“La macchina che avrà letto tutto” – Ci siamo cascati anche noi

Il falso testo di Umberto Eco "del 2010" che ha ingannato anche gli intellettuali 

Questo è il preteso testo di una “Bustina di Minerva” (la rubrica di Umberto Eco sull’Espresso) che sarebbe stata pubblicata l’11 aprile 2010, nella quale il grande studioso e scrittore italiano sembrava prevedere con notevole acume l’evoluzione delle tecnologie digitali che poi si è effettivamente verificata. Pubblicato da noi in un primo momento come autentico, l’articolo si è presto rivelato essere una raffinata operazione del massmediologo Ciro Ascione, già noto per le sue provocazioni telematiche, che ha utilizzato proprio l’intelligenza artificiale per creare un intricato caleidoscopio nel quale verità e artificio si rispecchiano all’infinito in modo inestricabile. Un gioco raffinato nel quale sono caduti autorevoli intellettuali, nonché la nostra modesta redazione, che tuttavia conferma le preoccupazioni che già lo stesso Umberto Eco aveva espresso sull’Espresso 16 anni fa (o no?)


Mi è capitato di leggere che alcuni ricercatori americani stanno lavorando a programmi capaci non di trovare parole in grandi archivi, cosa che Google già fa con risultati talora miracolosi e talora comici, ma di rispondere a domande formulate in linguaggio normale.

Non so se la notizia sia vera, perché Internet ci consente ormai di verificare una notizia falsa consultando altri dieci siti che l’hanno copiata dalla stessa fonte; ma poniamo che sia vera.

Da quando esistono i calcolatori si fantastica sulla macchina intelligente e, poiché noi siamo intelligenti e abbiamo passioni e nevrosi, immaginiamo che una macchina, per esserlo davvero, debba prima o poi innamorarsi, ribellarsi o uccidere i propri costruttori. È il modello di HAL 9000, e funziona benissimo al cinema. Sospetto invece che la macchina veramente interessante non sarà quella che vorrà ucciderci, bensì quella che saprà continuare una frase.

Immaginiamo che fra quindici o vent’anni esista un apparecchio collegato, attraverso qualche evoluzione della rete telefonica, a immense biblioteche elettroniche nelle quali siano stati riversati milioni di libri, giornali, enciclopedie e naturalmente sciocchezze. Gli faremo una domanda e quello costruirà una risposta. Google, almeno per ora, ci dice dove potrebbero stare le risposte e ci costringe ancora a scegliere e capire; la nuova macchina ci darà invece direttamente la risposta.

Se le domandassi chi fu il maestro di Tommaso d’Aquino, mi direbbe Alberto Magno; se poi le chiedessi che cosa pensasse Tommaso di Aristotele e di riassumere tutto per un ragazzo di quattordici anni, continuerebbe a rispondere senza perdere la pazienza. E qui comincerebbero i problemi, perché la macchina non saprebbe chi fosse Tommaso d’Aquino nel senso in cui diciamo che un uomo sa qualcosa di Tommaso d’Aquino; avrebbe però incontrato tante volte parole come Tommaso, Aristotele, essere, essenza, Dio e Domenicani da poter produrre successioni di frasi estremamente plausibili.

Si obietterà che una successione plausibile di parole non è pensiero, e l’obiezione è rispettabile, anche se chiunque abbia partecipato a una riunione di facoltà sa che molti esseri umani riescono benissimo nella stessa impresa. La faccenda diventa più interessante se domandiamo alla macchina qualcosa che non esiste. Poniamo che io le chieda notizie sul filosofo bizantino Teofrasto di Melitene, morto nel 1173 e autore di un De natura speculorum. Una macchina ben educata dovrebbe rispondere che non ne trova traccia; ma una macchina costruita soprattutto per produrre continuazioni plausibili potrebbe informarci che il trattato fu composto tra il 1158 e il 1162, che ne sopravvive un manoscritto alla Biblioteca Marciana e che fu citato da Michele Psello. Psello era già morto, ma questo è un particolare. Se poi chiedessimo la segnatura del manoscritto, potrebbe fornirne una falsa e perfettamente ben formata.

Gli uomini hanno sempre prodotto falsi, ma per fare un buon falso bisognava conoscere molto bene il vero; la nuova macchina potrebbe invece democratizzare il falso, consentendo a una persona che non sa nulla di paleografia di fabbricare in pochi minuti una disputa erudita su un codice inesistente, note a piè di pagina comprese.

Ciò avrebbe effetti curiosi nella scuola. Lo studente a cui venisse assegnato un tema su Pascoli potrebbe chiedere alla macchina di scriverglielo e l’insegnante, almeno nei primi tempi, se ne accorgerebbe perché il testo sarebbe troppo corretto e pieno di frasi come «in conclusione possiamo dunque affermare». Gli insegnanti inventerebbero sistemi per riconoscere i testi artificiali, al che gli studenti chiederebbero semplicemente alla macchina di introdurre quattro errori, due banalità e un’opinione personale.

Se poi la macchina imparerà leggendo Internet, prima o poi leggerà testi prodotti da altre macchine. Una inventerà una sciocchezza, cento siti la riprenderanno, un’altra troverà quelle cento attestazioni e concluderà che la sciocchezza deve essere vera. Nel Medioevo occorrevano secoli perché una falsa reliquia producesse una tradizione; alla macchina potrebbero bastare tre pomeriggi.

Naturalmente sto fantasticando. Può darsi che nel 2030 i calcolatori siano ancora incapaci di scrivere una cartolina decente e probabilmente, se queste macchine arriveranno, saranno grossi apparecchi da scrivania, perché non riesco a immaginare che qualcuno possa desiderare di discutere di Aristotele attraverso un telefono.

Ma se arriveranno, il problema non sarà stabilire se pensino davvero, bensì capire che cosa accadrà quando ci saremo abituati a trattare come pensiero tutto ciò che possiede la forma esteriore del pensiero. Il che, a ben vedere, non sarebbe una novità. Lo facciamo già con molti libri. E persino con qualche persona.

Nell’immagine: Umberto Eco nella nota caricatura di Tullio Pericoli


Naza, il riscatto della realtà

Il falso testo di Umberto Eco "del 2010" che ha ingannato anche gli intellettuali 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Possiamo solo immaginare il dolore che prova il popolo di Israele e quello della Diaspora, alla vigilia del terzo anniversario del terribile pogrom del 7 ottobre 2023. Niente può cancellare il ricordo di quei 1300 innocenti, massacrati dai tagliagole di Hamas solo “perché ebrei”, mentre ballavano in un rave party, preparavano la colazione in un kibbutz, giocavano in giardino, andavano a scuola. Uomini sgozzati, donne stuprate, neonati bruciati nei forni di cucina, muri imbrattati da una preghiera svilita a inno della morte: Allah Akbar. E poi il trauma nel trauma, i 250 rapiti, carne da macello nelle mani insanguinate di Yahya Sinwar. Ma ora nei cinema spopola Naza. Molto più che un film: l’autodafé di una nazione, che mentre si prepara a commemorare la sua immane tragedia non può più ignorarne un’altra, uguale e contraria. Tre anni di sterminio dei palestinesi di Gaza, programmato dall’apparato militare-digitale israeliano. Più di 70 mila morti, annientati anche grazie all’Intelligenza artificiale che nella caccia al terrorista nascosto tra i civili applica un suo macabro dispositivo: colpirne uno, sterminarne trecento. La macchina che decide, vita o morte. La disumanizzazione finale, non solo delle vittime ma pure dei carnefici.

I registi Yuval Abraham e Rachel Szor, al chiodo che spacca il cuore del popolo ebraico, hanno aggiunto il tarlo che ne rode la coscienza. Non può farlo smettere Netanyahu con i suoi truci anatemi al Palazzo di Vetro, “salutati” dalle delegazioni che escono e da Yedioth Ahronoth che titola “Bibi difende Israele all’Onu, ma parla a un mondo che non lo ascolta più”. E nemmeno l’Idf con il suo contro-documento, che per smentire il film parla di “quadro distorto, fuorviante e disonesto” e in fondo sa dire solo alle opinioni pubbliche scioccate “fidatevi di noi”. Magari si potesse. La storia è nota. Naza, acronimo di Nezek Agavi, vuol dire “danno collaterale”, margine di vittime civili considerato tollerabile in ogni singolo attacco. Ventiquattro soldati e ufficiali dell’intelligence che al buio, sui tetti di Tel Aviv, raccontano che nella Striscia usando l’algoritmo hanno tollerato fino a 300 “danni collaterali” per ogni terrorista ucciso. Spiegano che per procedere bastava un clic, che per i cecchini sparare su donne e bambini in fila per il cibo era come un videogame. Di fronte a tutto questo, dobbiamo chiederci dove siamo stati noi — Occidente, Europa, Italia — in tutti questi anni. Mentre l’orrore si consumava sotto i nostri occhi, se solo li avessimo tenuti aperti.

Dove eravamo a dicembre 2023, due mesi dopo il pogrom, quando Yuval Abraham pubblicava la sua prima inchiesta-shock su +972 Magazine e Local Call. “L’esercito israeliano ha autorizzato il bombardamento di bersagli non militari con un sistema di IA per generare un numero senza precedenti di potenziali bersagli… Nulla accade incidentalmente, quando una bambina di tre anni è uccisa in una casa a Gaza è perché qualcuno dell’esercito ha deciso che valeva la pena pagare quel prezzo per colpire un altro obiettivo… C’è un sistema chiamato Habsora basato sull’IA… è una fabbrica di omicidi di massa”. Dove eravamo a settembre 2024, quando Meron Rapaport su Sikha Mekomit riferiva le parole dell’ufficiale-capo di una missione per liberare 4 ostaggi israeliani, durante la quale sono stati uccisi 270 civili palestinesi: “Chi non è fuggito, anche se disarmato, per noi era un terrorista: tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”. Dove eravamo ad aprile 2024, quando il Guardian svelava le letali meraviglie del sistema Lavender, che nell’individuazione dei miliziani di “basso rango” ha moltiplicato oltre quota 20 la soglia dei Naza, mentre negli attacchi contro funzionari di “alto rango” di Hamas “ha ritenuto accettabile che fossero uccisi anche più di cento civili”. Un militare rivelava: “Impiegavo venti secondi per ogni obiettivo, e ne facevo decine ogni giorno, non avevo valore aggiunto in quanto essere umano, servivo solo da timbro di approvazione… Facevamo un calcolo di quanti se ne potevano uccidere per un comandante di brigata, quanti per un comandante di battaglione, e così via… c’erano regole, ma erano molto elastiche… Abbiamo ucciso centinaia di persone, anche migliaia, cose mai accadute prima”. E dove eravamo tra il 2019 e il 2023, quando le truppe di Tsahal seppellivano col cemento le sorgenti d’acqua dei contadini palestinesi e “liquidavano” senza pietà lo storico villaggio di Masafer Yatta in Cisgiordania, abbattendo case, scuole, ambulatori, per fare spazio ai coloni.

Dobbiamo chiederci perché dopo tre anni di ipnosi collettiva è servito il cinema a risvegliarci e a riavvolgere la pellicola della realtà. Prima No other land, adesso Naza: due prove di coraggio, che hanno rotto il velo pavido della realpolitik. Non abbiamo ascoltato Gideon Levy, che dal 2024 ci avvisava sui pericoli del “patriottismo barbarico che rialza la testa in Israele”. Non abbiamo dato retta a Masha Gessen, che da novembre 2025 ci sbatte in faccia l’ipocrisia del nostro doppio standard: giustamente intransigenti con i crimini di guerra di Putin in Ucraina, tra sanzioni, embarghi e moratorie, inopinatamente tolleranti con i crimini di guerra di Netanyahu, “compiuti con il sostegno delle principali potenze occidentali”. È anche così che abbiamo ucciso il diritto internazionale, disonorando la promessa di Norimberga, la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale. Ferrivecchi arrugginiti e rottamati dall’America di Trump, che all’amico Bibi non ha mai lesinato aiuti, e dall’Europa dei 27, che finora ha solo balbettato. Siamo andati col cappelluccio Maga in mano alla parata farlocca del Board of Peace, che doveva disarmare Hamas e invece è più armata di prima. E abbiamo taciuto quando quel losco comitato d’affari, per motivi di “sicurezza nazionale”, ha vietato ai ragazzini palestinesi di far volare gli aquiloni nel cielo sopra a Gaza.

Chi siamo noi occidentali, adesso, per dare lezioni di giustizia e di democrazia al resto del mondo? Noi che abbiamo il nostro decalogo di “guerre giuste”, noi che pratichiamo la pena di morte, come i talebani a Kabul e i Guardiani della Rivoluzione a Teheran? Noi italiani, poi, guidati da una destra che per saldare i conti del fascismo si oppone a Roma al riconoscimento dello stato di Palestina e a Strasburgo alla sospensione degli accordi di partenariato con Israele, mentre la sinistra si spacca su un disegno di legge perché non sa capire la differenza tra l’odio contro il popolo ebraico e la critica legittima al governo che lo comanda. Così, senza che nulla cambi, anche Naza passerà, insieme all’anniversario del 7 e alle elezioni del 27 ottobre, ultima speranza per mandare a casa, insieme a Bibi, gli Smotrich e i Ben Gvir, ultrà messianici convinti di fare della Terra Santa la “Nuova Sparta”. E come dice Anna Foa, continueremo a far calare lo stigma dell’antisemitismo su chiunque osi contestare non dico il genocidio, ma anche solo la pulizia etnica praticata da Netanyahu. Continueremo a concedere tutto a Israele, perché è “lo Stato degli ebrei”. Senza capire, come diceva George Steiner, che dopo la Shoah essere ebreo vuol dire essere “un po’ più uomo”.


Brasile, l’assalto alle terre indigene nonostante Lula

Il falso testo di Umberto Eco "del 2010" che ha ingannato anche gli intellettuali 

Di Claudia Fanti, il manifesto

Con le presidenziali in Brasile ormai alle porte – il primo turno sarà il 4 ottobre – i popoli indigeni hanno ben pochi motivi per guardare al futuro con speranza. Se, dopo l’inferno del governo Bolsonaro, era lecito attendersi, sotto il terzo mandato di Lula, certo non il paradiso ma perlomeno l’inizio di un nuovo capitolo, nulla come l’ultimo rapporto del Consiglio indigenista missionario (Cimi) sulla Violenza contro i popoli indigeni in Brasile mostra quanto la loro fiducia fosse malriposta.

TRA I PROVVEDIMENTI LEGISLATIVI di un Congresso in guerra permanente contro i loro territori tradizionali, le decisioni di un potere giudiziario incline a scendere a patti anche sulla Costituzione e le omissioni di un governo mai disposto ad alzare le barricate in nome dei loro diritti, il risultato poteva essere uno solo: l’aumento, nel 2025, tanto del numero di conflitti territoriali quanto di quello di omicidi e di suicidi.

L’ANNO ERA INIZIATO APPENA da qualche giorno quando, in un attacco armato contro il popolo Avá-Guarani nel territorio indigeno Tekoha Guasu Guavirá, un’area in fase di demarcazione nella regione ovest del Paraná, quattro indigeni venivano feriti a colpi d’arma da fuoco: uno di loro, colpito alla colonna vertebrale, avrebbe perso l’uso delle gambe. A marzo, il pataxó Vitor Braz veniva assassinato nel territorio indigeno di Barra Velha do Monte Pascoal, nell’estremo sud dello stato della Bahia, nel quadro della lotta dei Pataxó per il riconoscimento del territorio ancestrale. Stesso destino, a novembre, e nello stesso contesto, per il guarani kaiowá Vicente Fernandes, ucciso nel territorio indigeno di Iguatemipegua I, nel Mato Grosso do Sul.

TRE CASI, TRA I TANTI REGISTRATI lo scorso anno, avvenuti tutti in aree indigene già ufficialmente delimitate dallo Stato, ma i cui processi di demarcazione sono in attesa di conclusione da oltre un decennio, con buona pace del dettato costituzionale che obbligava a consegnare ai popoli originari le terre tradizionalmente occupate – senza alcun limite temporale – entro cinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione, vale a dire entro il 1993.

EMBLEMATICO E’ IL CASO del Territorio Indigeno di Sararé, nel Mato Grosso, abitato dal popolo Nambikwara. Se il rapporto del Cimi del 1996 mostrava in copertina la fotografia di un enorme cratere provocato dai minatori illegali in quell’area indigena, trent’anni dopo la stessa terra dei Nambikwara è ricomparsa in copertina proprio per evidenziare l’aumento dell’attività mineraria illegale nella regione, con tutto ciò che ne deriva: foreste e fiumi trasformati in deserti di fango, comunità destabilizzate, maggiore esposizione a malattie e droghe, crescita dell’insicurezza all’interno degli stessi territori.

UN’INSICUREZZA FISICA, psicologica e giuridica – strettamente legata alla legge del marco temporal (14.701/2023), che riconosce il diritto alla terra solo ai popoli originari in grado di dimostrare la loro presenza nell’area rivendicata al momento della promulgazione della Costituzione, il 5 ottobre del 1988, come se tutto il processo di espulsioni violente e di massacri realizzato prima e durante (e anche dopo) il regime militare non avesse mai avuto luogo. Non a caso, dalla sua entrata in vigore nel 2023, la legge ha ostacolato nuove demarcazioni, supportato le azioni degli invasori e intensificato la violenza contro le comunità.

LA CORTE SUPREMA, IN REALTA’, aveva già dichiarato incostituzionale la tesi del marco temporal, pur cercando di ammansire i latifondisti con il riconoscimento del diritto dei «proprietari in buona fede» a ricevere un indennizzo corrispondente al valore dell’intera proprietà. Ma, alla mano tesa dei giudici, l’onnipotente bancada ruralista aveva reagito approvando comunque la legge alla fine del 2023; annullando poi l’anno successivo gran parte dei veti che Lula aveva posto sul provvedimento nel tentativo – timido e tardivo – di limitare i danni; e infine dando via libera alla fine del 2025, per il momento solo al Senato, a una Pec (proposta di emendamento costituzionale) per blindare il limite del 1988 direttamente nella Costituzione.

UN GUANTO DI SFIDA, quello lanciato dal Congresso, che la Corte suprema ha raccolto senza alcuna fretta – ad oggi il processo sull’incostituzionalità della legge 14.701 non si è ancora concluso – dopo aver addirittura creato una commissione di conciliazione allo scopo di «armonizzare le diverse visioni», come se avessero pari dignità di fronte alla Costituzione. E oltretutto mostrando una certa disposizione a confermare, al di là della nuova bocciatura del marco temporal, molte delle disposizioni più gravi della legge e addirittura a proporne altre altrettanto problematiche e così rendendo ancor più difficile, per i popoli indigeni, prendere effettivamente possesso delle terre tradizionalmente occupate.

SE LA RISPOSTA DELLA CORTE SUPREMA è debole, le pressioni economiche sui popoli originari sono invece fortissime, che si tratti della regolamentazione dell’attività mineraria, della costruzione di grandi progetti infrastrutturali (come la pavimentazione della strada federale BR-319 che collega Manaus a Porto Velho) o dell’esplorazione di gas e petrolio (come nella foce del Rio delle Amazzoni).

NON SORPRENDE DUNQUE che, stando al rapporto del Cimi, i conflitti territoriali siano saliti a 169, coinvolgendo 143 aree indigene in 23 Stati del Brasile, rispetto ai 154 dell’anno precedente. E che almeno 151 territori indigeni – di cui 88 già regolarizzati – abbiano registrato invasioni da parte di taglialegna, cacciatori e pescatori, sfruttamento illegale di risorse naturali e danni vari alla proprietà, compresi quelli che pure erano stati precedentemente oggetto di operazioni di sgombero su larga scala, a conferma della cronica mancanza di strutture permanenti per il monitoraggio e la protezione delle aree indigene. Né sono stati risparmiati i corsi d’acqua, minacciati, in almeno 46 territori, dal drenaggio dei fiumi per l’irrigazione di monocolture, dall’estrazione mineraria illegale e dalla contaminazione da pesticidi.

MA E’ PROPRIO TUTTO A ESSERE peggiorato: dopo la flessione registrata nel 2023, è tornato a salire il numero dei morti – dai 211 del 2024 ai 258 dell’anno scorso, peggio che sotto il governo Bolsonaro – come pure è cresciuto quello dei suicidi, passati da 208 a 215, con una maggiore incidenza tra gli indigeni di età compresa tra i 20 e i 29 anni (41%) e fino a 19 anni (34%). E lo stesso vale per i decessi di neonati e bambini indigeni fino a 4 anni di età: 1.024 casi, per cause in gran parte evitabili, rispetto ai 922 dell’anno precedente.

Nell’immagine: indigeni brasiliani e attivisti ambientali manifestano per l’Amazzonia


F-35: prima hanno mentito a tutti, poi sono stati ricompensati con incarichi dirigenziali

Il falso testo di Umberto Eco "del 2010" che ha ingannato anche gli intellettuali 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

Quando alti funzionari ambiscono a incarichi redditizi nel settore privato, si adoperano per ingraziarsi l’azienda desiderata.

Un caso esemplare è quello di Darko Savic. Fino a poco tempo fa era il «Mister aerei da combattimento» presso il Dipartimento federale della difesa (DDPS). Lì era responsabile di progetto del programma di approvvigionamento dell’F-35.

Savic aveva negoziato con gli Stati Uniti, conosceva tutti i dettagli del contratto di acquisto e lo aveva cofirmato. Ciononostante, ha mentito ai suoi superiori per ben due volte:

  1. il prezzo di acquisto sarebbe stato fisso.
  2. Per i costi operativi ci sarebbe stato un contratto pluriennale fino al 2040. Se la manutenzione fosse risultata più costosa di quanto concordato, gli Stati Uniti avrebbero dovuto farsene carico.

Grazie alla menzogna sui costi «al massimo di 6 miliardi di franchi»*, diffusa anche dalla consigliera federale Viola Amherd, l’elettorato svizzero aveva approvato l’acquisto degli aerei da combattimento con una maggioranza risicata del 50,1 per cento dei voti.

In realtà, la votazione dovrebbe essere ripetuta.

Pilatus AG e Savic sono i vincitori

Chi se la ride sotto i baffi è la Pilatus Flugzeugwerke AG. Infatti, lo stabilimento di Stans beneficia di accordi di compensazione molto redditizi. Lockheed Martin, produttore dell’F-35, si impegna a compensare il 60 per cento del valore del contratto – pari a circa tre miliardi di dollari – attraverso commesse e collaborazioni con aziende svizzere. Almeno il 20 per cento di tale importo deve essere direttamente collegato all’acquisto dell’F-35.

Nell’aprile 2025 Armasuisse ha annunciato l’approvazione di un progetto di offset tra Pilatus e Lockheed Martin: Pilatus ottiene l’accesso alla tecnologia dell’F-35A da Lockheed Martin per sviluppare congiuntamente un sistema di addestramento dei piloti all’avanguardia di nuova generazione, basato sul proprio velivolo da addestramento PC-21.

Grazie a questo know-how, in futuro Pilatus potrà offrire ai propri clienti – ovvero le forze aeree di tutto il mondo che utilizzano l’F-35 o altri jet da combattimento di quinta generazione – soluzioni di addestramento su misura. Ciò offre a Pilatus nuove opportunità di vendita per la piattaforma PC-21.

Darko Savic ha ottenuto un incarico dirigenziale

L’uomo che ha orchestrato l’accordo sull’F-35 e ha mentito al Consiglio federale e all’opinione pubblica per suggellare l’accordo con un referendum di successo – quest’uomo è stato ricompensato dalla Pilatus Aircraft con un lucroso incarico dirigenziale. Ora è «Director Program Management Business Aviation» presso Pilatus Aircraft Ltd. Savic ha lasciato il DDPS alla fine di aprile 2025 e ha assunto il suo incarico presso Pilatus il 1° giugno 2025.

Il Parlamento non ha mai voluto sentire parlare di un periodo di attesa più lungo per gli alti funzionari. Questi ultimi possono continuare ad assumere immediatamente un incarico presso un’azienda che in precedenza erano tenuti a vigilare o a regolamentare.

Numerosi Paesi impediscono questo tipo di conflitti di interesse dalle gravi conseguenze. La Francia ha fissato a tre anni dal termine del mandato il periodo di attesa (cooling-off period) per il passaggio di politici di spicco e alti funzionari al settore privato (denominato «Pantouflage», in italiano «effetto porta girevole»). Questa norma è vigilata e applicata da un’autorità costituzionale indipendente, la Haute Autorité pour la transparence de la vie publique.


Passaggi delicati anche nel settore farmaceutico

Dalla scrivania amministrativa direttamente al settore privato: anche nel settore farmaceutico questo cosiddetto «effetto porta girevole» rappresenta un problema. O un vantaggio, a seconda della prospettiva da cui lo si guarda.

L’organizzazione senza scopo di lucro Public Eye ha elencato alcuni esempi:

  • Un vicedirettore dell’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP), responsabile dell’assicurazione malattia e infortuni, diventa amministratore delegato di una cassa malati privata senza alcun periodo di attesa.
  • Un farmacista lavora per dieci anni come esperto in questioni normative per un gruppo farmaceutico, passa poi per un anno e mezzo all’UFSP e da lì a un’azienda biotecnologica leader a livello mondiale.
  • Un analista è responsabile per 15 anni delle sperimentazioni cliniche presso diverse aziende farmaceutiche, lavora poi come collaboratore scientifico per oltre due anni presso l’autorità farmaceutica Swissmedic e diventa infine amministratore delegato di un grande produttore farmaceutico.
  • Un collaboratore si occupa per cinque anni di questioni normative presso un’azienda farmaceutica, poi, in qualità di collaboratore di Swissmedic, esamina per 18 mesi i dossier di autorizzazione, lavora successivamente per 17 anni per diversi produttori farmaceutici e una società di consulenza del settore farmaceutico, torna nuovamente a Swissmedic per un anno e mezzo, per poi tornare alla precedente società di consulenza.

Public Eye e il collettivo di ricerca Wav hanno esaminato i profili LinkedIn di 3’118 collaboratori attuali ed ex collaboratori dell’UFSP e di Swissmedic. L’UFSP si occupa, tra l’altro, della negoziazione dei prezzi dei medicamenti e dei premi delle casse malati, mentre Swissmedic è responsabile dell’autorizzazione e della sorveglianza dei medicamenti. Dal 2013 al 2024, Public Eye ha individuato 208 casi riguardanti Swissmedic e 76 relativi all’UFSP. Il numero reale potrebbe essere più elevato, poiché non tutti avevano un profilo LinkedIn completo. (mfr)

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*Qui inizialmente si leggeva «la menzogna del prezzo fisso». Nel testo di votazione si parlava di «al massimo 6 miliardi di franchi». Nel frattempo, i 36 caccia F-35 costerebbero 7,7 miliardi. Se fossero solo 30: 6,4 miliardi.

Nell’immagine:Darko Savic, dal DDPS direttamente alla Pilatus AG, beneficiaria dell’F-35


La risposta dell’esercito a Naza «legalizza» il genocidio

Il falso testo di Umberto Eco "del 2010" che ha ingannato anche gli intellettuali 

Di Nicola Perugini, il manifesto

La risposta dell’esercito israeliano a Naza è, prima ancora che una smentita, un esercizio non sollecitato di autodifesa giuridica. Di fronte alle accuse che emergono dalle testimonianze di suoi stessi soldati, l’esercito non si limita a contestare singoli fatti. Nel suo lungo comunicato stampa, l’esercito costruisce una barriera di categorie legali per spiegare la violenza genocidiaria che ha sferrato su Gaza: «danno collaterale», «proporzionalità», «precauzioni», «mitigazione del rischio», «obiettivi militari», «presenza di civili», «scudi umani», «minaccia immediata».

È attraverso queste categorie che l’esercito cerca di trasformare la sua guerra di eliminazione della popolazione palestinese in una “guerra normale”, in una discussione sulle procedure con cui la violenza sarebbe stata autorizzata e controllata, senza alcun rapporto con gli effetti.

QUESTA OPERAZIONE produce quello che possiamo chiamare camouflage umanitario: non la negazione della violenza, ma la sua ricodificazione attraverso il linguaggio del diritto umanitario internazionale, applicato a un’offensiva che sta violando la Convenzione del 1948 sul genocidio. La morte dei civili diventa «danno collaterale» calcolato secondo «standard degli eserciti occidentali»; il rischio per la popolazione diventa una variabile da mitigare; la distruzione di un edificio viene preceduta dalla sua designazione come obiettivo militare; la presenza dei civili viene trasformata in un problema di targeting.

Il linguaggio del diritto viene utilizzato per offuscare la totale distruzione di case, scuole, ospedali, luoghi di distribuzione degli aiuti umanitari, chiese, moschee e l’uccisione di oltre 74mila persone, almeno, tra cui 20mila bambini, senza contare le decine di migliaia di morti indirette causate e ancora in corso come risultato della distruzione delle infrastrutture che sorreggono la vita a Gaza.

L’operazione di offuscamento è particolarmente significativa perché, nei toni, riflette le argomentazioni che l’esercito ha utilizzato di fronte alla Corte internazionale di Giustizia sin dall’inizio del 2024 per giustificare la violazione della Convenzione del 1948.

IL DOCUMENTARIO di Abraham e Szor diventa allora un continuum del procedimento giudiziario. Per l’esercito, Naza – con la voce di soldati israeliani che hanno partecipato e osservato da vicino al crimine dei crimini – apre un altro spazio di contestazione: non una corte, ma un forum pubblico. E la risposta dell’esercito interviene come davanti a una corte.

Il danno civile non viene negato in quanto tale: viene riclassificato. Una morte diventa incidental harm; la distruzione di un edificio viene preceduta dalla sua designazione come military objective; la presenza di civili diventa una variabile nella valutazione di proporzionalità; l’uccisione nei pressi della distribuzione degli aiuti viene trasformata in una questione di immediate threat di presunti combattenti mischiati ai civili, di cui l’esercito non fornisce alcuna prova.

Questo lessico da burocrazia legale-militare serve a negare lo sterminio; le terminologie del diritto cercano di riportare il tutto a una normale conversazione sulle procedure. Gli effetti – Gaza rasa al suolo, due milioni di sfollati, la maggioranza del governo che invoca l’espulsione di massa dei palestinesi – scompaiono dietro al linguaggio sterile della «mitigazione del rischio».

Questo è anche il ruolo politico della categoria degli «scudi umani», categoria centrale utilizzata dall’esercito nel suo comunicato per difendersi dalle accuse di Naza. Sulla scia delle contro-insurrezioni coloniali e imperiali che, dall’Algeria al Vietnam, hanno giustificato l’uccisione di massa di civili come responsabilità dei gruppi armati anticoloniali che si «fanno scudo della popolazione», l’esercito israeliano sposta le responsabilità della sua distruzione totale sul nemico. La densa presenza dei civili nelle aree bombardate con ordigni da 2mila tonnellate diventa uno «scudo umano di Hamas». La presenza stessa di civili nell’area più densamente popolata del mondo, sottoposta a decenni di assedio e attacchi, diventa un presunto indice di illegalità.

È QUI CHE LO SCUDO UMANO diventa anche uno scudo legale. Israele, non diversamente da altri Stati coloniali, dalla guerra in Libano negli anni Ottanta passando per le due Intifada e sempre di più nelle guerre di Gaza che hanno preceduto il genocidio, usa la categoria di scudo umano per proteggersi dalla pressione politica internazionale contro le sue atrocità di massa. Lo scudo umano diventa il principale strumento di negazione del genocidio.

Scompare il contesto. Scompaiono le condizioni in cui combattono i gruppi armati palestinesi. Scompaiono le condizioni geomorfologiche in cui i palestinesi si difendono, senza montagne ove nascondersi e da cui combattere, costantemente sotto la sorveglianza dall’alto.

In ultima istanza, la risposta dell’esercito al documentario è una risposta negazionista. Quando Naza introduce la parola «genocidio», la risposta dell’esercito non entra nel merito delle testimonianze: contesta la competenza stessa degli intervistati a usare quella categoria e sostiene che le loro opinioni non possano stabilire l’esistenza di un intento genocidario. Chi è stato coinvolto nella macchina di distruzione non può parlare di genocidio: questa la singolare linea del comunicato dell’esercito.

NEL PASSAGGIO più grottesco, il comunicato dice che lo slogan «non ci sono civili non coinvolti a Gaza» – slogan che trasforma l’intera popolazione in obiettivo militare – non fa parte della cultura dell’esercito. Peccato che quella espressione sia stata postata all’infinito dai soldati nei loro video, spruzzata con lo spray sulle case di Gaza, cantata come un inno, e usata dal presidente di Israele per dare il via alla campagna di distruzione iniziata tre anni fa e ancora in corso.

Nell’immagine: soldati israeliani all’Europea Hospital di Khan Younis


Esplode l’ottobre francese, i liceali incendiano le aule: “Sobillati da Mélenchon”

Il falso testo di Umberto Eco "del 2010" che ha ingannato anche gli intellettuali 

Di Danilo Ceccarelli, La Stampa

PARIGI. Dopo una settimana di alta tensione, tra scuole bloccate, scioperi e lezioni sospese, la protesta degli studenti francesi è deflagrata in una violenza che con il passare delle ore ha assunto sfumature politiche. Un vortice che ha travolto 1.027 licei sui 3.700 presenti su tutto il territorio, fino ad arrivare alle università per poi scendere nelle strade, dove si è consumata una guerriglia urbana tra studenti e forze dell’ordine, a soli sette mesi dalle prossime presidenziali.

Al centro della mobilitazione ci sono le richieste sull’aumento dei mezzi a disposizione dell’Educazione nazionale, alle prese con i professori che scarseggiano, istituti che cadono a pezzi e un carico di lavoro giudicato eccessivo. Mali da tempo intrinseci al sistema scolastico d’oltralpe, ieri esplosi come un bubbone in una Francia dove il clima sociale si fa sempre più teso, tra il caro-carburante, l’inflazione in aumento e un bilancio pubblico da risanare.

Le autorità a fine giornata hanno annunciato 1.949 fermi, oltre a «900 azioni» di protesta su tutto il territorio, sfociate in molti casi in scontri tra studenti e forze dell’ordine. Tra le principali vittime ci sono stati i presidi delle scuole, aggrediti e malmenati in diverse città. Quello di un istituto professionale di Auchel, nel Pas-de-Calais, è finito all’ospedale in stato di choc a causa di un petardo che gli è esploso vicino dopo averlo colpito, mentre al liceo Victor Hugo di Marsiglia il direttore e alcuni suoi collaboratori sono stati cosparsi di benzina da chi cercava di appiccare il fuoco alla struttura. Al Nelson Mandela di Nantes, invece, le fiamme hanno distrutto l’ingresso, come avvenuto anche al Blaise Pascal di Rouen. Ma la lista dei feriti e dei contusi è lunga e conta più di 300 agenti, tra cui uno con il timpano perforato da una detonazione nella Loira, e alcuni studenti, come il 16enne che a Tours è rimasto ferito alla testa, probabilmente da una pallottola di gomma sparata dalla polizia, o il 14enne che a Saint-Ouen-l’Aumône, fuori Parigi, ha riportato una doppia frattura alla mascella e denti rotti dopo un’aggressione subita dalla polizia (stando al suo avvocato).

Un bilancio da guerra civile, come le scene viste in tante grandi città, tra sacchi della spazzatura incendiati, mobilio urbano distrutto e vetrine spaccate. In molti casi a battagliare contro le forze dell’ordine sono stati i black block, esterni al movimento studentesco. Oggi rimarranno chiuse poco più di 400 scuole.

In un’atmosfera rimasta elettrica per tutto il giorno, il premier Sebastien Lecornu ha annullato tutti gli spostamenti dei suoi ministri prima di convocare una cellula interministeriale di crisi.L’esecutivo ha condannato senza mezzi termini le “violenze urbane” della giornata, ma ancor di più la responsabilità de La France Insoumise, la formazione di estrema sinistra guidata da Jean-Luc Mélenchon, che nei giorni scorsi ha dato pieno appoggio alle proteste scendendo in strada insieme agli studenti. Come Bally Bagayoko, il sindaco di Saint-Denis, nella banlieue a nord di Parigi, secondo il quale «la violenza a un certo punto può essere legittima» anche se è meglio evitarla. Un’accusa basata sulle informazioni dell’intelligence, che ha rilevato una «manovra orchestrata» dai melenchoniani e «dai suoi referenti».

Contro il tribuno della gauche radicale, in corsa per l’Eliseo, è stato puntato non solo il dito del governo, ma anche quello di buona parte della classe politica. Il repubblicano Bruno Retailleau ha chiesto di interdire una volta per tutte la formazione, il lepenista Jordan Bardella ha proposto di fargli pagare i danni, il centrista Gabriel Attal li ha accusati di utilizzare i giovani come «carne da cannone», mentre il suo omologo, Edouard Philippe, ha parlato di uno «sfruttamento cinico dei liceali». Dal canto suo, La France Insoumise ha respinto ogni accusa, con il leader Mélenchon che ha chiesto ai giovani di utilizzare «soltanto metodi non violenti» e ha aggiunto: «È assurdo dare fuoco alla spazzatura» perché questo «serve all’avversario».

Resta da capire quale sarà la scia della mobilitazione, che si inserisce in quelle già lanciate nei giorni scorsi da altre categorie, come i pescatori o i dipendenti pubblici, nell’attesa della mobilitazione indetta dai gilet gialli per il 17 ottobre. Nell’attesa, proprio ieri è arrivata la presentazione della manovra finanziaria al Consiglio dei ministri. Con un debito ormai arrivato al 119% del Pil, il governo punta a portare il deficit sotto la soglia del 5% nel 2027. Ma tra 7 mesi la Francia avrà un nuovo presidente e secondo i sondaggi, al momento, la favorita è Marine Le Pen. Intanto, il clima resta pesante, tra la paura di un nuovo autunno caldo e la rabbia di deve arrivare a fine mese.

Nell’immagine: alle proteste studentesche hanno partecipato decine di migliaia di giovani in tutta la Francia


L’europeismo non può rassegnarsi

Il falso testo di Umberto Eco "del 2010" che ha ingannato anche gli intellettuali 

Di Gad Lerner, il manifesto

Sentiamo continuamente ripeterci che le elezioni nazionali previste in diversi paesi dell’Unione nel 2027 potrebbero suggellare il disfacimento del progetto europeo. Perfino a sinistra si avverte rassegnazione.

Quando non addirittura compiacimento per la brutta fine che l’Ue si meriterebbe dopo aver promosso un dissennato riarmo dei singoli Stati, frenato la transizione ecologica, fatta sua la politica di respingimento dei migranti.

Questo fatalismo può farci molto male. Non basterà in Italia presentarsi come alleanza in difesa della Costituzione, intanto che la destra spaccia per interesse nazionale il suo euroscetticismo. Alla Costituzione va affiancato il Manifesto di Ventotene, ma soprattutto va rilanciata una visione politica unitaria del continente che altri vorrebbero ridotto in frantumi.

L’europeismo, che rischia di venir travolto nel crollo dell’ordine mondiale in atto, può e deve diventare la forma contemporanea del nostro internazionalismo. Se il liberale canadese Mark Carney e il laburista britannico Andy Burnham si distaccano dagli Usa e puntano all’associazione con l’Ue vorrà dire che non siamo proprio da buttar via come modello generativo di una «potenza democratica, sostenibile e responsabile, capace di difendersi sviluppando cooperazione e multilateralismo». Cito un documento sottoscritto da Slavoj Zizek, Guillome Klossa e Catherine Trautmann, promotori dell’Europa power initiative, nel quale si ricorda che le elezioni dell’anno prossimo in Francia, Italia, Spagna, Polonia Grecia, Finlandia, Estonia, Slovacchia e Slovenia (con l’aggiunta probabile della Romania) saranno di fatto elezioni europee anche se rinnovano istituzioni nazionali. Affrontarle con una piattaforma comune sovranazionale, cioè europeista, pur nelle diversità e con le divisioni che permarranno, va considerata una priorità assoluta.

Le destre nazionaliste sono esplicitamente supportate da potenze (Usa, Russia) interessate alla disgregazione dell’Europa e alla sottomissione dei suoi brandelli. Altro che patrioti, i nazionalisti lucrano vantaggi e sguazzano nella crisi dell’Unione. Non a caso la prima voce levatasi a Strasburgo due settimane fa contro l’associazione del Canada all’Ue è stata quella del capogruppo di Fratelli d’Italia. Si sono professati no-euro finché gli era possibile e tuttora s’aggrappano alla pretesa antistorica che il diritto comunitario soggiaccia alle leggi nazionali. Si tengono stretti il potere di veto sull’assurda regola dell’unanimità fra i 27 Stati membri del Consiglio. Preparano ai cittadini europei un destino d’irrilevanza seguita da asservimento.

Per loro natura i nazionalismi hanno sempre alimentato conflitti con i paesi confinanti e avversato l’idea stessa di una cittadinanza europea. La sospensione prorogata del trattato di Schengen con la Spagna – non si sa se più vergognosa o grottesca – è un atto meramente dimostrativo che rivela la fragilità, accanto alla sbruffoneria, del nazionalismo italiano.

Agli internazionalisti, o europeisti che dir si voglia, tocca oggi riunirsi su scala continentale in un progetto ambizioso ma affascinante: raddrizzare l’architettura di una costruzione europea che non nascerà mai da un piano di riarmo dei singoli Stati; bensì necessita di investimenti stanziati in comune su welfare, politica industriale, ambientale, energetica e fiscale, oltre che per dotarsi di un’infrastruttura digitale autonoma.

Qui la politica di sinistra reclama il suo ruolo: chiedendo unitariamente di riformare le istituzioni verticistiche e separatiste dell’Ue, introducendo procedure democratiche che non si limitino all’elezione di un Parlamento con scarsi poteri. Solo così la stessa difesa comune europea potrà fungere da antidoto al morbo contagioso dei nazionalismi.

Come ha scritto giustamente Francesco Strazzari domenica scorsa su questo giornale, non si può fingere che la Russia non rappresenti una minaccia sul versante orientale dell’Europa; ma le opposte visioni sul sostegno all’Ucraina che percorrono tutto il fronte della sinistra continentale possono essere riconosciute e contenute all’interno di un fronte comune. E allora, così come il “campo largo” si distingue dalla destra nella difesa intransigente della Costituzione italiana, anche la realizzazione del sogno europeo diviene meta irrinunciabile per rintuzzare i tiranni.


Senza sovranità, gli Stati uniti lasciano l’Iraq ridotto a una colonia

Il falso testo di Umberto Eco "del 2010" che ha ingannato anche gli intellettuali 

Di Alberto Negri, il manifesto

Il colonnello dei marines McCoy fu il primo americano a entrare al Palestine Hotel e a chiedere una birra, senza per altro dire una parola sui due giornalisti occidentali appena uccisi al nono piano dal proiettile di un Abrams Usa. Era il 9 aprile 2003, nei quartieri sciiti di Baghdad si festeggiava e la statua di Saddam Hussein a piazza Firdous veniva abbattuta. È passata una generazione da allora e il premier Alì al Zaidi ha deciso di celebrare oggi primo ottobre la partenza delle truppe Usa come la «Giornata della sovranità». Vedremo quali festeggiamenti faranno gli iracheni: questo ritiro – che comprende gli ultimi militari italiani – presenta alcuni aspetti paradossali: la sovranità dell’Iraq è una scommessa.

L’Iraq, una cassaforte petrolifera, non è così sovrano e indipendente come potrebbe apparire. Le milizie armate sciite pro-Iran celebrano l’uscita degli Usa come una vittoria storica; nel campo sunnita avvertono che il vuoto potrebbe rafforzare Teheran e i suoi alleati, offrendo nuovo spazio a quel che resta dello Stato islamico. Il ritiro Usa, concordato nel 2024 da Biden e attuato da Trump mentre Washington è impegnata contro l’Iran, elimina, per gli osservatori un contrappeso militare al peso di Teheran in Iraq.

Quanto è avvenuto in passato induce alla prudenza. Le truppe americane invasero l’Iraq nel 2003, si ritirarono a fine 2011 e tornarono nel 2014 per sostenere gli iracheni contro lo Stato islamico fino al 2017. Tutto era iniziato con la più gigantesca fake news del secolo. Nel marzo 2003 Stati uniti e alleati invasero l’Iraq e rovesciarono Saddam Hussein ma la guerra fu giustificata con la minaccia delle armi di distruzione di massa irachene: il segretario di stato Colin Powell andò all’Onu a mostrare una fialetta che doveva essere la smoking gun, la pistola fumante delle prove. Ma gli arsenali chimici annunciati dagli statunitensi non furono mai trovati.

La caduta del regime fu rapida mentre costruire uno Stato capace si rivelò assai più difficile. Soprattutto per i colossali errori delle forze di occupazione guidate dal pro console Bremer: lo sbaglio più gigantesco fu lo scioglimento delle forze armate, che lasciò allo sbando decine di migliaia di soldati e il paese senza nessun controllo dei confini e del territorio. Fu per questo che i gruppi jihadisti come al Qaeda riuscirono a penetrare e fare proseliti soprattutto nella minoranza sunnita che non si sentiva più garantita dall’ascesa degli sciiti. Furono questi gli anni dell’insurrezione, degli attentati, della violenza tra comunità e delle battaglie per il controllo del paese. Nel 2007 i soldati americani in Iraq erano più di 170mila. Quando lasciarono il Paese alla fine del 2011 molti videro in quella partenza la conclusione della guerra. E si sbagliarono ancora una volta.

Fu il secondo tragico errore degli Stati uniti. L’Iraq fu abbandonato al suo destino e senza un apparato di difesa che potesse garantire il controllo. Un iracheno, Al Baghdadi, un ex qaedista liberato dal carcere di Camp Bucca proprio dagli Usa, si mise alla testa dell’Isis e nel 2014 riuscì a occupare Mosul facendosi proclamare califfo nella moschea di Al Nouri. La cavalcata dell’Isis minacciava anche Baghdad e mentre l’esercito iracheno si era liquefatto fu il generale iraniano Qassem Soleimani (poi ucciso dagli americani) a organizzare la difesa.

Soleimani si appoggiò alle milizie sciite legate all’Iran che oggi sono forze potenti. Il quadro è complesso: appartengono formalmente alle Forze di mobilitazione popolare, parte delle forze armate irachene, ma continuano ad agire con una propria autonomia. Alcune hanno motivato la propria presenza armata con quella dei soldati Usa. Se questi se ne vanno e le milizie restano, la questione diventa ancora più netta: può uno Stato dirsi sovrano se non controlla tutte le armi sul proprio territorio?

La presenza delle milizie sciite armate ha trovato un’altra giustificazione nella guerra lanciata il 28 febbraio da Usa e Israele contro la repubblica islamica dell’Iran. E qui siamo a un altro paradosso. Gli Stati uniti, mentre stavano per attaccare l’Iran, si appoggiavano alle milizie curde dei peshmerga intenzionati, a loro dire, a invadere l’Iran e combattere contro il regime degli ayatollah. Questa operazione -alla quale fu dato anche un risalto mediatico – è miseramente naufragata ma la dice lunga sull’improvvisazione della guerra di Trump e Netanyahu e come è stato trattato l’Iraq in questi anni. Non è una colonia ma gli Stati uniti l’hanno trattato come se lo fosse: ancora oggi non ha un’aviazione, un vero Stato, un governo riconosciuto e un esercito affidabile. Per questo la sua sovranità è una scommessa.

Nell’immagine: festa in Iraq per il ritiro Usa


Brexit o Britin? Burnham non esclude il rientro in Ue

Il falso testo di Umberto Eco "del 2010" che ha ingannato anche gli intellettuali 

Da ISPIonline

“Brexit ha causato più danni che benefici”, ha detto il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham, impegnato in questi giorni alla conferenza del partito laburista a Liverpool, in un’intervista alla Bbc. Il neo premier ha anche dichiarato di non volere lasciare “in sospeso” la questione dei rapporti con l’Ue e di voler essere chiaro su dove sarà il Paese sotto la sua guida tra dieci anni. Alla domanda se desidera che il Regno Unito rientri nell’Ue, ha risposto di voler “valutare le opzioni”, aggiungendo di avere precedentemente sostenuto un simile passo, pur riconoscendo che “non è detto che sia questo il momento”. Il leader ha quindi elencato le quattro opzioni: “Potremmo rimanere così come siamo; potremmo considerare quanto detto dall’ex cancelliere George Osborne riguardo a un’unione doganale; potremmo esaminare quanto proposto dai Liberal Democratici alla loro conferenza, sul mercato unico; oppure potremmo spingerci fino in fondo”. Non una dichiarazione esplicita, dunque, ma un’apertura all’idea che un ritorno nell’Unione europea sia un futuro possibile per Londra. A distanza di dieci anni dal referendum popolare che portò a Brexit, l’esecutivo a guida laburista gioca una carta potenzialmente divisiva in vista delle prossime elezioni, previste per il 2029 nonostante le recenti instabilità di governo, con lo stesso Burnham che ha escluso di volere andare al voto anticipato.

Cosa dicono i cittadini?

Le dichiarazioni di Burnham non sono impulsive o estemporanee. Un recente sondaggio di YouGov mostra come sia cambiata l’opinione pubblica dal referendum. Quasi sei britannici su dieci dicono che l’uscita dal blocco regionale sia stata una decisione sbagliata, e solo il 30% invece la sostiene. All’interno del campione, colpisce che quasi un quarto di chi nel 2016 votò per uscire, quindi per “leave”, ha poi cambiato idea, mentre gli elettori favorevoli a “remain”, cioè a restare nell’Ue, sono largamente (89%) rimasti della stessa opinione. Un dato ancora più netto è quello che emerge alla domanda se Brexit sia stato un successo – lo è per il 12% – o un fallimento – per il 61% – mentre il 19% pensa che non sia stato né l’uno né l’altro. Sul futuro rapporto tra Ue e Uk, quindi, il 55% sostiene un “Britin”, quindi la reintegrazione nell’Unione, mentre appena un terzo vuole mantenere lo status quo di Brexit. Le rilevazioni danno inoltre un interessante giudizio politico sulla leadership britanniche dell’ultimo decennio. Tra coloro che giudicano Brexit un fallimento, i principali responsabili sono indicati nell’ex premier Boris Johnson e nei Conservatori: rispettivamente l’82% e l’85% ritiene infatti che abbiano almeno in parte contribuito al mancato successo dell’uscita del Regno Unito dall’Ue. Il 69% attribuisce una responsabilità analoga a Nigel Farage, a capo di Reform Uk. Seguono gli ex primi ministri Theresa May, indicata dal 64% del campione, e Rishi Sunak, con il 59%.

L’economia sta peggio

Quando lo scorso giugno è ricorso il decimo anniversario da quel voto popolare che cambiò il Regno Unito e l’Europa, sui quotidiani britannici si sono consumate decine di analisi comparate con quanto si predisse nel 2016. Il giudizio generale conferma che Brexit è costata molto sia alle famiglie che alle aziende britanniche. Tuttavia, le previsioni di recessione economica si sono rivelate esagerate. Ciò che va tenuto a mente è che da quando la Brexit è diventata effettiva, cioè dal 2020, l’economia del Regno Unito ha risentito di altri scossoni, come la pandemia da Covid-19, la guerra in Ucraina e i dazi imposti dall’amministrazione Trump. Gli esperti concordano però su un punto: le stime a lungo termine ci avevano azzeccato. L’economia è molto più debole rispetto alle proiezioni, gli scambi commerciali hanno accusato il colpo, la crescita di produttività e investimenti aziendali si è bloccata e il reddito delle famiglie si è ridotto in media di diverse migliaia di sterline l’anno. Il crollo iniziale della sterlina – che non è più tornata alle quote pre-referendum – ha fatto impennare i costi delle importazioni, scatenando una spinta inflazionistica che ha messo sotto pressione i conti pubblici e pesato sul bilancio di tutte le famiglie. Nemmeno gli esportatori – solitamente favoriti da una moneta debole, che rende più competitivi i loro prodotti sui mercati esteri – sono riusciti ad approfittarne, paralizzati da un clima d’incertezza che ha frenato il commercio. Relativamente alla crescita, uno studio firmato dall’economista Nicholas Bloom evidenzia come il pil pro capite britannico sia inferiore tra il 6% e l’8% rispetto allo scenario senza Brexit: fino al 2016 c’era un allineamento pressoché perfetto con altre 33 economie avanzate, ma poi ha iniziato ad aprirsi un divario netto e la crescita del Regno Unito ha cominciato a rallentare.

Il commento di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca dell’ISPI“‘Once in a lifetime’. Così era stata presentata ai britannici la decisione su Brexit. Dopo dieci anni, la strategia della Global Britain per riacquisire piena libertà di manovra nel mondo si è rivelata per quello che è sempre stata: un’ambizione fuori tempo massimo. L’idea di Burnham di riavvicinarsi all’Ue è un atto di realismo politico. Tanto più che in dieci anni il mondo è cambiato così tanto che sembra passata più di una vita.”

La politica non tanto meglio

Negli ultimi anni, il Regno Unito è stato anche molto instabile dal punto di vista politico. Sarebbe esagerato dire che si tratta di una conseguenza diretta della Brexit, ma è altrettanto vero che mai come negli ultimi dieci anni c’erano state così tante crisi di governo. Dal 2016 il Regno Unito ha avuto sette primi ministri (tra il 1990 e il 2016 ce ne sono stati solo quattro) e quasi tutti i predecessori di Burnham hanno lasciato in seguito a dimissioni volontarie, mentre Rishi Sunak è stato sconfitto alle elezioni del 2024 riportando i Laburisti al potere dopo 14 anni. L’obiettivo di Burnham, oggi, sembra quindi quello di ripristinare una stabilità di governo, possibilmente definendo meglio i rapporti con Bruxelles con un esecutivo più rappresentativo degli interessi di cittadini che hanno visto una parziale erosione del potere d’acquisto, nonché il non mantenimento di alcune promesse per il post-Brexit. Tra queste, il dossier immigrazione, uno dei capisaldi dei Leavers. Il saldo migratorio netto ha infatti registrato un’impennata, con il picco di un milione di nuovi arrivi nel solo 2023. Questo è drasticamente sceso negli ultimi tre anni, lasciando però al centro del dibattito pubblico il tema della sicurezza, che negli ultimi anni è degenerata in episodi violenti come lerivolte anti-migranti di Belfast dello scorso giugno.

Nell’immagine: il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham


Libri scritti con l’IA? Ma i test falliscono. Abbiamo messo l’algoritmo alla prova

Il falso testo di Umberto Eco "del 2010" che ha ingannato anche gli intellettuali 

Di Sara Scarafia, La Repubblica

L’elefante è nella stanza e il mondo dell’editoria trema. Dopo la clamorosa esclusione dal premio Goncourt di Thélyson Orélien, l’autore accusato da un account X di aver scritto il suo romanzo utilizzando l’IA, nessuno si sente al sicuro. E l’Italia non fa eccezione. E se accadesse a un autore in corsa a un premio letterario? Le case editrici stanno prendendo provvedimenti? Hanno una strategia? Il tema è all’ordine del giorno, confessano gli addetti ai lavori rigorosamente off the record: telefonate, riunioni, report allarmati. Intanto, bocche cucite, ma dopo il caso Goncourt negli uffici non si parla d’altro. Da Mondadori, conEinaudi, a Feltrinelli al gruppo Gems tutti prendono tempo prima di esporsi. Del resto è un campo minato. Nessun sistema di verifica, come dimostreremo, è sicuro. Allo stesso tempo chiunque può scaricare uno dei tanti sistemi di rilevazione disponibili in rete e, sulla base dei risultati, accusare un autore di aver pubblicato un libro che non è farina del suo sacco. In America, e adesso in Francia, gli editori stanno studiando un bollino – “questo libro è 100% umano” – da piazzare in copertina. Ma con quale certezza? Chi certifica chi?

Si chiamano “AI detector” e sul web se ne trovano tantissimi, gratuiti e a pagamento. Nelle università sono ormai usatissimi per inchiodare gli studenti che si affidano all’algoritmo per scrivere le tesi. E la macchina, il grande fratello artificiale, ingrassa con i dati che raccoglie. È l’IA che prima genera e poi controlla se stessa. Con esiti mai certi. Come dimostra una piccola prova alla quale abbiamo sottoposto diverse piattaforme di verifica.

Il test

Abbiamo scelto alcune pagine di sette romanzi italiani. Tre vincitori di premi e tre bestseller di genere che scalano le classifiche. L’ultimo è un classico della letteratura italiana, scritto quando l’IA non c’era ancora: La malora di Beppe Fenoglio, anno 1954. Abbiamo usato cinque diversi rilevatori: tre nella versione a pagamento – Pangram, ChatGpt e Perplexity – due in quelle gratuite, Originality e Textguard. I detector hanno concordato, certificandoli come cento per cento umani, solo su due romanzi vincitori di premi, Di spalle a questo mondo di Wanda Marasco, Campiello 2025, e I convitati di pietra di Michele Mari, Strega 2026. E su Fenoglio. Con una curiosità. ChatGpt ha identificato il capolavoro dello scrittore di Alba: «Qui – scrive il chatbot – mi hai teso una trappola: è La malora». Qualcuno glielo aveva già dato in pasto.

Sì, no, forse

E negli altri casi? I sistemi non sono d’accordo, neanche nelle loro versioni a pagamento, quindi in teoria più accurate. Prendiamo due casi tra quelli sottoposti al test. Uno è il romance dell’autrice più venduta in Italia, First lady per caso di Felicia Kingsley(Newton Compton). L’altro è Le perfezioni di Vincenzo Latronico(Einaudi), finalista al prestigiosissimo Booker Prize nel 2025. In entrambi i casi, Pangram, lo stesso software che ha inchiodato Orélien, li certifica cento per cento umani. Perplexity, invece, quotatissimo tra gli accademici, è ambiguo. Se su alcune pagine diLatronico dà una percentuale tra il 50 e il 65 per cento di utilizzo di IA, su altre praticamente la azzera: 3 per cento. Anche su Kingsley il giudizio è disomogeneo: in un caso attesta le pagine al 75 per cento umane. Nel secondo la percentuale crolla al 40 per cento. È chiaro che qualcosa, nel sistema di rilevazione, non funziona.

Il grande calderone

Abbiamo sottoposto al test anche due titoli che hanno dominato le classifiche. L’ultimo dark romance di Carrie Leighton, che con la sua saga Better (Salani) ha venduto 500 mila copie, e uno dei romanzi di Gianluca Gotto, lo scrittore Mondadori “mistico” ininterrottamente in classifica da 210 settimane. Pangram li promuove entrambi al cento per cento. Secondo Perplexityinvece, nel caso di Leighton il romanzo è “IA assistito”, quindi scritto con l’aiuto dell’algoritmo, in una forbice che va tra il 65 e l’80 per cento. La piattaforma gratuita Originality dà addirittura il 73 per cento di probabilità che sia generato dalla macchina. Ma che significa? Che l’IA avrebbe generato la trama? Che il testo è stato sottoposto a editing dal chatbot? Risposte incerte anche su Gotto. Pangram lo salva, Perplexity e Originality lo bocciano: per il primo software Quando inizia la felicità è IA assistito al 60 per cento, per l’altro è generato dall’IA al 93 per cento.

L’algoritmo cade in fallo

Come ultima prova, abbiamo sottoposto ai detector un incipit generato appositamente con l’intelligenza artificiale: un sistema di rilevazione gratuito gli ha concesso il 50 per cento di possibilità di essere autenticamente umano. Perplexity lo ha dato artificiale solo al 70 per cento. Pangram lo ha bocciato: non è umano.

Ma sulla base di quali criteri?

La risposta di Perplexity, alla quale l’abbiamo chiesto, è spiazzante: «Non esiste un insieme di parametri che permetta di stabilire con certezza, dal solo testo, che un brano sia stato scritto da IA. Esistono strumenti probabilistici». Che, per le diverse piattaforme, sono più o meno gli stessi: prevedibilità delle parole che compaiono nelle pagine, uso di termini molto comuni, costruzioni delle frasi standardizzate e uniformità grammaticale. Pangram spiega che il suo algoritmo è stato addestrato attraverso il sistema “dello specchio”: «Per ogni esempio umano, generiamo un esempio prodotto dall’IA che corrisponda al documento originale su quanti più assi possibile». Un’ altra criticità è che i chatbot sono addestrati soprattutto con i testi in lingua inglese.Mark Spero, amministratore delegato di Pangram, società di Brooklyn, a New York, dopo il caso Orélien, ha detto che il suo detector ha un margine di errore per i testi in francese dello 0,0026 per cento. Ma al New York Times che glielo ha chiesto ha ammesso che non esistono studi indipendenti che certificano questo dato. E all’Atlanticha sottolineato che «Pangram non dovrebbe mai essere l’arbitro finale, ma piuttosto un punto di partenza per un’indagine più approfondita». Un’indagine fatta da chi? E con quali strumenti?

L’altra faccia della medaglia

Se finora i titoli ritirati dal mercato negli Stati Uniti sono di narrativa di genere (per esempio l’horror di Mia Ballard Shy Girl e il thriller di Jerry Falade contesissimo alle aste) il caso Goncourt, con l’esclusione di un concorrente dalla gara, tira in ballo anche la narrativa letteraria.

Solo che in questo caso il libro è ancora in vendita e domina le classifiche francesi. C’était ça ou mourir, pubblicato da Grasset, ha venduto circa 50 mila copie. E in Italia sarà pubblicato da Rizzoli. Che al momento resta cauta: «Abbiamo comprato il romanzo dalla casa editrice Boréal e l’abbiamo apprezzato per la sua voce. In Francia l’ha pubblicato un grandissimo editore come Grasset, ed è attualmente al primo posto nella classifica dei libri più venduti – dice Massimo Turchetta, direttore generale e publisher di Rizzoli – Le maggiori case editrici in tutto il mondo hanno partecipato all’asta internazionale per acquisirne i diritti. Boréal sta approfondendo l’analisi del testo per chiarire oltre ogni dubbio cosa sia successo, e Rizzoli rimane in attesa di avere un quadro più completo». Non tutte le IA vengono per nuocere.