Il passo indietro del cattivo perdente

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato 

Di Daniel Ritzer, La Regione

In sintesi:

  • Da più parti in questi giorni le dimissioni di Zali venivano ritenute inevitabili
  • Tuttavia le sue dimissioni sembrano il frutto di un patteggiamento per fermare la tempesta

Al dimissionario consigliere di Stato Claudio Zali va riconosciuta una particolare forma di coerenza. Nelle ultime due interviste rilasciate in esclusiva a laRegione (quella in cui ha annunciato la sua ricandidatura, e poi quando ha fornito la sua versione – parzialmente fuorviante – sul caso del 14enne detenuto alla Farera) ha ribadito a più riprese di essere un “cattivo perdente”. E proprio in questo modo si è comportato al momento di fare un passo indietro, travolto dalle varie vicende emerse nelle ultime settimane (riunione sul 14enne, registrazioni audio, e-mail all’Eoc). Zali non si è degnato di partecipare alla conferenza stampa in cui gli altri quattro membri del governo si sono limitati a svolgere il “compitino” (molto di più non hanno fatto) di comunicare al Paese di aver preso atto della rinuncia alla carica del collega con effetto al 30 settembre 2026. Qualche parola della neopresidente Carobbio per stigmatizzare le frasi violente sentite nei file audio, un accenno di mea culpa da parte di De Rosa per non aver dato il giusto peso all’e-mail spedita da Zali al presidente dell’Ente ospedaliero. Davvero poco, se l’obiettivo – come dichiarato – del Consiglio di Stato è quello di ristabilire la credibilità delle istituzioni.

Da più parti in questi giorni le dimissioni di Zali venivano ritenute inevitabili. Tuttavia la sua scelta di lasciare l’incarico sei mesi prima della fine della legislatura (per cedere la poltrona, scrive Zali nella sua lettera di addio affidata a Radio Ticino, “a un subentrante che da tanto scalpita per scendere in campo”) è forse l’unica nota stonata rispetto alla ferrea linea di condotta – nel bene e nel male – alla quale il direttore del Dipartimento del territorio ci aveva abituati. Qui bisogna andare a ritroso di almeno un anno (fino all’arrocchino dell’estate scorsa) per identificare, ripercorrendo le varie vicissitudini, i tratti di un disegno piuttosto ben definito. Quello in cui Zali appare inequivocabilmente come l’unico vero ostacolo ai piani elettorali dell’area di destra. Un ostacolo che andava rimosso per fare pieno spazio agli interessi convergenti di Lega e Udc. L’articolo di domenica scorsa firmato da Antonella Bignasca, editore del Mattino, valga quale prova inconfutabile di tale ipotesi.

Tutto ciò non giustifica in alcun modo i deprecabili comportamenti del consigliere di Stato leghista. Ma non si può essere così ingenui da non constatare una tempistica perfetta nello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato. In effetti le sue dimissioni sembrano più il frutto di un patteggiamento (interno) per fermare la tempesta abbattutasi su di lui, che non un gesto spontaneo. Non è nella sua natura gettare la spugna. E lo dimostra anche nella sua ultima presa di posizione pubblica in cui evita ogni forma di pentimento per i suoi atti e minaccia, fedele al suo stile, querele a destra e a manca.

È davvero Zali il “cattivo perdente” di queste giornate di scandali a non finire? In realtà i grandi sconfitti sono il Canton Ticino, i suoi cittadini, tutti noi. Una comunità confrontata con tutta una serie di problematiche strutturali di non facile soluzione, e alla quale il ‘caso Zali’ ha sottratto parecchie energie. Un caso che andava comunque affrontato, poiché inammissibile sotto diversi punti di vista. Così come bisognerà appurare se negli ultimi anni ci siano stati obblighi di segnalazione disattesi da parte degli altri membri del governo. Non per un giustizialismo fine a sé stesso. Ma perché da tutte queste vicende affiora qualcosa di sistemico – a livello culturale prima che politico – che non può più essere tollerato.


Terra, acqua, vento e fuoco. Gli incendi oltre l’emergenza

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato 

Di Francesco Sottile ( Slow Food), La Repubblica

C’è stato un tempo in cui l’uomo imparava a riconoscere la propria fragilità osservando i quattro elementi. La terra gli insegnava il limite della fertilità, l’acqua quello della sopravvivenza, l’aria il valore del respiro e del movimento. Il fuoco, infine, rappresentava insieme la conquista e il pericolo: la luce che permetteva di abitare il mondo e la forza capace di distruggerlo. Oggi quei quattro elementi continuano a raccontare la nostra storia, ma parlano una lingua diversa, una lingua che descrive un equilibrio sempre più precario. La terra è stanca. Consuma più di quanto riesca a rigenerare. Perde sostanza organica, biodiversità, capacità di trattenere l’acqua. È il primo archivio della vita e, nello stesso tempo, il più silenzioso delle vittime.

L’acqua manca, ma non manca soltanto: arriva nel momento sbagliato e con l’intensità sbagliata. Lunghi mesi di siccità si alternano a piogge violente che il territorio non riesce più ad assorbire. Non è soltanto il clima a cambiare; è il nostro rapporto con il territorio che si è impoverito. Il vento continua a essere il grande messaggero del Mediterraneo. Porta semi, umidità, profumi, vita. Ma quando incontra paesaggi abbandonati e vegetazione disseccata diventa il più potente alleato delle fiamme.

È allora che il quarto elemento cambia natura. Il fuoco non è più soltanto un fenomeno fisico. Diventa il simbolo di una frattura tra l’uomo e il paesaggio. In questi giorni il Sud Italia brucia ancora. Bruciano boschi, uliveti, macchia mediterranea, aree protette. Bruciano case, aziende agricole, animali selvatici, memorie collettive. Ogni estate sembra identica alla precedente e ogni estate promettiamo che sarà l’ultima vissuta nell’emergenza. Ma continuiamo a raccontarci una storia incompleta.

È rassicurante attribuire tutto al cambiamento climatico. È altrettanto rassicurante sostenere che la colpa sia delle politiche ambientali europee. Entrambe le letture, prese isolatamente, finiscono per nascondere la complessità del problema.

Il cambiamento climatico non appicca gli incendi. Nessuna ondata di calore accende un fiammifero. Ma rende ogni scintilla infinitamente più devastante, allunga la stagione del fuoco, prosciuga la vegetazione, moltiplica la velocità di propagazione delle fiamme.

Allo stesso tempo, sarebbe ingenuo ignorare quanto pesino l’abbandono delle aree interne, la scomparsa dell’agricoltura estensiva, la riduzione del pascolo, la perdita della manutenzione ordinaria dei boschi, la frammentazione amministrativa e, soprattutto, la mano criminale che continua a usare il fuoco come strumento di profitto, ricatto o speculazione.

Le fiamme sono il punto di arrivo di molte crisi che si sommano.

Per questo appare sempre più strumentale il tentativo di trasformare gli incendi nell’ennesimo processo al Green Deal europeo. Si insinua che la tutela della natura impedisca di gestire i boschi e che le politiche ambientali abbiano favorito l’accumulo di combustibile vegetale. È una semplificazione che non regge ai fatti.

La gestione attiva del territorio è uno degli obiettivi delle più avanzate strategie europee sulla biodiversità e sul clima. Conservare non significa abbandonare. Proteggere non significa rinunciare alla gestione. Significa, al contrario, restituire intelligenza ecologica alle nostre decisioni. Il vero problema è un altro: abbiamo progressivamente smesso di abitare il paesaggio. Per secoli agricoltori, allevatori e comunità locali hanno costruito un mosaico fatto di coltivi, pascoli, boschi, terrazzamenti, siepi, sentieri e sistemi idraulici. Non era soltanto un paesaggio bello. Era un paesaggio resiliente, capace di interrompere la continuità del combustibile, di trattenere l’acqua, di ridurre la vulnerabilità agli incendi.

Quando quel mosaico si dissolve, il fuoco trova continuità. E dove trova continuità trova velocità. Ogni ettaro che brucia non rappresenta soltanto alberi perduti. Perdiamo suolo fertile, biodiversità, capacità di immagazzinare carbonio, risorse idriche, economia rurale e identità culturale. Perdiamo quella trama invisibile di relazioni che rende un territorio una comunità e non semplicemente uno spazio geografico.

Per questo gli incendi non sono soltanto un problema forestale. Sono una questione agricola, ambientale, sociale e persino democratica. Misurano la qualità delle politiche pubbliche molto più di quanto misurino l’efficienza dei Canadair. La prevenzione non comincia quando si alzano in volo gli aerei antincendio. Comincia molto prima: nella pianificazione del territorio, nel sostegno all’agricoltura che presidia le aree marginali, nella cura dei boschi, nella ricerca scientifica, nell’educazione ambientale, nella presenza dello Stato contro chi usa il fuoco come un’arma.

Perché è proprio questo il punto che dovremmo avere il coraggio di riconoscere. Il fuoco non sta dichiarando guerra agli alberi. Sta dichiarando guerra al paesaggio. E il paesaggio non è semplicemente natura. È la forma che la natura assume quando incontra la storia, il lavoro e la responsabilità delle comunità umane.

Se continueremo a considerare gli incendi soltanto come un’emergenza estiva, continueremo a spegnerli senza mai imparare davvero a prevenirli. Il giorno in cui capiremo che difendere il paesaggio significa difendere la qualità della nostra democrazia, allora forse torneremo a governare il fuoco invece di limitarci a inseguirlo. Il paesaggio non muore quando arriva il fuoco. Comincia a morire il giorno in cui smettiamo di abitarlo.


Sorvegliare e punire con l’intelligenza artificiale

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato 

Di Mario De Vito, il manifesto

Uno-due. Il decreto legislativo recepisce il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e lo rende una questione di polizia accelera e, con ogni probabilità, già oggi verrà licenziato. Nel frattempo Fratelli d’Italia presenta la sua proposta di legge per far sì che chi scende in piazza a manifestare possa essere accusato di associazione a delinquere.

Il primo caso è il più clamoroso, perché è destinato a finire in Gazzetta ufficiale prestissimo. Direttamente da palazzo Chigi, su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano, è discesa l’indicazione alle commissioni affari costituzionali, giustizia e affari europei di Camera e Senato di dare nel minor tempo possibile il proprio parere allo schema di decreto legislativo che dovrebbe armonizzare le leggi italiane alle disposizioni europee «sull’intelligenza artificiale, in materia di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile». I punti caldi sono due: gli articoli 8 e 10. Uno parla dell’identificazione facciale «in tempo reale», l’altro la consente addirittura «a posteriori».

L’ARTICOLO 8 dice che «in casi di urgenza» (minacce di terrorismo, persone scomparse) la polizia può utilizzare i dati biometrici raccolti con l’Ai integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città attraverso una semplice «comunicazione, anche orale» al pubblico ministero, senza cioè dover passare per l’autorizzazione di un giudice. L’articolo 10 è pure peggio: per «il contrasto dei reati» sarà infatti possibile effettuare una raccolta preventiva della durata di sette giorni dei dati biometrici di tutte le persone che accedono a un dato luogo. In sostanza, se in una strada o in una piazza è prevista una manifestazione, si potranno registrare ad esempio i tratti del viso e l’iride di chiunque passi di lì durante la settimana precedente. Tutto materiale che poi, eventualmente, sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria.

«SIAMO al grande fratello d’Italia», dice al manifesto il senatore del Pd Filippo Sensi, che, oltre ad aver trovato la battuta giusta, ieri mattina in commissione affari europei di Palazzo Madama per primo si è accorto dell’enormità della faccenda e, con i colleghi dell’opposizione, ha vanamente cercato di opporsi al colpo di mano della maggioranza.

Ma nessuna discussione è stata concessa: il testo è blindato, le possibilità di rivederlo sono pressoché nulle e anche la controfirma del presidente della Repubblica sarà un atto sostanzialmente formale, avendo lui già concesso la delega al governo. Al limite, potrà prima o poi intervenire la Corte costituzionale, ma siamo nel campo delle ipotesi senza data di scadenza.

«Di tutto l’Ai Act europeo, che è un provvedimento enorme, qui si è deciso di occuparsi solo della parte che riguarda la polizia – prosegue Sensi -. Vogliono raccogliere dati a strascico e poi verificare se c’è o no un reato. È una forma di sorveglianza indiscriminata, peraltro in aperto contrasto con lo stesso regolamento europeo».

Se qui siamo dalle parti dei peggiori incubi degli scrittori di fantascienza, con la proposta di Fratelli d’Italia sull’allargamento delle maglie dell’associazione a delinquere per includere chiunque partecipi a una protesta, invece, si realizzano i sogni più proibiti di ogni inquisitore.

LA NUOVA NORMA riguarderebbe chiunque «partecipa ad un gruppo composto da tre o più persone che, pur privo dei requisiti di stabilità e di struttura gerarchica, si costituisce o si coordina, anche mediante strumenti di comunicazione elettronica o in occasione di manifestazioni pubbliche» per commettere una serie di reati: resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, attentati a impianti di pubblica utilità, lesioni personali, danneggiamento. Le tipiche accuse che vengono contestate quando le manifestazioni finiscono a tafferugli. Fatti ora equiparati a quelli di mafia e terrorismo, dalla cui legislazione deriva anche l’idea di confiscare i beni usati per commettere il reato.

La misura, spiegano da FdI, è stata studiata al volo dopo gli scontri avvenuti a Bologna e in Val di Susa la settimana scorsa per tutelare sia «i lavori democraticamente approvati» sia i rappresentanti delle forze dell’ordine (120 i feriti, secondo la questura di Torino).

«TOLLERANZA zero» è l’espressione – un po’ abusata – con cui il primo gruppo parlamentare ha annunciato la sua iniziativa, ieri pomeriggio alla Camera. La cosa divertente della conferenza stampa è stata che tutti gli intervenuti, dal capogruppo Galeazzo Bignami in giù, hanno candidamente ammesso che di questa legge non ce ne sarebbe alcun bisogno se i soliti giudici non avessero in più circostanze bocciato i teoremi delle procure che già ipotizzavano l’associazione a delinquere per i fatti di piazza. Molte indagini sono in effetti cominciate così (l’ultima famosa è quella sul centro sociale Askatasuna di Torino: l’accusa è caduta in primo grado, il giudizio d’appello è in corso), ma poi non è mai stata emessa una sentenza di condanna per associazione a delinquere nei confronti chi si è scontrato con la polizia, ha sfondato una vetrina o danneggiato qualche arredo urbano. Se questa proposta diventerà infine legge dello stato, potrà invece succedere e nascerà ufficialmente il concetto di «eversione di piazza», antico pallino dei sindacati di polizia più reazionari e di qualche procura particolarmente attiva sul fronte della repressione dei movimenti sociali.

NEL PIANO di FdI, per chiudere, c’è anche un’ultima novità. Che suona quasi come un monito: sarà punito per favoreggiamento, con una pena da uno a quattro anni, chi «dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano al gruppo». Invitare a cena un No Tav, in pratica, può portare dritti in galera.


Gli overstayed visas e la nuova strategia di Trump per arrestare duemila migranti al giorno

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato 

Di Iacopo Luzi, La Stampa

WASHINGTON. L’amministrazione Trump non si ferma con la sua campagna di deportazione di massa e, nelle ultime settimane, ha iniziato anche ad arrestare stranieri con visti scaduti mentre transitano negli aeroporti, inclusi i coniugi di cittadini americani.  Una categoria d’immigrati che conta centinaia di migliaia di individui che vivono negli Usa, talvolta anche con permessi di lavoro.  È una nuova strategia che amplia le categorie prese di mira, mentre in passato chi restava negli Stati Uniti, nonostante avesse un visto scaduto – spesso in attesa di cambiare il proprio status legale – veniva solitamente lasciato in pace.

Gli interventi dell’ICE

Sono numerosi gli episodi di agenti dell’immigrazione in borghese che hanno prelevato i soggetti interessati presso i banchi del check-in e ai gate di arrivo, operando in almeno 15 aeroporti. Alcuni arresti sono avvenuti in modo discreto, mentre altri si sono svolti sotto gli occhi di passeggeri indignati che hanno ripreso le scene. I recenti arresti sembrano rappresentare un’estensione della collaborazione tra la Transportation Security Administration (TSA) – l’ente che gestisce la sicurezza negli aeroporti statunitensi – e l’Immigration and Customs Enforcement (ICE).

Gli “overstayed visas”

Non è una novità il fenomeno degli “overstayed visas”: ogni anno, centinaia di migliaia di immigrati e visitatori rimangono nel Paese oltre la scadenza del proprio visto. Tuttavia, molte di queste persone si trovano spesso in una zona grigia dal punto di vista legale: in attesa del rinnovo del visto o della carta di soggiorno permanente – la famosa green card – e già in possesso di un permesso di lavoro. In passato, tali individui non erano considerati prioritari per l’espulsione, a meno che non avessero commesso reati, e venivano raramente trattenuti in custodia cautelare in attesa del rinnovo o della green card.  La situazione è tuttavia cambiata sotto la presidenza Trump: l’amministrazione ha avviato una campagna di espulsioni di massa e considera illegale qualsiasi permanenza oltre la scadenza del visto.

Duemila arresti al giorno

Di fatto, questi arresti avvengono in un periodo in cui la Casa Bianca ha sollecitato l’ICE a intensificare le operazioni di arresto in tutto il Paese e il nuovo Segretario per la Sicurezza Interna, Markwayne Mullin, ha promesso di «alzare la pressione nelle strade».  A tal fine, l’amministrazione ha fissato l’obiettivo di 2.000 arresti al giorno legati all’immigrazione, una cifra che raddoppia, all’incirca, i ritmi registrati all’inizio del 2026. «Questa amministrazione sta lavorando assiduamente per garantire che gli stranieri presenti illegalmente nel nostro Paese non possano più volare, a meno che non si tratti di voli in uscita dal Paese per un rimpatrio volontario», ha dichiarato un portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna. I soggetti colpiti sono i più disparati: un ingegnere in attesa del rinnovo del visto di lavoro, diverse persone sposate con cittadini statunitensi, ex au pair.

Una collaborazione

La collaborazione tra la TSA e l’ICE è iniziata nel maggio 2025, quando l’agenzia per la sicurezza aeroportuale ha cominciato a condividere informazioni con l’agenzia per l’immigrazione a fini di applicazione della legge: l’ICE fornisce all’agenzia aeroportuale i nomi di individui soggetti a provvedimenti di espulsione; quest’ultima li verifica nei propri database e segnala all’ICE eventuali riscontri, ai fini di un possibile arresto.  Si tratta di un cambiamento significativo rispetto alle prassi precedenti, in cui il governo federale evitava di coinvolgere la TSA nelle attività di controllo dell’immigrazione per timore di interferire con i viaggi domestici delle persone.

L’avvocato: «Mai vista una campagna così estrema»

Vari avvocati, inoltre, hanno detto che la campagna sembra ormai estendersi oltre le persone colpite da un ordine definitivo di espulsione. Diego Ferreyra, avvocato d’immigrazione in Virginia, spiega a La Stampacome il fenomeno sia senza precedenti: «Non avevo mai visto una campagna così estrema. Nessuno è al sicuro». «Oggi come oggi, con questa amministrazione, è meglio evitare qualsiasi viaggio se si è in una fase di cambio di status, specie i viaggi in aereo», dice l’avvocato.  Un tempo bastava un documento per spostarsi senza problemi negli Usa, secondo Ferreyra, ora non più.

Il pugno di ferro dell’ICE

In tutto ciò, gli arresti in aeroporto si inseriscono in un contesto in cui l’ICE ha drasticamente intensificato le operazioni di controllo a livello nazionale.  I dati del Dipartimento per la Sicurezza Interna mostrano che l’agenzia ha arrestato 43.138 persone a giugno, il dato mensile più alto da quando Trump è tornato in carica, con oltre 65.700 persone in detenzione a metà luglio.  Il responsabile della Casa Bianca per le questioni d’immigrazione, lo zar Tom Homan, ha affermato che l’amministrazione punta a mantenere questo elevato ritmo di arresti. L’espansione si inserisce inoltre in una più ampia strategia volta ad ampliare i luoghi in cui vengono effettuati i controlli sull’immigrazione.  All’inizio di questo mese, l’ICE ha difeso gli arresti effettuati nei tribunali per l’immigrazione di New York –nonostante alcune sentenze delle corti federali che limitano tale pratica – sostenendo che i tribunali possono essere i luoghi più sicuri per arrestare determinate persone.


“Para bellum”, scegliere tra l’Inferno e la ragione

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato 

Di Roberta De Monticelli, il manifesto

C’è qualcosa di misterioso nell’ostentata soddisfazione con cui non pochi intellettuali pubblici e accademici, trasversalmente disposti alle simpatie politiche, giustificano, sovente con lo scherno riservato dagli esprits forts alle anime belle, il riarmo italiano ed europeo.

Così com’è: libero e sparso, totalmente alieno da ogni cessione di sovranità nazionale a una vera federazione europea, spudoratamente deciso a sacrificare green deal e welfare a una “necessità” che assume aspetti surreali, come la calata dell’orso russo alle porte di Roma. C’è chi parla di «aiutare l’Europa a trovare lo stomaco per la guerra», e chi invocava il plauso per i «giovani pronti a uccidere e a morire». Non in astratto, ma in presenza della violazione su larghissima scala e dell’ostentato ripudio, da parte di molti governi occidentali, dei principi di civiltà enunciati nelle costituzioni rigide delle democrazie, nelle Carte del costituzionalismo globale, e nelle istituzioni di diritto internazionale che la seconda metà del Novecento ha prodotto. In presenza della militarizzazione delle scuole, con l’elogio delle armi, la loro esibizione, l’educazione dei bambini alla difesa della Nazione, e l’onnipresente insinuazione nelle menti della formula-guida dei macellai della storia: si vis pacem, para bellum.

ECCO PERCHÉ, caro Vito, ero anche io fra quelli che il tuo articolo del 22 luglio scorso sulla necessità di questo riarmo, in forma di lezione al Papa pacifista che prega per il disarmo, ha veramente sconcertato. Ora tu rispondi ai tuoi critici provando a chiarire: essere per il disarmo non significa giustificare la guerra (La Stampa, 28 luglio). Proponi un’alternativa secca a tre corni, in risposta alla domanda: “Come si mantiene la pace?”. “1) Stabilendo delle tregue perché la guerra è permanente e insuperabile; 2) Abolendo le guerre e proclamando il disarmo; 3) Non attaccando nessuno ma rimanendo pronti a difendersi se ingiustamente attaccati”.

NON È LA semplificazione che mi ha colpita, corredata del resto, per ogni alternativa, da ricche bibliografie. Anzi, mi sono sorpresa della quiete cardinalizia con cui enunciavi le alternative e la tua opzione, ovviamente la terza. Approfondendo questo stupore ho trovato quasi tutto quello che vorrei obiettarti, in amicizia e in pace. Aldo Capitini, che compare nella tua bibliografia della seconda opzione, mi ha aiutato a chiarire a me stessa quello stupore. In ogni punto del reale, in ogni evento – scrive Capitini ne La compresenza dei morti e dei viventi – c’è un dramma. È il dramma «dello sforzo…verso la sola vitalità» – cui si oppone qualcosa che «investe la vitalità per trasformarla e avviarla ad essere una realtà liberata». Capitini, al contrario di te, non ha sempre un linguaggio chiaro: ma questo dramma oggi è più di sempre sotto i nostri occhi: e ogni parola che diciamo assume un senso o quello opposto in funzione di questo dramma. Tu stesso altrove, commentando il vangelo di Giovanni con Giacomo Leopardi, lo hai visto come il conflitto fra «il mondo», questo «spregiatore di sentimenti alti» e di anime belle, e ciò che sta «di contro» al mondo. Fra il reale e l’ideale – è un’altra semplificazione, perché l’ideale motiva le menti e i cuori di molti che stanno nel mondo reale, dove i fatti sono tutti, all’incirca, dei beni e dei mali. Sono genocidi e assassini di massa, sono intere generazioni che perdono la vita a vent’anni, sono Hiroshima che i giornali del tempo giustificarono o addirittura esaltarono.

IN QUESTA prospettiva chi ascolta soltanto le ragioni dei fatti è un cinico solo se crede che siano ragioni neutre. Se non lo crede, può ben essere un idealista. Ci sono mali che nessuno potrà dire «necessari» – sono tutti prodotti da mani umane, dalla minima connivenza fino alla decisione letale. Fra questi è senza alcun dubbio la guerra, ogni guerra.

Ecco Vito, questa è la prima cosa che volevo dirti: tu che hai tanto studiato l’Apocalisse, non ti sei accorto che è in corso? Siamo al Sesto Sigillo, quando il cielo si ritira dalla terra riavvolgendosi su se stesso come il rotolo della legge. E in un mondo che resta senza cielo e senza legge, tu predichi il riarmo necessario? La tua cardinalizia alternativa a tre corni, Vito, mi nasconde questa verità teorica e pratica, che non saprei formulare meglio di Albert Camus: «La pace è la sola battaglia per la quale valga la pena di combattere. Non è più una preghiera, è un ordine che deve salire dai popoli verso i governanti, l’ordine di scegliere definitivamente tra l’inferno e la ragione».


Pirocumulonembo: cos’è la “tempesta di fuoco” che sta alimentando gli incendi in Francia

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato 

La Stampa

Francia devastata dagli incendi. E i numeri sono impietosi, con centinaia di migliaia di persone evacuate e foreste divorate dalle fiamme. Ma c’è un altro fenomeno che la Francia ha sperimentato per la prima volta. Si tratta di un pirocumulonembo (PyroCb), un fenomeno meteorologico estremo in cui un incendio diventa così intenso da riuscire a modificare il tempo atmosferico, generando una vera e propria tempesta di fuoco. È quanto sta accadendo nella regione della Gironda, a sud-ovest del Paese, dove il gigantesco incendio sviluppatosi nei pressi di Bordeaux ha assunto dimensioni tali da creare una nube temporalesca alimentata direttamente dalle fiamme.

Che cos’è un pirocumulonembo

Il pirocumulonembo è una particolare nube temporalesca che nasce non da un normale fronte atmosferico, ma dall’enorme quantità di calore prodotta da un incendio boschivo.

Il processo avviene in diverse fasi: il rogo sviluppa temperature elevatissime che riscaldano violentemente l’aria; l’aria calda, insieme a fumo, cenere e vapore acqueo, sale rapidamente verso quote elevate; raffreddandosi, il vapore condensa formando una nube; se la colonna convettiva continua a crescere fino a raggiungere l’alta troposfera, la nube evolve in un vero cumulonembo, proprio come un normale temporale. A quel punto il fenomeno assume caratteristiche sorprendenti.

Quando il fuoco crea il proprio meteo

Il pirocumulonembo non è soltanto una gigantesca nube di fumo. Può infatti produrre: fulmini; raffiche di vento violentissime; vortici e turbolenze; improvvisi cambi di direzione dell’incendio. In pratica l’incendio diventa capace di costruire un proprio sistema meteorologico, rendendo estremamente difficile il lavoro dei vigili del fuoco. Il rischio maggiore è rappresentato dai fulmini secchi: scariche elettriche che raggiungono il terreno senza essere accompagnate da piogge significative, accendendo nuovi focolai anche a chilometri di distanza dal fronte principale.

Il caso francese

L’incendio che interessa la Gironda è uno dei più devastanti mai registrati nel Paese. Secondo il bilancio diffuso dalle autorità francesi: sono andati in fumo oltre 42.000 ettari di foresta; più di 220.000 persone sono state evacuate; decine di vigili del fuoco sono rimasti feriti durante le operazioni di spegnimento.

Le autorità francesi parlano del primo pirocumulonembo documentato sul territorio nazionale, un evento finora osservato soprattutto in Australia, Canada e Stati Uniti.

Perché preoccupa gli scienziati

Il fenomeno rappresenta uno dei livelli più estremi degli incendi boschivi. Normalmente il vento alimenta un incendio. Nel caso del pirocumulonembo avviene il contrario: è l’incendio stesso a generare nuovi venti, che possono cambiare direzione in pochi minuti e accelerare improvvisamente la propagazione delle fiamme. In alcuni casi la colonna convettiva può raggiungere 12-15 chilometri di quota, trasportando fumo e particelle fino alla bassa stratosfera, con effetti anche sulla qualità dell’aria e sulla radiazione solare.

Il legame con il cambiamento climatico

Gli esperti sottolineano che il pirocumulonembo non è causato direttamente dal cambiamento climatico, ma che ondate di calore più intense, siccità prolungate e vegetazione estremamente secca aumentano la probabilità che si sviluppino incendi così violenti da innescare questo meccanismo. Proprio per questo il fenomeno viene considerato uno degli indicatori della crescente intensità degli incendi estremi osservati negli ultimi anni nel bacino del Mediterraneo.

Una sfida nuova per l’Europa

Finora i pirocumulonembi erano stati documentati soprattutto nei grandi incendi di Australia, Canada e Stati Uniti. La comparsa di un fenomeno di questa intensità in Francia segna un precedente importante per l’Europa occidentale. Per i servizi antincendio significa dover affrontare non solo un rogo di enormi dimensioni, ma un incendio capace di alterare l’atmosfera circostante e di autoalimentarsi attraverso processi meteorologici propri, rendendo le operazioni di spegnimento molto più imprevedibili e pericolose.

Nell’immagine: il grande incendio boschivo della Gironda visto dalla spiaggia sul lago di Lacanau

 


L’intreccio tra Iran e Ucraina

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica

Non è soltanto una pura coincidenza di calendari il fatto che le visite di Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca si siano svolte nel giorno dei funerali di Lindsey Graham. Il senatore repubblicano era un sostenitore dell’Ucraina, anche quando i favori di Trump erano orientati verso la Russia, nonché un grande amico di Israele propugnando senza riserve la guerra all’Iran.

La coincidenza diventa così politica nel momento in cui le due guerre sono sempre più intrecciate e da conflitti locali si ampliano e si deformano in conflitto globale. Sabato 25 luglio Zelensky ha dichiarato che i suoi servizi di intelligence hanno le prove che la Russia fornisce all’Iran la sorveglianza satellitare dei Paesi del Golfo e delle basi militari americane nella regione (bersagli dei recenti attacchi iraniani). Lo stesso giorno l’Ucraina ha colpito una nave iraniana nel Mar Caspio, sostenendo che trasportava materiale bellico tra l’Iran e la Russia. E Teheran ha minacciato ritorsioni.

La cooperazione militare tra la Russia e l’Iran non è una novità (i droni Shahed di fabbricazione iraniana hanno fatto stragi in Ucraina), ma Zelensky la sta enfatizzando perché sente il momento favorevole sul piano internazionale. Il nuovo premier inglese Andy Burnham gli ha confermato la linea di sostegno militare del suo predecessore Keir Starmer. E anche Trump oggi lo guarda con occhio diverso da quello feroce che usò nella famosa sceneggiata del febbraio 2025 nello Studio Ovale. L’influencer ultra-conservatrice Laura Loomer, un tempo sostenitrice di Putin e ora convertita alla causa ucraina, è stata a Kiev la scorsa settimana e ha intervistato Zelensky. Trump ha postato su Truth il suo commento: «Very good!!!».

Il presidente ucraino ha anche avvertito che la Corea del Nord si prepara a inviare altri trentamila soldati per aiutare la Russia a vincere al fronte quell’offensiva di terra, che fa progressi molto lenti ed è in parte oscurata dagli attacchi in profondità dei droni ucraini in territorio russo.

L’arrivo di altre truppe coreane al fronte e l’intreccio sempre più scoperto tra le due guerre allarga la dimensione geografica del conflitto, globalizzandolo. Anche se l’aiuto della Cina alla Russia e all’Iran è molto discreto, ma non meno decisivo, l’allineamento politico-militare che si è creato tra Cina, Russia, Iran e Corea del Nord è stato battezzato dagli analisti di Washington come «l’asse dello sconvolgimento». E questo ha offerto ieri a Zelensky un argomento in più per cercare di portare Trump dalla sua parte.

A rendere l’intreccio tra le due visite, e le due guerre, ancora più forte è il fatto che entrambi, Zelensky e Netanyahu, hanno bisogno del sostegno di Trump per ragioni di politica interna. Zelensky deve superare la crisi provocata dal licenziamento del popolarissimo ministro della Difesa Mykhailo Fedorov.

Il presidente ucraino ha dimostrato ancora una volta che non sopporta la popolarità dei suoi ministri quando diventano potenziali concorrenti. Era già successo con Zaluzhny, si è ripetuto con Fedorov. Però Zelensky, da ex attore, è molto sensibile al consenso del pubblico. Le manifestazioni di piazza ne hanno scolorito l’immagine (ma hanno anche dimostrato che l’Ucraina, a differenza della Russia, è una democrazia, per quanto imperfetta). E lui cerca di riprendere slancio con il consenso internazionale.

Il premier israeliano, a sua volta, non può permettersi di arrivare alle elezioni di ottobre senza avere il sostegno americano. Ma nell’umorale scala delle simpatie trumpiane se Zelensky è up, oggi Bibi è down. Tanto è vero che Netanyahu ha faticato parecchio per ottenere la visita alla Casa Bianca dopo averci provato per mesi.

Gli elogi di Trump («un grande», «un premier di guerra») sono pacche sulle spalle che il presidente americano dà con la stessa facilità con la quale distribuisce insulti. Ma lui stesso ha ammesso che ci sono «piccole divergenze», che in realtà non sono tanto piccole: dal memorandum per il nucleare all’Arabia Saudita, poi ritrattato sul suo social Truth, ai caccia F35 alla Turchia (sbrigativamente giustificati col fatto che Erdogan «è stato grande con me») per finire alla guerra con l’Iran, che per Trump è un macigno anche in vista delle elezioni di metà mandato, mentre per Bibi è una leva elettorale.

Trump, nel suo ego smisurato e smania di potere, pensa di poter comandare Netanyahu a suo piacimento. In realtà finora ne è stato più spesso manipolato. A cominciare da quello che è stato definito il suo «momento Icaro», quando, proprio seguendo le motivazioni e le pressioni di Bibi, si è lanciato nella guerra all’Iran. Bruciandosi le ali.

Nell’immagine: Washington, 28 luglio: Donald Trump e Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca


Chi guadagna e chi perde dalla crisi del clima

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato 

Di Enzo Pranzini, il manifesto

Gustav Sjöberg ha acquistato sei ettari di terreno coltivato a frumento sulle rive del Lago Vänern, in Svezia, per trasformarli in un vigneto destinato alla produzione di Chardonnay.

Gustav non è il solo a sperare che il riscaldamento globale possa portare dei vantaggi: nel Nord Europa, in Canada e in Siberia molti agricoltori stanno già beneficiando di stagioni vegetative più lunghe, che potrebbero consentire di introdurre specie ad alto valore economico, oggi limitate dal freddo e dalle gelate primaverili, e di estendere le coltivazioni verso nord.

Mohamed El-Hassan, invece, ha dovuto abbandonare Kobio, nel Niger, perché le piogge sono diventate troppo irregolari per consentire la coltivazione di miglio e sorgo; si è trasferito a Niamey, dove oggi lavora come muratore.

Mohamed è solo uno dei 216 milioni di persone che, secondo la Banca Mondiale, potrebbero essere costrette a spostarsi all’interno del proprio Paese entro il 2050 a causa del cambiamento climatico. E dove l’acqua non manca, e anzi piove fin troppo, è il caldo-umido estremo a fermare l’agricoltura: in molte aree della pianura dell’Indo-Gange i contadini lavorano solo all’alba e al tramonto, evitando le ore centrali, quando l’afa può raggiungere livelli potenzialmente letali.

Mentre è facile valutare l’impatto del riscaldamento globale su Gustav o su Mohamed, assai più difficile è farlo per vaste regioni o interi Stati, perché molte sono le componenti della vita delle popolazioni su cui esso agisce e perché gli effetti sono molto diversi nelle varie aree geografiche. Nelle regioni fredde il riscaldamento globale determina stagioni agricole più lunghe, nuove coltivazioni, minore mortalità invernale, riduzione dei costi di riscaldamento, sviluppo del turismo e di nuove attività economiche, oltre all’apertura di rotte artiche e allo sfruttamento di risorse finora inaccessibili, come in Groenlandia.

Nelle aree intertropicali e alle medie latitudini, invece, comporta ondate di calore sempre più letali, scarsità d’acqua, calo della produzione agricola e della pesca, diffusione di malattie, perdita di abitazioni e infrastrutture per alluvioni e innalzamento del livello del mare, incendi, migrazioni forzate, impoverimento e un aumento delle tensioni sociali e dei conflitti.

Le regioni della Terra che potrebbero trarre vantaggio dal riscaldamento globale occupano una superficie molto inferiore a quella delle aree destinate a subirne gli effetti negativi e, comunque, non sarebbe ipotizzabile una redistribuzione della popolazione sulla base degli indici climatici. Di fatto, la gran parte delle migrazioni già avvenute e di quelle previste per il 2100 interessano spostamenti interni nei vari paesi, come dalle pianure agli altopiani in Africa, ma nella gran parte dei casi si tratta di spostamenti dalle campagne ai grandi agglomerati urbani.

Alcuni autori hanno calcolato l’impatto del riscaldamento globale sul Prodotto Interno Lordo (PIL) dei vari paesi, pur riconoscendo che questo indicatore non è idoneo a valutare il benessere delle popolazioni, che è comunque strettamente legato alla ricchezza prodotta dal Paese. Le prime valutazioni degli effetti economici del riscaldamento globale indicavano possibili vantaggi per i Paesi ad alte latitudini. Studi più recenti, che tengono conto anche della variabilità meteorologica e degli eventi estremi, mostrano invece che, nel bilancio complessivo, tutti i Paesi subiscono una perdita di prodotto interno lordo, sia pure con intensità molto diverse.

Gli effetti favorevoli sono in genere limitati a specifiche attività, come il turismo, mentre quelli sfavorevoli si propagano all’intero sistema economico e sociale, colpendo salute, produzione agricola e industriale, pesca, infrastrutture, trasporti, risorse idriche ed energetiche, fino ad alimentare migrazioni, conflitti e un crescente impiego di risorse per far fronte alle emergenze e ricostruire ciò che gli eventi estremi distruggono. Per ogni Gustav che potrà beneficiare del riscaldamento globale, milioni di Mohamed vedranno peggiorare le proprie condizioni di vita. Ma non è detto che in un mondo stravolto dagli effetti del riscaldamento globale ci saranno molti in grado di comprare Chardonnay.


Inferno Cisgiordania, l’escalation degli attacchi che la rende il fronte più caldo del conflitto

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato 

Di Nello Del Gatto, La Stampa

Attacchi, demolizioni, incendio di proprietà palestinesi e luoghi di culto: la Cisgiordania torna a essere il fronte più instabile del conflitto israelo-palestinese. Negli ultimi giorni il territorio occupato è stato attraversato da una nuova ondata di violenze che vede intrecciarsi incursioni dei coloni israeliani, operazioni dell’esercito e ordini di demolizione di abitazioni palestinesi.
L’epicentro della tensione è l’area di Tell, nei pressi di Nablus, dove uno scontro scoppiato dopo l’ingresso di un gruppo di coloni armati nel villaggio ha provocato venerdì la morte di sei persone, quattro palestinesi e due israeliani. Sulla dinamica restano versioni contrastanti: secondo la ricostruzione militare, un residente avrebbe sottratto un’arma a un colono aprendo il fuoco e ferendo diversi israeliani, prima di essere ucciso insieme ad altri tre palestinesi; gli abitanti del villaggio raccontano invece di essere stati aggrediti dopo che i coloni avevano invaso l’area contravvenendo ai divieti d’accesso in vigore. Uno dei due israeliani sarebbe morto per fuoco amico.
Il bilancio dei palestinesi uccisi nei Territori dal 19 luglio è salito a dieci, mentre l’agenzia Onu per gli affari umanitari aveva già contato 68 morti dall’inizio dell’anno, almeno tredici per mano di coloni. Un conteggio più aggiornato indica che il totale dei palestinesi uccisi nel 2026 sarebbe in realtà già salito a 87, ventuno dei quali per mano diretta di coloni.
La situazione è precipitata. L’esercito israeliano ha rafforzato la propria presenza nel nord della Cisgiordania, avviando decine di arresti e annunciando una vasta operazione di sicurezza. Parallelamente, diversi esponenti del governo di Benjamin Netanyahu hanno chiesto un ulteriore inasprimento delle misure, comprese demolizioni di abitazioni ritenute collegate ai responsabili degli attacchi, che lo stesso premier ha annunciato, parlando di linea dura nei Territori, inasprendo controlli e sanzioni. A cominciare dalla cancellazione di permessi di lavoro negli insediamenti per i palestinesi per arrivare alle demolizioni delle case di coloro ritenuti responsabili degli sconti. Senza considerare i posti di blocco che hanno anche impedito ad ambulanze di raggiungere ospedali a Nablus, obbligando due donne a partorire nel veicolo, mentre una terza ha perso il feto.
Le violenze non si sono fermate dopo le morti: gruppi di coloni hanno preso di mira altri villaggi palestinesi. A Qusra e Kour sono stati incendiati edifici, tra cui almeno due moschee, mentre sui muri sono comparse scritte di vendetta in ebraico. Non è un caso isolato: solo nel 2025 almeno 45 moschee sarebbero state vandalizzate o incendiate da coloni nei Territori.

Il governo israeliano ha ordinato un’operazione militare su vasta scala e, nelle ultime ore, l’esercito ha fatto irruzione in almeno venti città e villaggi, oltre che in un centro dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi a Qalandia, arrestando decine di persone.

Tra il gennaio 2025 e giugno 2026 si contano oltre tremila episodi di violenza dei coloni, con la zona di Ramallah al primo posto per numero di attacchi, seguita da Nablus ed Hebron.

Restano inoltre in carcere quasi 9.300 palestinesi, oltre un terzo dei quali senza accusa formale.

Le autorità israeliane hanno condannato gli attacchi ai luoghi di culto e annunciato indagini, ma le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo un clima di sostanziale impunità che alimenta il ripetersi di episodi simili. Anche l’esercito ha condannato la violenza dei coloni che minerebbe la sicurezza di Israele e un gruppo di seicento tra ex funzionari dei servizi e degli apparati di sicurezza israeliani, hanno scritto una lettera a Trump chiedendogli di intervenire contro le violenze dei coloni.

Parallelamente prosegue la campagna di demolizioni delle abitazioni palestinesi sia di coloro che Israele ritiene colpevoli di scontri o attentati, sia per altre ragioni. Nella Valle del Giordano l’amministrazione civile israeliana ha demolito un insediamento abitativo palestinese nonostante un’ordinanza della Corte Suprema che ne sospendeva l’esecuzione, con residenti che hanno riconosciuto tra gli addetti anche coloni di un avamposto vicino. Nel solo 2025 le demolizioni hanno causato lo sfollamento di oltre 1.700 palestinesi, in una pratica che il diritto internazionale umanitario, in particolare la Quarta Convenzione di Ginevra, vieta salvo casi di stretta necessità militare.
E di sfollamento ha parlato anche il ministro della difesa Katz che ha annunciato un’operazione di conquista da parte dell’esercito di campi profughi con allontanamento dei residenti sulla scorta di quanto già fatto a Jenin e Tulkarem.
A complicare il quadro, funzionari militari israeliani di alto rango hanno avvertito che è la stessa leadership politica del governo a incoraggiare la violenza dei coloni, mentre i tentativi degli ufficiali di dialogare con i leader degli insediamenti sarebbero caduti nel silenzio. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha intanto annunciato la costruzione di 763 nuove unità abitative nell’insediamento di Eli, a sud di Nablus, in quella che viene descritta come un’accelerazione della colonizzazione in vista delle elezioni.

Gli attacchi dei coloni sono ormai la causa del 55% delle ferite subite dai palestinesi in Cisgiordania nel 2026, contro una media di un episodio ogni tre giorni nel 2020.


Caracciolo a La7: “Il riarmo europeo ci porta dritti a una guerra nucleare con la Russia che durerà mezz’ora”

Senza giustificare in alcun modo i deprecabili comportamenti di Zali, non si può non constatare la tempistica perfetta dello scoperchiamento del vaso di Pandora che l’ha politicamente fulminato 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/16/caracciolo-riarmo-europa-russia-guerra-atomica/8450967/

“C’è un consenso nel gruppo dei volenterosi in cui la Germania gioca un ruolo fondamentale: tutti concordano sul fatto che la Russia comunque prima o poi ci invaderà. Alcuni, come il ministro tedesco della Difesa Boris Pistorius, la Russia ci invaderà entro il 2029. Altri dicono addirittura prima. Che sia vero o no, in Europa si ragiona come se fosse vero. E questo vuol dire riarmo“. Lo ha affermato Lucio Caracciolo, direttore di Limes, intervenendo a L’aria che tira, su La7, commentando le recenti parole di Ursula von der Leyen. Ieri, a Kiev, la presidente della Commissione europea ha ricevuto da Zelensky il primo Order of Europe e ha annunciato il “Drone Deal”, un partenariato Ue-Ucraina per la produzione congiunta di droni.
Nel suo discorso, von der Leyen ha sottolineato la necessità di “attingere a tutto questo insieme perché conosciamo le minacce che l’Europa deve affrontare in questo ambito”, riferendosi esplicitamente a eventuali incursioni russe.

Caracciolo ha analizzato le implicazioni di questo approccio europeo, rivelando che la Germania ha pubblicato per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale una strategia militare in cui si propone di avere “l’esercito più forte d’Europa entro il 2039”. Obiettivo condiviso anche dalla Polonia. “E nel 2039, guarda caso, cade il centenario dell’invasione tedesca della Polonia“, ha ironizzato il direttore di Limes.
Le conseguenze, secondo l’analista, sono chiare: “Tutti si riarmeranno, a cominciare ovviamente dai francesi, in qualche misura anche noi italiani. Questo però che cosa significa? Che non essendoci più l’America, che era in qualche modo il coordinatore imperiale dell’Europa occidentale, questo riarmo non promette un granché bene, perché quando gli europei si sono armati in genere non è andata proprio magnificamente”.

Caracciolo ha citato anche il titolo dell’ultimo numero di Limes, “Vogliamo la guerra totale”, che riflette proprio questa spinta al riarmo fondata sull’idea che “la Russia ci stia per invadere”. Una visione molto diversa da quella statunitense: “Gli americani dicono che i russi dopo quattro anni ancora sono fermi nel Donbass, quindi, secondo gli Usa, la Russia è una potenza secondaria ed è necessaria una rapida pace di compromesso, cercando di salvare un po’ di Ucraina. Gli europei dicono che gli americani si sbagliano completamente”.
Il rischio evidenziato dal direttore di Limes è altissimo: “Il problema è che una guerra con la Russia rischia di durare qualche mezz’ora, nel senso che non può che essere una guerra atomica. Non è che i russi mandano soldati che non hanno a Parigi“. E ha concluso ricordando che “l’America ci ha fatto capire molto bene che non sbarcherà mai più in Normandia”.

Nell’immagine: per abituarci all’idea, lampada da tavolo a forma di fungo atomico stile Hiroshima