“Naza” trionfa a Venezia: 25 minuti di applausi per il film che fa parlare i carnefici di Gaza

Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali 

Di Annalisa Cuzzocrea, La Repubblica

Se il mondo non crede alle vittime, ascoltiamo i carnefici. Si sono detti questo, Yuval Abraham e Rachel Szor. Hanno poco più di trent’anni, non li avevano ancora quando hanno cominciato a lavorare a un film documentario – Naza – realizzato insieme ai giornalisti investigativi del Guardian, in collaborazione con i partner d’inchiesta +972 Magazine e Local Call. “Il muro di negazione davanti al massacro di civili di Gaza nella nostra società è talmente spesso – ha raccontato Abraham – che è bastato chiedere, per scoprire le regole di ingaggio dell’esercito israeliano”. Per scoprire che dietro lo sterminio di oltre 70mila palestinesi c’era e c’è un sistema di videosorveglianza continua e di uccisione di massa che non distingue in alcun modo tra obiettivi militari e civili, tra terroristi di Hamas e bambini inermi.

Naza è arrivato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia all’ultimo momento, ricevendo alla proiezione ufficiale venticinque minuti di applausi. Tra il pubblico anche il cantante Ghali. Le riprese sono rimaste segrete per tutta la loro durata, perché prevedevano di far salire ufficiali e soldati dell’intelligence israeliana sui tetti di Tel Aviv – di notte – per raccontare cos’avevano fatto, cosa continuano a fare, a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Dopo che i terroristi di Hamas hanno ucciso in poche ore almeno 1200 israeliani, rapendone 250, bambini compresi, e permettendo che ne tornassero a casa vive solo 168. Un evento della cui possibilità, sono le rivelazioni di questi giorni, Benjamin Netanyahu era stato avvertito, ma che non avrebbe fatto nulla per prevenire.

Il film è girato interamente di notte, perché la notte è piombata da quel giorno su Israele e sulla sua coscienza – dicono i registi – e perché al buio è più facili lasciarsi andare alla verità. In tre anni di lavoro, 24 ufficiali e soldati israeliani hanno deciso di parlare con loro solo a patto di restare anonimi. Le figure e le voci dei testimoni sono così state camuffate con l’intelligenza artificiale. Non una scelta facile, visto che chi racconta ammette – lo fa uno di loro nel film – di aver preso parte a un genocidio. Di aver commesso crimini di guerra e spiato e minacciato tutti quelli che, tra i palestinesi, tentavano di denunciarlo mettendosi in contatto con la comunità internazionale. Di aver puntato i droni sulle case come fosse un videogioco per raderle al suolo. “Se sentivo che qualcuno era ancora vivo, sganciavo un’altra bomba”. Di aver ascoltato i pianti di donne e bambini mentre le mura di una casa che non doveva essere un bersaglio cadeva loro addosso. Di aver guardato mentre i corpi – non raccolti dopo un attacco – venivano sbranati dai cani.

E di aver fatto tutto questo spesso da Tel Aviv, per poi andare a bere una birra con gli amici. O per poi tornare alla propria laurea “in psicologia clinica”. O a fumare una sigaretta chiedendo al compagno: cosa pensi di tutto questo? E sentirsi rispondere: “Devi fidarti del sistema, sennò crolla tutto”. Non sono esagitati. Non sono soldati sfuggiti al controllo. Gli intervistati raccontano di far parte dei reparti di élite dell’esercito israeliano, sono quasi tutti cittadini di Tel Aviv, molti sono di sinistra, progressisti, ma avevano una missione. “C’era un senso di soddisfazione, quando centravamo l’obiettivo. È come avere l’ormone impazzito, non dormi, è divertente”, ammette uno di loro. Divertente.

Era un gioco, sparare sulle persone in coda per il cibo se lasciavano la fila. “Era quella la regola, se va fuori spari”. Quanti ne hai uccisi in questo modo?, chiede Abraham, che conduce le interviste. “A volte cinque, sei, ma anche sedici, venti”. Ognuno di loro disegna come i corpi cadevano a testa in giù. Come venivano seguite le celle dei cellulari di alcuni obiettivi. Come il territorio veniva mappato per essere certi di aver raso tutto al suolo, bruciando le case con tutto quel che c’era dentro, nella zona di Gaza in cui Israele non voleva restasse più alcun palestinese.

Davanti alla possibilità di essere accusati di scarsa credibilità, viste le fonti anonime, il produttore Paul Lewis, che è a capo del gruppo di giornalismo investigativo del Guardian ed è produttore esecutivo del documentario, dice che tutte le testimonianze sono state controllate. Alcune erano già uscite in inchieste internazionali. E che la forza del racconto – e i riscontri incrociati – non lasciano scampo alla verità. L’altro produttore è Jonathan Glazer, il regista del film premio Oscar La zona d’interesse sugli orrori di Auschwitz. Nessuno di loro può essere accusato di antisemitismo. Nessuno ha mai pensato di cancellare la memoria di quel che gli ebrei hanno subito durante la Seconda guerra mondiale. “Ma memoria significa proprio questo – dice Abraham – riconoscere gli schemi di quel che accadde allora, dentro quel che accade adesso”.

Naza è l’acronimo con cui i soldati israeliani definiscono le possibili vittime collaterali di un attacco. Ma quel che raccontano su quei tetti, mentre le riprese indugiano sulle luci di Tel Aviv, sulla vita che va avanti nelle case incollate alla televisione, inquadrando le tavole da sparecchiare, il brulicare dei bar – in una città che vive a 60 chilometri da Gaza – non ha nulla di collaterale, è tutto studiato. È un sistema di sterminio e pulizia etnica. A un certo punto il documentario mostra un giovanissimo Netanyahu intervistato in veste di saggista. Gli chiedono quale sia la definizione di terrorismo: quel che dice, sembra la descrizione esatta di quel che gli ufficiali descrivono intervista dopo intervista, aggiungendo disegno a disegno, sentendosi parte di un sistema impossibile da fermare perché raccontato come necessario alla sopravvivenza. “Mi sono sempre chiesto perché i tedeschi non si fossero rifiutati di fare quel che hanno fatto”, dice un soldato. Ma il film non si sofferma sulle motivazioni o sui rimorsi, neanche quando ci sono. La zona di interesse sono le vittime. Quelle cui il mondo non crede.

Nell’immagine: la squadra che ha realizzato “Naza” con gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor e il produttore Jonathan Glazer, già regista di “La zona d’interesse”, Oscar nel 2024


Il crimine collettivo, dal vertice alla base

Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali 

Di Yuval Abraham e Rachel Szor, il manifesto

Nel corso degli ultimi tre anni, sui tetti di Tel Aviv, abbiamo condotto interviste notturne a 24 soldati israeliani che hanno avuto un ruolo attivo nell’offensiva di Israele contro Gaza. Per la maggior parte ufficiali dell’intelligence, che lavoravano davanti a degli schermi e partecipavano a distanza all’uccisione di massa dei palestinesi.

Le loro testimonianze costituiscono la base di NAZA, un nuovo documentario – prodotto dal Guardian e da James Wilson e con Jonathan Glazer come produttore esecutivo – che abbiamo diretto e presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

ABBIAMO INTERVISTATO questi soldati non perché fosse l’unico modo per conoscere ciò che Israele ha fatto a Gaza. Chiunque abbia visto la devastazione nella Striscia, ascoltato gli abitanti di Gaza o semplicemente preso sul serio le parole dei leader israeliani avrebbe dovuto riconoscere questa verità già anni fa.

Questo film è stato realizzato per una semplice ragione: eravamo consapevoli che le testimonianze di ufficiali e soldati dell’esercito che ha annientato Gaza – coloro che hanno condotto la sorveglianza, calcolato quante persone innocenti avrebbero probabilmente perso la vita in ciascuna abitazione e dato ripetutamente il via libera al bombardamento di intere famiglie – avrebbero reso ancora più difficile negare i crimini, una negazione che costituisce una parte di ciò che permette il perpetuarsi di tali crimini ancora oggi.

Questo è un film su un sistema: si concentra sugli ordini, sulle politiche e sui modelli operativi, non sulle deviazioni da essi. La conclusione che traiamo dalle testimonianze è chiara: l’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza non è stata un «tragico effetto collaterale» di una guerra contro Hamas, come viene comunemente rappresentato in Israele, bensì un atto premeditato, calcolato e intenzionale.

È per questo che una commissione dell’Onu, le principali organizzazioni per i diritti umani del mondo, studiosi palestinesi, israeliani e internazionali lo hanno descritto come un genocidio.

Il titolo del film, NAZA, acronimo ebraico di «danno collaterale», è una critica al modo in cui Israele rappresenta l’uccisione dei civili, occultando sia la conoscenza preventiva del numero di persone che con ogni probabilità verranno uccise in ciascun attacco, sia l’intento distruttivo che ha accompagnato la campagna militare fin dall’inizio.

UNO DEGLI UFFICIALI che abbiamo intervistato racconta di essere stato pienamente consapevole, in tempo reale, di centinaia di casi in cui le famiglie conducevano normalmente la propria vita – un uomo che parlava con la moglie, il suono di un programma televisivo, una preghiera, un bambino che piangeva – fin quando lui non ha dato l’autorizzazione a bombardarli. Quando gli è stato chiesto perché, ha spiegato: «Capisci che l’obiettivo è distruggere».

Vista in quest’ottica, la presenza in una determinata casa di una persona che Israele considera un obiettivo da eliminare diventa una questione «collaterale»; anzi, in molti casi, è stato rivelato che l’obiettivo non fosse neppure presente. L’uccisione stessa era il punto.

I soldati che compaiono nel film hanno tutti accettato di parlare a condizione che le loro identità venissero accuratamente celate, per paura della ritorsione di Israele per aver fatto emergere informazioni compromettenti. Alcune delle loro testimonianze erano così urgenti e sconvolgenti che le abbiamo pubblicate quasi immediatamente in una serie di inchieste investigative per +972 Magazine, Local Call e The Guardian (qui sul manifesto del 5 aprile 2024).

La maggior parte dei soldati che abbiamo intervistato appartiene a quella che viene comunemente definita l’élite socioeconomica israeliana e ha prestato servizio principalmente in prestigiose unità dell’intelligence.

Alcuni erano consapevoli di aver preso parte a gravi crimini e speravano che parlare apertamente avrebbe contribuito a penetrare i muri della negazione e della giustificazione, costringendo l’opinione pubblica israeliana a confrontarsi con ciò che, anche in suo nome, l’esercito era stato mandato a fare. Altri hanno accettato di parlare solo dopo mesi di riflessione: per senso di colpa, vergogna o persino orgoglio per quelli che consideravano i propri successi professionali.

IL NOSTRO FILM, per una scelta deliberata, non si sofferma sulle loro motivazioni. L’interesse principale è l’uccisione in sé e ciò che la rende possibile. Dedicare troppo spazio alle convinzioni morali e politiche delle nostre fonti avrebbe rischiato di spostare il centro dell’attenzione lontano dalle vittime. Rischio che non volevamo correre.

Concedere l’anonimato a persone che, secondo le loro stesse dichiarazioni, hanno preso parte a crimini orribili non è una decisione presa alla leggera. Ma, considerata la continua perpetrazione di questi crimini, abbiamo ritenuto di avere l’obbligo di rendere pubblici i loro racconti, nella speranza che potessero contribuire agli sforzi per porre fine all’offensiva.

Le testimonianze dei soldati chiamano in causa anche un sistema molto più ampio, del quale i vertici politici e militari di Israele portano la responsabilità ultima. Ci auguriamo che il film possa contribuire a ottenere l’accertamento delle responsabilità per i gravi crimini commessi da Israele e la giustizia per le loro vittime.

Ma il film non è soltanto una raccolta di testimonianze di soldati. Abbiamo anche rivolto l’obiettivo della macchina da presa verso Tel Aviv e i suoi abitanti durante la notte, interrogando la città nella quale, come una bolla, la vita quotidiana continua mentre i palestinesi vengono massacrati a soli 60 chilometri di distanza.

Attraverso il nostro sguardo sulla città dalla quale viene gestita la guerra contro Gaza, abbiamo cercato di osservare i meccanismi del conformismo che rendono possibile un’indifferenza così diffusa.

NEL FARLO, ci siamo ritrovati a porci domande che si poneva la generazione dei nostri nonni, domande che le persone in tutto il mondo si sono poste dopo aver appreso di atrocità e genocidi avvenuti altrove: come può un gruppo di esseri umani acconsentire alla completa disumanizzazione di un altro gruppo? E che aspetto ha un sistema genocidario visto dall’interno?

Negli anni a venire – forse in un’era post-Netanyahu, se mai un’epoca simile arriverà – alcune parti del campo liberale israeliano potrebbero cercare di prendere le distanze dai crimini commessi a Gaza, attribuendoli al governo di estrema destra. Sebbene questo governo porti la responsabilità principale per l’uccisione di più di 73mila persone, per la maggior parte civili, sulla scia dei criminali massacri compiuti da Hamas il 7 ottobre.

Una parte significativa di queste uccisioni è stata compiuta da soldati provenienti dal cuore stesso del campo liberale israeliano: ufficiali dell’intelligence e dell’Aeronautica che prestavano servizio nelle unità più prestigiose dell’esercito.

I piloti dell’Aeronautica potrebbero sostenere di essersi limitati a seguire gli ordini, di aver ricevuto un insieme di coordinate, sganciato la bomba ed essere tornati alla base senza sapere che cosa avessero colpito. I soldati di fanteria si difenderanno dicendo che non sempre sapevano chi stavano colpendo, in parte a causa della nebbia della guerra. Per quanto discutibili possano essere queste difese, non può esserci alcun dubbio su ciò che sapeva il personale dell’intelligence.

VEDEVANO con i propri occhi e sentivano con le proprie orecchie che le case che stavano «incriminando» erano piene di famiglie. Sapevano che le vaste quantità di «autorizzazioni NAZA» non erano collegate ad alcun obiettivo di significativo valore militare. Eppure svolgevano il loro ruolo nella macchina della morte, senza nessun atto di rifiuto o di resistenza.

Il film mostra come appare un sistema di uccisione quando si fonda sull’idea che «a Gaza non ci sono innocenti» o, come si potrebbe esprimere nel linguaggio dell’intelligence, «a Gaza non esiste la NAZA». In quanto tale, il film probabilmente minerà le posizioni dei negazionisti, di coloro che seminano dubbi e di quanti si sentono ancora a proprio agio nel vivere nella zona grigia tra il sapere e il non sapere ciò che sta accadendo a 60 chilometri a sud di Tel Aviv.

Il film, presentato a Venezia, arriverà presto a New York, prima di essere distribuito in tutto il mondo. Ma è anche rivolto verso l’interno, alla società israeliana. È stato girato interamente di notte, riflettendo la profonda oscurità nella quale è stato creato e nella quale viviamo. Ma senza un confronto onesto con ciò che è accaduto nell’oscurità, nessuno di noi sarà in grado di vedere la luce.

Articolo originariamente apparso sulla rivista israeliano-palestinese +972mag

Nell’immagine: i registi Rachel Szor e Yuval Abraham a Venezia


Dai talebani in Afghanistan al Califfato, il terrore di bin Laden ha fatto scuola

Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Un attentato può dirsi riuscito solo se lascia un segno nella mente dei superstiti. Il terrorista vuol vincere, non convincere. Era già così quando con “la propaganda dei fatti” Ravachol lanciava granate nei caffè di Parigi Belle Epoque spezzando partite a carte e languori di valzer. Il terrorista vuole sbalordire. Venticinque anni fa, un quarto di secolo, era l’11 settembre, nelle prime ore di una mattinata newyorkese, scoprimmo che eravamo fragili, che il bel mondo di Clinton “il furbo” era cartone. Abbiamo la memoria corta. Il sangue asciuga in fretta. Venticinque anni dopo Bin Laden, il «terrorista firmato Gucci» come lo chiamava la Cia quando ancora civettava con lui, è cenere dispersa (forse) in qualche oceano. In fondo riflettiamo, non è stato questo sfregio tanatologico un sottile ma esplicito tributo al suo potere: la paura che diventasse mausoleo pellegrinaggio mito? Problema risolto, delitto vendicato dunque?

Nuove stragi hanno monopolizzato la nostra attenzione occidentale, nuove guerre, si applica la parola terrorismo, parola radioattiva, agli Stati non più per i manipoli di bombe umane. Eppure. In Afghanistan gli antichi complici di Bin laden hanno cacciato l’America e ripreso il potere, umiliano le donne e abbattono gli aquiloni. E aprono le prime ambasciate anche in Europa. In Africa la mappa del Califfato nuovo di zecca va dal Sahel alle foreste del Congo e al Mozambico. In Siria un implacabile discepolo dello sceicco Osama è diventato presidente-emiro e riceve abbracci e dollari da Trump. In Palestina Hamas ha resistito a Israele e ha incendiato il Vicino Oriente. Proprio un bel mondo nuovo!

Siamo sicuri che Bin Laden, il volto del Male, che metteva insieme medioevo e modernità, grotte e computer (le sue fatwe incendiarie dall’Hindukush erano scritte su un Macintosh!) non abbia vinto, che non faccia inesorabilmente parte di noi? Come sarebbe felice lo sceicco del terrore nel suo ultimo rifugio pachistano ascoltando le notizie che arrivano dal cuore dell’Europa dove gli infedeli si uccidono, da cinque anni, con nefandezze e rovine che nemmeno sognava. Non vi vedrebbe il segno del favore del suo Allah privato e implacabile? E Hormuz non gli garberebbe? I dannati eretici sciiti bombardati, piagati, in miseria, e questo è bene, ma che resistono al grande Satana con le portaerei arrugginite e la maledizione del gallone di benzina. Contemplerebbe il mondo del nemico in frantumi a cui ha vibrato uno dei colpi decisivi. Con Khomeini e Putin: micidiale triade in cui nulla sembra legarli ma ben oliata dalle nostre asinerie ed ebetudini.

L’11 settembre fu l’attentato perfetto perché abolì in modo clamoroso, in diretta tv mondiale, qualcosa che costituiva l’essenza stessa della strategia militare. Non c’era più campo di battaglia, non c’era più linea del fronte. Ma migliaia di americani potevano essere assassinati gratuitamente, senza motivo, solo perché quel mattino erano là, in quel luogo, al lavoro, al bar, neri, bianchi, gialli, addetti alle pulizie e banchieri per scoprirsi di colpo in balia di una volontà di uccidere senza appello, capace di colpire nel mucchio. Che cosa avrebbe inventato Osama se avesse conosciuto le potenzialità omicide, criminali dei droni? In fondo non stiamo copiando il suo metodo?

Una cosa mi colpì quel giorno: per l’attentato fu usato l’aeroplano, ovvero il simbolo della nostra globalizzazione planetaria, capace di sconfiggere il tempo e lo spazio, convertito al prezzo di poche centinaia di dollari in nemesi.

La globalizzazione del terrorismo: ecco quello che Bin Laden, guastatore globale, ha copiato da noi mandando in pensione il vecchio terrorismo artigianale: trasformare con il timore e il tremore tutta l’umanità in una collettività di morti viventi, apatici o angosciati dalla evidenza della loro vulnerabilità. Un’enorme capacità distruttiva era, modernamente, alla portata del primo venuto. La devastazione fornita in una scatola di montaggio. Non è quello che è accaduto? Tutti quel giorno ci svegliammo, brancolando cercammo le leggi, le spiegazioni: di chi è alleato costui, chi lo finanzia? Ha l’atomica? Un uomo solo aveva dichiarato guerra al nostro mondo. Gli americani sbalorditi constatarono che un enorme numero di cittadini del mondo manifestava una compiacente comprensione nei confronti degli autori del massacro, alcuni perfino entusiasmo. Bin Laden eroe del Sud del mondo!

Un pugno di integralisti suicidi aveva interrotto la nostra bella partita di strapotenti talora prepotenti. Erano portatori di un nichilismo mistico, una religione che funziona come ideologia del castigo. Il saudita delle montagne non mise in campo forze convenzionali: mobilitò l’odio.L’odio che armato di un semplice taglierino valeva quanto e più di armi sofisticate. Non puntava a conquistare territori, questa sarà la sfida di jihadisti suoi eredi, quelli del Califfato. Voleva conquistare menti, promuovere la globalizzazione delle febbri e delle rabbie anti-occidentali.

Così i nostri schemi saltarono, le misure di polizia, la “sicurezza” devono abbracciare lo spazio planetario, sospendere le regole della democrazia e del diritto interno e internazionale. Devono, quelle eccezioni, durare generazioni, erigersi a permanenti. La spedizione punitiva in Afghanistan nelle mire dei parabolari della Casa Bianca divenne invasione, e poi sbaglio clamoroso in Iraq. La trappola di Bin Laden. La morale finisce quando si decide che tutti i mezzi sono buoni, che il fine giustifica i mezzi: era lì che il jihad totalitario voleva portarci. Tre anni dopo l’11 settembre gli americani scoprirono il volto sorridente di Lindye England, brillante soldatessa che tiene al guinzaglio, in posa con il pollice alzato, un arabo obbligato a muoversi a quattro gambe tra le grate di Abu Ghraib.

Nell’immagine: nella foto islamisti pachistani protestano dopo il raid ad Abbottabad del 2 maggio 2011 dove venne ucciso Bin Laden 


In Cile è ancora il 9/11

Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali 

Di Claudia Fanti, il manifesto

Erano circa le nove dell’11 settembre di 53 anni fa quando Salvador Allende, asserragliato nel palazzo della Moneda insieme ai suoi fedelissimi, veniva informato che un aereo era pronto a condurlo in salvo fuori dal paese. Come se per lui la fuga fosse accettabile. «Io non rinuncerò», aveva assicurato nel suo ultimo, immortale discorso, diffuso da Radio Magallanes in mezzo a rumori di esplosioni e spari: «pagherò con la mia vita la lealtà del popolo». Così, dopo aver organizzato l’evacuazione del palazzo, Allende si era diretto al Salón Independencia, si era seduto su un divano, si era messo tra le ginocchia il fucile AK-47 regalatogli da Fidel Castro e si era sparato.

E SE ALLA VERSIONE ufficiale del suicidio si sarebbero affiancate altre ricostruzioni, secondo cui il presidente, che una celebre foto ritrae con il casco e il mitra, sarebbe morto in uno scontro a fuoco, ciò che conta è che dalla Moneda, come aveva promesso, era uscito solo da morto, avvolto in un poncho e portato via dai soldati, come mostra un’altra foto passata alla storia. Ci aveva provato, Allende, a scongiurare il golpe. Il giorno prima, secondo quanto emerso da un audio che l’ex ministro degli esteri cileno Orlando Letelier aveva registrato nel 1974 all’uscita dal campo di concentramento di Isola Dawson, Allende aveva organizzato un pranzo di carattere riservato allo scopo di individuare le misure necessarie per fermare il colpo di stato in corso: la convocazione di un plebiscito proprio per quell’11 settembre e la rimozione di sei o sette generali identificati come golpisti, in attesa di procedere a depurare l’esercito anche a livelli più bassi. Non ci sarebbe stato il tempo.

Terminava così, nel modo più tragico, l’esperienza di governo di Unidad Popular, con le sue riforme economiche e sociali: la nazionalizzazione del rame e delle principali banche e industrie, l’espropriazione delle grandi proprietà terriere per ridistribuire la terra ai contadini e creare cooperative agricole, la tassazione delle plusvalenze, l’aumento dei salari, il miglioramento dei servizi sanitari pubblici, il potenziamento dell’accesso all’istruzione per le classi popolari.

Che gli Stati uniti lo accettassero era impensabile. Kissinger, all’epoca segretario di Stato di Nixon, si era attivato contro Allende addirittura prima che venisse eletto. Celeberrima, e agghiacciante, la frase da lui pronunciata in una riunione del 1970: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli».

QUALE INDICIBILE orrore sia avvenuto dopo è storia nota i carri armati per le strade, i rastrellamenti, i sequestrati ammassati nello Stadio Nacional della capitale, diventato il più grande campo di concentramento, detenzione e tortura a cielo aperto del paese, per il quale sarebbero transitate tra le 12mila e le 20mila persone, tra studenti, operai, sindacalisti, giornalisti ed esponenti politici legati al governo deposto.

Lì, in quello stadio, il 21 novembre di quell’ anno il Cile si sarebbe qualificato per i mondiali di calcio giocando da solo senza avversari, con un grottesco gol a porta vuota, a causa del rifiuto categorico dell’Unione sovietica di scendere in campo, decretato agibile dalla Fifa dopo un’ispezione sommaria, nonostante i prigionieri fossero stati semplicemente nascosti o trasferiti altrove.

Eppure, mentre in tutto il mondo cresceva la preoccupazione per le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Pinochet, Kissinger nel giugno 1976 portava i suoi omaggi al macellaio cileno: «Vogliamo aiutarti, non indebolirti. Hai reso un grande servizio all’Occidente rovesciando Allende».

Dopo 17 anni di dittatura, il «grande servizio all’Occidente» si sarebbe tradotto in oltre 3.200 persone scomparse o giustiziate e in più di 40mila vittime totali di abusi, arresti illegali e torture documentate, mentre, per il carnefice che quel servizio lo aveva offerto, i guai giudiziari sarebbero cominciati solo nel 1998, con il mandato di cattura internazionale emesso contro di lui dal giudice Baltasar Garzón per la scomparsa di cittadini spagnoli avvenuta durante la dittatura.

ACCUSATO DI GENOCIDIO, terrorismo e tortura, Pinochet viene arrestato a Londra, ma il 2 marzo 2000 il ministro dell’interno britannico Jack Straw lo rimette in libertà permettendogli di tornare in Cile. Incriminato finalmente anche nel suo paese, riesce a farla franca evitando una condanna definitiva e morendo d’infarto nel 2006, a 91 anni. A farla franca ha continuato anche da morto: 53 anni dopo il golpe, invece del sogno di Allende – quello dei «grandi viali per dove passerà l’uomo libero per costruire una società migliore» – è la realtà brutale della sua eredità a dominare la scena.

Dopo la clamorosa, inappellabile bocciatura della nuova Costituzione al plebiscito del 4 settembre 2022 – tragico epilogo della tumultuosa e feconda stagione politica avviata dall’estallido social del 2019 – e dopo l’altrettanto clamoroso fallimento di un governo il cui programma, se rispettato, avrebbe invece potuto cambiare il volto del paese, a conquistare la presidenza è stata addirittura l’estrema destra pinochetista: quella rappresentata da José Antonio Kast, figlio di un nazista, primo presidente ad aver votato a favore di Pinochet nel plebiscito del 1988 che avrebbe posto fine al regime militare, e ad averne sempre rivendicato orgogliosamente l’eredità. E anche il primo che non terrà alcuna cerimonia ufficiale per l’11 settembre.

COSÌ, MENTRE SOLO una parte del paese, in mezzo al revisionismo dilagante, ricorda il 53.mo anniversario del golpe, al congresso è in discussione una riforma costituzionale sulla sicurezza pubblica il cui tratto principale è dato dall’introduzione, in caso di minacce all’ordine interno, di uno stato d’eccezione per la durata di 120 giorni (prorogabili) che, senza bisogno di passare per il Congresso, concederebbe al presidente facoltà simili a quelle previste in tempo di guerra. Una riforma accompagnata da un disegno di legge rivolto a inasprire le sanzioni contro chi interrompe o ostacola la libera circolazione, con l’obiettivo di contrastare le barricate sulle strade.

Il presidente ha detto di non scartare a priori l’indulto ai condannati per crimini di lesa umanità commessi durante la dittatura. Pinochet, dalla sua tomba, non fa che ridere.

Nell’immagine: il palazzo presidenziale a Santiago, dopo il golpe militare contro Salvador Allende, (Cile, 1973)


Come rubare un emisfero

Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali 

Questa analisi del sito Reactionary.international, che sorveglia le attività delle destre internazionali, mostra bene le pratiche di manipolazione dei sistemi democratici attraverso l’uso di sistemi tecnologici (IA compresa) e della collusione con i mezzi di informazione. Pur analizzando quanto avvenuto e avviene tuttora in Sudamerica, non c’è motivo di credere che manipolazioni del genere non siano una realtà anche per Paesi a noi più vicini. Per ragioni di lunghezza riportiamo solo una parte del testo, che è disponibile per intero nel sito originale [ndr]


La sera del 10 febbraio 2026, Fernando Cerimedo è salito sul podio a Mar-a-Lago in occasione dell’Hispanic Prosperity Gala. L’evento, organizzato da un’organizzazione che si autodefinisce Latino Wall Street, prevedeva un intervento video del presidente argentino Javier Milei e la presenza in persona della presidente di Madrid, Isabel Díaz Ayuso. Cerimedo — cittadino argentino residente in Bolivia — ha ricevuto il premio come «Consulente politico ispanico dell’anno».

Durante il suo discorso, Cerimedo è passato all’inglese per ringraziare Brad Parscale, l’ex responsabile della campagna elettorale di Trump. «Grazie per aver creduto in me per tutto questo tempo», ha detto, «e per avermi fornito la vostra tecnologia». Noto per la sua attività di consulenza di alto livello in tutta l’America Latina, The Economist gli aveva attribuito un soprannome: «l’uomo del MAGA in America Latina». Altri lo hanno definito lo Steve Bannon latinoamericano.

Ma appena sei mesi dopo quel gala a Mar-a-Lago — all’aeroporto internazionale Viru Viru di Santa Cruz de la Sierra — la polizia boliviana ha arrestato Cerimedo con l’accusa di femminicidio mentre si preparava a imbarcarsi su un volo per Buenos Aires con una borsa piena di contanti.

La notte prima, due uomini travestiti da corrieri di cibo a domicilio avevano sparato a Nadia Beller, un’avvocatessa e attivista politica boliviana di 33 anni. Era incinta di quattro settimane del figlio di Cerimedo. Era stata attirata in un hotel di Santa Cruz con un messaggio anonimo che prometteva informazioni compromettenti sull’ex presidente Evo Morales. Gli aspiranti assassini hanno sparato tre colpi a bruciapelo, hanno rubato i suoi effetti personali, e sono fuggiti su una moto rubata quando la loro non è riuscita ad avviarsi. È sopravvissuta e, dal suo letto d’ospedale, ha iniziato a parlare.

La sua testimonianza ha ora scatenato uno scandalo che continua a propagarsi in tutta l’America Latina — anche se è rimasto in gran parte ignorato dalla stampa mainstream statunitense. Oggi, il suo racconto minaccia di far cadere i governi di destra in tutta la regione — governi che sono stati portati al potere dalle tattiche criminali di Cerimedo.

Ma sebbene Cerimedo sia senza dubbio uno dei principali protagonisti di questo gioco, non ne ha né stabilito le regole né dominato il campo di gioco. Sia individui che istituzioni negli Stati Uniti e in Israele — i nodi nazionali chiave dell’Internazionale Reazionaria — hanno investito massicciamente in questo riallineamento politico, consentendo ad agenti come Cerimedo di operare efficacemente in tutta la regione.

Tirare le conclusioni dal caso Cerimedo significa quindi vedere la vera architettura della nuova Operazione Condor: consulenti politici che fungono da strumenti della politica statale imperialista, con l’amministrazione Trump che utilizza i propri burattini per minare sistematicamente la democrazia in tutto l’emisfero occidentale.

All’interno della moderna macchina elettorale

Il tipo di attività svolta da Cerimedo non è storicamente senza precedenti. Consulenti stranieri come Parscale e Cerimedo operano in America Latina da oltre mezzo secolo, e il flusso di operatori politici latinoamericani tra i vari paesi non è un fenomeno nuovo.Sebbene molti paesi latinoamericani abbiano leggi che limitano il “denaro oscuro” non regolamentato, sia straniero che nazionale, nelle campagne elettorali — proprio come le loro controparti statunitensi —, tali norme presentano scappatoie sfruttabili o vengono raramente applicate. Inoltre, in passato è stato regolarmente scoperto che alcuni operatori politici avevano legami con élite nazionali corrotte o reti criminali.

Ciò che è cambiato radicalmente è che operatori come Cerimedo hanno ora accesso alle più recenti tecnologie per le campagne elettorali provenienti dagli Stati Uniti, le quali, anziché basarsi su tattiche mediatiche come le generazioni precedenti, si avvalgono degli strumenti del marketing e dei dati per rendere più efficaci altre strategie. Gli Stati Uniti spendono più di qualsiasi altro paese per le campagne elettorali; le sole elezioni federali del 2020 e del 2024 hanno registrato una spesa di circa 15 miliardi di dollari, con almeno 1,9 miliardi destinati alla pubblicità online. Gli esperti americani investono milioni nella ricerca di dettagli apparentemente banali — come il modo in cui la formattazione delle e-mail influisce sui tassi di donazione — ottenendo operazioni straordinariamente raffinate. Pertanto, gli americani non possiedono alcun vantaggio intrinseco né una conoscenza innata. Si tratta piuttosto, fondamentalmente, di una questione di risorse: hanno semplicemente accesso a un capitale di gran lunga superiore rispetto alle loro controparti internazionali, il che permette loro di perfezionare i propri metodi in modo più approfondito.

Il sistema nervoso centrale di una campagna: il database

L’elemento fondamentale dell’infrastruttura delle campagne moderne che Cerimedo e Brad Parscale hanno implementato è un database della campagna, nel loro caso Campaign Nucleus. Funziona come un sistema di gestione delle relazioni con i clienti, simile a quelli utilizzati nel mondo degli affari, consentendo alle campagne di consolidare e gestire tutti i dati relativi agli elettori e ai membri in un’unica sede centralizzata.

Questi database possono segmentare gli elettori in base alla zona geografica, all’età, alla storia di voto e a numerose altre variabili. Una campagna può facilmente identificare, ad esempio, gli elettori maschi di età compresa tra i 18 e i 26 anni in una regione specifica che sono stati membri attivi del partito per due anni, per poi inviare tale elenco agli organizzatori di eventi che pianificano iniziative di sensibilizzazione rivolte ai giovani sostenitori di sesso maschile.

In confronto, molti partiti si affidano ancora a fogli di calcolo per la gestione dei membri, collegati solo a servizi di posta elettronica in grado di inviare e-mail con funzionalità aggiuntive minime. Laddove tali partiti dispongono di database, in genere replicano la tecnologia statunitense o acquistano piattaforme direttamente da aziende americane.

Dati sugli elettori: cosa sanno di te le campagne elettorali

Con un database operativo, le campagne possono estrarre dati da molteplici fonti per costruire profili dettagliati degli elettori: registri pubblici di affiliazione ai partiti, liste elettorali, attività di propaganda porta a porta e database commerciali. Questa combinazione consente alle campagne di modellare il comportamento di voto individuale con notevole accuratezza, un servizio che Brad Parscale offre tramite Campaign Nucleus.

La profondità dei dati disponibili è sbalorditiva. Questi profili utilizzano dettagli personali intimi quali l’orientamento sessuale, l’etnia, la situazione finanziaria e persino il possesso di animali domestici. E questi dati non vengono utilizzati solo dagli operatori politici; anche i broker di dati commerciali creano profili simili. McDonald’s, ad esempio, ha compilato un dossier di 500 pagine su un singolo cliente per prevedere i futuri modelli di consumo. E questo tipo di dati viene utilizzato dalle campagne elettorali per capire per chi è più probabile che tu voti.

Cambridge Analytica operava proprio in questo ambito. L’unica differenza era che attingeva dati da Facebook senza il consenso degli utenti. Eppure decine di aziende concorrenti offrono servizi simili, e i dati di Facebook non sono stati significativamente più utili alla campagna di Trump del 2016 rispetto ai dati analoghi a disposizione della Clinton. Lo scandalo Cambridge Analytica è stato semplicemente una rivelazione precoce e parziale di come funzionano effettivamente le moderne campagne elettorali americane.

Attraverso Campaign Nucleus, Brad Parscale può elaborare costosi profili degli elettori, tuttavia in un modo che non è fondamentalmente diverso dai database di marketing commerciale. L’innovazione non risiede nella raccolta dei dati, ma nella loro applicazione: la stessa infrastruttura utilizzata per vendere automobili viene ora impiegata per promuovere i candidati. E operatori come Cerimedo sono tra i primi a utilizzare questi database per le elezioni in America Latina.

Targeting: identificare e persuadere gli elettori

Queste variabili vengono analizzate e inserite in un modello predittivo che identifica due gruppi prioritari: i sostenitori convinti del partito che votano in modo incostante e gli elettori costanti che possono essere persuasi a schierarsi dalla propria parte. Questi modelli si basano su dati demografici e sono quindi imperfetti; potrebbero classificare erroneamente alcuni elettori, ma è proprio per questo che le informazioni vengono attinte da fonti multiple. Sebbene i punteggi forniscano solo indicazioni approssimative, consentono alle campagne elettorali di escludere persone che, ad esempio, hanno una probabilità del 95% di essere ostili al proprio partito.

Si consideri un uomo di 57 anni, proprietario di armi da fuoco, con un passato di servizio militare, residente in una zona conservatrice, che ha fatto donazioni al partito ma vota in modo incostante. Un elettore del genere verrebbe probabilmente preso di mira dai promotori conservatori, poiché una visita porta a porta garantirebbe probabilmente che si rechi alle urne. Al contrario, una studentessa universitaria di 23 anni che vive nella stessa famiglia verrebbe probabilmente ignorata del tutto, poiché un coinvolgimento sarebbe improduttivo data la sua probabile inclinazione verso sinistra, in linea con la tendenza globale delle giovani donne a propendere per la sinistra.

Naturalmente, determinare quali elettori prendere di mira è solo metà della battaglia; la domanda diventa quindi: quale messaggio è più efficace? È qui che entrano in gioco le analisi. Consulenti come Brad Parscale utilizzano sondaggi, focus group e test A/B sugli annunci online per valutare cosa riscuote maggiore riscontro. Misurando le risposte attraverso vari indicatori, le campagne possono perfezionare i propri messaggi e identificare quali approcci funzionano meglio.

Grazie a un solido database degli elettori e all’analisi dei dati, le campagne possono anche personalizzare i messaggi per specifici sottogruppi. Un programma di direct mail o online potrebbe rivolgersi agli elettori più giovani con messaggi ambientali (sulla base di dati dei sondaggi che dimostrano come questo tema trovi riscontro in quella fascia demografica), mentre gli elettori sindacalizzati ricevono messaggi su salari e condizioni di lavoro. Esistono inoltre prove che questo targeting sia stato utilizzato per scopi più loschi nelle elezioni latinoamericane.

Creare consenso: influencer, bot e amplificazione artificiale

La pubblicità online offre uno dei metodi di targeting più convenienti, in particolare quando si sfruttano le analisi dei dati. In questo contesto, il marketing degli influencer è emerso come una strategia fondamentale: le campagne si affidano sempre più a personalità online per amplificare il proprio messaggio. Negli Stati Uniti, le principali campagne pagano abitualmente decine di migliaia per ogni post di un influencer per raggiungere il proprio pubblico, poiché gli elettori si fidano delle persone che seguono ogni giorno online piuttosto che delle parole di un porta a porta qualsiasi. Ecco perché il marketing degli influencer è diventato onnipresente online: perché è efficace. A volte, i destinatari potrebbero persino non rendersi conto di stare guardando una pubblicità. E l’azienda di Parscale, Influencable, si dedica proprio a questo tipo di attività.

Ma oltre a sfruttare la portata organica, è possibile amplificarla artificialmente. Gli annunci a pagamento sui social media funzionano, ma sono costosi e contrassegnati come pubblicità. Brad Parscale offre servizi di ottimizzazione e coordinamento per aumentare la portata degli influencer conservatori. L’alternativa più schietta — e uno dei servizi offerti da Cerimedo — sono i bot. In un’intervista del 2023, ha affermato di gestire oltre 50.000 account bot, il che gli permette di simulare un coinvolgimento organico.

Tuttavia, i post provenienti da account casuali su Twitter o Instagram sono considerati meno attendibili rispetto a un sito di notizie ufficiale. Ecco perché Cerimedo ha creato La Derecha Diario (La Destra Quotidiana). Le persone percepiscono i contenuti provenienti da un sito web simile a un giornale come più attendibili rispetto a un post casuale sui social media. Il formato della testata, il suo nome, il suo design e un titolo sovrapposto a un’immagine conferiscono un’apparente autorevolezza.

Negli ultimi anni, Cerimedo e La Derecha Diario hanno in parte aggiornato la strategia: video modificati in modo ingannevole con didascalie fuorvianti, o immagini con titoli sovrapposti, progettati per apparire come notizie autentiche. L’obiettivo è la condivisibilità. Quando il contenuto viene condiviso nelle chat di gruppo familiari, anziché essere trattato come pubblicità a pagamento, le persone lo accettano più prontamente. Sembra una notizia vera, quindi credono che lo sia.

Un post con un milione di “mi piace” si diffonde ulteriormente e conferisce credibilità; se un milione di persone lo ha apprezzato, si ragiona, deve essere vero, e le notizie false, se amplificate a sufficienza, possono influenzare le convinzioni.

Automatizzare la persuasione: l’uso dell’IA nelle campagne elettorali

Oltre alla manipolazione dei social media, i servizi di IA rappresentano un’offerta chiave nel portafoglio di Brad Parscale. La sua azienda, Eyes Over, sostiene di offrire un monitoraggio dei social media basato sull’IA, un servizio a cui le campagne elettorali hanno accesso da tempo e che è del tutto possibile realizzare senza ricorrere a grandi modelli linguistici. Sebbene l’IA possa sicuramente potenziare tali strumenti elaborando in modo concreto grandi volumi di dati non strutturati, queste capacità erano in gran parte già presenti prima della recente diffusione del marchio “IA”.

Parscale ha tuttavia sviluppato altri utilizzi per l’IA. Tra questi vi è un sistema di campagne di invio di SMS di massa basato sull’IA. Tradizionalmente, le persone inviano manualmente migliaia di SMS e rispondono utilizzando un linguaggio prestabilito dalla campagna. La sua versione elimina la necessità di risposte manuali da parte degli operatori, automatizzando le risposte con messaggi generati dall’intelligenza artificiale e rendendo l’operazione molto più fattibile su vasta scala. In particolare, Parscale ha creato siti web ottimizzati per essere utilizzati da grandi modelli linguistici come ChatGPT e Claude con messaggi filoisraeliani, modificando successivamente le loro risposte alle richieste degli utenti.

E sebbene non vi siano prove che Parscale offra questi servizi, permangono questioni più ampie sull’uso delle campagne basate sull’IA, come la creazione di deepfake per diffondere notizie false e persino la più generalizzata “slopaganda”, in cui l’IA viene utilizzata per produrre immagini e video destinati a suscitare rabbia e provocare una reazione.

Tuttavia, l’efficacia non deriva da tattiche isolate, ma dalla loro integrazione, poiché queste tattiche si alimentano a vicenda. Non dovrebbero essere considerate «brain hacking», né questi strumenti possono cambiare radicalmente le opinioni politiche di qualcuno. Eppure sono innegabilmente efficaci. Integrati tra modellizzazione degli elettori, mobilitazione degli influencer e manipolazione algoritmica, questi strumenti possono influenzare i risultati elettorali in modi che rimangono difficili da individuare o tracciare. L’impatto diventa particolarmente marcato in scenari asimmetrici: quando una parte impiega questi strumenti in modo aggressivo mentre l’altra non lo fa, il vantaggio può rivelarsi determinante. Questo è esattamente ciò che Cerimedo e Parscale possono offrire.

Israele: il nodo eccezionale nella rete

Ma mentre questi strumenti possono essere utilizzati da attori semiprivati come Cerimedo e Parscale, vi sono anche prove evidenti che anche attori statali siano stati disposti a ricorrervi. Uno degli esempi più lampanti è Israele, che ha fatto della costruzione di influenza tra la destra latinoamericana uno dei suoi principali obiettivi di politica estera.

Israele è stato uno dei primi paesi a importare sistematicamente consulenti elettorali americani e ad adottare il modello elettorale statunitense, ingaggiando per decenni famosi membri dello staff elettorale, con il primo caso noto che risale addirittura al 1977. L’allineamento strategico tra i due paesi si è naturalmente esteso alle loro operazioni politiche. Oggi nessun partito politico israeliano è considerato «serio» senza competenze americane al proprio interno.

Tuttavia, gli israeliani hanno sviluppato una propria cultura della consulenza, e questi attori sono stati coinvolti nella sua politica estera per decenni. I leader politici di paesi come la Serbia, la Grecia, l’Albania, e l’Ucraina si sono avvalsi di consulenti legati al governo israeliano. Esistono senza dubbio molti altri accordi di questo tipo che rimangono segreti.

Israele ha inoltre sviluppato un vasto ecosistema di aziende private e istituzioni parastatali per esercitare la propria influenza. Nel marzo 2026, un’azienda di social media filoisraeliana ha preso di mira «La France Insoumise», un partito di sinistra filopalestinese, durante le elezioni locali nel paese. Successivamente si è scoperto che la stessa società era attiva anche nella corsa alla carica di sindaco di New York (vinta da Zohran Mamdani), nelle elezioni scozzesi e nelle competizioni elettorali in Togo e in Angola. Più o meno nello stesso periodo, Black Cube, una società di intelligence israeliana, è intervenuta nelle elezioni slovene — il cui governo era uno dei più filopalestinesi d’Europa — sorvegliando il primo ministro in carica per ottenere materiale compromettente. La stessa società ha preso di mira anche il presidente di Cipro, una nazione di importanza strategica per Israele.

Sebbene non sia chiaro quanto lo Stato israeliano sia coinvolto in queste operazioni, dato che tali società possono essere ingaggiate privatamente, il governo israeliano mantiene comunque un controllo sulle loro attività e può bloccarle se non sono in linea con gli interessi dello Stato. La sua capacità di monitorare e fermare tali operazioni suggerisce, come minimo, un’approvazione tacita.

Inoltre, lo Stato ha la possibilità di finanziare direttamente queste campagne. Attualmente, Israele stanzia circa 730 milioni di dollari all’anno per l’hasbara, il termine che utilizza per indicare le campagne di influenza. Negli Stati Uniti, ha convogliato milioni a Brad Parscale per mantenere gli elettori di Trump su una posizione filoisraeliana e sta spendendo altri milioni in pubblicità mirata agli elettori evangelici. Questa spesa statunitense rappresenta solo una frazione delle risorse disponibili di Israele per l’hasbara. Di fronte al crescente isolamento internazionale, Israele ha sistematicamente cercato nuovi alleati attraverso vari mezzi, con un’attenzione strategica alla costruzione di relazioni con i movimenti di estrema destra, in particolare in America Latina.

Segue un’analisi dettagliata sulla situazione in diversi paesi, che tralasciamo [ndr]

Conclusione

Sebbene molto rimanga ancora da scoprire — e le indagini pubbliche in paesi come il Cile riveleranno senza dubbio ulteriori dettagli — il quadro generale è già chiaro: un bugiardo seriale diventato esperto di marketing che si è proposto come specialista nelle campagne sui social media, ricorrendo a bot e altre misure manipolative per amplificare la propria influenza. Queste competenze, insieme al legame con Javier Milei, lo hanno reso abbastanza prezioso da essere reclutato da consulenti elettorali legati all’apparato statale statunitense, che lo hanno utilizzato nell’ambito della loro guerra su più fronti contro la sinistra latinoamericana, nella speranza di trasformare la regione sotto l’egemonia degli Stati Uniti.

Ma permangono diverse domande cruciali. Cerimedo ha affermato di lavorare gratuitamente per clienti di spicco come Rodrigo Paz, ma allo stesso tempo ha dichiarato che ingaggiarlo era costoso. Il denaro proveniva da qualche parte. Ha riferito di guadagnare quasi un milione di dollari al mese grazie al suo lavoro, e si è scoperto che 44 milioni sono transitati attraverso un portafoglio bitcoin di proprietà di Cerimedo, una somma paragonabile ai contratti dichiarati da Parscale negli Stati Uniti per conto di Israele.

In particolare, siamo a conoscenza del lavoro di Parscale per conto di Israele solo perché la legge statunitense ne impone la divulgazione. Poiché il governo israeliano stanzia annualmente 730 milioni di dollari per le operazioni di Hasbara 34 e ha dimostrato un chiaro interesse nell’insediare governi filo-israeliani in tutta l’America Latina, è del tutto plausibile che alcune di queste risorse vengano impiegate nella regione. La biografia su Twitter di Fernando Cerimedo offre un indizio rivelatore: mostra le emoji delle bandiere di cinque paesi: la sua nativa Argentina, la Bolivia, l’Honduras, gli Stati Uniti e Israele.

Il suo arresto potrebbe alla fine accelerare il crollo anticipato della presidenza di Rodrigo Paz, data la profonda interconnessione di Cerimedo con il governo. Certamente, Cerimedo non è mai stato eletto dal popolo. Tuttavia, se ciò dovesse semplicemente innescare elezioni anticipate, ben poco impedirebbe alle stesse forze che hanno manipolato le ultime elezioni boliviane di ripetere il processo.

I governi che intendono proteggere la propria democrazia devono ora regolamentare l’ecosistema di influencer a pagamento, bot e dati utilizzati come arma contro i processi democratici, assicurandosi che questi attori stranieri non possano intervenire con la stessa facilità. I governi potrebbero, ad esempio, attuare alcune misure normative semplici, come vietare i pagamenti agli influencer che sostengono governi o interessi stranieri.

Ma se Cerimedo dovesse uscire dalla scena politica, gli attori parastatali israeliani e americani — Parscale, Black Cube, Black Core e altri — rimarranno, conservando l’accesso agli stessi strumenti di marketing e alle liste elettorali che hanno reso più efficace il lavoro di Cerimedo. L’unica differenza è che dovranno trovare un nuovo partner locale attraverso il quale poter vendere i propri strumenti e sostenere le loro posizioni.

Sebbene Cerimedo avesse coltivato una rete di bot e costruito un’influenza concreta attraverso un apparato di disinformazione di destra incentrato su La Derecha Diario, la sua stessa ammissione ha rivelato la verità fondamentale: la tecnologia e il supporto operativo provenienti dagli Stati Uniti si sono rivelati di gran lunga più efficaci dei suoi sforzi personali.

Come affermava nel suo annuncio della partnership con Brad Parscale: «L’arrivo di Campaign Nucleus e Eyes Over nella regione potrebbe rivoluzionare le campagne elettorali in America Latina». Cerimedo potrebbe essere messo da parte e la sua rete di bot potrebbe diventare inattiva, ma Parscale può facilmente trasferire questa infrastruttura a un altro operatore. Eyes Over stessa possiede capacità di rilevamento dei bot, quindi non è che il lavoro di Cerimedo sia unico o particolarmente degno di nota. Era semplicemente il volto incaricato della sua implementazione in tutta l’America Latina.

Considerando quanto profondamente questa rete sia integrata nell’apparato statale americano, Cerimedo non va inteso come l’artefice di questa strategia, bensì come una pedina dell’ultima incarnazione della Dottrina Monroe. Se dovesse diventare solo il capro espiatorio, la rete continuerà a minare la democrazia senza ostacoli. La vera minaccia non risiede in un singolo uomo, ma nel sistema che lo ha prodotto. E continuerà a produrne altri, anche se Cerimedo dovesse trascorrere il resto dei suoi giorni a marcire in prigione.


Trump, show a Dallas per sbancare le Midterm: “Se vinciamo, 5mila dollari a tutti gli americani”

Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali 

Di Alberto Simoni, La Stampa

DALLAS. «In 55 giorni gli americani andranno a votare in una delle più importanti elezioni della nostra storia. Il vostro voto deciderà se il Paese inciamperà ai blocchi di partenza dei suoi prossimi 250 anni, oppure se balzerà in avanti senza mai più voltarsi indietro». Donald Trump chiude la prima serata della Convention per le Midterm– una prima volta assoluta nella storia Usa – chiamando il suo popolo alla mobilitazione.

Tiene un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas, (l’arena dei Mavericks dell’Nba) in cui salta dalla partitura del teleprompter all’improvvisazione in cui snocciola battute e aneddoti come fosse in un rally. E in fondo questa Convention è un’estensione di un mega comizio, a condirlo ci sono gli interventi di alti big e personalità repubblicane.

Se la partecipazione misura l’entusiasmo e anticipa la mobilitazione repubblicana in vista delle Midterm, qualche brivido deve essere corso fra le file del Gop. Un’ora prima dell’intervento del presidente l’arena piena al 60 per cento, il terzo anello deserto. Quando parla il leader la percentuale si alza di poco e gli spazi vuoti colpiscono. Trump finge di non vederli.

Lo schema lungo il quale si muove il presidente è quello previsto: dipingere le prossime elezioni come la contrapposizione fra cui ha «un’agenda che distrugger le finanze e ha portato a quattro anni di disastri e morto sotto la gestione di Sleepy Biden» e chi invece «vuole finire il lavoro iniziato nei più grandi primi due anni della storia della presidenza». In sintesi, dice Trump, la scelta è semplice: «consegnare il futuro dell’America alla sinistra radicale o votare repubblicano e lasceremo il mondo mangiare la polvere per le generazioni a venire».

È il canovaccio su cui si snoda tutto il discorso con il presidente che ha riassunto “i successi” della sua Amministrazione, dagli ingressi di illegali dal confine Sud azzerati; al grande taglio delle tasse contenuto nel Big Beautiful Bill approvato lo scorso anno; alla riduzione del prezzo dei farmaci; alla fine delle tasse sul lavoro straordinario, sulla social security e sulle mance; alle tariffe che hanno riportato lavoro negli Usa e a 19mila miliardi di investimenti dall’estero. Tutte cose, spiega Trump, che «non avrei fatto senza l’aiuto dell’incredibile maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato».

È questo schema che deve ripetersi quindi la sera del 3 novembre quando gli americani si saranno espressi nelle elezioni di Midterm.

Quando Trump parla da un’ora, consegna al pubblico, “la notizia”. Che è una promessa: quella di destinare 5mila dollari in dividendi per ogni adulto se i repubblicani manterranno la maggioranza al congresso. Unica condizione – precisa – è che i soldi siano spesi negli Stati Uniti.

È il tentativo, molto concreto, di corteggiare una fetta di elettori ben più ampia della sua base Maga che ancora lo adora (popolarità al 90%) e cercare voti fra gli indipendenti e i moderati.

Trump ha dipinto gli avversari democratici – oltre che con il nomignolo coniato di recente di “Dumbcrats” – come radicali estremisti di sinistra, ormai andati ben oltre il socialismo e appiattiti su una agenda comunista. Sono iperboli retoriche, che hanno però buon gioco e semplice utilizzo. In quasi tutti gli interventi della prima giornata della Convention infatti gli oratori hanno evidenziato la svolta “comunista” dei democratici.

Oltre a battute e gestualità che hanno strappato risate e boati, Trump è stato anche molto concreto nell’indicare quali sono i bersagli su cui ci si deve concentrare per mantenere la maggioranza repubblicana. Il Senato soprattutto dove i pericoli vengono da Texas, North Carolina e Michigan. Ha citato i rivali Roy Cooper, James Talarico e Abdul El Sayed e chiesto di sostenere i repubblicani per i quali ha aggiunto è pronto a fare campagna elettorale e a visitare gli Stati in bilico “non una ma più volte”. Di fatto l’annuncio che i prossimi 55 giorni, la sua presidenza diventerà itinerante e che comizi ve ne saranno molti a sostegno dei candidati “pericolanti” del Gop.

Questa sera Trump farà il bis, chiuderà la due giorni di lavoro ma «non ripeterò le stesse cose, sarò breve, dirò che vi voglio bene».

Il duello delle Midterm è ormai partito, i termini della sfida ormai delineati. Se il messaggio della Convention sarà efficace e avrà perforato le resistenze dei moderati scettici sulla direzione del Paese lo si capirà però solo il 3 novembre.


IA, le dimissioni shock del ricercatore di Anthropic: “Così è a rischio l’umanità”

Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali 

Di Federico Ferrazza, La Repubblica

Jacob Coxon ha 27 anni ed è un informatico britannico. Si occupa di pre-addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. In altre parole, somministra enormi quantità di dati agli algoritmi cosicché questi possano imparare a essere autonomi per eseguire un compito qualsiasi: la scrittura di un testo, la realizzazione di un video, una decisione aziendale e così via.

Coxon lavora in Anthropic, uno dei colossi statunitensi dell’IA. O meglio: lavorava. Sì, perché ieri ha annunciato le sue dimissioni con una serie di post sul social X, l’ex Twitter. L’informatico ha motivato così la sua decisione: «Ho trascorso gli ultimi tre anni sia in OpenAI (l’azienda di ChatGpt, ndr) che in Anthropic. Nessuna delle due sta agendo responsabilmente. Stanno giocando d’azzardo con le nostre vite. Presto l’IA sarà in grado di hackerare qualsiasi cosa e rivoluzionare ogni campo dall’oggi al domani. Le persone che costruiscono questa tecnologia pensano che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio».

Un allarme che in queste ore sta facendo discutere molto. In tutto il mondo. Anche perché a rafforzare i timori di Coxon ci sono state, subito dopo le sue dimissioni, le dichiarazioni di chi Anthropic non l’ha (ancora?) lasciata. Un altro dirigente dell’azienda statunitense, Evan Hubinger, ha detto: «Jacob ha ragione, crediamo che l’IA potrebbe uccidere tutti gli esseri umani! Penso che ci sia più del 10% di probabilità entro il prossimo decennio. Anthropic sta facendo del suo meglio per scongiurare questa eventualità, ma non abbiamo ancora un piano e non siamo sulla strada giusta per farlo».

Il caso di Coxon non è isolato. Negli ultimi tempi in molti hanno assunto toni apocalittici parlando di IA. Alla fine di agosto il fondatore di Microsoft, Bill Gates, in una intervista al New York Times aveva parlato delle sue paure degli algoritmi: dalla disoccupazione di massa al bioterrorismo. Parole che a loro volta avevano seguito quelle di Sam Altman (fondatore di OpenAI), Dario Amodei (Anthropic) ed Elon Musk (xAI). Che, con argomenti diversi, hanno detto la stessa cosa: si sta costruendo la tecnologia più importante della Storia; ma al tempo stesso quella stessa tecnologia potrebbe diventare incontrollabile. E letale per l’umanità.

L’aspetto curioso, e per certi versi inquietante, è però che sono proprio coloro che sviluppano IA a metterci in guardia. Per questo molti osservatori sostengono che si tratti anche di una precisa strategia di marketing. Soprattutto per aziende, come OpenAI e Anthropic, prossime alla quotazione in borsa. Perché più a una tecnologia si riconosce potere, più aumenta il valore di chi la sta costruendo.

Ma, al netto delle mosse tattiche di questi colossi e delle previsioni di una fine del genere umano entro quattro anni, ci sono degli elementi che non possono essere sottovalutati. Primo perché nessun laboratorio ha ancora risolto il problema dell’allineamento, cioè la garanzia che un’IA segua sempre e alla lettera le intenzioni umane. Lo stiamo vedendo con i sempre più frequenti attacchi hacker “autonomi”, cioè quando i software sfuggono al controllo dei loro programmatori. E poi c’è la corsa, sempre più veloce, alla cosiddetta intelligenza artificiale generale (Agi), quella teoricamente in grado di simulare e superare quella umana. Che, nonostante gli allarmi delle aziende, nessuno vuole rallentare per una banale questione di competizione. OpenAI corre perché Anthropic corre, e viceversa. Ed entrambe guardano alla Cina: decelerare significherebbe lasciare il vantaggio a concorrenti meno scrupolosi di paesi peraltro “nemici”. È il vecchio paradosso della corsa agli armamenti applicato all’IA: a parole nessuno vuole accelerare, ma nessuno può permettersi di rallentare per primo.

Come se ne esce? Servirebbero soggetti terzi forti, esterni quindi alle aziende, che siano in grado di autorizzare o meno lo sviluppo o l’ingresso sul mercato delle IA. Autorità che non dovrebbero prevedere la partecipazione degli stessi colossi tecnologici, come invece loro chiedono. Fare, insomma, come accade per altri settori industriali: per esempio, quello farmaceutico, dove le aziende non decidono da sole cosa vendere. Ci sono controlli indipendenti, autorizzazioni su più livelli, verifiche degli Stati.

E poi si dovrebbe abbandonare il racconto di una tecnologia capace di distruggere l’umanità. Non aiuta a comprendere quali sono i rischi reali. L’IA non ci spazzerà via da questo pianeta ma potrebbe concentrare il potere economico nelle mani di poche aziende; precarizzare gran parte del lavoro; aiutare a manipolare l’informazione; rendere più efficaci cyberattacchi e criminalità; facilitare la progettazione di armi, anche biologiche; aumentare la sorveglianza; automatizzare le decisioni che riguardano diritti e libertà. Gli scenari alla Terminator lasciamoli ai film. Iniziamo a occuparci delle questioni reali.

Nell’immagine: Jacob Coxon


Debito USA, crisi del dollaro, grandi investitori e intervento politico

Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali 

Intervista di Alberto Deambrogio, Alternativa

Christian Marazzi, la nuova leadership della Federal Reserve si trova a operare in un contesto di fortissima pressione politica da parte dell’amministrazione Trump, che spinge per un controllo più diretto sui tassi d’interesse. Assistiamo, per un altro verso, a una pratica annunciata di Kevin Warsh che sembra ribadire i fondamentali della politica monetarista di sempre. Dove può portare questa tensione? Quali punti di ricaduta vedi?

In queste ultime settimane abbiamo assistito all’emergere di una contraddizione, o tensione come dici tu, tra la Fed e il Tesoro, tra Warsh e Bessent, che, di fatto, ha a che fare con il processo di trasformazione in divenire guidato dall’Intelligenza Artificiale (IA) e a tutto ciò che le sta attorno, in particolare gli immensi investimenti infrastrutturali nei data center. Certo, il triangolo debito pubblico-inflazione-tassi d’interesse è all’origine della confusione che abbiamo visto sui mercati dei Treasury americani, un mercato enorme e fondamentale per la conduzione della politica monetaria, che sta rapidamente perdendo la fiducia degli investitori, più in generale dei mercati. In agosto abbiamo assistito a un po’ di tutto.

Vediamo con ordine: per frenare la svalutazione dello yen, Bessent ha pensato bene di usare gli euro, non i dollari, e questo senza dire niente alla Bce. Roba da matti, che però segnala l’indifferenza americana verso il destino dell’Europa. Con questi euro si sono quindi acquistati yen, lo yen si è rivalutato un pochino, salvo poi dopo pochi giorni ritornare ai livelli di prima dell’intervento americano. Il senso dell’operazione statunitense era questo: evitare che la Banca centrale giapponese vendesse Treasury americani per, con i dollari così ottenuti, intervenire lei a sostegno degli yen.

In breve, per schermare il debito federale, per evitare la vendita dei titoli di Stati e quindi l’aumento dei rendimenti su questi titoli obbligazionari, Bessent ha cercato, con un atto di pirateria monetaria, di impedire l’aumento dei tassi soprattutto sui titoli a lungo termine. Col risultato brillante che: lo yen si è comunque svalutato e la Banca centrale giapponese sarà così costretta in qualche modo a vendere titoli americani (o di altri paesi, non si sa) o, come sta facendo, ad aumentare i suoi tassi di interesse (che però fanno rimpatriare capitali dagli Stati Uniti!); l’euro, dopo un indebolimento di breve tempo, è tornato ai suoi livelli ma, soprattutto, i rendimenti sui Treasury sono aumentati!

Naturalmente questo non è piaciuto a Warsh che si trova a dover garantire una politica di bassi tassi di interesse per il semplice fatto che è stato messo lì a capo della Fed da Trump per fare questo. Ai mercati la promessa di Bessent di rilanciare una politica di Quantitative Easing (QE) in settembre, cioè di nuovo con acquisti massicci di Treasury da parte dello Stato, non sembra aver fatto né caldo né freddo, infatti i rendimenti sui titoli a trent’anni sono aumentati in modo significativo, con conseguenze pesanti sul costo del debito. Sono aumentati perché gli investitori, a fronte di un debito pubblico che aumenta in conseguenza delle politiche fiscali neoliberiste di sgravi sugli alti redditi e di spesa militare crescente, oltretutto con un tasso di inflazione destinato a rimanere elevato per un bel po’ di tempo a causa della guerra infinita in Medio oriente, i mercati – dicevo – chiedono rendimenti elevati per investire denaro sul debito pubblico.

Tieni conto che non c’è solo il problema di garantire l’attrattività dei Treasury statunitensi, ma anche quella delle obbligazioni private emesse dalle società americane (grandi e piccole) per continuare ad investire sempre di più nell’IA. Investimenti che comportano un forte e crescente indebitamento privato. E poi, per non farsi mancare niente, ci sono di debiti pubblici di tutti gli altri Paesi, avanzati e emergenti, che anche loro devono attrarre capitali per finanziare i loro debiti. La coperta dei grandi fondi di investimento è quindi tirata da diversi angoli.

Nel tuo lavoro hai spesso analizzato come la finanza penetri nella vita quotidiana delle persone. Oggi il governo del debito pubblico statunitense viaggia in parallelo con un’esplosione del debito privato e algoritmico dei cittadini. Di fronte alla strategia di Trump di espandere il deficit per finanziare deregolamentazione e tagli fiscali, come cambia la natura bioeconomica del debito americano? Questo modello può reggere nel lungo periodo senza provocare una crisi da “default sociale” o una rivolta delle classi sociali impoverite, intrappolate in un welfare sempre più finanziarizzato?

Fai conto che il 62% dei cittadini americani ha risparmio investito sul debito pubblico. Negli ultimi anni sono cresciuti molto i piccoli trader, con molti giovani alla ricerca di un po’ di soldi per far fronte al rincaro o anche solo per onorare i loro debiti contratti per studiare. Quindi la finanza permea la vita della maggioranza degli americani. Di fronte ai rischi di default finanziario di cui abbiamo appena parlato, ci sono le seguenti opzioni: o si cerca di ridurre il debito pubblico con l’aumento delle entrate, un tema questo neppure da toccare in questo periodo; o si spera (in realtà ci credono sempre in meno) nell’aumento della crescita indotto dagli investimenti nell’IA, ma questo farebbe aumentare i tassi di interesse per frenare l’aumento conseguente dell’inflazione; oppure si taglia la spesa sociale.

Naturalmente per l’amministrazione Trump è quest’ultima opzione quella migliore, ed è quello che secondo me succederà dopo le votazioni di novembre. La natura bioeconomica del debito americano si connota sempre in termini di povertà, povertà diffusa a causa di mancanza di accesso agli aiuti più immediati (foodstamps), ai servizi sanitari, agli spazi abitativi. Si sta passando dalla biopolitica alla tanatopolitica del debito pubblico, alla morte sociale per governare la vita. È prevedibile un’ondata di lotte sociali, di mobilitazioni contro il carovita, contro la proliferazione di data center nelle zone rurali, dove le comunità locali sono confrontate con la mancanza d’acqua tolta dai data center agli agricoltori e agli allevatori, contro la violenza dell’ICE contro i diritti degli immigrati.

Sta maturando una classe multiforme, una classe impossibile alla sintesi, alla riduzione all’Uno per la sua stessa composizione sociale e anche ideologica (la base MAGA, ad esempio, è fortemente contraria all’IA e ai data center). In questo senso si può parlare di possibile guerra civile.

Il debito USA è storicamente sostenuto dall’attività globale dei Treasury Bonds. Tuttavia, le spinte protezionistiche interne e a tendenza globale alla de-dollarizzazione (guidata dai BRICS+) rischiano di incrinare questo meccanismo. Qual è lo scenario di crisi internazionale più probabile nel medio termine? Ritieni che la Fed possa essere costretta a utilizzare il debito come vera e propria arma geopolitica, accettando il rischio di una frammentazione globale pur di salvaguardare la stabilità interna degli Stati Uniti?

La de-dollarizzazione è un processo in corso da più di vent’anni. Nel 2000 le riserve valutarie in dollari rappresentavano il 70%, ora il 58% (e anche meno, secondo alcuni studi). Ma è un processo lento che si gioca da una parte con la volontà dei paesi BRICS+ di creare una valuta internazionale alternativa e, dall’altra, con la capacità statunitense di continuare a governare il debito pubblico interno e quello estero (commerciale e bilancia dei pagamenti) con la cosiddetta “militarizzazione del dollaro” (weaponization) a furia di sanzioni, di misure tariffarie, di minacce verbali.

È qualcosa che non giova affatto alla stabilità del dollaro e del governo del debito pubblico. Proprio in questi giorni un fondo sovrano petrolifero norvegese ha deciso di liberarsi degli attivi in dollari, prevalentemente in Treasury. In un contesto di tensione sui mercati internazionali per attrarre capitali sui più diversi fronti, come abbiamo visto prima, la scommessa americana è sulle stablecoins, le valute digitali emesse da privati e legate (molto prevalentemente) al dollaro. Per legge questi strumenti monetari devono essere convertibili in un rapporto di uno a uno in dollari, e per garantire questa convertibilità le stablecoins si sono coperte da Treasury a breve.

Se un detentore di stablecoins vuole rendere liquido il suo attivo, ecco che gli Exchange (gli “uffici cambio”) lo asseconderanno con la vendita di Treasury per procurarsi dollari. Insomma, la partita si gioca tra sovranità monetaria pubblica, con la Bce che punta al lancio di una moneta digitale centrale pubblica, e sovranità monetaria privata, attraverso la proliferazione di monete digitali in qualche modo legate al dollaro. C’è anche da dire che se si vuole creare una moneta internazionale alternativa al dollaro, le vie sono due: o si instaura una vera moneta sovranazionale, come quella proposta da Keynes, il Bancor, e questo per evitare che una moneta nazionale funga da moneta internazionale, con tutti i vantaggi che questo ha comportato e continua a comportare (pagare le importazione con dollari e vendere il proprio debito ai detentori di dollari), oppure passare dal dollaro a qualche altra moneta nazionale, mettiamo lo yuan cinese.

A parte il fatto che i cinesi non hanno nessuna intenzione di aprire più di tanto i loro mercati finanziari, il problema sta nel manico. I cinesi hanno un surplus commerciale di oltre 735 miliardi di dollari da investire da qualche parte, di fatto sul debito pubblico americano. Questo surplus è ancora dovuto all’esportazione verso gli Stati Uniti, e questo alla faccia dei dazi imposti da Trump. I dollari così accumulati attraverso le esportazioni sono da sempre reinvestiti nel debito pubblico americano. Lo ricordava Marcello Minenna sul Sole24Ore di domenica 6 settembre: “Una co-dipendenza che nel 2004 Larry Summers definì l’equilibrio del terrore finanziario’. Vent’anni dopo il terrore è ancora lì, ma le armi sono cambiate.

Non è più la minaccia cinese di vendere i titoli americani a definirlo: è la minaccia americana di congelarli. A proposito di militarizzazione della politica monetaria… A meno che i cinesi, finalmente dopo averne parlato per anni, investano nel loro paese per rilanciare i consumi interni penalizzati dalla crisi economica immobiliare del 2023, questa co-dipendenza si può solo allentare dirottando gli investimenti cinesi in Europa. È possibile che l’Europa, del tutto svantaggiata dalle strategie americane, si riorienti verso i mercati asiatici, così da assicurare uno sbocco alle riserve valutarie accumulate con il surplus cinese. Con lo spostamento a destra in corso in Europa in questo frangente, questo scenario è improbabile. Più probabile è la lotta contro i tagli alla spesa sociale indotti dalle politiche monetarie e finanziarie americane.


Avvertimento serio prima del 7 ottobre. Netanyahu non ha informato nessuno

Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali 

Di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, Haaretz

Erano gli ultimi giorni di settembre del 2023. Gli attacchi terroristici infiammavano la Cisgiordania, folle di abitanti di Gaza protestavano regolarmente lungo la recinzione di confine e il Paese era sconvolto dal conflitto interno sulle leggi relative al colpo di Stato giudiziario. Chiunque osservasse gli eventi con lucidità poteva intuire che un’escalation era in agguato dietro ogni angolo.

Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed – noto come MBZ – era particolarmente preoccupato. «Me ne ha parlato spesso nei mesi precedenti la guerra», racconta il presidente Isaac Herzog, che intrattiene rapporti amichevoli con bin Zayed. «Mi trasmetteva costantemente messaggi secondo cui era necessario allentare la tensione. Ha persino inviato un inviato speciale in Israele che ha incontrato il primo ministro. L’emiro sembrava intuire che la regione fosse sull’orlo dell’esplosione».

Bin Zayed parlava anche direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Queste conversazioni seguivano una procedura standard: un rappresentante dell’ambasciata degli Emirati si recava nell’ufficio del primo ministro, portando con sé un dispositivo telefonico speciale che garantiva la riservatezza della chiamata.

Ma questa volta la chiamata avviata da bin Zayed era insolita. Una settimana e mezzo prima del 7 ottobre 2023, il sovrano degli Emirati ha chiamato Netanyahu dal Palazzo Presidenziale di Abu Dhabi e ha parlato con lui per 45 minuti.

In quella conversazione bin Zayed avvertì che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava pianificando un’operazione di grande portata contro Israele. Bin Zayed espresse preoccupazione per il fatto che l’evento in questione non solo avrebbe portato a uno spargimento di sangue, ma avrebbe anche destabilizzato l’intera regione e minato gli Accordi di Abramo.

Tre fonti straniere di alto livello sono a conoscenza del contenuto della conversazione, la cui esistenza viene qui rivelata per la prima volta. La sua divulgazione è il risultato di un’approfondita ricerca basata su decine di fonti in Israele e in tutto il mondo, tra cui funzionari di altissimo livello, nonché registrazioni, documenti interni e corrispondenza. La ricerca è stata condotta per il nuovo libro «Ostaggi: 843 giorni di abbandono» (Kinneret Zmora Publishing, in ebraico) dagli autori di questo articolo.

Alla telefonata era presente anche uno stretto consigliere di bin Zayed, un palestinese emigrato anni fa da Gaza ad Abu Dhabi e che manteneva forti legami con la Striscia. Secondo il consigliere, il sovrano degli Emirati ha sottolineato a Netanyahu la necessità di prepararsi alla minaccia.

«L’emiro ha spiegato che, secondo la sua valutazione, Sinwar si stava preparando per un evento di grande portata», afferma il consigliere. «Ha detto a Netanyahu che Israele avrebbe dovuto essere pronto. Allo stesso tempo, ha raccomandato di cercare una soluzione economica per la Striscia e di riportare la calma in Cisgiordania per evitare un’escalation».

Bin Zayed ha esortato Netanyahu a prendere sul serio la situazione. Con sua grande sorpresa, tuttavia, il primo ministro ha reagito con relativa calma. Netanyahu ha affermato che, secondo la sua valutazione, Hamas intendeva operare nell’area della Cisgiordania, e ha rassicurato bin Zayed che Israele era pronto ad affrontare qualsiasi scenario.

Il sovrano degli Emirati avrebbe poi raccontato la conversazione avuta con Netanyahu e l’avvertimento che aveva trasmesso anche al direttore della CIA William J. Burns. Bin Zayed ha condiviso con Burns la sensazione che aveva cercato di trasmettere a Netanyahu, ovvero che «qualcosa lì sta per esplodere», e gli ha riferito che il primo ministro israeliano riteneva che l’area instabile fosse, di fatto, la Cisgiordania.

«L’emiro sperava che, nonostante la sua risposta riservata, Netanyahu avrebbe preso sul serio il messaggio e agito di conseguenza», afferma il consigliere. Nessuno di loro immaginava che il primo ministro avrebbe ascoltato il messaggio senza però informarne i vertici delle forze armate. Il capo dello Shin Bet, il capo del Mossad, il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane: nessuno di loro era a conoscenza dell’avvertimento di bin Zayed.


Per comprendere da dove provenisse quell’insolito avvertimento, e perché proprio attraverso il presidente degli Emirati Arabi Uniti, occorre tornare a ciò che era accaduto dietro le quinte nei mesi precedenti. In quei mesi, con la conoscenza e l’approvazione di Netanyahu, Israele ha tenuto colloqui con Hamas su una «hudna», una tregua temporanea volta a promuovere un accordo a lungo termine nella Striscia di Gaza.

I contatti sono iniziati in segreto all’inizio del 2023, in coincidenza con l’ascesa al potere del governo di estrema destra di Netanyahu. Sinwar ha incaricato Ghazi Hamad, membro dell’ufficio politico di Hamas, di questa missione. Hamad parla correntemente l’ebraico ed era stato coinvolto nei contatti segreti per il rilascio del soldato rapito Gilad Shalit. Allo stesso tempo, è stato reclutato un alto funzionario di Fatah, anch’egli fluente in ebraico. Il funzionario, che qui verrà indicato come “Coal Eyes” (uno pseudonimo, per motivi di cautela), è noto per la sua reputazione di figura affidabile, accettabile sia per Hamas che per lo Shin Bet. Il suo ruolo era quello di trasmettere messaggi tra le parti, in modo che non sembrasse che ci fosse un contatto diretto tra Hamas e Israele.

In pratica, queste conversazioni erano praticamente dirette. Ghazi Hamad e Coal Eyes si sedevano nella casa di Nasser Sarraj , che in precedenza aveva ricoperto la carica di vicedirettore del Ministero degli Affari Civili dell’Autorità Palestinese, a Gaza. Dall’altra parte della linea, sul versante israeliano, c’era il funzionario dello Shin Bet responsabile degli ostaggi e delle persone scomparse. Poiché i disordini a Gaza potevano danneggiare anche l’Egitto, gran parte delle discussioni si basava su accordi raggiunti in anticipo tra Gerusalemme e il Cairo. Tuttavia, «l’intero canale diretto era tenuto nascosto agli egiziani, per timore che si sentissero offesi dall’essere stati esclusi», afferma uno dei membri del team dello Shin Bet coinvolti nella preparazione dei colloqui, «e quindi divenne un canale personale coltivato da Netanyahu.»

I colloqui si sono inizialmente concentrati su una graduale revoca del blocco su Gaza e sull’aumento delle spedizioni di generi alimentari e materie prime in entrata nella Striscia. È stata inoltre avanzata una nuova idea: istituire zone commerciali lungo i confini della Striscia con Israele ed Egitto, che avrebbero offerto migliaia di posti di lavoro ai disoccupati di Gaza.

Gli egiziani erano inoltre disposti a garantire un «passaggio sicuro» ai residenti della Striscia diretti all’aeroporto di Sharm el-Sheikh – il che avrebbe offerto loro un’apertura sul mondo. Fu avanzata anche la proposta di fornire gas naturale alla Striscia dal giacimento di Gaza Marine, scoperto nel 2000 al largo della costa dell’enclave. La proposta fu denominata «G 4 G», Gas for Gaza.

Entro l’estate del 2023, sembrava che tutte le questioni economiche fossero state risolte e che all’ordine del giorno rimanesse solo la questione più delicata: il rilascio dei prigionieri israeliani e la restituzione delle salme dei soldati detenute nella Striscia. In cambio della restituzione di Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, nonché delle salme di Hadar Goldin e Oron Shaul, Sinwar aveva chiesto che fossero liberati 500 prigionieri di Hamas. In seguito accettò di ridurre il numero a 250 prigionieri e, dopo dure trattative, acconsentì al rilascio di soli 50 prigionieri. Lo Shin Bet era propenso ad accettare il rilascio di 30 prigionieri, tra cui 20 condannati all’ergastolo, da un elenco ritenuto «accettabile» per Israele, in cambio della restituzione dei quattro israeliani.

L’atmosfera era talmente ottimistica che «Coal Eyes» riferiva ripetutamente che un accordo con Israele era più vicino che mai e che entrambe le parti consideravano le proposte come «opzioni fattibili». Uno dei funzionari di Hamas coinvolti nelle iniziative di mediazione testimonia che «ogni volta usciva entusiasta e riferiva ai suoi colleghi: “Sta succedendo”».

Una fonte dei servizi di sicurezza israeliani coinvolta nella preparazione dei colloqui conferma che «entro la fine di agosto 2023, Netanyahu approvò il rilascio di 30 prigionieri, tra cui 20 condannati all’ergastolo, che sarebbero stati scelti dallo Shin Bet». Secondo lui, «tutto ciò che era necessario in quella fase era l’approvazione del comitato ministeriale per gli ostaggi e le persone scomparse, il cui consenso è indispensabile per il rilascio dei prigionieri, specialmente di quelli condannati all’ergastolo».

Tuttavia, Netanyahu ha ripetutamente rinviato la convocazione del comitato. Forse lo ha fatto per paura di raggiungere un accordo con Hamas, o forse per timore della reazione dei suoi partner estremisti nel nuovo governo. Ai rappresentanti dello Shin Bet, che gestivano il canale di comunicazione con Hamas, diceva spesso di temere che la notizia trapelasse ai media. «E così la questione è rimasta in stallo settimana dopo settimana», descrive la fonte.

Quando Sinwar iniziò a mostrare segni di malcontento per la mancanza di progressi, Ghazi Hamad e Coal Eyes cercarono di rassicurarlo spiegando che il motivo del ritardo era l’attenzione di Netanyahu rivolta ai gravi disordini che si stavano verificando in quel periodo in Israele: l’avanzamento della riforma giudiziaria e le massicce proteste pubbliche scoppiate sulla sua scia.

Nel mezzo dei continui sconvolgimenti interni in Israele, crebbe la percezione all’interno dell’asse di resistenza Iran, asse di resistenza costituito da Iran, Hamas e Hezbollah che Israele fosse diventato molto più vulnerabile e che fosse possibile unire le forze e lanciare una campagna coordinata per sconfiggerlo. Documenti interni dimostrano che, in quel periodo, alti funzionari di Hamas iniziarono ad intensificare le richieste rivolte all’Iran, chiedendo assistenza per finanziare l’attacco.

Poi, all’inizio di settembre 2023, Sinwar interruppe improvvisamente ogni contatto con la squadra negoziale. «È semplicemente scomparso dai nostri radar, si è volatilizzato», afferma un alto funzionario dello Shin Bet. Una fonte di Hamas spiega che Sinwar aveva perso la pazienza per la lentezza degli israeliani.

Così, il canale diretto instaurato tra un funzionario dello Shin Bet e il funzionario di Hamas Ghazi Hamad, gestito con l’approvazione di Netanyahu, fu interrotto. Questo canale, per inciso, avrebbe ripreso piena attività un anno dopo il massacro del 7 ottobre, nel settembre 2024, quando emerse l’urgente necessità di tirare fuori dal pantano l’accordo sugli ostaggi, ormai in fase di stallo.


Nel settembre 2023, poco prima che il dado fosse tratto, Sinwar organizzò un incontro privato con Coal Eyes, funzionario di Fatah. «Di’ agli israeliani che se non fanno progressi, sto preparando una sorpresa enorme per loro», dichiarò con enfasi. In quell’occasione, lasciò cadere per la prima volta una parola chiave, che avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme: «Di’ loro di aspettarsi uno “zilzal”, un terremoto».

Coal Eyes uscì dalla conversazione sconvolto. Decise di consultare un caro amico, lo stesso palestinese che era emigrato da Gaza ad Abu Dhabi e che ricopriva il ruolo di stretto consigliere di bin Zayed.

«Coal Eyes era agitato», racconta il consigliere. «Gli era chiaro che l’operazione di cui parlava Sinwar avrebbe potuto avere ripercussioni su tutto il Medio Oriente, ma aveva paura di riferire l’informazione direttamente allo Shin Bet. D’altra parte, temeva ancora di più che, se non avesse informato lo Shin Bet, gli israeliani potessero accusarlo di collaborare con Sinwar. Temeva sinceramente per la propria vita. Pertanto, decise di trasmettere il messaggio a bin Zayed».

«Che cosa significa tutto questo?», chiese bin Zayed al consigliere, che gli riferì l’avvertimento di Sinwar.
«Se dice “zilzal”, intende guerra», rispose il consigliere.
«Ne sei sicuro?» chiese l’emiro.
«No, questa è la mia interpretazione», rispose il consigliere, «ed è così che l’ha intesa anche Coal Eyes».

Il sovrano degli Emirati ci rifletté, incerto. Era turbato dalla possibilità che, in un contesto di tensioni regionali, il semplice avvertimento sulle intenzioni di Hamas di scatenare una guerra potesse accendere la miccia, magari con un attacco preventivo da parte di Israele. Alla fine decise: «Se non ne siamo certi, per ora non trasmetteremo alcun avvertimento agli israeliani. Indagheremo a fondo sulla questione finché non ne saremo certi».

Per comprendere la gravità della minaccia di Sinwar, a Coal Eyes fu chiesto di organizzare un altro incontro con lui a Gaza. L’incontro ebbe luogo a metà settembre del 2023.

«Allora?» chiese Sinwar. «Hai trasmesso il messaggio agli israeliani?»
«No», rispose il mediatore.

Sinwar fece un respiro profondo e, con voce agghiacciante e calma, gli disse: «Trasmettete loro un messaggio: sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario». Ancora una volta, fece rotolare sulla lingua la parola «zilzal», terremoto. «Per favore, trasmettete agli israeliani ciò che sto dicendo parola per parola», esigette.

Coal Eyes chiamò il consigliere di bin Zayed da Gaza per riferirgli le parole di Sinwar. «Gli ho chiesto tutti i dettagli», ricorda il consigliere, «compreso il linguaggio del corpo di Sinwar, il suo tono di voce preciso e il contesto in cui sono state pronunciate le parole, specialmente per quanto riguarda l’avvertimento sullo “zilzal”.

«Gli ho suggerito di lasciare rapidamente la Striscia di Gaza e di raggiungermi a casa mia per una conversazione privata. Alla fine dell’incontro, ho capito che né Coal Eyes né io avevamo frainteso il messaggio: Sinwar intendeva entrare in guerra».

Il consigliere riferì a bin Zayed le sue impressioni sulla conversazione con Coal Eyes. Il sovrano degli Emirati comprese la portata della minaccia e decise che «il messaggio di Sinwar doveva essere trasmesso agli israeliani, ai vertici del Paese, il prima possibile».

Infatti, il 15 settembre, Coal Eyes e il consigliere trasmisero l’avvertimento allo Shin Bet. Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, richiese una telefonata immediata con il primo ministro, che fu organizzata dal segretario militare di Netanyahu, Avi Gil. Durante la telefonata, Bar informò Netanyahu delle minacce «devastanti» di Sinwar, e si decise di tenere una riunione di sicurezza che coinvolgesse tutte le agenzie di sicurezza competenti.

«Perché Sinwar ci ha inviato un avvertimento?», chiede ora retoricamente un alto funzionario dei servizi segreti. «O perché si era stancato dei tentennamenti di Israele, volendo esercitare pressione su di noi per raggiungere un accordo e non essendo così desideroso di iniziare una guerra. Oppure, come preferiamo pensare, faceva parte del suo piano del “Grande Inganno” e voleva mettere alla prova la prontezza delle IDF».

In ogni caso, l’apparato della difesa non ha corso rischi inutili. La riunione sulla sicurezza si è tenuta due giorni dopo, il 17 settembre, con la partecipazione del ministro della Difesa Yoav Gallant e di rappresentanti dell’intelligence militare. Al termine della discussione, si decise di tenere una riunione di lavoro presso l’ufficio del primo ministro più tardi quello stesso giorno. Furono invitati anche rappresentanti del Mossad e del Consiglio di Sicurezza Nazionale. I rappresentanti dello Shin Bet presenti alla riunione stimarono, sulla base di un controllo incrociato con nuovi materiali di intelligence, che Sinwar potesse avere in mente di mettere le mani su Elizabeth Tsurkov, la ricercatrice israeliana che all’epoca era stata rapita e tenuta prigioniera in Iraq, in modo da aumentare il numero di prigionieri palestinesi che avrebbe ricevuto in uno scambio.

Il capo dello Shin Bet precisò che si trattava solo di una valutazione iniziale e che l’avvertimento doveva essere preso sul serio, poiché indicava una mancanza di deterrenza da parte di Israele e che «ci troviamo su una rotta di collisione». Bar raccomandò una strategia operativa denominata «bomba antincendio» – nome in codice per un attacco potente e improvviso volto a neutralizzare rapidamente una grave minaccia – o quantomeno l’attuazione di «forti misure difensive» a Gaza e in Cisgiordania, se non altro come preparazione alle imminenti festività ebraiche. Al termine della riunione non fu presa alcuna decisione.

Vedendo che Israele non stava rispondendo al chiaro avvertimento trasmesso allo Shin Bet, il sovrano degli Emirati ha deciso di avere un colloquio direttamente con il primo ministro israeliano. Così, alla fine di settembre, ha avuto luogo quella conversazione di 45 minuti, durante la quale ha trasmesso a Netanyahu un avvertimento esplicito sulle intenzioni di Sinwar.

Una telefonata simile giunse in quei giorni all’ufficio del primo ministro dal capo dei servizi segreti egiziani, il generale Abbas Kamel, il quale avvertì Netanyahu di «qualcosa di insolito, un’operazione terrificante» che Hamas stava per lanciare. La giornalista Smadar Perry, che ha pubblicato i dettagli della conversazione sul quotidiano Yedioth Ahronoth, riferisce che Netanyahu disse anche a Kamel: «A Gaza abbiamo la situazione sotto controllo, siamo al comando. Il nostro problema è la Cisgiordania, ed è lì che stiamo dirottando le forze».

Il 1° ottobre, durante una discussione sui disordini al confine con Gaza e sull’identificazione delle intenzioni di Hamas di compiere un attacco terroristico in Cisgiordania, il capo dello Shin Bet raccomandò nuovamente di prendere di mira alti funzionari di Hamas, tra cui Sinwar, che «mostrava segni di arroganza».

Come in precedenti occasioni in cui la proposta gli era stata sottoposta, Netanyahu rispose: « Preparatemi dei piani e li valuterò».

«Non ha mai detto “no”», spiega un alto funzionario della difesa. «È sempre stato il suo modo di rimandare l’affrontare il problema». Un altro alto funzionario presente alla discussione ricorda che, nel riassumere l’incontro, il primo ministro disse: «Continuate a lavorare sulla capacità operativa, ma per ora calmate la situazione».

Durante l’intero incontro, il primo ministro non ha menzionato gli avvertimenti che aveva ricevuto.

«Se avessimo saputo degli avvertimenti, forse avremmo dato più peso al primo messaggio che abbiamo ricevuto da Sinwar», afferma un alto funzionario dello Shin Bet. «Forse avremmo anche capito cosa ci fosse dietro il suo improvviso ritiro dai colloqui all’inizio di settembre. È possibile che avremmo fatto due più due e saremmo giunti a una conclusione completamente diversa da quella a cui siamo giunti, una conclusione che avrebbe cambiato l’intero quadro della nostra valutazione».


Le radici del complesso rapporto tra Netanyahu e Sinwar risalgono a molti anni fa, al rilascio di Sinwar dal carcere israeliano nell’ambito dell’accordo Shalit del 2011. Dopo essersi impadronito spietatamente di tutti i centri di potere nella Striscia, Sinwar iniziò a formulare una nuova strategia su due fronti, volta a liberare Gaza dalla sua situazione difficile.

«Fin dalle prime fasi, forse addirittura mentre era in carcere, Sinwar aveva in mente due alternative», afferma un alto funzionario dei servizi segreti che all’epoca conosceva bene Sinwar. «Da un lato, ha accelerato lo sviluppo delle capacità militari di Hamas, trasformandolo in un potente esercito terroristico che si è scontrato ripetutamente con Israele. D’altro canto, ha fatto maturare la consapevolezza che in tutti i cicli di combattimenti Gaza è stata decisamente sconfitta. Pertanto, nonostante tutto il suo odio per Israele, bisognava dare una possibilità a un tentativo di raggiungere un accordo che consentisse una vita normale a Gaza, anche prima di mettere in campo l’esercito di Hamas qualora l’accordo non si fosse concretizzato. ”

Nel 2017, Sinwar decise di compiere una mossa sorprendente. Contattò il suo acerrimo rivale, l’ex funzionario di Fatah e attuale uomo d’affari, Mohammed Dahlan. I due, entrambi originari di Khan Yunis, si conoscevano dai tempi dell’università a Gaza e già allora tra loro regnava un’intensa animosità. La tensione si era inasprita quando Dahlan, capo della sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese durante il suo governo nella Striscia di Gaza, aveva sferrato una guerra senza quartiere contro i leader di Hamas. Quando Hamas prese con la forza il potere a Gaza, Dahlan fu messo in cima alla lista degli obiettivi da eliminare.

Ma ora Sinwar riteneva di poter sfruttare Dahlan e le connessioni che questi aveva instaurato sia con il governo egiziano che con i servizi di sicurezza israeliani. Nell’estate del 2017, dopo quasi 40 anni di allontanamento e animosità, Sinwar incontrò Dahlan nella sua casa al Cairo, insieme a diversi altri alti funzionari di Hamas, tra cui Mohammed Deif, capo dell’ala militare, e Moussa Abu Marzouk, membro dell’ufficio politico di Hamas.

Sinwar ha descritto a Dahlan le gravi sofferenze a Gaza e gli ha chiesto di trasmettere a Netanyahu il suo desiderio di un accordo soddisfacente. Gli elementi fondamentali erano l’allentamento del blocco e il rilancio dell’economia di Gaza, principalmente attraverso la creazione di posti di lavoro.

Dahlan coinvolse gli egiziani per aiutare a mediare tra Sinwar e Netanyahu. L’iniziativa creò una rete di relazioni di lavoro indirette tra Israele e Hamas. Un barlume di questi contatti sarebbe stato rivelato a posteriori nel 2022, quando l’allora capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Meir Ben-Shabbat, rese note in un’intervista a Yedioth Ahronoth le trattative condotte con Sinwar. Ben-Shabbat ha presentato una nota che Sinwar aveva scritto in ebraico e inviato a Netanyahu nel 2018: «Rischio calcolato».

«Quello è stato uno dei momenti più belli di tutto il processo», ha affermato Ben-Shabbat. «Da questo deduco che Sinwar sia molto attento a ciò che accade dalla parte israeliana, analizzi ogni dichiarazione dei politici, comprenda i dilemmi e vi apporti il proprio contributo».

Nell’agosto 2018, i contatti sfociarono in una riunione di alti funzionari israeliani sulla questione, alla presenza del primo ministro. Durante l’incontro fu presentato un piano strutturato per la formulazione di un accordo in cui i quattro prigionieri sarebbero stati restituiti in cambio di un cessate il fuoco reciproco e dell’accettazione da parte di Israele di un accordo e di una significativa allentamento del blocco su Gaza.

La fase successiva riguardava l’accordo di scambio vero e proprio. In cambio del rilascio dei quattro israeliani da parte di Hamas, Israele acconsentì a liberare i prigionieri di Hamas, compresi quelli arrestati durante la guerra di Gaza del 2014 (Operazione Protective Edge), ad eccezione di coloro che erano coinvolti in attività terroristiche di rilievo. Il documento di sintesi dell’incontro affermava che «rinviare un accordo di scambio di prigionieri e persone scomparse, e separarlo dal processo di accordo, potrebbe portare a ritardare la soluzione per il ritorno dei prigionieri e delle persone scomparse per gli anni a venire».

Alti funzionari della difesa conclusero che le condizioni erano le più favorevoli affinché Israele raggiungesse un accordo di scambio di prigionieri a costi ragionevoli. Netanyahu riassunse la discussione e si impegnò a prendere una decisione. Tuttavia, il tempo passò e Netanyahu iniziò a esitare, ritardando l’approvazione del processo di negoziazione.

D’altra parte, quando le agenzie di sicurezza individuavano un’eccessiva attività operativa da parte di Hamas, Netanyahu si rifiutava ripetutamente di autorizzare l’avvio di un’operazione di grande portata contro di loro. «Era ormai routine», racconta un ufficiale di alto rango. «Loro lanciano razzi, noi rispondiamo, c’è una serie di scontri, gli abitanti della zona di confine [israeliana] con Gaza sono esausti e tutto questo costa un sacco di soldi». L’esercito ha voluto lanciare più volte un’operazione militare ampia e approfondita a Gaza, ma proprio il governo di colui che prima delle elezioni aveva promesso di ‘essere forte contro Hamas’ ha insistito per non inasprire la situazione e preservare con cura la ‘risorsa’ chiamata Hamas. ‘Calmatevi’, ci dicevano, ‘concentriamoci sul nord e sull’Iran’.”

Un ex generale di divisione dell’IDF testimonia di aver sentito «più di una volta il capo di stato maggiore, Herzl Halevi, criticare la politica di contenimento di Netanyahu». Lo descriveva in termini vividi durante le riunioni: «È come avere un chiodo che spunta dal muro di casa e, invece di estrarlo, radunare tutti i membri della famiglia, compresi i bambini, e dire loro: “Ogni volta che passate di qui, fate attenzione al chiodo. ’ Quando abbiamo accettato di convivere con il chiodo, non capivamo che alla fine, invece di rimuoverlo dal muro, ci saremmo ritrovati impalati su di esso».

Poi è scoppiata la pandemia di COVID-19 e i contatti tra Hamas e Israele sono stati interrotti.

Israele si è concentrato sull’affrontare i nuovi problemi causati dalla pandemia e, allo stesso tempo, è stato travolto da cinque turni elettorali consecutivi. All’interno dell’asse della resistenza, ha cominciato a prendere piede una nuova idea strategica: che fosse vicino il giorno in cui si sarebbe potuto sferrare un colpo decisivo a Israele nel momento della sua debolezza. Sinwar, dal canto suo, ha continuato a investire grandi sforzi e denaro nello sviluppo del progetto dei tunnel a Gaza e nell’addestramento e nell’armamento dell’esercito di Hamas in vista del giorno della resa dei conti.

Sarebbero trascorsi quasi altri tre anni prima che arrivasse il giorno della resa dei conti. «Quando leggerete queste nostre parole, migliaia di combattenti della jihad delle Brigate Iz al-Din al-Qassam emergeranno per attaccare obiettivi della criminale occupazione sionista e bombarderanno gli avamposti nemici, i suoi agglomerati urbani e i suoi svincoli nella zona meridionale della Palestina occupata», annunciarono Sinwar e i suoi collaboratori Mohammed Deif e Marwan Issa in una lettera inviata a Hezbollah la mattina del 7 ottobre, nel tentativo di persuadere l’allora leader dell’organizzazione, Hassan Nasrallah, a unirsi all’operazione. «Supereranno la barriera di separazione per affrontare e combattere le forze di occupazione, impadronirsi di postazioni militari e civili nella zona e catturare molti soldati dell’occupazione».


Alle 6:29 del mattino del 7 ottobre è arrivato lo «zilzal». A mezzogiorno, i social media in Israele e in tutto il mondo erano già inondati da immagini raccapriccianti del massacro: uccisioni trasmesse in diretta streaming, incendi dolosi e distruzione. Decine di video mostravano civili rapiti e portati nella Striscia di Gaza.

Quando il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito con un certo ritardo, alle 14:45, non si aveva ancora un’idea chiara del numero di persone rapite. «Attualmente ci sono 14 soldati e 28 ostaggi civili, oltre a decine di altre persone con cui non c’è stato alcun contatto», ha affermato il capo dello Shin Bet. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha chiesto che si ignorassero gli ostaggi, affermando che «è impossibile operare con una mentalità del genere».

«Ho dato istruzioni alle IDF: nessuna trattativa di alcun tipo», ha dichiarato il ministro della Difesa Yoav Gallant. «Parleranno con noi solo quando saranno a terra, con la testa sott’acqua».

In serata, il mondo è stato inondato da notizie terrificanti sul rapimento di centinaia di uomini e donne, bambini e anziani. Alle 19:00, il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ha chiamato il direttore del Mossad David Barnea, con cui intratteneva rapporti amichevoli. «Dedi Boy», era così che il sovrano del Qatar era solito chiamare affettuosamente il funzionario dei servizi segreti israeliani. I due si erano incontrati appena una settimana prima, alla fine dello Yom Kippur. Barnea si era recato a Doha in quel momento per conto di Netanyahu per chiedere ai qatarioti di aumentare gli aiuti finanziari alla Striscia di Gaza.

Al-Thani era agitato. «Ho appena concluso una conversazione con il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, e il suo vice, Khalil al-Hayya, che erano arrivati a Doha solo da poco», riferì a Barnea. «Li ho minacciati esplicitamente che, se tutti gli ostaggi civili non fossero stati rilasciati immediatamente, avrei ordinato personalmente la loro espulsione dal Qatar. Vorrei informarla che Hamas è pronta a rilasciare tutti i civili adesso, e noi siamo disposti a mediare».

La risposta del direttore del Mossad israeliano lasciò al-Thani perplesso. «Se vogliono rilasciare i civili, che li rilascino», replicò Barnea. «Non siamo disposti a parlare con Hamas». «Questi non sono gli israeliani che conosco», disse il leader qatariota ai suoi collaboratori. «Questo non è il Dedi Barnea che conosco».

Barnea, ammettono i suoi collaboratori, ha effettivamente appreso dal primo ministro del Qatar, durante la loro prima conversazione, che Hamas era disposta a rilasciare i civili, ma che l’organizzazione terroristica aveva posto condizioni inaccettabili, come la cessazione dell’incursione dell’IDF a Gaza e nuovi diritti per i fedeli sul Monte del Tempio. Il primo ministro del Qatar nega l’affermazione. «Il primo giorno, i leader di Hamas non hanno posto alcuna condizione draconiana», afferma il suo consigliere, «perché la nostra minaccia nei loro confronti era reale e non erano affatto nella posizione di imporre condizioni».

Al-Thani non si è arreso. Ha chiamato il segretario di Stato americano Antony Blinken. «Ascolti», gli ha detto, «ci sono centinaia di ostaggi a Gaza e, tra questi, secondo le mie stime, decine di civili. Devono essere rilasciati subito. Ho offerto agli israeliani di mediare un accordo rapido per il loro rilascio, ma non sono interessati».

Blinken ha informato al-Thani che aveva in programma di recarsi in Israele entro tre giorni. «Aspettiamo», lo rassicurò. «Parlerò personalmente con Netanyahu». Al-Thani insistette: «Sai bene che il tempo è un fattore importante. Dobbiamo agire subito». Blinken lo interruppe: «In questo momento la situazione è complessa. Israele è ancora sotto attacco e non c’è nessuno con cui parlare. Aspetteremo tre giorni».

La mattina seguente, lontano dai colloqui diplomatici tra Israele e Doha, Rawhi Mushtaha, braccio destro di Sinwar, chiamò Samir Mashharawi, collaboratore di Dahlan. In una telefonata da Gaza, Mushtaha, a nome di Sinwar, chiese a Dahlan di aiutarli a trovare rapidamente un mediatore per portare avanti un accordo di cessate il fuoco. Per dare peso alla sua richiesta, Mushtaha aggiunse: «Il nostro amico sta ascoltando», riferendosi a Sinwar, che era in ascolto durante la conversazione.

Mashharawi riferì la telefonata a Dahlan. Secondo lui, Dahlan gli disse che «“prima di tutto, devono rilasciare tutti i civili, i bambini, gli anziani e i neonati”. Senza questo, non c’è nulla di cui parlare. Quello che hanno fatto è stata una follia. Non hanno superato una linea rossa; hanno superato una linea nera. Se i civili verranno rilasciati, nell’opinione pubblica israeliana si diffonderà la sensazione che ci sia qualcosa di cui discutere. Altrimenti, che mangino quello che si sono cucinati».

Mashharawi ha trasmesso il messaggio di Dahlan a Hamas. «Dammi 24 ore e ti farò sapere», ha risposto Mushtaha. Sorprendentemente, tornò solo un’ora dopo. Aveva un messaggio: Sinwar era pronto a rilasciare tutti i civili. Va notato che quando Sinwar parla di civili, intende solo quelli di età inferiore ai 18 anni e superiore ai 50 anni.

«Mi ha detto che, in una prima fase, non avevano alcun problema a rilasciare tutti i civili senza nulla in cambio», racconta Mashharawi. «Giuro, quelle erano le sue esatte parole: tutti i civili, senza nulla in cambio. Avevano una sola condizione: volevano che coinvolgessimo un mediatore concordato il più rapidamente possibile, in modo che potessero iniziare immediatamente i negoziati su tutto il resto – il rilascio di soldati e ufficiali in cambio di prigionieri palestinesi, e poi la questione del blocco su Gaza».

Dahlan ha contattato i suoi referenti dello Shin Bet e ha trasmesso loro l’informazione. Secondo Mashharawi, «la risposta non ufficiale che Dahlan ha ricevuto da loro è stata: “Netanyahu non vuole parlare di nulla. Vuole solo la guerra e l’eliminazione di Hamas”». La percezione degli israeliani era: «Prima eliminiamo Hamas, poi recuperiamo gli ostaggi con la forza».

Un alto funzionario della difesa ammette che almeno alcune delle proposte per il rilascio degli ostaggi civili sono giunte al Mossad, allo Shin Bet e al primo ministro. Ma secondo lui, anche se fossero state concrete, l’establishment militare – che aveva bisogno di 24 ore per prendere il controllo della situazione – e ancor più la leadership politica, ancora sotto shock, non erano in grado di discutere la questione nei primi giorni.

«Ad essere onesti», afferma l’alto funzionario, «la questione degli ostaggi non era ancora all’ordine del giorno in quella fase, e nessuno a livello militare o politico era disposto a discutere la proposta. Il rilascio degli ostaggi non figurava nemmeno nell’elenco degli obiettivi di guerra formulato dal governo la notte del 7 ottobre. Si sarebbe potuto discutere adeguatamente la proposta e giungere a una decisione? In termini sostanziali, la risposta è sì. Ma lo stato d’animo prevalente era simile a quello dopo Pearl Harbor: avevamo appena subito un colpo brutale, eravamo nel pieno della guerra, chi aveva la lucidità per parlare di fermare i combattimenti e avviare negoziati in quel momento, anche se fosse stato per salvare la vita di decine di persone, il cui numero definitivo era ancora sconosciuto? ”

Mashharawi racconta che il 10 ottobre Mushtaha lo chiamò di nuovo, a nome di Sinwar, per sapere se fosse pervenuta una risposta israeliana alla proposta di Hamas. «Gli ho detto: sto ancora aspettando una risposta da Israele», riferisce Mashharawi. «Ho atteso ancora qualche giorno per una risposta e ho contattato nuovamente gli israeliani, ma non erano affatto in condizioni di dialogare. Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, i bombardamenti su Gaza si intensificarono e il contatto con Mushtaha e Sinwar divenne impossibile».

Blinken alla fine arrivò in Israele dopo sei giorni. Subito dopo il suo arrivo, giovedì 12 ottobre, incontrò Netanyahu e il giorno successivo proseguì per Doha per un incontro con il primo ministro del Qatar. «Ho sollevato la questione del rilascio degli ostaggi con Netanyahu, ma non ho ricevuto da lui una risposta chiara», ha detto il segretario di Stato americano ad al-Thani. «Netanyahu non è ancora pronto!»

Al-Thani ha ribadito la sua valutazione secondo cui, con il passare dei giorni e l’intensificarsi degli attacchi israeliani a Gaza, che causavano numerose vittime, soprattutto tra i civili, l’accordo di Hamas per il rilascio degli ostaggi avrebbe potuto scadere. Blinken ha promesso di provare a parlare di nuovo con Netanyahu. Il 14 ottobre, poco dopo che il suo aereo era partito da Doha alla volta di Washington, Blinken inviò ad al-Thani un messaggio di testo: «Netanyahu è pronto ad accettare la tua mediazione. Il direttore del Mossad arriverà presto». Il giorno successivo, otto giorni dopo che al-Thani aveva offerto i propri servizi al direttore del Mossad israeliano, Barnea giunse a Doha.


Nel frattempo, come c’era da aspettarsi, Hamas alzò la posta. Un alto funzionario dello Shin Bet, che aveva capito dove si stavano dirigendo le cose, ricorda che già il 18 ottobre, dopo la micidiale raffica di attacchi sferrata da Israele su Gaza in quei primi giorni, aveva espresso la sua opinione secondo cui avrebbero dovuto fermarsi. «Avremmo dovuto prendere fiato, stringere i denti, tempra e incassare il colpo rilasciando tutti i prigionieri richiesti da Hamas. Poi, avremmo dovuto cogliere la prima occasione per rientrare in guerra».

Secondo lui, «le prime ore e i primi giorni dopo il rapimento sono i più critici. Man mano che i giorni passano e la risposta militare si intensifica, entrambe le parti tendono a trincerarsi nelle proprie posizioni, e il prezzo degli ostaggi sale.

‘Dobbiamo anche agire con stratagemmi’, dissi. Ma quando l’idea giunse al primo ministro, egli rispose: ‘Nel momento in cui uno stratagemma viene alla luce, non è più uno stratagemma’, e la questione finì lì”.

Segnali della disponibilità di Hamas a intraprendere negoziati flessibili giunsero anche al colonnello (in congedo) Doron Hadar, che per molti anni ha comandato l’unità di negoziazione dello Stato Maggiore delle IDF. «Ho iniziato a ricevere messaggi, a raccogliere informazioni e altri dati, e il quadro ha cominciato a delinearsi: data la situazione, con anche la controparte sotto shock, con Hamas allarmata dal danno d’immagine a livello internazionale causato dalle immagini di centinaia di ostaggi, anziani, donne spaventate e bambini in lacrime, avremmo potuto creare un quadro d’accordo all’interno del quale, se lo avessimo voluto, non sarebbe stato difficile sostenere in seguito che Hamas lo avesse violato e sferrare un attacco.

«Mi è chiaro, ovviamente, che la nostra parte sia in uno stato di shock totale e, non da meno, in preda a una rabbia furiosa. Ma in definitiva, ci si aspetta che la leadership sappia separare i processi emotivi da quelli razionali e si prenda un momento per valutare quale sia effettivamente la cosa giusta da fare a questo punto. Come stringere un accordo con questo diavolo, per poi ucciderlo.»

A metà ottobre, Hadar partecipò a una riunione tenutasi nell’ufficio di Ophir Falk, consigliere per la politica estera di Netanyahu, che verteva sulla definizione degli obiettivi bellici. Hadar chiese di poter esporre il proprio punto di vista alla platea. «Chiesi a Falk: “Mi dica, capisce cosa sta succedendo qui?”», racconta Hadar. «“Possiamo riportare a casa le donne e i bambini, adesso. Si tratta di uno scambio uno a uno. Possiamo fare la prima mossa.»

Falk interruppe la discussione e chiese agli altri presenti di lasciare la stanza. «Ho continuato», ricorda Hadar, «e gli ho detto: “Proponiamo un accordo. Offriremo loro mille prigionieri, anche duemila se necessario. Il mondo è dalla nostra parte ora, esercitiamo pressione internazionale e proponiamo un accordo.”»

Ma Falk fermò Hadar. «Qui non ci sarà nessun accordo», gli disse. «Si tratta dell’ISIS. Sono assassini. Non otterranno nulla. Cambia mentalità, Doron».

«Il problema fondamentale era che Hamas cercava una “fine definitiva del conflitto”, come la definivano loro», conclude William J. Burns, l’ex direttore della CIA, con il suo caratteristico tono misurato, riassumendo il labirinto in cui si sarebbe impantanata la questione degli ostaggi. «Netanyahu era disposto a prendere in considerazione solo un accordo di “prima fase”, ma sosteneva di doversi riservare costantemente la possibilità di “continuare a distruggere Hamas in un secondo momento”, come lui stesso definiva. E questa, per noi, è sempre stata la sfida: come risolvere questo dilemma e riuscire a riportare a casa tutti?»

Il risultato fu che, quando si trattò di affrontare la questione dei propri cittadini e soldati tenuti prigionieri dal nemico, lo Stato di Israele cambiò effettivamente mentalità. E così, sarebbero trascorsi altri due anni di guerra prima che venisse firmato un accordo che avrebbe riportato a casa gli ultimi ostaggi da Gaza, vivi o morti che fossero, con Hamas ancora in piedi.

L’ufficio del primo ministro ha definito l’inchiesta una «bugia assoluta».

«Il primo ministro Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati Arabi Uniti durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua», si legge nella risposta.

L’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar e l’ex capo di Stato Maggiore delle IDF Herzl Halevi hanno dichiarato di non essere stati informati dell’avvertimento trasmesso dal presidente degli Emirati Arabi Uniti.

Haaretz ha contattato il presidente bin Zayed per un commento, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Traduzione a cura della redazione


Tutte le facce di Elon Musk: quel potere nutrito di violenza e bugie

Standing ovation al termine dell’anteprima dell’opera, in corsa per il Leone d’oro, in cui ufficiali dell’esercito israeliano spiegano il “sistema” alla base dello sterminio di civili. Commossi gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor. Tra il pubblico anche il cantante Ghali 

Di Annalisa Cuzzocrea, La Repubblica

Non un genio della tecnologia, ma un pericoloso illusionista. Non un fondatore, ma un profittatore. Non un ingegnere, ma un maghetto della finanza come ce n’erano tanti, nella Silicon Valley, a metà degli anni 90. Finché non fa il salto: abile tanto a coprire i suoi guai che a ottenere sovvenzioni e incentivi dal governo americano. In Musk, presentato fuori concorso alla Mostra, il documentarista premio Oscar Alex Gibney prende la maschera abilmente costruita da Elon Musk, “il capitalista più ricco del mondo”, e la decompone pezzo dopo pezzo. Finché il volto di un tech boy alle prime armi — sono molti i filmati delle origini in California — non si trasforma nel ghigno di un Joker impazzito che non esita a fare il saluto nazista con in testa un cappellino dark Maga. “Il potere ti corrompe o ti rivela?”, si chiede Gibney.

Le origini del miliardario americano, il Sudafrica violento in cui è nato e cresciuto, la figura controversa del padre — che nel film è intervistato insieme a molti suoi ex amici e collaboratori — fanno propendere per la seconda ipotesi.

Elon è stato un ragazzino educato dal padre alla legge del più forte in un Sudafrica spietato e in preda al conflitto razziale. Fissato con i fumetti, bullizzato e picchiato a scuola, aiutato dal denaro di famiglia nella sua prima impresa dot.com, Zip2, Musk ha costruito una mitologia che ha riscritto la sua storia. Fino a dipingerlo come un genio: l’inventore di Space X, nata con l’ambizione di rilanciare un programma spaziale lasciato languire dal governo; l’inventore di Tesla, che ha invece soffiato all’ideatore vero, Martin Eberhard; il patron di Twitter, che ha comprato per capriccio alterandone l’algoritmo a suo piacimento. Nel nome della libertà di espressione, ufficialmente. In realtà, per accrescere il suo potere e la sua sfera di influenza, diffondendo idee fasciste e suprematiste funzionali ai suoi obiettivi.

Non c’è niente di vago, nel racconto che Gibney porta avanti con un montaggio adrenalinico, la travolgente colonna sonora di Daniel Pemberton e David Byrne — Let me sell you a dream, lascia che ti venda un sogno — le testimonianze dell’ex moglie di Musk Justine Wilson, dell’ex compagna Ashley St Clair, una delle madri dei suoi figli (14 quelli di cui si sa, ma ce ne sarebbero molti altri). Un campione di gaslighting, la capacità di confonderti e farti credere di esserti sbagliata, dice la prima moglie, madre di sei dei suoi figli, uno dei quali — Xavier — ha cambiato sesso, si chiama ora Vivian Jenna e considera il padre un fascista. “Mio figlio Xavier è morto, è stato ucciso dal virus woke”, ha scritto Musk su Twitter, comportandosi di conseguenza. E togliendo a Jenna, tra le altre cose, l’assicurazione sanitaria.

Gibney trasforma il miliardario nel protagonista di un videogioco, uno di quelli con cui è cresciuto e che lo hanno portato a teorizzare che potremmo essere tutti — noi esseri umani — dentro una gigantesca simulazione. Così, lo vediamo “terminare” tutto quel che si oppone alla sua volontà di potenza. Compra Twitter e licenzia i migliori programmatori, chi non promette di adeguarsi alla sua visione. Fa lo stesso quando Trump lo mette a capo del Doge attraverso un esercito di ventenni che nulla sanno, tranne tagliare tutto. Un’ex dipendente di UsAid racconta di quando un ordine esecutivo ha impedito a funzionari che si trovavano in Africa di dare a bambini denutriti medicine e cibo salvavita: era tutto già lì, pronto per essere consegnato, ma il governo americano ha vietato la distribuzione e ha lasciato che le cose scadessero per poi distruggerle. E che i bambini morissero, senza curarsene.

Uno dei problemi dell’Occidente — sostiene Musk — è l’empatia degli esseri umani gli uni nei confronti degli altri. Un’empatia che ostacolerebbe il disegno superiore di un mondo che vorrebbe bianco, supertecnologico, desideroso di colonizzare Marte e popolato da una “legione” di suoi figli — è la parola che ha usato secondo St Clair — da ottenere attraverso delle “fattrici” cui poi viene fatta firmare una clausola di riservatezza (St Clair ha rifiutato 40 milioni di dollari per poter dire quello che sa. Anche se sulle droghe risponde: non ho il permesso di parlarne).

Gli episodi meno conosciuti riguardano la guida autonoma di Tesla. Venduta come realtà attraverso una pubblicità molto aggressiva, che serviva a costruire il mito e a far salire il titolo in borsa, è invece di là da venire e ha causato in America almeno 60 incidenti mortali. Insabbiati attraverso lauti risarcimenti e una fitta rete di bugie, come quella sulle batterie al litio sostituibili che ha fatto intascare a Tesla incentivi cui non aveva diritto. Diverse agenzie americane avevano aperto inchieste a carico delle aziende di Musk, quando ha deciso di puntare tutto sull’ascesa di Trump. Sono le stesse agenzie che ha avuto il potere di annientare una volta al Doge. Un conflitto di interessi mai visto, e molto coperto. Che porta alla domanda con cui il documentario si apre: come abbiamo potuto consentire a un uomo di ottenere così tanti soldi e così tanto potere? Verrebbe da rispondere: è il capitalismo, bellezza. O quanto meno, la sua malattia.

Nell’immagine: l’ex compagna Ashley St Clair, una delle madri dei suoi figli