle Cròniche epafàniche, ha pubblicato libri che hanno commosso, che hanno descritto – con soluzioni linguistico-stilistiche molto originali – un mondo e un tempo perduti, usando le corde della malinconia e della passione, della amarezza e del dolore, restituendoci  profumi perduti.

Ho usato il tempo verbale del presente perché chi ha scritto con parole e musica la colonna sonora della nostra angoscia, della nostra preoccupazione, della nostra debolezza di uomini e donne di questo mondo, non muore mai; è e sarà sempre presente nella vita nostra, quella di tutti i giorni, con le sue canzoni (lui che amava dire «conosco la musica un tanto al braccio, conosco le note grosse»), con i suoi libri (lui che amava molto «un libro inquietante e misterioso e bellissimo come Pinocchio») e con le sue sapienti interviste  («Più che chieder cosa manca alla politica, io mi chiederei: cosa manca alla gente? Perché certe forze politiche basano le loro azioni su ciò che pensa la gente: se da un’analisi demoscopica emerge che la gente la pensa in un certo modo, loro agiscono di conseguenza, ma questa non è politica, è populismo. La gente a volte si professa anche fortemente cattolica, ma poi quando si parla di migranti mostra di avere dei dubbi, e soprattutto non legge quasi più e non approfondisce, consentendo a certa politica di fare leva su questa ignoranza. E questo è l’aspetto più grave. Alla politica, ma soprattutto alla gente, oggi manca la cultura»).

È stato un onore averti invitato e conosciuto, anche qui, in Ticino: oh, quanto amasti il sorbetto all’uva americana, preparato dall’ Antonio del “Grotto dell’Ortiga”, e la caccia in Via Nassa ai sigari di Brissago (citando i versi di Montale «nel volubile fumo dei miei sigari / di Brissago») e le discussioni all’imbrunire sul terrazzino di casa dei cari amici gemelli Luca e Massimo Danzi (il quale ci ha lasciati poco prima di te). 

Le tue canzoni hanno accompagnato la mia crescita, la mia formazione. Mi hai regalato emozioni, passioni, pensieri e tanta civiltà. Le tue note e le tue parole fortunatamente rimarranno con me, con noi. Fosti allievo di Ezio Raimondi e amasti Gadda e le osterie. Nelle tue poesie/canzoni c’erano (e ancora ci sono) i motivi dell’incertezza della condizione umana, del trascorrere del tempo da te indagati con forza o accarezzati con nostalgia. «L’eterno gocciolare del tempo», come amavi ripetere.

Ineluttabilmente diventiamo sempre più vecchi («la vecchiaia è già una malattia», mi dicesti), ma anche e, purtroppo, sempre più poveri e il nostro tempo sempre più rozzo. «La bussola va impazzita all’avventura e il calcolo dei dadi più non torna». E adesso che stai nell’aldilà la bussola non impazzisce più, ma l’avventura continua. 

Caro Francesco, mentre scrivo [la mattina del 9 agosto, ndr], nel cortile di casa tua, a Pàvana, tua moglie Raffaella, tua figlia Teresa e gli amici tuoi più cari, quelli di tutta una vita, ti stanno salutando. «Le domande non sono mai riuscita a fartele tutte. Il più grande regalo che mi hai fatto è sapere dove andare a cercare. Oppure non smettere mai di porsele, quelle domande, senza avere per forza una risposta. È questo che volevi insegnarmi?» si interroga Teresa nel congedarti da te, nel cortile di casa tua. «La casa come topos, luogo di memorie, centro di affetti, meta di un percorso interiore alla ricerca di un’identità. […], la casa dell’anima che per Guccini è sempre stato il mulino pavanese dei nonni paterni, da lui ampiamente e felicemente descritto, con la vivacità del suo plurilinguismo in prosa, in Cròniche epafàniche» (dal bellissimo libro Francesco Guccini, Canzoni, Introduzione e commento di Gabriella Fenocchio, p.34). 

Sì, Francesco, «certe volte sei in cielo come un aquilone al vento», ma stavolta non ricadrai a terra. E ciò «è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già…».

Buon viaggio, caro Francesco, magari su una locomotiva, fra la via Emilia e il West.

Nell’immagine: Guccini a Lugano nel 2017 con la moglie e l’autore dell’articolo