Se la politica nega l’emergenza climatica

 

Di Francesca Santolini, La Stampa

Un mese di caldo record. Città soffocate da temperature oltre i 40 gradi, incendi che divorano migliaia di ettari di bosco, alluvioni improvvise che trasformano strade e piazze in fiumi.

Di fronte a un’evidenza così plateale verrebbe da pensare che il cambiamento climatico non sia più materia di discussione. Non è così: anche dopo avere vissuto sulla propria pelle eventi climatici estremi sempre più frequenti, una parte dell’opinione pubblica continua a interpretare il riscaldamento globale come un problema secondario, esagerato, o addirittura inesistente. È un paradosso che due recenti studi internazionali aiutano a spiegare. Il primo, una rassegna della letteratura scientifica, mostra che l’esperienza diretta di ondate di calore, incendi o alluvioni non modifica automaticamente le convinzioni delle persone.

Chi considera il cambiamento climatico una grande emergenza del nostro tempo interpreta questi eventi come una conferma; chi parte da posizioni scettiche li attribuisce alla variabilità del clima, alla cattiva gestione del territorio, o alla semplice fatalità.

Il motivo è che nessuno interpreta la realtà in modo neutrale: anche un fatto apparentemente inequivocabile viene filtrato attraverso convinzioni politiche, valori culturali, fiducia nella scienza. Gli psicologi chiamano questo meccanismo motivated reasonign: diamo peso alle informazioni che confermano ciò in cui crediamo, e ridimensioniamo quelle che lo mettono in discussione.

È qui che entra in gioco la politica. Una ricerca pubblicata su Nature Climate Change, basata sull’analisi di centinaia di migliaia di comunicati dei partiti europei, mostra che gli eventi meteorologici estremi non aumentano necessariamente l’attenzione per le questioni climatiche:conta il modo in cui vengono raccontati, l’interpretazione che se ne dà.

Gli esempi arrivano soprattutto dalle destre radicali. In Francia, dopo l’ondata di calore dello scorso giugno, il Rassemblement National ha sostenuto che il problema non fosse il cambiamento climatico, ma un’«ecologia della decrescita» che avrebbe ostacolato la diffusione dei condizionatori e lasciato il Paese impreparato al caldo estremo: una soluzione immediata e populista, che evita di discutere di consumi energetici, combustibili fossili, modelli di sviluppo.

In Spagna, dopo le alluvioni del 2024 che hanno provocato oltre duecento vittime nella provincia di Valencia, Vox ha attribuito la gravità della catastrofe alle politiche ambientaliste, accusate di avere impedito la pulizia dei corsi d’acqua e la costruzione di nuove infrastrutture idrauliche: una lettura smentita dagli studi di attribuzione climatica, che indicano nel riscaldamento globale la causa dell’intensità delle precipitazioni.

Negli Stati Uniti, dopo i grandi incendi nell’area di Los Angeles, Donald Trump ha attribuito le responsabilità alla gestione delle risorse idriche e alle norme di tutela ambientale.

Anche l’Italia offre esempi di questo cortocircuito tra esperienza e interpretazione. Negli ultimi anni il nostro Paese è stato colpito dalla siccità del Po, dalle alluvioni in Emilia-Romagna, da ripetute ondate di calore e da incendi.

Dopo ogni disastro si riapre puntuale il dibattito su consumo di suolo, manutenzione del territorio, prevenzione: problemi reali, che però vengono talvolta contrapposti al cambiamento climatico, come se le due spiegazioni si escludessero. Non è così: si sommano. Un territorio fragile diventa più vulnerabile quando è esposto a precipitazioni più intense, siccità prolungate, temperature record.

Nel dibattito politico, però, questi stessi elementi vengono trasformati in una narrazione alternativa: non sarebbe il clima a essere cambiato, ma soltanto la gestione del territorio a essere fallimentare.

Su questa sovrapposizione la destra radicale, in Italia come altrove in Europa, costruisce spesso il proprio messaggio: il problema non è l’emergenza climatica, ma un ambientalismo che ostacola lo sviluppo. È il tipico meccanismo di inversione del bersaglio: chi denuncia il problema ne viene presentato come responsabile.

Così la discussione pubblica si sposta dalle cause del riscaldamento globale ai presunti effetti negativi delle politiche ambientali e la crisi climatica diventa il terreno per uno scontro identitario potenzialmente disastroso.


50 anni fa l’arresto del “traditore del secolo”, il brigadiere Jeanmaire

 

Da tvsvizzera.it

Dieci mesi dopo l’arresto – avvenuto cinquant’anni fa a Losanna – il 17 giugno 1977 il Tribunale militare lo condannò per alto tradimento a 18 anni di reclusione, alla degradazione e all’espulsione dall’esercito. Una pena decisamente più severa dei 12 anni chiesti dall’accusa. Sua moglie, accusata di complicità morale, venne prosciolta.

Già durante il procedimento, l’allora consigliere federale Kurt Furgler (PPD/SG) – a capo del Dipartimento di giustizia e polizia – lo accusò di aver passato ai sovietici documenti top secret e informazioni classificate sull’esercito svizzero, così che la stampa non esitò a etichettarlo come “traditore del secolo”.

Una storia nata in Ticino

La vicenda ebbe origine nel 1959 durante un’esercitazione in Ticino, dove Jeanmaire, allora colonnello e capo di Stato maggiore, conobbe l’addetto militare dell’URSS a Berna Vassili Denissenko, generale decorato nella battaglia di Stalingrado nonché rappresentante ufficiale del servizio segreto sovietico GRU.

Tra i due si instaurò un rapporto di amicizia destinato a consolidarsi negli anni successivi. A partire dal 1962 – mentre ricopriva il ruolo di caposezione all’Ufficio federale del servizio territoriale e delle truppe di protezione aerea – Jeanmaire trasmise a Denissenko e ai suoi successori informazioni riservate.

A segnalare il caso e a mettere in allerta le autorità elvetiche furono, nell’autunno del 1974, i servizi segreti statunitensi. Dopo mesi di stretta sorveglianza, il 9 agosto 1976 scattò infine l’arresto dell’ormai promosso a brigadiere Jeanmaire.

L’alto ufficiale sostenne sempre di aver consegnato soltanto documenti destinati all’uso interno e accessibili a numerosi militari, quindi non strettamente segreti. Il Tribunale militare giudicò invece il suo comportamento motivato da vanità, desiderio di prestigio e debolezza di carattere. Anche dal carcere, Jeanmaire non cessò mai di proclamarsi innocente, pur riconoscendo di aver agito ingenuamente.

Un caso tuttora controverso

Già poco dopo la condanna emersero dubbi sulla proporzionalità della pena. Diversi critici sostennero che il clima della Guerra fredda avesse influenzato il procedimento giudiziario e la successiva sentenza. Secondo alcuni osservatori, inoltre, anche il timore che gli Stati Uniti limitassero le esportazioni di tecnologia verso la Svizzera avrebbe influito sul verdetto. Lo storico Urs Rauber arrivò addirittura a definire le accuse una “bagattella”.

La lotta per la riabilitazione di Jeanmaire, molto mediatizzata, fu sostenuta anche da un comitato formato da ex membri dell’Assemblea federale appartenenti a vari partiti che nel 1990 depositarono in Parlamento una petizione con la richiesta di riesaminare il caso.

Successivamente, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Dipartimento militare federale (CPI-DMF) concluse che Jeanmaire non aveva trasmesso informazioni strettamente segrete, pur non riscontrando irregolarità nelle indagini né scorrettezze da parte del Ministero pubblico della Confederazione (MPC). Considerate le funzioni ricoperte, l’ex brigadiere non avrebbe comunque potuto fornire informazioni “sensibili”.

La pubblicazione dell’atto d’accusa e della sentenza, decisa dal Consiglio federale il 5 marzo 1991 su richiesta della Commissione, ridimensionò le colpe di Jeanmaire.

Scontati 12 dei 18 anni

Per l’avvocato ginevrino Jacques Barillon il procedimento rappresentò invece un vero e proprio errore giudiziario, favorito dall’isteria dell’epoca e da un processo troppo sommario. Jeanmaire trascorse 12 anni nel penitenziario di Bellechasse (FR), scontando due terzi della pena prima di essere scarcerato anticipatamente nel 1988. Inoltrò ricorso nel 1977 e in seguito chiese invano, nel 1984 e nel 1986, la revisione del processo.

L’ex alto ufficiale superiore non ottenne mai una riabilitazione ufficiale e morì a Berna quattro anni dopo il suo rilascio, il 29 gennaio 1992, all’età di 81 anni. Le sue ceneri, insieme a quelle della moglie, furono sparse con un elicottero sopra il massiccio del Sempione.

Negli ultimi anni della sua vita, tuttavia, l’immagine pubblica dell’ex brigadiere cambiò sensibilmente: da simbolo del tradimento divenne per molti un patriota severo ma popolare, protagonista anche di numerose apparizioni mediatiche. Il 1° agosto 1990, in occasione della Festa nazionale, tenne anche un discorso pubblico sul passo della Vue des Alpes, nel canton Neuchâtel, senza però fare riferimento alla sua vicenda personale.

Il caso fu inoltre soggetto di una pièce teatrale dello scrittore basilese Urs Widmer (Jeanmaire. Ein Stück Schweiz, 1992) e di un breve saggio del noto autore britannico John Le Carré (La pace insopportabile, italiano 1993, inglese 1991).

Gli atti completi conservati dall’Archivio federale resteranno coperti dal segreto almeno fino al 2028.

Nell’immagine: Jean-Louis Jeanmaire (a destra) a colloquio con l’ex addetto militare dell’URSS a Berna Vassili Denissenko nel 1991 (da un servizio della RTS)


Un’alleanza che non durerà in eterno

 

Di Gad Lerner, il manifesto

Non è una turbolenza passeggera quella che contrappone due egocentrici, bellicosi presidenti-tiranni quali sono Trump e Netanyahu. La divaricazione d’interessi strategici che va manifestandosi fra gli Stati uniti e Israele è una tendenza storica inesorabile, che sovrasta la postura dei leader e delle loro classi dirigenti, accomunate peraltro dalla medesima retriva ideologia suprematista.

Nei due paesi si voterà a pochi giorni di distanza, fra il 27 ottobre e il 3 novembre prossimi. Guerra e campagna elettorale acuiscono nelle rispettive opinioni pubbliche un clima di sospetto, la fine di ogni certezza.

Conosciamo tutti le ragioni strutturali, gli intrecci finanziari, tecnologici e militari, le affinità culturali per cui l’alleanza fra la superpotenza americana e lo Stato ebraico sembrerebbe destinata a durare in eterno. Ma così non è perché il mondo sta andando in tutt’altra direzione e gli Accordi di Abramo tramite cui, sei anni or sono, ci si era illusi di avviare una pacificazione definitiva fra i regimi dell’islam sunnita e Israele – tanto a chi sarebbe importata la malasorte di qualche milione di palestinesi? – si sono rivelati un fallimento.

L’indole razzista di Trump, aver creduto che la questione palestinese fosse un dettaglio trascurabile visto che i paesi arabi se ne disinteressavano, e dunque il via libera concesso alla colonizzazione ebraica in Cisgiordania e alla distruzione di Gaza, lo hanno trascinato fin nella trappola di Hormuz. Nel rapporto con Netanyahu pensava di essere lui il padrone ma Bibi gli ha più volte morsicato la mano. Infranti di continuo i cessate il fuoco da lui stipulati, aperti nuovi fronti di guerra là dove lui tentava di circoscriverli – in Libano, Siria, Yemen – fino all’umiliante presa di distanze di domenica scorsa da quell’«accordo storico per il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane da Gaza» che Trump aveva definito «un passo monumentale» neanche due settimane prima.

A seguire è giunto l’ultimo colpo demolitore degli Accordi di Abramo: il Mecca joint agreement sottoscritto fra Turchia, Arabia saudita e Pakistan, patto militare che sarebbe un’ingenuità ridurre a monito sunnita contro l’Iran sciita; poiché al tempo stessa vuol essere una sfida a Israele e una diffida agli Usa.

Negli Stati uniti diviene sempre più trasversale la presa di distanze da Israele, vissuto come un intralcio a relazioni tranquille con il mondo islamico, fattore di ricatto piuttosto che avamposto della civiltà occidentale. L’ammirazione delle destre nazionaliste per la brutalità di Israele va usurandosi. Non sarà certo per solidarietà umana nei confronti dei palestinesi ma semmai per tutelare i propri interessi energetici e finanziari che i nazionalisti ripudieranno, all’occorrenza, il proprio «sionismo cristiano».

Quanto a Israele, la pulsione impersonata da Netanyahu col suo tagliare tutti i ponti alle spalle, proclamando che finché lui resterà al governo i palestinesi mai avranno uno Stato, si fonda tuttora sulla convinzione che gli Usa, seppur recalcitranti, non possano fare altro che sostenere sempre le sue guerre. E a rimorchio che neanche Regno unito, Germania e Francia abbiano altra scelta.

Al di là di ogni considerazione morale, quanto è verosimile questo calcolo? La maggioranza degli otto milioni di ebrei israeliani, purtroppo, sospinti dalla convinzione che la propria sopravvivenza non consenta pietà per i loro vicini di casa arabi palestinesi, oggi sembra propensa al «soli contro tutti». Ma gli equilibri internazionali scricchiolano.

Quand’anche l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale possa venir repressa ancora a lungo, i gruppi di pressione globali danneggiati dalla prepotenza israeliana hanno sempre più voce in capitolo. Del tutto obsoleto è lo schema propagandistico basato sulla contrapposizione fra un «mondo libero» e le «potenze del male». Dietro alla crisi diplomatica senza precedenti apertasi con la Casa bianca, comincia a delinearsi possibile un rovesciamento del sistema di alleanze.

Ottant’anni fa, nel 1947, prima il decadente impero britannico in India con la disastrosa grande Partizione, e poi le Nazioni unite con la spartizione in due della Palestina, alimentarono conflitti che ancora si protraggono. La storia non torna indietro. Immaginare al giorno d’oggi nuove partizioni su base etnica o di appartenenza religiosa vorrebbe dire solo precipitare in una catena di guerre civili. I due amici-nemici Trump e Netanyahu ne sono la riprova.


Usa, allarme degli ex 007: “C’è una deriva autoritaria, Trump ha troppo potere”

 

Di Massimo Basile, La Repubblica

La deriva autoritaria non arriva con il rumore dei carri armati. Spesso arriva con la normalità. Un presidente revoca cinquanta nulla osta di sicurezza. Uno 007 viene allontanato senza che gli venga spiegato il perché. Chi dovrebbe opporsi, sceglie di non farlo, o impara presto a tacere. Intanto il presidente parla al Paese, promette di «difendere gli americani dai nemici interni» e mette in dubbio l’integrità del sistema elettorale.

L’allarme viene da oltre 400 ex funzionari dell’intelligence americana, che sulla piattaforma online Substack hanno denunciato il piano di Donald Trump: l’uomo d’affari che aveva promesso di andare a Washington per scoperchiare il “deep state”, lo stato sotterraneo, sta creando una macchina per accentrare il proprio potere come mai prima nella storia americana. Il tycoon – dicono – starebbe seguendo, nel suo secondo mandato, il manuale di istruzioni di ogni autocrate: indebolisce i contrappesi al suo potere e rende il Paese meno sicuro.

«Gli autocrati hanno modalità relativamente comuni di conquistare ed esercitare il potere», spiega Paul Kolbe, ex dirigente della Cia, che ha lavorato in aree dell’ex Urss e nei Balcani. «Tutte queste cose, per me, fanno rima con ciò che stiamo vedendo accadere negli Stati Uniti», aggiunge. Mark Zaid, avvocato specializzato in sicurezza nazionale al quale Trump ha revocato il nulla osta di sicurezza, è convinto che il presidente non si fermerà: «Sono state tolte tutte le barriere di sicurezza – dice -. E credo che il peggio debba ancora arrivare».

Kolbe è tra gli oltre 400 ex funzionari statunitensi dell’intelligence che fanno parte di The Steady State, organizzazione nata nel 2016 in risposta alla crescente deriva autoritaria negli Stati Uniti. Il gruppo ritiene che l’erosione del potere di controllo delle istituzioni, a cominciare dal Congresso ora guidato dai repubblicani, stia mettendo a rischio l’essenza stessa della democrazia americana. La rete ha accusato Trump di «mettere sé stesso al primo posto, e l’America all’ultimo». Intanto, il «culto della personalità» appare inarrestabile. «Trump vuole la sua faccia sui nostri passaporti. Vuole la sua faccia sui nostri soldi. Neanche Mao era arrivato a tanto», spiega Gail Helt, ex analista dell’intelligence, riferendosi all’ex presidente comunista cinese.

Secondo un altro gruppo formato da veterani dell’intelligence, l’Institute for the Study of States of Exception, funzionari dell’amministrazione potrebbero utilizzare i poteri d’emergenza per interferire con le elezioni di novembre, quando verrà eletto il nuovo Congresso. Le preoccupazioni si sono moltiplicate a luglio, quando in un messaggio alla nazione Trump ha accusato la Cina di aver interferito nelle elezioni del 2020, nonostante un rapporto del National Intelligence Council l’avesse escluso. Il richiamo costante all’“invasione comunista”, come negli anni del maccartismo, non sembra casuale. E neanche la Cia riesce a fare da contrappeso: tutti quelli che avevano sostenuto l’ipotesi di un coinvolgimento russo a favore di Trump sono stati privati dell’accesso a documenti sensibili.

Nonostante il quadro cupo, gli ex 007 vedono uno spiraglio: «Gli americani hanno alle spalle una lunga storia di democrazia e libertà. Le istituzioni resisteranno», dicono. Ma il pericolo vero, secondo alcuni di loro, non è solo cosa Trump possa fare, ma quanto l’America possa finire per abituarsi a manovre che un tempo sarebbero apparse intollerabili.


Netanyahu contro Trump sul nuovo piano per Gaza: “Israele non si ritira”

 

Di Fabio Tonacci, la Repubblica

L’intesa per la fase due nella Striscia era stata annunciata dieci giorni fa dal presidente Usa come un passo storico. Il premier dello Stato ebraico: “Donald è un amico ma prima di richiamare l’Idf Hamas deve disarmare”. I miliziani rispondono: “Per noi i 15 punti restano validi”

Non aveva mai detto un no così netto all’amico Donald. Segno che per Netanyahu i sondaggi pre-elettorali sono preoccupanti. «Israele respinge il documento in 15 punti», scandisce il primo ministro durante l’ultima riunione di gabinetto, tenutasi ieri. Documento che, non più tardi di dieci giorni fa, il presidente americano aveva annunciato con clamore e definito «accordo storico per Gaza». Ma Netanyahu deve tenere a bada la destra radicale e messianica, i cui voti saranno indispensabili per tentare di non perdere le elezioni del 27 ottobre. Quindi, per rassicurarla, mette in chiaro che non ritirerà nessun soldato dalla Striscia «finché Hamas non sarà effettivamente disarmata».

È il nodo cruciale che mesi di interlocuzioni, durante la tregua fragile cominciata nell’ottobre 2025, non sono riusciti a sbrogliare. Chi disarma Hamas, quando, come. L’accordo in 15 punti sbandierato da Trump prevede che il gruppo islamista palestinese responsabile del massacro del 7 Ottobre consegni le armi, leggere e pesanti, a un’entità palestinese, e che le truppe di Israele si ritirino in modo progressivo dalla Striscia.

Spesso, però, nei negoziati in Medio Oriente chi fa la prima mossa perde, e infatti nessuna delle due parti intende farla: Hamas si è detta favorevole all’idea di smilitarizzare solo dopo che l’Idf se ne sarà andato (al momento controlla un’area superiore alla metà della Striscia), il governo dello Stato ebraico non vorrebbe scontentare l’alleato americano ma non può permettersi di lasciare le armi ai miliziani. A maggior ragione ora che il suo principale rivale nella corsa elettorale, Gadi Eisenkot, ha definito la fase due dell’accordo per Gaza «un fallimento» rispetto agli obiettivi prefissati all’inizio della guerra, che erano, disse Netanyahu, la «vittoria totale» e l’eliminazione di Hamas.

«Donald Trump è un grande nostro amico alla Casa Bianca», ribadisce Netanyahu, usando parole già dette e che, alla luce dei fatti, perdono di valore. «Hanno delle idee, alcune le condividiamo e altre no, sappiamo come far valere le nostre posizioni». Il premier israeliano aggiunge che, fino a quando sarà in carica lui, la prospettiva del riconoscimento dello Stato palestinese non avrà vita. «Non ci sarà un Fatahstan o un Hamastan, né a Gaza né in Cisgiordania».

Scontata la reazione di Hamas, che si vede servita su un piatto d’argento la possibilità di mostrarsi conciliante e ligia ai patti. «Noi rispettiamo la road map raggiunta con i mediatori e i rappresentanti del Board of Peace al Cairo dieci giorni fa», afferma Basem Naim, uno dei portavoce del gruppo islamista. «Ora ci aspettiamo che il garante americano e i mediatori facciano pressione su Netanyahu». Il quale, per ora, incassa solo il plauso del suo ministro estremista, Bezalel Smotrich. «Lo ringrazio per aver chiarito che non ci ritireremo di un millimetro dalla Striscia, né inizierà la ricostruzione prima del dissolvimento totale di Hamas». Anche se, dal campo, arrivano notizie in controtendenza a proposito del progetto, autorizzato due settimane, di una zona pilota a est di Rafah con alloggi da tirare su nel territorio controllato dall’Idf.

Trump non ha ancora commentato la presa di posizione di Netanyahu sul piano in 15 punti. In un’intervista con Axios, ha detto di stare mantenendo con l’Iran «un profilo basso, una sorta di trattativa parziale» e ha sottolineato le condizioni pessime, da un punto di vista economico, in cui versa Teheran. Secondo il Wall Street Journal, il tycoon era pronto a dichiarare missione compiuta non appena fosse riuscito a sbloccare lo Stretto di Hormuz, pur senza aver siglato alcuna intesa sul nucleare iraniano. Cosa che innervosisce non poco gli israeliani. Netanyahu insiste nel dire che con lui l’Iran non avrà mai la bomba atomica. Se l’amico Donald dovesse puntare al risultato minimo, non è escluso che Israele prosegua la campagna militare da solo.


Il nuovo volto di Najwa e il collasso (voluto) del sistema sanitario di Gaza

 

Di Lina Ghassan Abu Zayed, il manifesto

Quando Najwa Abu Atiwi ha aperto gli occhi dopo settimane di coma, la sua preoccupazione non è stata la gravità delle ferite, ma il desiderio di vedersi. Sentiva che qualcosa era cambiato, ma non sapeva in che modo l’attacco aereo israeliano che aveva colpito la sua casa avesse alterato il suo volto e la sua vita. Ha chiesto ripetutamente a chi le stava intorno di lasciarle vedere il proprio volto, ma la famiglia e i medici rimandavano, temendo lo choc. «Continuavo a chiedere di vedere che aspetto avessi, ma mi davano antidolorifici e farmaci per calmarmi», racconta Najwa.

POI LE PRIME PAROLE: i medici le hanno detto che aveva perso l’occhio destro e che stavano cercando di salvare l’altro, che aveva subito una grave lesione e un’emorragia interna. Quando si è guardata allo specchio, non si è riconosciuta: «Ho guardato il mio viso e non sapevo chi fossi. Mi sembrava di guardare qualcun altro».

La ferita di Najwa non riguarda solo il suo aspetto. Nello stesso attacco aereo, ha perso sua figlia Hajar: si preparavano a festeggiare il suo sesto compleanno. In terapia intensiva, Najwa continuava a chiedere notizie di Hajar e a cercare rassicurazioni sul fatto che fosse al sicuro, prima di scoprire di averla persa per sempre.

Oggi Najwa deve affrontare un lungo percorso di cure e riabilitazione. Ha subito diversi interventi chirurgici e le sono state inserite placche metalliche e reti nel viso. Ha ancora difficoltà ad aprire la mascella, a parlare e a mangiare. «Non riesco a mangiare normalmente. Mi nutro solo di zuppe, succhi di frutta e latte».

Sta aspettando l’opportunità di recarsi all’estero per sottoporsi a cure specialistiche, dopo che i medici le hanno comunicato che alcune delle procedure di cui ha bisogno non sono disponibili a Gaza. Il dottor Ayman Saidam, specialista in chirurgia oculoplastica, descrive la lesione di Najwa come uno dei casi più complessi di traumi all’occhio, al viso e alla mascella: Najwa ha perso l’occhio destro, ha subito fratture alle ossa facciali e lacerazioni alle palpebre, oltre a una lesione all’occhio sinistro che le impedisce di chiudere completamente la palpebra.

Saidam afferma che il trattamento di casi del genere non può limitarsi alle sole procedure estetiche: il primo passo consiste nel ricostruire la struttura facciale danneggiata. «Gli interventi estetici da soli non sono sufficienti perché la base è il ripristino della struttura facciale danneggiata», afferma.

DURANTE LA GUERRA, Saidam ha trattato numerose lesioni causate da esplosioni e schegge che richiedevano interventi di chirurgia ricostruttiva multipli. Spiega che la ricostruzione facciale non è un intervento singolo, ma un lungo percorso che prevede diverse fasi. Alcuni pazienti potrebbero aver bisogno di anni prima di raggiungere i risultati desiderati.

Nonostante la presenza di medici con le competenze necessarie, «il problema principale è la mancanza di risorse, attrezzature e forniture mediche», afferma il dottor Saidam aggiungendo che la carenza di determinati materiali può ritardare le fasi del trattamento, mentre in alcuni casi i pazienti sono costretti a recarsi fuori da Gaza per ricevere servizi non disponibili.

Najwa sta ancora aspettando il permesso di lasciare Gaza e proseguire le cure, mentre deve affrontare dolori quotidiani, difficoltà di movimento e problemi nel raggiungere gli ospedali. Oltre al dolore fisico, Najwa e molti altri pazienti con lesioni al viso devono affrontare notevoli difficoltà psicologiche. I cambiamenti nell’aspetto, la perdita di parti del corpo e la perdita di persone care lasciano profonde cicatrici emotive.

Il dottor Hassan Abu Shawish, psicologo presso la Clinica di salute mentale di Deir al-Balah, afferma che il caso di Najwa è stato psicologicamente difficile perché diverse esperienze traumatiche si sono verificate contemporaneamente: la sua ferita, la perdita della figlia e il drastico cambiamento del suo aspetto.

SPIEGA CHE alcuni pazienti possono soffrire di disturbo da stress post-traumatico (Ptsd), depressione e disturbi dell’immagine corporea, che possono portarli a isolarsi dalla società ed evitare le interazioni sociali. Sottolinea che il sostegno psicologico è una parte essenziale del percorso di recupero, insieme alle cure fisiche: aiuta ad accettare i cambiamenti, a ricostruire la propria fiducia e a reinserirsi nella società.

Prima dell’incidente, Najwa conduceva una vita ricca di impegni lavorativi e relazioni sociali. Oggi sta cercando di costruirsi una nuova vita, pur portando con sé il dolore per la perdita della figlia e affrontando le sfide poste dalla sua lesione. «Voglio tornare alla mia vita di prima e ritrovare la bella personalità che conoscevo in me stessa», afferma. Per Najwa, sopravvivere all’attacco aereo non ha segnato la fine delle sue sofferenze, ma l’inizio di un lungo percorso per recuperare la capacità di mangiare e parlare, ricostruire la fiducia in se stessa e riconnettersi con il mondo che la circonda.

Nell’immagine: Najwa Abu Atiwi, 42 anni, tra le macerie della sua casa a Nuseirat


A Gaza la guerra ha cambiato nome

 

Di Ruwaida Amer, La Repubblica

Da quando è scoppiata la guerra c’è una sola cosa che la gente di Gaza vuole: che finisca. Me lo dicevano di persona quelli che incontravo quando ero ancora lì, me lo raccontano ora tutti quelli con cui tutti i giorni parlo al telefono qui dal Cairo, per primi i miei familiari. Quando è arrivato l’accordo per il cessate il fuoco – il 10 ottobre del 2025 – la gente ha festeggiato, convinta che avrebbe posto fine alle sofferenze, agli sfollamenti, alla ricerca di cibo e acqua, agli anni di istruzione persi dagli studenti. Da quel momento, l’interesse per le notizie su Gaza è diminuito e la questione è diventata secondaria sui canali televisivi e sui giornali: forse il mondo ha pensato che la vita fosse migliorata e le sofferenze fossero finite. Ma non è così: a Gaza la guerra prosegue e la situazione è peggiorata sotto le spoglie di un cessate il fuoco.

Spostarsi ancora

Prima di tutto c’è la “linea gialla”, la zona sotto controllo di Israele: chiunque si avvicini viene ucciso, bambini compresi. Chi viveva in quelle aree non può tornare a casa: è il caso della mia famiglia. Abitavamo nella zona di Al-Fakhari, vicino all’Ospedale europeo, ma la nostra casa è stata demolita e lì ora ci sono gli israeliani. La mia famiglia è ancora sfollata a Ovest di Khan Younis, dove si trova in condizioni difficili. Ma neanche lì è sicuro: i continui ordini di evacuazione emessi dall’esercito israelianocostringono i miei fratelli, mio padre e tutti gli altri a spostarsi ancora. E poi c’è la questione della linea gialla: i soldati mettono blocchi di cemento di quel colore in aree vicine ai quartieri residenziali che non rientravano nella zona loro assegnata con il cessate il fuoco, espandendo in questo modo l’area che controllano. Salem Awad, 35 anni, di Deir al-Balah, mi racconta: «Ci siamo svegliati al suono di persone che gridavano a proposito di un cubo giallo che l’esercito israeliano aveva posizionato: questa è un’area verde che non rientra nella zona da loro controllata, ma parlare con gli israeliani è impossibile. Ora qui è giallo. E io sono stata costretta a fuggire con i miei tre figli».

Uno dopo l’altro

Dal 2008 abbiamo vissuto guerre una dopo l’altra e ci siamo abituati a pensare che un cessate il fuoco significhi la fine dei bombardamenti e delle esplosioni. Ma questa volta è diverso: da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco, i bombardamenti non si sono fermati. Quasi ogni giorno vengono presi di mira luoghi diversi e nessuno sa dove si trovino le zone sicure: tende, auto, appartamenti e assembramenti di civili sono nel mirino, al punto che il terrore accompagna tutti. Anche chi, come me, ha lasciato Gaza. Seguire le notizie ogni giorno, momento per momento, capire i luoghi colpiti dai bombardamenti e dai vari attacchi, mi ha causato un grande stress mentale: cerco di tenere traccia della mia famiglia durante tutta la giornata. Raccomando loro di non spostarsi troppo, di mantenere un contatto costante per sapere dove si trova ciascuno, e di non andare in zone lontane. Li chiamo decine di volte al giorno e mi preoccupo quando non hanno connessione a Internet o copertura telefonica. Parlo con mia sorella Sahar, che ha due figli, per sapere cosa fa durante il giorno e dove si trovano mio padre e mio fratello. Si lamenta del rumore dei bombardamenti e delle continue esplosioni: ha sempre molta paura per i bambini.

Emergenza topi

Durante la guerra, tutti i medici chiedevano un cessate il fuoco e l’apertura dei valichi per consentire l’ingresso delle attrezzature mediche e dei medicinali necessari a salvare la vita di migliaia di pazienti. Quando è stato annunciato il cessate il fuoco tutti erano convinti che le sofferenze sarebbero finite, che ci sarebbe stata la libertà di viaggiare per curarsi, che le attrezzature mediche e i medicinali sarebbero entrati e che sarebbe iniziata la ricostruzione degli ospedali distrutti. Nulla di tutto ciò è avvenuto.Gaza da tre anni è inquinatissima: non ci sono fogne, non c’è nulla che funzioni. Il risultato è la moltiplicazione di roditori e insetti nelle tende e la mancanza di medicinali e insetticidi per controllarli. I topi attaccano in particolare i bambini.

Quando la sera chiamo la mia famiglia, vedo mio padre con una bomboletta che spruzza il contenuto sul pavimento, sulla biancheria da letto, sul suo corpo, su quello di mio fratello e su quello dei miei nipoti. Gli chiedo cosa sia, e lui risponde: «Non lo so. Mi hanno detto che questo uccide zanzare e pulci. Non riusciamo a stare fermi un attimo senza essere tutti irritati dalle punture».Li osservo attraverso la telecamera, con le lacrime che mi salgono agli occhi. Poi appare mio nipote Adam, di cinque anni: «Guarda il mio corpo, zia. Ho protuberanze e bozzi di un colore strano dappertutto», mi dice. Mi mostra rigonfiamenti e piaghe causati dalle punture di insetti. Anche mia sorella ha lo stesso problema. Le dico di andare da un medico o in ospedale, ma lei risponde che non ci sono cure adeguate. Ne ha provate due per Adam, ma le sue condizioni non sono migliorate.

Un’amica di mia madre ha il cancro: prima della guerra era nella fase finale della chemioterapia. Durante la guerra, la malattia si è diffusa in tutto il corpo: per lei non è disponibile alcuna cura. «È da oltre un mese che aspetto una chiamata dal medico per iniziare il trattamento, ma ormai rischio la morte». Si chiama Rawya Sharafi: in condizioni simili alle sue ci sono migliaia di persone.Non va meglio ai bambini: non ci sono né scuole né centri educativi. Mancano attrezzature didattiche, materiali e cancelleria, che sono inoltre molto costosi. Sono riuscita ad aprire un centro educativo nel campo di Khan Younis: sto cercando di salvare i bambini – i miei alunni di tre anni fa e altri – dall’ignoranza in cui sono stati costretti, ma ho enormi difficoltà nell’ottenere il materiale per studi e lezioni. Non basta: mancano spazi dedicati ai bambini e penne e quaderni hanno prezzi esorbitanti. Ciononostante, stiamo cercando di sostenerli e di aiutarli a superare questa fase estremamente pericolosa. Per un’insegnante come me tutto questo è desolante: le scuole sono distrutte o piene di sfollati, non esistono parchi giochi, né giardini.

Di ricostruzione non si parla: e, anche quando un giorno ci sarà, forse, chi ricostruirà questi bambini? Chi pagherà il danno di una generazione che avrebbe potuto aiutare Gaza, farla crescere, e che invece è stata distrutta dalla guerra insieme alle sue scuole? E poi…Non so cosa altro devo raccontarvi della mia Gaza oggi. Posso dirvi che nel mezzo di questo cessate il fuoco che non c’è, persone di tutte le età percorrono centinaia di metri per procurarsi acqua sufficiente per poche ore soltanto. Che poi era quello che succedeva durante la guerra, quando per risparmiare acqua passavo un’intera settimana senza farmi la doccia e lavare i piatti e fare il bucato era una sfida. Forse invece dovrei dirvi che gli aiuti alimentari sono stati notevolmente ridotti a causa delle restrizioni all’ingresso attraverso i valichi: e che c’è il timore di una nuova carestia perché quello che c’è costa tantissimo e le famiglie più povere già iniziano a non farcela. Del resto, anche durante la guerra la fame era cominciata da loro: succederà di nuovo? Nessuno lo sa. Magari dovreste invece sapere che manca l’elettricità da quasi tre anni: la fornitura è stata interrotta sin dal primo mese di guerra a causa del blocco del carburante necessario per il funzionamento dei generatori e dell’unica centrale elettrica nella Striscia. Anche qui, non è cambiato molto: sebbene esistano punti di ricarica a energia solare, sono insufficienti a soddisfare il fabbisogno dei due milioni di residenti. Gaza è al buio: come lo era nove mesi fa e come è sempre stata dal novembre del 2023. Ma ci ho pensato: invece quello che voglio che teniate a mente alla fine di questo articolo è che dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza sono state uccise più di 1.300 persone e quasi 3.500 sono rimaste ferite. Uomini, donne e bambini. Questo non era mai accaduto durante i precedenti conflitti: allora, il cessate il fuoco voleva dire che la guerra era finita. Oggi ha solo cambiato nome.

Nell’immagine: l’incendio causato da un attacco israeliano a Gaza City il 15 maggio 2026: i bombardamenti sono diminuiti ma non si sono mai realmente fermati.


Migliaia di migranti assaltano Ceuta a nuoto, morti e dispersi. Madrid invia i militari

 

La Stampa

Le forze di sicurezza marocchine non hanno neanche provato a fermare la valanga di uomini, donne con bambini in grembo, ragazzi, perfino persone disabili, che nel giro di poche ore – prima per mare, poi attraversando via terra la frontiera – hanno cambiato il volto di Ceuta, porta d’ingresso dell’Europa in Africa. Nelle ultime 24 ore, le unità di controllo di frontiera di Ceuta hanno recuperato i corpi di almeno 16 persone dalle acque.

Per giorni i droni, i sistemi laser e le motovedette della Guardia Civil hanno inseguito nel buio giovani, molti minorenni, che tentavano di raggiungere a nuoto la costa spagnola aggirando la scogliera frangiflutti del Tarajal.

Ma la situazione è improvvisamente degenerata, con migliaia di persone che si sono riversate verso l’enclave spagnola alla luce del giorno, correndo verso la doppia barriera di confine. Le immagini di ragazzi fradici che raggiungono la riva e delle colonne umane lunghe chilometri sulle colline confinanti con Ceuta hanno riportato la città autonoma all’incubo del maggio 2021, quando oltre 8.000 migranti attraversarono la frontiera in appena 48 ore, provocando una grave crisi umanitaria e diplomatica con Rabat.

Ora Madrid è pronta a mobilitare l’esercito per far fronte alla situazione. E mentre Bruxelles segue l’evoluzione della crisi e assicura il massimo impegno per proteggere le frontiere della Ue, a Roma la premier Giorgia Meloni si è detta pronta a sospendere Schengen con la Spagna dopo un confronto con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Le immagini che arrivano da Ceuta sono impressionanti e dimostrano, ancora una volta, che l’immigrazione clandestina fuori controllo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza dei confini europei», ha scritto sui social la premier.

Sulla stessa linea anche il ministro degli esteri Antonio Tajani. Immediata la replica di Madrid che per protesta ha convocato l’ambasciatore di Italia in Spagna. «Questo messaggio del ministro degli Esteri di un Paese amico e partner da cui ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia partitica è indegno», ha scritto il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, replicando al post di Tajani.

A lanciare per primo l’allarme era stato il presidente dell’enclave, Juan Jesus Vivas, denunciando la pressione migratoria nell’ultima settimana con l’arrivo di 1.500-2.000 persone a nuoto, a un ritmo di 300 al giorno.

«Siamo di fronte a un’assoluta emergenza umanitaria e sociale», ha ripetuto il governatore, che ha chiesto a Madrid di dichiarare lo stato di emergenza nazionale, istituire un comando unico e rafforzare le forze di sicurezza con il dispiegamento dell’esercito a difesa della «sicurezza dei cittadini». L’Assemblea di Ceuta ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che sollecita la chiusura temporanea della frontiera col Marocco come misura «urgente e improrogabile» per quella che è stata definita «la più grave crisi degli ultimi anni».

Dietro la nuova ondata migratoria, povertà, assenza di prospettive e aspettative alimentate dai social network, assieme alla finestra di opportunità rappresentata dal bel tempo e il mare calmo, a un passo dallo Stretto di Gibilterra. Ma non solo. «Non trovano vie legali. la loro unica possibilità è buttarsi in mare ed entrare a Ceuta», racconta Ismail El Makdoubi, immigrato e presidente dell’associazione Exmenas.

Secondo l’attivista, la recente sentenza del Tribunale Supremo spagnolo, che esclude i respingimenti immediati per chi raggiunge l’enclave a nuoto ha alimentato, insieme alle reti dei trafficanti e al tam-tam in Rete, la convinzione che attraversare il confine sia ora più facile.

«Ci sentiamo abbandonati, senza protezione. Migliaia di migranti sono in strada e vagano senza sapere dove andare», è la voce dei residenti di Ceuta che raccontano la dimensione che la crisi sta raggiungendo in queste ore, con numerosi dispersi in mare. I testimoni descrivono l’inquietudine per il dramma umano e la situazione di insicurezza. «Siamo preoccupati per noi, ma anche per loro, molti arrivano feriti per le traversate a nuoto», raccontano.

Le autorità iberiche non danno stime ufficiali dei migranti entrati. «La valanga umana raggiunge già i 5 chilometri alla frontiera», secondo la corrispondente di Tve. E fra le centinaia di ragazzi che entrano nell’enclave con le dita in segno di vittoria è arrivata anche Farath, ripresa dai media locali, campionessa della nazionale di pallavolo marocchina.


Contenuti creati dall’IA, arrivano le etichette europee: gli utenti devono essere avvisati

 

Di Aldo Fontanarosa, La Repubblica

Le persone dovranno capire subito quando stanno parlando con una macchina. E dovranno riconoscere immagini, video, audio e testi creati o modificati dall’intelligenza artificiale.

Dal 2 agosto 2026 scattano nell’Unione europea gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’AI Act (la legge comunitaria in materia). E in queste ore la Commissione Ue pubblica le linee guida che spiegano in modo semplice quali contenuti dovranno essere segnalati, chi dovrà farlo e in quali casi sono previste delle eccezioni.

Il primo obbligo riguarda i sistemi che dialogano direttamente con le persone, sempre più in uso nei siti di persone, influencer, aziende, finanche di alcune pubbliche amministrazioni. Sono chatbot, assistenti virtuali, agenti e avatar che danno informazioni, accolgono reclami, a volte ci fanno perfino firmare contratti.

L’utente sarà avvertito fin dall’inizio della conversazione che il suo interlocutore non è umano. L’indicazione non sarà necessaria soltanto quando un robottino in stile cartoni animati (ad esempio) si materializzerà sul nostro schermo e quando la natura artificiale del servizio risulterà chiara, a colpo d’occhio.

Una impronta invisibile

Un secondo obbligo ricade sulle aziende che sviluppano i sistemi di intelligenza artificiale. I contenuti sintetici – testi, foto, audio e filmati – dovranno contenere una marcatura leggibile dalle macchine. Potrà essere inserita nei metadati o con altre soluzioni tecniche che permettano di rilevarne l’origine.

Questa impronta digitale non sarà necessariamente visibile a occhio nudo. Servirà alle autorità pubbliche – incaricate di fare le verifiche sul rispetto delle regole europee – per capire se un file sia stato generato o anche soltanto modificato attraverso l’IA.

Un avviso immediato sarà necessario per i deepfake. I deepfakesono immagini o video capaci di raffigurare una persona, un luogo, un avvenimento in modo così credibile da ingannare chi li guarda. Deepfake sono anche gli audio che clonano (a volte in modo arbitrario) la voce di una persona reale. L’avviso a tutela dell’utente dovrà essere proposto subito, appena la persona si imbatterà nel contenuto. Regola che vale ovunque, anche per i contenuti social.

Il cinema

Per le opere artistiche, satiriche o di fantasia, l’avvertenza potrà essere meno invasiva, in modo da non ostacolarne la visione. Un film non dovrà segnalare, dunque, uno sfondo o un normale effetto speciale creato con l’IA.

Capita però che un film si spinga ben oltre. Capita che faccia rivivere e recitare un attore già morto. In questo casi estremi, la segnalazione è indispensabile, ma può essere inserita nei titoli di coda senza disturbare la visione dello spettatore o la fluidità narrativa dell’opera.

Le nuove disposizioni toccano direttamente giornali, siti di informazione, uffici stampa e pubbliche amministrazioni. Un testo generato dall’IA e pubblicato per informare su politica, giustizia, salute, sicurezza, ambiente, economia o altri temi di interesse generale dovrà essere riconoscibile come tale.

La regola prevede un’eccezione importante. Il contrassegno – del tipo: “generato con l’intelligenza artificiale” – non sarà obbligatorio quando il giornalista o il funzionario pubblico si approprierà del testo scritto dalla IA, ne esaminerà la sostanza, ne verificherà l’accuratezza e si assumerà la responsabilità dello scritto (ad esempio apponendo la firma).

Le informazioni

Non basterà, invece, una lettura superficiale. La semplice correzione di refusi, grammatica e punteggiatura non è considerata dalla Commissione Ue un autentico controllo editoriale o contenutistico. L’esame dovrà riguardare la sostanza delle informazioni, l’attendibilità delle fonti e la correttezza del contenuto.

Anche in questo ambito, le regole distinguono tra il “fornitore”, cioè chi sviluppa e mette sul mercato il sistema, dagli “utilizzatori professionali”, come un’azienda, un giornale oppure una amministrazione che lo impiega per realizzare e diffondere un contenuto. Il primo deve rendere riconoscibile tecnicamente l’opera artificiale; il secondo, quando previsto, avvertirà chiaramente il pubblico.

Le emozioni

Le linee guida ricordano che l’Europa impone trasparenza anche quando un sistema di IA osserva o analizza una persona.

Per esempio, una telecamera o un microfono potrebbero essere collegati a un software che tenta di capire se una persona sia arrabbiata, impaurita oppure sotto stress; classificarla sulla base della voce, del volto o di altri dati biometrici. In questi casi la persona deve sapere di essere sottoposta all’analisi dell’IA.

Il vantaggio economico

L’utilizzo esclusivamente personale, privato resta fuori da questi specifici obblighi. La situazione cambia quando la persona agisce per lavoro, per un’attività commerciale o per ottenere con regolarità un vantaggio economico.

Le norme si applicano anche alle imprese con sede fuori dall’Europa, quando i risultati dei loro sistemi vengono utilizzati nell’Unione. Per i sistemi già immessi e disponibili sul mercato prima del 2 agosto è prevista una proroga: l’obbligo della marcatura tecnica scatterà il 2 dicembre 2026.

Non sarà invece necessario applicare subito – e retroattivamente – un’etichetta ai contenuti generati prima del 2 agosto, anche se Bruxelles invita aziende e piattaforme a farlo quando possibile.

Le ammende

I controlli spetteranno soprattutto alle autorità nazionali di vigilanza. Le sanzioni potranno arrivare a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato mondiale annuo dell’impresa, nell’anno precedente alla violazione. Per le piccole e medie aziende dovrà essere rispettato un criterio di proporzionalità.

La Commissione – non nelle linee guide ma nel suo “Codice delle buone pratiche” – ha predisposto anche tre simboli che potranno accompagnare i contenuti artificiali, identificandoli come tali. Non è obbligatorio usare questi, se ne potranno adottare altri purché l’identificazione sia certa e immediata.

La trasparenza, attenzione, non garantisce che un contenuto sia vero. Permette però al lettore di sapere come è stato realizzato e di decidere con maggiore consapevolezza quanta fiducia accordargli.

Nell’immagine: le icone di segnalazione suggerite dalla UE


Trump e la geopolitica del mattone: così moltiplica i suoi affari nel mondo

 

Di Monica Perosino, La Stampa

Nel piccolo cimitero di Châu Ninh, tra i frutteti del delta del Fiume Rosso, in Vietnam, oltre quattromila famiglie di contadini sono state costrette a esumare i resti degli antenati prima che le ruspe spianassero campi, case e sepolture. Al loro posto, su novecento ettari di terra espropriata in cambio di pochi dollari, sorgeranno tre campi da golf, ville e alberghi di lusso nel nome di Donald Trump.

Il progetto del resort da 1, 5 miliardi è l’ultimo tassello della “diplomazia del mattone” di Donald Trump: mentre i governi trattano con la Casa Bianca, l’impero immobiliare della famiglia del presidente si allarga sui loro territori. Dalle risaie del Vietnam alle spiagge dell’Albania, dalla torre a Tbilisi ai resort delle monarchie del Golfo, l’espansione immobiliare della famiglia Trump segue con impressionante precisione la geografia della politica estera americana. Non esiste, finora, la prova di uno scambio diretto tra decisioni della Casa Bianca e concessioni immobiliari, ma l’intreccio è evidente: governi e imprenditori locali procurano terreni, autorizzazioni e capitali, la famiglia del presidente mette il nome Trump e incassa licenze.

Il modus operandi

Il modello si vede con chiarezza in Vietnam. La Trump Organization non finanzia il progetto né gestisce gli indennizzi: il socio vietnamita ha pagato cinque milioni di dollari per il marchio e amministrerà il golf club. È la tempistica a moltiplicare i sospetti: Hanoi ha dato l’approvazione definitiva il 16 maggio 2025 mentre negoziava con Washington per evitare i dazi minacciati da Trump, tre giorni prima del secondo round dei colloqui commerciali. La cerimonia di avvio dei lavori, con Eric Trump e il premier vietnamita Pham Minh Chinh, è arrivata nel mezzo di quei negoziati. Il meccanismo si ripete in altri dodici casi. La Trump Organization raramente costruisce con denaro proprio: concede il marchio, talvolta gestisce l’albergo o il golf club, e incassa una commissione più royalties. A Dubai il nome è concesso in licenza all’impresa saudita Dar Global, che costruirà una Trump Tower annunciata due settimane prima che Trump fosse ricevuto negli Emirati dal presidente Mohammed bin Zayed. La stessa società sviluppa in Oman un complesso da quattro miliardi di dollari, con hotel, ville e golf club. Donald Trump ha affidato la gestione dell’impero ai figli, ma non ha venduto le proprie partecipazioni: i beni restano in un trust del quale è beneficiario, e i guadagni della presidenza rimangono suoi. Nel 2025 le iniziative immobiliari straniere hanno prodotto circa 59 milioni di dollari in licenze, quasi il doppio dell’anno precedente.

Nei Paesi del Golfo

Il confine tra società privata e potere pubblico nei Paesi del Golfo diventa spesso impercettibile. In Qatar, il Trump International Golf Club e alcune ville rientrano nello sviluppo di Simaisma, realizzato anche da Qatari Diar, società statale. L’accordo è stato firmato due settimane prima che Trump arrivasse a Doha e incontrasse l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani, poco prima del viaggio presidenziale in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, durante il quale Trump ha negoziato investimenti, forniture militari ed energia. Doha ospita una delle principali basi americane in Medio Oriente ed è mediatore nei negoziati con l’Iran e su Gaza: il marchio del presidente entra in un progetto controllato da uno Stato la cui sicurezza dipende dalla Casa Bianca.

In Arabia Saudita il rapporto è ancora più esteso. Dar Global e la Trump Organization hanno annunciato dieci miliardi di dollari di nuovi sviluppi tra Riyadh e Gedda, meno di due mesi dopo la visita del principe ereditario Mohammed bin Salman alla Casa Bianca. A Diriyah sorgeranno il Trump National Golf Course e un Trump International Hotel; a Gedda il Trump Plaza e una Trump Tower. Gli affari procedono insieme al consolidamento dell’alleanza tra Trump e il principe ereditario, dal vertice di Riad alla firma a Washington dell’accordo strategico di difesa, fino alla cooperazione militare e alla gestione della crisi iraniana.

Dar Global è il veicolo principale dell’espansione: Dubai, Oman, Qatar, Arabia Saudita e, ora, Maldive, dove progetta un Trump International Hotel con ville sul mare, puntando a raccogliere fino al 70 per cento del capitale con token digitali venduti anche a piccoli investitori americani, annunciato alla vigilia dell’incontro alla Casa Bianca tra Trump e Mohammed bin Salman.

Nei Balcani

Al di fuori della Trump Organization si muove un secondo impero, quello del genero di Trump, Jared Kushner. In Albania, la sua Affinity Partners promuove resort sull’isola di Sazan, ex base militare, e sulla costa di Zvërnec, vicino alla laguna protetta di Vjosa-Narta. Il governo di Edi Rama ha attribuito al progetto lo status di investimento strategico. Migliaia di persone hanno dato vita alla “Rivoluzione dei fenicotteri”, denunciando il rischio per le zone umide e gli animali protetti. Per il governo albanese il progetto è un segnale di accesso privilegiato agli Stati Uniti; per gli oppositori, la prova di uno Stato disposto a compiacere un investitore legato alla Casa Bianca.

Lo stesso schema si era manifestato in Serbia, dove Affinity aveva ottenuto un contratto di 99 anni per trasformare l’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo, bombardato dalla Nato nel 1999, in hotel, appartamenti e uffici, incluso un albergo a marchio Trump. Dopo mesi di proteste e un’inchiesta su documenti falsificati per cancellare la tutela del sito, protetto come bene culturale, Kushner ha abbandonato il progetto.

Nel Caucaso

In Georgia il progetto è direttamente della Trump Organization: la Trump Tower Tbilisi dovrebbe diventare, con settanta piani, l’edificio più alto della capitale, su un’area appartenuta al fondo Cartu, legato a Bidzina Ivanishvili, colpito da sanzioni statunitensi tuttora in vigore per il suo ruolo nell’allontanamento della Georgia dall’Occidente e nell’avvicinamento a Mosca. Per il gruppo dirigente georgiano, la torre vale come certificazione americana, mentre i rapporti con Washington restano deteriorati.

Il meccanismo si è ripetuto in Indonesia, con un resort vicino a Giacarta che ha ricevuto lo status di zona economica speciale e i cui campo da golf, hotel e residenze sono gestiti dalla Trump Organization, anche se il ministero dell’Ambiente ha fermato i lavori per problemi idrici.

L’India è ormai il maggiore mercato straniero del marchio, con nove progetti tra Mumbai, Pune, Gurugram e Calcutta, a cui si è aggiunto il Trump World Center di Pune, primo complesso commerciale del gruppo nel Paese, mentre Washington negozia con Modi su dazi, commercio ed energia. In Romania è stata annunciata una Trump Tower a Bucarest e uno sviluppo golfistico in Transilvania, dopo lo scontro tra Washington e l’Unione europea sull’annullamento delle elezioni presidenziali romene.

In Israele, infine, la Trump Organization ha condotto colloqui preliminari per gestire e dare il nome al Sarona Hotel di Tel Aviv, una struttura di 47 piani e circa ottocento camere, mentre si moltiplicano gli incontri alla Casa Bianca tra Trump e Netanyahu, in uno dei Paesi maggiormente dipendenti dalle sue decisioni militari e diplomatiche.

Presi singolarmente, i progetti possono apparire normali contratti commerciali conclusi dai figli di un imprenditore diventato presidente. Considerati insieme, disegnano invece una rete immobiliare che cresce nei Paesi sottoposti alle decisioni americane su dazi, armi, sanzioni e protezione militare. I partner locali mettono terreni, capitali e autorizzazioni; la famiglia Trump mette il marchio, trasferisce agli altri i rischi e trasforma la prossimità alla Casa Bianca in royalties.

Nell’immagine: Albania, la rivoluzione dei fenicotteri