La lezione che arriva dall’Ucraina

 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

L’unica cosa sorprendente è che c’è ancora chi si sorprende della volgarità e della crudeltà con cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è schierato a fianco dell’omologo russo Vladimir Putin nella guerra in Ucraina. L’accordo sulla sospensione delle sanzioni americane sul diesel russo, gli attacchi al presidente ucraino Volodymyr Zelensky e le minacce di interrompere la cooperazione d’intelligence tra Usa e Ucraina non sono che l’ultima, prevedibile manifestazione degli istinti filorussi di Trump. C’è chi si indigna, e a ragione. Ma nessuno dovrebbe stupirsi.

Sulla guerra in Ucraina, Trump è sempre stato straordinariamente coerente. Dall’umiliazione di Zelensky alla Casa Bianca all’inizio del secondo mandato al tappeto rosso steso per Putin ad Anchorage, dalla fine degli aiuti militari statunitensi a Kyiv al piano in 28 punti per la capitolazione dell’Ucraina, scritto in linea diretta tra Mosca e Mar-a-Lago, fino all’accordo sul carburante russo e alle ennesime minacce a Zelensky: a Trump si può rimproverare tutto, tranne la mancanza di coerenza e prevedibilità. Altrettanto prevedibile è l’esito delle sue minacce: l’ennesimo buco nell’acqua. A ogni dichiarazione roboante e a ogni minaccia rivolta a Kyiv, l’unico effetto concreto per gli Stati Uniti è la perdita di un ulteriore tassello di credibilità internazionale.

Beninteso, la coerenza e la prevedibilità di Trump sull’Ucraina non rendono le sue posizioni meno rivoltanti. Trump si schiera con Putin e minaccia di sospendere (ancora una volta) la condivisione d’intelligence con Kyiv proprio nei giorni in cui gli attacchi di Mosca, ormai estesi a ogni infrastruttura ucraina, hanno ucciso oltre ottanta civili. Trump chiede a Zelensky di fermare gli attacchi contro i gangli dell’economia di guerra russa, ma non pretende da Putin che smetta di colpire i civili ucraini. Sarebbe ancora peggio se Elon Musk sospendesse Starlink in Ucraina. Il servizio satellitare opera solo in Ucraina e non in Russia: spegnerlo non inciderebbe sugli attacchi ucraini contro gli obiettivi petroliferi russi, ma ridurrebbe la capacità di Kyiv di intercettare missili e droni russi diretti contro città, infrastrutture e civili. L’unico effetto sarebbero migliaia di morti al fronte e nelle città ucraine.

È osceno il tentativo di Trump di rigirare la frittata in vista delle elezioni di metà mandato. Se i prezzi alla pompa sono alle stelle, la colpa è della sua fallimentare guerra contro l’Iran, condotta a braccetto con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: una guerra che non solo non è finita, ma si è estesa oltre il Golfo e lo Stretto di Hormuz, riaccendendo il conflitto in Yemen e nel Mar Rosso, con attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita. Non saranno certo le forniture di diesel russo a fare una differenza sensibile e duratura sul mercato globale dell’energia, tanto più che il carburante scarseggia anche in Russia. La responsabilità dell’impennata dei prezzi di petrolio, gas e carburanti non va attribuita agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe.

La causa principale è la guerra in Medio Oriente, e la responsabilità, sotto gli occhi di tutti, compresi gli elettori americani chiamati alle urne per il Congresso il mese prossimo, è di Trump, straordinariamente inefficace. Da quasi due anni tenta di forzare la mano in Ucraina, concedendo tutto alla Russia, tradendo l’Ucraina e punendo i vituperati europei, che restano al fianco di Kyiv. Senza ottenere nulla. Trump non cava un ragno dal buco perché fa concessioni alla Russia senza chiedere nulla in cambio, e Putin è ben lieto di incassare e di proseguire, rinvigorito, la sua guerra contro l’Europa.

E non ottiene nulla perché oggi l’Ucraina dipende dagli Stati Uniti molto meno di due anni fa. Non a caso, di fronte alle ennesime minacce di Trump, Kyiv non è andata nel panico: poche ore dopo ha colpito un terminal petrolifero a Rostov sul Don. Se poi Musk dovesse davvero spegnere Starlink, a pagarne il prezzo, oltre alle vittime ucraine, sarebbero l’affidabilità e quindi la redditività della stessa Starlink. Qualunque Paese che abbia a cuore il proprio interesse nazionale ci penserebbe due volte prima di affidare la sicurezza delle proprie comunicazioni satellitari a un colosso così platealmente politicizzato.

Alcuni europei si stupiscono ancora delle posizioni filorusse del presidente americano, anche se per fortuna sono sempre meno. Se tutti gli sforzi che gli europei hanno inutilmente dedicato a tenere gli Stati Uniti ancorati all’Europa e all’Ucraina fossero stati spesi per rendere l’Europa più autonoma di fronte alla guerra che Putin ha scatenato contro il nostro continente, oggi saremmo meno sorpresi e più forti. Anche su questo, l’Ucraina ha soltanto da insegnarci.

Nell’immagine: Trump, particolare di un disegno satirico da “The Guardian”


Oleksandra Matvijchuk: “Gli ucraini sostengono Zelensky, Putin punta a ricostruire l’impero”

 

Di Francesco Rigatelli, La Stampa

Da 12 anni Oleksandra Matvijchuk, 43 anni, avvocata ucraina per i diritti umani e Premio Nobel per la pace 2022 con il Centro per le libertà civili da lei fondato a Kiev, documenta i crimini di guerra russi in un database che raccoglie oltre 100mila episodi di violenza. «Il mio obiettivo – spiega – è riportare la dimensione umana al centro dei processi politici, affinché non siano gli interessi geopolitici ma le persone a determinare le decisioni.Vorrei inoltre fare in modo che la giustizia segua un percorso internazionale indipendente, perché l’inferno che viviamo in Ucraina è il risultato dell’impunità di cui la Russia ha goduto per decenni».

Cosa pensa delle posizioni alterne di Trump su Zelensky?
«Purtroppo Trump adora Putin e non ama Zelensky. Sembra proprio non capire come un Paese con forze armate più deboli e privo di armi nucleari possa rifiutare di piegarsi alla volontà di una grande potenza».

L’obiettivo di Trump è favorire la Russia o promuovere la trattativa di pace?
«Trump mira semplicemente ad avvantaggiare sé stesso e la sua cerchia ristretta, sfruttando la posizione di cui dispone in questo conflitto in qualità di presidente degli Stati Uniti. Un approccio definito apertamente come transazionale».

La posizione di Trump sul ricambio necessario al vertice dell’Ucraina è legata all’accordo con la Russia sulle forniture di diesel?
«I consensi di Trump sono calati sensibilmente in vista delle elezioni americane di metà mandato e l’accordo con la Russia rappresenta un vantaggio reciproco: Putin lo aiuta a risollevare la propria popolarità, mentre lui aiuta lo Zar a ottenere più fondi per proseguire questa sanguinosa guerra».

Zelensky incontra difficoltà interne o può continuare a governare?
«Gli ucraini sono abituati a esprimere apertamente critiche verso le autorità, e Zelensky non fa eccezione. Tuttavia quando il nostro presidente parla sulla scena internazionale gode del sostegno dell’intero Paese, poiché agisce nell’interesse del popolo ucraino».

Quali iniziative può intraprendere Zelensky per avere più possibilità di arrivare alla pace?
«Per costringere Putin a porre fine al conflitto è necessario che il costo della guerra sia per lui superiore a quello della pace. Purtroppo l’Ucraina non può riuscirci da sola. Per questo la comunità internazionale deve confiscare i beni russi, rendere operativo il Tribunale speciale per il crimine di aggressione, sequestrare le navi della flotta ombra russa e sanzionare concretamente le aziende europee che aiutano la Russia a eludere le limitazioni».

È possibile che Zelensky debba sacrificarsi perché l’Ucraina raggiunga un accordo di pace?
«Il problema non è lui, ma che Putin vuole realizzare i suoi obiettivi di guerra ragionando secondo categorie storiche superate nel tentativo di ripristinare l’impero russo con la forza. Dopo quasi cinque anni di invasione e dodici di guerra complessivi lo Zar non ha abbandonato il suo obiettivo, perché la vita umana è la risorsa meno costosa per lo Stato russo. Egli pensa alla propria eredità storica e i Paesi europei sono al sicuro solo perché gli ucraini continuano a frenare la sua avanzata».

Le elezioni in Ucraina sono sospese dal 2024, ritiene possibile che si tengano nel 2027?
«La Costituzione ucraina, similmente a quella italiana, congela le elezioni in caso di guerra. Dal punto di vista pratico sarebbe difficile garantire il processo elettorale a fronte dei costanti attacchi russi con missili, bombe e droni; la campagna elettorale; e il diritto di voto per i milioni di rifugiati all’estero e per gli abitanti dei territori occupati dalla Russia».

Dove può portare l’escalation del conflitto con i droni, degli attacchi alle infrastrutture energetiche e delle minacce russe verso l’Ue?
«La Russia conduce una guerra ibrida contro l’Ue, perché la considera debole e impotente. Putin vuole metterla alla prova con azioni sempre più audaci. Se i leader europei non risponderanno con decisione finiranno per incoraggiarlo».

Cosa pensa delle critiche rivolte alla Premio Nobel per la Pace Navi Pillay?
«Sostengo pienamente il riconoscimento a Pillay, che ha dedicato la vita alla lotta contro l’impunità e alla difesa della dignità umana. Un Nobel che arriva in un momento in cui le grandi potenze distruggono l’ordine internazionale fondato sulla Carta delle Nazioni Unite».

Com’è la vita quotidiana in Ucraina al momento?
«La Russia non riesce a vincere sul campo e ha intensificato gli attacchi ai civili. A Kiev le sirene antiaeree non smettono mai di suonare. Ogni giorno la Russia colpisce edifici residenziali, scuole, ospedali e infrastrutture. Quando andiamo a dormire non sappiamo se ci sveglieremo la mattina seguente. La guerra è una lotteria».

Nell’immagine: Oleksandra Matvijchuk


Glucksmann, il figlio del filosofo ex maoista che detesta Mélenchon e sogna un’altra sinistra

 

Di Anais Ginori, La Repubblica

Figlio di un filosofo, nipote di una spia sovietica, marito di una delle giornaliste più famose di Francia. Raphaël Glucksmann, 46 anni, ha una biografia poco convenzionale per un candidato all’Eliseo. Nato in una famiglia di intellettuali e cresciuto nel cosmopolitismo parigino, è arrivato alla politica passando per i reportage internazionali, le rivoluzioni nell’ex blocco sovietico. Il padre André Glucksmann, scomparso nel 2015, è stato uno dei protagonisti dei nouveaux philosophes, ex maoista diventato critico feroce del totalitarismo comunista. Il nonno Rubin, ebreo originario dell’attuale Ucraina, aveva lavorato come agente sovietico in Germania prima di rifugiarsi in Francia con l’avvento del nazismo. Una storia familiare che aiuta a capire l’anticomunismo, l’europeismo e soprattutto l’ostilità verso la Russia di Vladimir Putin.

Prima della politica ci sono stati i libri e i documentari. Glucksmann ha raccontato il genocidio dei tutsi in Ruanda, seguito la rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004 e lavorato dal 2008 al 2012 come consigliere del presidente georgiano Mikheil Saakashvili. Un’esperienza controversa, per la vicinanza a un leader accusato di derive autoritarie, ma che l’eurodeputato rivendica come parte della sua formazione. «La mia visione del mondo non si è formata a Davos o Washington, ma in luoghi di cui forse non potete nemmeno immaginare la desolazione», replica a chi lo accusa di essere un intellettuale parigino lontano dalla vita quotidiana dei francesi.

A Tbilisi, Glucksmann ha conosciuto Eka Zgouladze, ex ministra georgiana e madre del suo primo figlio. Oggi condivide la vita con Léa Salamé, giornalista franco-libanese e uno dei volti più popolari della televisione francese, con la quale ha avuto un secondo figlio. Insieme formano una delle coppie più in vista del mondo politico-mediatico parigino. Nell’agosto scorso Salamé ha rinunciato alla conduzione del telegiornale delle 20 di France 2, che aveva assunto appena un anno prima, per evitare qualsiasi sospetto di conflitto d’interessi durante la campagna presidenziale del compagno. Una scelta che ha suscitato anche un dibattito sul prezzo professionale pagato dalle donne che condividono la vita con uomini politici.

Fondatore del movimento Place Publique nove anni fa, Glucksmann ha conquistato il primo mandato europeo nel 2019, alla guida di una lista comune con i socialisti. «L’Europa è la battaglia della mia vita» ripete spesso. L’altra sua battaglia è contro Jean-Luc Mélenchon, che ha paragonato a Jean-Marie Le Pen dopo alcune battute del leader Insoumis sui cognomi di origine ebraica. Glucksmann, che rivendica le proprie radici ebraiche ashkenazite, considera la rottura con la France Insoumise una condizione necessaria per rifondare la sinistra democratica.

Nelll’immagine: Raphaël Glucksmann


Trump, un assist per sé e per Putin

 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Dopo l’accordo con Putin sul diesel russo, Trump mette apertamente in discussione la permanenza di Zelensky alla guida dell’Ucraina. Non contesta più soltanto gli attacchi alle raffinerie russe: contesta la leadership politica di Kiev. Mosca applaude immediatamente e definisce parole di Trump «iconiche e storiche». Il segnale è eloquente: Washington aumenta la pressione sull’Ucraina mentre la alleggerisce sulla Russia.

La spiegazione è in Iran. La guerra ha fatto salire i prezzi energetici e Trump, con le elezioni americane alle porte, cerca diesel russo per contenerli. Putin può fornirlo ma Zelensky colpisce le raffinerie che lo producono indebolendo l’economia russa. Per contenere il costo della guerra in Iran, Washington rischia di ridurre quello della guerra di Putin. È la dottrina di sicurezza interna che emerge dalle scelte di Trump: il gallone batte la sanzione. La prima linea della sicurezza americana passa anche per i distributori della Pennsylvania e del Michigan. Il prezzo alla pompa condiziona la pressione su Mosca. È la grande inversione: dalla pressione per ottenere la pace alla concessione per ottenere carburante. Le due guerre restano distinte, ma il costo dell’una modifica gli equilibri dell’altra.

Le implicazioni sono profonde.
Primo. Cambia il rapporto di forza negoziale. Trump offre a Mosca un beneficio economico senza ottenere concessioni sulla guerra. A Kiev chiede invece di rinunciare agli attacchi alle raffinerie. Zelensky propone reciprocità: fermarli se la Russia interromperà i bombardamenti sulle infrastrutture energetiche ucraine. Washington vuole invece una rinuncia unilaterale. Putin ottiene qualcosa prima di negoziare mentre Zelensky dovrebbe cedere qualcosa per poter negoziare.

Secondo. Putin può trovare più conveniente aspettare. Se diminuisce la pressione economica sulla Russia e aumenta quella politica sull’Ucraina, perché Putin dovrebbe affrettarsi a trattare? Il paradosso è che Trump cerca di convincere Putin a fermare la guerra rendendo meno costoso per la Russia continuare a combatterla.

Terzo. La pressione investe la sovranità politica ucraina. Il Cremlino contesta da tempo la legittimità di Zelensky e ora vede Washington mettere in discussione lo stesso interlocutore. Non significa che Trump persegua gli obiettivi di Putin. Ma la pressione americana può favorire Mosca prima ancora del negoziato. Le elezioni ucraine, rese difficili dalla guerra, restano una decisione degli ucraini, non una concessione da negoziare. L’attacco di Trump a Zelensky appare come una punizione politica per il rifiuto di sospendere gli attacchi alle raffinerie russe. Ma è anche una autoassoluzione per non avere ancora saputo mettere fine alla guerra.

Quarto. Le sanzioni rischiano di perdere credibilità. La deroga americana sul diesel non abolisce il regime sanzionatorio, ma ne mette alla prova la coerenza. Le sanzioni servono a rendere più costosa la guerra e a ottenere concessioni. Se vengono attenuate senza contropartite, Putin può concludere che le aperture economiche non richiedono cambiamenti di strategia. Il rischio è anticipare i benefici della pace senza aver ottenuto la pace.

Quinto. L’Europa rischia di pagare due volte. Deve aumentare le spese per sostenere l’Ucraina mentre Washington allenta alcune restrizioni economiche alla Russia. Gli europei cercano di rendere più costosa la guerra per Putin; Trump, per abbassare il prezzo del diesel, rischia di renderla meno costosa.La sicurezza europea finisce così per dipendere anche dal prezzo del carburante americano. Senza maggiore autonomia strategica, l’Europa continuerà a pagare per decisioni che contribuisce troppo poco a determinare.

Resta la questione decisiva: quale pace? Putin non cerca soltanto territori. Vuole limitare la sovranità ucraina e condizionare la sicurezza europea. Una tregua senza garanzie credibili potrebbe congelare la guerra senza rimuoverne le cause. Ma una pace duratura nasce quando Putin non trova più conveniente combattere.
Il rischio è che Trump, per accelerare l’accordo, offra a Putin la ragione migliore per rinviarlo: ottenere di più aspettando.


Il golpe bianco di Washington

 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

“Perché serve coraggio nel dire la verità”? È questa la domanda che Navi Pillay ci ha restituito, stupita e sorpresa, subito dopo aver avuto notizia che le era stato assegnato il premio Nobel per la pace, tra applausi e accuse polemiche. La giurista sudafricana che ha guidato l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani e la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite su Israele e Gaza ha ricevuto il Nobel “per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale con eccezionale coraggio e integrità”, e nel garantire “che crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio siano perseguiti, dimostrando che un mondo senza lo Stato di diritto è ingiusto, sconsiderato e disumano”.

La reazione di Trump e Netanyahu è stata durissima, con la denuncia “dell’odio dichiarato di Pillay verso l’America e Israele” e la condanna di un riconoscimento che legittima “l’odio e i pregiudizi” contro lo Stato ebraico. Ma la vera risposta è arrivata ieri dal presidente americano, poche ore dopo la telefonata con Putin presentata dalla Casa Bianca come “un successo” perché ha sbloccato le forniture di gasolio russo al mercato statunitense, consentendo di abbassare i prezzi dell’energia a poche settimane dal test cruciale delle elezioni di midterm.

Sembrava che in cambio il Cremlino si accontentasse di incassare la fine delle sanzioni al diesel russo e l’interlocuzione diretta, ormai costante a garantita tra Putin e Trump. Ma ieri il governo americano ha svelato la posta in gioco, altissima, e il vero cuore dell’intesa tra i due presidenti: la fine di Volodymyr Zelensky, attaccato personalmente da Trump, accusato di essere il vero ostacolo alla pace, e spinto ad andarsene, come chiede da tempo Putin.

“È arrivato il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente – ha detto Trump – un nuovo leader che stringa un’intesa. Per non so quale ragione Zelensky non fa mai accordi, avrebbe avuto molte occasioni ma vuole creare problemi. È meglio che la smetta di colpire le raffinerie russe, danneggiando il mondo e i nostri agricoltori”. Siamo davanti a un inedito: l’America che abbandona un Paese alleato sotto attacco, invaso e in guerra, e si schiera apertamente a fianco dell’aggressore russo, cambiando clamorosamente fronte mentre ufficialmente il Cremlino è ancora sotto sanzione da parte del mondo occidentale ed atlantico, impegnato da quattro anni a sostenere l’Ucraina e il suo presidente. Ora quel presidente è nudo, isolato, esposto in patria e fuori: non può durare sotto l’attacco congiunto dei missili di Putin e delle minacce di Trump. Nel volgere di un giorno, mentre i due imperatori concordavano il piano, il suo principale alleato è diventato il suo pubblico accusatore, facendo propri i giudizi di Putin e rilanciando i suoi auspici.

Zelensky aveva capito che stava perdendo il sostegno americano già venerdì, quando ha scoperto l’accordo sul gasolio di cui non era stato minimamente informato, perché era stato negoziato alle sue spalle. Aveva reagito ribellandosi, inutilmente : “I regali a Putin non porteranno né pace né alcun beneficio al mondi civilizzato. Qualsiasi allentamento delle sanzioni senza un accordo di de-escalation è un’evidente debolezza”. Ma i due presidenti erano già oltre, e il vero regalo di Trump a Putin prevedeva il sacrificio politico del leader di Kiev, che ieri si è compiuto con il suo pubblico abbandono, l’invito ad andarsene, l’annuncio della necessità di un cambio al vertice ucraino, e il marchio d’infamia che lo trasforma da combattente per la libertà del suo popolo in ostacolo alla pace.

Viene così a compimento la vera strategia imperiale di Trump e si scioglie l’ambiguità americana che aveva visto il presidente Usa impegnato a umiliare Zelensky sotto gli occhi del mondo nel loro primo incontro alla Casa Bianca, per poi correggersi faticosamente in un sostegno riluttante, ereditato e non scelto, inevitabile ma sgradito, centellinato e mai convinto. La riserva di Trump sulla strategia occidentale di aiuti all’Ucraina era evidente e costante: ma non era mai arrivata al punto di chiedere un cambio di leadership, con lo spettacolo inconcepibile del presidente americano che realizza la strategia del presidente russo, spodestando un suo alleato e cambiando spalla al fucile.

Adesso tutti i negoziatori impegnati nei colloqui di Miami, con Witkoff, Kushner, gli inviati di Gran Bretagna, Francia e Germania, i rappresentanti della Nato e della Ue guarderanno la sedia vuota di Zelensky, domandandosi chi parlerà per l’Ucraina, con quale strategia, con quali alleanze, con quale forza. Stiamo assistendo in diretta ad un golpe bianco in piena regola, con Putin che può permettersi di tacere e aspettare che Trump agisca per suo conto e nel suo interesse, completando l’opera. Naturalmente su questa svolta clamorosa della crisi pesano anche le nostre responsabilità di occidentali, di europei, di democratici. La nostra tiepidezza crescente nei confronti della resistenza ucraina ha senza alcun dubbio contribuito a indebolire Zelensky, a isolarlo, facendogli il vuoto intorno e svuotando di significato la sua leadership: nello stesso tempo nelle nostre società è cresciuto un fastidio per la guerra altrui pronto a scambiare le ragioni dell’aggressore per le ragioni della pace, mentre l’onere di accettare le condizioni del nemico via via lo abbiamo caricato sulle spalle del più debole, mai del più forte.

In questo modo abbiamo giocato la nostra piccola parte nella tragedia, preparando l’atto finale, da comprimari infedeli ai nostri doveri e ai nostri principi. Ecco perché oggi la campana d’allarme a Kiev suona anche per noi, mentre la motivazione del Nobel ci raggiunge come una pietra d’inciampo. Fatte tutte le differenze, infatti, “promuovere la pace e il diritto internazionale per garantire che crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio siano perseguiti, dimostrando che un mondo senza lo Stato di diritto è ingiusto, sconsiderato e disumano” non può valere solo per Gaza: ma deve valere anche per l’Ucraina, obbligando tutti noi (e soprattutto la sinistra che innalza la bandiera della democrazia) a non chiudere gli occhi. Ecco quel poco coraggio che serve, nel dire la verità.

Nell’immagine: la giurista sudafricana Navi Pillay nel momento in cui le viene conferito il Nobel per la Pace 


La paranoia da Nobel è pericolosa

 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

Le invettive di Trump contro la Norvegia per il Nobel della Pace assegnato a «una persona che non conosco» (la giurista sudafricana Navi Pillay) sarebbero state meno rilevanti se non avesse ripetuto in modo petulante e ridicolo che il premio avrebbero dovuto darlo a lui.

Sarebbe stata una cosa pessima ma in un certo senso politica, non mentale. Invece, l’ultimo e straordinariamente verboso post su Truth dell’altra notte è stato l’ennesima manifestazione del suo declino cognitivo. Il che è un problema non solo per i cittadini degli Stati Uniti ma per il mondo intero. I neurologi americani non si sbilanciano pubblicamente perché l’American Medical Association ha adottato da anni la cosiddetta Goldwater Rule, ovvero il principio che i medici non devono esprimere giudizi sui presidenti, o sui candidati alla presidenza, senza averli visitati personalmente.

Il problema si pose nelle elezioni del 1964 quando i discorsi sul possibile uso delle armi nucleari del candidato repubblicano (il senatore dell’Arizona Barry Goldwater) fecero sospettare a molti che fosse mentalmente instabile.

In realtà, chiunque abbia occhi per vedere capisce che Trump è un ottantenne che non riesce a finire le frasi, ha ossessioni senili contro i suoi predecessori Obama e Biden, contro i giudici «sleali» e contro i giornalisti che lo criticano. Soprattutto, non si rende conto delle conseguenze delle sue azioni. Il che, per il presidente di una superpotenza con migliaia di testate nucleari è quanto meno preoccupante.

Gli Stati Uniti non sono in questa situazione per la prima volta: era il 2 ottobre 1919 quando il presidente Woodrow Wilson fu colpito da un ictus che lo lasciò paralizzato e semicieco. Mancavano 17 mesi alla fine del suo mandato e a governare non fu più lui, né il vicepresidente Thomas Marshall, bensì la moglie Edith, il suo medico Cary Grayson e il suo segretario Joseph Tumulty. Dopo qualche mese la situazione di Wilson divenne nota al pubblico ma nessuno osò prendere l’iniziativa di dichiararlo incapace: il 25° emendamento sarebbe stato approvato solo nel 1967, quasi mezzo secolo dopo.

Trump rischia una sorte simile? No, perché non ha (ancora) avuto un incidente cerebrale e perché di certo sua moglie Melania e la capo di gabinetto Susy Wiles non possono e non vogliono sostituirlo. Il suo caso sembra piuttosto quello dei vecchi zii ancora capaci di stare a tavola ma che non ci stanno più con la testa. Dietro le quinte, però, i pretoriani assetati di sangue, da Pete Hegseth a Russell Vought e Stephen Miller ci sono eccome. Un presidente che passa le notti a insultare sui social i suoi veri o presunti nemici politici e si addormenta volentieri durante le riunioni del governo rappresenta una bomba a orologeria.

I paesi occidentali si sono tradizionalmente basati su robusti apparati tecnico-politici nei settori fondamentali: economia, difesa, energia. diplomazia. Nelle primissime settimane del secondo mandato di Trump queste strutture sono state non solo indebolite ma semidistrutte dall’assalto contro quello che lui ed Elon Musk chiamavano spregiativamente Deep State e contro le università. Questo lascia il futuro processo decisionale nelle mani di un presidente megalomane e dei nazistelli di cui si è circondato proprio nel momento in cui il mondo è in preda al riscaldamento globale, al caos geopolitico, all’instabilità finanziaria che potrebbe sfociare in un crack economico senza precedenti.

La storia è piena di re, imperatori e guerrieri che credevano di essere onnipotenti, da Caligola a Napoleone, a Hitler. Nessuno di loro, però, stava seduto sopra il più grande potenziale distruttivo del mondo, il più grande sistema finanziario del mondo e il più sofisticato apparato di sorveglianza del mondo. Mussolini poteva esiliare gli antifascisti a Ventotene e far assassinare fratelli Rosselli ma non poteva emettere sanzioni contro i giudici della Corte Penale Internazionale. Hitler aveva la sua Gestapo ma non aveva 6.000 testate nucleari. Trump è già responsabile di crimini umanitari in Africa (l’eliminazione dell’agenzia USAid), di crimini di guerra in Iran e di complicità nel genocidio a Gaza ma nei 27 mesi che mancano alla fine del suo mandato potrebbe fare ben altro: i punti di crisi, dall’Ucraina a Taiwan sono sempre focolai di un potenziale disastro. Senza parlare del teatro della crudeltà messo in scena ogni giorno nei confronti degli immigrati e delle minoranze etniche all’interno degli Stati Uniti. Le settimane e i mesi fino al 20 gennaio 2029 saranno lunghissimi.

Nell’immagine: il dito del presidente Donald Trump a un comizio elettorale all’Oncenter


Il perenne stato d’emergenza

 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Lo Stato di Israele è in stato di emergenza da quando è nato, il 14 maggio 1948. Da allora si considera in guerra permanente, latente o effettiva, contro i nemici prossimi (arabi) o distanti (iraniani). Costituzione materiale dello Stato ebraico, che ne fa un caso unico. L’emergenza è esistenziale dall’8 ottobre 2023, quando Netanyahu, con il sostegno di quasi tutti i connazionali, scelse di trattare il massacro di Hamas attorno a Gaza quale minaccia alla vita stessa dello Stato ebraico. Precisamente quanto Sinwar si prefiggeva, dopo essere sopravvissuto armato fino ai denti grazie ai finanziamenti garantitigli da Bibi, che molto se ne vantava. Eccesso di “astuzia”, fesseria o crimine?

Storia dirà se la scelta di reagire con un rilancio potenzialmente infinito — se non con la liquidazione degli “animali” palestinesi, sempre che una pace sia possibile con gli altri ben più potenti nemici — fu per gli israeliani cosa buona e giusta. O invece la discesa senza soste lungo un piano inclinato. A oggi constatiamo che il grado di odio nei confronti di Israele — spesso esteso agli ebrei in diaspora — non ha paragoni nella storia contemporanea. Se non forse nella germanofobia diffusa dopo la seconda guerra mondiale, moltiplicata dalla lenta presa di coscienza dell’enormità dei crimini hitleriani, su tutti l’Olocausto. Sinistro paradosso: lo Stato che doveva proteggere gli ebrei per proteggere sé stesso mette ovunque in questione sicurezza e benessere degli ebrei.

Non l’unico paradosso. Che cosa di più contraddittorio di uno Stato — dal latino stare=essere fermi in un luogo — dai confini volutamente indeterminati, in guerra permanente (cinetica nel gergo militare) su tutti i fronti? La strutturale instabilità della maggiore potenza mediorientale — unica nucleare — è inscritta nella sua cifra geopolitica: “villa nella giungla”. Miracolo di relativa democrazia e libertà in un contesto di regimi più o meno oligarchici privi di base identitaria.

Oggi all’orizzonte non si intravvede alcuna prospettiva di pace. Semmai la minaccia di una guerra con la Turchia. Quella sì decisamente esistenziale. Mai una potenza vera si era stabilita a ridosso dello Stato ebraico, come oggi i turchi in Siria, domani forse a Gaza. A Gerusalemme come ad Ankara lo scontro che potrebbe riscrivere la mappa del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale è considerato solo questione di tempo. Con epicentro fra Siria, Cipro ed Egeo. Israele vi si prepara stringendo accordi militari con Grecia e Cipro, alle cui spalle si staglia la Francia. La Turchia vi oppone un vago allineamento con Pakistan e Arabia Saudita, che quanto a statualità non sono certo meglio serviti di Israele, ma possono portare la Bomba in dote a Erdoğan. Con l’America nel caos, la prospettiva di Israele non potrebbe apparire più critica.

A prima vista, l’escalazione infinita del conflitto perseguita dal premier israeliano sembra inspiegabile, se non pura follia. Peggio: la netta maggioranza degli israeliani, molti critici di Bibi compresi, rifiuta l’idea di fermare la guerra a Gaza, oltre che impedirla in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Per tacere dell’Iran e degli altri fronti, dal Libano allo Yemen degli Houthi, dalla Siria all’Iraq. Nessuna analisi è però completa se non ci si mette nei panni dei contendenti, amici o nemici. Provando a vestirsi dei colori di Israele ci si rende conto della logica sottostante all’irrazionalità della sua non-strategia: Israele combatte fuori di sé (in tutti i sensi) per non morire dissanguato dai conflitti interni. La guerra esterna antidoto contro la guerra civile. Al bordo della quale lo Stato ebraico si trovava quando Sinwar scatenò l’inferno. Israele è troppo polarizzato fra troppe tribù — sionisti e antisionisti (haredim, arabi), laici, religiosi e fanatici. Su tutti, i coloni.

La minaccia immediata viene infatti dai coloni armati. Lo scontro fra Israele e gli estremisti che lo tengono in scacco per impadronirsi delle terre palestinesi e cacciarne gli abitanti può svelarsi fatale per lo Stato ebraico. La prima emergenza per qualsiasi governo esca il 27 ottobre dalle urne sarà questa. Nessuno Stato può permettersi di soggiacere al ricatto di una minoranza violenta. Israele meno di tutti.


Il lavoro part-time conquista anche gli uomini in Svizzera

 

Di Riccardo Franciolli, TVsvizzera.it

Secondo uno studioCollegamento esterno dei sociologi Jan Müller dell’Università di Zurigo e Youngjoo Cha della Indiana University, il motivo non è soltanto economico. A frenare il passaggio al part-time sono soprattutto norme culturali profondamente radicate, che continuano ad associare l’identità maschile al ruolo di sostegno economico principale della famiglia e alla disponibilità totale nei confronti del lavoro.

Oggi circa il 40% della popolazione attiva svizzera lavora a tempo parziale. Tra le donne la quota raggiunge il 60%, mentre tra gli uomini si attesta attorno al 20%. La Confederazione figura tra i Paesi con la più alta diffusione del part-time nell’area OCSE.

Non basta voler lavorare meno

Lo studio non si limita a osservare chi lavora part-time, ma analizza il percorso che porta a questa scelta.

I ricercatori hanno incrociato dati provenienti dall’Indagine svizzera sulle forze di lavoro, dal Panel svizzero delle economie domestiche e da altre banche dati occupazionali relative al periodo 2004-2020. Il risultato mostra che ogni anno l’11,4% degli uomini occupati a tempo pieno sviluppa il desiderio di passare a un grado di occupazione ridotto. Il 9,4% di coloro che maturano questa preferenza riesce effettivamente a passare al part-time.

La ricerca identifica due ostacoli principali.

I ricercatori individuano due principali ostacoli culturali. Da un lato l’ideale del lavoratore sempre disponibile, che pone il lavoro al centro della vita professionale e personale. Dall’altro il modello del male breadwinner, letteralmente “uomo che porta il pane a casa”, secondo cui l’uomo dovrebbe essere il principale sostegno economico della famiglia.

Lo studio non individua particolari differenze tra i settori economici, ma evidenzia come siano soprattutto le culture professionali a fare la differenza. Gli uomini hanno maggiori probabilità di passare al part-time nelle occupazioni in cui l’equilibrio tra vita privata e lavoro è considerato legittimo e compatibile con la carriera.

Al contrario, nelle professioni caratterizzate da una forte aspettativa di disponibilità totale al lavoro e dal modello dell’uomo principale sostegno economico della famiglia, il passaggio al part-time rimane meno frequente.

Perché la Svizzera è un caso particolare

La Svizzera presenta alcune caratteristiche che rendono il part-time più praticabile rispetto ad altri Paesi.

Da un lato, le settimane lavorative a tempo pieno sono relativamente lunghe, avvicinandosi alle 42 ore. Dall’altro, i salari elevati consentono spesso di ridurre il grado di occupazione senza compromettere completamente il tenore di vita familiare. Inoltre, i contratti a tempo parziale godono generalmente di una protezione e di una stabilità comparabili a quelli a tempo pieno.

Secondo Jan Müller, il modello svizzero differisce però da quello dei Paesi scandinavi. In nazioni come Svezia o Norvegia, le politiche pubbliche sono impostate affinché entrambi i genitori possano ridurre il tempo di lavoro. In Svizzera, invece, resta dominante uno schema nel quale sono soprattutto le donne a lavorare a tempo parziale, mentre gli uomini stanno solo recentemente iniziando a seguire la stessa strada.

Uno scenario molto diverso da quello italiano

Il confronto con l’Italia aiuta a capire quanto il fenomeno svizzero sia particolare. Nel 2025 il lavoro a tempo parziale riguardava circa il 15,3% delle persone occupate, una quota inferiore alla media dell’Unione europea (17,4%), e nettamente inferiore al 40,9% registrato in Svizzera.

La differenza non è soltanto quantitativa. Nei due Paesi il tempo parziale risponde infatti a logiche spesso diverse.

In Italia il part-time è spesso una necessità

Mentre in Svizzera il dibattito riguarda sempre più la possibilità di ridurre volontariamente il tempo dedicato al lavoro per migliorare l’equilibrio tra vita professionale e privata, in Italia, come rileva ISTATCollegamento esterno, il part-time resta frequentemente una soluzione di ripiego.

I dati europeiCollegamento esterno mostrano che una quota significativa dei lavoratori a tempo parziale dichiara di non aver trovato un impiego a tempo pieno. In altre parole, il part-time non sempre nasce da una libera scelta, ma dalla difficoltà del mercato del lavoro di offrire occupazioni full-time. Per questo motivo, nel contesto italiano la riduzione del grado di impiego è spesso associata a una condizione di precarietà o a un reddito insufficiente, mentre in Svizzera tende più frequentemente a essere percepita come una scelta legata alla qualità della vita.

Anche il diverso livello salariale contribuisce a spiegare questa divergenza. Secondo i ricercatori dell’Università di Zurigo, gli stipendi relativamente elevati e la stabilità dei contratti rendono più sostenibile una riduzione dell’orario di lavoro in Svizzera rispetto a molti altri Paesi europei.

Un modello familiare che continua a pesare

Nonostante le differenze economiche, Svizzera e Italia condividono un elemento importante: la persistente divisione tradizionale dei ruoli tra uomini e donne.

Lo studio di Jan Müller e Youngjoo Cha individua tra i principali ostacoli al part-time maschile il cosiddetto modello del male breadwinner, secondo cui l’uomo dovrebbe essere il principale sostegno economico della famiglia. Secondo gli autori, questa aspettativa continua a influenzare le scelte professionali maschili anche in una società in cui il part-time è ormai ampiamente diffuso.

Una dinamica simile emerge anche nelle statistiche europee. Le donne continuano infatti a rappresentare la maggioranza dei lavoratori a tempo parziale e spesso riducono il grado di occupazione per motivi di cura familiare. Nell’Unione europea il 27,5% delle donne occupate lavora part-time, contro il 7,8% degli uomini.

La vera novità è la crescita del part-time maschile

È proprio qui che la Svizzera si distingue dal resto d’Europa. Negli ultimi venticinque anni la quota di uomini occupati a tempo parziale è passata da circa il 10% a oltre il 20%, mentre nell’Unione europea è rimasta sostanzialmente stabile attorno al 7-8%.

Per i ricercatori, la crescita non dipende soltanto da fattori economici. Per decenni il lavoro a tempo parziale è stato considerato una scelta quasi esclusivamente femminile. Lo studio mostra che qualcosa sta cambiando. Non abbastanza da scalfire il predominio del tempo pieno, ma abbastanza da indicare che anche in Svizzera sempre più uomini, soprattutto tra le nuove generazioni, attribuiscono valore al tempo libero, alla vita familiare e a un migliore equilibrio tra lavoro e sfera privata.


Il teatro della crudeltà: plotone d’esecuzione in live streaming

 

Di Luca Celada, il manifesto

Le esecuzioni negli Stati uniti, sospese dalla Corte suprema nel 1972, sono state ripristinate nel 1977 a discrezione degli stati. Da allora sono state messe a morte oltre 2.000 persone. Di queste, sedici sono state giustiziate in giurisdizione federale di cui 13 sotto la prima amministrazione Trump, la maggior parte negli ultimi tre mesi del primo mandato quando il presidente volle esibire un pugno duro dimostrativo mettendo a morte in gran fretta il massimo numero di condannati prima che l’insediamento di Biden potesse fermare i boia. L’ultima vittima fu, allora, Lisa Montgomery di 52 anni, uccisa nel penitenziario di Terre Haute, Indiana, sette giorni prima della scadenza del mandato.

Non è necessariamente sorprendente quindi l’annuncio del ministro più celodurista del regime Trump 2.0 della fucilazione del maggiore Nidal Malik Hasan prevista per il 3 dicembre. Lo è, certo, la sua contestuale trasmissione in diretta streaming alla stregua di un evento pay-per-view, anche se in fondo anche questa aberrante dimensione non è del tutto senza precedenti nazionali. Nel secolo di apartheid sudista molti linciaggi (su un totale di quasi 5.000) erano eventi pubblici, annunciati e pubblicizzati, con rinfreschi, foto ricordo e souvenir. Uno di queste rituali orge di violenza omicida a Waco, in Texas nel 1916, attirò una folla di 15.000 persone; a Duluth, in Minnesota nel 1920 accorsero in 10.000.

COADIUVATA dalla tecnologia streaming l’esecuzione programmata da Hegseth ha il potenziale di diventare “snuff movie” e superare quel pubblico di molti ordini di grandezza, ricollegandosi tuttavia ad antiche correnti di ferocia che l’attuale regime ha fatto proprie facendone fondamento del proprio stile e pratica politica

La pubblica trasmissione della morte di Hasan solleva ovviamente una miriade di sacrosante obiezioni morali, aggiungendo un’ulteriore, ultima violazione della dignità umana del condannato a peggiorare se possibile, l’oltraggio definitivo della sottrazione della vita.

È plausibile immaginare tuttavia che lungi dall’essere stato un dissuasivo, l’obbrobrio del macabro spettacolo, messo alla portata di chiunque (adulto o minore) abbia accesso ad una connessione internet, sia stato semmai un incentivo ad organizzarlo.

Nell’adozione del plotone di esecuzione e soprattutto nella diretta live dell’uccisione di Hasan c’è infatti il sunto della brutalità performativa di un regime sempre più deciso a sottomettere la cittadinanza alla propria volontà e narrazione giustizialista e punitiva.

QUEGLI ATTRIBUTI, comunque costituenti della concezione di giustizia nordamericana si caricano nell’accezione trumpista di un uso efferato della violenza, una intima naturale consuetudine alla sua pratica come articolazione del potere. La violenza che satura le politiche del regime è più visibile nella brutalità degli arresti quotidiani praticati da Ice, intenzionalmente più simili ai sequestri extragiudiziari di forze paramilitari di regimi compiutamente col preciso proposito di intimidire una popolazione che attraverso il terrore dovrebbe essere indotta alla «autodeportazione».

Nel caso specifico del ministro della guerra e del testosterone (che propone di somministrare ai suoi «guerrieri») si è oltretutto al di là dell’oltranzismo ideologico ed addentro lo squilibrio fanatico e allucinato che vena il movimento Maga. In un recente discorso alle truppe che è ripetutamente sconfinato in sermone integralista, Hegseth ha invocato per i suoi militari «una violenza travolgente contro coloro che non meritano alcuna pietà» e «massima letalità piuttosto che tiepide legalità».

L’ESECUZIONE in diretta si inserisce quindi in questo teatro della crudeltà del regime che dopo aver forzato a tutto campo i limiti della società condivisa, lavora per sostituire l’ordine civile con l’esibizione circense, un Hunger Games catartico predicato sulla conflittualità perennemente esacerbata che ha caratterizzato il rapporto demagogico di Trump con la sua base.

Il risentimento che caratterizza quel rapporto detta anche una dialettica dell’aggressione in cui l’ingiuria morale all’avversario è di per sé un obbiettivo catartico. La provocazione dei liberal, il cosiddetto «owning the libs» («dare una lezione ai progressisti», «possederli») – rovinare la giornata agli avversari con boutade calcolate per suscitare inevitabile indignazione, e remunerare così lo zoccolo duro con la frisson della rivalsa.

L’ESIBIZIONE pubblica dell’esecuzione di Hasan rientra in questo contesto dialettico traghettato dai social media, un trolling elevato a strategia politica che va di pari passo con l’inasprirsi della dialettica presidenziale che di recente si sta caricando di profanità sempre più apertamente sfoggiata, di «fuck» smollati ormai regolarmente nelle interviste o degenerazioni come quella del recente comizio in Ohio, in cui Trump ha esortato a votare repubblicano per «metterlo in culo ai democratici».

Un’esacerbazione incosciente e pericolosa nel momento di massima polarizzazione che è sempre più evidentemente incompatibile con l’elaborazione democratica della frattura nazionale.

Nell’immagine: il segretario della Difesa Pete Hegseth


La fucilazione del killer di Ford Hood in streaming. La scelta degli Usa indigna il mondo

 

Di Alberto Simoni, La Stampa

La Casa Bianca ha atteso 24 ore prima di commentare l’annuncio di Pete Hegseth, capo del Pentagono, che giovedì pomeriggio in un’intervista con l’influencer Maga, Jack Posobiek, su Real American Voice ha detto che la morte di Nidal Hasan, il maggiore e psichiatra dello US. Army che il 5 novembre del 2009, sparò, uccidendo, nella base militare di Fort Hood in Texas, 13 soldati e ferendone 32, avverrà in diretta streaming.

Poi, nel tardo pomeriggio, prima di partire per Syracuse per un comizio, a Donald Trump è stato chiesto cosa ne pensasse, prima se fosse d’accordo sulla trasmissione streaming dell’esecuzione e quindi se non teme che possa essere utilizzata come propaganda per radicalizzare. Trump ha risposto: «Farò una valutazione, ma sarà ucciso da un plotone di esecuzione. Ha ucciso 13, 14 persone (13, ndr) e ferito gravemente 20 (32, ndr). È un pazzo, quindi non mi importa affatto di come se ne andrà, purché se ne vada. E penso che la pena di morte sia un modo più che appropriato per la sua fine».

Al presidente è stato chiesto se assisterà all’evento e ha risposto: «È tra i peggiori assassini. È entrato in una stanza e ha iniziato a uccidere tutti». Proseguendo nel giro di dichiarazioni, gli è stata posta un’altra domanda: «Ha autorizzato o approvato personalmente l’esecuzione, l’esecuzione trasmessa in diretta?». Ha risposto: «Se l’ho approvata? Assolutamente sì».

Poche ore prima JD Vance dall’Ohio – ennesima tappa della campagna elettorale per le Midterm – aveva sottolineato che lui «non guarderà l’esecuzione in diretta».

Hegseth aveva detto: «Ci assicureremo che la gente possa guardare, deve rendersi conto che ci sono conseguenze per questo tipo di gesti». Hegseth ha sottolineato anche alcuni particolari. Hasan sarà davanti al plotone di esecuzione – prima volta in ottant’anni che un soldato morirà per fucilazione e seconda volta dal 1961 che un soldato viene giustiziato, allora fu per impiccagione – giovedì 3 dicembre, alle ore 13 nella base di Fort Hood, Texas. Ovvero giorno della settimana, orario e luogo in cui compì 17 anni fa il massacro, il secondo più grave attentato islamico sul suolo Usa dopo l’11 settembre 2001.

Se Trump sostiene di aver approvato la “diretta” e il suo vice ha non solo detto che non guarderà il plotone uccidere Hasan ma ha instillato il dubbio se veramente l’esecuzione ci sarà.

Non è scontato. E non tanto per le prese di posizione internazionali. L’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu ha parlato di «una violazione al divieto assoluto di tortura». Dalla Santa Sede il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha definito l’operazione «una spettacolarizzazione inaccettabile».

E pure la Conferenza episcopale dei vescovi statunitensi ha commentato: «Il nostro Dio è il Dio della vita: in nessun modo le azioni di Hassan possono essere giustificate, ma questa decisione è una promozione barbara di una cultura di morte e deve essere riconsiderata», ha tuonato l’arcivescovo Paul Stagg Coakley.

Al Congresso critiche bipartisan, Thom Tillis repubblicano: «Sì alla pena capitale ma trasmetterla in streaming è ripugnante». Il democratico Chris Murphy: «idea ripugnante, ricorda le esecuzioni dell’Isis».

Il calendario comunque non è scolpito nella pietra nonostante gli annunci di Hegseth. Hasan potrebbe fare ricorso davanti a un tribunale civile presentando una richiesta (habeas petition) per mettere in discussione la legittimità della sua detenzione. Fra l’altro ci sono anche altri problemi. Una diretta on line viola anche una prassi, ovvero le norme prevedono che ad ogni esecuzione ci siano due rappresentanti dei media come testimoni, è un modo per evitare che il patibolo si trasformi in uno show.

L’annuncio di Hegseth arriva negli Stati Uniti dove sono state sollevate questioni su come viene condotta la pena di morte dopo il caso di Christa Pike sopravvissuta a due iniezioni letali in un carcere del Tennessee e ora ricoverata in un ospedale.

Diversi giuristi ed esperti si sono divisi. Deborah Denno, della Fordham University, alla AP ha detto che la trasmissione sul Web renderebbe la procedura di esecuzione «molto più trasparente» e informerebbe il pubblico «su tutto ciò che pena capitale comporta».

Per Brenner Fissell, docente all’Istituto di Legge di Villanova e vicepresidente del National Institute of Military Justice, «il plotone di esecuzione può essere più preciso, rapido e trasparente nel giustiziare un prigioniero». Ma ha precisato di «non ritenere che sia questo a motivare la scelta di Hegseth, al plotone di esecuzione è associata un’idea di mascolinità e di carattere militare che contribuisce all’aura che Hegseth cerca di enfatizzare: la cultura della letalità».

La decisione del segretario della Guerra sembra rientrare anche in uno stile di spettacolarizzazione portato avanti dall’Amministrazione sin dall’insediamento nel gennaio del 2025 e che, relega in secondo piano, o dimentica del tutto, la dignità dell’accusato, sottolinea da Berkeley, Elisabeth Semel, direttrice della Death Penalty Clinic.

Nell’immagine: Nidal Hasan