L’informazione strangolata dagli oligarchi

DIG FESTIVAL Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie 

Di Francesca Coin, il manifesto

Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie. L’articolo elencava le strategie di questo attacco: l’intimidazione diretta, capace di generare, tra i giornalisti, insicurezza e autocensura. L’abuso di querele temerarie per paralizzare il lavoro investigativo. La delegittimazione: per Trump, non a caso, i giornalisti sono «nemici del popolo».

Lo strangolamento finanziario, che trasforma le testate in affanno nella carcassa su cui vanno a pasteggiare banche e oligarchi, come è accaduto quando il gruppo Antenna, per iltrenta per cento proprietà del fondo sovrano saudita Pif, ha acquistato la Repubblica. O quando Jeff Bezos ha comprato il Washington Post per trasformare la storica testata del caso Watergate nell’ufficio stampa del capitalismo.

L’informazione nasce per controllare il potere, non viceversa. Eppure, viviamo oggi in un mondo capovolto, in cui i privati investono nell’informazione per proteggere la propria reputazione, sino a convincere la società che l’unico modo per costruire un futuro migliore è odiare la classe lavoratrice, lo stato sociale e la democrazia.

La posta in palio è sempre la stessa: distruggere lo stato di diritto e permettere alle classi dominanti di governare senza ostacoli, sino a eliminare ogni voce critica. Una tendenza che ha già imbarbarito il dibattito pubblico e di fronte alla quale l’allarme dell’Economist suona giusto ma tardivo, tanto è diffusa, ormai, la propaganda e il consenso alle politiche autoritarie in Europa.

Per questo, il titolo di Dig Festival 2026 è Bella Ciao. «Il nostro è un canto partigiano«, ha scritto il Direttivo che lo organizza, di cui faccio parte, nella presentazione della dodicesima edizione. «È una chiamata alla resistenza, un invito a lasciarsi sedurre dal controcanto. Perché non è scolpito nella pietra che l’autoritarismo debba prevalere. Ma per far questo, la libertà va praticata e espansa ogni giorno, scegliendo di disobbedire e di prendere la parola quando c’è chi vorrebbe imporre il silenzio».

Resistere, quando si parla di cultura e informazione, significa tante cose. Significa, come sa il presidente dell’associazione Alberto Nerazzini, farsi cane da guardia della democrazia.

Nerazzini è il giornalista che ha scoperto i legami tra l’ex sottosegretario alla giustizia Delmastro e la figlia di Mauro Caroccia, prestanome del clan mafioso Senese. Un’inchiesta che ha pesato sul risultato del referendum sulla giustizia, spingendo il sottosegretario alle dimissioni

Resistere significa portare a galla ciò che è nascosto nell’ombra. Significa, anche, non cedere alle lusinghe o alle minacce di chi controlla l’informazione, spesso a scapito della propria sicurezza professionale o economica. Nel mondo capovolto in cui viviamo, del resto, il coraggio e l’etica non sono sempre considerate virtù. Per questo, Dig nasce per celebrare le inchieste più scomode del giornalismo internazionale.

Nel programma del Dig festival tutte le iniziative seguono un fil rouge: celebrare chi ha fatto del tentativo di espandere la democrazia una priorità, nel mondo della stampa e della scuola, delle arti o del lavoro educativo, senza rinunciare a lavorare per una società più giusta. Gramsci le chiamava Casematte: tutte quelle istituzioni della società civile che contribuiscono, in vario modo, a plasmare la direzione morale della storia.

Come espandere la democrazia è una domanda che riguarda tutti. È una domanda, tuttavia, che non piace a tutti. Nelle ultime settimane, la destra ha attaccato Dig per avere scelto Bella Ciao come cornice del festival. Hanno detto che Bella Ciao è uno slogan di parte che non può essere finanziato con soldi pubblici. Era accaduta una cosa simile quando un deputato di FdI aveva chiesto la sospensione dei fondi all’Anpi finché non si fosse dichiarata «apolitica e apartitica». Va da sé che il richiamo alla Resistenza sotteso a Bella Ciao non è un’opinione politica tra le altre nella Costituzione, ma la sua precondizione storica: il fondamento che rende possibile il pluralismo, non un elemento di quel pluralismo. In questo senso, questa polemica non è banale. Il bersaglio è l’allocazione dei fondi pubblici e l’esistenza stessa del dibattito democratico.

Il problema non è quale tipo di visione di mondo sia sottesa a Bella Ciao, ma quale società desideri chi considera questo canto un problema. È una domanda aperta, a cui non sta a noi rispondere. Da parte nostra, la visione di mondo di Dig 2026 è chiara e speriamo di celebrarla con l’edizione più partecipata di sempre.


Germania, ospedali pronti alla guerra: riaprono i bunker, medici istruiti a ferite da combattimento

DIG FESTIVAL Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie 

Di Sandra Riccio, La Stampa

Gli ospedali tedeschi iniziano a organizzarsi per il caso più estremo, quello di una guerra. E’ il resoconto di un ampio reportage di Bloomberg intitolato “Germany’s Hospitals Prepare for War and Mass Casualties as Russia Threat Looms” (“Gli ospedali tedeschi si preparano alla guerra e a un’ondata di feriti mentre incombe la minaccia russa”).

Per decenni i tedeschi hanno costruito la loro sicurezza sull’idea che la guerra fosse qualcosa che accadeva altrove. Ora, sui media, quel tabù comincia a incrinarsi. Non si parla più soltanto di riarmo, di missili o di carri armati: si comincia a ragionare su cosa succederebbe il giorno dopo, se davvero una guerra arrivasse in Europa, se ci fosse un attacco con i droni oppure con missili? E la domanda entra negli ospedali. Quanti feriti potrebbe dover curare la Germania? Quanti posti letto, chirurghi, farmaci e sangue servirebbero? Come funzionerebbero le strutture senza elettricità o Internet?

Nello scenario più estremo, la Germania rischierebbe così di essere non solo il fronte di un eventuale conflitto, ma anche la grande retrovia logistica e sanitaria della Nato, attraverso cui transiterebbero truppe e feriti diretti verso gli ospedali tedeschi.

Il reportage di Bloomberg racconta, per esempio, dell’ospedale della città di Ulm, nel sud-ovest della Germania, sembra molto simile a qualsiasi altro. I pazienti siedono nelle sale d’attesa in attesa di essere chiamati, i medici percorrono i corridoi consultando referti o i propri telefoni. Solo i soldati in divisa tra il personale lasciano intuire un legame con l’esercito. Molti metri sotto i reparti affollati dell’ospedale, si trova un bunker risalente all’epoca della Guerra Fredda che è improvvisamente tornato ad avere importanza. La struttura medica sotterranea fu completata nel 1979, nel pieno dello stallo tra Mosca e l’Occidente. Fu progettata per consentire ai medici di continuare a curare i soldati feriti in caso di attacco nucleare ed è in grado di ospitare fino a 2.000 persone per 90 giorni. Per gran parte degli ultimi tre decenni, questa struttura labirintica è rimasta inutilizzata. Ora, l’esercito tedesco sta valutando di rimetterla in funzione.

Non c’è soltanto Bloomberg. Nei mesi scorsi anche i media tedeschi avevano cominciato a raccontare, con sempre maggiore concretezza, la possibilità che gli ospedali dovessero prepararsi a una guerra. Già a marzo la Zeit dedicava un lungo reportage allo scenario di una Germania in guerra, con migliaia di soldati da curare e il rischio di un collasso del sistema sanitario. A giugno 2026, Zeit e Süddeutsche Zeitung sono tornate sul tema, raccontando il coordinamento sempre più stretto tra Bundeswehr e ospedali civili.

Il punto è che i cinque ospedali militari tedeschi non sarebbero sufficienti in caso di conflitto di grandi dimensioni: le strutture civili dovrebbero diventare una vera e propria riserva sanitaria della Bundeswehr. Si discute così di triage, ferite di guerra, farmaci, posti letto, comunicazioni e capacità di operare anche in condizioni degradate. È un tema che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare sulle prime pagine tedesche. Oggi, invece, la domanda è diventata molto concreta: se una guerra arrivasse in Germania, il sistema sanitario sarebbe pronto?

Tra le misure c’è anche la necessità di protezione dagli attacchi con droni, compresa la possibilità di barriere protettive e vetri blindati nelle strutture sanitarie. Gli ospedali stanno inoltre pensando a scorte di medicinali e materiali, alla possibilità di lavorare durante blackout e interruzioni delle infrastrutture e alla gestione simultanea di grandi quantità di feriti.

I chirurghi civili vengono addestrati alle ferite di guerra e alla gestione di un mass casualty event, cioè un afflusso improvviso e straordinario di pazienti.

E c’è una vulnerabilità notevole: secondo le informazioni riprese dal reportage, in Germania sono soltanto poche centinaia i medici con esperienza specifica nel trattamento delle ferite tipiche della guerra.

Più in generale la Germania si trova di fronte alla necessità di organizzare una serie di misure pratiche e molto specifiche: bunker della Guerra fredda da riaprire, chirurghi civili da addestrare, ospedali da proteggere dai droni, scorte da accumulare, treni sanitari da progettare, percorsi per evacuare i feriti e un sistema civile-militare da coordinare. E’ una preparazione che sta diventando sempre più visibile e concreta e che spaventa tutta l’Europa.


Salman Rushdie: “Il mondo è uno, non lasciamoci dividere dai fascismi”

DIG FESTIVAL Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie 

Di Giampaolo Visetti, La Repubblica

«L’ascesa dell’estrema destra in Europa e il suo radicamento negli Stati Uniti sono i fatti di cronaca che, in quanto cittadino, oggi mi preoccupano di più. Mai, per difendere la democrazia, avremmo pensato di essere richiamati a lottare contro un globale potere nazista, deciso a reprimere la libertà. Gli apparati delle propagande lavorano per imporre come prioritario l’incubo dell’aumento di prezzo dell’energia: nella profondità del mondo reale suona però l’allarme per la tenuta dei diritti fondamentali». Salman Rushdie, scrittore simbolo della narrazione civile, non può nascondere i segni dell’attacco terroristico che, dopo la fatwalanciata contro di lui nel 1989 dall’ayatollah Khomeini, lo ha infine colpito quattro anni fa. L’occhio destro, cieco, è coperto da una benda nera. Invitato a inaugurare il festival Pordenonelegge, che si concluderà domenica con il saluto del presidente Sergio Mattarella, Rushdie invita l’Europa a «svegliarsi dal torpore rinunciatario che sembra averla contagiata dopo la disastrosa uscita della Gran Bretagna dalla Ue». «Condivido l’appello di Ursula von der Leyen a unirsi contro gli ultranazionalisti – dice a Repubblica prima di ricevere l’onorificenza Ambassador of Freedom – ma ovunque colgo l’inquietante diffusione dell’estremismo tra i giovani. È il punto cruciale: gli anziani non possono rappresentare una trincea politica».

Quanto l’avanzata dell’estrema destra la preoccupa?

«La destra, come insegna la storia, tende a restringere lo spazio della libertà e a limitare i diritti democratici. Già un anno fa, in Germania, mi dicevano che i giovani votano Afd. Oggi mi confermano la stessa tendenza in Francia e anche in Spagna si soffia forte sul vento dell’intolleranza. Nel mirino dei nuovi poteri autoritari, spesso non elettivi, ci sono i princìpi su cui l’Occidente ha costruito la pace».

Vale anche per l’Italia?

«Qui per ora governa un centrodestra che si presenta più moderato. Non sempre sono d’accordo con le sue scelte, ma non voglio entrare nei dettagli. Nessun Paese però è un’isola, il futuro non è un fatto italiano e non mi azzardo a profetizzarlo».

È Donald Trump il generatore del caos che rende accettabile la violenza?

«Il presidente Usa non è una minaccia solo per la libertà d’espressione. È una minaccia, punto. Mai l’America ha subìto una leadership paragonabile, un simile livello di volgarità e di menzogne. Vale anche per la sua difesa dell’intelligenza artificiale: la regola è che se Trump dice una cosa, è vero il contrario. Al voto di midterm mancano meno di cinquanta giorni: mi pare che il vento stia cambiando».

Condivide gli allarmi sull’IA?

«Sono felicemente ignorante. Se potessi terrei le cose come stanno, ma so che purtroppo non succederà».

Cosa pensa dell’auspicio, anche della destra italiana, che negli Stati Uniti la cultura woke sia già al tramonto?

«Non so quale sia la capacità di tenuta collettiva contro ingiustizie, discriminazioni e razzismo: di certo io sono più woke che anti-woke».

Perché, con “Knife”, ha scelto di girare un documentario sull’attentato che ha subìto?

«Chi ha cercato di assassinarmi non sapeva nulla di me. Nel nome di un dio, o di un interesse ignoto, ha accettato di uccidere uno sconosciuto. Mi è parso attuale mostrare la radiografia del patto folle che rende possibile il terrorismo e in definitiva ogni guerra. Mia moglie però ha ripreso ogni istante della mia guarigione, un piccolo atto di resistenza. La prima di Knife è nelle prossime ore a New York: spero di tornare in tempo».

In quanto indiano-americano-inglese, lei si definisce un migrante seriale: perché l’ancestrale cammino delle persone rende oggi i popoli estranei?

«Non sono i migranti ad approfondire conflitti sempre più vasti. I cosiddetti “stranieri” sono il sacrificio pubblico consumato dal potere del terrore. L’obiettivo degli autoritarismi è il controllo della ricchezza da spartire tra pochi: per questo vanno scavate divisioni sociali e si potenzia la difficoltà del dialogo diretto».

È una sconfitta la delega all’arte della denuncia degli orrori?

«Scrittori, pittori e musicisti non sono alieni. L’arte è tale se ha una visione larga della vita. Il problema è che oggi la politica applica anche in Occidente uno sguardo stretto. Il compito dei narratori è tenere le braccia spalancate. Le reazioni alla Mostra del Cinema di Venezia confermano questo bisogno».

Cosa intende dire?

«Il primo ministro israeliano Netanyahu ha reagito con intolleranza alla denuncia sulle violenze del suo esercito a Gaza fatta dal film premiato dalla giuria internazionale. Nulla di lui mi stupisce più: la sua crudeltà nutre il mostro dell’antisemitismo. Anche per questo mi congratulo con i registi di Naza: cercano di proteggerci dal contagio dell’odio».

L’effetto boomerang vale anche per l’attacco Usa contro l’Iran?

«Fa parte della follia di Trump, possibile per la debolezza di istituzioni internazionali minate da anni di egoismo dei governi nazionali. In Iran la Casa Bianca non aveva una strategia e ancora non indica fini comprensibili. Un’altra guerra controproducente, che trasforma in fascismo la religione. Non mi riferisco solo all’islam: in Iran però la gente muore e il regime si rafforza».

Il suo libro è “L’undicesima ora”, intesa come quella che precede la fine della vita: pensa che il nostro pianeta sia prossimo a quell’istante?

«Affronto la questione sotto il profilo creativo, riflettendo sul modo di congedarsi dalla vita da parte di artisti diversi. L’eredità dell’Undicesima ora (il libro in Italia è edito da Mondadori, ndr) è però il problema fondamentale di ognuno e riguarda anche la natura, madre dell’umanità. Il compito dell’immaginazione non è evadere dalla realtà, ma di dimostrarla. L’ultima ora non è evitabile: accelerarla è una colpa che umilia la nostra specie».


L’F-35A non è adatto ma l’UDC ha insistito per l’acquisto

DIG FESTIVAL Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie 

Di Albert Stahel, Infosperber

Il professor Albert Stahel, esperto di sicurezza e politico dell’UDC, è stato per molti anni docente di Studi strategici all’Università di Zurigo. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «Inside Paradeplatz».

Nel 1986 il Pentagono decise di sviluppare e mettere in servizio per l’Aeronautica Militare statunitense 750 aerei da combattimento multiruolo del tipo F-22 Raptor. Questi aerei da combattimento stealth (dotati di tecnologia di occultamento) avrebbero dovuto essere schierati principalmente nelle basi in Giappone.

In caso di guerra contro la Cina, gli F-22 avrebbero dovuto sconfiggere le forze aeree cinesi nel combattimento aria-aria (air-to-air combat) e successivamente neutralizzare la loro difesa aerea a terra nell’ambito di operazioni aria-terra (air-to-ground combat).

Negli anni ’90, sulla base dell’esperienza acquisita con il progetto F-22, è iniziato lo sviluppo dell’F-35. Oltre all’Air Force, anche la Marina e il Corpo dei Marines avrebbero ricevuto varianti di questo modello: l’F-35C della Marina e l’F-35B del Corpo dei Marines.

Gli Stati Uniti dovevano risparmiare

Con la campagna contro i talebani del 2001 e l’attacco all’Iraq del 2003, gli Stati Uniti dovettero finanziare contemporaneamente due guerre costose. Per risparmiare, fu necessario ridurre il numero di F-22 o di F-35 da mettere in servizio.

A causa degli impegni assunti con gli alleati europei e dei relativi obblighi legati al progetto F-35, l’allora Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert M. Gates, decise nel 2009 di limitare la produzione dell’F-22 a 187 esemplari: «La decisione più significativa è stata probabilmente quella di limitare la produzione del caccia stealth F-22 a 187 velivoli.»

In parte come compensazione per il ritardo nella produzione dell’F-35C e anche per ovviare a certe carenze prestazionali (raggio d’azione), Gates decise di mettere in servizio sulle portaerei un ulteriore numero di aerei da combattimento F/A-18E/F Super Hornet: «…acquistare più caccia F/A-18 per mantenere le squadriglie delle portaerei della Marina pienamente equipaggiate…».

Questa decisione potrebbe aver determinato il fatto che ancora oggi una superportaerei come la Gerald R. Ford sia equipaggiata con aerei da combattimento del tipo F/A-18E/F.

Troppo pochi aerei multiruolo

L’Aeronautica Militare degli Stati Uniti dispone oggi di un numero crescente di F-35A (progettati in particolare per missioni aria-terra), ma solo di una piccola flotta di aerei multiruolo (sia per missioni aria-aria che aria-terra).

Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui la flotta di F-15 dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti e della Guardia Nazionale Aerea verrà integrata e sostituita da aerei da combattimento multiruolo più moderni, gli F-15EX Eagle II.

Va inoltre sottolineato che, nonostante le eccellenti dotazioni elettroniche, gli F-35A presentano alcuni svantaggi, quali la velocità di Mach 1,6 con il carico massimo di armi e il raggio d’azione limitato. Inoltre, contrariamente alla filosofia dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti, gli F-35A dispongono di un solo motore e l’equipaggio è composto da un solo membro. I caccia multiruolo come l’F-22, invece, hanno a bordo un pilota e un ufficiale addetto alle armi.

L’F-47 per colmare le lacune

Per colmare queste lacune, oggi viene sviluppato con alta priorità il nuovo caccia multiruolo di sesta generazione F-47, destinato a sostituire l’F-22. L’F-47 dovrebbe essere introdotto molto presto.

Nella Marina degli Stati Uniti si sta rendendo sempre più evidente il deterioramento, causato dall’acqua salata, del rivestimento dell’F-35C, fondamentale per le operazioni stealth.

Per quanto riguarda l’Aeronautica militare svizzera, questa verrà equipaggiata nel prossimo futuro – a causa dell’escalation dei costi – con una piccola flotta di F-35A. Contrariamente all’obiettivo di proteggere lo spazio aereo tramite missioni di combattimento aria-aria, sarà disponibile una flotta concepita in realtà per missioni aria-terra.

Ciò solleva la questione dell’utilità di questa flotta per la Svizzera. Contro quale avversario dovrebbe essere impiegata in caso di emergenza e bombardarlo? Sarebbe importante sapere chi, all’interno del DDPS, abbia influenzato la decisione relativa alla valutazione di questo tipo di velivolo.

Note simpatie per i prodotti statunitensi

Quale ruolo hanno avuto i funzionari di Armasuisse, noti per le loro simpatie verso i prodotti militari statunitensi e per i lucrativi distacchi negli Stati Uniti? Consulenti esterni, come ex comandanti delle Forze aeree e parlamentari vicini ai piloti, hanno influenzato la valutazione che ha portato a questa decisione? Sarebbe interessante anche conoscere il motivo per cui, tra i partiti, soprattutto l’UDC si schiera a favore dell’F-35A. Ciò potrebbe essere un indizio sulla presenza di influencer.

Per quanto riguarda l’ex consigliera federale Viola Amherd, in quanto novellina in materia di forze aeree, è probabile che sia stata letteralmente guidata da una cerchia di influencer.

Tutti questi aspetti dovrebbero essere chiariti da una commissione d’inchiesta parlamentare (PUK). Ciò include anche la consultazione dei documenti relativi alla valutazione poco chiara, finora impedita da Armasuisse.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: farli di carta non è difficile


Manovre eversive per affondare la democrazia Usa

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Di Luca Celada, il manifesto

La sentenza della Corte suprema statunitense che ha bloccato in extremis le nuove regole sul voto per posta a sette settimane appena dagli scrutini delle elezioni di mid-term, dà la misura dell’incertezza che grava sulle elezioni americane.

Il labirintico sistema, diviso in 50 distinte giurisdizioni statali con un’iscrizione volontaria alle liste di voto e variabili modalità di riconoscimento (solitamente una patente di guida) e in alcuni casi la semplice autocertificazione, fornisce ai complottisti Maga l’opportunità di alimentare tesi apocrife su presunti «vasti brogli». Sulla falsa premessa delle elezioni «a rischio» il presidente ha dunque nuovamente imbastito un dispositivo di disinformazione battente.

Come molte altre mistificazioni, la leggenda metropolitana delle orde di «elettori stranieri» è stata ripetutamente smentita da decine di indagini, commissioni di inchiesta e ricorsi legali senza impedire a Trump di riproporre il noto copione per la delegittimazione di elezioni che sembra destinato a perdere (gli ultimi sondaggi assegnano ai dem il 90% di probabilità di riconquistare la Camera e il 60% per il Senato).

Il partito di Trump sta dunque mettendo in campo il noto repertorio di inibizione dell’affluenza ed altre tecniche intimidatorie che risale all’esautorazione degli afroamericani negli stati ex schiavisti. L’amministrazione sta inoltre di nuovo tentando di inficiare e compromettere preventivamente quello che sembra essere l’esito inevitabile degli scrutini.

La vera minaccia che incombe effettivamente sui mid-term proviene quindi, come ha valutato domenica scorsa il Washington Post, dal governo federale.

Dopo aver sciolto a luglio la commissione bipartisan di vigilanza elettorale, Trump ha chiesto che gli stati fornissero al suo governo le liste di elettori (l’ordine è stato invalidato dai tribunali). Successivamente, per ottenerle, il ministero di giustizia diretto da Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump, ha querelato 30 stati. Nel frattempo, Ice ha annunciato uno stanziamento di cinque milioni di dollari per acquisire dati personali e compilare una banca dati centrale di elettori.

Durante le primarie della scorsa estate, Blanche ha spedito agenti ad «effettuare controlli» in seggi in Florida, Michigan e Wyoming, una malcelata operazione intimidatoria che ha suscitato le proteste di funzionari locali di entrambi i partiti.

Il mese scorso Steve Bannon ha apertamente invocato per novembre l’invio di truppe armate ai seggi. «I critici la chiameranno sicuramente intimidazione», ha sostenuto l’ideologo Maga. «E avrebbero ragione, se sei uno straniero che tenta di votare dovresti essere intimidito». Col pretesto degli «stranieri» lo scorso giugno due agenti Ice si sono presentati un seggio delle primarie a Syracuse, New York, e hanno «avvertito» una scrutinatrice a causa di alcuni post in cui aveva criticato l’agenzia sui social. Il direttore del dipartimento dell’Homeland Security, Markwayne Mullin, ha minacciato funzionari elettorali con denunce nel caso venissero riscontrati «voti irregolari».

Il copione dell’amministrazione sembra ricalcare quello che nel 2020 portò, dopo un battage sui brogli inesistenti, all’assalto a Capitol Hill per tentare di impedire l’insediamento di Biden. La grazia successivamente concessa ad oltre 1.500 condannati per quei fatti ha costituito un messaggio inequivocabile da parte di un Trump recidivo e intenzionato più che mai a usare ogni mezzo necessario per evitare una sconfitta annunciata.

E nel secondo mandato Trump dispone di forze assai maggiori e meglio organizzate di sei anni fa. Molti operatori coinvolti nella campagna Stop the Steal che nell’autunno del 2020 tentò di ribaltare il risultato elettorale, sono stati collocati in posizioni di responsabilità in commissioni elettorali locali.

La scorsa settimana un’indagine della Cnn ha rivelato che due veterani dell’operazione negazionista del 2020, Will Huff and Conrad Reynolds, si sono incontrati nel 2025 con Susie Wiles, capo gabinetto della Casa bianca, e Ed Martin, designato da Trump come «coordinatore speciale» per le elezioni. Il gruppo avrebbe discusso possibili strategie per squalificare le postazioni per il volo elettronico usate in circa il 26% dei collegi. Il mese scorso Huff e Reynolds avrebbero avuto un incontro col ministro del commercio Howard Lutnick sullo stesso argomento.

A livello locale amministrazioni alleate hanno ridisegnato, ove possibile, i collegi a favore dei repubblicani e, come in Texas, ridotto il numero di seggi (oltre 90 sono stati eliminati nella sola contea di Dallas Fort Worth). Questo mentre il presidente continua a promuovere il Save Act, la riforma che imporrebbe l’obbligo di dimostrare la cittadinanza (pur in assenza di una carta di identità nazionale). Contemporaneamente si stanno attivando i sodali. Elon Musk ha aperto un sito (VoteSafe.org) che sostiene di agevolare l’iscrizione alle liste di voto ma in realtà raccoglie solo dati personali degli utenti.

Ogni mossa sembra calibrata per generare il massimo livello di caos e confusione, gettando le basi per probabili ricorsi che metterebbero in dubbio l’insediamento di un eventuale nuovo Congresso a maggioranza democratica. A questo riguardo il monito più allarmante è giunto questa settimana da Michael Luttig, un giurista conservatore che ha avvertito che il presidente della Camera, il fedelissimo Maga Mike Johnson, potrebbe semplicemente rifiutarsi di far giurare i nuovi eletti, precipitando la definitiva crisi della democrazia Usa.

Nell’immagine: cartello per il voto anticipato al Municipio di Providence


Come si esce dal Regno Unito? Il fronte di Cardiff alla prova delle tre strade verso l’indipendenza

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Di Luisa Foti, La Stampa

Con Donald Trump una semplice dichiarazione finisce spesso per produrre conseguenze molto più grandi di quelle sperate. Questa volta il tycoon è intervenuto sulla questione nordirlandese sulla quale la linea tradizionale degli Stati Uniti è mantenere una posizione di neutralità, sostenendo il processo di pace e il principio del consenso sancito dagli Accordi del Venerdì Santo del 1998. Trump è entrato a gamba tesa su un tema che Washington ha tradizionalmente trattato con estrema cautela; così, da Belfast, la questione si è allargata fino a Edimburgo e Cardiff, riaprendo il dibattito, mai sopito, sui modi in cui le nazioni possono lasciare il Regno Unito.

I movimenti indipendentisti e unionisti ci sono sempre stati e con la Brexit – soprattutto in Scozia, che nel 2016 votò per il 62% circa a favore del Remain, contro il 38% per il Leave, mentre nel complesso l’Unione scelse l’uscita dall’Ue – la questione è tornata al centro del dibattito.
Due anni prima della Brexit, nel referendum del 2014, il fronte separatista scozzese era stato sconfitto: il 44,7% votò Yes e il 55,3% No. Poi, la Corte Suprema Uk, con la decisione del 23 novembre 2022 (sentenza Uksc 31), ha stabilito che Holyrood, il parlamento “devoluto” non può legiferare unilateralmente per indire una consultazione pubblica perché la questione riguarda materie riservate a Westminster.

Trump ha toccato un nervo scoperto, ma lo ha fatto in un momento in cui i tempi sono maturi: per la prima volta nella storia, i tre governi “devoluti” sono guidati da politici appartenenti a partiti favorevoli all’indipendenza o, nel caso di Sinn Féin, alla riunificazione irlandese. Proprio per questo, i leader hanno sfruttato l’assist di Trump – benché l’incontro a Cardiff fosse già previsto – e hanno siglato un memorandum in cui hanno espresso la chiara intenzione di avvicinarsi all’Ue perché «il tempo di Westminster sta arrivando alla fine».

Il punto è ora capire come fare e quali sono le vie legali per lasciare il Regno attraverso tre percorsi costituzionali diversi. In sintesi, l’Irlanda del Nord può ricorrere al meccanismo previsto dagli Accordi del Venerdì Santo – che nel 1998 posero sostanzialmente fine ai Troubles, circa trent’anni di conflitto politico e settario tra repubblicani/nazionalisti, unionisti/lealisti e forze dello Stato britannico, durante i quali furono uccise più di 3.500 persone – mentre Scozia e Galles non hanno una via giuridica equivalente e dipendono da Westminster per un referendum.
Per questo Edimburgo chiede un nuovo voto – Swinney è arrivato a dire che «Andy Burnham potrebbe essere l’ultimo primo ministro del Regno Unito» – mentre Cardiff, per ora, non ha fissato né tempi né modalità.

In particolare, è l’Irlanda del Nord ad avere il percorso politico e giuridico più definito perché gli accordi citati prevedono che il Secretary of State for Northern Ireland – il ministro del governo britannico responsabile per l’Irlanda del Nord, che oggi è Sir Chris Bryant – convochi un border poll, e cioè un referendum sullo status costituzionale della nazione e sulla possibile riunificazione dell’isola, qualora ritenga probabile una maggioranza favorevole.
Secondo l’accordo, il border poll deve essere convocato «qualora, in qualsiasi momento, gli appaia probabile che la maggioranza di coloro che parteciperebbero al voto esprimerebbe la volontà che l’Irlanda del Nord cessi di far parte del Regno Unito e diventi parte di un’Irlanda unita».
Qui si apre però un’incognita: non è stabilito con precisione attraverso quali indicatori – sondaggi, risultati elettorali o altri elementi – si debba accertare e misurare l’esistenza di quella maggioranza.
Il Financial Times sottolinea che proprio questa formula – «qualora gli appaia probabile» – lascia un significativo margine di valutazione al ministro: i sondaggi sull’unità irlandese non sono regolari e neppure i risultati delle elezioni di Stormont, il Parlamento devoluto nordirlandese, forniscono necessariamente una risposta. L’accordo prevede quindi questa possibilità sulla base del «principio del consenso».
L’incertezza riguarda piuttosto quando il Secretary of State for Northern Ireland debba ritenere raggiunta la soglia politica che lo obbliga a convocare il voto.

Per la Scozia la questione è più complessa perché non esiste un meccanismo equivalente a quello dell’Irlanda del Nord, e dopo il 2014 Edimburgo non dispone oggi di uno strumento per imporre a Londra una nuova consultazione. A complicare ulteriormente il quadro è stata proprio la sentenza della Corte Suprema del 2022: il Parlamento scozzese non può indire autonomamente un nuovo referendum sull’indipendenza, perché la materia esula dalle competenze devolute.
Il First Minister John Swinney, nonché leader del Partito nazionale scozzese (Snp), chiede un altro voto, forte di un sostegno che continua a oscillare intorno alla metà dell’elettorato. Secondo un’analisi del Financial Times, la strategia più efficace per l’Snp potrebbe quindi essere politica prima ancora che giuridica: portare il consenso a livelli tali da rendere sempre più difficile per Westminster opporsi a un referendum.
Sul quotidiano finanziario britannico, Stephen Bush indica, come soglia politica e non giuridica, un consenso stabilmente attorno al 60%: una maggioranza di quelle dimensioni finirebbe per creare, secondo la sua analisi, una pressione politica difficilmente ignorabile da Londra. Il Guardian ha spiegato che Swinney starebbe cercando proprio un meccanismo concordato per arrivare a un nuovo voto, anche se questo non è stato definito nel vertice di Cardiff.

Per il Galles, la questione è ancora diversa perché il sostegno all’indipendenza è sensibilmente inferiore rispetto alla Scozia. Rhun ap Iorwerth, First Minister del Galles e leader di Plaid Cymru, il partito nazionalista gallese arrivato al governo a maggio, non ha fissato alcun calendario per una consultazione.
Secondo il Guardian, la percentuale di favorevoli a lasciare l’Unione sarebbe intorno al 32% e ap Iorwerth ha esplicitamente escluso di spingere per un referendum durante questa legislatura. Il Financial Times sottolinea inoltre che durante la campagna elettorale ap Iorwerth aveva rassicurato gli elettori proprio sul fatto che un governo Plaid Cymru non avrebbe significato una corsa immediata a lasciare il Regno Unito. La sua priorità è dimostrare che il partito sa governare, evitando che l’indipendenza appaia agli elettori come un salto immediato nel buio.

In ogni caso, i quattro firmatari del memorandum hanno chiesto una cosa a Londra: «facilitare il cambiamento costituzionale» e non opporvisi. Londra non intende aprire ora la strada a nuovi referendum. Burnham ha però oscillato negli ultimi giorni sul voto scozzese: dopo aver aperto alla possibilità di una consultazione qualora emergesse un «chiaro consenso», il suo portavoce ha ribadito che una nuova consultazione resta per ora «off limits».

Nell’immagine: i quattro firmatari del memorandum


Cro­no­lo­gia di una segna­la­zione

DIG FESTIVAL Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie 

Di Daniel Ritzer, La Regione

La 52enne di Melide dece­duta lo scorso 18 ago­sto, dive­nuta per­so­nag­gio pub­blico sotto lo pseu­do­nimo di ‘Sabrina’, si è rivolta alla Pro­cura per la prima volta – per quel che riguarda il suo rap­porto con il con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali – attra­verso un’e-mail spe­dita il 6.8.2021 alle 18:50. Nel suo mes­sag­gio al pg, Sabrina denun­cia di aver subito un’aggres­sione da parte di Zali il 21.5 dello stesso anno. All’email segue una let­tera mano­scritta datata 17.8, dove sostan­zial­mente viene riba­dita la denun­cia per lesioni sem­plici e minacce. Agli atti vi è una nota del mini­stero pub­blico: Sabrina viene con­tat­tata tele­fo­ni­ca­mente il 23.8 per una con­vo­ca­zione a ver­bale da svol­gersi il 7.9 alle ore 9:15.

Prima di essere inter­ro­gata, Sabrina spe­di­sce un’e-mail al pg il 3.9 alle 05:42: in que­sta comu­ni­ca­zione afferma di aver “paura per la mia inco­lu­mità”. Durante il ver­bale del 7.9 (ini­zio alle 9:15, ter­mine alle 10:45) la donna con­ferma la que­rela e i fatti descritti tra­mite l’espo­sto del 17.8. Aggiunge, però, che se Clau­dio Zali “por­gerà le sue scuse, riti­rerò la que­rela”. Alle ore 17:00 del mede­simo 7.9 il pg incon­tra il con­si­gliere di Stato (non vi è agli atti nes­sun ver­bale, ma una nota all’incarto). Clau­dio Zali davanti al pg legge la que­rela nei suoi con­fronti, ram­menta il diritto di non pren­dere posi­zione sui fatti con­te­stati e si dice pronto a por­gere le scuse alla que­re­lante. Alle 23:22 del 7.9 Sabrina informa il pg – con un’e-mail – di non voler più riti­rare la sua que­rela: “Ho deciso di andare per vie legali, senza richie­dere nes­suna scusa scritta da parte sua”.

Aggiunge poi, nello stesso mes­sag­gio, una segna­la­zione in merito ad altri pre­sunti fatti penal­mente rile­vanti: si rife­ri­sce a dei rap­porti ses­suali poten­zial­mente abu­sivi ai sensi del Codice penale, “sesso di gruppo” com­piuto (…) (…) dal con­si­gliere di Stato con la segna­lante e altre due donne indi­cate come pos­si­bili vit­time (una “povera ma dav­vero povera ragazza vio­len­tata in tenera età” e una “inva­lida psi­chia­trica”). A seguito di tale comu­ni­ca­zione, Sabrina viene con­vo­cata a un secondo ver­bale che si svolge il 21.9, ini­zio alle ore 16:40. Prima di ciò, il 9.9 alle 20:07, Sabrina spe­di­sce un’e-mail al con­si­gliere nazio­nale leghi­sta Lorenzo Qua­dri – indi­cando di aver spe­dito un mes­sag­gio ana­logo la mat­tina dello stesso giorno al con­si­gliere di Stato della Lega Nor­man Gobbi – in cui rac­conta della pre­sunta aggres­sione da lei subita il 21.5 e in cui accenna a pos­si­bili reati ses­suali com­messi da Clau­dio Zali. La segna­la­zione di Sabrina non sor­ti­sce alcun effetto.

Al ver­bale del 21.9 la donna si rifiuta di rispon­dere alle domande del pro­cu­ra­tore gene­rale: “Da que­sta sto­ria non uscirò viva, ci sono delle dina­mi­che di cui non posso dire nulla”, esclama. Secondo Sabrina il pg “sta parando il culo a Clau­dio Zali”. Sbatte con­tro il ple­xi­glas, rove­scia l’acqua, pro­fe­ri­sce degli insulti e lascia la stanza alle 17:05. All’infrut­tuoso secondo ver­bale segue un’e-mail delle ore 01:44 del 22.9: Sabrina riba­di­sce “con forza la mia denun­cia con­tro Clau­dio Zali, che a breve diverrà pub­blica. Se volete fer­marmi mi dovete ammaz­zare”. In seguito Sabrina spe­di­sce al pg una let­tera mano­scritta datata 22.9, in cui scrive: “Ritiro for­mal­mente la denun­cia che ho rivolto a Clau­dio Zali. Vi prego di noti­fi­car­gli il ritiro”. Il giorno dopo, il 23.9, Sabrina si fa visi­tare presso il pronto soc­corso dell’Ospe­dale regio­nale di Men­dri­sio in quanto – si legge nel rap­porto medico delle ore 14:09 – “vit­tima o sospetta vit­tima di un’aggres­sione fisica e/o ses­suale”.

Durante la visita la donna chiede di essere rico­ve­rata in cli­nica psi­chia­trica. Il rico­vero presso la Cpc di Men­dri­sio va dal 23 al 29.9. Il 14.10 il pg scrive alla cli­nica psi­chia­trica, chie­dendo di atte­stare le capa­cità di inten­dere e volere della donna al momento del rico­vero. La cli­nica risponde per iscritto il 19.10, con­fer­mando che la donna è stata dimessa il 29.9. I medici riten­gono, sulla base della loro valu­ta­zione, che la sua con­di­zione psi­chia­trica non com­pro­metta le capa­cità di com­pren­sione e deci­sio­nali. Dopo­di­ché, il 4.11, il pro­cu­ra­tore gene­rale, per quel che riguarda l’incarto 2021.7534 rela­tivo alla que­rela del 17.8 di Sabrina con­tro Clau­dio Zali per lesioni sem­plici e minacce – denun­cia ricon­du­ci­bile ai fatti avve­nuti il 21.5 a Chiasso e in altre loca­lità del Men­dri­siotto – emana un decreto di non luogo a pro­ce­dere. Nes­sun pro­ce­di­mento verrà aperto per i pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale segna­lati nell’e-mail del 7.9.2021.

Le due donne

Una delle due donne indi­cate come pre­sunte vit­time nella segna­la­zione di Sabrina del 7.9.2021 – per quel che con­cerne i reati con­tro l’inte­grità ses­suale – ricom­pare, due anni più tardi e sotto un’altra veste, in un nuovo fasci­colo della Pro­cura. Siamo a giu­gno 2023: il 21 di quel mese viene sporta una denun­cia dall’allora com­pa­gna di Zali, la depu­tata Plr Simona Genini, con­tro la donna, pre­sunta ex-a­mante del mini­stro, per estor­sione, subor­di­nata coa­zione e subor­di­nata minac­cia. Zali si aggrega alla denun­cia di Genini in qua­lità di accu­sa­tore pri­vato. Il 28.6 vi è un’esten­sione di que­rela per i reati di dif­fa­ma­zione, subor­di­nata calun­nia, ingiu­ria e abuso di impianti di tele­co­mu­ni­ca­zioni.

Lo stesso 28.6 il pro­cu­ra­tore gene­rale Andrea Pagani, tito­lare dell’inchie­sta, ordina una per­qui­si­zione domi­ci­liare e un man­dato di accom­pa­gna­mento coat­tivo per inter­ro­gare l’impu­tata. Circa un anno dopo, prima metà di luglio 2024, il pg Pagani pro­muove l’accusa con­tro la donna per ten­tata estor­sione, ten­tata e con­su­mata coa­zione, dif­fa­ma­zione e ingiu­ria. Il pro­cesso viene cele­brato presso la pre­tura penale di Bel­lin­zona il 13.5.2025: la giu­dice Elet­tra Orsetta Ber­na­sconi Matti acco­glie le ipo­tesi di reato for­mu­late da Pagani e con­danna la donna a 90 giorni di deten­zione, sospesi con la con­di­zio­nale per con­sen­tire la con­ti­nua­zione del trat­ta­mento psi­chia­trico ambu­la­to­riale, per ten­tata estor­sione, coa­zione ten­tata e con­su­mata, dif­fa­ma­zione e ingiu­ria ai danni del con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali e della gran­con­si­gliera Simona Genini. Degna di nota la frase pro­nun­ciata dal pro­cu­ra­tore gene­rale durante il suo inter­vento in aula, che valida l’inte­resse pub­blico della vicenda: “Se tutto que­sto non costi­tui­sce un’estor­sione, credo che di estor­sioni a danno di poli­tici in Ticino non ne vedremo più”.

L’altra donna indi­cata nell’e-mail del 7.9.2021 quale pre­sunta vit­tima di reati con­tro l’inte­grità ses­suale, balza agli onori della cro­naca di recente, cioè a giu­gno di quest’anno. Si tratta della madre del 14enne dete­nuto per oltre un mese al car­cere giu­di­zia­rio della Farera. Deten­zione che suscita l’inter­vento vee­mente del con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali, cono­scente della donna e del ragazzo, allora respon­sa­bile poli­tico di magi­stra­tura e poli­zia (per via dell’arroc­chino leghi­sta dell’estate 2025), ma non delle car­ceri.

Zali con­voca una riu­nione urgente per esi­gere la scar­ce­ra­zione del 14enne dete­nuto alla Farera. L’incon­tro si svolge il 9 giu­gno nel suo uffi­cio, in pre­senza della magi­strata dei mino­renni Fabiola Gnesa, della diret­trice della Divi­sione della giu­sti­zia Frida Andreotti, del diret­tore delle strut­ture car­ce­ra­rie can­to­nali Ste­fano Laf­fran­chini, non­ché della diret­trice medica del Ser­vi­zio di medi­cina peni­ten­zia­ria dell’Eoc Teresa Sala­mone. Sul sud­detto incon­tro viene in seguito aperto, come svela laRe­gione, un pro­ce­di­mento penale coor­di­nato dal pg. Le ipo­tesi di reato con­te­state dalla Pro­cura sono l’abuso di auto­rità e la ten­tata coa­zione. Viene inol­tre atti­vata l’alta vigi­lanza da parte del Gran Con­si­glio. Le inda­gini sono tut­tora in corso.

Cin­que anni dopo

Il 9 mag­gio di quest’anno Sabrina anti­cipa, tra­mite un’e-mail, a Simona Genini (che l’aveva que­re­lata per il reato di abuso di impianti di tele­co­mu­ni­ca­zione, arti­colo 179 sep­ties del Codice penale) la let­tera che inten­deva con­se­gnare a Pagani durante il ver­bale pre­vi­sto per il 18.5. La let­tera viene inol­trata al pg qual­che giorno prima del ver­bale di Sabrina, ovvero il 15.5, dall’avvo­cato patro­ci­na­tore di Genini, Edy Sal­mina, quale alle­gato all’incarto. Nel testo la 52enne torna su quanto segna­lato nell’email di set­tem­bre 2021 in merito ai pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale. Aggiunge poi una segna­la­zione rela­tiva a una tele­fo­nata quan­to­meno ano­mala inter­corsa tra la giu­dice Rosa Item e il con­si­gliere di Stato Zali. La comu­ni­ca­zione, vero­si­mil­mente avve­nuta durante l’estate 2024, pro­prio nei giorni in cui vi fu il rin­vio a giu­di­zio della donna denun­ciata dallo stesso Zali e da Simona Genini per ten­tata estor­sione, ten­tata e con­su­mata coa­zione, dif­fa­ma­zione e ingiu­ria, da quanto appu­rato da laRe­gione, dovrebbe ora essere al vaglio del Con­si­glio della magi­stra­tura (Cdm).

Un altro pseu­do­nimo

Il 26.6 viene con­se­gnata una let­tera sot­to­scritta da uno pseu­do­nimo fem­mi­nile (non da Sabrina, però) a un gran­con­si­gliere dell’Udc con alle­gata l’e-mail del 7.9.2021 con­te­nente la segna­la­zione su pre­sunti reati ses­suali com­messi da Clau­dio Zali. Il 3 luglio il depu­tato demo­cen­tri­sta con­se­gna la let­tera e il docu­mento alle­gato alla sot­to­com­mis­sione finanze. Il 13 luglio Sabrina pub­blica sul pro­prio pro­filo social i famosi file audio con le regi­stra­zioni delle sue con­ver­sa­zioni tele­fo­ni­che con Zali risa­lenti agli anni 2022-2023, quelle dei “riem­pila di botte”; “io l’ho pestata, va bene?”; “chiamo il mio amico di Milano…”. Il 17 luglio, tra­mite una let­tera, i pre­si­denti di Cen­tro, Plr e Ps chie­dono delle spie­ga­zioni a Zali sui file audio. Il 23 luglio Sabrina viene con­vo­cata a ver­bale.

Il pg è assente per ferie: la 52enne viene sen­tita in qua­lità di testi­mone per oltre sei ore dalla Poli­zia giu­di­zia­ria. Durante l’inter­ro­ga­to­rio Sabrina riba­di­sce la segna­la­zione di set­tem­bre 2021 a carico di Clau­dio Zali per pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale, ma nei con­fronti di una sola vit­tima (la mamma del 14enne). For­ni­sce una det­ta­gliata testi­mo­nianza, che va ad aggiun­gersi a del mate­riale pro­ba­to­rio con­se­gnato al Mini­stero pub­blico a metà giu­gno 2026 (una chia­vetta usb). Al ter­mine dell’inter­ro­ga­to­rio la Pro­cura decide – senza dira­mare alcuna comu­ni­ca­zione – di aprire un pro­ce­di­mento penale a carico di Zali per reati ses­suali ai sensi degli arti­coli 191 e 193 del Codice penale.

Sia il con­si­gliere di Stato leghi­sta, sia la pre­sunta vit­tima ven­gono sen­titi nei giorni suc­ces­sivi: il primo nega qual­si­vo­glia respon­sa­bi­lità di natura penale; la donna rinun­cia a costi­tuirsi accu­sa­trice pri­vata e si disin­te­ressa del pro­ce­di­mento. Siamo a ini­zio ago­sto, i giorni in cui Sabrina denun­cia di essere stata aggre­dita da ignoti durante la notte a Melide. Sem­pre a Melide, il 18 ago­sto, viene ritro­vato il suo corpo privo di vita nelle acque del Cere­sio. Sulla pre­sunta aggres­sione e sulla morte di Sabrina sono in corso le inda­gini: dai risul­tati par­ziali delle ana­lisi autop­ti­che la Pro­cura tende finora a esclu­dere l’inter­vento di terzi quale con­causa del decesso. Decesso per il quale pre­vale, a oggi, l’ipo­tesi dell’anne­ga­mento.

No com­ment

Nel frat­tempo diven­tano sem­pre più insi­stenti le voci che par­lano di un secondo pro­ce­di­mento penale a carico di Zali, non con­fer­mato però dal Mini­stero pub­blico, che a domande espli­cite della stampa risponde: “No com­ment”. Ciò va avanti fino al 27 ago­sto, giorno in cui laRe­gione pub­blica in prima pagina l’edi­to­riale ‘Dieci domande al pro­cu­ra­tore gene­rale’. Il 27 ago­sto è anche il giorno in cui a Bel­lin­zona, al mat­tino pre­sto, com­pare una scritta sul muro sotto il governo con la frase “Un altro fem­mi­ni­ci­dio”, allu­dendo alla morte di Sabrina. Lo stesso 27 ago­sto prende la parola il Con­si­glio della magi­stra­tura: tra­mite un comu­ni­cato qua­li­fica le domande de laRe­gione un “nuovo ingiu­sti­fi­cato attacco nei con­fronti della magi­stra­tura”. Magi­stra­tura che, stando al Cdm, “ha svolto e sta svol­gendo le atti­vità istrut­to­rie che le vicende evo­cate richie­dono”.

Sem­pre il 27 ago­sto la sot­to­com­mis­sione giu­sti­zia, nell’ambito dell’eser­ci­zio dell’alta vigi­lanza in cui è con­fluita pure la sot­to­com­mis­sione finanze, inol­tra al Cdm la let­tera rice­vuta il 3.7 dal depu­tato Udc, quella con­cer­nente la segna­la­zione del 7.9.2021 che Sabrina aveva inviato per email al pg e in cui rife­riva dei pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale com­piuti da Zali ai danni di due donne. Segna­la­zione che, stando alle recenti dichia­ra­zioni rila­sciate da Pagani, “non con­te­neva suf­fi­cienti indizi di reato tali da per­met­termi di aprire un pro­ce­di­mento”. L’ope­rato del pro­cu­ra­tore gene­rale Andrea Pagani, per quel che riguarda la gestione della segna­la­zione del 2021, è ora al vaglio del Con­si­glio della magi­stra­tura.

Il 28 ago­sto il pro­cu­ra­tore gene­rale informa l’Uffi­cio pre­si­den­ziale del Gran Con­si­glio (Up) dell’esi­stenza di un secondo pro­ce­di­mento penale a carico di Clau­dio Zali, ma senza alcuna spe­ci­fi­ca­zione. Il 31 ago­sto laRe­gione rifor­mula le sue domande all’atten­zione del Mini­stero pub­blico tra­mite un’e-mail spe­dita alle 16:02. La rispo­sta della Pro­cura, con­fer­mando l’aper­tura del pro­ce­di­mento penale a carico di Zali per pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale, giunge in reda­zione con un’email lunedì 1.9 alle 14:11. Poco prima il pg comu­nica all’Up, tra­mite un’altra e-mail, la sua inten­zione, aval­lata dall’arti­colo 74 del Codice di pro­ce­dura penale, di rispon­dere alle domande poste da laRe­gione.

Il 2 set­tem­bre il Con­si­glio di Stato toglie a Clau­dio Zali tutte le com­pe­tenze riguar­danti la dire­zione del Dipar­ti­mento del ter­ri­to­rio fino alla fine di set­tem­bre, ovvero fino alla data in cui le sue dimis­sioni diver­ranno effet­tive. Lo stesso 2 set­tem­bre, prima della con­fe­renza stampa gover­na­tiva, Zali dif­fonde un comu­ni­cato in cui afferma di non con­di­vi­dere “la deci­sione del Mini­stero pub­blico di con­fer­mare pub­bli­ca­mente l’esi­stenza del pro­ce­di­mento prima di abban­do­narlo, cedendo alle pres­sioni di certa stampa”. Aggiunge, infine, di restare “in attesa della chiu­sura nelle pros­sime set­ti­mane di que­sto infon­dato pro­ce­di­mento”.

Nell’immagine: c’è chi attende (o pre­tende) di potersi lasciare il pas­sato alle spalle


L’Onu: IA minaccia globale. Ma Trump frena la regolazione: “Sono io l’argine che serve”

DIG FESTIVAL Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie 

Di Francesco Manacorda, La Repubblica

È un allarme globale, anche se con motivazioni spesso diverse le une dalle altre, che parte dalle Nazioni Unite, risuona con accenti particolari in Cina, passa dal Canada, coinvolge voci dell’industria tecnologica e viene minimizzato – e anche questo ha un significato – soprattutto da Donald Trump. Il rischio di un’intelligenza artificiale sempre più capace e difficile da controllare spaventa ormai governi e imprese. E dopo che la scorsa settimana il numero uno di Anthropic, Dario Amodei, ha chiesto di rallentare la corsa dei modelli più avanzati, alla sua voce se ne aggiungono molte altre.

La questione arriverà la prossima settimana direttamente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove è prevista una riunione dedicata all’intelligenza artificiale e alla sicurezza in occasione dell’assemblea generale. La Francia, presidente di turno, ha fatto sapere che l’AI sarà «in cima all’agenda» e che il confronto riguarderà anche la «minaccia esistenziale che l’AI potrebbe rappresentare per l’umanità».

Intanto l’Alto commissario Onu per i diritti umani Volker Türk ha chiesto ieri a Stati e imprese un’«azione urgente» per governare i sistemi di intelligenza artificiale più avanzati, di fronte a quelli che definisce «rischi senza precedenti». Türk mette in fila pericoli concreti. Sistemi agentici, capaci cioè di eseguire autonomamente sequenze di operazioni, potrebbero interrompere le comunicazioni, bloccare servizi essenziali, colpire infrastrutture critiche e rendere più veloci gli attacchi informatici. Sul fronte militare l’AI sta già ampliando, secondo l’Onu, velocità e dimensione dei conflitti. E l’autoregolamentazione non basta: «Nessun Paese può regolare da solo questa tecnologia» e nessuna impresa dovrebbe decidere autonomamente quali rischi possa accettare il resto del mondo.

Dal Canada il premier Mark Carney, ormai tra le figure occidentali che più apertamente rivendicano un coordinamento multilaterale in alternativa a Trump, prova a trasformare l’allarme in un meccanismo concreto. Vuole un «Technology Stability Board», organismo permanente per la sicurezza tecnologica sulal falsariga di quello che si occupa della stabilità finanziaria. «C’è bisogno di coordinamento», dice Carney, pensando a un forum che confronti le regole nazionali, verifichi i rischi dei modelli più potenti e costruisca standard comuni.

Ma è in Cina che sicurezza e competizione geopolitica si intrecciano nel modo più evidente. Il ministro della Sicurezza di Stato Chen Yixin ha appena firmato sulla rivista ufficiale China Cyberspace un lungo articolo dal titolo, più che esplicito, «Costruire una barriera completa per la sicurezza dell’intelligenza artificiale». Il testo è stato pubblicato domenica e rilanciato ieri dalla stampa cinese: non è dunque una risposta diretta ad Amodei, ma la coincidenza dei tempi è significativa. Chen definisce l’AI contemporaneamente il «campo di battaglia principale» della competizione tecnologica globale e una nuova fonte di rischi per la sicurezza nazionale. Tra i pericoli indicati anche quello di un monopolio tecnologico Usa: senza nominare direttamente Washington, Chen accusa alcuni Paesi di utilizzare la sicurezza nazionale per limitare l’accesso al calcolo avanzato e ai chip, imporre controlli tecnologici e costruire ecosistemi chiusi. Pechino chiarisce però che di fermarsi non se ne parla. Chen vuole più sicurezza ma anche più velocità nella gara con gli Usa.

Trump ragiona, a parti invertite, nello stesso modo. Respinge l’idea di nuovi vincoli e parla di una «cospirazione malata» contro l’intelligenza artificiale e i data center. «L’unico controllo o “guardrail” di cui l’AI ha bisogno è un presidente forte e intelligente, con un quoziente intellettivo elevato, e gli Stati Uniti ne hanno uno, eccome», ha scritto su Truth Social, autoelogiandosi e ribadendo il rifiuto di limitare lo sviluppo di un settore nel quale lui stesso e i suoi familiari hanno interessi e investimenti finanziari. Per la Casa Bianca rallentare significherebbe concedere spazio alla Cina.

E di fronte a questa corsa al riarmo cibernetico da parte delle due superpotenze mondiali qualsiasi tentativo di regolazione rischia di rimanere solo una dichiarazione d’intenti.


«West Bank, progetto di eliminazione». L’accusa di B’Tselem

DIG FESTIVAL Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie 

Di Michele Giorgio , il manifesto

Mentre le autorità militari e governative israeliane lanciano attacchi durissimi al film documentario Naza, B’Tselem ha reso pubblico ieri un rapporto sulla Cisgiordania dal titolo «The Elimination Project», in cui sostiene che l’occupazione israeliana non si stia limitando a controllare il popolo palestinese. Piuttosto, opera per rendere impossibile la sua permanenza sulla terra.

L’ONG, CHE DA QUASI 40 anni denuncia e riferisce le violazioni dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, spiega che «eliminazione» indica il «danno prolungato alle condizioni materiali, sociali e politiche» che consentono ai palestinesi di esistere come popolo: la terra, la lingua, la cultura, i legami sociali, la leadership, la memoria condivisa e la possibilità di immaginare il futuro. Dalla fine del 2022, riferisce l’ong, e soprattutto da ottobre 2023, questo processo si è accelerato e ha assunto un carattere più apertamente violento.

I palestinesi vivono sotto la minaccia costante di soldati e milizie di coloni armati. Dal 7 ottobre 2023, Israele ha ucciso 1.107 palestinesi, tra cui 245 bambini. Fattorie e avamposti di coloni sostenuti dallo Stato si impadroniscono di vaste aree, espellono comunità e chiudono lo spazio palestinese.

Il rapporto individua cinque meccanismi che si rafforzano a vicenda: violenza e intimidazione, restrizioni alla libertà di movimento, strangolamento economico, distruzione sociale e politica, pulizia etnica e conquista territoriale.

Non si tratta, sostiene B’Tselem, di processi indipendenti. Tutto fa parte, sottolinea il rapporto, di un progetto ben preciso. Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta riguarda proprio la violenza dei coloni sostenuti da esercito e governo. Soldati, coloni armati e squadre di sicurezza degli insediamenti coloniali costituiscono «un unico apparato di violenza», scrive l’ong. Gli attacchi, aggiunge, possono avvenire accanto ai soldati, con armi, equipaggiamenti e infrastrutture forniti dalle autorità, e in «quasi totale impunità».

OLTRE 2MILA testimonianze documentano l’impatto sulla vita quotidiana di questo sistema. Ismail Odeh, 41 anni, padre di tre figli del campo profughi di Deir ‘Ammar, vicino a Ramallah, ha descritto come le severe restrizioni ai movimenti dei civili gli rendano difficile accedere alle cure oncologiche e recarsi al lavoro.

Samir Fadel, quarantenne e padre di sei figli di Khirbet a-Twayel, ha raccontato l’aggressione subita da lui e dal figlio per mano di alcuni coloni, il suo arresto e l’espulsione della sua famiglia. Talat Ziyadah, dell’ospedale Rafidya di Nablus, ha descritto la difficile situazione del personale infermieristico, che non riceve lo stipendio, e il collasso dei servizi sanitari in Cisgiordania a causa dei fondi palestinesi bloccati da Israele. W.R., madre di un bambino, ha raccontato come le drastiche restrizioni alla circolazione in Cisgiordania, introdotte dopo il 7 ottobre, abbiano sconvolto la vita della sua famiglia e l’abbiano costretta a trasferirsi a Ramallah. Il controllo dei movimenti, osserva B’Tselem, rende incerti anche gli atti più ordinari: andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, raggiungere un ospedale, coltivare la terra, incontrare familiari e amici. L’obiettivo è produrre una condizione di precarietà permanente.

IL CAPITOLO più serio, scrive B’Tselem, è quello della «pulizia etnica». Dal 2023, 64 comunità palestinesi sono state costrette a lasciare le proprie case. Gli insediamenti e gli avamposti coloniali continuano a espandersi, mentre la popolazione palestinese viene spinta verso spazi sempre più frammentati. La perdita della terra non è un effetto collaterale. Piuttosto, è uno degli strumenti attraverso cui il progetto si realizza: sottrae risorse, interrompe la continuità territoriale e rende più difficile ricostruire una vita comunitaria. Non a caso, una grande leva è quella economica. Dal 2023, spiega B’Tselem, Israele ha ridotto le opportunità di lavoro, danneggiato infrastrutture civili e agricole, irrigidito il controllo sulle risorse e sul sistema bancario e indebolito la capacità delle istituzioni palestinesi di fornire servizi essenziali.

B’Tselem collega esplicitamente questa politica alle dichiarazioni del ministro delle finanze e responsabile degli insediamenti, Bezalel Smotrich. Nel settembre 2025, Smotrich aveva affermato di voler impiegare «ogni mezzo possibile» per impedire la nascita di uno Stato palestinese, anche provocando il collasso dell’Autorità nazionale palestinese con lo «strangolamento economico».

NEL RAPPORTO, L’ONG considera il cosiddetto «Piano decisivo», pubblicato da Smotrich nel 2017, un documento chiave perché offre ai palestinesi solo tre possibilità: vivere sotto la supremazia ebraica rinunciando alle rivendicazioni nazionali, lasciare il territorio oppure affrontare una repressione violenta se avessero resistito. Il rapporto dedica spazio alla distruzione della vita sociale, politica e dell’istruzione.

Yuli Novak, direttrice di B’Tselem, chiede con forza agli Stati e alle istituzioni mondiali di usare «tutti i mezzi a loro disposizione secondo il diritto internazionale» per proteggere i palestinesi. L’esercito israeliano ha risposto al rapporto affermando che qualsiasi accusa di voler eliminare i palestinesi come popolo è «falsa, infondata e palesemente lontana dalla realtà».

Nell’immagine: una terra occupata a Beit Sahour


La Svizzera rinuncia al programma europeo Copernicus – con quali implicazioni?

DIG FESTIVAL Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie 

Di Michèle Scherer, tvsvizzera.it

Copernicus è il principale programma dell’Unione Europea (UE) per l’osservazione della Terra. Una dozzina di satelliti monitora costantemente il pianeta, raccogliendo dati quasi in tempo reale su terre emerse, mari, oceani e atmosfera.

Queste informazioni possono essere utilizzate, ad esempio, per determinare il livello di siccità dei suoli e delle foreste, seguire l’evoluzione dei ghiacciai e delle coste, oppure misurare la concentrazione di polveri fini nell’aria.

Perché la Svizzera non vi partecipa?

La Svizzera non è membro del programma Copernicus. Vi partecipano tutti i 27 Stati dell’UE, oltre a diversi Paesi non membri, tra cui Norvegia, Islanda e Regno Unito. Nel mese di giugno, il Consiglio federale ha confermato la decisione di non richiedere l’adesioneCollegamento esterno, citando la difficile situazione delle finanze pubbliche. Secondo le stime, partecipare a Copernicus costerebbe alla Svizzera circa 48 milioni di franchi all’anno.

La Svizzera può comunque utilizzare i dati gratuiti

Poiché gran parte dei dati climatici grezzi di Copernicus è disponibile gratuitamente, la Svizzera può accedervi anche senza essere membro del programma. È quanto avviene già oggi, ad esempio, per il monitoraggio nazionale della siccità. Ogni cinque giorni i satelliti di Copernicus analizzano la superficie terrestre e misurano, tra le altre cose, la quantità di luce infrarossa riflessa dalla vegetazione. Ciò consente di individuare lo stress idrico delle foreste ancor prima che le foglie mostrino cambiamenti visibili di colore. I dati vengono utilizzati in Svizzera anche per monitorare i pericoli naturali, ad esempio per individuare tempestivamente possibili frane e crolli rocciosi.

Nessuna possibilità di influenzare il programma

Non essendo un Paese membro, la Svizzera non può partecipare alle decisioni sullo sviluppo futuro del programma. Ciò riguarda, ad esempio, la definizione dei metodi di misurazione e degli standard. La Confederazione non ha quindi voce in capitolo nella scelta dei dati che saranno raccolti in futuro né nella progettazione di determinati servizi.

Questo aspetto potrebbe essere particolarmente rilevante per temi come i pericoli naturali nelle Alpi. Con un’adesione al programma, la Svizzera potrebbe infatti contribuire ad adattare maggiormente Copernicus alle esigenze delle regioni alpine, ad esempio per l’osservazione dei ghiacciai o dei movimenti della montagna.

I costi economici della non adesione

La mancata adesione ha anche conseguenze economiche. Copernicus assegna infatti commesse, ad esempio nel settore della tecnologia satellitare o a imprese che sviluppano nuove applicazioni a partire dai dati raccolti dai satelliti. In linea di principio, le aziende e gli istituti di ricerca svizzeri non possono partecipare a questi bandi.

Secondo uno studio Collegamento esternocommissionato dalla Confederazione, la Svizzera perde così ogni anno opportunità contrattuali per un valore di circa 35 milioni di franchi. Non si tratta soltanto della costruzione di satelliti: potrebbero beneficiarne anche aziende informatiche e imprese specializzate nello sviluppo di nuovi prodotti e servizi basati sui dati satellitari.

Cosa succederà in futuro?

Con la sua decisione di giugno, il Consiglio federale ha escluso la partecipazione della Svizzera al programma per il periodo 2028-2034. Il Governo prevede di riesaminare la questione nel 2032.

Tuttavia, il Parlamento potrebbe ancora influenzare questa decisione. Attualmente è pendente una mozione che chiede al Consiglio federale di avviare rapidamente negoziati per l’adesione della Svizzera a Copernicus. La mozione è stata approvata dal Consiglio nazionale nel mese di giugno; ora spetta al Consiglio degli Stati pronunciarsi sulla proposta.

Nell’immagine: una visualizzazione tridimensionale del ghiacciaio dell’Aletsch nelle Alpi svizzere, realizzata sulla base di un’immagine acquisita da uno dei satelliti Copernicus Sentinel-2 il 15 giugno 2021