Gaza, vivere tra le macerie che intrappolano una famiglia

SPECIALE 7 OTTOBRE – PALESTINA Un raid israeliano gli ha ucciso la moglie, i figli, la madre. Della casa restano le rovine. La storia di Musab Madoukh 

Di Lina Ghassan Abu Zayed, il manifesto

Nel quartiere di Sabra, a Gaza City, Musab Madoukh vive ancora vicino al luogo che un tempo era la casa della sua famiglia. Oggi è ridotta in macerie e i resti di alcuni suoi parenti sono ancora intrappolati al di sotto. Per Musab quelle rovine sono più che i resti di una casa: sono l’ultimo luogo in cui sua moglie, i suoi figli, sua madre, sua sorella e altri familiari sono stati insieme.

IL 29 GENNAIO 2024 la casa della famiglia Madoukh, nei pressi della moschea Abdullah Azzam a Sabra, è stata colpita da un bombardamento israeliano. Secondo la testimonianza di Musab pubblicata da Filastin, all’interno si trovavano 19 persone, tra cui sua moglie Samia e i loro cinque figli, sua madre Suhaira, i suoi fratelli Suhaib ed Ezz al-Din, sua sorella Doha, il marito di lei Mahmoud al-Ghurra e i loro figli. Musab non c’era, era uscito poco prima. Quei minuti trascorsi lontano lo avrebbero reso l’unico sopravvissuto.

Dopo il bombardamento, parenti e soccorritori hanno setacciato le macerie. Alcuni corpi sono stati recuperati, altri no. Mesi dopo Musab è ancora lì: «Sto attraversando un momento estremamente difficile. Vivo vicino alla mia casa distrutta. Ho cercato di riparare le parti danneggiate per poterci vivere, non posso allontanarmi da questa zona: i miei figli sono ancora sotto le macerie», racconta. Andarsene significherebbe allontanarsi dall’ultimo luogo che ha ospitato la sua famiglia: «Ma non c’è gioia qui. Ogni volta che mi avvicino, provo dolore».

Tra le persone che ha perduto c’era sua sorella Doha, incinta quando la casa è stata colpita. Per Musab, un’altra perdita senza fine: quel bambino avrebbe dovuto entrare a far parte della famiglia ma il suo destino è diventato un’altra domanda senza risposta.

A VOLTE MUSAB setaccia le macerie alla ricerca dei resti dei suoi cari. Non cerca sopravvissuti, cerca i morti. La sua unica speranza è dare loro una sepoltura dignitosa. La casa è un luogo di attesa: Musab non si aspetta che la famiglia torni. Sua moglie non varcherà la porta. I suoi figli non lo chiameranno. Sua madre non lo saluterà. Sua sorella non tornerà con il bambino che portava in grembo. Ma continua ad aspettare ciò che resta di loro.

Il suo dolore non si ferma però alla distruzione della sua famiglia: Musab è stato arrestato circa un mese e mezzo dopo l’attacco e portato in un centro di detenzione israeliano quando il destino della sua famiglia era ancora incerto. Ha trascorso quasi un anno e otto mesi in detenzione, secondo la sua testimonianza pubblicata da Al Jazeera. È stato rinchiuso in diversi centri di detenzione, tra cui Sde Teiman, Ofer e il Negev, ed è stato anche portato ad Ashkelon durante gli interrogatori.

Ha descritto la detenzione come un periodo di sofferenza psicologica e fisica, caratterizzato da carenze alimentari, assistenza medica inadeguata e isolamento dal mondo esterno. Ma per Musab, il dolore della prigionia era indissolubilmente legato alla perdita che aveva già subito. Non era un prigioniero semplicemente separato da una famiglia che attendeva il suo ritorno.

Il 13 ottobre 2025, Musab è stato rilasciato. Per molti prigionieri, il rilascio significa tornare dalle proprie famiglie. Significa rivedere i propri figli, abbracciare i propri genitori o tornare in una casa dove c’è qualcuno che li aspetta. Per Musab non c’era nessuno ad aspettarlo. È tornato a Gaza e tra le macerie della casa dove erano stati uccisi 19 membri della sua famiglia.

«SONO STATO RILASCIATO dal carcere il 13 ottobre 2025 e sono tornato per affrontare un’altra tragedia tra le macerie della mia casa, in attesa dei corpi dei miei cari», ha raccontato. È tornato in una casa senza sua moglie. È tornato senza i suoi figli. È tornato senza sua madre né sua sorella. È tornato in una casa dove alcuni dei suoi familiari giacciono ancora sotto le macerie. Da allora, è rimasto vicino alla casa distrutta. Dice che la presenza dei corpi sotto le macerie è «una ferita aperta che non guarisce» e ha chiesto le attrezzature necessarie per recuperare i resti di coloro che sono ancora sepolti lì.

La guerra gli ha portato via la famiglia. La detenzione gli ha sottratto quasi altri due anni di vita. E quando finalmente è uscito di prigione, non c’era più una casa di famiglia in cui tornare. Laddove gli altri vedono una casa distrutta, lui vede l’ultimo luogo in cui la sua famiglia era viva.

Nell’immagine: la famiglia al-Yazji rompe il digiuno di Ramadan tra le macerie di Gaza


Jill Lepore: “Una tecno-setta tiene le redini dell’IA”

SPECIALE 7 OTTOBRE – PALESTINA Un raid israeliano gli ha ucciso la moglie, i figli, la madre. Della casa restano le rovine. La storia di Musab Madoukh 

Di Raffaella De Santis, La Repubblica

FRANCOFORTE

Dalla Buchmesse viene lanciato l’allarme: facciamo qualcosa o l’intelligenza artificiale distruggerà le nostre democrazie. Gli Stati liberali rischiano di trasformarsi in “automatocrazie”, dice Jill Lepore, che ieri ha aperto la fiera di Francoforte ricordando che siamo sulla soglia di un bivio: oltre questa linea c’è la disumanizzazione. È stata una Opening Conference di quelle che si ricorderanno. Fra qualche anno potremo dire che il mondo del libro non è rimasto zitto, che ha chiesto aiuto alla politica per difendere il copyright e la libertà di espressione. È stato anche presentato un appello, firmato da 120 editori, per reclamare trasparenza sulle opere utilizzate per l’addestramento dell’intelligenza artificiale.

Lepore, storica ad Harvard, premio Pulitzer vinto quest’anno, è autrice di un libro uscito in Italia proprio ieri per Rizzoli, intitolato significativamente Ascesa e caduta dello Stato artificiale. Chiamata sul palco, sorride ma non arretra, non teme di sembrare pessimista né di attaccare le Big Tech. Nella sua visione stiamo abbandonando le categorie razionali e facendo spazio a una nuova tecnoreligione. A Repubblica spiega come l’IApuò trasformarsi in un incubo.

Nel suo libro descrive l’ascesa dell’intelligenza artificiale quasi come una nuova religione, come mai?

«Le aziende della Silicon Valley parlano da molto tempo della propria “missione”, i loro leader si presentano come dei missionari. Se andiamo ad analizzare il linguaggio che usano, vediamo che deriva dal cristianesimo. È messianico, salvifico. Dicono di cercare di preservare il futuro dell’umanità. La dimensione è senza dubbio religiosa, non la liquiderei come semplice iperbole. Inoltre amano rendere misterioso il proprio potere e la fonte della loro conoscenza».

Siedono sul lato opaco del potere, stanno rispolverando gli arcana imperii?

«Per tipi come Elon Musk o Mark Zuckerberg è preferibile che la gente comune non capisca ciò che soltanto loro sono in grado di conoscere, quasi fossero dei sacerdoti».

Sono una setta misterica che ha in mano le sorti del mondo?

«Li osservi bene. Vestono tutti allo stesso modo, indossano una sorta di paramenti: scarpe da ginnastica nere, jeans neri, maglietta nera, felpa nera con cappuccio, cappellino da baseball nero. Una specie di uniforme che fa parte della loro cultura dell’autorità. Sia nella retorica che usano, sia nel modo in cui si presentano al mondo, hanno i tratti di una nuova religione».

In quale misura questa nuova fede è un rischio per le nostre democrazie?

«Sam Altman pensa che un presidente degli Stati Uniti basato sull’intelligenza artificiale sarebbe migliore di un presidente umano. Quando lo diceva, non stava facendo una battuta su Trump, del tipo “qualunque cosa sarebbe meglio di Trump”. Intendeva dire che una macchina sarebbe più efficiente e rappresenterebbe meglio gli interessi della popolazione. Ciò rivela una profonda incomprensione della natura del nostro sistema costituzionale, con i suoi pesi e contrappesi, la separazione dei poteri e il diritto dei cittadini a mettere sotto accusa chiunque sia stato eletto alla presidenza. Non è una forma utopica di democrazia, si chiama totalitarismo. Non so che cosa si possa fare, ma ho più fiducia che intervenga l’Europa piuttosto degli Stati Uniti, che pure dovrebbero farlo».

La politica americana su questo fronte latita. È colpa di Trump o si tratta di problemi di lunga data?

«Direi che latita a partire dagli anni Ottanta, durante l’era Reagan, con la spinta verso la deregolamentazione. Da allora in poi il Congresso ha rinunciato di fatto alla propria responsabilità di indagare se i nuovi strumenti provenienti dalla California potessero rappresentare un rischio per la vita politica americana e per la società civile».

Trump non ama il nome “intelligenza artificiale”.

«Ha proposto “superintelligence”. Inoltre ha stretto una sorta di accordo tra gentiluomini con le aziende dell’IA e lo ha chiamato “Costituzione”. Una Costituzione è un documento scritto da delegati eletti dal popolo, ratificato dal popolo e modificabile dal popolo, non un patto informale. È incredibile».

Se le macchine prendono il potere come in un racconto di fantascienza, cosa rimane dell’umano?

«Questo è il punto. Zuckerberg dice che nei fine settimana gli piace cucinare con una delle sue figlie e che sarebbe fantastico se una macchina potesse scegliere una ricetta, fare la spesa e far consegnare a casa tutti gli ingredienti. Altman vuole caricare il proprio cervello su un computer quando morirà, in modo da poter vivere per sempre come una macchina. Non è così che la maggior parte delle persone immagina la felicità».

Nella tradizione costituzionale americana c’è proprio il diritto alla ricerca della felicità.

«E se il governo smette di garantirlo, puoi cambiare quel governo, togliergli il consenso. Nel 1958, nel saggio Vita activa, Hannah Arendt scriveva di temere un futuro in cui avremmo creato macchine in grado di pensare e parlare al posto nostro. Tre anni prima era stato coniato il termine “intelligenza artificiale”. Lo Stato artificiale è il sogno di recidere i legami degli esseri umani non soltanto con il mondo naturale, ma anche degli uni con gli altri. È un futuro nel quale saremo governati — e sostituiti — da macchine possedute da aziende. I social media non hanno fatto che aumentare la nostra solitudine».

L’arte, la letteratura, le humanities in generale scompariranno?

«Sono vulnerabili, certo, ma nessuna democrazia può prosperare senza un elettorato capace di leggere. Penso che una gran parte della saggezza dell’umanità sia contenuta nella storia dell’arte, nella storia dell’architettura, nella storia della letteratura, nella storia della filosofia. Dovremo studiare i migliori pensatori e i migliori artisti per riuscire a comprendere nuovamente che cosa c’è nell’essere umano che consideriamo così prezioso, e quindi evitare di cederlo».

Il Libro

Ascesa e caduta dello Stato artificiale di Jill Lepore (Rizzoli, trad. di L. Rodinò e R. Prencipe,, pagg. 352, euro 24)

Nell’immagine: la storica Jill Lepore

 


L’insostenibile questione sociale

SPECIALE 7 OTTOBRE – PALESTINA Un raid israeliano gli ha ucciso la moglie, i figli, la madre. Della casa restano le rovine. La storia di Musab Madoukh 

Di Francesco Manacorda, La Repubblica

Il viaggio in dieci puntate che Repubblica ha appena concluso nell’Italia dei piccoli salari racconta non solo le storie dei working poor di casa nostra, ma anche lo slittamento, in apparenza inarrestabile, di una classe media che resta tale per cultura, aspirazioni e bisogni, e che si sente invece ogni giorno un po’ più lontana — prima di tutto nelle condizioni di vita materiali — dalle premesse su cui contava e dalle speranze che coltivava.

Per molti si tratta inoltre di una caduta che pesa ancora di più perché arriva a pochi anni di distanza da quella che era stata vissuta, al contrario, come un’ascesa: l’emancipazione in termini di studi, di consumi, di sicurezza economica dalla generazione dei loro genitori e da quelle precedenti. Ora non più.

È un tema, quello della sofferenza della classe media, specie nelle sue fasce meno qualificate, legato a cambiamenti che investono tutto il mondo, ma che da noi si declina con particolare urgenza in termini di lavoro e di stipendi, quando non di precarietà. Di classifiche che mostrano quanto in Italia i lavoratori dipendenti siano pagati meno che in altri Paesi industrializzati si possono riempire gli archivi.

Secondo l’Ocse, per fare solo un esempio, nel 2025 il salario medio annuo era di circa 34.700 euro in Italia, contro oltre 44mila in Francia e quasi 55mila in Germania. E in un Paese ad alta e solo relativamente contrastata evasione fiscale come l’Italia, il lavoro dipendente soffre di un’ulteriore condizione penalizzante: è in sostanza l’unico che paga fino in fondo tutte le tasse.

Sempre l’Ocse calcola che nel primo trimestre di quest’anno i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1% rispetto all’inizio del 2021: il divario più ampio tra le grandi economie esaminate. Sul perché di questo divario le ipotesi più accreditate riguardano la piccola dimensione media delle imprese italiane, la loro scarsa produttività e la scelta delle aziende di puntare sulla compressione dei salari e non sull’innovazione come fattore competitivo.

Ma, al di là delle analisi, la sostanza è che gli stipendi italiani, specie i più bassi, vanno aumentati e il lavoro salariato deve ritrovare in pieno una sua dignità, certificata prima di tutto dal trattamento economico. Per questo nella prossima campagna elettorale, e soprattutto nell’azione di chi poi governerà, il tema del lavoro deve diventare centrale.

È una questione di giustizia sociale, ma è anche una questione ben più ampia di tenuta del sistema democratico. Una democrazia viva si alimenta di forme di democrazia sostanziale, e a sua volta le alimenta, in un circolo virtuoso.

Se il circolo si inceppa, rischia di diventare un guscio vuoto. E i presupposti che dovrebbero garantire a ogni cittadino la partecipazione, in piena eguaglianza, all’esercizio del potere pubblico minacciano di incrinarsi non solo sul versante dell’eguaglianza sostanziale — visto che quella economica è sempre più in discussione — ma anche nella possibilità stessa della partecipazione di chi invece si sente sempre più escluso dalla costruzione sociale.

«Sa che cosa è che mi fa arrabbiare davvero? Il fatto di non poter scegliere», dice in una delle nostre storie Donatella Conte, 61 anni, addetta al banco gastronomia di un supermercato romano. Parla delle scelte di vita, della relativa libertà che potrebbe darle uno stipendio sufficiente. Ma l’impossibilità di scegliere e la mancanza di fiducia nel futuro fanno presto anche a trasformarsi in astensione elettorale.

La salute della democrazia in generale ha insomma a che fare anche con la democrazia contrattuale. Anche in questo caso si possono citare studi su studi che dimostrano come non solo l’aumento delle diseguaglianze, ma anche la perdita di potere d’acquisto, l’insicurezza economica e la stagnazione dei salari innescano un meccanismo noto: redditi fragili producono insicurezza e perdita di status; la percezione che il sistema non protegga più il lavoro intacca la fiducia e il senso di efficacia dell’azione politica e cresce così la disponibilità verso partiti populisti, radicali o che si propongono come avversari dell’establishment.

Un meccanismo che non a caso in tempi recenti è stato amplificato dalla grande incognita dell’Intelligenza artificiale, con le sue promesse ma soprattutto con le sue minacce di svuotare gli uffici come altre rivoluzioni tecnologiche hanno svuotato le fabbriche.

L’avanzata delle formazioni populiste, se non dichiaratamente ostili ai principi fondanti delle democrazie liberali, è del resto un fenomeno globale, che non riguarda solo casa nostra. Per fermarsi all’Europa, vale per la Germania con l’economia in frenata e i tagli decisi da un’impresa-simbolo come la Volkswagen, e anche per la Grecia e la Spagna, dove la crescita, letta con i numeri della macroeconomia, è superiore alla media europea, ma i suoi benefici non arrivano a tutti allo stesso modo.

L’Italia vive quindi un problema comune, ma in condizioni aggravate proprio dalla sua stagnazione salariale. Capirlo, e capire soprattutto che anche da questo dipende la tenuta della democrazia, è un passo rimandato da troppo tempo.

Nell’immagine: Napoli


Se cade Brasilia per Trump sarà bottino pieno

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Di Roberto Livi, il manifesto

Cade il più importante baluardo anti Trump in America Latina? È questo il messaggio geopolitico che emana l’amara sconfitta di Lula da Silva in Brasile nei confronti di Bolsonaro jr. L’esito, del tutto inaspettato , della prima tornata presidenziale va in questa direzione.

Il tycoon si appresta a brindare secondo il suo slogan favorito, «The winner takes it all», il vincitore prende l’intero bottino, che in questo caso è il subcontinente a Sud del Rio Bravo. Le cose gli vanno male all’interno e in Medio oriente, ma si avvia alla «riconquista» dell’America Latina.

Questo era l’obiettivo della dottrina che porta il suo nome, la Donroe, annessa come corollario alla Strategia nazionale della sicurezza (NSS) degli Usa, varata alla fine dell’anno scorso. Essa prevede il controllo dei beni del subcontinente, definiti «asset strategici degli Stati Uniti». Nessun riferimento all’esportazione della democrazia made in Usa – come invece era il centro della dottrina Monroe del 1823. Quello che importa è il bottino.
Così è stato con il blitz su Caracas il 3 gennaio e il rapimento del presidente Maduro e della consorte Cilia Flores: si è visto poche settimane fa che vale a Trump il controllo di giacimenti di petrolio in Venezuela, valutati più di 40 miliardi di barili.

La presidente (tuttora ad interim) Delcy Rodríguez, può stare solo a guardare (ne va della sua testa, come le ha intimato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio). La premio Nobel María Corina Machado, non può, almeno fino a oggi, nemmeno tornare in patria come ha tentato un paio di volte nelle ultime settimane: nessun staterello del Caribe le dà il permesso di atterrare in transito. Di elezioni e di democrazia in Venezuela se ne parlerà quando Trump deciderà che il paese è «pronto alla transizione».

È l’«eccezione America Latina», bellezza, affermano gli aedi di Trump. Già l’aveva dimostrato il 7 marzo, riunendo a casa sua, a Mar-A-Lago in Florida, dodici leader, esponenti della nuova e radicale destra latinoamericana, che hanno firmato l’accordo battezzato “Scudo delle Americhe”. Il nemico comune sono le organizzazioni narcos (definiti i nuovi terroristi) e le sinistre antifa. Militari e leader politici latinoamericani sono i guardiani degli «asset strategici» Usa, i primi con le armi (e l’intelligence) sottomessi al Pentagono; i secondi al tycoon. Naturalmente lo scudo in questione è rivolto soprattutto contro la penetrazione cinese nel Sud dell’Emisfero occidentale.
Sono questi i termini sostanziali che hanno accettato anche gli ultimi vassalli, Keiko Fujimori e Abelardo de la Espriella, entrambi eletti alla presidenza con un pugno di voti – e pesante ingerenze di Washington – in Perù e in Colombia. A questo punto mancavano tre importanti ridotti: Cuba, Messico e Brasile.

l primo è sotto strangolamento economico con un blocco sia di petrolio sia di medicinali e prodotti di prima necessità che non vengano, col contagocce e con evidenti scopi politici, dagli Usa. La presidente messicana Claudia Sheinbaum , seppur sotto schiaffo (della Dea e dei reparti speciali Usa che minacciano di entrare negli Stati messicani confinanti per combattere i narcos) si mantiene a schiena dritta. Ma può farlo fino a quando avrà l’appoggio del Brasile.

Così è chiaro che il vero baluardo anti Trump – per popolazione, estensione e produzione – era ed è il Brasile governato da Lula. Il quale ha messo in chiaro che, con lui, «il nostro paese non entra nel cortile di casa degli Usa».Il terzo mandato di Lula ha dato frutti – aumento del salario minimo, crescita economica e livelli di disoccupazione ai minimi storici. Ma non ha avuto una vittoria politica che gli permettesse di affrontare Flávio Bolsonaro come prestanome di interessi sinistri ma enormi: la lobby delle scommesse, truffatori bancari e della sicurezza sociale, crimine organizzato. Ma soprattutto della Miami imperiale. Il suo programma interno è mano dura, ma quello che importa è la sua volontà di affidare a Trump e Rubio i minerali strategici e la sovranità del paese in cambio della libertà di suo padre, Jair.

Pure in questo caso l’intervento degli Usa è stato pesantissmo: l’agenzia nazionale brasiliana di intelligence, la Abin, ha presentato prove dell’ingerenza «apertamente riconosciuta» degli Usa.

La protervia di Trump, ovviamente, non basta a spiegare l’«eccezione America Latina», con la possibilità purtroppo di essere confermata dal Brasile. Anche le ultime indagini di Latinobarómetro dimostrano che in tutto il subcontinente la democrazia e la sovranità non godono di buona salute. La sinistra continentale dovrà analizzare in profondità le ragioni di una sconfitta di cui porta una forte responsabilità.

Nell’immagine: cartelli contro Trump e Bolsonaro a a San Paolo, in Brasile


Dentro o fuori? Meglio fuori!

SPECIALE 7 OTTOBRE – PALESTINA Un raid israeliano gli ha ucciso la moglie, i figli, la madre. Della casa restano le rovine. La storia di Musab Madoukh 

Di Fabio Dozio, Quaderni alternativi

Lanciamo un sasso nello stagno discutendo dello stato del Cantone, e della sinistra, in vista delle elezioni politiche, previste nell’aprile dell’anno prossimo.

Si fa un gran parlare di “storica crisi istituzionale”. Al di là degli ultimi accadimenti, sembra chiaro che ci troviamo confrontati con una crisi politica, una perdita di credibilità del Consiglio di Stato, che ha avuto, già con l’arrocco di un anno fa, un punto culminante e simbolico. Ma anche la Magistratura sta attraversando un periodo travagliato.

Più di un commentatore ha lanciato la provocazione di “mandare tutti a casa” i membri dell’esecutivo. “Tabula rasa”, ha proposto il direttore de laRegione Daniel Ritzer. Giornalisticamente un pungolo appropriato e condivisibile, ma politicamente finisce per essere una proposta vana. Sostituire gli attuali cinque consiglieri con amici di partito papabili cosa cambierebbe? Poco o niente. Non ci sembra di vedere una fila di statisti pronti a salire lo scalone del Palazzo delle Orsoline.

In queste condizioni ha senso che la sinistra stia sul carro sgangherato del Governo, sempre in minoranza e dovendo subire la “trappola della responsabilità”? No, non ha senso. L’unica  vera alternativa è che la sinistra, l’attuale alleanza rosso-verde-MPS, rinunci alla partecipazione al Governo e passi all’opposizione. Vecchia storia che ogni tanto risuscita. A Berna se ne parla da anni, in Ticino meno, anche perché il governo viene eletto dai cittadini e non è condizionato in anticipo da alleanze. Nel 1920, ai primordi, si parlava di “partecipazione anticollaborazionista”, ora la musica governativa socialista è un inno al collaborazionismo.

Cosa si porta a casa?

Perché uscire dal governo? Perché si è costretti ad assumere responsabilità politiche di centro destra senza avere gli strumenti e la forza per modificarle. Alla riunione dell’alleanza di sinistra tenuta allo Spazio Aperto di Bellinzona nell’ottobre dell’anno scorso, si è ripetuto che la presenza in Consiglio di Stato è un mezzo e non un fine, si è detto che si tratta di valutare “cosa si porta a casa”. Infatti! Salvo che questo bilancio non è mai stato fatto. La partecipazione al Governo risale all’aprile del 1922 e per anni il dibattito è stato vivo: “Invischiato nelle logiche consociative, e in taluni frangenti alleato dei partiti borghesi alla guida del paese, il consigliere di stato apparve, agli occhi dei più radicali, come l’emblema dell’odiato riformismo socialdemocratico, della collaborazione e del compromesso di classe. Da qui la costante richiesta di una condotta più conforme ai principi ideali del socialismo, di un atteggiamento più duro e intransigente nei confronti della maggioranza borghese e, per i più conseguenti, dell’uscita dei socialisti dal governo cantonale”. (Tobia Bernardi, Giacomo Müller, Tracce di rosso).

Recentemente Marina Carobbio, alla RSI, ha dichiarato: “Sono socialista, sono consapevole che in governo bisogna costruire delle maggioranze. Non si va in governo solo per essere contro, ma cercare di ottenere qualcosa e nei prossimi mesi avrò anche modo di fare un bilancio di quello che ho potuto fare in quattro anni”. In questi tre anni e mezzo non abbiamo notato quali maggioranze sia riuscita a costruire Carobbio né, soprattutto, quali decisioni o misure “socialiste” siano state approvate dall’esecutivo. Ci ricordiamo però, per esempio, il suo appoggio allo sciagurato arrocco e l’approvazione del taglio dei sussidi a Supsi e USI. Ci fermiamo qui e restiamo in attesa del promesso bilancio.

Intanto merita di ricordare che la collegialità, rispettata con devozione dai consiglieri socialisti, non è una prigione. Nel regolamento che disciplina l’attività dell’esecutivo, l’articolo sulla collegialità recita: “Un membro del Consiglio di Stato può, informandone il Collegio, esprimere le proprie divergenze di voto e di opinione”. Forse ai compagni in governo il regolamento è sfuggito. Resta famosa la decisione di Patrizia Pesenti, “sdraiatasi sui binari” con l’intento di rifiutare i tagli imposti dal preventivo del 2004. Sanzionata dai colleghi di governo, la scelta procurò un ottimo risultato alle elezioni nazionali per il partito socialista.

Potrebbe  ancora avere un briciolo di senso la presenza in Consiglio di Stato se il PS dirigesse il Dipartimento della sanità e della socialità, storicamente legato ai socialisti e politicamente più funzionale. Ma nel 2019 Manuele Bertoli ha preferito mantenere il DECS anche dopo l’affossamento, in votazione popolare nel settembre del 2018, della “Scuola che verrà”. Un errore politico madornale!

C’è spazio per l’opposizione

Torniamo all’uscita dal Governo per il 2027. Vien da dire: se non ora, quando?

La situazione istituzionale non è mai stata così critica e quella politica è anche peggio. In Governo entra un esponente dell’Unione democratica di centro che, verosimilmente, sarà riconfermato ad aprile. Quindi non ci sarà più opposizione e il governo accentuerà il suo carattere destrorso. Freno alla spesa, tagli al sociale e alla formazione. Per fortuna non abbiamo un esercito cantonale, sennò finiva anche lì una montagna di milioni. In questa costellazione partitica e politica cosa ci fa la socialista? O la verde? E il combattivo Pronzini, che merita sostegno per il suo lavoro di parlamentare: che ci fa nella lista per il Governo borghese uno che milita per la rivoluzione e contro il capitalismo?

Inoltre, rinunciare al governo può essere una boccata di aria fresca che potrebbe mobilitare i numerosi astensionisti che hanno perso interesse per la politica.

Se si voleva rafforzare la presenza in governo, bisognava organizzare un’alleanza di tutto lo spettro della sinistra. Da Avanti al partito comunista: certo Amalia Mirante è il babau dei socialisti, ma la realpolitik insegna che bisogna pensare alla base dei partiti e non ai vertici. Questa prospettiva è l’unica che poteva far pensare di conquistare due seggi in Consiglio di Stato. Con l’alleanza di oggi non ci sono i numeri. Anche perché l’apertura all’MPS non è certo gradita alla base socialdemocratica, come ha detto chiaramente Renzo Ambrosetti, storico sindacalista ed esponente della prima ora del partito socialista, che sceglierà la lista senza intestazione. E forse non piace nemmeno a tutti i votanti MPS. E anche la presenza in lista di Gysin, presidente di un sindacato d’ispirazione cristiana, secondo Ambrosetti, può creare qualche scontento a sinistra.

D’altra parte la copresidente socialista Laura Riget ha affermato, alla RSI, che “il nostro obiettivo non è massimizzare a tutti i costi i nostri voti elettorali”, ma si accontenta di proporre una politica seria.

Rivendicazioni chiare

Naturalmente deve andare all’opposizione tutto lo schieramento rosso-verde. Per l’MPS non cambia nulla, anzi, evita l’ ipocrisia. La nuova alleanza non ha prodotto dibattito e, infatti, il programma non sembra un granché. L’appello lanciato dall’MPS è stato sottoscritto da 200 persone. Praticamernte gli amici e i famigliari stretti dei promotori. Se pensiamo che nello stesso periodo sono state raccolte 20 mila firme contro i tagli agli aiuti domiciliari o 1900 firme in pochi giorni contro i tagli a USI e SUPSI, si conferma che la società civile reagisce sulle rivendicazioni materiali e poco o niente sui proclami politici superati per contenuto e stile. “La bussola che punta a un Ticino diverso”, che presenta quindici impegni comuni della lista unitaria per il Consiglio di Stato, è assolutamente condivisibile, ma si tratta di una sfilza di rivendicazioni scontate e generiche. Manca solo la “pace nel mondo” auspicata dalle vincitrici dei concorsi di Miss Universo. Bisogna voltar pagina e imparare da chi fa meglio. Per esempio dal nuovo sindaco di New York Mamdani che ha svolto la campagna elettorale con un manifesto di dieci punti principali, molto concreti, ad esempio: blocco degli affitti, asili nido gratuiti, salario minimo, tasse più alte per i ricchi, autobus gratuiti. Dieci punti per smuovere una città di otto milioni di abitanti!

Stare all’opposizione rappresenta l’unica vera alternativa: potrebbe essere un investimento per i prossimi quattro anni e dovrebbe animare l’alleanza a sinistra con più libertà. La “lista pluralista” appare a molti come una forzatura, priva di coerenza (manca solo un liberale!). Stare fuori significa anche rafforzare l’identità della sinistra, rinunciando a un seggio che non porta a casa niente e non ha nemmeno più un valore simbolico. Anzi, per il PS la partecipazione al governo sembra avere un effetto anestetizzante su tutto il partito, che finisce per essere sempre sottomesso ai consiglieri di stato. Si veda, appunto, quanto capitato in occasione dell’arrocco, condannato dalla direzione ma poi velocemente dimenticato.

Bisogna lavorare

Ma c’è un problema. Stare all’opposizione vuol dire lavorare. Essere attivi nella società civile. Creare occasioni di dibattito e di mobilitazione su rivendicazioni concrete. Un esempio positivo in tal senso lo offre ErreDiPi – e il sagace Quaresmini – che in questi anni ha occupato uno spazio lasciato libero da un sindacato addormentato e subordinato alle istanze ministeriali del DECS. ErreDiPi ha seminato bene e ha raccolto frutti.

Bisogna considerare che in Ticino, a differenza della Svizzera, esiste l’iniziativa legislativa, oltre al referendum. Dunque due opportunità di democrazia diretta che permettono di essere presenti ed efficaci politicamente. Si possono proporre leggi e si può cercare di bocciare decisioni contrarie agli interessi della sinistra: le ultime vittorie qualificanti della sinistra sono passate da lì.

Però si deve lavorare, e molto più di quanto i socialisti abbiano fatto in questi quattro anni. Con l’eccezione del capogruppo Ivo Durisch, che merita un plauso per il suo impegno, dov’erano i giovani socialisti eletti nell’ultima tornata in Gran Consiglio?

Bisogna lavorare. I collaboratori di Mamdani a New York hanno bussato a decine di migliaia di case. Anche la Linke, a Berlino, con la Haustürgespräche ha suonato a 60 mila abitazioni.

Che fare ad aprile?

Va riproposto l’uso della scheda bianca. È stata in voga nel 1970 e nel 1974, quando l’allora Partito socialista autonomo decise di non partecipare all’elezione per il governo. Certo, erano altri tempi, ma forse un ritorno al passato per la cultura di sinistra non è da scartare.

“Già nell’agosto del ’70 – ci ricorda Pompeo Macaluso nella sua Storia del PSA – Martinelli e Cavalli erano stati incaricati di stendere una bozza del documento congressuale, che costituirà il nucleo della ‘Relazione preparatoria’ approvata alla fine di ottobre dall’Ufficio Politico ed inviata per il dibattito alle sezioni. Per principio, in quanto ‘semplice organo di gestione – amministrazione degli interessi della borghesia’, ma anche per non compromettere la credibilità dell’appello anticonsociativo, veniva esclusa la presenza in Consiglio di Stato. (…) Per queste ragioni il PSA non avrebbe esibito programmi, non avrebbe fatto promesse, non avrebbe dato garanzie per future realizzazioni. Si sarebbero invece documentate le quotidiane vicissitudini dei cittadini, mostrando come ‘i salari insufficienti, l’aumento degli affitti, l’inquinamento, derivassero direttamente dallo sfruttamento capitalistico’. Una battaglia di minoranza, certo, ma capace di allargarsi a tutti coloro che si rendevano conto che così non si poteva continuare”.

Se si votasse in massa scheda bianca il risultato avrebbe un senso.

Concludiamo con l’osservazione di un grande radicale, Dick Marty che si chiedeva se la partecipazione al governo di tutti i partiti principali fosse ancora attuale: “La collegialità assume così aspetti un po’ grotteschi che a mio parere nuociono alla credibilità della politica”.

Abbiamo lanciato un sasso nello stagno o, forse, solo una voce nel deserto.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento


Lula punta tutto sulla rimonta al ballottaggio, ma Bolsonaro è sicuro: “Il cambio è già iniziato”

SPECIALE 7 OTTOBRE – PALESTINA Un raid israeliano gli ha ucciso la moglie, i figli, la madre. Della casa restano le rovine. La storia di Musab Madoukh 

Di Emiliano Guanella, La Stampa

«Sinceramente, pensavo che avrei vinto già nel primo turno e invece dobbiamo disputare un ballottaggio. Ma non è un problema, è già successo altre volte e alla fine ho vinto, ce la faremo anche questa volta». Lula da Silva cerca di sdrammatizzare la mezza batosta che ha ricevuto dalle urne. I sondaggi della vigilia lo davano in leggero vantaggio, è finito invece indietro di due milioni di voti rispetto a Flavio Bolsonaro. Il presidente in carica ha preso il 45% dei voti, il suo sfidante il 47%, la differenza non è enorme ma a pesare c’è lo smacco del secondo posto e soprattutto la difficoltà di catturare nuovi consensi; gli altri quattro candidati outsider che hanno preso insieme 9 milioni di voti sono tutti di destra o di centrodestra, i loro elettori difficilmente propenderanno verso il leader di sinistra. Lula lo sa e allora parte alla carica degli astenuti, che sono stati tanti, nonostante in Brasile il voto sia obbligatorio.

Calcolatrice in mano, in effetti, ci sono parecchi elettori da inseguire. Su un bacino di 158 milioni di aventi diritto si sono presentati alle urne solo 125 milioni e cinque di questi hanno votato bianco o nullo.«Domani inizia una nuova campagna, ci impegneremo ancora di più, non possiamo regalare il paese ai bolsonaristi. La biografia dei nostri avversari è tenebrosa, è una famiglia da un passato terribile, contatti con la milizia, tentativi di colpo di Stato, corruzione ai massimi livelli. Li batteremo, sono sicuro che li batteremo».

Più tranquillo e meno belligerante, invece, Flavio Bolsonaro, vincitore a sorpresa del primo turno. Non aveva un comitato di campagna, ha parlato ai giornalisti dal giardino di casa sua a Brasilia, uno stile che ricorda quello del padre Jair Messias, oggi agli arresti domiciliari dopo la condanna a 26 anni per il tentato colpo di Stato del 2022. Sorridente, con la moglie a fianco e un gruppo di collaboratori e bodyguard con la maglietta della seleção brasiliana. «Il cambio è già iniziato, il Brasile ha detto chiaramente che non vuole più questo signore. Lula è alla sua settima elezione, vuole un quarto mandato presidenziale ma la gente non lo sopporta più, non vuole più vedere la corruzione e il mal governo. Ci manca poco, questa rivoluzione non la ferma più nessuno». Bolsonaro ha stravinto nel Sud del paese, è primo nel Sudovest industriale di San Paolo e Rio de Janeiro, trionfa nelle regioni agricole del centro del Paese. Ha perso solo nel Nordest, la tradizionale roccaforte della sinistra, dove si sente di più il peso dei sussidi statali alle famiglie povere.

Il suo partito liberale ha fatto ancora meglio, aumentando considerevolmente i seggi alla Camera e al Senato ed eleggendo una mezza dozzina di governatori. La destra la farà da padrona nel prossimo Parlamento relegando la sinistra e ridimensionando il potere di contrattazione dei partiti di centro, tradizionale ago della bilancia della politica brasiliana, capace di schierarsi con chiunque in cambio di lauti compensi e ministeri. Saranno altre tre settimane di fuoco e si spera che i due rivali si degneranno di partecipare finalmente ad almeno un dibattito televisivo. Finora si sono evitati, ognuno preoccupato a coltivare la propria nicchia elettorale. Ora si giocano il tutto per tutto e un confronto è vitale per convincere gli indecisi.

Dalla parte di Bolsonaro è schierato apertamente Donald Trump anche se i consiglieri della Casa Bianca gli hanno consigliato di non esporsi troppo. I brasiliani sono nazionalisti e patriottici, troppa ingerenza da parte americana potrebbe fare il gioco di Lula. I Bolsonaro sono ad un passo dal ritorno al potere, meglio evitare passi falsi che potrebbero far risuscitare la sinistra.

Nell’immagine:il presidente del Brasile Lula e il suo contendente Flavio Bolsonaro


Sánchez pronto alle elezioni cavalcando la piazza. La sfida alla destra spagnola

SPECIALE 7 OTTOBRE – PALESTINA Un raid israeliano gli ha ucciso la moglie, i figli, la madre. Della casa restano le rovine. La storia di Musab Madoukh 

Di Benedetta Perilli, La Repubblica

Tutto pronto per l’annuncio delle elezioni anticipate in Spagna, che potrebbe arrivare già oggi. Per tutto il fine settimana Pedro Sánchez ha continuato a sentire il Partito socialista, i ministri, i consiglieri in consultazioni private nelle quali, come ricostruisce la stampa spagnola, non ha mai espresso la sua posizione. Il presidente socialista ha abituato i suoi a colpi di scena ed è soltanto lui a prendere la decisione finale, nonostante le pressioni degli interlocutori a sciogliere le camere: non ci sarebbe secondo i più una finestra migliore, dopo la bocciatura del decreto casa, per capitalizzare il malcontento popolare, soprattutto dell’elettorato di sinistra contro il voto del Partito Popolare, Vox e Junts. Per questo l’esecutivo studia la formula giuridica per cercare di recuperare parte dei decreti decaduti: anche in caso di voto anticipato il governo Sánchez continuerebbe ad avere pieni poteri e potrebbe presentare nuovamente i provvedimenti. Ad approvarli però non sarebbero le Cortes, che sarebbero sciolte, ma la Deputazione permanente, organo costituzionale più ristretto nella rappresentanza dove i voti di Junts non servirebbero.

Il voto subito, nella prima data utile del 29 novembre, è una delle opzioni. Nella tarda serata di ieri gli analisti la davano possibile al 70%. Resta aperta l’ipotesi di portare avanti la legislatura. Di sicuro si sa che il leader socialista sarà in mattinata all’inaugurazione del Congresso nazionale dell’Impresa familiare, a Madrid, appuntamento che potrebbe essere cancellato anche all’ultimo, mentre da fonti della Moncloa trapela che il segnale streaming è stato richiesto per l’intera giornata di oggi. Cosa che farebbe pensare che una dichiarazione istituzionale del presidente è contemplata per oggi.

Intanto ieri, e poi ancora oggi, la sinistra alternativa di Sumar si è riunita per definire il nuovo corso con il nuovo candidato, tutto lascia indicare che correrà con il nome di “Frente amplio” e un primo atto è convocato per il 17 ottobre. Resta ai margini Podemos che ha annunciato una propria candidatura ma ha proposto primarie aperte.

Dalle opposizioni il Partito Popolare è pronto al voto e pensa già di avere in tasca la vittoria al punto che tutto sarebbe pronto per il Governo Feijóo: i nomi dei ministri guidati dal leader del partito sarebbero già al vaglio. Ma un governo popolare senza l’appoggio dell’estrema destra di Vox – data in crescita negli ultimi sondaggi in quasi tutto il Paese – sembra impossibile. Ultimo tassello del puzzle politico restano i catalani di Junts, pietra dello scandalo della sconfitta del decreto casa in Parlamento: gli indipendentisti suggeriscono che lo spazio per nuove contrattazioni è ancora possibile. Con l’avversario locale, l’estrema destra di Aliança Catalana data in ascesa, il voto subito non converrebbe al partito. Meglio attendere il pronunciamento di domani della Corte costituzionale sul via libera all’amnistia per Carles Puigdemont che permetterebbe al leader di tornare in patria e rilanciare il partito.


Proteggere i cittadini dalla paura, la ricetta che manca alla sinistra

SPECIALE 7 OTTOBRE – PALESTINA Un raid israeliano gli ha ucciso la moglie, i figli, la madre. Della casa restano le rovine. La storia di Musab Madoukh 

Di Alessandro De Angelis, La Stampa

Guardiamoci attorno. In Francia il cuore della protesta è la scuola, vero centro ordinatore dell’ideologia repubblicana. È l’ultimo sintomo di un malessere di lungo periodo: dai gilet gialli agli infiniti scioperi contro Macron, che, alla fine del suo ciclo, con ogni evidenza non ha la forza per rispondere alla piazza come Pompidou nel ’68.

Allora, da primo ministro, garantì riforme e un accordo coi manifestanti per riaprire la Sorbona.

Nella Spagna socialista il cuore è la casa e l’aumento incontrollato dei canoni di locazione, come effetto del proliferare degli affitti turistici. E quanto pesi il mercato sulla politica lo si è visto anche nel voto in Parlamento che ha travolto Pedro Sánchez. L’Italia non ha una tradizione di proteste spontanee, ma legate alla forza delle organizzazioni del movimento operaio, quando c’era. Ovunque però sono ravvisabili i segni di una sofferenza sociale dal carrello della spesa, alle bollette, alla capacità di soddisfare le esigenze essenziali.

Case, scuole, aggiungiamo anche ospedali. In definitiva, Stato sociale. Sono le parole d’ordine della socialdemocrazia novecentesca. In assenza di una politica che rappresenti il bisogno, riappaiono come disagio o rivolta. Contro la globalizzazione che ha tradito le sue promesse ma anche contro la politica tradizionale che si è illusa, anche a sinistra, sulle “magnifiche sorti e progressive” del mercato.

Scioperi, occupazioni, oppure rabbia che trova sfogo nelle sirene del sovranismo oppure disincanto che si esprime nel non voto. La perdita di egemonia della democrazia come modello universale ha a che fare col restringimento della sua capacità di inclusione sociale. La turbolenza parte davvero da molto lontano. Nel grande treno dello sviluppo, i vagoni di testa hanno accelerato e i vagoni di coda si sono staccati per strada. È l’immagine che usò il subcomandante Marcos nel lontano 1994 ponendosi alla guida di un piccolo esercito di indios armati di frecce per occupare i comuni di alcune città del Chiapas. La prima rivolta contro la globalizzazione, considerata, con un po’ di paternalismo, come un segno di un mondo che scompariva. Da allora, oltre agli indios, sono stati piegati anche gli operai e la classe media. Hanno perso reddito, prestigio, dunque “sovranità”. Ed ecco l’elezione del primo Trump, la vittoria della Brexit, la crisi delle idee europee, il nuovo culto degli uomini forti trainato dalla rabbia delle tante periferie geografiche ed esistenziali.

Da tempo è tutto squadernato sotto i nostri occhi. La trasformazione tecnologica ha mutato il modo di lavorare e pensare, la globalizzazione ha allargato la forbice delle disuguaglianze, il lavoro si è fatto precario. C’è un “mondo di sopra” che vive il cambiamento come opportunità di crescita. Ma c’è una maggioranza di cittadini che tutto ciò lo subisce e lo vive come una minaccia. Ha paura di perdere le sue certezze e chiede protezione, finita l’era della redistribuzione. Qui le radici del richiamo revanscista della destra, che ha risposto alla crisi dello Stato nazione col nazionalismo, alla perdita di sovranità col sovranismo, alla rabbia del popolo col populismo.

Forse è anche utile, quantomeno per sollecitare la discussione, il contributo di prosperità proposto da Gianrico Carofiglio. Prima, però, di una tassa è necessaria una politica che si misuri con questo senso comune: la paura. Sentimento piuttosto comprensibile, visto quello che è successo: la più lunga crisi economica della storia contemporanea, poi la pandemia, riconquistata la normalità, ecco le guerre. Ci mancano solo le cavallette. In compenso si sciolgono i ghiacciai (anche il clima è politica). Da anni il mondo entra in casa come ansia.

Non basterà agitare le nobili bandiere della Costituzione contro ibarbari, o la denuncia moralisteggiante o qualche misura di buongoverno se non ci si misura con le radici storiche di quelle paure, dalla sicurezza dei confini alla nuova fase del capitalismo. Il dogma per cui il mercato, lasciato a sé stesso, distribuisce da solo i frutti del progresso è caduto. La partita vera, semmai, oggi è quale ruolo dello Stato: quello che entra nel capitale per potere o quello che governa la trasformazione per il bene comune. Uno Stato muscolare e verticale, che si allea con i monopoli tecnologici o quello democratico che programma lo sviluppo nell’interesse generale. Non tamponi, ma politica.

C’era una volta la globalizzazione. La differenza tra destra e sinistra è sul “come” si garantisce “protezione”. Se, dopo questa transizione tra un mondo che non c’è più e un altro che non c’è ancora, il mercato tornerà sovrano o se la politica saprà riprendersi il compito di dirigerne lo sviluppo. La storia continua. Non è finita nell’89 quando ci si illuse che avremmo vissuto in un mondo più ricco e pacificato.

Nell’immagine: 2 ottobre, manifestazioni studentesche a Tolosa


La rivolta della società senza welfare

SPECIALE 7 OTTOBRE – PALESTINA Un raid israeliano gli ha ucciso la moglie, i figli, la madre. Della casa restano le rovine. La storia di Musab Madoukh 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Dopo aver dominato la scena pubblica per quarant’anni, il politico si trova oggi a dover fare i conti con un nuovo attore che gli contende il campo: il sociale. L’ideologia estenuata dai conflitti del Novecento non riesce a infiammare il secolo e in America si consuma nell’autocombustione perpetua della controrivoluzione Maga, sufficiente a mettere in crisi il vecchio ordine mondiale, ma incapace di costruire il nuovo. La politica non ha gli strumenti per governare la dimensione sovranazionale delle crisi, è disarmata.

Così è la vita stessa delle persone a venire in primo piano senza filtri e deformazioni, a mostrarsi e rivelarsi conquistando attenzione, chiedendo tutela, pretendendo riscatto: cioè facendosi politica, direttamente. Il discorso pubblico si concretizza e si materializza come alla fine dell’Ottocento, quando le culture politiche nascevano dalle cose che si scoprivano vivendo, i diritti scaturivano dai bisogni, il lavoro trasmetteva identità e favoriva una presa di coscienza.

Vediamo movimenti di protesta che tornano a mobilitare le piazze, gli studenti in Francia tra incendi, violenze e richieste di un’istruzione migliore, le tende di centinaia di persone a Madridper protestare contro lo sfratto di una donna di 87 anni portata via in barella dalla casa dove viveva dal 1956 e diventata il simbolo del diritto ad abitare, gli scioperi e le agitazioni negli ospedali italiani, con i medici che fuggono ovunque dal sistema sanitario pubblico (le dimissioni sono aumentate del 150 per cento in un anno) per la forbice tra le condizioni di lavoro critiche e gli stipendi non allineati all’Europa.

Guardiamo queste tre ultime esplosioni del sociale con uno sguardo d’insieme, cercando il loro significato generale. Casa, salute, scuola: sono i tre cardini di quel sistema di tutele chiamato welfare che ha protetto la nostra crescita nel dopoguerra e che oggi rivela tutti gli strappi nella sua rete, incapace di garantire quel che ha promesso negli anni del benessere.

Logorato dai tagli, inaridito dal calo di natalità, svuotato dall’allungamento della vita, ciò che resta di quel grande compromesso tra il capitale e il lavoro sembra ormai giunto al capolinea. È esattamente un welfare a pezzi quello che ci presenta il conto delle disfunzioni che si trasformano in rabbia, annunciando il vero pericolo che ci attende, cioè la rottura della coesione sociale che in Italia ha retto miracolosamente, mentre è già venuta meno la coesione culturale e quella istituzionale vacilla.

Un welfare a piccole porzioni residuali, scollegate tra di loro, senza più un disegno comune capace di tenerle insieme non soltanto in funzione di ammortizzatore sociale, ma come conferma di una cultura europea, addirittura espressione di una civiltà capace di superare la compassione nella condivisione e di trasformare la beneficenza in solidarietà.

La sensazione è d’impoverimento, di sottrazione, di indebolimento di una rete di tutela che credevamo naturale, dunque eterna. Il lavoro si è polverizzato nel vortice della mondializzazione, sfuggendo a ogni organizzazione di sé in forma sindacale o politica. Il capitale si è autonomizzato nell’accelerazione dell’innovazione, fino alla tentazione vertiginosa di attraversare il campo, in un’inedita fusione tra tecnica e politica nel nuovo mondo dischiuso dall’intelligenza artificiale.

Anzi, è successo qualcosa di più: capitalismo e managerialità si associano e mettono in comune la difesa del patrimonio e della competenza, saldandoli per dare forma ad una nuova élite che non ha più bisogno di collegarsi con le altre categorie sociali perché basta a sé stessa.

Questa autosufficienza degli interessi scioglie i vincoli di società nati nel dopoguerra e ancora attivi fino all’inizio del secolo, liberando una nuova superclasse in alto e lasciando alla deriva in basso una sottoclasse sganciata da qualsiasi destino comune del Paese, già sospinta sul margine della società, più fuori che dentro: esclusa.

La novità è che nel mezzo della scala sociale oggi galleggia un ceto medio che non trova più ascensori per i piani superiori, mentre teme di essere risucchiato dal basso. È su questo ceto, infatti, che si scaricano direttamente gli effetti della nuova insicurezza addirittura mondiale, con le guerre, la rottura degli equilibri internazionali, la scomparsa degli organismi di garanzia: tutti elementi che insieme con la rottura del rapporto tra lavoro e sicurezza sottraggono al ceto medio il futuro, cioè il vero orizzonte da conquistare per migliorare la condizione della propria famiglia, proiettando i figli oltre sé stessi nella fiducia di un approdo possibile, attraverso il lavoro, la scuola e la conoscenza, il risparmio, in una tensione al traguardo che dava un senso all’esistenza e alla trasmissione generazionale.

Mobile per definizione, il ceto medio sente di essersi fermato, arenato, come davanti ad un blocco sociale. Avverte che la crescita non lo riguarda, che il progresso lo sollecita come consumatore ma non lo interpella come persona, che l’istruzione non lo garantisce, che la sua competenza rischia la svalutazione davanti ai nuovi saperi, che il posto di lavoro non sostiene più una vita. Smarrisce la fiducia e perde l’orizzonte.

Sostenitore tipico dell’ordinamento sociale quando pensava di poterlo scalare, comincia a rifiutarlo oggi che si sente confinato nella medietà: da strumento cosciente del consenso al sistema diventa un soggetto critico e instabile, sospettoso perché esposto, geloso di ciò che ha, egoista di quel che c’è, guardingo nei confronti di chi arriva nel suo spazio, che sente ristretto. C’è da stupirsi se ascolta la voce delle sirene anti-sistema, dell’antipolitica, del populismo, del sovranismo, della chiusura nazionalistica?

In cambio della sua rabbia ingegnerizzata in politica gli offrono un colpevole (le élite), un nemico (lo straniero), una vendetta (la rottura del sistema). Non lo emancipano, anzi coltivano il suo rancore, perpetuandolo: ma gli trasmettono un segno di riconoscimento, che è ciò che più oggi gli manca. Perché l’impoverimento che lo inquieta non è solo economico, ma sociale, culturale, morale e dunque politico: l’offerta di cittadinanza che gli arriva dallo Stato è così bassa che lo spinge a non accettarla, rifugiandosi nell’astensione o vendicandosi con l’illusione dell’antipolitica.

Certo, politicamente tocca alla sinistra andarsi a riprendere questi cittadini declassati: ma nella società, intanto, non tocca al ceto più fortunato, più innovatore, più dotato di risorse, riannodare il filo che lega l’élite al resto del Paese, ristabilendo il vincolo perduto e l’equilibrio sociale?

Capace di accelerazioni straordinarie e immaginifiche il tecno-capitalismo rischia di non accorgersi che la prova più importante che ha davanti a sé è proprio questa: ricostruire una democrazia sociale che tenga insieme il Paese, mentre la democrazia politica è in crisi. Ma il capitalismo sente una responsabilità nei confronti della democrazia? Essere classe dominante è più facile che essere classe dirigente.

Nell’immagine: Lione, 2 ottobre: il corteo dei liceali


L’Iran ha fatto più danni nelle basi statunitensi di quanto Trump abbia ammesso

SPECIALE 7 OTTOBRE – PALESTINA Un raid israeliano gli ha ucciso la moglie, i figli, la madre. Della casa restano le rovine. La storia di Musab Madoukh 

Di upg, Infosperber

Il 15 settembre scorso l’emittente statunitense CBS ha riferito: «Nuove foto, in esclusiva per CBS News, mostrano per la prima volta l’entità dei danni e delle distruzioni subiti da edifici e veicoli in diverse basi statunitensi in Medio Oriente, causati dagli attacchi iraniani con missili e droni.

Le immagini sono state fornite alla CBS News da militari in servizio attivo a condizione di rimanere anonimi, poiché all’interno delle forze armate vigono rigide restrizioni sui media.

«Si tratta di danni ingenti alle nostre basi, di cui l’opinione pubblica americana non è stata finora informata», ha dichiarato alla CBS News un soldato in missione. «Stiamo lì con gli occhi chiusi e ci lasciamo prendere a schiaffi in faccia.»»

La CBS cita un nuovo rapporto del Dipartimento della Guerra sulla guerra in Iran. I costi della guerra in Iran avrebbero raggiunto i 33,4 miliardi di dollari alla fine di giugno. Di questi, 3,7 miliardi riguarderebbero «perdite di equipaggiamento» – senza contare i costi di riparazione. In un rapporto obbligatorio presentato per la prima volta in questa forma al Congresso, l’ispettore generale del Dipartimento della Guerra ha aggiunto che il Comando Centrale degli Stati Uniti ha segnalato attacchi iraniani contro basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania.

Ecco due immagini pubblicate dalla CBS:

Sulle guerre aleggia una fitta nebbia di disinformazione

Estratti dal commento dell’editorialista del «New York Times» David French

«L’amministrazione Trump ha condotto questa guerra in modo diverso rispetto a quanto era consuetudine per i precedenti presidenti. Non solo ha attaccato l’Iran senza un vero dibattito pubblico, senza l’approvazione del Congresso e senza una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, ma ha anche condotto la guerra nel bel mezzo di una campagna contro i media come non si era mai vista nella storia recente degli Stati Uniti.

Come riportato la scorsa estate dalla «Columbia Journalism Review»: «Le conferenze stampa sono rare. Pete Hegseth, il cosiddetto “ministro della guerra”, risponde solo alle domande dei media a lui favorevoli. Nessuna delle grandi testate giornalistiche ha giornalisti integrati nelle unità militari statunitensi in Medio Oriente. Le fonti del Pentagono parlano sempre meno con i giornalisti, per paura di ritorsioni da parte del governo.»

Di conseguenza, nelle prime settimane di guerra gli americani non hanno avuto modo di valutare l’andamento dei combattimenti, se non attraverso comunicati stampa contraddittori e dichiarazioni delle due parti in conflitto. Data la propensione del governo statunitense a mentire, non avevamo alcuna possibilità di informarci sull’andamento delle operazioni belliche.

La nebbia della guerra è sempre fitta, e diventa ancora più densa a causa della segretezza necessaria per occultare le operazioni belliche.

Tuttavia, in questo conflitto abbiamo assistito a un livello di segretezza, inganno e vera e propria propaganda tale da rendere praticamente impossibile scoprire la verità – finché, alla fine, la combinazione di informazioni trapelate e foto satellitari commerciali non ha reso impossibile per il governo mantenere la propria versione dei fatti.

È una questione di buon senso – e qualcosa che forse il presidente Trump imparerà già nel novembre di quest’anno: iniziare una guerra senza il sostegno dell’opinione pubblica (per non parlare poi di condurla dietro un velo di segretezza e menzogne) rende molto meno probabile che la nazione trovi la volontà di vincere.

Perché vincere le guerre richiede sacrifici. Se non si prepara la popolazione a compiere sacrifici (per non parlare poi di convincerla che tali sacrifici sono necessari), allora si rischia di perdere la guerra.

La guerra di Trump sta vacillando e fallendo, almeno in parte, proprio perché ha aggirato il processo costituzionale. Una nazione indignata (e alleati indignati) non è disposta a sopportare il peso di una battaglia che non ha voluto e che le è stata imposta senza il suo consenso.

«60 Minutes» ha mandato in onda un’intervista con il pilota americano abbattuto, che è stato salvato insieme ad altri dal cuore dell’Iran. È una storia straordinaria di coraggio ed eccellenza professionale.

Ma questa non è affatto l’unica storia della guerra in Iran. Quando vedo immagini di basi distrutte e aerei ridotti in pezzi, so che altri americani hanno vissuto esperienze completamente diverse. Dobbiamo essere informati anche su queste.»

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la coda distrutta di un Boeing E-3 Sentry, su cui era installato un radar rotante indispensabile per la raccolta di dati di ricognizione aerea