Dieci domande al pro­cu­ra­tore gene­rale

 

Di Daniel Ritzer, La Regione

Ono­re­vole pro­cu­ra­tore gene­rale, ci ren­diamo conto che que­sta non sia la forma più comune di porle una serie di domande. Ma sa: siamo tra quelli che riten­gono che certe con­ven­zioni piut­to­sto che con­ser­vate vadano tra­sfor­mate. Oppure adat­tate alle cir­co­stanze. Ora, di fronte a una crisi isti­tu­zio­nale senza pre­ce­denti e dopo aver ten­tato infrut­tuo­sa­mente di otte­nere alcuni chia­ri­menti tra­mite le cano­ni­che vie, ci si ritrova costretti a for­mu­lare i nostri que­siti pub­bli­ca­mente. Costretti per­ché – e qui forse siamo un po’ vec­chio stampo – con­ti­nuiamo a cre­dere che il ruolo dei media sia quello di vigi­lare sul buon fun­zio­na­mento dello Stato di diritto.

Per quel che con­cerne la Pro­cura da lei diretta, ci preme riu­scire a garan­tire alla cit­ta­di­nanza che tutte le per­sone restino uguali davanti alla legge. E che, nell’ambito della Giu­sti­zia, la ricerca della verità pre­valga su qual­siasi altro inte­resse. Fatte le dovute pre­messe, pas­siamo al dun­que.

Vor­remmo innan­zi­tutto sapere se nelle ore imme­dia­ta­mente suc­ces­sive all’iden­ti­fi­ca­zione del corpo della 52enne di Melide, ritro­vata nelle acque del Cere­sio, il con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali sia stato inter­ro­gato. E se abbiate avuto accesso ai suoi dispo­si­tivi elet­tro­nici. Se ciò non fosse il caso, vor­remmo cono­scere le moti­va­zioni. Qui urge una pre­ci­sa­zione: lungi da noi il voler addos­sare al dimis­sio­na­rio diret­tore del Dipar­ti­mento del ter­ri­to­rio qual­si­vo­glia pre­sun­zione di col­pe­vo­lezza. La domanda riguarda que­stioni pret­ta­mente pro­ce­du­rali, tenuto conto che la morte è stata defi­nita dagli inqui­renti come “inso­lita”, e che l’ipo­tesi di un even­tuale ran­core ser­bato da Zali nei con­fronti della donna appare tutt’altro che remota. Donna che ha con­tri­buito in modo deci­sivo al suo declino poli­tico. In maniera più gene­rale le chie­diamo, quindi, di volerci comu­ni­care se da mar­tedì 18 ago­sto (giorno del decesso) fino a oggi Clau­dio Zali sia stato sen­tito in Pro­cura. E, se sì, in quale veste.

Poi: oltre all’inchie­sta coor­di­nata dal pro­cu­ra­tore pub­blico Rug­geri per quel che riguarda il decesso della donna e quella con­dotta dalla pp Borelli in merito alla denun­cia con­tro ignoti a seguito dell’aggres­sione subita dalla 52enne, non­ché all’inchie­sta da lei coor­di­nata per i pre­sunti reati di abuso di auto­rità e coa­zione, ricon­du­ci­bili alla riu­nione voluta dal con­si­gliere di Stato leghi­sta per richie­dere il tra­sfe­ri­mento del 14enne dete­nuto alla Farera, vor­remmo sapere se c’è un altro incarto, da voi aperto di recente, che vede coin­volto Clau­dio Zali. Se sì, per quali ipo­tesi di reato? Tra l’altro, la per­ma­nenza in governo del dimis­sio­na­rio diret­tore del Dt fino alla fine di set­tem­bre, secondo lei, osta­cola, age­vola oppure ha un impatto neu­tro sullo svol­gi­mento delle varie inda­gini? Noi abbiamo un nostro parere: ci pia­ce­rebbe cono­scere il suo.

Le ultime, pro­messo. Visto che le varie inchie­ste in corso riguar­dano diret­ta­mente o indi­ret­ta­mente un mem­bro del governo, ex respon­sa­bile poli­tico di poli­zia e magi­stra­tura, già pre­si­dente del Tri­bu­nale penale can­to­nale, colui che in più occa­sioni ha fatto capire di sen­tirsi “a casa” nei tri­bu­nali tici­nesi: non riter­rebbe oppor­tuna una sua-vostra ricu­sa­zione e con­se­guente richie­sta di un pro­cu­ra­tore straor­di­na­rio? Insomma, dopo tutto ciò che è emerso in que­ste set­ti­mane, lei si ritiene ancora ido­neo a svol­gere il ruolo di pg? Anche qui, noi abbiamo un nostro parere: ci pia­ce­rebbe molto cono­scere il suo.

Non la distur­biamo più. Restiamo volen­tieri in attesa di un suo cor­tese – non­ché celere – riscon­tro e nel frat­tempo le por­giamo, ono­re­vole pro­cu­ra­tore gene­rale, i nostri più distinti saluti.


Nepal, l’esperto: “Una bomba di ghiaccio caduta da 1.400 metri a causa del caldo”

 

Di Elena Dusi, La Repubblica

A 5.100 metri di quota si nota la ferita lasciata dal ghiacciaio crollato. È larga 600 metri, lunga 400 e appare spessa circa 50 metri. La lingua del ghiacciaio è precipitata per 1.400 metri prima di finire nella valle sottostante. Da una prima stima conteneva almeno 10 milioni di metri cubi di ghiaccio». Giovanni Crosta, professore di geologia applicata all’università di Milano Bicocca, analizza le prime immagini del Nepal trasmesse dai satelliti e non nasconde la sua impressione per le dimensioni del crollo. In quella regione ha partecipato a un progetto post-sisma con l’ong Asia.

Il crollo del ghiacciaio ha causato l’alluvione?

«All’inizio ho pensato alla tracimazione catastrofica di un lago glaciale. Sono fenomeni abbastanza frequenti sulla catena dell’Himalaya e hanno un potenziale devastante. Una semplice frana o delle precipitazioni abbondanti non potevano giustificare una portata simile del fiume. Lungo la sua gola stretta il livello si è alzato di alcune decine di metri. L’acqua avanzava a decine di metri al secondo. Le immagini dei satelliti invece non mostrano laghi nella zona, ma la parte terminale di una lingua glaciale. Fino a ieri era visibile, oggi non c’è più».

Un ghiacciaio è solido. Come si è trasformato in alluvione così rapidamente?

«Il ghiaccio si è spaccato e fuso in parte per l’attrito. I frammenti sono precipitati nella valle continuando a sciogliersi man mano che scendevano, inglobando rocce e detriti».

In quel momento si è registrato un terremoto di magnitudo 5.2. Può essere stata la scossa a causare il distacco?

«Al contrario, è il segnale sismico fortissimo provocato dalla caduta del ghiacciaio. Non è sorprendente per crolli di queste dimensioni. In Italia la scorsa estate una frana di roccia da Cima Falkner, sulle Dolomiti di Brenta, aveva provocato un segnale sismico di magnitudo tra 2 e 3. Oggi i sismometri vengono usati anche per localizzare le frane in località remote».

Siamo sempre in una valle di alta montagna. Come mai i danni e il numero delle vittime sono stati così ingenti?

«Acqua, ghiaccio, rocce e detriti si sono riversati all’improvviso in una valle molto stretta. Un fiume che aumenta di livello di decine di metri, fra pendii così ripidi impiega decine di chilometri a dissipare la sua piena, travolgendo ogni cosa. E in alta montagna strade, villaggi e abitanti si concentrano nei fondovalle, proprio vicino alle sponde dei fiumi. Venti chilometri più a valle, rispetto al punto di distacco del ghiacciaio, c’è anche il passaggio di frontiera tra Cina e Tibet».

In dieci anni l’Himalaya ha perso il 40% del suo ghiaccio. Il cambiamento climatico gioca un ruolo nel crollo di ieri?

«L’aumento delle temperature è più accentuato in alta montagna rispetto al resto del territorio. Le valanghe e le frane possono essere più frequenti proprio per le temperature stagionali più alte, che fanno cedere il permafrost in alta quota e accelerano lo scioglimento del ghiaccio».

Ci sono rischi simili anche da noi?

«Anche da noi i ghiacciai sono in forte sofferenza per il riscaldamento del clima. Sulle Alpi abbiamo molte situazioni di instabilità. Tutti ricordiamo il crollo della Marmolada nel 2022. L’anno scorso in Svizzera una frana di roccia ha causato il distacco di un ghiacciaio, che è precipitato sul villaggio di Blatten. La situazione era monitorata da tempo e gli abitanti sono stati evacuati in anticipo. Oggi una minaccia simile riguarda il ghiacciaio sospeso del Weisshorn, nel canton Vallese. E da anni in Val d’Aosta si monitora il ghiacciaio instabile di Planpincieux in Val Ferret».


Meta patteggia per 16 miliardi. Poteva andargli molto peggio

 

Di Marco Schiaffino, il manifesto

 

Con un patteggiamento da 16,7 miliardi di dollari, Meta mette fine a un processo che avrebbe potuto costarle molto più caro. Nella causa, promossa da 29 stati dell’unione, l’azienda di Mark Zuckerberg era accusata di non aver protetto adeguatamente bambini e adolescenti iscritti ai suoi social network. Nel mirino il design stesso delle piattaforme, pensate per massimizzare il tempo e il coinvolgimento degli utenti, pur sapendo che potevano favorire un uso compulsivo e danneggiare soprattutto i soggetti più fragili. Non solo: le accuse riguardavano anche la verifica dell’età degli utenti e in particolare il fatto che Meta raccogliesse comunque i dati dei minori di 13 anni senza la necessaria notifica e il consenso dei genitori. Un comportamento vietato dal Children’s Online Privacy Protection Act.

L’accusa a Zuckerberg di aver progettato i suoi social con l’obiettivo di «creare una dipendenza» in bambini e adolescenti non è nuova. Il Ceo di Meta aveva già dovuto difendersi dalle stesse contestazioni avanti al congresso e al senato statunitensi, oltre che alla Commissione europea. Occasioni in cui Zuckerberg ha sostanzialmente dichiarato di «fare tutto quanto sia possibile» per proteggere al meglio i minori che frequentano i social network di Meta.

IL PROCESSO DI OAKLAND, però, si è trasformato in un vero incubo. Le bordate sono arrivate già con la prima testimonianza. Sul banco dei testimoni è salito Arturo Béjar, già collaboratore di Facebook tra il 2009 e il 2015 e tornato nel 2019 come consulente del cosiddetto «Instagram Well-Being Team». Béjar, particolarmente coinvolto in tutti i processi legati alla tutela del benessere dei minori iscritti ai social network Meta, ha sparato a zero sulle politiche aziendali spiegando che si ispirava a una «cultura che considerava la sicurezza dei bambini secondaria rispetto alla crescita e al coinvolgimento su Facebook e Instagram». Esattamente il contrario di quanto sostenuto da Zuckerberg in più occasioni pubbliche.

Béjar ha anche attaccato il ruolo dello stesso fondatore di Facebook per quanto riguarda l’impegno nella protezione dei minori, che Zuckerberg ha sempre descritto come una sua priorità: «Se Mark definisce qualcosa come una priorità, si spostano montagne in pochi mesi». Insomma: se Meta non ha implementato sistemi di protezione dei minori, la responsabilità è certa.

DALLE SUCCESSIVE testimonianze di George Volichenko, Francesco Fogu e Adam Mosseri sono emersi altri aspetti controversi, come alcune «opportune omissioni» nella pubblicazione di dati riguardanti l’impatto negativo di Facebook e Instagram su bambini e adolescenti o la scelta di non introdurre come impostazioni predefinite le funzionalità che visualizzano un avviso che «suggerisce» una pausa nell’uso dei social network.

La decisione di optare per una transazione, seppur multimiliardaria, permette a Meta di uscire da quello che si era trasformato in un vero tritacarne mediatico, il cui proseguimento prometteva di portare ulteriori danni a livello reputazionale. L’uscita dal processo ha permesso alla società californiana di evitare l’audizione di Frances Haugen, che molti commentatori consideravano come una sorta di «arma fine di mondo» nella causa e che era iscritta nell’elenco dei testimoni depositato dai ricorrenti. La ex manager di Meta ha infatti denunciato le pratiche dell’azienda già nel 2021, fornendo alla stampa migliaia di documenti che comprovavano il fatto che i dirigenti erano perfettamente a conoscenza dell’impatto che gli algoritmi avevano sulla salute mentale di bambini e adolescenti. La sua testimonianza sarebbe stata senza dubbio il pezzo forte del processo.

PER MARK ZUCKERBERG l’accordo è tutto sommato un buon affare. La causa avviata al tribunale di Oakland coinvolgeva solo California, Colorado, Kentucky e New Jersey, ma era solo la prima di una serie di procedimenti che nel complesso vedevano Meta sottoposta al fuoco di fila di denunce da parte di 47 stati. Con il patteggiamento, evita tutti i processi e soprattutto un’esposizione mediatica di cui l’azienda è ben contenta di fare a meno. Gli oltre 16 miliardi pagati dalla società, come conferma il suo andamento in borsa dopo la diffusione della notizia, sono considerati un «effetto collaterale» tutto sommato accettabile.

 

Nell’immagine: protesta al tribunale di Oakland, iI nomi dei bambini e degli adolescenti vittime dell’uso dei social media


AI, perché serve un governo globale

 

Di Vito Mancuso, La Stampa

 

Qualcuno ancora ricorda la memorabile scena dell’Apprendista stregone nel film “Fantasia” di Walt Disney? È stata la prima immagine affacciatasi alla mia mente dopo aver letto le dichiarazioni di Bill Gates secondo cui l’IA va oggi trattata non più come uno strumento tecnologico ma come «una forza della natura che l’uomo ha scatenato». Ho subito rivisto Topolino apprendista stregone che, a seguito delle misteriose forze evocate, era caduto nel panico di fronte alla foresta impazzita di scope che, da pacifici strumenti, si erano trasformate in minacciosi guerrieri. Ora Topolino siamo noi.

Dopo aver delineato la vera natura dell’IA e chiarito che da come la gestiremo (o ne saremo gestiti) dipende il nostro futuro, Bill Gates ha poi sostenuto che occorre procedere sostanzialmente su tre fronti: 1) creare un’agenzia internazionale di governo dell’IA, così come già avviene con l’energia atomica; 2) tassare le imprese che licenziano lavoratori a causa dell’IA, così da creare con queste tasse una specie di cassa integrazione o reddito di cittadinanza per chi rimane senza lavoro; 3) riservare agli esseri umani almeno il 40 percento dei posti di lavoro, una sorta cioè di obbligatoria “quota rosa”, salvo stabilire quale colore possa essere il più adatto per contrassegnare la quota umana.

Mi soffermo sul primo punto. Per Bill Gates è necessaria una «gestione politica» dell’IA, ma in cosa concretamente può consistere tale gestione politica? Anzitutto nella stipulazione di leggi da parte del potere legislativo, poi nella loro effettiva applicazione da parte del potere esecutivo, infine nella possibilità di sanzionare le infrazioni da parte del potere giudiziario. Tutti e tre i poteri fondamentali che costituiscono l’autorità di uno stato moderno devono entrare necessariamente in gioco se si vuole istituire una governance davvero efficace della nuova forza della natura che abbiamo scatenato. Ma allora da qui rinasce nel modo più cristallino la necessità imprescindibile del diritto internazionale. E quindi dell’Onu. Bill Gates infatti potrà anche andare in Cina per incontrare il Presidente Xi Jinping (come io spero che presto avvenga), potrà inoltre incontrare un presidente Usa finalmente di nuovo degno di questo nome al termine del mandato dell’attuale, ma nessun accordo tra Usa e Cina da lui promosso potrà mai avere un’effettiva applicazione a livello mondiale senza il diretto coinvolgimento dell’Onu. Ne viene che il diritto internazionale e la sua principale istituzione oggi così marginalizzati, riacquistano necessariamente il centro della scena politica.

Ma occorre procedere oltre e chiedersi su quale base si potrà fondare la necessaria legislazione sull’IA. E qui appare chiaro come il diritto nel suo farsi rimandi all’etica, vale a dire a una precisa visione dell’uomo e dei valori irrinunciabili per tutelarne la dignità. La governance mondiale dell’IA, in altri termini, non potrà essere attuata senza un’etica mondiale, la quale rimanda organicamente a quel progetto di “Word Ethos” coraggiosamente portato avanti dal teologo svizzero Hans Küng. La situazione quindi è riassumibile nei seguenti passaggi: 1) la tecnologia ha creato una forza di natura dalle potenzialità immense, in senso sia positivo sia negativo per l’umanità, ma essa non la sa governare; 2) noi abbiamo bisogno di un’istituzione politica internazionale che la governi; 3) perché questa istituzione possa effettivamente legiferare c’è bisogno di un accordo universale sui principi etici irrinunciabili.

La situazione è tale che forse si può avverare oggi quanto avveniva anticamente nell’isola di Creta, i cui abitanti, sempre fortemente divisi tra loro in fazioni rivali, si coalizzavano sistematicamente tra loro all’apparire di un nemico esterno così che riuscivano a respingerlo. Noi abbiamo bisogno di questa rinnovata “sincreticità”, cioè di un’energia intellettuale che unisca le forze fondamentali degli esseri umani al fine di salvare l’umanità dalla tecnica da essa stessa evocata. La scena dell’apprendista stregone del film di Walt Disney si chiude con l’arrivo del maestro stregone che ferma con un cenno le scope impazzite, ma da noi non arriverà nessun Superuomo a porre rimedio, ci dobbiamo pensare da noi. E forse da questo rinnovato pensare a noi stessi, a cosa sia davvero importante per la nostra vita, potrà sorgere una via di uscita. Ha scritto Hölderlin: «Ma dov’è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza».


Il clima cambia anche il sole: “Più rischi dai raggi ultravioletti”

 

Di Giacomo Talignani, La Repubblica

 

Nell’estate del caldo infinito circola un accessorio sempre più comune, simbolo di un problema in crescita e spesso sottovalutato. L’ombrello, un tempo destinato a ripararci dalla pioggia, sta diventando oggi sinonimo della protezione dal sole, dai raggi ultravioletti. Nel 2026 negli Stati Uniti, ma anche in Svizzera o Grecia, c’è un boom di vendite dei parasole anti-UV.

Non è un caso: una nuova ricerca racconta infatti come in Europa le radiazioni solari stiano pericolosamente aumentando, soprattutto nelle regioni centrali. Lo studio internazionale, pubblicato su Springer Nature, ha visto coinvolti oltre 50 ricercatori e si basa su una raccolta di dati provenienti da 40 diverse stazioni europee tra il 2013 e il 2022. Sostiene che in media la radiazione ultravioletta (UV) che raggiunge il suolo sia aumentata dell’11% in Europa negli ultimi 10 anni, con picchi anche del 2,6% l’anno (Gran Bretagna).

Anche in Italia i valori sono in crescita. Da noi ci sono 4 stazioni con strumenti precisi per le rilevazioni UV: in Valle d’Aosta, a Sesto Fiorentino, Roma e Lampedusa. Tutti i centri hanno contribuito alla ricerca.

«Lo studio indica valori significativi» spiega a Repubblica Henri Diémoz di Arpa Valle d’Aosta che, insieme alla collega Annachiara Bellini, è fra gli autori. «In dieci anni ad Aosta emerge ad esempio un trend del +7%. A Roma di quasi il 10%, ugualmente a Sesto Fiorentino. Più a sud invece, a Lampedusa, non si registrano aumenti. L’Europa centrale è quella più esposta». Il motivo principale dell’aumento dei raggi ultravioletti, pericolosi per la salute umana, è da ricercarsi nei mutamenti dell’atmosfera.

Il fisico Alcide Giorgio di Sarra, ricercatore di ENEA che ha preso parte al paper, racconta come «la causa è soprattutto dovuta a una diminuzione della copertura nuvolosa. Anche se lo studio non evidenzia un collegamento diretto con la crisi del clima è chiaro come il surriscaldamento, portando a modifiche relative a temperature, umidità e circolazione, stia impattando sulla diminuzione della copertura nuvolosa. Meno nubi ci sono, più raggi UV passano». Diémoz aggiunge come, in percentuale minore, ci sia però anche un’altra causa. Per paradosso infatti abbiamo polmoni più sani ma pelle e occhi più a rischio. «L’altro fattore possibile è che anche la qualità dell’aria giochi un ruolo. In Europa è ora più pulita grazie a politiche ambientali efficaci. Ma inquinanti come le particelle fini, che ora sono in calo, facevano da velo e riflettevano la radiazione. Con meno particelle, passano più UV».

Un’altra analisi multi-causa richiamata anche nello studio sostiene che le variazioni delle nubi incidano per l’80%, le particelle per il 20%. In Italia, a differenza dei bollettini sulle ondate di calore, mancano però comunicazioni capillari e quotidiane sui raggi.

La scala dei valori UV va da 1 a 11 e oltre. Dal valore 3 sino al 5 il grado è moderato, dal 6 al 7 alto, dall’8 al 10 molto alto e da 11 in poi estremo. Consci dell’aumento della radiazione nelle ultime ore l’Arpal ha appena installato a Genova e La Spezia nuovi radiometri: misuravano un indice di 6. «A fine anni Novanta feci un bollettino Uv per l’Italia — chiosa Di Sarra — ma poi l’attenzione per il tema si è ridotta e oggi non esiste una indicazione unica nazionale. Servirebbero ora più rilevazioni e informazioni». Per esempio, è utile ricordare che le alte temperature non sono necessariamente collegate a elevati valori UV. «Col caldo molte persone si rifugiano in montagna, ma non è detto che in quota le dosi di radiazioni siano minori, dobbiamo reimparare ad esporci».


Clima estremo, in Europa 35mila morti per il caldo

 

Di Bianca Lattanzi, il manifesto

 

Circa 35mila persone in più sono morte quest’estate in Europa per il caldo, la cifra è ancora provvisoria. Ieri il Guardian ha riportato questi numeri, relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto. I dati completi aggraveranno ulteriormente il quadro. Tra domani e venerdì, infatti, è attesa una nuova ondata di calore che colpirà in particolare le regioni del Sud Italia.

A oggi, le quattro canicole consecutive hanno battuto ogni record. Solo nei tre paesi più grandi dell’Unione Europea (Germania, Francia e Spagna), l’eccesso di mortalità ha già superato le 25mila unità. L’Oms a maggio ha dichiarato che la mortalità legata al caldo nella regione europea è aumentata di oltre il 30% negli ultimi 20 anni ed è destinata a crescere significativamente.

Tutto questo ha effetti preoccupanti non solo sulla salute delle persone, ma anche su quella dell’agricoltura europea. A dirlo è l’ultimo bollettino mensile Jrc Mars, pubblicato dal Centro comune di ricerca della Commissione europea. Il caldo e la siccità stanno compromettendo le colture estive e la disponibilità di foraggio in tutta l’Europa occidentale e centrale: in particolare in Francia, Germania meridionale, Italia settentrionale e centrale, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania occidentale. Si parla di un calo dei raccolti estivi fino al 14% rispetto agli ultimi cinque anni.

A catena, la carenza di foraggio ha ridotto la disponibilità di pascoli e l’accumulo di biomassa. Per l’Italia Coldiretti ha stimato danni complessivi superiori ai 3 miliardi di euro e perdite di produzione tra il 30 e il 50%. Ha anche evidenziato la situazione variegata nelle varie regioni italiane: alcune colpite da costante siccità, altre da piogge concentrate e improvvise, che però non riescono a compensare mesi di deficit idrico e possono anzi trasformarsi in un ulteriore fattore di rischio.

 

Nell’immagine: gli effetti di un incendio in Francia, luglio 2026


Sacco e Vanzetti, quando i nemici da “remigrare” eravamo noi

 

Di Antonio Ferrero, La Stampa

Domenica, a Villafalletto, suo paese natale, si è tenuta la commemorazione di Bartolomeo Vanzetti, l’anarchico italiano giustiziato negli Stati Uniti sulla sedia elettrica il 23 agosto del 1927 con l’accusa di omicidio durante una rapina col sodale Nicola Sacco. È giusto ricordarlo non solo per la tragicità della vicenda ma per ricostruire il contesto sociale e culturale in cui maturò una condanna che si sapeva – da subito – essere costruita a tavolino. Non solo mancavano prove del delitto, ma c’era anche un reo confesso, ritenuto però dalla giuria non affidabile.

A lungo, la lettura politica e romantica della vicenda ha insistito sull’adesione convinta e pacifista di Vanzetti all’anarchismo, ma oggi può essere utile soffermarsi su un altro aspetto: Vanzetti venne condannato in quanto capro espiatorio ideale in una società in profonda crisi che aveva bisogno di sentirsi sicura e, per farlo, il modo più veloce era costruire stereotipi convincenti da colpevolizzare. E chi meglio di un immigrato? Perché la coppia accusata del delitto, solo secondariamente funzionava bene per l’opinione pubblica in quanto anarchica (chi, nell’America degli anni Venti, sapeva realmente in che cosa credesse una anarchico?), ma perché italiani.

A ridosso della Grande Depressione, gli Usa erano scossi da tensioni sociali e etniche: nel 1920, un amico anarchico italiano di Vanzetti, Andrea Salsedo, arrestato dall’FBI, dopo un brutale interrogatorio, «cadde» dal 14° piano del palazzo della polizia federale. Venne ritenuto suicidio e non ci fu indagine. Vanzetti, oltre tutto, nonostante la professione di ateismo, era cresciuto imbevuto di cattolicesimo («per lui la fede cattolica era qualcosa di scontato, tanto che alcuni suoi compagni di lavoro lo ridicolizzarono per questo, etichettandolo come bigotto», Treccani). Anche questa condizione non era particolarmente favorevole: italiani, irlandesi e polacchi venivano identificati tutti come «papisti» fedeli a un sovrano straniero e spesso discriminati se non perseguitati.

È un pezzo di storia minore, ma tristemente significativa: nel 1921, il sacerdote cattolico James Coyle, dopo aver celebrato un matrimonio, venne ucciso dal padre della sposa. L’assassino, un ministro espiscopale metodista, affermò di aver agito alterato dall’ira adducendo la legittima difesa e un motivato sentimento anticattolico (riteneva che il prete avesse forzato la conversione della figlia). Era membro del Ku Klux Klan, come 4 dei suoi cinque avvocati e il magistrato titolare del caso. Venne assolto da una giuria di soli bianchi protestanti.

Va ricordato anche che solo nel 1977 il governatore del Massachusetts Michael Dukakis emanò un proclama che assolveva i due italiani dal crimine. Insomma, a quasi un secolo dall’omicidio di Vanzetti, può valere la pena ricordare di quando gli immigrati pericolosi, aderenti a una religione sospetta, i capri espiatori ideali, i nemici da «remigrare», eravamo noi.

Nell’immagine: Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco


Ma quale woke, serve la lezione degli anni Settanta

 

Di Luigi Manconi, La Repubblica

 

Pigliamo un caso che conosco bene: il mio. Io sono, sotto il profilo diagnostico e clinico, un non vedente: e così vengo definito nelle relazioni e nelle circostanze formali. Tuttavia, cieco è il termine cui ricorro per definirmi e con il quale vorrei che gli altri mi definissero. Cieco ha perso, con il tempo, gran parte della sua tonalità discriminatoria e, pur conservando un accento denigratorio (nel linguaggio corrente si dice alla cieca, furia cieca, vendetta cieca… ), mi piace perché esprime una sua inesorabile verità. Dunque, tutto bene?

Non proprio, perché basta guardarsi un po’ all’indietro per ricordare quanta sofferenza di padri e madri infelici, quante lacrime e sangue e quante lettere ai quotidiani è costata l’ingrata battaglia per cacciare dal vocabolario comune quella parola “mongoloide” che ha chiamato per mezzo secolo le persone con sindrome di Down.

Se, pertanto, il linguaggio che si vuole politicamente corretto — pur tra errori e fraintendimenti — è riuscito a eradicare, o perlomeno a contenere, quelle maleodoranti espressioni e a sviluppare, o perlomeno a incentivare, una maggiore consapevolezza verso la dignità individuale, viva il politicamente corretto.

Anche se credo che si tratti di qualcosa che riguarda il processo di incivilimento della società; e che un così importante conflitto debba affidarsi agli strumenti della formazione e della persuasione, della crescita culturale e della condivisione delle esperienze: e non ai mezzi di autorità che vorrebbero imporre “la correttezza” attraverso norme, coercizioni e sanzioni penali.

Ma tutto ciò ha poco o nulla a che vedere con la sostanza vera della discussione in corso sul cosiddetto woke. All’origine c’è l’amputazione subita dalle parole di Alexandria Ocasio-Cortezche, all’affermazione «la prima stagione del woke fu folle», aggiungeva: «Ma quelle discussioni furono utili». Altro che abiura. Provo, di conseguenza, a segnalare quelli che ritengo alcuni punti fermi che possano aiutare la riflessione.

Uno. Nel nostro paese la cosiddetta cultura woke — purtroppo o per fortuna — non è mai stata egemone, non ha mai rappresentato l’ideologia di una qualche classe di governo, non ha mai prodotto normative a essa ispirate. A meno che non si considerino tali quelle poche leggi che hanno tardivamente riconosciuto diritti fondamentali come il testamento biologico, le unioni civili, la tutela dalla violenza di genere e, ancora prima, la rettificazione anagrafica di sesso. Dunque, come può Giuseppe Conte dire che, per buona parte della sinistra, «questo indirizzo culturale è diventato una dottrina totalizzante, il filtro unico attraverso cui interpretare il mondo e distinguere i “buoni” dai “cattivi”»? Sbalordisco.

Due. Nella lettera di Conte a Repubblica compaiono più volte termini come «materiale» e simili contrapposti alla presunta astrattezza, superfluità e, appunto, immaterialità, dei bisogni correlati ai diritti civili intesi come generi di lusso. È un errore classico dell’idealismo accademico che sottovaluta, nell’analisi dei sistemi di diseguaglianza e delle dinamiche sociali, il peso del corpo, della soggettività, della sfera delle emozioni e dei desideri.

Anche queste sono, eccome, energie materiali che determinano i rapporti di forza, creano movimenti collettivi, incidono sulle forme del potere e sui processi di esclusione. E, soprattutto, condizionano comportamenti e orientamenti che investono l’intera società, a partire dai luoghi di vita e da quelli del lavoro/non lavoro. Insomma, l’accesso ai diritti civili è indissolubilmente legato all’accesso a quelli economico-sociali.

Tre. Non conosco, nell’arco degli ultimi quarant’anni, un solo conflitto per l’affermazione dei diritti civili — tra quei pochi che ci sono stati — che abbia sottratto idee, gruppi sociali, forme di azione, obiettivi e programmi alla lotta per la «questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana» (Matteo Renzi). La verità mi sembra di stupefacente semplicità: la sinistra non ha saputo realizzare lotte adeguate né sul terreno dei diritti civili né su quello dei diritti sociali.

Quattro. C’è stata una stagione dell’Italia repubblicana nella quale la mobilitazione per le libertà soggettive e quella per le libertà economico-sociali sono andate di pari passo integrandosi virtuosamente. È stato il decennio degli anni Settanta, sciaguratamente definiti “di piombo” — certo, sono stati quello ma anche di più, assai di più — , che hanno visto le più significative riforme mai conquistate in Italia: lo Statuto dei lavoratori, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia, gli asili nido pubblici, il divorzio, la soppressione delle gabbie salariali, l’interruzione volontaria di gravidanza, l’abolizione delle classi differenziali. Nello stesso breve lasso di tempo sono stati ottenuti il sistema sanitario nazionale e l’obiezione di coscienza: un diritto sociale quale altro mai e il diritto individuale per eccellenza.

Dietro tutto questo, l’intuizione — se non ancora la consapevolezza — che l’individuo non è ripartibile per segmenti né riducibile a compartimenti stagni, che la persona è tutta intera, fatta di necessità materiali e aspirazioni ideali, di pulsioni e bisogni, di piacere e dolore. Insomma, di corpo e anima.


La morsa americana sull’Iran, sanzioni su tech e commercio: “Puniremo chiunque lo aiuti”

 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

 

«Asfissia economica» del regime iraniano. Questo linguaggio ha scelto il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, annunciando ieri la “Operation Economic Outcast”, finalizzata a «tagliare ogni linfa» che permette al governo della Repubblica islamica di sopravvivere, imponendo sanzioni secondarie a chiunque lo aiuti a incassare soldi. Usando questa leva il presidente Trump spera di ottenere quello che gli è sfuggito con la forza militare, almeno fino alle elezioni midterm di novembre che i repubblicani rischiano di perdere anche per il conflitto con Teheran.

Le incognite però sono almeno quattro: la capacità di resistenza degli ayatollah, che hanno seri problemi pratici, ma sono anche rinforzati dal fatto di aver resistito all’attacco frontale; i rischi di rappresaglie militari, nello Stretto di Hormuz e oltre, che potrebbero rendere troppo costosa l’offensiva economica; l’incertezza su quanto le nuove sanzioni possano davvero incidere, dopo anni di “massima pressione” in questo campo; la disponibilità del resto del mondo, partendo da Cina e Russia, oltre ai Paesi della regione, a collaborare con questa operazione su scala globale.

Ieri mattina Trump ha annunciato via social che «l’Iran sta collassando completamente». La sua teoria è che le vendite di petrolio sono ferme, l’economia va verso la paralisi, la moneta rial è in caduta libera, gli stipendi non arrivano più in tempo nemmeno ai capi del regime, e lo stesso leader del Parlamento Ghalibaf ha ammesso che «il nostro apparato militare può essere forte quanto vogliamo, ma se abbiamo fame non possiamo sopravvivere». In queste condizioni, un’ulteriore spallata finalizzata prosciugare gli ultimi canali finanziari dovrebbe raggiungere l’obiettivo del cambio di regime. Subito, o attraverso il rilancio del malcontento e delle proteste che provocherà nel tempo.

Perciò poco dopo il Tesoro ha annunciato la “Operation Economic Outcast”, che prende di mira in particolare cinque settori: asset digitali, incluse le monete cripto; tecnologia, militare e finanziaria; oro, rifugio nei momenti di crisi; aviazione e trasporti marittimi, indispensabili tanto per esportare l’energia, quanto per ricevere i beni necessari, tipo quelli per l’apparato difensivo. Il governo Usa attraverso l’Ofac ha colpito subito una sessantina di entità basate negli Emirati Arabi Uniti, Hong Kong, Cina, Singapore, Svizzera ed Europa, fra cui Grecia. Si va da compagnie per procurare tecnologia nucleare e missilistica, a quelle per infrastrutture, trasporti, beni digitali, scambi commerciali.

Gli obiettivi sono elencati per nome, ma rappresentano solo la punta dell’iceberg. Bessent infatti ha annunciato che già entro la fine della settimana una grande istituzione finanziaria verrà colpita, e quando gli hanno chiesto se anche la Cina verrà presa di mira, ha risposto che «nessuno è al di sopra delle sanzioni secondarie». Washington ritiene che le misure imposte finora non abbiano fatto cadere il regime perché molti lo aiutano ad aggirarle: «Metteremo fine — ha avvertito il segretario — all’accesso al sistema del dollaro per coloro che riciclano denaro iraniano». Quindi ha avvertito «coloro che agevolano Teheran: non mettete alla prova la nostra determinazione. Il presidente sta già contattando i leader mondiali, avanzando richieste specifiche affinché cessino le loro interazioni con l’Iran».

Gli ayatollah minacciano di rispondere con la forza, e già questo potrebbe negare a Trump l’obiettivo di frenare le operazioni militari almeno fino alle elezioni. Poi si tratta di vedere se le nuove misure saranno davvero più efficaci di quelle già in vigore da anni, e se Paesi come la Cina le rispetteranno, anche perché sarebbe difficile punire Xi prima della sua visita alla Casa Bianca il 24 settembre. Dopo l’annuncio dell’Economic D-Day il petrolio ha continuato a scendere e Wall Street non è crollata, forse perché anche i mercati hanno qualche dubbio sul suo impatto.


La crisi del woke, vittima dei suoi eccessi

 

Di Elena Loewenthal, La Stampa

 

Il movimento woke è in crisi. Se non proprio sul viale del tramonto, quasi: il flusso di coscienza critica si è avviato negli Stati Uniti con una presa di distanza da parte di Alexandria Ocasio Cortez, e ha attraversato l’Oceano punteggiando dichiarazioni a mezza bocca (Giuseppe Conte) o mute alzate di spalle (Matteo Renzi) nel nostro clima politico d’agosto, accaldato più dal clima che dalle urgenze.

Prima di stupirsi del fuoco di paglia di un movimento che pare nato appena ieri e sembra già aver esaurito la sua forza di propulsione, bisogna fare un passo indietro. «Woke» è infatti una variante fonetica di «awake», che sin dagli anni Trenta invitava gli Stati Uniti al risveglio dei diritti umani e puntava il dito sulle discriminazioni contro la popolazione afroamericana.

Ma nell’opinione comune sembra qualcosa di recente perché di fatto l’imperativo «stay woke» è tornato alla ribalta una decina di anni fa, insieme al movimento Blm («Black Lives Matter»). Accanto all’istanza tradizionale, e cioè la lotta contro le discriminazioni, gli abusi e le violenze ai danni della popolazione di colore, il movimento woke ha ben presto adottato altri connotati: la difesa dei diritti di tutti e in particolare delle persone «non normate». Una difesa talmente strenua da diventare retroattiva e trasformarsi in una sorta di censura su tutto ciò che potrebbe urtare, ferire, far alzare le sopracciglia. Di lì alla demolizione della statua di Cristoforo Colombo, icona del colonialismo, e alla stigmatizzazione di Via col Vento perché Mami, la tata di colore, incarna tutti gli stereotipi della minoranza schiavizzata, è trascorso un attimo.

Tutto è passato a un drastico vaglio: la cultura woke è arrivata nel 2021 a far gettare la spugna alla traduttrice in neerlandese della poetessa afroamericana Amanda Gorman (sul palco alla cerimonia di insediamento di Joe Biden) perché secondo gli esponenti del movimento una persona bianca non poteva avere una comprensione sufficiente del testo scritto da una di colore. Pensare che la traduzione è per antonomasia un percorso di «trasferimento», di dialogo fra lingue e culture diverse.

Eccessi e approssimazioni stanno dunque portando a un profondo e salutare ripensamento l’ideologia woke. Che a ben pensarci era carica di alcuni difetti congeniti. Il primo è stato aver dato per scontata la libertà, propria e altrui, sbandierando i diritti di tutti persino al di là dell’estremo confine, quello della sanzione retroattiva. Espungere fatti, parole, statue e tanto altro dalla storia per non urtare la sensibilità di chi la storia la ha subita non significa altro che censurare. E il woke di censura ne ha fatta tanta, con il presupposto che la libertà vale anche per questo: cancellare, rimuovere, manipolare. Ma la libertà non va data per scontata, e non è una conquista assodata. Va trattata con rispetto, mai con disinvoltura. Questo abuso della libertà – anche di censurare – è stato uno dei due «peccati originali» del woke.

Il secondo è stato l’istanza ossessiva di classificare, definire, distinguere: nel tentativo di «proteggere» le categorie sociali più fragili o marginali, il movimento ha prodotto negli anni una tassonomia umana in continua evoluzione. Perché tutti andavano nominati, classificati e inclusi. E dunque il progressivo dilatarsi delle categorie Lgbt in un acronimo sempre più astruso. E gli impronunciabili segni grafici per il plurale inclusivo (come se non ci fossero battaglie più sostanziali da combattere sul fronte delle discriminazioni e delle violenze sulle donne). E i sottili distinguo semantici fra donna (che può essere tale per nascita o per scelta), «persona con utero» e «seahorse dad» (padri trans nati donna capaci di ingravidarsi e generare).

Questa ansia di definizione e di inclusione ha ottenuto l’effetto opposto a quello voluto, perché nell’opinione comune si è radicata più di prima l’idea che ci siano le persone «normali» e quelle che non lo sono. La realtà è ben diversa e ci dice che l’identità è sempre complessa, fluida, irriducibile e a volte persino contraddittoria: ognuno di noi è un amalgama unico e plurale, mai una cosa soltanto. È il bello della vita.

 

Nell’immagine: Alexandria Ocasio-Cortez