Fn, la chat della vergogna: “Ebrei bestie sataniste”

In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini” 

Di Matteo Pucciarelli, La Repubblica

La Costituzione? «È da buttare nel cesso». Quindi «è ora che ci svegliamo, se il generale non riesce a fare niente la soluzione è una sola. Altro metodo non c’è». Cioè un golpe, come quello di Junio Valerio Borghese. Gli ebrei? Comandano il mondo. Tra citazioni di Adolf Hitler e inni al Duce, c’è anche l’invocazione esplicita: «Arabi di merda! Dovrebbero essere sterminati!». Benvenuti tra la “feccia” (cit.) di “Vannacci ultima speranza”, una chat interna all’universo di Futuro Nazionale, il movimento fondato da Roberto Vannacci, e della quale fanno parte quasi 300 persone.

Molte di loro guidano comitati locali di Fn, soprattutto in Lombardia, che sorgono qua e là in maniera spontanea, anche perché i meccanismi di iscrizione al partito sono così semplici da non esserci di fatto alcun controllo all’ingresso. L’amministratore della chat è il referente del comitato milanese 421 Renato Maturo, storico collaboratore di Ignazio La Russa, poi dentro ci sono protagonisti sul territorio come il cosiddetto “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, ex FdI, o il creatore del centro studi del partito, Rinascimento nazionale, cioè Luca Sforzini (tra parentesi: c’è chi lo dà pronto a traslocare in Forza Italia, stufo degli estremismi). Questa famigerata chat è comunque un “luogo” nel quale, almeno nei messaggi che Repubblica ha potuto visionare, il sostegno politico al generale in congedo si mescola a contenuti razzisti e antisemiti e fantasie apertamente eversive. Con un lessico che in alcuni casi assume una dimensione militare: ordini, attesa di disposizioni, organizzazione «rigorosa» e «di stampo militare».

Svariati partecipanti infatti rivendicano il passato in divisa e le proprie missioni all’estero con l’esercito. Messaggi che mostrano quale tipo di sottobosco politico (e professionale) si muova negli spazi digitali che si richiamano ai “futuristi”. Uno dei passaggi più espliciti parte da un invito: «Bisogna sempre essere anticostituzionali»; «noi siamo agli ordini del generale! Stand-by quindi…». La prospettiva di un’azione di forza viene posta come alternativa al pantano: «Anche il 51 per cento non basterà». La conclusione è netta: «Finché qualcuno non si decide ad un’azione di forza, rimarremo nell’immobilismo totale».

Non mancano quindi i riferimenti precisi. «Ci vorrebbe un altro Valerio Borghese…», scrive un partecipante, evocando il comandante della Decima Mas durante la Repubblica di Salò, impegnata nella violenta repressione antipartigiana al fianco dei nazisti e protagonista del tentato golpe del dicembre 1970. Poi c’è il nazismo, senza neppure il velo dell’allusione. «Più che l’Europa unita, il Führer ambiva a creare gli Stati Uniti del mondo! Avrebbe abbattuto le barriere e a quest’ora parleremmo tutti tedesco. Adesso invece esiste solo un’Europa monetaria, delle banche». E ancora, un’immagine della bandiera italiana accanto a quella europea viene accompagnata da questa riflessione: «Quando guardo la bandiera italiana affiancata al lurido straccio blu massonico con 12 schizzi di m… gialla di cane diarroico mi girano veramente i c…»: l’autore del messaggio è un altro ex parà. Gli ebrei sono “bestie adoratori di Satana”, “pedofili, cabalisti, cannibali”, gli arabi come detto meritano lo sterminio. Parole dalle quali nessuno prende le distanze, e che pongono una domanda ai vertici di Fn: non essendo ironia o satira, cosa intendono fare di fronte a chi, professandosi pronto a eseguire gli «ordini del generale», perora l’abbattimento dell’ordine costituzionale?


La giustizia e la pace dei forti. In guerra ha ragione chi vince

In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini” 

Di Valentina Pazé, il manifesto

Affidandoci alle armi, accettiamo la pace dei forti. Che solo accidentalmente sono i più giusti, ammesso che sia possibile identificarli. È la ragione per cui i tentativi di giustificare la guerra associandola all’idea di giustizia non sono mai stati convincenti.

«Non chiamerei mai pace le armi che tacciono perché hanno vinto i ‘più forti’». Così conclude il suo ragionamento a favore di una pace «giusta» (e, all’occorrenza, armata) Roberto Della Seta, sul manifesto del 12 agosto. Il problema è che, affidandoci alle armi, proprio questo accettiamo: la pace dei forti. Che solo accidentalmente sono anche i più giusti, ammesso e non concesso che sia sempre possibile identificarli con certezza.

Questa è la ragione per cui i reiterati tentativi di giustificare la guerra assimilandola a una procedura giudiziaria, e associandola all’idea di giustizia, non sono mai stati convincenti. Nei tribunali vince chi ha ragione. O, per lo meno, tutto è congegnato in modo da favorire questo esito, al netto degli errori, sempre possibili. In guerra ha ragione chi vince. Punto. E se Aristotele poteva ancora tentare di dimostrare che non si dà forza (bia) senza virtù (areté) e chi prevale in battaglia dimostra per ciò stesso il proprio superiore valore, nelle guerre asimmetriche della modernità – da quelle coloniali a quelle iper-tecnologiche di oggi – questa tesi diventa risibile.

Chi, dunque, ritiene «eticamente disturbante l’idea di una pace senza giustizia» dovrebbe cercare altre vie, alternative alle armi, per raggiungere l’obiettivo. Ma, poi, giustizia in che senso? E per chi? È giusto che uno Stato disponga delle vite dei propri cittadini per perseguire i propri obiettivi? È etico? La risposta di Kant è nota: «Venire assoldati per uccidere o essere uccisi sembra racchiudere in sé un uso degli esseri umani come semplici macchine e utensili in mano a un altro (lo Stato) che mal si concilia col diritto dell’umanità nella nostra propria persona». Perché in questo, alla fine, consistono le guerre, decise dai governi e combattute dai popoli: nell’usare i soldati come carne da cannone e le vittime civili – bambini compresi, a cui nessuno ha chiesto di scegliere tra la vita e la patria – come strumento di pressione e di propaganda. Lo sanno bene coloro che la guerra l’hanno vista da vicino, per averla combattuta o subita.

E allora oggi, prima ancora che Kant o Bobbio, dovremmo rileggere, e far leggere a scuola, Eric Maria Remarque e Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima divenuto amico di Günther Anders. Il primo per ricordarci ciò di cui è fatta, davvero, la guerra: sangue e merda, terrore e morte, corpi maciullati, menti devastate. Il secondo per riflettere sui veleni che la guerra inocula anche in chi la combatte «dalla parte giusta» e torna a casa celebrato come un eroe, ma abitato per sempre da incubi e fantasmi.

Al di là delle discettazioni astratte sul rifiuto più o meno assoluto della violenza, oggi andrebbero ascoltati i messaggi che giungono da chi nella melma della guerra è immerso fino al collo. Messaggi molteplici, non univoci, non sempre facili da decifrare. A incrinare le narrazioni di popoli eroici che combattono per la libertà e la giustizia ci sono coloro che scelgono di disertare, di rendersi irreperibili, di non tornare al fronte dopo una licenza. In Ucraina e in Russia il loro numero è in crescita, tanto da aver reso necessarie modalità di reclutamento sempre più coercitive: dalle famigerate ronde che setacciano i quartieri delle città ucraine in cerca di imboscati alle campagne martellanti del governo russo per adescare «volontari» nelle università o in paesi lontani, fino al ricorso, in entrambi i contesti, alle carceri come serbatoio di reclute da spedire in prima linea.

C’è poi chi – come il maggiore Eatherly – torna dal fronte trasfigurato e incapace di reinserirsi nella vita civile. Il numero dei suicidi tra soldati e soldatesse reduci da Gaza (due solo negli ultimi giorni) è impressionante, così come quello di chi necessita di cure psichiatriche (per non parlare delle condizioni dei sopravvissuti al genocidio, a cui questa assistenza non viene offerta). Ma il suicidio di reduci e veterani è fenomeno comune e ben noto. Negli ultimi venticinque anni negli Stati uniti più di trentamila soldati, in servizio o veterani, si sono tolti la vita: quattro volte di più di quelli che sono stati uccisi nei vari teatri bellici (7.057). Qualsiasi ragionamento su guerra, pace, giustizia, di tutto ciò dovrebbe tenere conto…

Infine, a proposito dei mezzi per realizzare «la giustizia», si può oggi discuterne ignorando che viviamo nell’era atomica, in cui la massima fiat iustitia pereat mundus rischia – come mai prima d’ora – di condurre a una catastrofe senza ritorno? Si può, oggi, scommettere sul fatto che «la Bomba», anzi «le bombe» atomiche tattiche, tanto più pericolose quanto apparentemente meno letali, rimangano in mano ai «buoni», che se ne serviranno a soli fini di deterrenza? Quanto è realistico coltivare simili illusioni?


Muratov: “Putin non può vincere la guerra, ma continuerà l’escalation fino all’arma nucleare”

In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini” 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

“Vladimir Putin non può vincere la guerra in Ucraina, ma siccome non può accettare di perdere continuerà l’escalation militare, fino all’uso di un’arma nucleare”. È la previsione o almeno il timore di Dmitrij Muratov, il giornalista dell’opposizione russa che nel 2021 ha vinto il premio Nobel per la pace, fondatore ed ex-direttore di Novaja Gazeta, il quotidiano messo al bando dal Cremlino, oggi accessibile soltanto online dall’estero.

Intervistato dalla Bbc, Muratov afferma: “Non ci sarà mai una vittoria russa in Ucraina. Perché il conflitto che va avanti da quasi cinque anni, comunque finisca, non può essere considerato una vittoria per Putin. Non si può parlare di vittoria quando due nazioni slave hanno maciullato più di un milione di persone. A me sembra che la situazione odierna sia la seguente: la Russia può distruggere l’Ucraina, ma non può conquistarla. Cosa intendo con distruggere? Una continua escalation fino all’uso di armi nucleari”.

Crede davvero, gli domanda il corrispondente da Mosca della radiotelevisione britannica, che il capo del Cremlino farebbe ricorso a un’arma nucleare? “Tutti gli esperti che dicono ‘Putin pensa questo’ o ‘Putin ha paura di questo’ sono dei ciarlatani”, risponde il premio Nobel. “Le loro previsioni valgono quanto l’astrologia. Nessuno sa cosa ha in mente Putin e non lo so nemmeno io. Ma vedo le cose da giornalista, studio i dati. Dall’inizio di quest’anno, la necessità per la Russia di usare armi nucleari in Ucraina è stata menzionata più di 500 volte. Quando lo dicono i pazzi, non ci bado. Ma l’ho sentito dire alla televisione di stato russa. Ho sentito uno dei partecipanti al convegno internazionale di San Pietroburgo descrivere l’uso di armi nucleari come qualcosa di buono”.

Putin e altri alti funzionari del Cremlino hanno alluso più volte all’utilizzo di un’arma nucleare “tattica”, meno potente di quelle sui missili strategici ma assai più potente della bomba sganciata dall’America su Hiroshima nella Seconda guerra mondiale. Nel caso in cui la guerra in Ucraina, anche attraverso il sostegno a Kiev di Paesi occidentali, mettesse in pericolo “la sicurezza della Russia”. Esperti e commentatori ritengono che si tratti di un bluff, sia perché le radiazioni si estenderebbero a territori occupati dalla Russia o a parte della stessa Russia, sia per le reazioni occidentali che comporterebbe una simile escalation.

Del resto, la “sicurezza della Russia”, afferma Muratov, è già stata ampiamente compromessa. “Quando annunciò l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, Putin disse che andava fatto per garantire la sicurezza della Russia”, dice il fondatore di Novaja Gazeta. “Ebbene, da allora la sicurezza della Russia è forse migliorata? Con i droni ucraini che colpiscono i nostri depositi, con la crisi petrolifera, con internet che non funziona, con almeno 1500 prigionieri politici arrestati per avere criticato la guerra?”. Ricordando che sei giornalisti di Novaja Gazeta sono morti assassinati, tra cui Anna Politkovskaja, autrice di memorabili inchieste sulla corruzione, l’ex-direttore, che continua a vivere in Russia, accetta serenamente il rischio di finire anche lui nella macchina della repressione: “Non credo a spaccature o a complotti, l’élite ha paura di Putin. Ma molti appoggiano quello per cui noi ci battiamo. Sulle strade di Mosca, i miei colleghi ed io sentiamo soltanto parole di gratitudine. Sono a malapena sussurrate. Ma quello che pensa la gente è importante”.


Atene, la città che studia il caldo e sfida i 45 gradi: alberi, rifugi, oasi e una “ministra” ad hoc

In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini” 

Di Giampiero Maggio, La Stampa

Da Parigi, che si prepara alla città dei 50 gradi, a Barcellona e ai superblocchi, da Vienna con le Cool Streets a Siviglia e ai qanat, fino a Copenaghen città-spugna, Madrid con la sua foresta metropolitana e Piatra Neamț con il corridoio climatico intelligente. Il nostro viaggio nell’Europa che prova ad adattarsi al caldo estremo arriva ora ad Atene, dopo essere passato anche da Bassora, dove vivere vicino ai 54 gradi significa fare i conti con acqua, elettricità e sopravvivenza quotidiana. Città diversissime, unite dalla stessa domanda: come si continua a vivere quando il clima per cui sono state costruite non esiste più?

Ad Atene, quando arriva il caldo vero, perfino l’Acropoli può chiudere. È successo ancora nel luglio 2025: temperature oltre i 40 gradi, accessi sospesi nelle ore centrali, turisti costretti a cercare ombra e acqua, lavori all’aperto limitati per muratori, rider e operai. Il Partenone, costruito per resistere ai secoli, deve oggi fare i conti anche con le ondate di calore. Reuters raccontava una capitale arrivata a 38 gradi mentre in altre aree della Grecia il termometro saliva a 41. Ma il punto è proprio questo: ad Atene il caldo non è più soltanto un fatto meteorologico. È diventato un problema di governo della città.

Per questo nel 2021 la capitale greca è stata la prima città europea a nominare una Chief Heat Officer, una responsabile specificamente incaricata di coordinare la risposta al caldo estremo. Insomma, una “ministra” ad hoc per affrontare l’emergenza caldo. La prima fu Eleni Myrivili, poi diventata Global Chief Heat Officer di UN-Habitat. Oggi il ruolo è ricoperto da Elissavet Bargianni. Era una scelta quasi simbolica. Il caldo aveva finalmente un responsabile.

Myrivili lo disse con parole nette quando lasciò Atene per il nuovo incarico alle Nazioni Unite: «Dobbiamo agire radicalmente e dobbiamo agire ieri». Perché Atene parte da una condizione difficile. È una città densissima, costruita in gran parte con cemento e asfalto, chiusa fra colline che limitano la ventilazione e con quartieri nei quali il verde è scarso. Il calore assorbito durante il giorno viene restituito lentamente durante la notte: è l’isola di calore urbana, che rende particolarmente pericolose le notti tropicali e riduce la possibilità per l’organismo di recuperare.

Atene, la città che studia il caldo

Un rapporto pubblicato nell’ottobre 2025 nell’ambito del progetto europeo ARSINOE definisce Atene uno dei casi più avanzati al mondo nello studio e nella gestione del rischio da caldo urbano. Ma sottolinea anche che la vulnerabilità resta elevata e molto diversa da quartiere a quartiere. E i cittadini se ne accorgono. Secondo un’indagine pubblicata nel giugno 2026 dall’ENA Institute for Alternative Policies sull’area metropolitana di Atene, l’81 per cento degli intervistati ritiene che il caldo nel proprio quartiere sia peggiorato negli ultimi anni; l’88 per cento pensa che aumenterà ancora nel prossimo decennio. L’85 per cento giudica insufficiente l’ombra disponibile nelle strade e il 75 per cento considera inadeguati gli spazi verdi vicini alla propria abitazione.

La risposta di Atene procede su due binari

Il primo è immediato: proteggere le persone quando arriva l’ondata di calore. La città apre spazi climatizzati, mantiene una linea telefonica attiva 24 ore su 24, rafforza l’assistenza domiciliare e i servizi sanitari comunali e concentra l’attenzione soprattutto su anziani e persone fragili. Già negli anni scorsi sette strutture municipali erano state trasformate in “oasi” climatizzate aperte durante le giornate più difficili. L’allora sindaco Kostas Bakoyannis spiegava così il principio: «Il caldo estremo è un problema di salute pubblica». Non basta, però, rifugiarsi al fresco. Il secondo binario è molto più lento: cambiare fisicamente Atene. Qui la parola chiave è albero.

Incrementare il verde in una città piena di cemento

Quando Haris Doukas è diventato sindaco, all’inizio del 2024, ha messo l’aumento del verde tra le priorità. Al Guardian spiegava che affrontare temperature simili in una città così densamente costruita è particolarmente complesso e riassumeva la posta in gioco con due parole: «It’s about survival», è una questione di sopravvivenza. La città ha accelerato le piantumazioni. Secondo il programma europeo Covenant of Mayors, in diciotto mesi Atene ha messo a dimora quasi 7.500 nuovi alberi, quasi raddoppiando il ritmo dei quattro anni precedenti. Piazze, parcheggi e spazi culturali sono stati ripensati per aumentare ombra, vegetazione e comfort termico. E non servono necessariamente grandi parchi. Atene sta sperimentando anche i pocket parks, piccoli spazi verdi ricavati da lotti abbandonati, angoli degradati o terreni inutilizzati. Reuters ha documentato come questi micro-parchi vengano utilizzati proprio per interrompere le superfici minerali e creare piccole isole di ombra nei quartieri più densi. Il principio è semplice. Un albero impedisce al sole di colpire direttamente il suolo. Una superficie vegetale accumula meno calore dell’asfalto. Attraverso l’evapotraspirazione le piante raffreddano localmente l’aria. Presi singolarmente sembrano interventi minimi. Moltiplicati per migliaia di strade possono cambiare il comportamento termico della città.

Ma Atene sta andando oltre

Uno dei progetti più interessanti si chiama Cooling Havens, “oasi di raffrescamento”. È un programma europeo finanziato all’80 per cento dal Fondo europeo di sviluppo regionale, con un valore complessivo vicino ai 5 milioni di euro, che punta a creare stazioni di quartiere raffrescate anche attraverso l’acqua e trasformarle in luoghi di protezione e socialità durante il caldo estremo. La quota indicativa destinata direttamente al Comune di Atene è stata rimodulata nel 2025 a circa 1,65 milioni di euro. È una filosofia che ricorda Siviglia: non climatizzare l’intera città, ma costruire punti nei quali il microclima possa essere modificato. Ombra, acqua, vegetazione. Atene utilizza inoltre sistemi di mappatura del rischio termico per capire quali quartieri siano più vulnerabili. Non conta soltanto dove fa più caldo: conta dove vivono più anziani, dove ci sono meno alberi, dove le abitazioni sono peggiori e dove le famiglie hanno meno possibilità di usare l’aria condizionata. È l’idea alla base delle strategie elaborate dalla città negli ultimi anni.

Il caldo non è democratico

Due persone possono vivere nella stessa città e affrontare due estati completamente diverse. Una casa ben isolata con aria condizionata, un quartiere alberato e un lavoro al chiuso trasformano 40 gradi in un disagio. Un appartamento all’ultimo piano, senza climatizzazione, circondato da cemento, oppure otto ore trascorse su uno scooter per consegnare cibo possono trasformarli in un rischio sanitario. Lo si vede durante le emergenze. Nel giugno 2025 le autorità greche hanno vietato per alcune ore il lavoro all’aperto a operai edili e fattorini. Nel luglio dello stesso anno sono tornate le chiusure dell’Acropoli. Non si cambia soltanto la città: cambiano gli orari nei quali è possibile viverla. Ed è forse questa la lezione più interessante di Atene. Per anni le città mediterranee hanno trattato il caldo come qualcosa di inevitabile: arrivava a luglio, si sopportava, poi passava. Atene ha cominciato a trattarlo come si tratterebbero un’alluvione o un terremoto. Lo misura. Lo mappa. Individua le persone a rischio. Apre rifugi climatici. Pianta alberi. Sperimenta acqua e ombra. Modifica gli orari di lavoro. E mette una persona dentro l’amministrazione con il compito specifico di coordinare tutto questo.

Il caldo accende anche gli incendi

Il pericolo ad Atene non arriva soltanto dal termometro. Ma il caldo estremo è uno dei responsabili principali degli incendi. Negli ultimi dieci anni le fiamme hanno più volte raggiunto le porte della capitale. Il caso più tragico resta Mati, nel luglio 2018: 104 morti, il peggior incendio della Grecia contemporanea. Nell’agosto 2024 un rogo partito da Varnavas percorse decine di chilometri fino a Vrilissia, appena 14 chilometri dal centro di Atene: circa 100 chilometri quadrati bruciati, un centinaio di case colpite e una donna morta. E nell’agosto 2026 le fiamme sono tornate nell’Attica occidentale: oltre 10 mila ettari bruciati tra Psatha e Porto Germeno, più di cento abitazioni distrutte e due membri dell’equipaggio di un elicottero antincendio morti durante le operazioni. Caldo estremo, siccità, vegetazione secca e vento trasformano così ogni estate in una prova anche per la protezione civile della capitale.

Il rapporto del 2025 sulla resilienza termica della città insiste proprio sulla necessità di accelerare gli interventi e di integrarli stabilmente nella pianificazione urbana. Atene rimane una città vulnerabile e il cambiamento climatico rende la sfida più difficile ogni estate. Ma ha già compiuto un passaggio che molte città europee devono ancora affrontare. Ha smesso di chiedersi se arriverà la prossima grande ondata di calore. La domanda è diventata un’altra: quando arriverà, come faremo a continuare a vivere la città?


Kabul, cinque anni di talebani: “Donne cancellate, esecuzioni e povertà”

In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini” 

Di Paolo Brera, La Repubblica

Cinque anni fa Kabul era una città in fuga. Correvano i diplomatici, chiuse le ambasciate e distrutti i documenti. Fuggivano gli interpreti e gli impiegati delle Ong, le attiviste, i giornalisti, gli ufficiali dell’esercito sconfitto. Le famiglie borghesi svendevano case e gioielli per un posto su un volo che non sarebbe mai partito. All’aeroporto la folla premeva contro i cancelli. Le mamme porgevano i bambini sopra il filo spinato a chiunque potesse portarli verso un futuro qualsiasi. I talebani stavano entrando nella capitale. Il presidente Ghani era fuggito. L’esercito costruito dagli Stati Uniti si era dissolto. Chi riusciva si aggrappava alla fusoliera e ai carrelli dei cargo militari americani, pur di volare via. Il 16 agosto i corpi precipitarono nel vuoto davanti alle tv. La guerra americana in Afghanistan finiva con quelle immagini.

Ma i talebani entrarono in città da vincitori tolleranti. Promisero un’amnistia, assicurarono che sarebbero cambiati. Le donne, promettevano, nella sharia avrebbero conservato i loro diritti. Ma con i primi editti fu subito chiaro chi avrebbe pagato davvero il conto: le ragazze e le minoranze vulnerabili, a partire dagli hazara.

Cinque anni dopo, atterrando a Kabul «vedi un Paese apparentemente normalizzato e tranquillo. Persino accogliente, direi. Ma la gravità della situazione — racconta Daniele Giacomini, direttore area emergenze di Emergency — la percepisci subito dopo». L’economia è in crisi da anni, i prezzi aumentano continuamente. La guerra con il Pakistan, le espulsioni di massa da Iran e Pakistan e il crollo degli aiuti sono stati la sciagura finale. «La maggior parte delle forniture — continua Giacomini — arrivava da quei confini: beni comuni, cibo e medicine. Nei nostri ospedali nel Panshir le donne vengono a partorire in condizioni estreme di malnutrizione. E i bambini non riescono a mangiare tutti i giorni».

Secondo la classificazione internazionale Ipc ci sono 3,7 milioni di bambini malnutriti, un milione gravemente. Per l’Ocha il 45% della popolazione ha bisogno di assistenza, e l’Afghanistan è 181° su 193 nel Rapporto sullo sviluppo umano dell’Onu. Ma le strade sono tornate percorribili, i ministeri funzionano, le dogane incassano, gli scontri armati sono relativamente rari. È una normalità povera, autoritaria e soffocante; ma è anche uno dei motivi per cui il regime non è crollato.

Dietro la facciata di compattezza, nell’Emirato convivono dirigenti pragmatici e l’ala raccolta a Kandahar attorno al leader supremo Akhundzada. Ma il confronto interno è dominato dai falchi: a ogni possibile apertura, un decreto di Kandahar chiude lo spiraglio. L’isolamento occidentale rafforza questa linea. Senza benefici concreti, chi sostiene i compromessi perde argomenti. Il bavaglio sulla stampa afghana è asfissiante, la propaganda attivissima e ben organizzata.

Il divieto di accesso per le donne all’istruzione secondaria e all’università, iniziato come una «misura temporanea», è stato confermato e mai attenuato. L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato studiare oltre la sesta classe. Passano i mesi e le regole si inaspriscono. Il ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio ha imposto una lettura sempre più estrema della necessità di nascondere non soltanto il corpo e il volto delle donne, ma persino la loro voce. Chi viola le regole rischia interrogatori, abusi e arresti. Ma nelle case le insegnanti clandestine organizzano lezioni seguite di nascosto sui cellulari da poche ragazze, e i libri passano da una famiglia all’altra.

Le condanne a morte e le esecuzioni continuano. Ma, raccontano fonti diplomatiche, ora i talebani evitano di pubblicizzarle. L’Onu ha documentato centinaia di punizioni corporali: frustate inflitte in pubblico per adulterio e altri “reati morali”. E continuano anche le denunce di tortura e sparizioni di ex soldati. Akhundzada e il capo della giustizia, Abdul Hakim Haqqani sono sotto mandato di arresto della Cpi, che li accusa di persecuzione per motivi di genere contro donne e persone lgbtq+. «Il sistema talebano — dice l’ambasciatore italiano all’Onu, Luigi Maria Vignali — è un vero e proprio apartheid di genere e sradica la possibilità stessa che l’economia e la società possano funzionare».

Fino a oggi un solo Paese ha riconosciuto l’Emirato: la Russia. Cina ed Emirati hanno accettato ambasciatori di Kabul. L’Occidente, invece, è nel vortice di un’aperta contraddizione. Condanna l’Emirato, ma gli concede i visti per discutere i rimpatri. A Herat a giugno, nel mezzo delle proteste contro gli arresti delle donne accusate di non rispettare il codice sul velo, i talebani hanno sparato sulla folla. In un video una donna continuava a gridare «libertà» mentre intorno a lei fioccavano le raffiche. Negli stessi giorni, Bruxelles preparava i visti per i delegati del governo talebano che aveva ordinato di disperdere la protesta. Dovevano discutere con l’Ue dei rimpatri.


Socialisti o moderati, il bivio dei dem Usa

In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini” 

Di Alexander Stille, La Repubblica

Un risultato in chiaroscuro per l’ondata progressista che sta attraversando il Partito democratico americano nelle primarie, in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Francesca Hong, la candidata della sinistra per diventare governatore nel Wisconsin, nettamente favorita nei sondaggi, ha finito per perdere con uno scarto minimo contro un avversario che si era ritirato dalla corsa appena qualche settimana prima.

Mentre nel vicino Minnesota la candidata progressista Peggy Flanagan ha vinto con facilità le sue primarie per il Senato contro un’avversaria più moderata, sostenuta dall’establishment e con molti più fondi a disposizione.


La sconfitta dell’una e il successo dell’altra dicono molto sulle prospettive della svolta a sinistra del Partito democratico. Hong, ex cuoca e proprietaria di un ristorante diventata membro dell’assemblea statale, aveva accumulato un ampio vantaggio nei sondaggi grazie a una campagna vigorosa e alla presa sui giovani elettori, soprattutto nella città universitaria di Madison, roccaforte della sinistra. Ma nelle ultime settimane è stata perseguitata da post sui social e da vecchie dichiarazioni considerate estreme: togliere i fondi alla polizia, abolire le carceri, perfino cancellare la festa nazionale del Ringraziamento.


Flanagan, pur abbracciando posizioni progressiste come la sanità universale e il condizionamento degli aiuti militari a Israele, non portava con sé un bagaglio così pesante. Appartiene a una tribù indigena del Minnesota e sarebbe la prima donna nativa americana al Senato degli Stati Uniti ma, da vicegovernatrice, ha alle spalle una significativa esperienza di governo. A differenza di Hong, non è iscritta ai Democratic Socialists of America (Dsa) e, particolare significativo, aveva l’appoggio delle figure di punta dell’ala sinistra del partito: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, che invece hanno scelto di restare fuori dalla corsa di Hong.

Tutto ciò suggerisce che i leader del movimento progressista stiano cercando un punto di equilibrio: catturare la rabbia e l’entusiasmo dei giovani che vogliono il cambiamento, con un messaggio netto e coraggioso di populismo economico, evitando però le posizioni percepite come estreme, facili bersagli degli inevitabili attacchi della destra.


Insieme alla vittoria di misura di Abdul El-Sayed nel vicino Michigan, si comincia a delineare un quadro più chiaro dei punti di forza e delle debolezze della nuova ondata progressista.

I candidati progressisti hanno alcune caratteristiche in comune: si presentano come outsider della politica, sfidando l’establishment più moderato del partito. Sono più giovani, spingono per un ricambio generazionale e il loro movimento è alimentato dalla rabbia contro Donald Trump e contro l’incapacità del partito di contrastare il suo abuso autocratico del potere. Hanno iniettato nuova energia ed entusiasmo nelle elezioni, portando alle urne un numero insolitamente alto di elettori per le primarie, alle quali tradizionalmente vota una minoranza.

In una certa misura hanno riscritto il manuale della campagna elettorale vincente nel Ventunesimo secolo. Il Partito democratico ha abitualmente selezionato i suoi potenziali candidati chiedendo loro quanti soldi fossero in grado di raccogliere. Il che significa scegliere candidati legati ai grandi interessi economici e all’establishment finanziario. A questo criterio si accompagna un’idea di campagna elettorale che appare stanca e superata: si vince comprando enormi quantità di pubblicità televisiva.

I candidati radicali hanno battuto quelli dell’establishment con un approccio profondamente diverso. Zohran Mamdani è entrato nella corsa a sindaco di New York praticamente senza soldi e senza notorietà. Ha catturato l’attenzione del pubblico realizzando video di grande efficacia, con interviste a newyorchesi comuni nei diversi quartieri della città. Ha dimostrato una comprensione brillante dell’uso dei social media per conquistare l’attenzione collettiva, in modo assai più efficace della pubblicità a pagamento.

Questo, insieme alla sua attenzione costante alle preoccupazioni degli elettori comuni — il costo della vita — ha generato livelli straordinari di entusiasmo tra i giovani, creando un esercito di centomila volontari che hanno contattato gli elettori in tutta la città, bussato a milioni di porte e fatto milioni di telefonate per diffondere il suo messaggio.

Gli emergenti hanno unito capacità di comunicazione eccezionali, adattate all’era dei social, a un ritorno — ed è un dato significativo — alla campagna all’antica, di persona, più tipica dell’Ottocento e del primo Novecento.

In Michigan Abdul El-Sayed ha tenuto più di cinquecento eventi elettorali, ha visitato centocinquanta chiese e i suoi volontari hanno bussato a oltre duecentomila porte. Così è riuscito a battere un candidato che lo aveva superato nelle spese in rapporto di dieci a uno, nelle primarie per il Senato più costose della storia: settanta milioni di dollari.

Hanno riscritto le regole consolidate anche in un altro modo: assumendo posizioni radicali che in passato sarebbero state considerate un suicidio politico. Mamdani e altri candidati che si dichiarano socialisti hanno vinto nel Paese che ha inventato il maccartismo e la caccia alle streghe contro tutto ciò che odorasse di comunismo.

Nei recenti sondaggi Gallup il 39 per cento degli americani esprime un giudizio positivo sul socialismo, con percentuali più alte tra i giovani e tra gli elettori democratici. Hanno attaccato il sostegno militare americano a Israele, un tempo un tabù della politica statunitense. Non solo non ne hanno pagato il prezzo, hanno anzi rivendicato quella posizione, che con gli elettori delle primarie ha generalmente funzionato.

Paradossalmente i nuovi progressisti hanno preso spunto proprio dalla loro grande nemesi, Donald Trump, che ha riscritto una delle regole fondamentali della politica americana. Si dava per scontato che, alle elezioni generali, i candidati moderassero le proprie posizioni per conquistare gli elettori di centro. Fu proprio quest’idea di “eleggibilità” a condannare la campagna di Bernie Sanders, considerato troppo a sinistra per poter vincere.

Trump, considerato a sua volta ineleggibile, nel 2016 fece l’esatto contrario. La teoria della sua campagna era rovesciata: martellando senza sosta su una serie di rivendicazioni di estrema destra, portò alle urne milioni di elettori arrabbiati che in passato non avevano votato. Questo ha aperto una strada ai candidati di sinistra ritenuti “ineleggibili”. All’inizio la si considerava percorribile solo in luoghi molto liberal come New York, dove hanno vinto politici come Ocasio-Cortez e Mamdani. El-Sayed e Flanagan hanno dimostrato che può funzionare anche su scala statale, in Stati molto meno liberal di New York.

Agli elettori sembrano importare molto meno le posizioni specifiche dei candidati su questo o quel tema rispetto alla loro capacità di trasmettere energia e alla volontà di combattere l’establishment politico. Quasi due terzi degli americani — a destra come a sinistra — ritengono che il Paese vada nella direzione sbagliata. I candidati vincenti sono quelli capaci di attingere a questo serbatoio di rabbia collettiva.

Ma come dimostra la sconfitta di Hong, l’insurrezione democratica presenta debolezze e campanelli d’allarme significativi: questi candidati ottengono i risultati migliori tra gli elettori laureati, i più liberal, mentre fanno più fatica con la classe operaia bianca ma anche con gli elettori neri e ispanici, che furono decisivi per la vittoria di Trump nel 2024.

Appena poco più di un terzo degli americani ha un’istruzione universitaria, e i democratici devono migliorare sia tra i lavoratori bianchi sia nel riconquistare gli elettori neri e ispanici. La rabbia e la disillusione verso Trump offrono loro una grande opportunità, ma su temi che vanno dall’immigrazione all’ordine pubblico fino ai diritti delle persone trans questi elettori sono molto più conservatori di tanti democratici laureati.

La nuova sinistra è prigioniera di una sorta di paradosso: gli elettori premiano i candidati che mostrano fuoco, rabbia e coraggio delle proprie convinzioni. Al tempo stesso, molti di quei politici hanno posizioni ben più a sinistra dell’elettore americano medio. Nel 2024 gli spot di Trump martellarono Kamala Harris sul tema dei diritti trans, con pubblicità giudicate estremamente efficaci.

Per vincere nel 2028 i democratici dovranno riuscire in qualcosa di molto difficile: forgiare un messaggio forte e coerente di populismo economico senza apparire troppo lontani dal mainstream americano.

Nell’immagine: Minneapolis, 11 agosto: sostenitori di Peggy Flanagan 


Libertà palestinese, il no di Netanyahu è vecchio di 80 anni

In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini” 

Di Lorenzo Kamel, il manifesto

Ai palestinesi viene chiesto di riconoscere lo Stato di Israele, rinunciare alla violenza e accettare tutti gli accordi sottoscritti in passato. Le autorità israeliane non sono per contro tenute a riconoscere uno Stato palestinese e il diritto all’autodeterminazione, né si considerano vincolate a rinunciare alla violenza e al rispetto dei trattati siglati.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha ribadito implicitamente lo scorso 9 agosto: ha confermato il suo rifiuto a uno Stato palestinese e chiarito che l’esercito israeliano non si ritirerà da Gaza «fintanto che Hamas non sarà disarmato», respingendo così il documento in 15 punti del cosiddetto «Board of Peace» per Gaza.

VALE LA PENA ricordare che non era presente Hamas all’ospedale al-Nasr quando, nel novembre 2023, l’esercito israeliano ha lasciato dei neonati morire negli incubatori dopo aver obbligato chi se ne occupava a lasciarli incustoditi, impedendone il ritorno. Non c’era Hamas nella macchina della bambina palestinese Hind Rajab quando nel gennaio 2024 i cecchini israeliani le hanno sparato 335 volte.

Non esisteva Hamas nel 1948, quando centinaia di villaggi palestinesi furono rasi al suolo per fare spazio a Sderot, Or HaNer e numerosi altri villaggi israeliani costruiti sulle loro ceneri. E non c’era nemmeno nel 1967, quando iniziò l’occupazione della «Striscia di Gaza», inaugurando un processo che portò il numero delle moschee locali da 200 nel 1967 a 800 nel 1987.

Hamas venne fondato proprio quell’anno. Il primo dei suoi tre principali co-fondatori, Ibrahim al-Yazuri (1940-2021), nato a Bait Daras vicino Ashdod, aveva 8 anni quando i miliziani dell’Haganah uccisero parte della sua famiglia, espellendone il resto a Khan Younis, nell’odierna Striscia. Il secondo era Abdulaziz Rantissi (1947-2004), nato a Yibna (che è oggi è il nome di un campo profughi a Gaza), un villaggio sito nei pressi di Giaffa: la città israeliana di Yavne sorge sulle rovine Yibna. Aveva un anno quando le forze israeliane espulsero la sua famiglia a Khan Younis.

Il terzo fu Ahmed Yassin (1936-2004): aveva 12 anni quando fu espulso dalla sua casa ad al-Jura, un villaggio che – prima di essere raso al suolo dall’esercito israeliano – era sito nelle vicinanze di Ashkelon (il mausoleo di Husayn, costruito in epoca fatimide in una collina prospiciente al-Jura, venne distrutto nel 1950 su ordine di Moshe Dayan). La famiglia di Yassin si stabilì nel campo profughi di al-Shati, sulla costa della Striscia di Gaza (anche il nucleo familiare dell’ex capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ucciso il 16 ottobre 2024, venne espulso da al-Majdal, villaggio palestinese raso al suolo nel 1948, che è oggi parte della municipalità di Ashkelon).

QUANTO DETTO finora non deve essere inteso come un modo per minimizzare le responsabilità di Hamas. Ma queste ultime non possono prescindere dal contesto e dal ruolo giocato da Israele nell’intero processo. Al contrario dell’autoproclamato Stato islamico e di altri gruppi emersi in anni recenti, privi di ancoraggi profondi nelle società locali e basati su ideologie obsolete, le fazioni palestinesi sono radicate nella storia della loro terra. Sono il prodotto di non poche decisioni nefaste, ma anche e soprattutto di un secolo di sofferenza, oppressione e una lunga ricerca legata all’autodeterminazione. Qualsiasi soluzione che non affronti questi aspetti è destinata a fallire.

Tanto più se si considera che la diffusa inclinazione a collegare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese (sancito dal diritto internazionale e sostenuto da una schiacciante maggioranza dei paesi del mondo ben prima del 2023) a una «ricompensa ad Hamas», è figlia di un latente razzismo, che non dovrebbe essere normalizzato. Il 51% della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni: quando Hamas vinse le elezioni nel 2006, più della metà degli abitanti non era neanche nata. Inoltre, tra fine settembre e il 6 ottobre 2023, un sondaggio di Arab Barometer in Cisgiordania e Gaza mostrava che solo il 29% degli abitanti della Striscia sosteneva Hamas.

La larga maggioranza degli interpellati criticava in modo netto la leadership inaffidabile e le condizioni di povertà dovute anche alle politiche di Hamas. Una maggioranza altrettanto ampia si era espressa a favore dell’autodeterminazione di entrambi i popoli e contro le ideologie promosse da Hamas che, per contro, è stato a lungo ritenuto utile dall’amministrazione Netanyahu per dimostrare che non esistesse alcun interlocutore moderato palestinese con cui trattare.

IL CELEBRE GENERALE israeliano Moshe Dayan sottolineò che «se vuoi fare la pace non parli con gli amici, bensì con i nemici». Gruppi paramilitari come l’Irgun, guidato da Menachem Begin, e la Banda Stern, capeggiata da Yitzhak Shamir, si macchiarono di crimini orrendi. Entrambi diventarono in seguito primi ministri dello Stato di Israele.

Agli occhi dei palestinesi, ancora oggi il governo israeliano viene visto e vissuto come un occupante permanente, che rifiuta esplicitamente l’autodeterminazione palestinese ed è accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. E torniamo alle parole di Dayan, che valgono tanto per i palestinesi quanto per gli israeliani.


Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: un riconoscimento per tutta l’infanzia in guerra

In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini” 

Di Eugenio Mazzarella, Avvenire

Dare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, uccisi perché non l’hanno avuta la pace, e che stanno ancora morendo perché la pace promessa non è arrivata, «è un atto di verità e di giustizia». Lo ha detto bene ad Avvenire padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, ed ha colto benissimo il senso della proposta: «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».

Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Il premio per la Pace che non hanno avuto, per la mancanza di pace di cui sono morti, è un premio all’infanzia in tutte le guerre, ai bambini ridotti all’oscenità, con le loro madri, della categoria – l’ipocrisia della lingua di chi li uccide – dei “danni collaterali”.

La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale. Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola ad Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola ad Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli ad un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino.

Fatelo vivere quel bambino, fateli vivere i bambini. Il Maestro della civilizzazione cristiano-europea i bambini li benediceva, nonostante i consigli ciechi dei suoi stessi discepoli, che volevano allontanarli, perché fastidiosi, dalla sua vista. Imponeva loro le mani e chiedeva che li si lasciasse venire a Lui, «perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,13-15). Non faceva altro che riprendere al dettaglio della necessità di ogni giorno, il Salmo 8, dove la gloria del Signore, la sua forza contro i suoi nemici, gli odi e l’assassinio che ne viene, sale a Lui e si afferma «dalla bocca dei bimbi e dei lattanti». Chi salva un bambino, salva il seme degli uomini. Lo si dica ad Oslo, diamo giustizia e verità ai nostri figli. Siamo stanchi di vedere in braccio a troppe madri sudari bianchi che sono fagotti con dentro, lavati del loro sangue, i loro bambini, piccoli sudari bianchi per nascondere a Dio cui li presentano la vergogna del sangue versato.

Eugenio Mazzarella è un autorevole filosofo, politico e poeta italiano
Nell’immagine: bambini a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza


Vannacci, mai sottovalutare i piani del generale

In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini” 

Di Francesco Bei, La Repubblica

I programmi dei partiti, almeno in Italia, valgono quello che valgono, cioè poco, e spesso è molto meglio così. Ma, al di là delle proposte strampalate, queste raccolte possono tuttavia essere utili per capire dove quel partito vuole andare e, soprattutto, quali sono le sue ambizioni, i suoi obiettivi, quanto grande è il pubblico a cui si rivolge. La pubblicazione del programma diFuturo nazionale offre da questo punto di vista diversi spunti di riflessione. Certo, quelle che saltano subito all’occhio sono alcune idee che sembrano trarre ispirazione dai Flintstones di “Wilma dammi la clava” o direttamente dai simpatici nazisti dell’Illinois dei Blues Brothers. Ci si potrebbe fermare qui e si potrebbe liquidare il tutto con una risata, d’altronde il materiale abbonda. C’è la battaglia per abolire il reato di femminicidio e ripristinare il sano e vecchio «patriarcato mediterraneo» (è scritto proprio così), «volto alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne». Si possono anche citare, sempre ai fini del buonumore, i nuovi criteri per la concessione della cittadinanza italiana, che prevedono, tra l’altro, «livello di lingua C1, con esami scritti e orali», con il che bisognerebbe togliere la cittadinanza a mezzo Parlamento italiano.

Eppure, vista la crescita robusta del movimento di Vannacci, è la parte economica la più interessante del programma, anche se meno appariscente. Ed è proprio qui che si comprende come le intenzioni dell’ex generale e dei suoi seguaci, siano serie e molto diverse da quelle dei vari partitini neofascisti di cui pure l’Italia pullula. Su una questione centrale, come il rapporto con l’Unione europea e con la moneta unica, le idee sono meno scontate e prevedibili. Se persino la Lega e Fratelli d’Italia, prima dell’assunzione di responsabilità di governo, si baloccavano tranquillamente con l’Italexit e il ritorno alla lira, Futuro nazionale non si lancia in salti mortali senza rete. È questo che rende l’operazione più furba e in fondo più pericolosa: traspare la preoccupazione di non spaventare i moderati, il tentativo di presentarsi come una forza responsabile, capace di intercettare le preoccupazioni del ceto produttivo del Nord. «In questa materia — avvertono gli estensori del programma vannacciano — non c’è spazio per tifoserie come quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi anni». Dunque che fare? Fn suggerisce la strada di «una revisione organica dei Trattati», ma «condotta con perizia» e «senza ledere il lavoro e la produttività del Paese». Niente avventure, sembra di capire, visto che «oggi la possibilità di una revisione delle regole comuni europee non può ignorare quanto nel frattempo sopravvenuto e le condizioni reali di esercizio dell’azione politica». Insomma, l’Ue è qui per restare e pure l’euro. Fn, è precisato ulteriormente, «non propone come primo strumento di rilancio della sovranità l’uscita diretta dell’Italia dall’Ue». In alternativa si suggerisce di puntare al ritorno alla Cee, come mero spazio di mercato, e, a livello politico, si guarda a una sorta di Ue sovranista, sotto forma di «cooperazione» con i Paesi dell’Europa centrale «culturalmente terzi rispetto al modello orientale della Russia e al modello occidentale americano e anglofrancese». Quanto alla moneta unica, «il prezzo che pagheremmo per una uscita fatta a prescindere e senza strategia potrebbe portare, specialmente nell’immediato, ad una serie importante di danni». Bye-bye ritorno alla lira. I vannacciani lo chiamano «il realismo della complessità».

Un altro aspetto che colpisce è la distanza dalle scelte trumpiane, con una decisa benevolenza verso l’Iran che ricorda certe fascinazioni del Msi almirantiano. C’è la «condanna dell’attacco alla Repubblica dell’Iran», il cui islam sciita «non è caratterizzato da alcuna velleità di espansione califfale in Europa». Anche Israele è tenuto a distanza, si ritiene che «gli Stati occidentali debbano tornare a difendere i propri interessi, senza assecondare le richieste dello Stato ebraico». C’è naturalmente tutto quello che si aspetta che ci sia in un programma vannacciano, a partire dal ritorno a rapporti amichevoli con la Russia e l’invito «a considerare la possibilità di recedere dai Trattati internazionali, compreso il Trattato del Nord Atlantico». Ma, in fondo, anche la politica estera a cui si guarda, più dal Cremlino sembra ispirata dalla Prima repubblica e al suo oscillare tra Est e Ovest. Con il rimpianto per le «geometrie variabili di Giulio Andreotti» nel conflitto israelo-palestinese, per la mediazione «tra Russia e Stati Uniti portata avanti da Berlusconi» e per «le mosse di Bettino Craxi». Che era socialista d’accordo, ma persino quell’altro famoso “statista”, all’inizio, lo era.


La Russia fa il pieno di benzina in Marocco

In 300 tra dirigenti, responsabili dei comitati e simpatizzanti animano il gruppo che segue Vannacci: “Aspettiamo i suoi ordini” 

Di Isidore Senghor, il manifesto

Tra il 29 e il 31 di luglio, una petroliera battente bandiera panamense partita 10 giorni prima dal porto di Tanger Med, sul Mediterraneo marocchino, ha scaricato 30 mila tonnellate di carburante AL-92 (benzina standard a 92 ottani) nel porto artico di Murmansk, in Russia. Dopo lo scarico, la benzina, secondo la Reuters, è stata caricata sui treni della rete ferroviaria alla stazione di Kola e si è diretta verso il centro della Russia. Il nome della petroliera non compare nei registri pubblici di navigazione ma il carico sarebbe stato fornito da Lukoil, la più grande impresa non-statale russa, specializzata nella logistica energetica petrolifera.

Nonostante questa consegna, la prima dal Marocco è avvenuta mentre l’Europa sgomenta guardava sugli smartphone i fatti di Ceuta, l’agenzia Interfax riporta che ieri il governo russo ha prorogato fino al 31 dicembre la normativa che prevede la riduzione del 10% delle vendite di benzina presso le stazioni di servizio. I primi di luglio, la produzione di carburanti in Russia è scesa a circa il 65% del consumo medio estivo a causa delle interruzioni della produzione nelle principali raffinerie in seguito agli attacchi dei droni ucraini, che si sono intensificati, e il primo ministro russo Alexander Novak ha detto, citato da Reuters, che Mosca avrebbe iniziato a importare prodotti petroliferi «per stabilizzare il mercato interno», cosa ribadita ieri dal governo, a fronte della carenza di carburante dovuta agli attacchi ucraini alle raffinerie, agli oleodotti, alle autobotti e ai centri di stoccaggio.

È la prima volta che il Marocco esporta benzina in Russia, un prodotto che si aggiunge al bouquet di esportazioni marocchine che (nonostante le sanzioni internazionali contro Mosca, mai sostenute dal Marocco) fino a oggi si era limitato agli agrumi, ad alcuni prodotti orticoli e ittici, tra 1,5 e 2 miliardi di dollari di merci all’anno. Oltre che dal Marocco, la Russia avrebbe importato benzina già dall’India e, su rotaia, da alcuni paesi vicini.

La posizione della Federazione russa nel mercato globale dei prodotti raffinati è caratterizzata da una sproporzione strutturale tra una capacità di produzione e raffinazione gigantesca e un consumo interno relativamente ridotto, ma questo equilibrio è stato fortemente destabilizzato dalle recenti dinamiche belliche. In tempi normali, Mosca esporta circa il 50% del diesel e circa il 10-15% della benzina che produce internamente.

Nell’immagine: pompa di benzina a Mosca della stazione Gazprom Neft , sui cartelli si legge “Ci dispiace, l’attrezzatura è temporaneamente fuori servizio”