Labour, l’orgoglio ritrovato. Burnham infiamma la base: “Ora stop al neo-liberismo”

In agenda nazionalizzazioni e piano casa. I mercati aspettano il governo 

Di Marco Varvello, La Stampa

LONDRA. L’orgoglio ritrovato dei Laburisti britannici va in scena nella tarda mattinata inglese. Teatro: un blocco di cemento anni Cinquanta a due passi dal British Museum, il quartier generale londinese del “Trade Union Congress”, la federazione dei sindacati nazionali. Il nuovo leader, Andy Burnham, galvanizza gli animi frustrati dei vertici che lo hanno appena acclamato. Promette il ritorno ai valori fondativi del partito dei lavoratori e della sinistra progressista. Un programma di governo «orgogliosamente laburista», dice.

Significa dunque un cambiamento che metta fine «a 40 anni di neo-liberalismo, che ha fatto male a tante persone e a tante fasce sociali».Così scandisce le parole Burnham per compiacere l’ala sinistra del partito. Considerare «40 anni» vuole dire infatti comprendere anche i governi di Tony Blair, centrista moderato, di cui peraltro il nuovo leader fu giovane sottosegretario.

Tornare al Laburismo significa un maggiore intervento pubblico in economia, puntando a nazionalizzazione e re-industrializzazione di settori dell’apparato produttivo britannico messi fuori mercato dalla concorrenza globale. Obiettivi già compresi nel manifesto elettorale del 2024 che Starmer aveva cominciato a realizzare ma con eccessiva prudenza. Oltre alle ferrovie torneranno allo Stato la fornitura dell’acqua, di altri servizi essenziali e di quel che rimane delle acciaierie.

Poi un ambizioso piano casa, che soprattutto nelle grandi aree urbane riduca l’attuale drammatica carenza di abitazioni a prezzi accessibili. E ancora il decentramento su base regionale, con il trasferimento fuori Londra di pezzi di amministrazione dello Stato, ministeri e dipartimenti. Un modo per ridurre il divario con la megalopoli londinese e affrontare il malcontento delle regioni del Nord Inghilterra, dove la gente si sente dimenticata e si fa sedurre dalla protesta dalla destra populista.

Burnham è un politico navigato e buon comunicatore, pare anche per l’influenza della moglie, origini olandesi ed esperta di marketing e pubbliche relazioni. Così l’ottimismo per la nuova fase laburista trova subito il suo slogan: «Give back control», ridare il controllo alle aree finora emarginate. Una frase che non a caso riecheggia la vincente parola d’ordine della campagna Brexit: «Get back control», riprendere il controllo su base nazionale. Un riferimento quasi ironico visto che Burnham comunque continuerà nella politica di riavvicinamento all’Unione europea, anche per interesse dell’economia britannica.

Nel suo primo discorso da nuovo leader laburista, prima di pensare da lunedì al governo, Burnham ha dunque entusiasmato vertice e base del partito, tracciando il suo percorso politico e soprattutto invocando l’unità. Chiede di mettere da parte le tante «fazioni» – in italiano diremmo correnti – che hanno dilaniato i Laburisti anche recentemente, dalla cacciata dell’ex leader Jeremy Corbyn alla rimozione di Starmer. Con la sua elezione senza rivali Burnham almeno questo primo risultato lo ha già raggiunto. Sostenuto da oltre il 90 per cento del gruppo parlamentare e dai sindacati ha messo d’accordo quasi tutti.

Più difficile sarà mantenere questa armonia da luna di miele. Primo test ovviamente la formazione della squadra di governo, con la nomina dei ministri di maggiore peso. A cominciare dal Cancelliere dello Scacchiere, termine arcaico per indicare il super-ministro che raggruppa economia, finanze e tesoro. La sinistra laburista tifa per Ed Milliband, già leader nel passato e fautore di una restrittiva politica energetica di transizione verso le rinnovabili, a costo di penalizzare l’industria.

Troppo rigido e troppo di sinistra, imprese e mercati lo temono. Così per evitare scossoni finanziari Burnham potrebbe scegliere la centrista Shabana Mahmood, da ministra degli Interni promotrice di una draconiana legge per limitare l’immigrazione. Al diffondersi di questa indiscrezione la sterlina ha fatto un balzo all’insù. La sinistra laburista lo attende al varco e affila i coltelli. Burnham per ora se l’è cavata dicendo che non ha ancora deciso la lista dei ministri, la sta «finalizzando». Gli rimane un weekend di riflessione.

Nel frattempo l’unica certezza è per i suoi concittadini di Manchester. Già da lunedì sarà operativa la nuova sede decentrata di “n. 10 North”, una succursale al Nord del mitico numero 10 di Downing street, per dare anche plasticamente il senso di una maggiore attenzione al Settentrione. Dopo il grigio Starmer, disastroso comunicatore, Burnham sa bene che la politica dei giorni nostri richiede anche immediati visibili messaggi e slogan accattivanti.


Putin precipita nei sondaggi. Arrestato il blogger ribelle

In agenda nazionalizzazioni e piano casa. I mercati aspettano il governo 

Di Giovanni Pigni, La Repubblica

Continuano a calare gli indici di gradimento del presidente russo Vladimir Putin, toccando i livelli più bassi dall’inizio della guerra in Ucraina. Un recente sondaggio condotto dal centro demoscopico Fom mostra una flessione di cinque punti percentuali in una sola settimana, dal 71 al 66 per cento. Un calo di questa entità non si registrava dal settembre 2022, quando, per evitare il collasso del fronte, il Cremlino fu costretto a ricorrere alla mobilitazione.

Sebbene il livello di consenso nei confronti di Putin resti ancora superiore a quello registrato prima dell’invasione dell’Ucraina, la tendenza sembra indicare il progressivo esaurimento dell’effetto di rally around the flag, il fenomeno per cui, in tempo di guerra, l’opinione pubblica tende a stringersi attorno al proprio leader. Come osserva Denis Volkov, direttore dell’istituto di sondaggi Levada, il calo del consenso riguarda tutte le istituzioni dello Stato ed è principalmente dovuto al peggioramento del tenore di vita della popolazione.

Tra gli eventi più significativi della settimana segnalati dagli intervistati del Fom figura infatti la crisi del carburante, provocata dai raid ucraini contro le raffinerie, che ormai interessa vaste aree del Paese: in alcune regioni i prezzi della benzina sono aumentati sensibilmente, in altre il carburante viene razionato, mentre davanti alle stazioni di servizio si formano lunghe code. Pochi giorni fa, nella città di Lysva, nel Territorio di Perm, un automobilista ottantenne è morto dopo essersi sentito male mentre era in fila per fare rifornimento. Secondo i media russi, si tratta del secondo caso analogo in meno di un mese.

Tuttavia, nonostante il consenso verso il presidente sia in calo, sono poche le voci che si permettono di criticarlo pubblicamente. Proprio ieri il blogger critico di Putin Ilya Remeslo è stato arrestato con l’accusa di aver diffuso “fake news” sull’esercito, un reato che in Russia può comportare fino a dieci anni di carcere. In passato noto per le sue posizioni filogovernative, Remeslo era finito sotto i riflettori lo scorso marzo, quando aveva pubblicato un post in cui criticava apertamente la guerra e chiedeva le dimissioni del presidente. Dopo un breve ricovero in un ospedale psichiatrico, era stato dimesso e aveva continuato a pubblicare messaggi critici sul suo canale Telegram. Un giorno prima del suo arresto aveva scritto: «Tutto lascia pensare che si stia andando verso una situazione in cui anche un piccolo scossone potrebbe portare Putin a perdere il potere».

Nell’immagine: il blogger Ilya Remeslo


Ciclone Trump contro Cina e tv: “Interferenze nel voto del 2020”. Ma il vero obiettivo è il Midterm

In agenda nazionalizzazioni e piano casa. I mercati aspettano il governo 

Di Maurizio Molinari, La Stampa

Con un discorso alla nazione di 25 minuti dalla East Room della Casa Bianca, il presidente Trump accusa la Cina di intromissione nelle elezioni nel 2020 per sollevare l’allarme su simili rischi nel voto di Midterm del prossimo novembre. E spingere il Congresso ad approvare il suo “SAVE America Act”.

Trump annuncia l’indagine su un presunto attacco informatico cinese ai dati di 220 milioni di elettori americani, non limitandosi a rilanciare accuse già note su un possibile interferenza di Pechino nelle presidenziali vinte da Joe Biden, ma aggiungendo che declassifica documenti segreti per dimostrarlo. Il vero obiettivo politico del discorso, pronunciato quando in Italia erano le 3 del mattino, è riportare al centro del dibattito pubblico il tema della sicurezza elettorale a pochi mesi dal voto di Midterm.

Affermare che il sistema americano è “esposto a manipolazioni e corruzione” significa infatti insinuare un dubbio che va oltre il passato. Se il 2020 è stato compromesso – è il messaggio che Trump suggerisce agli americani – chi garantisce che lo stesso non possa accadere nel novembre 2026, quando si rinnoveranno la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato? È la domanda che aleggia dietro ogni sua parola, ed è funzionale a preparare il terreno politico in caso di un risultato sfavorevole al suo partito, come i sondaggi preannunciano.

Non a caso, il discorso si chiude con un appello concreto al Congresso di Washington: approvare il “SAVE America Act”, la legge che impone l’obbligo di documento d’identità per votare in ogni angolo dell’America. È una battaglia che Trump e i repubblicani conducono da tempo, presentata come misura contro le frodi ma osteggiata dai democratici e da diverse organizzazioni per i diritti civili, che la considerano invece uno strumento per scoraggiare il voto di minoranze, anziani e cittadini a basso reddito, categorie meno propense a possedere un documento di identità valido con foto.

Le accuse rivolte alla Cina non sono accompagnate, almeno nel testo del discorso, da prove pubbliche verificabili: Trump parla però di documenti “declassificati” e pubblicati sul sito della Casa Bianca, e di un’indagine affidata a FBI e Direttore dell’intelligence nazionale, ma la sostanza probatoria resta da dimostrare.

L’atmosfera elettorale trova conferma nella polemica sul trattamento mediatico del discorso: Trump attacca duramente le reti tv, Abc e Nbc, che non hanno trasmesso l’intervento in diretta sui loro canali principali, arrivando a minacciarne le licenze. Un atteggiamento che si inserisce nel solco di uno scontro permanente con la stampa considerata ostile e che rafforza l’immagine di un presidente che intreccia sicurezza nazionale, propaganda elettorale e polemica mediatica in un unico messaggio. Con l’intento di mobilitare la propria base elettorale, che lo elesse nel 2024.

Nell’insieme, il discorso appare una mossa politica estiva tesa a definire lo scontro di Midterm: alimentare il sospetto sul voto passato per giustificare interventi sul voto futuro, che si annuncia assai combattuto proprio perché il vantaggio attribuito ai democratici – almeno alla Camera dei Rappresentanti – paventa per Trump il rischio di diventare un’”anatra zoppa”.


Kagan: “In caso di sconfitta alle midterm Trump invaliderà il voto, si rischia un colpo di Stato”

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Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Fa impressione sentire un repubblicano che parla così dei repubblicani: «Ho iniziato a considerare il Gop come il partito della dittatura. Sono disposti a mantenere il potere con qualsiasi mezzo, e Trump guiderà la strada». Il problema è che Robert Kagan, già leader dei neocon durante l’amministrazione Bush, non si ferma qui: «Non escludo che cerchino di invalidare le elezioni, se a novembre perdessero le midterm. A quel punto saremmo già in uno scenario da colpo di Stato».

Perché ieri sera il presidente ha tenuto un discorso alla nazione?

«Stabilire un motivo per dichiarare che c’è stata la manipolazione delle elezioni di metà mandato, anche internazionale, per gasare i suoi sostenitori e impedire la conquista della Camera da parte dei democratici. E questo è il minimo. Vuole mettere in dubbio l’affidabilità del processo di voto elettronico americano. Nel peggiore dei casi, però, stava facendo la prova generale di quanto accadrà a novembre, denunciando interferenze straniere per manipolare il risultato e la partecipazione di illegali. Trump e l’amministrazione faranno tutto il possibile per impedire ai democratici di prendere la maggioranza alla Camera, e ancor meno al Senato».

Teme di perdere e si prepara a contestare il voto?

«Sì, assolutamente corretto».

Perché queste midterm sono così importanti?

«Se i democratici vinceranno, metteranno l’amministrazione in stato di accusa. Non so se ci sarà il terzo impeachment, ma di sicuro scatteranno le inchieste. Trump può ignorare il Congresso. Per il sistema americano, però, qualsiasi interruzione nel processo elettorale getterebbe seri dubbi sulla possibilità di tenere elezioni libere in futuro».

Si riferisce alle presidenziali del 2028?

«Assolutamente sì. Per Trump tutto si riduce a mantenere il potere in ogni modo concepibile, per massimizzare i suoi interessi personali e costringere il governo federale ad esaudire i suoi desideri. Tutto ciò che sfida questo potere va minato o distrutto. Perciò se le elezioni lo sfidano, farà qualcosa per impedire che abbiano successo nell’indebolirlo».

Potrebbe cancellare il voto o dichiaralo illegale?

«Sì. Posso immaginare uno scenario in cui lo speaker della Camera Mike Johnson si rifiuta di certificare il risultato e insediare il nuovo Congresso eletto, sostenendo che ci sono state irregolarità. L’amministrazione potrebbe usare le forze federali per sequestrare le urne, in modo da non poter sapere chi ha vinto. Più a lungo andrà avanti lo stallo, più il sistema inizierà a crollare. Se dovessimo arrivare a febbraio, marzo o aprile senza un Congresso in carica, sarebbe un momento reale di svolta nella storia americana».

Il presidente Trump cercherà di candidarsi al terzo mandato nel 2028?

«Lo dice spesso, forse per evitare di essere considerato un’anatra zoppa. Anche se non si candidasse, vuole mantenere il controllo del governo quando non sarà più alla Casa Bianca. Perciò gira voce che potrebbe sostenere un ticket composto dal vice Vance e suo figlio Don junior».

A quale scopo?

«Così la famiglia potrebbe proteggersi, perché la loro grande paura è venire accusati del furto di milioni di dollari, di aver usato il governo in modo improprio per riempirsi le tasche. Come ogni dittatura, temono che il prossimo regime li scopra e li mandi tutti in prigione. Quindi vogliono evitare che accada».

Potrebbero impedire le presidenziali del 2028?

«Sì, ma dipende da come andranno le midterm. Se avremo un’elezione libera e corretta, e i democratici vinceranno, potremo pensare al 2028. Se impediranno al Congresso di riunirsi perché ha vinto l’opposizione, la conclusione sarà diversa».

Cioè?

«Se annullassero il voto, o si rifiutassero di insediare un Congresso democratico, sarebbe già piena dittatura».

I guadagni della famiglia avranno qualche impatto sulla sua base?

«Dipende da come la descrivi. Se la base si riduce al 35%, allora direi di sì. La popolarità di Trump è molto bassa, ma i Maga non sono interessati alla corruzione. Le loro preoccupazioni sono razziali e religiose: quello che fa il presidente non importa, purché si occupi dei loro interessi su quei fronti».

Nel libro “Rebellion” ha scritto che se Trump non avesse vinto nel 2024, i seguaci avrebbero scatenato l’insurrezione. Lo teme ancora?

«Allora non davo per scontata la sua vittoria e avevo provato ad immaginare cosa sarebbe accaduto in caso di sconfitta. Ora la domanda chiave è un’altra: come reagirà il popolo se l’amministrazione annullerà le elezioni? Immagino proteste significative, allora vedremo come le gestirà il governo».

Prevede resistenze fra i repubblicani?

«No, non sono ottimista su questo. Una combinazione di paura e interesse personale terrà la maggior parte di loro con Trump. Da una parte hanno visto cosa succede a chi lo sfida, e dall’altra vogliono restare aggrappati al potere».

Come giudica i democratici?

«Sono terribili, perché hanno paura di trasformare le elezioni in una questione di sopravvivenza della democrazia. Parlano del pane quotidiano, o il prezzo del petrolio che sale a causa della guerra in Iran, e in parte lo capisco. Però sbagliano: devono chiarire che a novembre sarà in gioco la democrazia».

Nell’immagine: Robert Kagan


Stop piccoli schiavi

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Di Sara Cecchetti, il manifesto

Lopeei, piccola area rurale della contea di Bokora nel distretto di Napak, si trova nel cuore della Karamoja, la regione con i tassi di povertà più alti di tutto l’Uganda. Addentrandoci nei suoi meandri più remoti, dove solo sporadici villaggi interrompono l’immensa savana semi-arida, si raggiunge una piccola scuola.

L’aula è essenziale, tetto di lamiera sorretto da travi di legno grezzo, panche e banchi scuri, pareti chiare segnate dal tempo. Sui muri, cartelloni didattici illustrano il ciclo riproduttivo dei bovini, con disegni dettagliati degli organi e annotazioni accurate: uno degli argomenti fondamentali per bambini che crescono in una terra dove la pastorizia è l’unico orizzonte di vita. Quel giorno, però, non si tiene lezione. Una trentina di capi villaggio sono riuniti sulle panche di legno. Uno dopo l’altro si alzano per prendere la parola su una delle piaghe della Karamoja: il traffico di bambini.

TRA I COORDINATORI dell’incontro c’è Michael Tumwesigye, ricercatore che, attraverso Panameet Africa Ltd, ha curato un’indagine approfondita sul fenomeno. Nel suo ufficio campeggia un grande cartellone con la scritta «Stop Child Trafficking». È lui a spiegare come, in questi villaggi isolati, il traffico di minori sia un meccanismo sistemico e radicato. Spesso organizzati da intermediari o, in alcuni casi, persino da anziani della comunità, i trafficanti reclutano o acquistano bambini promettendo loro opportunità di lavoro o istruzione in città. Secondo lo studio di Panameet Africa proprio nel distretto di Napak, circa il 14% dei bambini ha sperimentato forme di tratta in un arco di soli quattro mesi. Spesso sono le stesse famiglie a facilitare il processo, schiacciate dalla disperazione economica. Non stupisce che l’Uganda National Household Survey indichi che in Karamoja il 74,2% della popolazione è in stato di povertà, quasi cinque volte la media nazionale.

UNA VOLTA GIUNTI A KAMPALA, i minori vengono impiegati nell’accattonaggio forzato, nei lavori domestici e, nei casi più gravi, nello sfruttamento sessuale. Così, arrivati nella capitale, ci rechiamo a Katwe, uno degli slum più difficili, dove molti di questi bambini hanno trovato rifugio. Non è possibile entrare da soli. Per accedere alle zone più interne, soprattutto quelle abitate dai piccoli vittime di tratta, è indispensabile il consenso di un Local Council 1 (LC1), i capi locali che esercitano un’autorità informale ma ferrea all’interno dello slum. È uno di loro a condurci all’ingresso di una baracca dove otto bambini vivono ammassati in pochi metri quadri. Il tetto è di lamiera, le pareti di tavole di legno sconnesse. Sul pavimento, nient’altro che un telo di plastica logoro.

DUE RAGAZZE escono per parlare con noi: hanno 12 e 14 anni e sono entrambe arrivate dalla Karamoja. «Sono stata venduta da mia sorella maggiore – racconta la prima -. Ha detto ai miei genitori che mi avrebbero portata a Kampala per studiare, invece mi ha consegnata ai trafficanti. Per strada devo mendicare tutto il giorno e la sera consegno quello che guadagno. Se non porto abbastanza, mi picchiano o mi lasciano senza cibo». Alla domanda sul ruolo del governo nella lotta al fenomeno, risponde con rassegnazione, sostenendo che una o due volte al mese arrivano funzionari che portano via qualche bambino, ma si tratta di interventi sporadici, non di una vera soluzione.
«A Napak hanno introdotto leggi che vietano il traffico; ma non esiste nessun divieto di spostarsi da Karamoja a Kampala. Così, anche quando le autorità fermano i mezzi di trasporto, non hanno prove per dimostrare che si tratti di trafficanti» racconta l’altra ragazzina. Nello slum sono costrette a vivere a stretto contatto con i loro aguzzini: «Tutti sanno chi sono, ma nessuno ha il coraggio di ribellarsi» dicono.

AD ACCETTARE DI PARLARE con noi, è solo una ex trafficante, che ha abbandona l’attività dopo essere stata arrestata. «Dopo aver perso mio marito, non sapevo come sopravvivere e ho cominciato a trafficare bambini. Ho preso anche quelli dei miei fratelli; prima che mi arrestassero gestivo sette ragazzi. Ognuno di loro al giorno poteva guadagnare 5 o 10 mila scellini, quindi arrivavo a 70 mila al giorno e circa 2 milioni al mese» spiega la donna. Poco più di 500 dollari, uno stipendio molto alto rispetto alla media locale. Il pentimento iniziale viene però sostituito dalle sue ultime parole, in cui confessa che, se non riuscisse a trovare espedienti per sopravvivere, sarebbe disposta a tornare a trafficare bambini.

Nell’immagine: vittime della tratta a Katwe, uno slum di Kampala – Foto Sara Cecchetti


Ondate di calore: dieci passi per la sopravvivenza

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Di Attilio Piattelli, il manifesto

Ormai è evidente: le ondate di calore, che sono una delle dirette conseguenze del cambiamento climatico, avranno una frequenza e un’intensità sempre maggiore e non possono essere trattate come un evento eccezionale. E tutto ciò che è prevedibile richiede organizzazione e misure strutturali. A differenza della Francia, dove piani nazionali di adattamento si susseguono dal 2011, elaborati a seguito della canicola del 2003 e sono declinati in piani territoriali, l’Italia è arrivata tardi al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (Pnacc) e manca di una legge climatica organica con obiettivi vincolanti. Per questo, il Coordinamento FREE ha proposto dieci misure urgenti per non farci trovare impreparati in occasione dei prossimi eventi estremi.

Il primo passo è politico, ossia riconoscere il caldo estremo come emergenza climatica strutturale, un rischio sistemico nazionale con pesanti impatti sul diritto alla salute, all’abitare e al lavoro. Dobbiamo fare nostro il linguaggio dell’«adattamento collettivo» e non di quello individuale. Serve una legge climatica che recepisca il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, includendo un capitolo specifico su caldo e siccità, con stringenti obblighi per Stato, Regioni e Comuni. Il Pnacc deve diventare uno strumento operativo con target misurabili: primo fra tutti la drastica riduzione dell’eccesso di mortalità da caldo. Un indicatore che in Italia è ancora sottotraccia.

Parallelamente, il Piano nazionale caldo del 2005, oggi limitato a sanità e allerta, deve evolvere in un multisettoriale «Piano nazionale gestione ondate di calore 2.0» che copra edilizia, scuole, Rsa, lavoro e trasporti. Tutto ciò esige una forte «Cabina di regia» climatico-sanitaria presso la Presidenza del Consiglio, indispensabile per superare la cronica frammentazione tra Mase, Ministero della Salute e Protezione civile.

C’è poi l’urgenza della Giustizia Climatica. La crisi è classista: a pagare sono anziani, malati cronici, poveri, lavoratori esposti e residenti in periferie dense e prive di verde, costretti in case sovrariscaldate. Il quadro normativo deve riconoscere loro specifici diritti, orientando le priorità di investimento e intervento sugli edifici che accolgono i più fragili. Proponiamo un programma nazionale «alloggi freschi» per l’edilizia residenziale pubblica e sociale, per garantire case vivibili senza far esplodere i consumi. Più in generale le città devono farsi resilienti imponendo standard minimi per suolo permeabile, alberature e diffusi «rifugi climatici» in ogni quartiere. E anche scuole e ospedali necessitano di interventi mirati.

Sul fronte del lavoro servono norme inequivocabili, come soglie termiche precise per rimodulare gli orari o sospendere le attività, assicurando le piene tutele contrattuali per chi è a rischio. È fondamentale inoltre investire nella continuità energetica per garantire l’operatività ininterrotta di ospedali, Rsa, smaltimento reflui e reti di trasporto anche durante i picchi di calore.

Infine, il binomio imprescindibile: l’adattamento è vano se disgiunto dalla lotta alla dipendenza dai combustibili fossili. Adattamento e decarbonizzazione devono procedere sempre di pari passo. Occorre avviare una revisione critica per bloccare i nuovi progetti di generazione fossile e le infrastrutture del gas, azzerare in modo progressivo i dannosi sussidi ambientali e rivedere al rialzo gli obiettivi di decarbonizzazione previsti dal Pniec per il 2030, individuando puntualmente tutte le misure utili a raggiungerli.


L’UDC mette in discussione lo Stato di diritto

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Di Jürg Müller-Muralt, Infosperber

In Svizzera è in corso, in un certo senso, un dibattito politico pubblico permanente. Dall’inizio del 2025 alla metà del 2026 solo a livello federale sono stati sottoposti a votazione popolare dieci progetti di legge – preceduti da un dibattito pubblico di portata spesso epica. La gamma dei temi è molto ampia e di varia rilevanza: si è discusso, tra l’altro, dell’estensione della sovranità doganale della Confederazione agli alcolici, di questioni relative al contante, alla tassazione individuale e alla creazione di un fondo per il clima, fino alla richiesta di ridurre drasticamente i canoni radiofonici e televisivi e di arrestare la crescita demografica a dieci milioni di persone. I referendum facoltativi e obbligatori, e il diritto di iniziativa, sono un tratto distintivo della democrazia elvetica.

È anche un prodotto di esportazione, e trova molti ammiratori anche oltre i confini svizzeri. In Germania, negli ultimi circa 40 anni sono già state presentate diverse proposte che si rifanno alla vicina Confederazione. Nel 2002, ad esempio, l’SPD e Bündnis 90/Die Grünen hanno presentato un progetto di legge per «l’introduzione dell’iniziativa popolare, del referendum popolare e del referendum consultivo nella Legge fondamentale». Nel Bundestag tedesco il progetto ha persino ottenuto la maggioranza, ma è fallito per mancanza della maggioranza dei due terzi.

Sull’onda della democrazia diretta cavalcano però anche ambienti la cui reputazione democratica non è al di sopra di ogni dubbio. Quando il Partito Nazionaldemocratico Tedesco (NPD) – oggi in gran parte irrilevante (dal 2023 «Die Heimat») – esaltava ripetutamente la democrazia diretta svizzera, non si trattava certo di un complimento di cui la Svizzera potesse andare fiera. Ormai praticamente tutti i partiti europei, da quelli populisti di destra a quelli di estrema destra, giocano la carta della democrazia diretta. Il Rassemblement National francese, il partito spagnolo Vox, l’FPÖ austriaco e gli attuali partiti della coalizione italiana Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sostengono gli strumenti della democrazia diretta. Il più attivo in questo senso è l’AfD in Germania. Nel suo programma politico si legge: «L’AfD si impegna a introdurre anche in Germania i referendum popolari sul modello svizzero».

Democrazia diretta e  demagogia

Ma torniamo alla Svizzera. Anche qui ci sono voci critiche che non vedono sempre la democrazia diretta sotto una luce rosea. Una delle prime voci di allarme fu quella del liberale di Neuchâtel Numa Droz, consigliere federale dal 1876 al 1892. Nel 1893 fu sottoposta a votazione la primissima iniziativa popolare federale: il divieto di macellazione senza stordimento. Fu approvata dal popolo e dai cantoni. L’iniziativa era fortemente improntata a risentimenti antisemiti ed era palesemente rivolta contro gli ebrei. Nel 1894 prese poi la parola Numa Droz. Per lui era chiaro che con l’introduzione dell’iniziativa popolare nel 1891 e con l’approvazione di questa iniziativa di matrice antisemita fosse iniziata «l’era della demagogia».

Le iniziative dell’UDC «minano i principi dello Stato di diritto»

Niccolò Raselli, ex giudice ordinario del Tribunale federale svizzero, ne parla in un articolo pubblicato di recente sulla rivista online «Geschichte der Gegenwart» dal titolo «Il potenziale seduttivo plebiscitario degli strumenti di democrazia diretta».

Nel suo saggio, Raselli illustra, sulla base delle iniziative dell’UDC tra il 2009 e il 2026, «come le votazioni democratiche siano state utilizzate per relativizzare i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, ma anche il diritto internazionale, nonché per minare i principi dello Stato di diritto».

  • Esempio 1: L’iniziativa per il divieto del burqa («Sì al divieto di coprirsi il volto», 2021). Secondo Raselli, un divieto generale di coprirsi il volto è una «misura drastica e sproporzionata. Le donne che indossano il velo integrale non vengono affatto protette dal divieto, ma piuttosto emarginate dalla vita pubblica e discriminate». La controproposta del Consiglio federale e del Parlamento è stata respinta nella votazione popolare, mentre l’iniziativa è stata approvata.
  • Esempio 2: L’iniziativa sui minareti («Contro la costruzione di minareti», 2009). È stata respinta dal Consiglio federale e dal Parlamento, ma approvata dal popolo. Secondo Raselli, essa viola «la libertà di religione, il divieto di discriminazione e, data la sua assolutezza, il principio di proporzionalità».
  • Esempio 3: L’iniziativa «Per l’espulsione degli stranieri criminali» (2010). Essa «revoca automaticamente agli stranieri, indipendentemente dal loro status ai sensi del diritto degli stranieri, il diritto di soggiorno e ogni diritto legale alla permanenza in Svizzera, qualora siano stati condannati per determinati reati o abbiano percepito in modo abusivo prestazioni delle assicurazioni sociali o dell’assistenza sociale». L’iniziativa non sarebbe compatibile né con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), né con il Patto II dell’ONU (Patto internazionale sui diritti civili e politici), né con il principio di proporzionalità. Il Consiglio federale e il Parlamento l’hanno quindi respinta. Il popolo l’ha invece approvata.
  • Esempio 4: Di conseguenza, il Parlamento ha inserito nel Codice penale una clausola per i casi di particolare difficoltà, che si applica quando l’espulsione comporterebbe un grave disagio personale e l’interesse pubblico all’espulsione non prevalerebbe, il che è valso al Parlamento l’immediata accusa di violazione della Costituzione da parte dell’UDC. E quest’ultima è passata all’azione: con la cosiddetta «iniziativa di applicazione» (2016) ha chiesto «l’espulsione senza eccezioni e sistematica dalla Svizzera degli stranieri che hanno commesso reati», accettando così di minare i principi dello Stato di diritto. L’iniziativa è stata respinta dal popolo.
  • Esempio 5: Dopo la bocciatura dell’iniziativa, l’UDC ha lanciato la cosiddetta «Iniziativa sull’autodeterminazione» («Diritto svizzero invece di giudici stranieri», 2018). Chiedeva che in futuro la Costituzione federale avesse la precedenza sul diritto internazionale, il che avrebbe portato alla denuncia della CEDU. Sebbene anche questa sia stata respinta dal popolo, «gli avvenimenti dimostrano tuttavia come l’iniziativa popolare venga sempre più spesso strumentalizzata come veicolo populista per l’affermazione di obiettivi estremisti».
  • Esempio 6: L’iniziativa «Contro l’immigrazione di massa» (2014). Essa limita il numero dei permessi di soggiorno per gli stranieri in Svizzera attraverso quote massime annuali e contingenti e vieta i trattati internazionali che violino questo articolo. «L’iniziativa non è compatibile né con l’accordo sulla libera circolazione con l’UE né con quello degli Stati dell’EFTA. Il Consiglio federale e il Parlamento l’hanno respinta, mentre il popolo l’ha approvata. Di conseguenza, il Parlamento ha attuato l’iniziativa mediante una modifica legislativa conforme al diritto internazionale, il che ha valso al Parlamento, da parte dell’UDC, l’accusa di violazione della Costituzione.»
  • Esempio 7: L’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni» (2026). Essa mirava al diritto d’asilo e alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati, alla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’UE, all’Accordo di Schengen, al Sistema d’informazione Schengen, indispensabile per la sicurezza, e all’Accordo di Dublino, rilevante per il funzionamento della procedura d’asilo. L’iniziativa è stata respinta dal popolo.
I populisti di destra vogliono aggirare il Parlamento

L’ex giudice federale Niccolò Raselli sottolinea che, dal punto di vista dei contenuti, non esistono barriere istituzionali efficaci contro le iniziative contrarie ai diritti umani. I diritti popolari, fortemente sviluppati, presuppongono una cultura politica improntata al rispetto e alla considerazione reciproca. Raselli conclude: «Per i populisti, democrazia non significa né separazione dei poteri né controllo del potere. Piuttosto, essi sperano che il legame plebiscitario con il cosiddetto popolo consenta loro di raggiungere meglio i propri obiettivi – aggirando il Parlamento –, ovvero l’assolutizzazione della sovranità popolare a scapito delle minoranze, l’emarginazione degli stranieri sulla base di caratteristiche nazionalistiche e culturalistiche quali la lingua, la religione o l’etnia, lo smantellamento delle garanzie dello Stato di diritto e il controllo della magistratura.»

Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: la democrazia diretta in azione: votazione alla Landsgemeinde di Glarona nel maggio 2026


Musk incorona Le Pen: “L’ultima speranza della Francia”

In agenda nazionalizzazioni e piano casa. I mercati aspettano il governo 

La Stampa

«L’ultima speranza della Francia». Così Elon Musk ha definito Marine Le Pen, affidando il suo endorsement a un post su X, il social network dove il miliardario può contare su 240 milioni di follower. Il messaggio arriva a pochi giorni dalla decisione della leader del Rassemblement National di rilanciare la propria candidatura alle presidenziali francesi, nonostante una condanna per frode.

Il tifo verso destra

Per Musk non si tratta di una novità: il patron di Tesla e SpaceX aveva già espresso in passato apprezzamento per Le Pen. Ma questa è la prima volta che prende posizione apertamente dopo il ritorno ufficiale della leader dell’estrema destra nella corsa all’Eliseo, dove punta a sfidare il successore del presidente centrista Emmanuel Macron nel voto del prossimo anno. L’appoggio a Le Pen si inserisce nella rosa di sostegni politici che Musk ha costruito negli ultimi mesi tra i movimenti della destra radicale europea, come il partito tedesco AfD e il candidato ultranazionalista rumeno Călin Georgescu. La presa di posizione non ha tardato a provocare reazioni, come quella del ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, che ha invitato Musk a cambiare prospettiva citando un proverbio francese: «Solo gli sciocchi non cambiano idea».

La condanna per frode

Dal canto suo, la leader francese ha avviato all’inizio del mese la sua quarta campagna presidenziale. Il suo Rassemblement National, considera infatti le prossime presidenziali l’occasione perfetta per conquistare l’Eliseo dopo il decennio macroniano. Il tutto annunciandolo poche ore dopo la conferma in appello della condanna per appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo. La sentenza ha previsto un’interdizione dai pubblici uffici di 15 mesi (già trascorsi) e un anno di pena da scontare con sorveglianza elettronica. Le Pen ha però deciso di ricorrere alla Corte di Cassazione, cercando di mantenere aperta la strada verso la candidatura.

La «caccia alle streghe»

Già lo scorso anno Musk era intervenuto in sua difesa rilanciando le parole di Donald Trump, che aveva definito il procedimento giudiziario contro Le Pen una «caccia alle streghe». In quell’occasione la reazione di Parigi era stata molto più dura: accusa di ingerenza straniera negli affari interni francesi. Ma Musk non si era fatto scalfire: «Liberate Le Pen!», aveva scritto.

Nell’immagine: nerissimi


Che cosa è “Pickaxe Mountain”, il sito nucleare iraniano nel mirino di Trump

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La Repubblica

Pickaxe Mountain potrebbe diventare il prossimo obiettivo dei raid Usa. Lo ha dichiarato il presidente americano Donald Trump accendendo i riflettori sul sito nucleare che gli iraniani avrebbero costruito a centinaia di metri sotto una montagna alta circa 1.600 metri e che si troverebbe a 1,5 chilometri a sud del centro di arricchimento dell’uranio di Natanz, nel cuore dell’altopiano iraniano nella provincia di Isfahan, ad alcune centinaia di chilometri da Teheran. In farsi “Kuh-e Kolang Gaz La”, “Monte del Piccone” in italiano, la montagna ospiterebbe un sito nucleare costruito sotto il granito, fino a 145 metri secondo l’Institute for science and international security (Isis) di Washington, addirittura a 600 metri secondo altre valutazioni.

il sito è però protetto da una roccia densa ed è così in profondità da poter resistere ai “bunker buster” americani. Risulterebbe quindi più difficile da colpire rispetto all’impianto di Fordow, cuore del programma nucleare di Teheran colpito a giugno dello scorso anno con diverse bombe Gbu-57.

Il complesso di Pickaxe Mountain si estenderebbe per circa un chilometro quadrato sul versante montuoso della catena degli Zagros e si sospetta che ospiti impianti di arricchimento dell’uranio e depositi di stoccaggio, all’interno di tunnel e bunker costruiti in profondità proprio per resistere agli attacchi. Dalla analisi delle immagini satellitari, condotta dall’Institute for science and international security, la costruzione del sito è iniziata intorno al 2020. Gli iraniani l’hanno protetto con una recinzione di sicurezza lunga diversi chilometri attorno alla montagna, collegandola alla recinzione perimetrale che circonda il complesso di arricchimento di Natanz.

L’Iran l’ha descritto come un impianto di assemblaggio di centrifughe, ma agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) non è mai stato concesso l’accesso. Le immagini satellitari hanno mostrato scavi estesi e la costruzione di tunnel, ma lo scopo esatto del complesso non è stato confermato pubblicamente. Secondo l’Aiea, qui potrebbe trovarsi una quantità di uranio arricchito al 60 per cento.

A partire dagli attacchi del giugno del 2025, molti analisti sostengono che le attività su Pickaxe Mountain siano decisamente aumentate. Secondo l’Institute for science and international security, il mese scorso veicoli e camion sono stati visti transitare lungo le strade che conducono agli ingressi occidentali della struttura e nelle zone circostanti. Tale attività, afferma l’istituto, indica “che i lavori all’interno del complesso del tunnel, così come il consolidamento dell’ingresso, sono in corso”.

Gli ingressi orientali erano stati precedentemente bloccati in modo parziale con terra, apparentemente per impedire ai veicoli di entrare o uscire rapidamente. Secondo l’istituto, l’attività viola il memorandum d’intesa firmato tra Stati Uniti e Iran, che impone a Teheran di mantenere lo status quo del suo programma nucleare, incluso il divieto di costruzione o ricostruzione presso i siti nucleari.


Anche senza la “tassa The Donald”, quanto ci costa il conflitto nello Stretto

In agenda nazionalizzazioni e piano casa. I mercati aspettano il governo 

Di Fabrizio Goria, La Stampa

Il conto lo pagheranno, alla fine, i consumatori. L’annuncio, e la retromarcia dopo nemmeno 24 ore, del presidente statunitenseDonald Trump di voler imporre un pedaggio del 20% sui carichi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz ha fatto tremare i mercati energetici globali. «Non manderemo più le nostre petroliere nell’area», spiega Herbjørn Hansson, amministratore delegato del colosso Nordic American Tankers, sintetizzando il caos che avvolge l’industria marittima. La Casa Bianca rivendica il ruolo di “guardiano” armato del canale per chiedere rimborsi – sotto forma di investimenti negli Usa – agli alleati, a cominciare dai Paesi del Golfo Persico. L’Iran dice che imporrà comunque dazi, incuranti del rumore geopolitico di fondo. Secondo gli esperti, il risultato sarà comunque un rincaro sistemico con prezzi più elevati per l’energia in tutto il mondo. E la rottura dei patti della navigazione finora in essere.

La tregua sui mercati non allontana l’incertezza

La calma di oggi è stata provvidenziale, ma non si potrà sapere quanto durerà. Come sottolineano gli esperti di Rand, i capovolgimenti di fronte possono continuare «fintanto che c’è un’escalation in corso fra Usa e Iran». L’idea di un rimborso obbligatorio calcolato sul valore totale delle merci che attraversano uno dei più cruciali snodi marittimi del pianeta ha fatto sussultare il prezzo del petrolio. E indotto gli Stati del Golfo a chiedere una dietrofront a Trump. Che è arrivato, a seguito della promessa di investimenti diretti negli Stati Uniti. «Ma dipenderà se le promesse saranno mantenute», ricordano gli analisti di Rand in una nota.

«Circa 16 dollari al barile»

Lo spauracchio del pedaggio del 20% non si può quindi ancora escludere, come evidenzia una fonte diplomatica a La Stampa. La quale sottolinea che, per una petroliera standard con un carico di due milioni di barili di greggio, la tassa si traduce in un esborso extra calcolato tra i 30 e i 34 milioni di dollari per un singolo viaggio. Una quota monstre che, secondo le proiezioni elaborate dall’analista Andy Lipow, numero uno dell’omonima casa d’affari, andrà ad aggiungere «circa 16 dollari al costo di ogni barile di petrolio». Non a caso, sia il greggio Wti sia il Brent sono rimasti intorno – se non oltre – a quota 80 dollari al barile. Rincari tutti trasmissibili ai consumatori, ricorda Goldman Sachs.

Lo scontro dentro l’amministrazione americana

La frattura è emersa non solo nel Golfo, bensì anche all’interno della stessa amministrazione Usa, in un cortocircuito istituzionale in grado di esporre il piano a inevitabili ricorsi nelle aule dei tribunali federali. La direttiva di Trump sarebbe entrata in collisione frontale con la linea diplomatica del Dipartimento di Stato. Solo poche settimane fa il Segretario di Stato Marco Rubio aveva scandito un principio inequivocabile, ricordando che «nessun Paese è autorizzato a imporre pedaggi o tasse su un corso d’acqua internazionale. Questa è la legge internazionale esistente». Un paradosso che mina la credibilità del provvedimento e offre un assist legale formidabile agli oppositori.

La bocciatura dell’Onu e degli armatori

L’Organizzazione Marittima Internazionale delle Nazioni Unite ha rigettato la proposta con una nota ufficiale, ribadendo che l’agenzia «si oppone con fermezza all’imposizione di tariffe per il passaggio attraverso stretti utilizzati per la navigazione internazionale». L’International Chamber of Shipping rincara la dose e condanna la misura parlando di un inaccettabile passo «retrogrado» per le catene di approvvigionamento. L’organizzazione, spiegano fonti qualificate, teme l’effetto domino e avverte che «per noi cedere su Hormuz aprirebbe le porte a simili tariffe protezionistiche in altri passaggi marittimi vitali».

Le compagnie energetiche sfidano la Casa Bianca

Da rilevare c’è anche il fatto che la reazione dell’industria privata è orchestrata, monolitica e determinata a boicottare le direttive della Casa Bianca attraverso strategie di elusione e una dura opposizione frontale. Mike Wirth, presidente e ceo di Chevron, in una nota ha parlato a nome dei grandi caricatori di energia e ha affermato con nettezza che la sua flotta «non pagherà mai pedaggi per spostare carichi attraverso Hormuz», ergendo la libertà di navigazione a principio globale non negoziabile. Anche il colosso tedesco della logistica Hapag-Lloyd ha bocciato il progetto senza mezzi termini, diramando un comunicato per definire l’idea «fondamentalmente sbagliata» e una «pessima idea» a prescindere dal beneficiario finale degli incassi. L’azienda sottolinea che i canali naturali, a differenza di infrastrutture artificiali da miliardi di dollari come Suez o Panama, non possono esigere dazi di transito. Tradotto: se ci dovesse essere incertezza su Hormuz, andremo su altre vie marine, meno costose e rischiose.

Il Golfo cerca una via d’uscita

Nel frattempo, i produttori di greggio del Golfo, sebbene chiamati in causa per il rimborso dei costi militari, stanno accelerando i piani per emanciparsi dal ricatto geografico dello stretto. Gli Emirati Arabi Uniti studiano nuovi terminali esterni, mentre l’Arabia Saudita potenzia a ritmi serrati il gigantesco oleodotto East-West per dirottare il greggio verso il Mar Rosso. Un modo per evitare nuovi ricatti geopolitici.