Il socialismo dem vince anche in Florida. Rubio è avvertito

AMERICA OGGI Alle primarie Angie Nixon prevale sul favorito Vindman. Caccia aperta al seggio del Senato che fu dell’attuale segretario di Stato 

Di Libero Vazzoler, il manifesto

Il 18 agosto si sono svolte le primarie in Florida per decidere i candidati di entrambi i partiti alle elezioni di midterm di novembre. Come candidato a governatore della Florida, i Repubblicani hanno scelto l’afroamericano Byron Donalds, che ha ricevuto l’endorsement di Trump. Donalds con il suo 47,8% ha battuto il vicegovernatore Jay Collins, che si è fermato al 25%: l’ala trumpiana del partito ha così sbaragliato l’apparato locale fedele al governatore Ron DeSantis. Sul fronte democratico a vincere con il 61% è stato David Jolly, ex rappresentante repubblicano alla Camera. Jolly ha costruito una campagna da moderato per conquistare gli indecisi e i repubblicani critici di Trump. Ma anche così, Donalds parte favorito, e potrebbe diventare il primo governatore nero della Florida.

I CANDIDATI TRUMPIANI non hanno vinto dappertutto: alla Camera, Cory Mills è stato sconfitto dall’ex giornalista Ryan Elijah, mentre Catalina Lauf ha perso contro l’imprenditore Jim Schwartzel: Elijah e Schwartzel, conservatori, hanno costruito la propria campagna sulla propria estraneità all’establishment trumpiano. Sul fronte Dem la vittoria della moderata Debbie Wasserman Schultz nella contea di Broward ha scatenato molte polemiche: la deputata, bianca, ha vinto con 30mila preferenze in un distretto a maggioranza nera, e le organizzazioni afroamericane hanno contestato la sua nomina contro gli altri candidati più votati, fra cui il socialista nero Elijah Manley, che ha ottenuto 10mila voti.

Anche Oliver Larkin, altro candidato di sinistra, ha perso contro il progressista filo-israeliano Jared Moskowitz, ma ha totalizzato oltre 16mila voti contro i 27mila dell’avversario, segno che esiste una base dem pronta a votare un candidato apertamente socialista.

Infatti, la vera sorpresa di questa tornata è stata la crescita dei socialisti in Florida, che ha provocato un vero terremoto attorno alla nomination del candidato dem al Senato. La competizione è per un seggio estremamente simbolico, quello di Marco Rubio, vacante dopo la sua nomina a Segretario di Stato. I repubblicani hanno scelto con oltre l’80% dei voti Ashley Moody, già nominata da DeSantis per la sostituzione temporanea di Rubio.

Fra i dem, invece, il candidato favorito fino alla vigilia delle elezioni era Alex Vindman, membro moderato dell’establishment ed ex funzionario della Sicurezza Nazionale, molto noto come candidato anti-Maga in quanto testimone centrale al primo processo di impeachment di Trump. Tuttavia, Vindman è stato sconfitto da Angie Nixon, membro della Camera dei Rappresentanti della Florida eletta a Jacksonville, nera e apertamente socialista, che ha vinto con il 56% e quasi 150mila voti di scarto. Una vittoria netta che consegna la nomination nelle mani di una candidata iscritta ai Democratic Socialist of America, la principale organizzazione socialista degli Usa.

IL PRIMO ASPETTO RILEVANTE di questo risultato è il contenuto politico del voto. Vindman e Nixon erano entrambi percepiti come espressione di una dura opposizione a Trump: dunque, gli abitanti della Florida hanno scelto fra due programmi molto differenti, e a vincere sono stati i contenuti della campagna di Angie Nixon: assistenza sanitaria universale e gratuita, un salario minimo intercategoriale di 25 dollari l’ora, tassazione dei miliardari, congelamento nazionale degli affitti, abolizione dell’Ice e forte critica alla politica estera filoisraeliana degli Usa.

Insomma, a vincere con Nixon è stata la piattaforma politica dei Dsa, i cui membri in Florida sono più che raddoppiati nell’ultimo anno. Angie Nixon, inoltre, ha vinto perché ha battuto il suo avversario sul piano del radicamento e della mobilitazione.

VINDMAN ha puntato sulla costruzione di una campagna mediatica estremamente costosa (16 milioni di dollari), Nixon ha raccolto meno di un milione, ma ha costruito una campagna dal basso che ha coinvolto decine di organizzazioni: i Dsa, le Chiese battiste nere, numerosi sindacati, organizzazioni giovanili come Gen-Z for Change e Florida Youth Justice Coalition, e il Working Families Party, organizzazione che si occupa di creare una rete elettorale di sinistra in tutto il sud degli Usa. Il momento di picco di questa mobilitazione dal basso è stato il 14 agosto, quando il raduno finale della campagna di Nixon – chiamato Chomp the Oligarchy – si è visto cancellare per due volte la sede prevista. A spingere contro l’evento sono stati Laura Loomer, attivista dell’ultradestra trumpiana, insieme a Michael Gottlieb, deputato democratico filoisraeliano e presidente del Florida Legislative Jewish Caucus. Al centro dello scontro la presenza della deputata socialista filo-palestinese Rashida Tlaib, che è comunque riuscita a partecipare, e anzi ha guadagnato enorme visibilità per la convergenza fra estrema destra Maga ed establishment dem moderato.

QUESTO HA CONTRIBUITO a screditare il candidato centrista dem, e ad assicurare la vittoria di Nixon. Se dovesse vincere a novembre, Rubio – campione del neo-maccartismo trumpiano – si vedrebbe sostituire al Senato proprio da una socialista dem, che lui considera non meno che un nemico dello Stato. Inoltre, la vittoria di Nixon ridisegna confini e contenuti della rappresentanza democratica in Florida, spostandola decisamente a sinistra.

 

Nell’immagine: Angie Nixon in aula durante una sessione straordinaria della legislatura della Florida


Berna rispedisce i migranti in Italia, la Svizzera apre un altro fronte. Meloni spiazzata dalla nuova crisi

AMERICA OGGI Alle primarie Angie Nixon prevale sul favorito Vindman. Caccia aperta al seggio del Senato che fu dell’attuale segretario di Stato 

Di Ilario Lombardo, La Stampa

 

Filtra molto poco dal governo, perché la linea che Palazzo Chigi e il Viminale si sono autoimposti è di commentare il meno possibile. Ma da quel poco che trapela, in un’ennesima giornata di trattative silenziose, affiora comunque l’irritazione verso la decisione della Svizzera, pronta a rimandare indietro i richiedenti asilo che si sono spostati dall’Italia, i cosiddetti “dublinanti”.

Giorgia Meloni è rimasta spiazzata e deve fare fronte a un nuovo caso, dopo quello ancora in fase di soluzione con la Germania. La Federazione elvetica non fa parte dell’Unione europea ma aderisce comunque agli accordi di Schengen sulla libera circolazione, dunque anche alle regole che impongono al Paese di primo approdo, come l’Italia, di assumersi la responsabilità della gestione dei migranti arrivati sul proprio suolo. Dopo quasi quattro anni di blocco, il governo di Berna ha annunciato che riprenderà i trasferimenti oltreconfine già a fine agosto. Lo ha fatto alle telecamere della tv svizzera Magdalena Baker, portavoce della Segreteria di Stato per la migrazione, spiegando che «i primi voli sono stati già prenotati» ma che si procederà con gradualità, in accordo con le autorità italiane. Dunque, i trasferimenti ripartiranno tra dieci giorni con numeri esigui, ma aumenteranno più avanti. Il totale, secondo le cifre fornite dalla Segreteria per la migrazione, si aggira attorno ai 650. Non sono pochi, per chi ha eletto il respingimento a dottrina e si ritrova alla propria destra un leader politico, Roberto Vannacci, che rilancia e parla di remigrazione. Meloni si ritrova a vivere il paradosso di subire l’irrigidimento delle politiche migratorie dei Paesi confinanti e alleati che l’accusano di essere inadempiente rispetto all’obbligo di esaminare le richieste di asilo (come prevede il Trattato di Dublino).

La Svizzera approfitta del fatto che non ha siglato alcuna intesa bilaterale con l’Italia per gestire i casi dei “dublinanti” precedenti al 12 giugno, data in cui è entrato in vigore il Patto Ue su migrazione e asilo che introduce altre forme di solidarietà tra Stati, anche attraverso un contributo finanziario, una sorta di compensazione per il mancato ricollocamento dei richiedenti asilo che hanno attraversato la frontiera. L’Italia però deve dimostrare di rispettare gli accordi sul primo approdo sicuro nell’Ue. Questo è invece il punto su cui danno una diversa interpretazione Roma e Berlino: secondo gli italiani, i casi precedenti al 12 giugno verrebbero azzerati automaticamente. Secondo i tedeschi non è così.

I due Paesi stanno trattando, con l’obiettivo di scongiurare una frattura diplomatica, che Meloni vuole assolutamente evitare. I “dublinanti” che sulla carta la Germania chiede all’Italia di riaccogliere sono potenzialmente migliaia. Per il momento ci si concentra su tre casi, diventati il simbolo di questo braccio di ferro agostano. Ieri è stata trovata una soluzione momentanea per la ventiduenne somala Faduma Abdirisaq Warsame che ha raggiunto madre e fratelli in Germania dopo essere sbarcata a Lampedusa a marzo, in fuga da un matrimonio combinato. Il volo per il suo trasferimento in Italia era gia stato predisposto per le 4.30 di questa mattina, 19 agosto. In attesa dell’esito del negoziato tra Roma e Berlino, il governo tedesco ha concesso che Faduma venisse accolta in una struttura di Norimberga, messa a disposizione da una comunità evangelica. La sua procedura di espulsione resta in atto, come rimane la contrarietà del governo italiano a riprendere i tre migranti. Toccherà ai ministri degli Interni formalizzare, in un bilaterale, il compromesso a cui si sta arrivando. Una delle ipotesi è che Faduma potrebbe continuare a vivere in Germania, e gli altri due tornare in Italia.

Mentre ancora a Bruxelles non hanno chiaro quando l’Italia revocherà la sospensione di Schengen con la Spagna, imposta dopo l’esodo su Ceuta di fine luglio, il cortocircuito con Berna e Berlino viene rilevato anche dalle opposizioni: «La dimostrazione di forza è tornata indietro come un boomerang» secondo Osvaldo Napoli, di Azione. Per Francesco Boccia, capogruppo Pd in Senato, «il governo populista di Meloni ha trasformato una crisi alla frontiera esterna dell’Europa in una crisi interna». Germania e Svizzera, sostiene sarcastico il leader di Più Europa Riccardo Magi, «hanno preso alla lettera il modello Meloni sui migranti, una ricetta che può portare tutta l’Europa alla disgregazione».


Emergenza clima, quante scuse per non parlarne

AMERICA OGGI Alle primarie Angie Nixon prevale sul favorito Vindman. Caccia aperta al seggio del Senato che fu dell’attuale segretario di Stato 

Di Stefano Mancuso, La Repubblica

 

Il riscaldamento globale interessa solo quando fa caldo. Ora, sembra che nei prossimi giorni le temperature medie in Italia e in gran parte dell’Europa diminuiranno. Certo, rimarranno sempre ben sopra la media del mese di agosto, ma non saranno più le stesse di quell’altoforno in cui abbiamo vissute, con piccole pause, da fine maggio. Urge, quindi, che se c’è qualcosa ancora da dire riguardo al caldo e all’inferno in cui siamo precipitati, la si scriva oggi, che dalla prossima settimana l’argomento potrebbe non interessare più nessuno. E di cose da dire ce ne sono ancora moltissime — anche limitandosi a citare le sole manifestazioni più abnormi — riguardo a un problema che interessa ogni singola manifestazione della vita del pianeta. Non possiamo, ad esempio, non ricordare, ancora una volta, che secondo il programma Copernicus dell’Ue e l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), le temperature annuali della superficie del mare in Europa hanno raggiunto i livelli più alti mai registrati, mentre la copertura nevosa è diminuita del 31% e la massa nevosa del 45% rispetto alla media degli ultimi decenni. Non possiamo non ricordare che dalla metà degli anni ’90 la temperatura media in Europa è aumentata di 0,56 °C per decennio, un ritmo molto più rapido di qualsiasi altro continente del pianeta, e che le conseguenze di questi numeri siano inimmaginabili.
Non possiamo non ricordare che è incomprensibile come a fronte di una catastrofe che sta cambiando la storia della nostra specie, la politica rimanga nel più imbarazzante silenzio. Come se ogni parola spesa anche soltanto per commentare l’inaudita cronaca di quanto accade, possa in qualche maniera essere considerata un’ammissione di colpa. Meglio non dire nulla e lasciare che l’inverno raffreddi. E intanto per il caldo le persone muoiono, tante e in tutta Europa. Quante? In Italia non abbiamo ancora stime attendibili, ma in Gran Bretagna ci dice l’Imperial College di Londra che l’ondata di calore che ha colpito l’Inghilterra e il Galles a giugno ha causato circa 440 morti al giorno durante il suo picco di tre giorni. E questo è quanto per la cronaca locale della recente ondata di calore che ha colpito il nostro continente.

Ma è allargando lo sguardo al resto del pianeta e cercando di prevedere cosa accadrà nei prossimi decenni che il riscaldamento globale mostra i suoi lati più aspri. Nei prossimi anni, infatti, le temperature estreme e la siccità non permetteranno a una buona fetta di pianeta di essere abitabile. Non c’è una maniera più carina per dirlo: secondo la maggior parte dei modelli, una percentuale significativa di pianeta non sarà più abitabile, perché troppo caldo, nei prossimi 30-50 anni. Non si tratta dell’ennesima profezia apocalittica, ma di seri studi, il cui numero ormai si moltiplica. Anche la nostra specie, infatti, come ogni specie, ha dei limiti ambientali all’interno dei quali può sopravvivere. Nonostante i nostri progressi tecnologici, questi limiti continuano a esistere e non possono essere superati. Fra questi, l’intervallo di temperatura nel quale è possibile la nostra sopravvivenza, è decisivo.
Per millenni l’uomo ha potuto godere di una temperatura media annuale compresa fra circa 11 e 15 °C. All’interno di questa temperatura media, non solo noi esseri umani, ma anche le nostre colture e gli animali che alleviamo si trovano in uno stato ottimale per la crescita e lo sviluppo. Questa nicchia di temperatura all’interno della quale l’umanità ha vissuto agevolmente per migliaia di anni senza che vi fosse mai alcuna variazione significativa è definitivamente scomparsa. Studi recenti dimostrano che con uno scenario di riscaldamento globale invariato (si intende, se continuiamo a non fare nulla), nei prossimi pochi decenni si assisterà a un riscaldamento tale per cui aree che oggi ospitano all’incirca un terzo della popolazione mondiale sperimenteranno temperature medie annuali superiori a 29 °C. Si tratta di valori di temperatura al momento presenti solo nello 0,8% della superficie terrestre e concentrati principalmente nel Sahara. A queste temperature, oltre a essere impossibile condurre alcuna attività agricola o di allevamento del bestiame, è spesso impossibile sopravvivere; letteralmente. Poiché le regioni più colpite saranno inevitabilmente le più povere del mondo, ossia quelle in cui la capacità di adattamento è bassa, possiamo ragionevolmente attenderci che grandi masse migratorie provenienti da queste aree del pianeta si sposteranno verso settentrione.
Detta così sembra una semplice enunciazione di fatti che avverranno, con ordine, in un prossimo futuro. In realtà si tratterà di eventi difficili anche soltanto da immaginare. L’intero mondo ricco sta chiudendo i propri confini anche ai ridicoli numeri odierni di migranti. Cosa accadrà quando miliardi di persone si muoveranno per sopravvivere? In un mondo non dico ideale, ma anche soltanto vagamente razionale, dovremmo fin d’ora organizzarci per gestire questi eventi. Spero sempre che alla fine dimostreremo di essere una specie intelligente, perché questo sarà il secolo in cui per sopravvivere al riscaldamento globale assisteremo a migrazioni e rimescolamenti della popolazione umana di dimensioni mai viste prime. E sarebbe meglio pensarci per tempo.


Attualità del colonialismo, 73 anni dopo Mossadeq

AMERICA OGGI Alle primarie Angie Nixon prevale sul favorito Vindman. Caccia aperta al seggio del Senato che fu dell’attuale segretario di Stato 

Di Mario Ricciardi, il manifesto

 

L’anniversario del colpo di stato che nel 1953 ha portato alla destituzione di Mohammad Mosaddegh, primo ministro democraticamente eletto dell’Iran, riceve scarsa attenzione da parte dei mezzi di informazione europei e statunitensi.

A occuparsene sono soprattutto le testate che hanno una forte sensibilità per la storia del colonialismo occidentale, in particolare quelle di sinistra, che vedono giustamente in quell’evento un passaggio cruciale nel processo di destabilizzazione del Medio oriente che accompagna la guerra fredda. Riflettere oggi sull’operazione Ajax, gestita congiuntamente dai servizi segreti britannici e statunitensi, e sulle sue conseguenze, non ha un interesse esclusivamente storico. L’attuale regime iraniano è il risultato di una reazione politica a catena innescata dal colpo di stato dell’agosto 1953. Fare i conti con l’eredità tossica del colonialismo è dunque una questione politica cruciale, e sarà sempre più un tema di scontro con la destra.

Leggendo le ricostruzioni storiche dell’operazione Ajax si riconoscono immediatamente modalità di azione che sono state messe a punto all’inizio della guerra fredda, e riemergono ancora ogni volta che gli interessi degli Stati uniti e dei loro alleati entrano in conflitto con le aspirazioni democratiche di popolazioni che vivono in aree che per qualche ragione sono considerate strategiche.

Un modulo simile a quello usato per liberarsi di Mosaddegh viene riproposto l’anno dopo per liquidare Jacobo Arbenz in Guatemala, e poi diverse altre volte nei decenni seguenti. Ricordiamone gli aspetti principali. In primo luogo si prepara il terreno. Le rivendicazioni legittime dei «nativi» – nel caso dell’Iran la nazionalizzazione dei giacimenti petroliferi – vengono presentate dalla stampa compiacente con i governi occidentali come ingiuste, irragionevoli, inaccettabili. Si invoca il rispetto del diritto e dei contratti, tacendo sul fatto che essi sono stati conclusi normalmente in situazioni nella quali non c’era piena libertà di scelta.

Mentre si mette in discussione la legittimità delle pretese si cerca di screditare chi le ha avanzate. Vari stereotipi vengono mobilitati per erodere la credibilità degli interlocutori locali (esemplare sotto questo profilo il modo in cui viene distorta l’immagine di Mosaddegh, un anziano giurista che era stato tra i protagonisti della «rivoluzione costituzionale» persiana dei primi del secolo, il cui scopo era instaurare una monarchia costituzionale modellata su quella britannica). Mentre si lavora a distruggere la reputazione dei governanti locali, se ne prepara la rimozione dal potere, che avviene con la regia dei servizi segreti, nel 1953 sono Cia e MI6, e la collaborazione di interlocutori locali disposti a fare (almeno in parte) il lavoro sporco. In Iran un contributo, ben retribuito, alla destabilizzazione venne anche da fondamentalisti ostili al processo di modernizzazione democratica immaginato da Mosaddegh. Una strategia replicata altrove, ad esempio in Afghanistan, con risultati disastrosi.

La convergenza di interessi tra gli Stati uniti e il Regno unito, che era stato a lungo la potenza coloniale egemone nell’area del golfo, segna una discontinuità significativa con gli impegni che l’amministrazione statunitense aveva assunto nel corso della seconda guerra mondiale. Dopo la morte di Roosevelt la difesa della libertà si sgancia dal principio di autodeterminazione dei popoli, e diventa sempre più un privilegio occidentale, con una sempre più evidente coloritura razziale. Una distorsione i cui effetti si avvertono ancora oggi nel modo in cui gli Stati uniti e l’Europa affrontano la questione dell’autodeterminazione dei palestinesi. La libertà, per gli abitanti delle ex colonie, non è un diritto, ma una concessione subordinata a requisiti stabiliti dagli ex colonizzatori.

Se dopo la fine del blocco sovietico c’è stata una stagione in cui sembrava che una visione genuinamente paritaria delle relazioni internazionali fosse destinata a prevalere, grazie al consolidamento di un sistema di regole giuridiche applicate in modo imparziale, le prime avvisaglie di crisi del ruolo egemone degli Stati uniti hanno condotto alla riemersione dei vecchi modi di fare e di pensare (mai del tutto superati). Oggi una mentalità neocoloniale viene difesa dalle destre senza alcun tentativo di nobilitarla, come faceva Kipling, evocando un presunto «fardello dell’uomo bianco».

Quello di oggi è un suprematismo bianco senza assunzione di responsabilità, neppure fittizia. Per Trump e i suoi alleati è la nuda forza a fare la differenza: «Ci prendiamo ciò che vogliamo, perché possiamo farlo». A più di settanta anni dalla caduta di Mosaddegh la tensione tra forma democratica e sostanza coloniale rimane cruciale per capire dove vanno gli Stati uniti e l’Europa.


L’ascesa di Natalie Harp: la prediletta di Trump tra fughe, segreti e veleni

AMERICA OGGI Alle primarie Angie Nixon prevale sul favorito Vindman. Caccia aperta al seggio del Senato che fu dell’attuale segretario di Stato 

Di Simona Siri, La Stampa

L’ultimo episodio è forse quello che racconta più di tutti. Nell’ormai famoso tranello alla James Bond con cui Donald Trump, nascosto nel carrello del cibo, ha lasciato la Turchia dopo il vertice Nato dello scorso 8 luglio, imbarcandosi su un aereo diverso dall’Air Force One – mentre su quello erano, ignari, la stampa e altri funzionari della sua amministrazione – ecco, su quell’aereo segreto insieme a lui c’erano solo altre tre persone: il vicecapo di gabinetto Dan Scavino, il direttore delle operazioni dell’Ufficio Ovale Walt Nauta e Natalie Harp, la 34enne assistente esecutiva soprannominata “la stampante umana”.

Sull’aereo-esca, quello potenziale vittima di un attentato da parte degli iraniani, si trovavano invece il capo della diplomazia Marco Rubio, il segretario al Tesoro e l’intera delegazione della stampa al seguito. Detto altrimenti: tra tutte le persone che Trump ha quindi scelto di salvare, in uno scenario ipotetico di attentato, c’era lei, la giovane bionda, fino a pochi giorni fa nota solo a chi si occupa di politica. Da oggi non più. Volente o nolente, oggi Natalie Harp è il nome sulla bocca di tutti, e la sua relazione con Trump è sotto la lente d’ingrandimento del gossip, anche alla luce della prolungata assenza di Melania, la First Lady sfuggente che non vive alla Casa Bianca e la cui ultima apparizione pubblica accanto al marito risale al 19 luglio, in occasione della finale dei mondiali di calcio.

La strada che ha portato Harp al fianco di Trump passa, come per altri suoi collaboratori, da un’apparizione televisiva. È il 2019 e la giovane è ospite di Fox News per raccontare la sua storia di malattia: colpita da un cancro alle ossa di secondo stadio, è stata vittima di un errore medico tanto che, dopo due chemioterapie fallite e il rifiuto da parte dei protocolli di sperimentazione clinica, i medici le offrirono oppioidi, marijuana terapeutica e persino assistenza nel fine vita. In quella trasmissione tv, Harp non solo racconta le sue avventure mediche a buon fine, ma ringrazia anche pubblicamente Trump per la firma del “Right to Try Act”, la legge che consente ai malati terminali di accedere a trattamenti sperimentali non ancora approvati dalla Fda, affermando che quella norma le aveva salvato la vita. Trump, che è davanti alla tv, non perde tempo e posta sui suoi social: «Proud of Natalie».

Avanti qualche mese e Trump la invita sul palco alla conferenza della Faith & Freedom Coalition a Washington, presentandola con le parole: «Ha illuminato lo schermo televisivo». Il resto è storia: nel 2020 inizia a lavorare come conduttrice per One America News Network (Oan), il canale televisivo di estrema destra, dove promuove narrative filo-Trump, incluse accuse infondate di brogli nelle elezioni del 2020. Nel 2022 si aggiunge al team per la rielezione, inizialmente senza un incarico ufficiale.

Nel gennaio 2025, con il ritorno alla Casa Bianca, viene nominata assistente esecutiva del Presidente, con delega alla gestione dei suoi canali social: è lei che ha accesso all’account Truth ed è lei la responsabile di diversi post controversi pubblicati a suo nome. Nata in una famiglia cristiana devota della California, laureata alla Point Loma Nazarene University nel 2012 e con master in marketing alla Liberty University – l’ateneo evangelico fondato da Jerry Falwell – Harp sarebbe forse rimasta ancora volentieri nell’ombra se non fosse per la storia dell’aereo e per il libro “Regime. I segreti della presidenza imperiale di Donald Trump” di Maggie Haberman e Jonathan Swan del New York Times appena pubblicato in cui raccontano molto di lei. È dalle loro pagine infatti che sappiamo del soprannome con cui tutti la conoscono a Washington, la “stampante umana”, perché segue ovunque Trump con una stampante portatile, fornendogli copie cartacee di articoli, email e commenti sui social media anziché costringerlo a leggerli su uno schermo. Sappiamo che Trump la chiama con pronuncia alla francese e che avrebbe detto che è l’unica che lo ama «quanto sua moglie e i suoi figli».

Sappiamo anche dei messaggi che lei gli avrebbe scritto e lasciato sulla scrivania, biglietti con le parole «Sei tutto ciò che conta per me», «Non voglio mai deluderti» e «Voglio portarti gioia». Il giornalista Michael Wolff già anni fa avrebbe descritto la situazione Harp come «una bomba ad orologeria» all’interno dell’amministrazione, affermando che per i Servizi Segreti la sua presenza costante al fianco di Trump era diventata «una questione di sicurezza».

A rendere tutto una commedia, più che una tragedia, ci ha però pensato il fratello della ragazza: in una intervista al Daily Mail, Preston, fratello maggiore con cui lei non ha più rapporti, ha definito il tutto come «una relazione malsana», facendo anche riferimento a un possibile complesso di Edipo mai risolto. Trump come il padre che Natalie avrebbe sempre sognato. Mentre il senatore della Georgia Jon Ossoff, in corsa per la rielezione a novembre, l’ha citata durante un discorso tenuto ad Atlanta: Trump «non ha voglia di fare il suo lavoro. Vuole costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie sul loro palazzo volante apparentemente indifeso, regalato dall’Emirato del Qatar». Una domanda su questo episodio è costata alla giornalista della Cnn Kristen Holmes una stizzita reazione del presidente: «Sei rumorosa e produci fake news».

Harp intanto tace, se non per una vecchia intervista rilasciata a Fox News nel 2024 in cui, parlando del suo rapporto con Trump diceva: «Condividiamo una profonda fede in Dio».

Nell’immagine: Natalie e Donald


La pax americana nel pantano

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Di Alberto Negri, il manifesto

Come va la guerra del Golfo? Nessuno davvero lo sa, forse neppure Trump, che un momento si inventa negoziati segreti con Teheran, smentiti dagli iraniani, e quello dopo minaccia di bombardare persino l’Oman. Quindi chiede a Israele di non colpire Gaza ma il suo inviato Jared Kushner riceve da Netanyahu, in piena campagna elettorale, un secco no: niente ritiro israeliano senza prima il disarmo di Hamas.

Secondo Haaretz Israele continuerà ad attaccare (e a uccidere) a Gaza, pur dichiarando di voler portare avanti un piano per la ricostruzione. Un capolavoro di ipocrisia e doppiezza.

Procede a tentoni Donald Trump, da Occidente a Oriente, come dimostra la sua decisione di ridurre le esercitazioni militari con la Corea del Sud, citando i suoi «ottimi rapporti» con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un, alleato stretto della Cina e di Putin.

Trump – e a questo punto nemmeno noi – non ha ben chiaro chi siano gli amici e i nemici, o quanto meno gli avversari: sono tutti in una sorta di frullatore.

E nello Stretto di Hormuz il capo degli Stati uniti resta sempre più impantanato. Scadevano ieri i 60 giorni per raggiungere un accordo per limitare il programma nucleare iraniano come previsto dal cessate il fuoco concordato a giugno tra Usa e Iran, un’intesa sostanzialmente defunta. Non sono stati segnalati attacchi Usa contro obiettivi iraniani dalla fine di luglio ma Hormuz intanto rimane chiuso e Trump ha detto di volerlo dichiarare «territorio degli Stati Uniti».

Tutto questo mentre ci si continua a raccontare la favoletta dei “mari liberi” prescritti da trattati internazionali non rispettati e neppure sottoscritti dalle maggiori potenze. L’amministrazione Trump ha revocato le deroghe alle sanzioni sul petrolio iraniano, concesse durante la breve tregua, e le forze americane hanno reintrodotto il blocco navale dei porti iraniani, nella speranza che la pressione economica sull’Iran lo costringa a concessioni. Ma i leader iraniani scommettono di poter sopportare maggiori difficoltà economiche rispetto agli Usa, soprattutto in vista delle elezioni americane di medio termine di novembre.

In realtà Usa e Iran sembrano prepararsi a una prolungata campagna di logoramento economico che potrebbe anche sfociare in una ripresa del conflitto iniziato da americani e israeliani il 28 febbraio scorso, sei mesi fa.«La repubblica islamica sta cercando di imporre una crisi economica all’America e l’America sta cercando di imporre una crisi economica alla repubblica islamica», afferma sul New York Times Behnam Ben Taleblu, esperto di Iran della Foundation for Defense of Democracies di Washington.

Dov’è la vittoria che Trump proclamava con la fine del nucleare iraniano e del regime di Teheran? Per lui c’è un’aria di “deja vu” nella regione dei fallimenti.

La cosiddetta pax americana non decolla a Gaza, sempre più devastata, e tanto meno in Libano. Qui le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno preparando nuove fortificazioni in un’area che si estende dal Monte Hermon a Est fino alla costa mediterranea a Ovest, distruggendo sistematicamente i villaggi sciiti per impedire ai civili di tornarci per anni. E tutto avviene nell’indifferenza dell’Europa e dell’Italia che però rivendicano un ruolo da pacificatori. Ridicolo, se non fosse tragico.

Intorno al Golfo e a Hormuz tutti stanno facendo patti e accordi tranne Trump. Arabia saudita, Turchia e Pakistan hanno stretto un’intesa di reciproca assistenza militare in caso di attacco, Teheran sbandiera un accordo con l’Oman per riscuotere tariffe sul passaggio delle navi e ora Trump vorrebbe persino bombardare il Sultanato che secondo lui «si mette in mezzo». Ma forse è Trump colui che ha più bisogno di un accordo per tirarsi fuori dal pantano, proclamare vittoria, ritirarsi e chiudere una guerra voluta da lui e da Netanyahu che si sta rivelando un fallimento anche per l’economia globale. Il fatto più significativo è che le potenze in gioco in questi accordi hanno un denominatore comune: nessuno si fida più della protezione americana. Come non si fidano dell’Iran, e forse ancora meno di Israele, ma anche di loro stessi, in balìa di eventi che incrinano la loro stabilità e l’immagine di monarchie assolute assai ricche ma vulnerabili.

Siamo davanti agli effetti diplomatici e di riallineamento inevitabili di un conflitto che gli Usa con Israele hanno scatenato umiliando i loro alleati arabi (come se la loro opinione non contasse nulla) ed esponendoli a conseguenze militari ed economiche devastanti. Persino gli europei, di solito volonterosi sonnambuli di Trump (Crosetto stava, ignaro, a Dubai quando è iniziata la guerra il 28 febbraio), sono accorsi nel Golfo per dare una mano ai sauditi, come ha fatto l’Italia inviando militari e mezzi in Arabia saudita nascondendo la mano, cioè ignorando con dei sotterfugi di comunicarlo al Parlamento: eppure quel che accade nel Golfo non si riverbera solo sui prezzi energetici e noi cittadini ma anche sugli equilibri strategici nel Mediterraneo. Come dimostra il caso di Ceuta basta agire su un tasto dolente e doloroso, quello migratorio, per innescare un terremoto diplomatico.

Alle porte del Mediterraneo si sta trasferendo, quando si presenta l’occasione, una serie di conflitti di potenze e interessi che va dal Golfo all’Atlantico: da Israele alla Turchia, dalla Grecia a Cipro, agli Stretti _ Hormuz, Bab el Mandeb, Gibilterra, il canale di Suez, il Bosforo – il passaggio obbligato di merci, energia, cavi sottomarini, che oggi si presentano con tutto il loro peso strategico.

Trump rivendica ogni giorno con veemenza la conquista del Venezuela e accarezza quella di Cuba ma se lo mettessero di fronte a una mappa del mondo potrebbe vacillare: è più grande e assai diverso della sua immaginazione.

Nell’immagine: dorme anche in piedi


La trappola woke: così la sinistra prova a liberarsi

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Di Carlo Galli, La Repubblica

Woke ha a che fare con “risveglio”, cioè con l’esercizio della critica che mette in discussione proprio quelle strutture culturali che paiono naturali, indiscutibili — per esempio, che i generi siano soltanto due, stabiliti dalla natura; che determinati comportamenti siano indispensabili al vivere civile e quindi non negoziabili — . Il pensiero woke è decostruttivo: i valori e i costumi sono il frutto della violenza, dell’oppressione, del conformismo coatto. E questo passato, istituzionalizzato in norme e gerarchie comportamentali, linguistiche, organizzative, va denunciato e gli si deve contrapporre un presente alternativo, che restituisca dignità agli umiliati, che includa gli esclusi, che risarcisca gli sconfitti, che stabilisca l’uguaglianza contro la gerarchia: un’uguaglianza che consenta il fiorire di ogni differenza, di ogni autodeterminazione e auto-identificazione, di ogni libertà particolare.

Il woke non pone problemi perché è critico, perché promuove uguaglianza, ma perché è troppo poco critico. Infatti non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo, sulla base di valori contemporanei — la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili — . Inoltre, il woke si colloca sul piano simbolico, e quindi promuove interventi “retributivi” a volte deliberatamente irritanti, che prefigurano una società anarchica, resa disuguale proprio da una babele di pretese identitarie — individuali o di gruppi minoritari omogenei — avanzate a volte giustamente a volte per provocazione. Infine, la politica woke è spesso lo sforzo di ritagliare spazi sottratti al sistema normativo tradizionale ma fatalmente interni alle strutture profonde del potere, che non vengono mai investite dalla critica.

E invece la politica è altro. È l’organizzazione del potere reale, è la dialettica dei ceti e delle classi, è la critica dell’economia, è lo sforzo di trovare spazi di libertà non solo individuale ma collettiva all’interno della ineludibile dimensione fondativa della democrazia — il lavoro, secondo la Costituzione — , è la lotta per l’egemonia, il confronto fra le diverse idee di società che nascono in un contesto pluralistico. È senso dei processi storici, ed è la consapevolezza che quei processi possono essere guidati, orientati, e che democrazia è proprio questo: vivere in un mondo sociale in cui tutti hanno potere di conoscere, agire e indirizzare un destino comune, anche se conflittuale.

Dopo il crollo del comunismo in Occidente, a cui è seguito il crollo dello Stato socialdemocratico e l’indebolimento radicale dei partiti e dei sindacati, le sinistre superstiti hanno deciso che il paradigma economico e culturale vittorioso, che per comodità si definisce neoliberismo, era privo di alternative e che il compito della sinistra non era più criticare l’economia politica ma orientare in senso democratico le immani potenze economiche che si erano formate. Un compito che è stato di fatto interpretato come lo sforzo di implementare i “diritti” soggettivi in un mondo in cui questi, però, erano una variabile dipendente da strutture da tutti ritenute “necessarie”: le esigenze dell’economia e del mercato.

Da qui la vicinanza, più o meno marcata, delle sinistre alla cultura woke, che pure storicamente non le appartiene. Intanto le logiche economiche facevano il loro corso e settori sempre più larghi della popolazione sperimentavano sulla propria pelle quanto fossero illusorie le promesse neoliberiste, e quanto lontani dai bisogni reali dei lavoratori fossero le politiche dei partiti di sinistra.

Da qui l’assenteismo elettorale, il voto populista, e la debolezza di una sinistra che non riesce a capire e a fare capire che il proprio impegno primario è l’alternativa sociale ed economica, capace di assicurare i diritti individuali e collettivi in modo meno rapsodico e occasionale delle politiche woke.

Oggi, insomma, il woke non è la critica adeguata per affermare un disegno politico alternativo: occulta le contraddizioni reali della società, o quantomeno non vede quelle dominanti. E semmai è più utile, come obiettivo polemico, alla destra che non alla sinistra, come guida dell’azione politica.

Molto in ritardo — dopo che hanno perduto i propri ceti di riferimento e lasciato il campo ai populismi, soprattutto di destra — alcune sinistre occidentali, a partire dagli Usa, si sono accorte della trappola e stanno cercando di venirne fuori con tentativi più o meno convincenti di orientare le loro politiche su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Di praticare una critica delle strutture e non solo delle sovrastrutture. Di smarcarsi dalla presunzione di non criticabilità della forma attuale del sistema produttivo capitalistico.

Se, in particolare nel nostro Paese, questo nuovo orientamento prenderà corpo con qualche coraggio e credibilità non è ancora chiaro: c’è una questione culturale e di ceti dirigenti da risolvere. Ma se non arriva fuori tempo massimo, e se si nutre di pensiero realmente critico, e quindi realistico, questa potrebbe essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia.

 

Nell’immagine: Detroit (Michigan), 18 luglio: Alexandria Ocasio-Cortez, Abdul El-Sayed e Bernie Sanders


Cinque anni di solitudine: l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani

AMERICA OGGI Alle primarie Angie Nixon prevale sul favorito Vindman. Caccia aperta al seggio del Senato che fu dell’attuale segretario di Stato 

Da ISPIonline

Il 15 agosto segna cinque anni dal ritorno dei talebani al potere a Kabul, e il bilancio che emerge dai report pubblicati in queste settimane è quello di un regime uscito solo a metà dall’isolamento internazionale, mentre il Paese affonda in una crisi umanitaria pesantissima, aggravata da rimpatri di massa e da un conflitto aperto al confine pakistano, con un impianto di diritti umani sempre più rigido soprattutto verso donne e minoranze religiose. Sul piano politico, cinque anni non hanno prodotto né un collasso del regime talebano né una sua piena legittimazione: hanno prodotto piuttosto uno stallo, in cui l’Emirato islamico governa senza essere riconosciuto dalla gran parte del mondo, ma senza più essere trattato come un pariah assoluto, nemmeno dai suoi critici più severi.

Chi riconosce i talebani?

Sul piano diplomatico, l’Emirato islamico resta un caso quasi unico nel sistema internazionale contemporaneo. La Russia, che a luglio 2025 ha rimosso i talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche dopo oltre vent’anni, è a oggi il solo Paese ad averne riconosciuto formalmente il governo. Il 16 gennaio 2026 il presidente russo Vladimir Putin ha ricevuto le credenziali dell’ambasciatore Gul Hassan Hassan, un passo che Mosca ha motivato con la volontà di ampliare la cooperazione su sicurezza, antiterrorismo e traffico di stupefacenti. Cina, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan e Uzbekistan si fermano un passo prima, accettando ambasciatori nominati da Kabul senza compiere il riconoscimento pieno. Pechino, in particolare, ha più volte ribadito che l’accoglienza di un diplomatico “non costituisce riconoscimento”, pur avendo salutato con favore la mossa russa. Qatar e Turchia restano gli interlocutori più attivi sul piano dei buoni uffici, mediando scambi di prigionieri e tentativi di tregua con il Pakistan, mentre l’Unione europea e la gran parte delle capitali occidentali mantengono un ‘dialogo tecnico’ limitato all’assistenza umanitaria, senza alcuna forma di riconoscimento politico. Gli Stati Uniti adottano invece la linea più dura tra gli attori occidentali: il Dipartimento di Stato ha ribadito di non avere intenzione di alleggerire le sanzioni o normalizzare i rapporti finché non ci saranno passi concreti sui diritti umani, e l’unico canale di dialogo resta quello, discreto, degli scambi di prigionieri mediati dal Qatar. Con il Pakistan, invece, i rapporti sono scivolati dall’ostilità diplomatica all’aperto conflitto militare.

Crisi umanitaria e rimpatri forzati?
Il commento – Di Giuliano Battiston, Giornalista e ricercatore“ I talebani hanno consolidato il controllo dello Stato e della popolazione (attraverso il monopolio della forza e dell’istruzione) mantenendo un equilibrio diplomatico regionale nonostante il conflitto irrisolto con il Pakistan, mentre la comunità internazionale ne sta avviando una normalizzazione di fatto – esemplificata dall’incontro di giugno a Bruxelles tra la delegazione dell’Emirato, la Commissione europea e 15 Stati membri sui rimpatri – che privilegia gli accordi sulle deportazioni rispetto alla denuncia delle violazioni dei diritti umani, in particolare quella che gli esperti definiscono la peggiore crisi al mondo per i diritti delle donne. Su questo si sovrappone un ciclo umanitario che si autoalimenta. La popolazione civile è schiacciata sia dall’autoritarismo del regime che dalle conseguenze delle politiche punitive adottate dall’Occidente nel periodo post-occupazione”.

Sul fronte umanitario i numeri diffusi nel 2026 disegnano una delle emergenze più gravi al mondo. L’Onu conta 21,9 milioni di afghani bisognosi di assistenza e 17,4 milioni in condizione di insicurezza alimentare acuta, di cui 4,7 milioni in fase di emergenza, più del doppio rispetto all’anno precedente; 3,7 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta, e alcune famiglie hanno riferito di essere state costrette a vendere le proprie figlie per sopravvivere. Quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni soffre di deperimento, una forma grave di malnutrizione acuta. Le Nazioni Unite stimano di avere bisogno di 1,7 miliardi di dollari per assistere 17,5 milioni di persone nel corso dell’anno, in un contesto di finanziamenti internazionali in costante calo dopo il ritiro degli aiuti occidentali seguito alla presa di potere del 2021. A peggiorare il quadro sono i rimpatri forzati da Iran e Pakistan, che nei soli primi mesi del 2026 hanno espulso 3,6 milioni di afghani, dopo che nel solo 2025 erano già state restituite al Paese 2,8 milioni di persone, il 67% delle quali con espulsioni forzate. Ogni giorno tra 700 e 800 famiglie attraversano il confine verso un Paese in cui molte di esse non hanno mai vissuto o hanno lasciato decenni fa, e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato punte record di oltre 256mila rientri dall’Iran in una sola settimana, lanciando l’allarme su una carenza di fondi che rischia di lasciare i rimpatriati senza riparo né assistenza di base. Con Islamabad, in particolare, la crisi migratoria si intreccia a una vera escalation militare avviata a ottobre 2025 sul dossier del Tehreek-e-Taliban Pakistan, il gruppo armato che il governo pakistano accusa Kabul di proteggere. Dopo un’offensiva afghana transfrontaliera il 26 febbraio 2026 e i raid pakistani su Kabul e Kandahar del giorno successivo, un cessate il fuoco mediato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia in occasione dell’Eid al-Fitr è collassato nel giro di settimane, e la mediazione cinese tentata nei mesi successivi non ha prodotto risultati definitivi. L’Onu ha contato almeno 372 civili afghani uccisi e 397 feriti solo nel primo trimestre dell’anno a causa degli scontri di confine.

Diritti umani sotto scacco?

Human Rights Watch ha pubblicato il 3 agosto, a pochi giorni dall’anniversario, un rapporto che descrive un peggioramento su tutti i fronti rispetto ai cinque anni precedenti. Quasi 2,2 milioni di ragazze restano escluse dall’istruzione oltre il livello elementare, mentre alle donne sono state progressivamente vietate ampie categorie di occupazioni, la libertà di movimento senza accompagnatore maschile e, secondo le organizzazioni internazionali, l’accesso pieno alle cure sanitarie. Nello stesso periodo sono state abolite le tutele contro la violenza domestica e l’età minima per il matrimonio legale, aprendo la strada a un aumento dei matrimoni precoci. Dal 4 gennaio 2026 è inoltre in vigore un nuovo codice di procedura penale che definisce musulmani solo i seguaci della giurisprudenza hanafita – una delle quattro scuole giuridiche maggiori dell’islam sunnita – bollando come eretici gli sciiti e altre minoranze religiose. Si tratta di un provvedimento che le organizzazioni per i diritti umani descrivono come una codificazione senza precedenti della discriminazione settaria. Giornalisti, attivisti e chiunque sia percepito come critico del governo continuano a segnalare arresti arbitrari, detenzioni prolungate e torture, in un contesto che Human Rights Watch descrive complessivamente come una delle crisi dei diritti umani più gravi al mondo.


Ceuta, la seconda ondata non c’è: sos sanitario, la città è al collasso

AMERICA OGGI Alle primarie Angie Nixon prevale sul favorito Vindman. Caccia aperta al seggio del Senato che fu dell’attuale segretario di Stato 

Di Benedetta Perilli, La Repubblica

Passata la paura della nuova ondata, la Spagna si è svegliata con una sensazione amara: la militarizzazione marocchina davanti al 15-A, l’assalto convocato sui social che il 15 agosto avrebbe dovuto riportare a Ceuta migliaia di migranti, sarebbe stato l’ennesimo messaggio di Rabat lanciato a Madrid e Bruxelles. «Quando vuole, chiude il passaggio», ha spiegato un alto dirigente della polizia spagnola al Paìs, che ieri titolava “Il Marocco esibisce la sua forza come guardiano della frontiera”. «Quando vuole, apre», dice José, ristoratore del centro di Ceuta.

Una teoria diffusa tra chi vive da queste parti. A differenza del 30 luglio, quando ad arrivare furono almeno 80mila, stavolta l’imponente dispositivo di sicurezza marocchino ha bloccato il presunto tentativo di ingresso di massa, finendo per isolare nei pressi di Fnideq circa 300 migranti, prevalentemente subsahariani, che dalle alture provavano a raggiungere il valico del Tarajal. Ci sono stati momenti di tensione, gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni, poi sono riusciti a fermarli e li hanno caricati su diversi autobus per trasferirli verso un imprecisato sud del Paese.

Non un sospiro di sollievo però, la minaccia di nuovi ingressi di massa nell’exclave non scompare mai. Anzi, in questi giorni è ancora più drammatica. La città sta vivendo una crisi mai sperimentata: circa 5mila, secondo Madrid, 8-12mila, secondo la Città autonoma, sono i migranti entrati il 30 luglio e rimasti a Ceuta. Di questi, meno di un migliaio sarebbero nell’unico centro di accoglienza; 1800 minori non accompagnati sarebbero accolti in strutture. Gli altri sono senza dimora.

Come Jamila, che si è svegliata con i suoi due figli nel campo di vicinato Sidi Embarek, nel quartiere musulmano Los Rosales. Sono accolti in questo centro sportivo all’aperto allestito da alcuni residenti, tra teloni di plastica che coprono poco dal sole e tappeti tirati via da una moschea. Dormono per terra, come le altre 400 tra donne e minori ospitate qui, molte vittime di abusi domestici, sette incinte. Quando ha saputo che la frontiera era aperta si è incamminata verso Fnideq e poi ha iniziato a nuotare fino al Tarajal: il più piccolo in un canotto, la figlia adolescente a nuoto come lei. Lo ha fatto perché il suo bambino è malato e in Marocco le cure troppo costose, non può permettersele. Ora sogna di andare in Spagna per riuscire a farlo guarire.

Dalla periferia al centro il salto è impressionante. Lasciati i materassi gettati tra gli sterpi, il tanfo di strade diventate bagni pubblici, le file di ragazzi che a testa china si incamminano verso la casa di Sabah — la ceutina musulmana che distribuisce dalla sua abitazione acqua e pasti caldi ai migranti — il cuore di Ceuta è tutto fiori, ristoranti, pulizie straordinarie. L’amministrazione si è impegnata a lucidare il salotto della città e i migranti che bivaccano sulle panchine sono sempre meno, spinti fuori anche dalla pressione della polizia. Isabel guarda il mare della centralissima spiaggia della Ribera dalle grate che sigillano il Club Natación Caballa. All’interno accedono solo i soci. «Di solito mi sarei fatta il bagno in mare ma oggi ho paura di prendermi qualche malattia, questi migranti fanno tutto in acqua. E poi non c’è nessuno in spiaggia oggi, un anno fa non ci sarebbe stato un centimetro libero. Abbiamo tutti troppa paura che ci derubino», spiega rammaricata questa signora della borghesia di Ceuta. E di furti, aggressioni, risse tra migranti, schiamazzi nella notte, la polizia ne conta a decine. Ci sono state anche almeno sei denunce di violenze sessuali su minorenni migranti. Qui le sirene non smettono mai di suonare, e non solo quelle delle volanti. Ci sono anche le ambulanze. La città sta sperimentando una emergenza sanitaria su due fronti: da un lato la saturazione dell’unico ospedale, dall’altro il rischio di diffusione di malattie trasmissibili legato alle scarse condizioni di igiene nelle quali sono costretti a vivere i migranti. Ci sono stati già un focolaio di gastroenterite, due casi di tubercolosi e uno di scabbia. La ministra della Salute, Mónica García, ieri in visita nell’exclave, ha negato una crisi sanitaria ma ha ammesso delle criticità.

Da dovunque la si veda, Ceuta è al collasso: decine di migranti marocchini ieri si sono seduti sotto il sole nella spiaggia del Trampolín — quella diventata una tendopoli dove alcuni giovani subsahariani hanno iniziato ad ammazzare il tempo sfidandosi in gare di lotta libera — e hanno inscenato una protesta pacifica al grido di “Libertà” e “W Pedro Sánchez”, per chiedere il diritto di asilo. Nei giorni scorsi il presidente conservatore Juan Jesús Vivas ha proposto al governo di Madrid di non considerare le richieste di asilo, facendo diffondere tra i migranti il timore di espulsioni immediate. «Non vogliamo essere più discriminati, anche noi abbiamo diritto all’asilo come chi viene dagli altri Paesi dell’Africa. Anche noi abbiamo una guerra, una guerra fredda mossa dalla corruzione della nostra classe politica che non ci permette di sopravvivere», spiega Mourad, 36 anni, arrivato da Rabat.


Vietare i social ai minori non basta: bisogna costruire un’alternativa

AMERICA OGGI Alle primarie Angie Nixon prevale sul favorito Vindman. Caccia aperta al seggio del Senato che fu dell’attuale segretario di Stato 

Di Gualteiro Carraro*, La Stampa

Dopo il caso australiano, anche Macron ha proposto il divieto dei social ai minorenni. La stessa Von der Leyen ha rilasciato dichiarazioni che fanno presagire una misura restrittiva su scala europea. Tuttavia il Consiglio Costituzionale francese, pur riconoscendo l’esigenza della “protezione dell’interesse superiore del minore”, si è opposta al divieto specifico, che a detta dei giudici “viola in modo improprio, non necessario e sproporzionato” la libertà d’espressione e di comunicazione dei minorenni, essendo applicato anche a servizi di cui non è appurato il rischio.

Va peraltro considerato che, sempre in relazione ai danni dei social media nei confronti dei minori, nelle scorse settimane Meta è stata condannata da un tribunale del New Mexico ad una sanzione da oltre 940 milioni di dollari e a introdurre restrizioni importanti in Facebook e Instagram.

Nella stessa linea si inserisce la rimozione della pubblicità di Apple a Milano che ritrae un bambino di un anno con in mano uno smartphone, avvenuta dopo le proteste dei cittadini e l’intervento della Garante per l’infanzia Marina Terragni.

Che fare dunque? Proibire? Multare? Educare? Lasciare le cose come stanno?

Centinaia di studi e pubblicazioni documentano rischi e danni nell’uso dei social nei minorenni, e ben poche persone si oppongono ormai al principio della necessità di un urgente intervento educativo e normativo.

Proibire o educare ai social?

In Italia il ministro Valditara si è detto da tempo contrario ai social per i minori e lo scorso marzo ha stanziato 100 milioni di euro per la formazione di docenti, studenti e famiglie all’uso corretto delle reti sociali e dell’AI. In questo ambito si stanno diffondendo i patti digitali, accordi di comunità tra famiglie per gestire l’uso degli schermi e promuovere attività extrascolastiche offline. I laboratori di Media Literacy sono invece percorsi didattici per imparare a usare gli strumenti digitali in modo critico anziché subirli.

Ma se si va verso la proibizione, che anche in Italia pare raccolga un consenso politico bipartisan, avrebbe ancora senso promuovere l’educazione all’uso di piattaforme vietate?

Dalla padella alla brace

In realtà il caso australiano dimostra che la maggioranza dei minorenni, oltre il 70%. riesce a eludere il divieto, con l’aggravante di figurare come adulto, e quindi di non avere alcun filtro protettivo. D’altra parte, tribunali, garanti, associazioni e governi premono sulle piattaforme stesse, tra cui Meta, Tik Tok e YouTube, perché vigilino per verificare e applicare il divieto ai minori. Ma esistono altri rischi, anche nel caso improbabile che la proibizione venga applicata con successo: in sostituzione dei social si potrebbero diffondere su larga scala videogame, siti pornografici e chatbot AI. Dalla padella alla brace.

Social media alternativi?

I social media sono tutti uguali, oppure esistono piattaforme migliori dal punto di vista etico ed educativo?

Ho conosciuto Anna Zeiter, la CEO di W, il social media europeo alternativo a X e coerente con norme e principi UE, a Bruxelles nel contesto del convegno “Oltre le Big Tech, progettare il futuro digitale dell’Europa”. La sua iniziativa W merita attenzione, come pure la piattaforma inglese Ripple Social. Ma per i minorenni si tratta di proporre social alternativi, o piuttosto alternative ai social?

Smartphone e social non sono stati progettati per i bambini. Sono strumenti impropri nell’età evolutiva, in un certo senso possono essere considerati dei giocattoli difettosi che sono stati diffusi ai minori da 20 anni e non sono mai stati ritirati dal mercato. Nessuno si sognerebbe di far guidare un’automobile a un bambino di 8 anni; quindi perché esporlo all’utilizzo incontrollato di strumenti digitali nati per gli adulti?

Ricostruire le relazioni della comunità educativa

Istituendo un rapporto diretto tra gli individui e le piattaforme digitali, i social media hanno disintermediato la comunità educativa tradizionale – scuole, famiglie, associazioni, chiese, editori – sostituendo le relazioni reali con centinaia di contatti virtuali, gestiti da algoritmi progettati per creare dipendenza. Fino a 5 ore al giorno o anche oltre: un tasso di utilizzo enorme che riduce drasticamente le relazioni reali con coetanei, lo studio e la concentrazione, la partecipazione ad attività sociali, sportive, hobbistiche. La proibizione degli smartphone nelle scuole, già diffusa in diversi paesi, nasce dalla continua distrazione dovuta alle notifiche dei social e dei sistemi di instant messaging, con un effetto negativo ormai ampiamente misurato sull’apprendimento.

Il laboratorio delle alternative ai social

Gli attori della comunità educativa possono recuperare un ruolo nelle relazioni reali nella fascia fino a 15 anni, offrendo attività alternative tradizionali, ma anche proposte innovative come i patti digitali e i laboratori di Media Literacy.

Tuttavia non si può ignorare il territorio digitale, che è parte integrante dell’esperienza esistenziale delle generazioni dalla Z in poi. Le alternative ai social dovranno essere fisiche – su questo i pedagogisti e gli psicologi non hanno dubbi – ma ovviamente occorre trovare nuove applicazioni corrette anche nella sfera digitale.

Si tratta di progettare soluzioni che offrano esperienze digitali in piccole quantità ma di elevata qualità, ad esempio attraverso la content curation selettiva di ciò che offre la rete: poco ma buono.

Un secondo obiettivo è promuovere attività phygital, ossia fisiche e digitali. Ad esempio, si possono progettare applicazioni online che aiutino a trovare gruppi sportivi, proposte associative nel territorio, luoghi di incontro.

Un terzo filone è quello dell’edutainment; pensiamo ad esempio a strumenti come Prodigy Math Game o Kahoot! Il fattore ludico è un elemento trainante del successo degli strumenti digitali nell’età evolutiva. Un precedente interessante di gamification phygital è stato Pokémon Go, un videogame in realtà aumentata che spingeva a incontrarsi e a esplorare il territorio reale (e che pure non era privo di controindicazioni, come si è scoperto di recente).

Un ulteriore ambito riguarda le applicazioni per l’editing creativo, ad esempio Picsart. In un contesto controllato, la stessa AI generativa può diventare uno strumento notevole per la creatività. Anche a prescindere dall’eventuale diffusione su larga scala del divieto ai social per i minorenni, il dibattito mediatico, giuridico e pedagogico può e deve creare le condizioni di un laboratorio per la progettazione di nuove applicazioni alternative ai social.

* Esperto di IA e cultura digitale