Bab El – Mandeb, la seconda trappola

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

ISPI

Il fronte del Mar Rosso si riapre nel momento più critico della guerra tra Stati Uniti e Iran. I ribelli Houthi nello Yemen hanno annunciato infatti un “embargo marittimo immediato” contro i porti dell’Arabia Saudita, minacciando di colpire le petroliere dirette ai porti del regno lungo lo stretto di Bab el-Mandeb. “Ribadiamo il diritto del nostro popolo di rispondere a un blocco con un blocco e di rispondere a ogni escalation con un’escalation”, ha dichiarato in un comunicato il portavoce del gruppo, considerato vicino all’Iran dopo che la scorsa settimana diversi scontri a fuoco lungo la frontiera con l’Arabia Saudita, avevano minacciato un cessate il fuoco con il regno che dura da oltre quattro anni. La reazione dei mercati non si è fatta attendere: il Brent ha sfiorato i 91 dollari al barile, massimo da metà giugno, prima di ripiegare verso gli 88 in seguito alle indiscrezioni riferite da Reuters relative ad una proposta di mediazione, un cessate il fuoco di dieci giorni tra Washington e Teheran, pensata per riaprire uno spiraglio diplomatico dopo il naufragio dell’intesa siglata a giugno. Tra le due notizie, quasi contemporanee, si misura la fragilità dell’intero scacchiere: un fronte che si apre a sud, mentre un altro prova, faticosamente, a chiudersi a nord.


Vannacci supera i limiti della decenza

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Massimiliano Panarari, La Stampa

Quando viene superato il limite, se il limite non c’è? Fuor di metafora (e di quesito filosofico), l’esempio più immediato proviene, ancora una volta, da Roberto Vannacci, il quale ha rilanciato ieri sui suoi canali social un video realizzato con l’Ai che varca l’ennesima frontiera della decenza nello scontro politico. Ambientazione in un anfiteatro romano, musica e scenografia da Gladiatore, il trionfante condottiero (novello Cesare? dittatore pro tempore? imperatore prossimo venturo? chissà…) “Robertus Vannaccius” – proprio così negli hashtag di accompagnamento – siede nella “tribuna d’onore” del Colosseo accanto a Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e all’augusta consorte di origine dacia Camelia Mihailescu, che fa il dito medio ai prigionieri giù nell’arena, mentre i leoni scalpitano per divorarli. Guai ai vinti, dunque: i malcapitati Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, legati a coppie, ai quali Vannaccius non riserva alcuna clemenza e indirizza il pollice verso, che parecchi dei suoi giovani seguaci scambieranno per il dislike di Facebook (d’altronde, nella propaganda digitale tutto si tiene).

Il miles gloriosus (e furioso) decreta, insomma, la loro condanna a morte, assecondato dalle urla del pubblico, tramite la falce e il martello che «loro non hanno mai usato» (essendo i politici di sinistra per natura degli “scioperati”). Ed ecco arrivare, arruolato per eseguire questa “sentenza” ultimativa, un gladiatore dalle fattezze di Giuseppe Barboni, il giustiziere di San Benedetto del Tronto. Il video made in Grok – non prodotto formalmente dallo staff di Futuro nazionale – è (auto)citazionista e come molti di quelli fatti con l’intelligenza artificiale pure un po’ confusionario. Ma, soprattutto, è di cattivissimo gusto e inaccettabile e, quindi, come si ripete in queste ore, l’ex generale ha oltrepassato l’ennesima soglia. Giustissimo. Ma non verissimo. Nel senso che la vannacciana «strategia della feccia» – termine da lui utilizzato insieme a quello di «figli di nessuno», nell’assemblea costituente del suo partito – non riconosce alcun limite, puntando sempre e solo a colpire al di sotto della cintola e a “épater les bourgeois”. Altrimenti che comunicazione politica (della) sporca (dozzina) sarebbe? La propaganda serrata di quest’ultima versione dell’imprenditore politico sicuritario e della paura mira innanzitutto a far parlare di sé, e a creare hype, apparendo “coerente” con slogan antisistema sempre più radicali, massimalisti e sovversivi. È l’overdose populista, un’addiction sempre crescente, e una rincorsa estremista nella campagna elettorale permanente che non ha fine, ma finisce per essere legittimata proprio dalla maggioranza di governo lanciata al suo inseguimento. Come insegnano le inesorabili leggi del marketing politico, chi detta l’agenda, ovvero l’originale, prevale sempre sulle copie: e oggi Meloni e Salvini stanno proprio normalizzando le parole d’ordine di Fn, a partire dal “format della remigrazione”. Quello che era impensabile – fino a pochi anni or sono – viene sdoganato all’insegna di una profezia che si autoavvera. La politica vannacciana è geneticamente “fuori legge”, a partire dal lessico che dall’occhieggiare al ventennio si è fatto direttamente (para)fascista, dai “badogliani” alla Decima mas, dal “me ne frego” agli “attributi”, senza dimenticare la retorica nazionalista novecentesca (da Piave a Caporetto). Semplicemente, stando fermo sul suo (non più così) criptofascismo, l’ex parà mena le danze e conduce il gioco – e così Fn si gonfia nei sondaggi e nei consensi. E stando fermo, anzi (con più precisione in riferimento al video) seduto accanto alla premier e al presidente del Senato – senza Crosetto, Salvini, né men che meno i moderati della maggioranza –, presenta pure il manifesto politico-visuale della sua offerta e della sua idea di coalizione spostata tutta a destra che più a destra non si può.

In ogni caso a muoversi, e moltissimo, è la sua comunicazione (diretta o dei proxy), come mostra il “feccioso” video gladiatorio. Un trionfo imperiale di trash, che rientra nella categoria della “slopaganda”, la propaganda Ai slop (ossia la “sbobba artificiale”), che mescola estetica iperrealista (o surreale) e contenuti acchiappaclic di infima qualità. Ampiamente usata da Trump, a cui l’ex generale si ispira in tutto e per tutto anche nello spostare l’asticella del consentito e dell’intollerabile ogni volta più in là. Come da esemplare «strategia della feccia», giustappunto.

Nell’immagine: Vannaccius imperator, fotogramma tratto dallo squallido video


Al-Hayya, l’uomo di Teheran scampato ai raid: “È un duro, con lui niente disarmo a Gaza”

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

Non è iraniano e non è neanche sciita, eppure è l’uomo di Teheran. Dentro Hamas, a Gaza, fuori da Gaza. Il 62 enne Khalil al-Hayya ha sempre creduto, e tuttora crede, che il vero alleato per il movimento islamista palestinese non stia da cercare nella penisola arabica, piuttosto sull’altipiano iranico, e che professi una fede non sunnita ma, comunque, anti-israeliana, anti-americana, anti-occidentale. Dunque la sua elezione a leader, carica che manterrà fino al prossimo anno, è la prova che Hamas non si sposta dalla posizione dove si trovava il 7 ottobre 2023, ossia sotto l’ombrello di ciò che resta del cosiddetto Asse della Resistenza, di cui la Repubblica islamica è, ancora e nonostante due guerre, ispiratrice e padrona.

Al-Hayya coltivava un rapporto personale sia con la Guida Suprema Ali Khamenei, ostentato diffondendo le foto delle sue visite a Teheran, sia con il più fedele dei proxies iraniani, Hassan Nasrallah, segretario di Hezbollah fino al giorno in cui una pioggia di bombe israeliane lo ha seppellito nel suo bunker di Beirut. È inoltre documentato un incontro, in Libano nel luglio 2023, con Mohammad Saeed Izadi, generale dei pasdaran incaricato di tenere i contatti con Hamas e Jihad islamica palestinese.

Secondo fonti dell’intelligence americana, in quell’occasione al-Hayya riferisce di un piano che sarebbe stato messo in pratica di lì a poco, ideato dal capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, di cui era il braccio destro: un assalto sanguinario ai kibbutz vicini al recinto della Striscia. Del giorno che ha cambiato il Medio Oriente, al-Hayya dirà: «In realtà sarebbe dovuta essere un’operazione limitata, per catturare un po’ di soldati israeliani e scambiarli con i detenuti palestinesi, ma l’esercito sionista è collassato».

Nato a Gaza City nel novembre del 1960 e cresciuto in una famiglia conservatrice che, come altre, ha subito le conseguenze della Guerra dei Sei Giorni, al-Hayya studia l’Islam e si lega ai Fratelli musulmani. Incontra lo sceicco Ahmed Yassin nel marzo del 1980, rimanendone folgorato: non a caso è presente all’atto costitutivo di Hamas, nel 1987.

«Con lui al potere, non cambierà niente nella strategia del gruppo», ragiona Guy Aviad, autore e analista israeliano che segue da anni il movimento islamista. «Non permetterà la smilitarizzazione della Striscia né ordinerà alle Brigate Qassam di lasciare le armi». La linea più dura.

L’uomo è un sopravvissuto, in un certo senso. Più accumula peso politico, più Israele tenta di ucciderlo. Al-Hayya ha la furbizia, o la fortuna, di scampare a diversi attentati, al prezzo, però, di vedere scorrere il sangue della propria famiglia: nel maggio 2007, in un raid dell’Idf sulla sua casa, perde sette parenti, tra cui due fratelli; nel 2008 un drone uccide suo figlio Hamza, combattente delle Brigate Qassam; nel 2014 a morire è il primogenito, Osama, la nuora e tre nipoti; nel settembre 2025, da ultimo, al-Hayya è nell’edificio di Doha distrutto dall’Idf grazie al tracciamento dei telefonini: lui si ferisce, a perdere la vita e suo figlio Human. E un altro figlio, Azzam, è morto quest’anno in un raid aereo nel quartiere Daraj a Gaza City.

Sopravvissuto e negoziatore. Per tre volte guida la delegazione di Hamas che tratta indirettamente con Israele il rilascio degli ostaggi. In Egitto firma l’accordo in 20 punti di Trump sulla tregua a Gaza e la creazione del Board of Peace, mai entrato in attività. Una trattativa di cui si parla meno, ma cruciale per gli equilibri interni, è quella che al-Hayya nel 2022 conduce per riannodare il filo col dittatore siriano Bashar al-Assad, alawita e protetto degli ayatollah iraniani, con cui l’allora leader di Hamas, Khaled Mesh’al aveva rotto. Una mossa fondamentale, quella di al-Hayya, nata in nome e per conto dell’Asse della Resistenza anti-Israele. E che oggi gli consente la vittoria al ballottaggio proprio contro Mesh’al, il vecchio capo, che non è certo un moderato, ma non ha il favore di Teheran.

Nell’immagine: Kalilil al-Hayya  con Ali Kamenei


Vivere, e morire, dalla parte “sbagliata”

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Mauro Palma, il manifesto

Non so cosa faccia più rabbrividire nell’esaminare il video dell’uccisione di Abderrahim Fakir nell’operazione di fermo e ammanettamento da parte della Polizia a Bologna, al Pilastro. Certamente, l’assoluta assenza di minima professionalità degli agenti che non si sono neppure resi conto che stavano finendo di contenere un cadavere. Accanto, l’incapacità degli operatori sanitari presenti che assistono perché sembrano essere più presi, nonostante il loro ruolo specifico, dalla necessità che sia assicurata la completa contenzione dell’uomo fermato che non la sua salute; e l’inettitudine degli astanti che sembrano assistere a qualcosa di ‘normale’, non capace di suscitare un moto di turbamento, se non sdegno, neppure quando l’uomo a terra più volte richiede aiuto. Ancor più fanno rabbrividire i commenti di molti sui social all’interno di una crescente adesione a un modello che non riconosce talune persone come portatrici di diritti, neppure quelli più elementari e fondamentali.

C’è una crescente abitudine al sopruso di chi si sente dalla parte giusta e, simmetricamente, non riconosce come persona chi, nel suo schema mentale, è nella parte sbagliata e, come tale, può essere oggetto di ogni vessazione, fino anche alla morte: non è una persona, ma un nemico. Il suo essere persona di origine straniera, anche se da anni radicata nelle stesse vie, ne aumenta l’inimicizia.

Viene alla mente un’affermazione di Hanna Arendt, nel suo Le origini del totalitarismo, dove individuava la vera sventura per una collettività non già nella negazione di singoli diritti, ma nell’incapacità di riconoscere ogni persona, indipendentemente dalle sue specificità, come appartenente al suo stesso corpo sociale e titolare di diritti: una società che non riconosce l’appartenenza di ogni sua parte determina la disgregazione del proprio tessuto democratico e individua progressivamente nuovi nemici al proprio interno.

Questo è un rischio attuale per il nostro Paese che sembra abituarsi anche a immagini che dovrebbero non lasciare minimi spazi di giustificazione, in particolare da parte di chi ha una qualche responsabilità istituzionale: non lascia margini di possibile estensione della legittima difesa, comunque la si vorrà scrivere e proporre al nuovo esame parlamentare, l’immagine del calcio in testa al morente da parte del gioielliere pistolero, oggi divenuto simbolo di chi prospetta il modello di giustizia ‘fai da te’, dopo aver promosso o supportato ronde, fustigatori nelle metropolitane o altre variegate forme di privatizzazione della sicurezza urbana.

Né lascia margini di possibile interpretazione positiva quella muta inazione dei presenti mentre per più minuti due agenti di polizia sono pesantemente sopra una persona a terra, che invoca aiuto, senza avere la capacità professionale di permettergli di respirare. Immancabilmente si sentiranno tra breve le voci urlanti quando gli agenti riceveranno l’inevitabile avviso di garanzia, all’unisono con la cagnara che continua attorno a una sentenza pronunciata da tre diversi collegi ad Asti, Torino e Roma. Del resto si era già sentito il coro del consenso immediato al poliziotto da parte delle stesse forze politiche anche dopo l’uccisione di Mansouri a Rogoredo, prima di aver fatto silenzio dopo ciò che l’indagine faceva emergere. E, andando indietro a un’altra vicenda, anche dopo i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, tuttora in dibattimento, c’era chi – sempre con ruolo istituzionale – era andato a dare il proprio sostegno a chi di lì a poco sarebbe stato incriminato.

Sono vicende che non sembra abbiamo suggerito una maggiore cautela; al contrario ogni volta si è alzato il tiro, sempre basandosi sul presunto consenso popolare, rinunciando a qualsiasi ruolo di direzione democratica che dovrebbe avere chi ha responsabilità politica e istituzionale, all’affannosa ricerca di consenso. Ed esponendo anche il Paese a censure internazionali: l’intervento odierno al Pilastro sembra la riproposizione del caso fiorentino di dodici anni fa della morte di Riccardo Mogherini che ha portato alla condanna dell’Italia da parte dei giudici di Strasburgo per violazione, sostanziale e procedurale, dell’articolo 2 della Convenzione che sancisce l’obbligo inderogabile per lo Stato di tutelare la vita di ogni persona nel suo territorio. Sono passati soltanto due mesi dalla conferma di quella sentenza da parte della Grande Camera.

Vi si legge che «Alla luce di quanto sopra, la Corte non è convinta che, all’epoca dei fatti, le autorità statali avessero adempiuto adeguatamente al loro obbligo positivo di formare i propri agenti delle forze dell’ordine in modo da garantire che essi possedessero il livello di competenza richiesto nell’impiego di tecniche di immobilizzazione, come la posizione prona, che potevano rappresentare un pericolo per la vita». Sembra proprio che questa valutazione possa affermarsi anche oggi. Tristemente. Perché si sente crescere l’abitudine a considerare alcune vite quasi volatili, non connesse a persone, aspirazioni, affetti, ma numeri e casi ingombranti, di cui non si memorizzano i nomi e si ricorda soltanto vagamente che erano vite altre, casi difficili, esuberi forse.

Ma anche le voci di chi s’indigna risultano deboli, sempre segnate dalla paura di perdere terreno sul tema della sicurezza, declinato come riduzione di spazi di libertà e non come garanzia di effettività dei diritti per tutti. Dimenticando che l’inseguimento di paure, presunte e adeguatamente costruite, non possa essere il terreno anche di chi intenda credibilmente opporsi all’attuale impianto culturale e di azione governativa, di chi voglia costituire un modello sociale che sia concretamente alternativo a chi pensa di estendere la legittima difesa fino al confine della vendetta e a chi crede che sia sicura una città dove l’impreparazione professionale può tradurre la necessità di fermare il comportamento anomalo di una persona nella sua morte.


Una fondazione italiana costringe la Procura ticinese a restituirle tre milioni bloccati in Svizzera

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Gotham City, tvsvizzera.it

Per quasi 15 anni, circa tre milioni di euro sono rimasti bloccati su conti bancari ticinesi. Il denaro apparteneva a una fondazione ospedaliera italiana, vittima di un vasto sistema di sottrazione indebita di fondi. Per riottenerlo, l’istituzione ha infine deciso di agire contro il Ministero pubblico ticinese, accusandolo di aver rallentato ingiustificatamente la procedura. In due sentenze emesse tra maggio e giugno 2026, il Tribunale penale federale le ha dato ragione.

Settanta milioni di euro sottratti

La Fondazione Salvatore Maugeri, con sede a Pavia, è un importante centro di cura e riabilitazione. Tra la fine degli anni Novanta e il 2011, circa 70 milioni di euro sono usciti dalle sue casse senza destare sospetti. Secondo quanto accertato dalla magistratura italiana, il meccanismo sfruttava falsi contratti di consulenza medica per trasferire denaro verso società estere.

Una parte di quei fondi sarebbe servita per finanziare il tenore di vita di Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia dal 1995 al 2013. Processato per corruzione, l’ex governatore è stato condannato in via definitiva nel 2019 a cinque anni e dieci mesi di reclusione. Anche diversi intermediari e dirigenti sono stati riconosciuti colpevoli. La stampa italiana aveva ribattezzato la vicenda “caso Maugeri”.

La pista ticinese

Come spesso accade in operazioni di questo tipo, il denaro è transitato attraverso la Svizzera, in questo caso mediante conti bancari a Lugano e Bellinzona. Già nel 2011 la Procura di Milano aveva chiesto alle autorità elvetiche di congelare gli averi coinvolti nella vicenda.

Una volta divenute definitive le condanne in Italia, i giudici milanesi hanno ordinato che quasi tre milioni di euro bloccati in Ticino fossero restituiti alla Fondazione Maugeri, riconosciuta come parte lesa. Prima, però, bisognava rendere esecutiva la decisione in Svizzera.

Ed è qui che la procedura si è arenata. Dal 2019 la fondazione ha ripetutamente chiesto al Ministero pubblico ticinese di procedere al versamento delle somme. Senza successo. Il procuratore ha di volta in volta richiamato presunte contraddizioni nelle richieste italiane, un procedimento penale aperto in Ticino oppure la necessità di garantire il diritto di essere sentite ad altre persone coinvolte. Nel frattempo, gli anni passavano e il denaro restava congelato

Richiamo del Tribunale

Alla fine di gennaio 2026 la fondazione si è così rivolta al Tribunale penale federale (TPF) denunciando un “diniego di giustizia”. Il richiamo ha avuto effetto. Poche settimane dopo, il 2 marzo, la procura ticinese ha finalmente emanato la decisione che consente la restituzione delle somme. Il ricorso è così divenuto privo di oggetto.

Tuttavia, il 4 maggio i giudici del TPF hanno ritenuto che il Ministero pubblico avesse effettivamente ritardato la procedura senza valido motivo, condannandolo a versare un’indennità alla fondazione. L’importo, pari a 2’000 franchi, ha soprattutto un valore simbolico.

L’ultimo ricorso

La vicenda non era però ancora conclusa. Un ex collaboratore della fondazione, anch’egli condannato in Italia a oltre sette anni di carcere e titolare di una parte delle somme depositate su conti svizzeri, ha tentato di bloccare la restituzione. Sosteneva che quel denaro non fosse collegato ad alcun reato.

Con una decisione del 9 giugno 2026Collegamento esterno, il Tribunale penale federale ha respinto il suo ricorso e confermato la restituzione, sancendo che i fondi appartenevano effettivamente alla fondazione.

Quindici anni dopo la prima richiesta di assistenza giudiziaria e otto anni dopo la condanna definitiva pronunciata in Italia, la Fondazione Maugeri potrà dunque recuperare i suoi tre milioni di euro: una piccola parte dei circa 70 milioni sottratti, la maggior parte dei quali era già stata recuperata in Italia.

La Fondazione Maugeri era assistita dagli avvocati Pascal Del Prete, mentre l’ex collaboratore della fondazione era rappresentato da Mario Postizzi. I due legali non hanno risposto alle richieste di commento.

Nell’immagine: il “Celeste” ai tempi dello splendore: il 29 marzo 2010 Roberto Formigoni è appena stato eletto per il quarto mandato alla testa della Regione Lombardia.


Iran, la strategia della sete: attacchi ai dissalatori del Golfo

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Fabio Tonacci, La Repubblica

Se c’è una cosa che questa guerra ha mostrato al mondo è la capacità strategica degli eredi della grande Persia. Azione e reazione sono le ascisse e le ordinate di un piano iraniano che si dispiega nonostante i danni, le scosse alle fondamenta del regime e le perdite provocate dagli attacchi di Stati Uniti e, fino a un mese fa, di Israele. Dunque, non c’è niente di casuale se, per due giorni consecutivi, è stato preso di mira uno degli impianti di desalinizzazione del Kuwait. L’obiettivo è chiaro: assetare un alleato degli Stati Uniti e, con esso, una delle regioni più aride del pianeta.
Una strategia di guerra antica, biblica come l’assedio di Betulia, che risale ai tempi delle città fortezze del Medio Oriente e che ora la Repubblica islamica ripropone, per generare un deficit idrico, quindi il caos. Già negli anni Ottanta gli analisti della Cia mettevano in guardia la Casa Bianca sulla «estrema vulnerabilità a sabotaggi» delle strutture che producono acqua dolce nel Golfo (allora il 90 per cento dell’acqua desalinizzata proveniva, infatti, da soli 56 impianti) e sul rischio che attacchi militari possano scatenare crisi nazionali.

Le autorità del Kuwait denunciano il secondo raid sull’impianto di desalinizzazione che, come spesso avviene, è collegato a una centrale elettrica — quindi Teheran prova a generare due shock, idrico ed energetico, con un’unica azione — e ricordano che colpire strutture civili significa violare il diritto internazionale e la risoluzione Onu numero 2817. Ma la risposta dell’Iran è il silenzio.

La piccola monarchia del Golfo, che galleggia letteralmente sul petrolio, ha 5 milioni di abitanti e per l’acqua potabile dipende, al 90 per cento, dagli impianti che trattano l’acqua del mare anche col sistema dell’osmosi inversa. È una costante, in questa parte del mondo: l’Oman vi dipende all’86 per cento, l’Arabia Saudita al 70 per cento. Il governo non ha rivelato se il complesso colpito nelle ultime 48 ore sia di nuovo Doha West, cioè quello che venne danneggiato il 29 marzo scorso dai droni nel primo di sei attacchi iraniani sugli impianti che producono l’acqua potabile in Kuwait, lo Stato su cui Teheran ha concentrato la strategia della sete. Anche in Bahrein lo scorso 8 marzo avevano subito un raid su un dissalatore, il primo della rappresaglia iraniana, ma è rimasto un caso isolato.

Nella desertica penisola arabica i Paesi hanno riserve d’acqua dolce da milioni di metri cubi, sfruttano tecnologie di ultima generazione, come pioggia artificiale e riciclo delle acque reflue per l’agricoltura. Ovvio che, in emergenza, si attingerà a quelle cisterne per dissetare la popolazione, distribuendo l’acqua con le autobotti, ma alla lunga il livello della tensione sociale salirà. «In uno scenario estremo, ma non implausibile, gli attacchi sugli impianti dell’acqua potranno generare una pressione interna sui governi, come anche gli Stati Uniti stanno cercando di fare con l’Iran», scrive l’analista Zvi Bar’el su Haaretz.

Trump lo ha promesso: scatenare l’inferno sulla Repubblica islamica, colpendo centrali elettriche, ponti, e, accusano i pasdaran, anche le industrie dell’acqua. È vero che l’Iran, a differenza degli altri Paesi del Golfo, ha delle falde acquifere e negli anni ha sviluppato sistemi per gestire le siccità, con riserve idriche e dighe, e decentralizzando parti della rete di distribuzione, con acqua desalinizzata dal Mar Caspio. Però alcune aree sono più esposte. Uno degli ultimi raid dei caccia americani è stato su Qeshm, l’isola che è funzionale al controllo dello Stretto di Hormuz. Nelle prime fasi del conflitto gli iraniani dissero che a Qeshm era stato semi-distrutto un desalinizzatore e che, per questo, 30 villaggi erano rimasti a secco. Né Washington, né lo Stato ebraico, hanno rivendicato l’operazione.


Fiesta Spagna, la finale è uno schiaffo a Trump

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

East Rutheford – Non è un Mondiale Maga, Trump si rassegni. Make Argentina Great Again non vale più. E this is not America. Rossa di Spagna e blu di Argentina. Usa scansati, butta via i tuoi palloni ovali, le palle che finiscono sulle mazze e pure quelle dei playground da white men don’t jump, oggi New York non è tua, ma dell’unico gioco che da 96 anni non digerisci. Quello del pallone, della pelota, della bola, del balón, dove solo uno può toccarla con le mani mentre gli altri la accarezzano con i piedi. Ma tu che ne capisci di questi fili d’erba sfiorati dagli dei scesi in terra, da altre parti sarebbero benedetti come ostie, mentre qui le zolle sono in vendita dai 450 ai 3.000 dollari, a seconda delle dimensioni. Per un totale di 11,2 milioni di dollari destinati a finire nelle casse della Fifa, ma Mikie Sherrill, governatrice dello Stato, ha fatto sapere che loro hanno dovuto spendere 13,04 milioni di fondi pubblici per garantire che il tappeto erboso del campo fosse all’altezza degli standard richiesti e quindi il ricavato, nel caso, spetterebbe ai contribuenti. Money, money, come cantava Liza Minnelli.

Le tasche svuotate dei tifosi

È una transumanza umana quella in strada verso lo stadio. I ricchi in elicottero, il resto del mondo in cammino come può. Have a nice day, come no. Ma imparate a mettere servizi pubblici gratis quando ci sono i grandi eventi e non a svuotare le tasche di chi ha già pagato un salatissimo biglietto (forza, sindaco Mamdani, insisti). È un’attesa di cinque ore sotto il sole perché l’America del Super Bowl è una cosa, ma quella del Mondiale di calcio è uno strapazzo senza organizzazione, anche perché deve arrivare Donald e quindi massima allerta. Entra in campo l’Argentina, il portiere Emiliano Dibu Martínez che a diciassette partì per l’Inghilterra perché aveva visto il padre piangere perché non riusciva a pagare le bollette, resta in piedi a occhi chiusi, immobile per cinque minuti. Ma sta male? chiede sconvolto il collega americano. No, amico, prega. Basta aver letto qualcosa di P.P. Pasolini per sapere che considerava il calcio l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, mentre voi l’imbottite di hot-dog e ketchup.

L’esempio di Lamine Yamal

Lamine Yamal a nome di tutta la gioventù tamarra del mondo arriva con triplice catena al collo (oro e argento), ha appena fatto 19 anni, però la fascetta che ha in testa porta il numero 304, codice postale di Rocafonda, il quartiere povero di Mataró,città in cui è cresciuto. It’s a beautiful game cantano Robbie Willams in tuta azzurra con i capelli bianchi, e un’energica Laura Pausini, anche lei in paillettes. Mentre Tom Cruise, in nero, spettinato, con gli occhiali da sole in mano, non si capisce cosa dica, di sicuro non è Shakespeare e comunque non frega a nessuno.

Trump e Infantino seduti accanto

Dateci il pallone, la storia del mondo raccontata da 22 uomini che un giorno capirono che non c’è niente di più serio che giocarsi la geografia del cuore in un campo. Eravamo in centomila, cantava Celentano. Oggi siamo in 80.663 mila, il tifo argentino è una marea che inonda, se al Madison Square Garden quando Trump era andato a tifare i Knicks lo avevano fischiato, qui fanno di meglio, lo ignorano. Presidente e first lady sono seduti accanto a Infantino, a Donald fanno vedere la Coppa che poi dovrà consegnare, lui la tocca tre volte (valuterà i carati?) e dice qualcosa quando gliela tirano via. Sorry, non è tua. Meglio passarla a Iniesta e Kempes che se la sono guadagnata con i gol. Carlitos Alcaraz e l’attrice sudcoreana Jung Ho-yeon (Squid Game) portano la preziosa reliquia in campo in una custodia Vuitton. E qui bisogna dire: cari Galeano, Soriano, Montalbán, Carmelo Bene, dispiace non avervi più, ma almeno questa roba ve la siete evitata.

Matt Damon e l’Odissea

In tribuna c’è anche Matt Damon, che avendo appena interpretato Ulisse nel film Odissea, può capire cosa significhi metterci dieci anni per tornare a casa e riavere le tue cose. La Spagna sono 16 anni che non vince il Mondiale (ci è riuscita per la prima volta nel 2010) e l’Argentina non vuole mollare il suo «Per Diego, per l’ultima di Leo, per la quarta stella». Otto giocatori su 11 difendono quello che loro stessi hanno conquistato ai rigori in Qatar. Nel coro dei tifosi ci sarebbero anche le Malvinas, ma lasciamo perdere. Oddio, c’è anche Mick Jagger, meglio non sapere per chi tifa, altrimenti si sa già che vince l’altra. Shakira, colombiana, che canta Dai dai l’inno del torneo dice che pur avendo due figli spagnoli (avuti da Piqué, ex difensore della Roja) lei sostiene Messi. L’intervento di Madonna è registrato, ma la cantante scende in campo con Ronaldo e Ronaldinho per l’ultima strofa. Love, love, canta il coro di ragazzini (PS22 di Staten Island), loro non lo sanno ma fu il saluto di addio di Pelé nel ’77 quando lasciò i Cosmos. C’è anche Justin Bieber con chitarra, le due figlie del re di Spagna non sono nel palco d’onore per motivi di sicurezza e hanno viaggiato in aerei diversi, la musica è così stordente che il premier spagnolo Sanchez dà la mano a Trump. Sciò, basta show, non se ne può.La Spagna ci prova più dell’Argentina (in dieci e anchilosata), ma Dibu dice no, poi cede al sinistro di Ferran Torres nei supplementari. In fondo fu Isabella di Castiglia, regina di Spagna, a dare i soldi a Colombo per il Nuovo Mondo che ricambia.


Hutton: “Burnham lancerà una rivoluzione come fece Blair”

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Oggi Andy Burnham lancerà una rivoluzione come quella di Tony Blair nel 1997. Ma Burnham è diverso: sarà il Mario Draghi del Regno Unito. E il suo obiettivo finale sarà tornare in Ue». A parlare a Repubblica è Will Hutton, 76 anni, ex direttore dell’Observer, commentatore di riferimento del centrosinistra britannico e autore dell’ultimo libro: “This time no mistakes”.

Perché una rivoluzione, Hutton?

«Perché Andy farà subito tante cose: riforma dell’assistenza sanitaria, nazionalizzazione dell’acqua, troverà i soldi che mancano alla Difesa. Starmer non aveva una storia da raccontare. Burnham ce l’ha. Cambierà tutto».

Lo crede davvero? Sinora Burnham ha parlato soprattutto agli operai e al Nord, non a Londra o alla City.

«Sì, e lo ha dimostrato a Manchester, dove è riuscito a coniugare perfettamente investimenti e intervento dello Stato. Andy è uno che attrae il business, ma con regole chiare. E sa che la Borsa di Londra deve crescere sempre di più, perché dà fiducia agli investitori e dunque a tutto il Paese».

È questa la “quarta via” del Labour, dopo la terza di Tony Blair che provò a trovare una sintesi tra liberismo e socialdemocrazia?

«Non la definirei così, ma di certo Burnham si inscrive nella tradizione socialdemocratica».

Anche se ha definito l’ex leader laburista Neil Kinnock come il suo idolo?

«Certo. Neil non era uno stupido. Sotto sotto, è sempre stato un socialdemocratico moderno e liberale. E lo stesso sarà Burnham. Lui sarà un socialista liberale come Mario Draghi: welfare, servizi, solidità finanziaria, investimenti ma anche attenzione alla società, innovazione e Difesa. Sarà il nostro Draghi, perché è coraggioso come lui».

Il nuovo premier sarà coraggioso anche con l’Unione europea?

«Certo. Burnham si riavvicinerà e allineerà sempre di più all’Europa e al suo mercato unico. E alle prossime elezioni sono certo che prometterà di far tornare il Regno Unito in Ue: sarà il suo obiettivo finale».


Eisenkot può battere Netanyahu tenendo Israele a destra

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Michele Giorgio, il manifesto

La Knesset, nella notte tra giovedì e ieri, ha votato il proprio scioglimento. L’ufficialità scatta oggi, aprendo la campagna elettorale per le elezioni del 27 ottobre. È stato un voto parlamentare che non ha fatto molto rumore. Eppure, ha chiuso una legislatura segnata dal 7 ottobre 2023, dalla distruzione di Gaza con oltre 70mila palestinesi uccisi, dalla guerra di Stati uniti e Israele contro l’Iran, dall’occupazione israeliana del Libano del sud e della Siria meridionale e dalla guerra permanente nella regione del primo ministro Benyamin Netanyahu. Pochi hanno ricordato tutto questo. Ha fatto molto più rumore, invece, l’accelerazione senza precedenti nell’approvazione di provvedimenti fortemente identitari per la destra religiosa. Prima dello scioglimento, infatti, la maggioranza ha approvato in pochi giorni una serie di leggi che consolidano l’alleanza tra il Likud, l’ultradestra e i partiti religiosi ultraortodossi.

Tra i provvedimenti più controversi figurano il congelamento degli arresti per gli studenti delle yeshiva che si sottraggono alla leva militare, il mantenimento del servizio obbligatorio a 32 mesi, respingendo la richiesta dell’esercito di estenderlo a 36, e una norma che attribuisce uno status speciale agli israeliani impegnati nello studio religioso a tempo pieno, anche se il testo definitivo è stato modificato eliminando il paragone diretto con il servizio nelle Forze armate israeliane. La Knesset ha inoltre approvato una legge che consente la separazione tra uomini e donne nei programmi universitari avanzati destinati alla popolazione ultraortodossa. Sono state inoltre cancellate alcune liberalizzazioni introdotte negli anni scorsi nel sistema di certificazione kosher, restituendo maggiore centralità al Rabbinato.

Queste misure rappresentano un messaggio politico preciso. Netanyahu sa che, da un lato, sono apprezzate dai suoi attuali alleati di governo, che gliene sono grati, e, dall’altro, fanno scuotere la testa a molti elettori, inclusi i sostenitori di una destra più laica. Crede però che nei prossimi tre mesi sarà in grado di recuperare i consensi perduti presentandosi ancora una volta come il garante dell’identità nazionale e religiosa di Israele e come il leader capace di mantenere le promesse fatte ai suoi alleati. Rafforzando l’alleanza con i partiti ultraortodossi attraverso l’ultimo provvedimento che sospende l’arresto dei religiosi renitenti alla leva, Netanyahu pensa di essersi garantito una determinante ampia affluenza alle urne degli ultraortodossi, un segmento della popolazione con un’elevata partecipazione al voto: e ora sono particolarmente motivati.

La sua è una strategia che potrà risultare vincente? «Nessuno può, in questo momento, rispondere a questa domanda con sufficiente precisione», ci dice l’analista Michael Warschawski, esperto di sionismo religioso. «Saranno decisive», aggiunge, «le valutazioni che faranno in questi mesi non solo i religiosi ultraortodossi, ma anche i religiosi nazionalisti, per i quali la partecipazione di tutta la popolazione alle forze armate e alla sicurezza è un principio cardine». Warschawski dubita che Netanyahu abbia messo a punto una strategia elettorale vincente. Ritiene invece che il generale e leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot, sia in possesso delle qualità necessarie per mettere in ombra il primo ministro.

Per lungo tempo gli analisti si sono domandati chi potesse sostituire Netanyahu. Un interrogativo che ha finito per rafforzare il leader del Likud. Anche molti elettori di destra, delusi dalla sua leadership e dalla sua personalità divisiva, non riuscivano a individuare un’alternativa convincente. Passare a un candidato come il centrista Benny Gantz significava qualche tempo fa dare l’impressione di aver cambiato schieramento. Non a caso il partito Blu e Bianco di Gantz, molto popolare appena tre o quattro anni fa, si è sciolto come neve al sole e i sondaggi ora lo danno sotto la soglia di sbarramento.

In questo vuoto si è inserito Eisenkot. Ex capo di stato maggiore, pragmatico e poco carismatico, Eisenkot è ritenuto da molti osservatori capace di offrire un’alternativa senza chiedere agli elettori della destra di rinnegare se stessi. Ha anche perduto un figlio in combattimento a Gaza, un dato significativo per la società israeliana. La forza della sua candidatura non risiede nella promessa di una rivoluzione politica, piuttosto nella possibilità di una continuità sempre a destra, ma diversa. In altre parole, come ha spiegato Noa Spiegel su Haaretz, «Eisenkot permette agli israeliani di sostituire Netanyahu senza cambiare la propria identità politica». Un elettore del Likud favorevole a una linea molto dura contro palestinesi, iraniani e arabi può votare per lui senza sentirsi passato al campo avversario.

Resta però da vedere se la sua ascesa sarà sufficiente a costruire una maggioranza alternativa. Al momento i numeri sembrano dargli ragione. Un nuovo sondaggio pubblicato dal quotidiano Maariv mostra il continuo calo di popolarità della coalizione di governo: la sua rappresentanza sarebbe scesa a 48 seggi, mentre il blocco di opposizione salirebbe a 62 e i partiti arabi ne otterrebbero 10. Non saranno le elezioni più importanti della storia di Israele degli ultimi trent’anni, come ha scritto qualcuno. Ma il possibile tramonto del regno di Benyamin Netanyahu, pur nel solco della destra dominante, accende un interesse attorno al voto che non si registrava da anni.

Nell’immagine: Gadi Eisenkot


Ilan Pappé: «Con o senza Bibi, il Paese non cambierà la sua rotta»

Dopo Hormuz, gli Houthi minacciano anche lo stretto sul Mar Rosso. Si apre una finestra di dieci giorni per una tregua tra Washington e Teheran. 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Nel suo libro recente «La fine di Israele», lo storico Ilan Pappè afferma che il progetto sionista è destinato a una «disintegrazione inevitabile» anche a causa dell’ascesa del Sionismo religioso, delle fratture all’interno della società israeliana, della distruzione di Gaza e delle politiche violente e aggressive contro i palestinesi che hanno profondamente trasformato il modo di vedere Israele da parte delle popolazioni occidentali.

Le elezioni del 27 ottobre mettono sul tavolo alcuni dei punti sollevati da Pappé. Abbiamo incontrato e intervistato lo storico israeliano nella sua città, Haifa
Israele va al voto il 27 ottobre, con quali prospettive?

La sconfitta di Netanyahu data per probabile da tanti in realtà non è affatto scontata. In ogni caso, qualunque sia l’esito di queste elezioni, non ci sarà alcun cambiamento fondamentale nelle azioni di Israele. Il genocidio progressivo che si sta consumando a Gaza continuerà, in un modo o nell’altro, a meno che la comunità internazionale o le potenze regionali non decidano di intervenire. Anche la pulizia etnica in Cisgiordania proseguirà perché tutte le principali forze politiche sioniste condividono, in misura maggiore o minore, l’idea della Grande Israele. Proseguirà anche la politica aggressiva nei confronti dei paesi vicini, come Libano e Siria, e resterà immutata la volontà di colpire l’Iran. Tuttavia, se Netanyahu e i suoi alleati attuali non saranno più al potere, lo stile del nuovo governo forse sarà più misurato e meno urlato, almeno nelle relazioni con l’esterno. Invece la frattura profonda che attraversa la società israeliana continuerà a esistere, in particolare quella tra ebrei laici e tradizionalisti, due mondi che ormai condividono ben poco, dal rapporto con le istituzioni dello Stato ai diritti civili.

I media occidentali già parlano del generale Gadi Eisenkot, rivale di Netanyahu, come di una speranza, dell’uomo del dialogo e del negoziato. Lei come lo vede?

Sono due persone molto diverse, ma un Eisenkot primo ministro non credo rappresenterà il personaggio dipinto dai media stranieri. Eisenkot in campagna elettorale non si occuperà in alcun modo dei palestinesi, la cui sorte non interessa praticamente a nessuno. Il suo tema centrale sarà la questione della leva militare obbligatoria anche per i giovani religiosi ortodossi. È un argomento importante per gli israeliani ebrei. La maggior parte, anche quelli di destra, vuole che gli ultraortodossi siano arruolati. Eisenkot, che ha perduto un figlio in combattimento a Gaza, può recuperare molti consensi puntando sull’arruolamento per tutti, mostrandosi ben diverso da Netanyahu che ha addirittura fatto approvare una legge che sospende l’arresto dei religiosi renitenti alla leva. Con lo stesso obiettivo, punterà sull’inchiesta statale sul 7 ottobre 2023 come chiede l’opinione pubblica (l’esecutivo in carica propone invece una indagine governativa), sull’indipendenza del sistema giudiziario, i diritti civili. La sua forza sta proprio nell’apparire distante da Netanyahu e dei suoi alleati. Si occuperà di Iran, Libano e di Hezbollah, però anche lui non dirà nulla a proposito dei palestinesi e di Gaza.

In questo quadro cosa faranno o potrebbero fare i partiti arabi che rappresentano la minoranza palestinese (21% della popolazione) in Israele? Il sistema politico li tiene ai margini. Eisenkot non intende allearsi con gli arabi che pure potrebbero regalargli la vittoria.

Si trovano in una situazione creata oggettivamente da circostanze storiche ma anche da loro decisioni strategiche: cercano di giocare sia negli ambiti politici israeliani e che in quelli palestinesi, e non funziona più. Il desiderio di rappresentare la loro società è genuino ma il sistema li usa per abbellire lo stato di apartheid e non per offrire uguaglianza o una vita migliore agli arabi. Purtroppo, i leader dei partiti arabi persino di fronte a una crisi tanto grave non riescono a superare le rivalità personali. È un problema, perché l’unico modo in cui potranno risultare importanti il 27 ottobre è unendosi e prendere un numero elevato di seggi. Dovranno ripensare la loro strategia.

Nell’immagine: Ilan Pappé