Politica sanitaria – «Stiamo navigando senza pilota e senza controllo del traffico aereo»

I premi sono di nuovo in aumento. L’economista sanitario Heinz Locher non vede in questo una legge di natura, bensì un fallimento della Confederazione e dei Cantoni 

Di Daniel Ryser, Infosperber

Heinz Locher è dottore in economia e uno dei più autorevoli economisti sanitari indipendenti della Svizzera. È stato segretario generale della Direzione della sanità di Berna e successivamente socio della società di consulenza PricewaterhouseCoopers, dove ha diretto la filiale di Berna ed è stato responsabile del settore sanitario. Dal 1979 al 2020 ha insegnato economia sanitaria all’Università di Berna e in altre università in Svizzera e all’estero. Oggi lavora come consulente indipendente a Berna ed è considerato uno dei critici più acuti del sistema sanitario svizzero.

Heinz Locher, la consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider annuncerà oggi, martedì, un aumento dei premi presumibilmente del 5 per cento. Lo shock dei premi è ormai una tradizione svizzera come il Sechseläuten, il 1° agosto o la salsiccia di vitello di San Gallo, solo che non c’è nulla da festeggiare. Perché questa situazione non finisce mai?
Ogni anno si parla della stessa cosa, ma nulla cambia. Al momento ci sono due sviluppi che illustrano particolarmente bene l’incapacità delle autorità: l’assistenza retribuita da parte dei familiari e le iniezioni dimagranti. Sono queste le «pistole fumanti». Entrambi questi fattori di aumento dei costi avrebbero potuto essere mitigati o addirittura evitati se la Confederazione e i Cantoni avessero agito correttamente.

Cominciamo dai familiari che prestano assistenza. L’assicurazione di base paga ormai circa 350 milioni di franchi all’anno. Cosa è successo?
Nel 2019 il Tribunale federale ha stabilito che i familiari possono essere indennizzati dalla cassa malati per l’assistenza prestata, purché siano assunti da un’organizzazione Spitex. Prima non era possibile, i familiari che prestavano assistenza erano sempre svantaggiati. Ritengo che questo cambiamento sia fondamentalmente molto positivo. Ma non è stato avviato in modo serio.

In che senso?
Non è stato garantito che l’assistenza fosse di buona qualità e che esistessero procedure chiare in caso di crisi. Bisogna garantire che il tutto non vada a discapito né delle persone assistite né di chi le assiste. Invece è nato un business con buoni margini, con conseguenti ripercussioni sui premi. Alcune aziende ne hanno tratto profitti milionari. Ciò si sarebbe potuto e dovuto impedire.

In che modo?
Stiamo parlando di fondi provenienti dall’assicurazione di base. La legge sull’assicurazione malattie esige che le prestazioni siano efficaci, adeguate ed economiche. La Confederazione e i Cantoni avrebbero potuto imporre dei requisiti. Oggi è fin troppo facile fondare un’organizzazione Spitex senza fornire le necessarie prove di qualità. Si sarebbe potuto, ad esempio, stabilire che una singola infermiera non potesse seguire 24 familiari bisognosi di assistenza. Se la Confederazione e i Cantoni avessero collaborato, si sarebbe ottenuta una crescita sana e seria, senza soffocare il modello. Così invece si è verificata un’ulteriore esplosione dei costi. Solo ora, ben sette anni dopo la sentenza del Tribunale federale, la politica sta iniziando a regolamentare.

Dal 2024 l’assicurazione di base copre, a determinate condizioni, le iniezioni dimagranti come Wegovy. L’anno scorso ciò è costato alle casse malati circa 200 milioni di franchi. L’Ufficio federale della sanità pubblica afferma che il rimborso è vincolato a condizioni chiare e, per il momento, è a tempo determinato. Non è sufficiente?
Un problema è che molti pazienti interrompono la terapia e spesso riprendono peso. Si è esagerato. Sarebbe stato giusto partire con un’indicazione rigorosa e raccogliere prima un po’ di esperienza: quali requisiti devono essere soddisfatti affinché il trattamento abbia un effetto duraturo? Anche questo è previsto dalla legge: prima raccogliere e valutare l’esperienza, poi rimborsare. Invece si sono spalancate le porte e ora dobbiamo pagare tutti. Anche questo è un fallimento delle autorità federali.

Non c’è nulla che sia migliorato? Da gennaio 2026, ad esempio, è in vigore il nuovo tariffario medico Tardoc.
Al contrario, anche in questo caso è la solita storia. Si potrebbe dire che sia la terza pietra di scanto dell’attuale esplosione dei costi: Tardoc ha sostituito l’obsoleto tariffario Tarmed, ovvero l’elenco in base al quale i medici fatturano le loro prestazioni ambulatoriali.

L’idea era buona. In primo luogo, il tariffario avrebbe dovuto rispecchiare la medicina odierna e non quella del 1990. In secondo luogo, si sarebbe dovuta rafforzare la cosiddetta «medicina del colloquio», ovvero il lavoro del medico di famiglia, rispetto alle discipline tecniche con le loro apparecchiature. Il risultato è stato l’opposto. I medici di famiglia non sono pagati meglio e gli specialisti guadagnano più del previsto, perché il tariffario è strutturato in modo errato. In questo modo sono stati mancati entrambi gli obiettivi: il riequilibrio tra le categorie di medici e l’obiettivo di contenimento dei costi, poiché ci attendono costi nettamente più elevati. Le autorità hanno ignorato gli avvertimenti secondo cui le cose non sarebbero andate bene, ed è proprio quello che è successo. Con una corretta regolamentazione si sarebbe potuto evitare per tre volte un aumento dei costi nell’ordine dei milioni. È successo il contrario. Mi ripeto: paghiamo tutti per questi errori.

Questi sono gli attuali sviluppi negativi. Ma ci sono anche ragioni più profonde per cui i costi aumentano costantemente.
Sì, c’è una spiegazione strutturale. La chiamo «effetto Sisifo»: più la medicina è in grado di fare, più persone vengono curate. Queste persone continuano a vivere e in seguito hanno nuovamente bisogno di prestazioni mediche. Questo è positivo, ma ha un costo. E non finirà mai. A ciò si aggiunge il fatto che, con il benessere, aumentano le aspettative e la disponibilità a ricorrere alle prestazioni mediche. Lo si può dimostrare statisticamente.

A Ginevra e a Basilea Città gli assicurati pagano i premi più alti della Svizzera. Perché?
Non è un caso. Dal lato della domanda, si tratta di una combinazione di benessere e contesto urbano. Dal lato dell’offerta, giocano un ruolo importante la densità di medici specialisti e di costose apparecchiature diagnostiche come le risonanze magnetiche. Questo spiega le differenze tra i cantoni.

Ora entra in gioco un altro fattore, contro il quale lei mette in guardia già da tempo: i baby boomer stanno raggiungendo l’età avanzata.
I baby boomer sono le coorti nate tra il 1946 e il 1964, ovvero 19 coorti con un numero di nascite che va da 80’000 a oltre 110’000 ciascuna. I primi compiranno ottant’anni nel 2026. D’ora in poi, per 19 anni, ogni anno si aggiungeranno circa 70’000-80’000 ottantenni. Se a questo si aggiungono gli altri fattori, ne consegue che dobbiamo reinventare il sistema sanitario, altrimenti crollerà.

Da dove cominciamo?
Dall’alloggio. Dobbiamo riuscire a mantenere in buona salute gli ultraottantenni il più a lungo possibile, non solo con alloggi adeguati, ma anche con servizi quali portineria, assistenza domestica e assistenza personale. Se i baby boomer sommergono il sistema sanitario, questo crollerà. Già oggi mancano medici di famiglia e pediatri. Per questo è necessario un accesso facilitato: farmacie, drogherie, podologia, fisioterapia e personale infermieristico con formazione specialistica, i cosiddetti «Advanced Practice Nurses». In questo modo le persone non si recano inutilmente presso lo studio medico o in ospedale. Ciò non significa razionare o negare le prestazioni, ma fornire l’aiuto giusto nel posto giusto.

E chi paga tutto questo?
I fondi che oggi vengono destinati alla costruzione di ospedali devono essere impiegati per creare posti di tirocinio per i futuri medici di famiglia e per indennizzare gli studi medici che li formano. Si tratta di una ridistribuzione delle risorse. Fino a poco tempo fa, la politica sanitaria in Svizzera era sinonimo soprattutto di politica di costruzione di ospedali.

Eccoci quindi al tema scottante: il sistema ospedaliero svizzero. La Danimarca, con poco meno di sei milioni di abitanti, ha ancora solo 21 ospedali di pronto soccorso. La Svizzera, con nove milioni di abitanti, si permette 101 ospedali per cure acute e oltre 170 altre cliniche. E pro capite spendiamo quasi il 30 per cento in più per la sanità rispetto ai danesi. Questa è «Swissness» o è follia?
In Svizzera ce la caveremmo con un numero nettamente inferiore di ospedali.

Quanti sarebbero?
Meno di 100.

Due anni fa, durante una conversazione telefonica, mi disse che sarebbero bastati anche quaranta ospedali.
Vede, bisogna distinguere tra casi urgenti e non urgenti. In caso di emergenza, l’aiuto deve arrivare immediatamente: tramite i primi soccorritori, ovvero laici addestrati del vicinato, e tramite un servizio di soccorso decentralizzato e rapido. Ma per un intervento programmabile, come una protesi all’anca, si possono percorrere 30 chilometri o più. Le stesse persone che si lamentano che l’ospedale debba essere vicino, durante le vacanze di Natale vanno a Costanza o all’Europa-Park. Ecco perché già due anni fa ho detto che tra Rapperswil e Zurigo non serve più un vero e proprio ospedale. Naturalmente si è scatenato il finimondo.

Molti ospedali registrano cifre in rosso e devono essere salvati. Il Cantone di Argovia ha iniettato nel proprio ospedale cantonale di Aarau 240 milioni di franchi per evitare che fallisse. L’ospedale indebitato di Wetzikon dovrebbe essere rilevato dal gruppo ospedaliero Thurmed di Turgovia, a condizione che i creditori approvino una riduzione del debito a fine ottobre. Come valuta tutto questo?
La cosa peggiore sarebbe mantenere questa strategia e continuare semplicemente a sostenere finanziariamente gli ospedali. Proprio ora che sempre più cure vengono fornite in regime ambulatoriale, qui si nasconde un’opportunità. Propongo un fondo di dieci miliardi di franchi con cui riorganizzare la struttura ospedaliera, invece di mantenere artificialmente in vita quella attuale.

Lei trabocca di idee su come affrontare i problemi. E non è l’unico. Ciononostante, sembra che tutto questo si dissolva nel nulla. Il prossimo aumento dei premi è inevitabile.
Percepisco una certa impotenza. Bisognerebbe assumersi le proprie responsabilità, ma ciò non avviene. Il sistema sanitario svizzero sta navigando senza pilota e senza controllo del traffico aereo. Stiamo navigando alla cieca verso il nulla.

Nell’immagine: Heinz Locher, che aveva già lanciato questo monito oltre 15 anni fa nel telegiornale della SRF. Da allora l’aumento dei premi è diventato una costante


Ecocidio in Palestina: «Vogliono sradicarci come sradicano gli ulivi»

I premi sono di nuovo in aumento. L’economista sanitario Heinz Locher non vede in questo una legge di natura, bensì un fallimento della Confederazione e dei Cantoni 

Di Beatrice Sofia Urso, il manifesto

«L’obiettivo principale dei coloni è sradicare la presenza palestinese, così come sradicano i nostri alberi d’ulivo», dice Islah Jad a Terra Madre, il festival torinese di Slow Food. Tra gli ospiti, il coordinatore dell’ong italiana Cospe per l’area di sviluppo economico Jamil Daraghmeh, la direttrice generale di Build Palestine Lama Amr e Islah Jad, professoressa e membro del Board del Bisan Centre.

LA DISTRUZIONE di un popolo passa anche dalla sua terra, cancellando tradizioni e prodotti, da cui la necessità di analizzare questa faccia della guerra e dell’occupazione. Radere al suolo un ecosistema, avvelenare sorgenti d’acqua, inquinare campi, dare alle fiamme produzioni agricole e pascoli: si chiama ecocidio ed è il crimine silenzioso che si affianca allo sterminio del popolo palestinese.

«In questo momento noi palestinesi stiamo assistendo a quello che definiscono il decisive plan: l’espulsione di tutto il popolo palestinese – racconta Islah Jad al manifesto – Israele sta agendo così brutalmente perché i palestinesi stavano per superare la popolazione ebraica: una questione demografica. Per questo il genocidio si sta consumando a Gaza, che è tra le aree più densamente popolate al mondo. Assistiamo a un massacro nella Striscia e a una forma di pulizia etnica in Cisgiordania. Il controllo della nostra terra, delle risorse idriche, dei nostri spostamenti e della nostra vita quotidiana serve a spingere la popolazione ad andarsene».

Se le bombe hanno devastato Gaza, in West Bank ci sono ancora alcune, poche, aree sfruttabili per l’agricoltura. «Qui la terra è divisa in Area A, B e C – spiega Jamil Daraghmeh – Il luogo principale in cui sviluppare le attività economiche, soprattutto legate all’agricoltura, è l’Area C ma per i palestinesi è quasi impossibile accedervi (il controllo civile e militare è esercitato da Israele, ndr)».

L’AREA C è anche la maggiore per estensione, coprendo più del 60% del totale della Cisgiordania. Chi vive qui fa affidamento sulla terra come principale mezzo di sostentamento. Quello che le cooperative locali cercano di costituire è una rete per una nuova struttura economica. Il problema, però, è molto più grande: il controllo dell’economia palestinese è nelle mani del suo stesso aguzzino. «Dipendiamo completamente da Israele, dall’uso dello shekel come valuta all’importazione di merci», spiega Daraghmeh.

La missione è rendere l’economia palestinese indipendente a partire dall’autoproduzione dei beni di prima necessità. «Ma restano i problemi legati soprattutto alla gestione delle risorse idriche. La quota d’acqua per un israeliano è quattro volte superiore rispetto a quella di un palestinese».

In un territorio come quello palestinese, dove le montagne coesistono con uno dei punti più profondi del pianeta, la flora mediterranea dà il suo meglio. «La prima cosa di cui dobbiamo parlare sono i semi – racconta Lama Amr – tra i bersagli principali di Israele: impedirci di preservare le sementi tradizionali e di conservarle per proteggere la nostra sicurezza alimentare e la biodiversità.

Le bombe si insidiano nel sottosuolo e impediscono di continuare il ciclo produttivo della vegetazione». Non c’è solo l’effetto dei bombardamenti, è il modello d’occupazione che mina la produzione agricola: l’azione dei coloni è un’altra faccia della stessa guerra. «Appiccano fuoco ai campi in modo che i contadini non possano coltivarli, rapiscono le greggi e negano l’accesso all’acqua. Per questo la resistenza è popolare e quotidiana. Moltissime famiglie hanno iniziato a coltivare qualsiasi appezzamento intorno a casa, raccogliendo e conservando i semi».

UNA RESISTENZA con un volto femminile. Islah Jad parla di «tessitrici del tessuto sociale palestinese» riferendosi al ruolo assunto in ogni fase della storia: organizzare la vita comunitaria, curare i bambini e istituire scuole di emergenza nelle fasi più acute del conflitto. Ma il loro ruolo è fondamentale anche nel settore agricolo: «La partecipazione delle donne in agricoltura è più alta di quella degli uomini. Sono state le prime a scontrarsi con i coloni che cercavano di deviare i corsi d’acqua o di confiscare le terre».

«Non si deve permettere che Israele si presenti all’estero sotto la veste di protettore dell’ambiente o pioniere della transizione ecologica – conclude la professoressa – La realtà è che le sue politiche distruggono il nostro ecosistema, confiscano le nostre riserve idriche e devastano le terre agricole. Il primo punto è fare controinformazione e chiedere sanzioni per le violazioni dei diritti umani».

Nell’immagine: Hebron, coloni impediscono la raccolta delle olive


L’Onu in crisi, ma resta indispensabile

I premi sono di nuovo in aumento. L’economista sanitario Heinz Locher non vede in questo una legge di natura, bensì un fallimento della Confederazione e dei Cantoni 

Di Ettore Sequi, La Stampa

Nel cuore delle Nazioni Unite, dove si è svolta l’ottantunesima Assemblea generale, una placca di marmo ricorda la massima di Benito Juárez: “El respeto al derecho ajeno es la paz”, il rispetto del diritto altrui è la pace. Oggi, davanti a un Consiglio di sicurezza paralizzato dai veti, e a conflitti che l’Onu può soltanto osservare, quel monito suona come una provocazione. Ma è proprio questo il paradosso: l’Onu e il multilateralismo sono ancora più necessari quando appaiono più deboli.

La crisi dell’Onu non è teorica. Si vede quando il veto paralizza il Consiglio di sicurezza: a Gaza, dove gli scontri fra le potenze hanno spesso impedito un’azione comune, e sull’Ucraina, dove la Russia usa il diritto di veto. Chi viola le regole siede nella stanza chiamata a farle rispettare. Ma proprio qui emerge il paradosso: La debolezza dell’Onu non coincide con la sua inutilità, nemmeno per chi la contesta.

Nel novembre 2025 Trump ha ottenuto dal CdS l’approvazione del suo piano per Gaza e del Board of Peace: le grandi potenze possono aggirare l’Onu ma quando cercano la legittimità, tornano a bussare alla sua porta. Ciò perché esistono due Onu: una politica, quella del Consiglio di Sicurezza, indebolita dalla rivalità tra potenze; e una funzionale, che assiste, coordina, protegge, e che è indispensabile perché i problemi non rispettano i confini. L’Onu non può governare il mondo, ma può offrire il luogo in cui il mondo prova a governarsi. Il minilateralismo (G7, Brics+, G20) assicura forse efficacia, ma la ristrettezza ne limita la legittimità. La domanda di regole cresce mentre diminuisce la disponibilità delle potenze a sottoporvisi. Più il potere si frammenta, più cresce il bisogno di ricomporlo.

La sovranità non è più soltanto controllo dei confini: è capacità di influenzare ciò che accade oltre di essi. Nessuno Stato può governare da solo le interdipendenze da cui dipende la propria sicurezza: energia, clima, tecnologia, Intelligenza artificiale. È la policrisi: una guerra diventa crisi energetica e alimentare; una disputa commerciale diventa una questione di sicurezza. La vera crisi è governare interdipendenze che nessuno controlla da solo. Non è la fine del multilateralismo, ma il tramonto della sua versione unipolare, costruita nel 1945 intorno alla centralità americana. Il dibattito generale di quest’anno conferma una nuova fase più competitiva: gli USA dovranno guidare senza esigere l’egemonia; la Cina occuperà gli spazi lasciati vuoti; il Sud globale chiede un sistema meno gerarchico, in cui contribuire a definire le regole.

L’Africa è il vero acceleratore: risorse, mercati, demografia, energia e materie prime critiche ne fanno un centro della competizione globale. La diplomazia infrastrutturale cinese e la presenza russa nel settore della sicurezza hanno occupato spazi lasciati vuoti dall’Occidente. Ma l’Africa non è più solo terreno di competizione poiché rivendica un potere negoziale proprio.

Anche per l’Europa, che non può sostituire con la potenza ciò che ottiene attraverso mercati, standard e coalizioni, il multilateralismo è una necessità strategica

Riformare l’Onu non significa ridisegnare la mappa delle poltrone per includere i nuovi protagonisti. Significa restituire al tavolo la capacità di cambiare ciò che accade fuori dalla stanza. Un’Onu che registra soltanto le divisioni tra le potenze rischia di diventare un archivio del disordine. La legittimità si ricostruisce producendo risultati.

Dall’Assemblea generale di quest’anno emerge che l’Onu non è finita. È finita invece l’illusione che essa possa operare senza il consenso delle potenze. Le istituzioni hanno bisogno del peso degli Stati; gli Stati della legittimità delle regole. E la vera alternativa non è tra Onu e nazioni, ma tra una sovranità lungimirante che accetta la cooperazione per governare l’interdipendenza e una sovranità miope che, isolandosi, è condannata a subirla. La crisi dell’Onu non dimostra che il multilateralismo sia superato: dimostra che non possiamo farne a meno.


Kaliningrad, la fortezza nel Baltico con cui Putin cerca l’incidente in Europa

I premi sono di nuovo in aumento. L’economista sanitario Heinz Locher non vede in questo una legge di natura, bensì un fallimento della Confederazione e dei Cantoni 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

Kaliningrad è sempre stata la fortezza che definisce i rapporti di forza tra Mosca e l’Europa. Un castello di torri e fossati nei tempi in cui si chiamava Königsberg: capitale dei cavalieri teutonici lanciati alla conquista dell’Est, la cui disfatta sul lago ghiacciato è stata esaltata dall’Urss di Stalin nel film Aleksandr Nevskij diretto da Ejzenstejn. Oggi è un bastione irto di missili, che minacciano le metropoli dell’Ue da Berlino a Varsavia, da Stoccolma a Helsinki: da lì possono raggiungerle anche gli Iskander a testata convenzionale, senza così superare la “soglia nucleare” e rischiare una reazione apocalittica. L’Armata Rossa l’ha occupata nel 1945 e l’ha annessa alla Russia, nonostante si trovi incastonata nel mezzo della Polonia: è all’altra estremità del golfo dove c’è Danzica; una vicinanza geografica che provoca più di un brivido nello scenario inquietante di queste ore.

Per Putin, Kaliningrad è diventata soprattutto lo strumento per misurare la determinazione europea: una sorta di termometro, che utilizza per valutare fino a che punto i Paesi della Nato e dell’Ue siano disposti a spingersi nel confronto con la Russia generato dall’invasione dell’Ucraina. Le provocazioni però sono iniziate molto prima, con i Mig e con i Sukhoi che irrompono nelle rotte civili del Baltico senza preavviso né autorizzazione: una situazione che ha spinto l’Alleanza a schierare sin dal 2004 i suoi caccia a protezione di Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia. Quasi ogni giorno i jet del Patto atlantico – adesso ci sono pure gli Eurofighter italiani – si alzano alla massima velocità per fronteggiare gli sconfinamenti di velivoli, droni e persino missili da crociera.

La tensione continua a crescere ed è arrivata a livelli mai toccati neppure durante la Guerra Fredda. Al vertice della Nato c’è la convinzione che ogni segno di debolezza possa motivare il Cremlino a spingersi oltre, cercando di spezzare anche con le armi la coesione dell’Alleanza indebolita dall’amministrazione Trump. Nel cuore dell’estate le reti di intelligence hanno colto i segnali di un’intensificazione della pressione russa, con l’impressione che Mosca fosse pronta a un salto di qualità. Così il 18 agosto è scattata un’operazione di deterrenza, per mettere in guardia il Cremlino: un assedio virtuale di Kaliningrad condotto insieme da americani ed europei. I cieli sono stati sbarrati da decine di intercettori ma soprattutto sono entrati in azione i migliori sistemi volanti da contromisure elettroniche, esibendo la capacità concreta di disturbare i radar, interrompere le comunicazioni, oscurare gli apparati di puntamento: hanno testimoniato di saper accecare la fortezza russa.

Il carosello di jet, a cui si sono unite manovre terrestri e navali, è proseguito fino al 21 agosto. È stato l’inizio di una partita a scacchi, in cui vengono continuamente spostate pedine. Putin non si è mostrato intimidito; anzi. Il giorno dopo ha dichiarato che «gli attacchi ucraini sulla Russia hanno scoperchiato il vaso di Pandora» ossia lo scrigno di tutti i mali. Poi il 25 agosto il direttore della Cia John Ratcliffe è arrivato a Mosca: ha incontrato i capi dei due servizi segreti russi e trasmesso un monito rimasto top secret.

In apparenza, la missione di Ratcliffe non sembra avere sortito effetti. Droni e missili attraversano l’Ucraina e puntano verso i confini europei. I sabotaggi nell’ombra della “guerra ibrida” sono più numerosi. I decolli da Kaliningrad più frequenti, fino all’incursione dell’elicottero che la scorsa settimana è platealmente entrato in Polonia per pochi secondi. Sul versante opposto, da metà settembre per una settimana i ricognitori della Nato hanno tenuto sotto controllo cielo e mare in tutto il fronte est: da Kaliningrad fino al porto di Murmansk, dove sono ormeggiati i sottomarini nucleari russi. Sono sfide in cui il pericolo di innescare l’escalation è elevatissimo. «Vladimir Putin è diventato più minaccioso e disposto ad accettare rischi – ha dichiarato sir John Stringer, generale britannico e numero due della Nato –. Mentre la guerra in Ucraina è in una situazione di stallo, tenta di dividere i Paesi occidentali. I membri dell’Alleanza devono fare molta attenzione nelle loro risposte, perché il Cremlino potrebbe cercare di spingerci verso una reazione eccessiva».


Condividere la prosperità

I premi sono di nuovo in aumento. L’economista sanitario Heinz Locher non vede in questo una legge di natura, bensì un fallimento della Confederazione e dei Cantoni 

Di Giancarlo Carofiglio, La Stampa

Tra giugno e agosto di quest’anno, secondo uno studio del Centro Studi Cipnes Gallura-UniOlbia, nelle acque della Gallura sono stati rilevati 3.176 superyacht, cioè imbarcazioni di almeno 24 metri, e il valore stimato di 291 di essi supera i 19 miliardi di dollari, circa 16,5 miliardi di euro al cambio medio del 2026.

Tanto per fornire un dato di paragone: la Campania, con 5,6 milioni di abitanti, riceve ogni anno dal Fondo sanitario nazionale circa 11,5 miliardi (dato del riparto 2023). Certo, il confronto è tra un patrimonio e una spesa annuale, ma restituisce un ordine di grandezza che aiuta a definire la questione. E la questione riguarda il paese in cui quegli yacht navigano, dove nello stesso momento ci sono persone che aspettano mesi per una visita specialistica nel servizio pubblico, bambini che non hanno nemmeno un pasto proteico al giorno e crescono in case sovraffollate e malsane, famiglie che a fine mese scelgono tra mangiare e riscaldare la casa.

Il superfluo legittimamente acquisito — lavorando e pagando le tasse — è, di per sé, un tema politicamente irrilevante. In una società in cui molti non hanno l’indispensabile, diventa però una questione politica in senso molto concreto: riguarda la tenuta delle istituzioni democratiche. Le società insopportabilmente ingiuste tendono a diventare violente e perdono la democrazia un pezzo alla volta, a vantaggio di forme di autoritarismo più o meno mascherate. Correggere la distribuzione delle risorse è dunque una condizione di sopravvivenza delle istituzioni libere, prima ancora che una questione di generosità o di rivalsa.

Ma chi decide che cos’è indispensabile? La domanda contiene un’insidia reale, perché ogni lista dell’indispensabile dipende dall’epoca e dalla cultura in cui viene compilata. L’elettricità era superflua nel 1820, la connessione a internet nel 1990, e il riscaldamento domestico è stato un lusso per larghe fasce della popolazione fino a pochi decenni fa. I confini si spostano, e ne segue che la lista proposta qui vale per la modernità avanzata e non per ogni tempo e ogni luogo.

Oggi rientrano tra gli indispensabili, a mio giudizio, il cibo sufficiente a mantenersi in salute e l’acqua potabile; un’abitazione stabile non sovraffollata, anche se piccola e semplice; la possibilità di alleviare le sofferenze che vengono dal freddo e dal caldo estremo; le cure mediche essenziali, comprese due che il dibattito pubblico tratta come secondarie, la salute mentale e le cure dentistiche. Per la psicoterapia nel servizio pubblico le attese sono spesso molto lunghe, e le cure odontoiatriche, salvo che per i minori e per le persone più vulnerabili, restano a carico dei cittadini, sicché chi non può permettersele rinuncia. Vi rientra un’istruzione che funzioni davvero, oltre all’accesso formale che sulla carta esiste: una scuola con insegnanti stabili e laboratori attrezzati nei quartieri ricchi, e con supplenti precari e aule cadenti in quelli poveri, non offre un servizio universale ma riproduce la disuguaglianza con l’avallo dello Stato. Vi rientra una connessione a internet, perché il lavoro, i servizi pubblici e la formazione passano ormai dal digitale, e un bambino senza connessione affidabile resta escluso da una parte crescente delle opportunità. Vi rientra la mobilità: in molte aree del paese il trasporto pubblico extraurbano è insufficiente, e chi non ha un’automobile non raggiunge il posto di lavoro, non accompagna i figli a scuola, non arriva al pronto soccorso quando l’urgenza non giustifica un’ambulanza. La geografia italiana trasforma la povertà economica in isolamento fisico.

Infine, ed è la voce più spesso dimenticata, la possibilità di partecipare alla vita collettiva senza la vergogna della povertà relativa. Il sociologo Peter Townsend ha definito poveri coloro che non possono permettersi le consuetudini e le attività ordinarie della propria società; Amartya Sen, discutendo la sua tesi, ha ricordato che già Adam Smith contava tra i bisogni la possibilità di presentarsi in pubblico senza doversene vergognare. Quella vergogna è spesso la forma più corrosiva del disagio sociale.

A questa lista va aggiunta una condizione che non è un bene né un servizio: la possibilità che la famiglia e il luogo in cui si nasce non decidano il futuro di una persona. È ciò che chiamiamo ascensore sociale. Perché funzioni, non basta che tutti possano formalmente andare a scuola: occorre che abbiano concrete possibilità di migliorare la propria condizione economica.

Va detto che il primo studio (pubblicato nel 2022) condotto sulle dichiarazioni dei redditi di genitori e figli, quello di Acciari, Polo e Violante, descrive un’Italia meno immobile di quanto indicassero le stime precedenti. L’indicatore misura quanto la posizione dei figli nella distribuzione del reddito dipenda dalla posizione dei genitori: più il valore è alto, più forte è il legame e minore la mobilità sociale. L’Italia registra 0,22, contro 0,18 della Danimarca e 0,34 degli Stati Uniti. La mobilità italiana risulta dunque leggermente inferiore a quella danese ma superiore a quella statunitense. Le disuguaglianze di partenza restano comunque decisive: su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più povere, soltanto undici arrivano nel 20 per cento più ricco; su cento figli nati nel 20 per cento delle famiglie più ricche, trentatré vi rimangono anche da adulti. Inoltre, la mobilità è molto più forte nel Nord del paese. Conta dunque da chi si nasce, e conta – moltissimo – anche dove.

Negli ultimi quarant’anni si è consolidata una retorica che separa il superfluo da ogni responsabilità collettiva. Qualunque etichetta le si dia, l’operazione è sempre la stessa: presentare la disuguaglianza come il risultato naturale, anzi auspicabile, del libero dispiegarsi del merito individuale. In questa narrazione, chi ha molto lo merita; chi ha poco, invece, non si è impegnato abbastanza, ha fatto scelte sbagliate o non ha saputo cogliere le occasioni che un sistema aperto e neutrale metteva a disposizione di tutti. La ricchezza diventa il premio della virtù; la povertà, la conseguenza del vizio o almeno dell’inadeguatezza.

Michael Sandel, ne La tirannia del merito, mostra che questa ideologia ha un intollerabile costo morale: produce nei vincitori una presunzione di superiorità che non hanno titolo a nutrire e nei perdenti un’umiliazione che non hanno motivo di provare, perché il fallimento viene trattato come colpa personale e non come effetto di condizioni strutturali. Così il sistema si protegge: chi sta in basso si chiede che cosa abbia sbagliato lui o lei, non perché le cose funzionino in quel modo.

In questo contesto va letta la resistenza viscerale a ogni forma di redistribuzione. L’espressione “invidia sociale”, usata di routine per liquidare qualunque proposta di tassare i grandi patrimoni, ne è la versione più efficace: converte una questione di giustizia in una questione di psicologia e la delegittima senza doverne discutere gli argomenti.

Vale la pena guardare da vicino la parola. Redistribuire significa distribuire di nuovo, e l’obiezione conservatrice sfrutta proprio quel prefisso: lascia intendere che esista una prima distribuzione — quella del mercato — giusta in quanto spontanea, e che ogni intervento pubblico la alteri. Ma quella prima distribuzione dipende già da regole sui contratti, sulla proprietà, sulle successioni e sul fisco: regole che qualcuno ha scritto e che si possono riscrivere. In questo senso, ogni sistema fiscale è redistributivo. Può esserlo in modo equo o, più spesso, iniquo. Può aggravare le ingiustizie oppure, al contrario, mettere in moto meccanismi sani ed etici di equità, dignità e prosperità condivisa.

Nell’immagine: Gianrico Carofiglio


Papa Leone e l’Occidente in cerca di un’identità sociale

I premi sono di nuovo in aumento. L’economista sanitario Heinz Locher non vede in questo una legge di natura, bensì un fallimento della Confederazione e dei Cantoni 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Pecore senza pastore»: così Gesù ai suoi tempi definiva le folle, e così oggi ci ritroviamo a essere noi, europei, occidentali, in questo tempo confuso e impaurito della post modernità, da qualcuno già ridefinito della post umanità. La cosiddetta “morte di Dio” proclamata da Nietzsche e poi posta a fondamento della gran parte delle espressioni del pensiero novecentesco (politica, psicanalisi, arte, economia…) ha rappresentato la morte del pastore, ovvero di quella realtà capace di aggregare le libertà e i sentimenti degli esseri umani rendendoli concretamente soci gli uni degli altri, e quindi tali da formare veramente una società (l’originale latino societas non a caso viene da socius).

Oggi, senza più pastore, privi di una realtà universalmente riconosciuta come più importante di noi e quindi tale da renderci soci aggregandoci tra noi (il verbo aggregare viene da gregge), ci ritroviamo dis-gregati, senza gregge, non più soci tra noi ma dis-sociati, stranieri morali gli uni degli altri.

Il bisogno di aggregazione però è costitutivo dell’essere umano, siamo “animali politici”, ci definiva giustamente Aristotele, quindi la mancanza di aggregazione genera malessere, senso di vuoto, ansia. È per questo che quando ci possiamo di nuovo aggregare nel nome di valori e di ideali più importanti degli interessi immediati, ritroviamo una dimensione decisiva della nostra natura e un senso di autentica gioia pervade l’esistenza. È quanto è avvenuto durante la gioiosa visita di Papa Leone in Francia.

Certo sarebbe improprio considerare gli ottantamila giovani dello Stade de France l’espressione di tutti i milioni di giovani francesi, così come le folle degli Champs-Élysées l’espressione della totalità della popolazione francese. Però sarebbe altrettanto improprio non cogliere in questa inaspettata attenzione verso il Papa della Chiesa cattolica un segno dei tempi.

Quale? Il bisogno di un’identità sociale. Il principio di laicità, che proprio in Francia ha avuto la sua massima celebrazione a partire dalla rivoluzione del 1789, ha dato a ogni cittadino la possibilità di costruirsi un’identità personale, rappresentando la grande liberazione dalle ingerenze dello Stato e soprattutto della Chiesa nella vita degli individui. La vittoria della laicità ha comportato la cessazione di quella forzata tutela che imponeva a ognuno cosa credere e cosa no, cosa fare e cosa no, chi amare e chi no, impedendo all’individuo tutto ciò che risultava difforme rispetto al canone stabilito. La laicità è stata la grande liberazione degli individui e l’affermarsi della loro identità personale.

Oggi però da più parti si avverte il bisogno di ritrovare un’identità anche sociale. La libertà infatti non si dice solo come liberazione, perché, una volta liberato dai legacci che lo imprigionano, l’essere umano sente il bisogno di avere legami che compiano il suo bisogno costitutivo di relazionalità. Siamo alla ricerca, in questo tempo confuso e colmo di incertezze, di un nuovo pastore, ovvero di un’idea madre che torni a farci sentire di nuovo aggregati tra noi.

Io penso che qui si giochi il futuro dell’identità europea. Penso che il futuro dell’Occidente si determinerà nella partita tra falsi pastori e veri pastori: tra coloro che approfittano di questo bisogno di aggregazione per le loro mire di potere e trasformano l’identità sociale ritrovata in forza ostile verso le altre identità, e i veri pastori capaci di porre l’identità sociale ritrovata al servizio della più ampia aggregazione dell’umanità.

I veri pastori sono coloro che pongono l’identità sociale al servizio di un’aggregazione più alta, superiore, facendo così finalmente approdare l’umanità a quella “fraternité” sognata e celebrata dai rivoluzionari del 1789.

Non si tratta quindi di tornare a essere gregge come un tempo, perché noi non siamo pecore, e se ci siamo disgregati dalle precedenti aggregazioni è stato perché avevamo bisogno di libertà. Nessun ritorno al passato, nessun tradizionalismo, nessuna restaurazione saranno mai possibili se gli esseri umani non vorranno tradire la propria storia e se stessi.

Si tratta piuttosto di ritrovare un’aggregazione più autentica, più matura e più responsabilizzante rispetto a quella del passato, che vinca l’isolamento dell’individualismo in cui siamo precipitati e ci restituisca il senso dell’autentica comunità.

Con il suo volto mite e fraterno che lo rende così diverso da un minaccioso leone, a dispetto del nome che si è scelto; con quel suo gentile modo di essere che lo fa assomigliare piuttosto a un inedito “leone erbivoro”, questo Papa, in questo mondo sempre più in mano a spietati leader carnivori, sembra proprio rappresentare l’espressione di quella “forza debole” che sa parlare gentilmente alle nostre coscienze, facendoci ritrovare il desiderio della vita comune senza perdere la vita libera.

Se la Chiesa cattolica nelle sue diverse espressioni, a partire soprattutto dalle parrocchie, si saprà porre al servizio di questa esigenza di comunità e di identità sociale (senza approfittarne per riprendere le antiche posizioni di potere, ma con vero spirito di servizio), forse potrà tornare a essere quel “sale della terra” e quel “lievito della pasta” di cui al suo riguardo parlava Gesù.


Russia, identità dei giornali rubate per inquinare la democrazia: c’è anche La Repubblica

I premi sono di nuovo in aumento. L’economista sanitario Heinz Locher non vede in questo una legge di natura, bensì un fallimento della Confederazione e dei Cantoni 

Di Giuditta Mosca, La Repubblica

Un attacco sistematico colpisce l’informazione occidentale, sfruttando la reputazione delle testate più autorevoli per diffondere propaganda e minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche.

È quanto emerge da un’indagine condotta da Alice Lee e Madeline Roache, ricercatrici e analiste di NewsGuard, società specializzata nel monitoraggio dei media e nella valutazione dell’affidabilità delle notizie, che ha portato alla luce un ecosistema ingannevole di ampie proporzioni.

Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina avviata dalla Russia nel 2022, le operazioni di influenza collegate al governo di Moscahanno realizzato 906 articoli e servizi video completamente falsi, attribuendoli illegittimamente a 163 giornali e canali televisivi appartenenti a 21 Paesi differenti.

Il report dimostra come queste campagne abbiano l’obiettivo strategico di indebolire il sostegno militare e finanziario fornito dai Paesi occidentali a Kyiv, facendo leva sulla fiducia che i lettori ripongono nei marchi giornalistici tradizionali.

Una crescita pianificata

Il fenomeno ha registrato un’accelerazione marcata, a dimostrazione del fatto che le autorità russe considerano la disinformazione un’arma di guerra psicologica efficace. Stando ai dati raccolti dal team di analisti di NewsGuard, il numero di articoli fittizi attribuiti a fonti rispettabili è passato da quarantaquattro nella prima metà del 2025 a 421 nella prima metà del 2026, segnando così una crescita dell’850%.

Le operazioni russe riproducono fedelmente i loghi, i font e le grafiche ufficiali dei giornali, arrivando in diversi casi a registrare domini sul web con indirizzi quasi identici a quelli autentici per trarre in inganno gli utenti meno esperti e mascherare la falsità dei contenuti. Spesso, gli articoli contengono anche dichiarazioni inventate e attribuite a esperti realmente esistenti.

I nomi autorevoli finiti nella rete dei cloni

In Italia il fenomeno è limitato, sono stati presi di mira giornali come La Repubblica con due contenuti falsi e Il Fatto Quotidiano con uno, oltre alle quattro incursioni registrate a danno di Vatican News, il portale informativo ufficiale della Città del Vaticano.

A La Repubblica, in particolare, è stata addebitata la falsa notizia mai pubblicata secondo la quale il candidato alla presidenza francese Édouard Philippe, sindaco di Le Havre, nel 2023 avrebbe acquistato una villa in Sicilia del valore di 15 milioni di euro e, a latere, la notizia secondo cui la polizia di Stato avrebbe intensificato i controlli tra le comunità ucraine residenti in Italia a ridosso delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, a causa di una crescente infiltrazione ucraina in gruppi terroristici.

Al di fuori dei patri confini praticamente nessun gigante dell’informazione è stato risparmiato dalla rete dei falsari. Tra le 163 testate colpite figurano la BBC, l’emittente radiotelevisiva pubblica del Regno Unito, oltre alle testate Bloomberg, Politico e la CNN.

L’emittente più colpita in assoluto è risultata essere Euronews, il canale televisivo multilingue con sede in Francia che trasmette in tredici lingue, alla quale sono stati falsamente attribuiti 82 contenuti fittizi.

Tra i media più usurpati compaiono numerose testate francesicome Libération con 39 falsi, il canale all-news BFMTV e la rivista satirica Charlie Hebdo, entrambe con 35 falsi. A seguire la tv pubblica France 24 con 34 falsi, Le Figaro con 31 e Le Parisien con 28.

Anche in Germania il fenomeno è rilevante, con 28 contenuti attribuiti falsamente alla Deutsche Welle, la radio-televisione pubblica tedesca, e 25 al quotidiano Frankfurter Allgemeine.

La concentrazione sui media dell’Ue è spiegata dagli analisti con il fatto che l’Europa è il principale sostenitore economico dell’Ucraina e, nondimeno, ospita oltre 5 milioni di rifugiatiucraini.

Le tre operazioni segrete e la strategia dei video

Dietro questa vasta produzione di materiale ingannevole agiscono tre strutture principali riconducibili a Mosca: Matrioska, Storm-1516 e Doppelganger.

La campagna Matrioska, il cui nome evoca le celebri bambole ad incastro della tradizione russa, è specializzata nella fabbricazione seriale di brevi filmati propagandistici di scarsa qualità che imitano lo stile dei network di informazione e che vengono diffusi a ritmo continuo su X e su alcuni canali Telegram.

L’operazione Storm-1516 adotta invece una tattica più sofisticata e mirata, tendendo a costruire narrazioni articolate che prendono spunto da un singolo falso reportage attribuito a un giornalista o a un’organizzazione reale e che, in seguito, viene fatto circolare attraverso una fitta rete di profili coordinati fino a raggiungere decine di milioni di visualizzazioni.

La terza struttura, Doppelganger, pioniera nel clonare i siti web delle testate occidentali, sembra aver ridotto notevolmente le proprie attività dal 2024. Sebbene la pratica di impersonare entità straniere risalga all’epoca sovietica, l’adozione diffusa dei sistemi di IA, ha reso la produzione di bufale rapida ed economica.

Dalle calunnie personali alle interferenze elettorali

I contenuti veicolati attraverso queste falsificazioni spaziano dai tentativi di denigrazione personale alle ingerenze politiche dirette.

Tra le narrazioni più diffuse figurano le accuse infondate rivolte al presidente ucraino Volodymyr Zelensky di essersi appropriato indebitamente dei fondi destinati agli aiuti di guerra o di fare uso di sostanze stupefacenti. Un altro video fasullo con il logo della BBC sosteneva invece che Olena Zelenska, la first lady ucraina, avesse chiesto asilo all’estero a causa della rottura del matrimonio.

Allo stesso modo, sono state lanciate calunnie infondate di pedofilia contro il presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron e contro il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

In altri casi, i falsi sono stati usati per orientare il voto dei cittadini, come avvenuto nel marzo 2026 in Ungheria, per esempio mediante un finto articolo firmato Euronews nel quale veniva attribuita al leader europeista Péter Magyar la frase in cui definiva il presidente degli Stati Uniti Donald Trump un nonno senile.

L’obiettivo di danneggiare Magyar nella corsa alle elezioni parlamentari è stato infruttuoso, giacché le urne lo hanno visto davanti all’ex leader sovranista Viktor Orbán.

L’inquinamento delle IA e la trappola per i motori di ricerca

Un aspetto messo in luce dal report riguarda la contaminazione dei chatbot e degli strumenti basati sulle IA. A fare da cassa di risonanza alla propaganda russa è la rete Pravda, un network composto da 280 siti filorussi che nel corso del 2025 ha pubblicato circa 6,3 milioni di articoli, rilanciando 115 false affermazioni. Questa enorme quantità di testo inonda i motori di ricerca e condiziona gli algoritmi di IA che scandagliano la rete per fornire risposte agli utenti.

Ad aprile del 2026, per esempio, la rete Pravda ha diffuso in dodici lingue la notizia fasulla di un presunto articolo del settimanale francese Le Point, secondo cui 20mila soldati ucraini trasferiti in Francia per cure mediche avrebbero disertato per arruolarsi nella criminalità organizzata.

Nonostante Le Point non avesse mai scritto nulla del genere e i dati dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ovvero l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite per la salute pubblica, confermino che dal 2022 i soldati e civili evacuati all’estero siano stati in tutto 6.400 senza casi di diserzione, la bufala è stata recepita come vera dal sistema Google AI Overview, che l’ha proposta ai lettori come un fatto accertato.

Interpellata da NewsGuard, Google ha risposto per bocca di un portavoce sostenendo di adottare standard elevati e che dalle verifiche interne non è stato possibile replicare il medesimo risultato restituito da Google AI Overview.

L’attacco sistematico ai controllori delle notizie

Oltre a ingannare i lettori e addestrare male gli algoritmi, le operazioni russe puntano a paralizzare il lavoro dei fact-checker, i professionisti incaricati di verificare la veridicità delle notizie.

Come evidenziato in un rapporto da Viginum, l’organismo governativo francese preposto al monitoraggio delle ingerenze digitali straniere, le campagne Matrioska e Storm-1516 inviano migliaia di email ai giornalisti con link a notizie false, chiedendo provocatoriamente di verificarne il contenuto per saturare i loro tempi di lavoro.

Anche il Center for Countering Disinformation (CCD), il Centro per il contrasto alla disinformazione che costituisce l’agenzia governativa ucraina contro le minacce informative, monitora costantemente queste aggressioni.

Le operazioni hanno colpito anche aziende private come SpaceXAI e Microsoft e organizzazioni non profit come Human Rights Watch e Reporter Senza Frontiere, usandone i marchi per inventare violazioni dei diritti umani da attribuire all’Ucraina.

In una videointervista rilasciata a NewsGuard, Cécile Mégie, direttrice delle strategie editoriali del gruppo pubblico France Médias Monde, di cui fanno parte il canale France 24 e la radio RFI (Radio France Internationale), ha espresso profonda preoccupazione per il clima di sospetto generale che queste pratiche generano nel pubblico, minando la credibilità di tutto il sistema dell’informazione.

A livello istituzionale, il SEAE, il Servizio europeo per l’azione esterna che rappresenta l’organismo diplomatico dell’Unione europea, ha confermato in un documento ufficiale che la struttura Storm-1516 è ormai in grado di infiltrarsi nei dibattiti pubblici reali delle democrazie occidentali, mettendo a rischio la stabilità della Nato, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, ovvero l’alleanza militare difensiva tra i Paesi occidentali.

Casi emblematici e smentite ufficiali

L’analisi dettagliata delle singole notizie false offre un quadro preciso delle tecniche di manipolazione utilizzate.

Un caso ha riguardato il già citato Édouard Philippe. Attraverso il sito clone BFM-TV.net, registrato cinque giorni prima della diffusione della bufala, è stato pubblicato un articolo corredato da un filmato in cui si sosteneva che a Philippe fosse stata diagnosticata una grave forma di demenza frontotemporale che avrebbe compromesso la sua candidatura alle presidenziali.

Céline Poizat, la responsabile dell’ufficio stampa di Philippe, ha smentito seccamente la notizia confermando di aver adito le vie legali. Un altro falso video con logo Euronews ha sostenuto che il NABU, l’Ufficio Nazionale Anticorruzione dell’Ucraina ovvero l’agenzia governativa di Kyiv preposta al contrasto della corruzione, avesse perquisito l’abitazione di Oleksandr Zelensky e Rymma Zelenska, genitori del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Nel video veniva mostrato un finto articolo attribuito alla giornalista Anastasiia Prots del quotidiano Ukrainska Pravda il cui cognome è stato storpiato in Protz. L’ufficio stampa del NABU, congiuntamente alla stessa Prots e al responsabile dei contenuti di Euronews Peter Barabas, hanno smentito con fermezza la notizia.

Allo stesso modo, l’agenzia statunitense Associated Press e l’ambasciata ucraina a Washington hanno smentito un filmato fasullo secondo cui Cole Tomas Allen, l’attentatore alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca, avesse visitato l’ambasciata prima dell’attacco. Infine, un finto articolo apparso sul sito Politico24.com (sito clone di politico.com) affermava che la Germania fosse pronta ad accogliere 400mila profughi palestinesi, circostanza smentita categoricamente da Elena Singer, portavoce ufficiale del ministero dell’Interno tedesco.

Tra le tecniche più avanzate è stato individuato anche un video con grafica di Fox News in cui una voce clonata con un’IA rilevata con una probabilità del 99% dal software Hive Moderation, affermava che la presidenza americana avesse vietato lo slogan pro-Ucraina Slava Ukraini.

La portata reale resta da misurare

Il censimento dice quante imitazioni sono state trovate, ma lascia aperta la questione dell’effetto sul pubblico. Viginum ha giudicato ancora molto limitata la capacità osservata di Matrioska di orientare le opinioni nel rapporto del 2025; ha rilevato anche che alcune operazioni hanno tratto visibilità dall’attenzione dei media. La crescita dei contenuti prodotti non equivale quindi, da sola, a una crescita dell’influenza esercitata.

Resta il danno per chi viene imitato. Cécile Mégie, ha detto a NewsGuard che la diffusione di fake news può danneggiare la fiducia nei media. Il meccanismo ha in sé qualcosa di subdolo perché testate e giornalisti chiamati in causa devono spendere tempo e credibilità per difendersi da parole che mai hanno riportato o pronunciato.


Trasporti ’45: dubbi sul piano da 50 miliardi

I premi sono di nuovo in aumento. L’economista sanitario Heinz Locher non vede in questo una legge di natura, bensì un fallimento della Confederazione e dei Cantoni 

Di Riccardo Franciolli, tvsvizzera.it

“Trasporti ’45Collegamento esterno” è il programma con cui il Consiglio federale intende definire le priorità per lo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie, delle strade nazionali e della mobilità d’agglomerato fino al 2045. Il pacchetto prospettato vale circa 50 miliardi di franchi.

Nel suo auditCollegamento esterno, il Controllo federale delle finanze (CDF) riconosce il valore di una pianificazione trasversale dei tre comparti. Ma rileva “importanti carenze”: le basi per stabilire una graduatoria solida e comprensibile sarebbero insufficienti, la redditività di alcuni progetti probabilmente sovrastimata e la disponibilità delle risorse necessarie non dimostrata.

Cos’è Trasporti ’45?“Trasporti ’45Collegamento esterno” è il programma con cui il Consiglio federale intende stabilire quali infrastrutture ferroviarie, stradali e d’agglomerato debbano avere priorità fino al 2045 e oltre.  Per la prima volta, ferrovia, strade nazionali e mobilità d’agglomerato sono riunite in una pianificazione unica. L’obiettivo è aumentare la capacità della rete ferroviaria, ridurre i principali colli di bottiglia stradali e finanziare misure di mobilità negli agglomerati. La graduatoria proposta si basa su una periziaCollegamento esterno dell’ETH di Zurigo, commissionata dal DATEC, e sulle valutazioni degli uffici federali competenti. Il piano contempla investimenti per circa 50 miliardi di franchi entro il 2045; un primo pacchetto da circa 11 miliardi dovrebbe essere sottoposto al Parlamento all’inizio del 2027.

L’audit non analizza nel dettaglio i costi e le varianti di ogni singola opera. Esamina piuttosto se la priorizzazione proposta sia comprensibile e se l’allocazione delle risorse sia adeguata. La conclusione del CDF è netta: soprattutto per i nuovi ampliamenti, mancano criteri sufficientemente affidabili, aggiornati, trasparenti e riproducibili.

Una perizia limitata e dati non aggiornati

Secondo il CDF, una parte rilevante della graduatoria si fonda sulla periziaCollegamento esterno dell’ETH di Zurigo, incaricata di ordinare 226 progetti per un valore complessivo superiore a 100 miliardi di franchi. Il mandato affidato all’istituto era però circoscritto: prevedeva criteri semplici e prevalentemente qualitativi e non contemplava la possibilità di modificare i progetti né di rimettere in discussione l’impostazione generale.

Pur considerandola utile, l’organo di vigilanza ritiene quindi che non costituisca una base sufficientemente solida per definire in larga misura la politica nazionale dei trasporti.

Il CDF rileva inoltre che le previsioni sulla domanda di trasporto utilizzate per la pianificazione risalgono al 2021. Il loro aggiornamento, atteso nel 2026, non potrà essere integrato nel messaggio che il Consiglio federale intende sottoporre al Parlamento all’inizio del 2027.

Redditività sotto esame

L’audit mette in discussione anche le valutazioni economiche dei progetti. Alcuni parametri utilizzati per calcolare il rapporto fra costi e benefici, pur essendo tuttora formalmente in vigore, sono considerati superati dal CDF. Il rapporto richiama in particolare il valore attribuito al tempo risparmiato nei viaggi, fondato su una norma del 2009, e il costo esterno delle emissioni di CO₂, basato su conoscenze scientifiche del 2019. Un loro aggiornamento, secondo l’organo di controllo, ridurrebbe il beneficio attribuito a diversi progetti e potrebbe modificare l’ordine delle priorità.

Per il comparto ferroviario, il CDF rileva che non era ancora disponibile una valutazione costi-benefici aggiornata per l’insieme delle opere previste fino al 2045. I benefici sono in parte calcolati sulla base di concetti d’offerta superati, mentre l’evoluzione dei costi non è stata recepita in tutte le analisi. Per il CDF, una graduatoria fondata su queste basi non può essere considerata sufficientemente solida.

Tra i casi citati compare la galleria ferroviaria del Grimsel. Richiamando i dati dell’Ufficio federale dei trasporti, il CDF segnala che il progetto presenta un beneficio negativo: anche senza considerare il costo di costruzione, i costi di esercizio diretti e indiretti supererebbero i vantaggi per la collettività. L’ultima stima di 830 milioni di franchi deriva inoltre da uno studio di fattibilità del 2023 e resta quindi soggetta a margini d’incertezza.

Sul fronte stradale, l’audit indica due esempi particolarmente problematici. Per l’ampliamento Aarau-Ost–Birrfeld, il rapporto costi-benefici scenderebbe da 1,6 a 0,4 franchi per ogni franco investito applicando parametri aggiornati. Per Perly–Bernex, il beneficio passerebbe da 90 a circa 30 centesimi per franco investito. Nella stessa verifica figurano inoltre, fra gli altri, il tratto Lugano Sud–Mendrisio, il Rheintunnel Basel e il terzo tubo del Rosenberg a San Gallo. Per queste opere il rapporto non chiede un rinvio esplicito, ma mostra come l’aggiornamento dei parametri possa cambiare sensibilmente le valutazioni economiche.

Il CDF chiede inoltre che, prima di procedere con gli allargamenti autostradali, siano esaminate sistematicamente alternative meno costose, quali limiti dinamici di velocità o l’utilizzo temporaneo della corsia d’emergenza.

La sostenibilità finanziaria

Il CDF ritiene che la finanziabilità dei circa 50 miliardi previsti fino al 2045 non sia dimostrata. Sul fronte ferroviario, il Fondo per l’infrastruttura ferroviaria (FIFCollegamento esterno) è sotto pressione: l’audit segnala quindi un possibile rischio di carenza di liquidità già a partire dagli anni 2030. Inoltre, al momento della verifica non era disponibile una proiezione aggiornata dei flussi del fondo fino al 2045 che includesse le opere proposte in “Trasporti ’45”.

Anche le previsioni per il Fondo per le strade nazionali e il traffico d’agglomerato (FOSTRACollegamento esterno) sono considerate troppo ottimistiche. Il CDF confronta spese teoriche fino al 2045 per 16,3 miliardi con liquidità previste per 7,2 miliardi, che salirebbero a 9,5 miliardi ipotizzando il ritorno all’attribuzione ordinaria di una quota dell’imposta sugli oli minerali. Le proiezioni fanno inoltre affidamento su entrate da una futura tassa sui veicoli elettrici, misura che richiederebbe una modifica costituzionale e il voto popolare.

Il DATEC: non si decide soltanto con i calcoli

Il Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC) respinge la critica di fondo del CDF. Nella presa di posizione allegata all’audit, il Dipartimento sostiene che la perizia dell’ETH di Zurigo e le valutazioni degli uffici federali costituiscono una base appropriata per affinare la pianificazione in una fase di risorse limitate.

Il DATEC contesta in particolare l’idea che la graduatoria debba fondarsi in modo rigido sui soli calcoli costi-benefici. Nella scelta delle grandi infrastrutture, afferma, devono essere considerati anche elementi difficilmente quantificabili, quali la resilienza della rete, la stabilità dell’esercizio, lo sviluppo regionale e le dipendenze fra progetti.

Ticino: il nodo della continuità verso sud

Le critiche sulla graduatoria delle opere si inseriscono inoltre in un dibattito già acceso sulle priorità territoriali del progetto.

Per il Ticino le misure contemplate riguardano soprattutto il miglioramento dell’offerta regionale, fra cui l’aumento delle frequenze sull’asse Bellinzona–Locarno, uno dei più sollecitati del Cantone.

Per diversi osservatori ticinesi, però, la questione centrale è la continuità del corridoio ferroviario verso sud. Il Ticino è infatti il collegamento svizzero con la Lombardia e con una delle principali aree economiche europee. Da qui la richiesta di attribuire maggiore peso alla direttrice del Gottardo e di integrare più esplicitamente nella pianificazione i collegamenti internazionali e il traffico transfrontaliero.

Le riserve non arrivano soltanto dal Sud delle Alpi. Nel dibattito figurano anche l’Herzstück Basel, il collegamento ferroviario sotterraneo nel cuore di Basilea, che il Consiglio federale considera oggi troppo costoso e complesso, e il rinvio della seconda fase della stazione passante di Lucerna.

La scelta delle priorità

Al di là delle singole opere, il confronto aperto dal Controllo federale delle finanze pone una questione di fondo: come stabilire le priorità quando le risorse sono limitate e la domanda di mobilità continua a crescere. Nei prossimi mesi, Cantoni e altri attori potranno esprimersi nella consultazione. In seguito, Consiglio federale e Parlamento dovranno decidere non soltanto quali progetti realizzare, ma anche quali rinviare. Una scelta destinata a incidere per decenni sull’assetto dei trasporti svizzeri.

Nell’immagine: un fotogramma dal servizio del Telegiornale RSI


Nell’Ucraina occupata si muore di fame: “A Oleshky costretti a mangiare erba”

I premi sono di nuovo in aumento. L’economista sanitario Heinz Locher non vede in questo una legge di natura, bensì un fallimento della Confederazione e dei Cantoni 

Di Monica Perosino, La Stampa

A Oleshky ormai si mangia l’erba. La portulaca che cresce nei giardini e ai bordi delle strade viene raccolta, bollita, messa nelle pentole insieme a quello che resta. Quando resta qualcosa. Lo chiamano il borsch di Oleshky.

La città sulla riva sinistra del Dnipro, occupata dal primo giorno dell’invasione, è intrappolata in una catastrofe umanitaria: non entrano viveri né medicinali, manca l’elettricità, l’acqua corrente è quasi inesistente e fuggire è impossibile. L’ultima consegna di cibo risale a maggio. Da allora le forze russe che controllano la città impediscono sia l’ingresso degli aiuti sia l’evacuazione dei civili. L’unica strada per uscire è minata, sorvegliata dai droni, disseminata di automobili bruciate e cadaveri. I tentativi di evacuare feriti e civili finiscono in stragi. Delle 24 mila persone che vivevano qui prima dell’invasione ne sarebbero rimaste circa duemila, soprattutto anziani, persone che non possono muoversi e chi si prende cura di loro. Tra loro 47 bambini. Contando gli insediamenti intorno, i civili intrappolati sarebbero seimila, 182 bambini.

«Il primo settembre è stato il giorno in cui abbiamo perso l’ultima speranza. La speranza per il cibo, per poter partire, per la vita», ha scritto Alla Lykhman-Malysh, che a Oleshky gestisce con le donazioni un rifugio per animali abbandonati. Per quattro settimane, racconta, ogni mattina la gente ha aspettato i camion dei viveri. «Ogni mattina ha sperato che riuscissero a entrare. Non sono mai arrivati».

Finora si è vissuto di orti: cetrioli e pomodori, zucchine, melanzane. Ma l’estate è finita e con lei sta finendo anche l’ultima riserva di cibo. Non c’è più nulla con cui nutrire le galline, e così sono state macellate. Negli orti sono cominciati i furti: «Esci di casa, torni e le patate sono sparite». La giornalista ucraina Natalia Mazina, che da mesi raccoglie per Hromadske le testimonianze di chi è rimasto, racconta una città in cui ormai persino comunicare è pericoloso. Dei messaggi scambiati in primavera con molte delle persone intervistate non resta traccia: sono stati cancellati per paura che i russi li leggano.

Maria Semenchenko, giornalista originaria di Oleshky e oggi a Kyiv, aveva ancora tre familiari in città. Due sono riusciti a partire a maggio. Quando sua zia è arrivata era così dimagrita da riuscire a indossare i vestiti della figlia di nove anni. Un altro familiare è ancora lì. Una delle ultime zuppe l’ha preparata con fagioli, un peperone, un pomodoro, una patata e margarina vecchia di cinque anni trovata in una cantina. I cani, racconta Alla, sono «pelle e ossa». Alcuni gatti sono così magri «che il vento li trascina via». Chi riesce a catturare serpenti li fa bollire per dare qualcosa ai propri animali. Alcuni, racconta Semenchenko, avvelenano i cani per non vederli morire lentamente di fame. Dei gatti ne sono rimasti pochissimi: molti vengono sbranati dai randagi. Tetiana Hasanenko, capo dell’Amministrazione militare di Oleshky, ha ricevuto segnalazioni terribili: «Qualche giorno fa per la prima volta ho avuto conferma che ci sono famiglie costrette a mangiare i cani».

A Oleshky anche morire è difficile. Nel seminterrato dell’ospedale c’è quello che gli abitanti chiamano l’obitorio. Secondo le testimonianze ci sarebbero circa cento cadaveri, alcuni chiusi nei sacchi da mesi. Il fetore è tale che non si riesce a restare vicino all’ingresso. Così alcuni seppelliscono i propri morti negli orti, in fosse poco profonde. Hasanenko racconta di una donna che ha trovato quello che restava del marito ucciso, ne ha raccolto le parti, lo ha seppellito. «Ma i cani scavano».

L’ambulanza non esce più. In ospedale non ci sono medicine. Una delle poche cose che i medici riescono ancora a fare è fermare le emorragie. E i feriti sono moltissimi.

Da mesi Kyiv chiede un corridoio umanitario. Il 16 settembre il commissario per i diritti umani del Parlamento ucraino Dmytro Lubinets aveva annunciato un accordo con la Russia per evacuare gli abitanti e il Comitato internazionale della Croce Rossa si era detto pronto a intervenire. Ma dalla parte russa, sostiene Kyiv, non è seguito nulla. «La cosa più terribile è che le persone stanno già attraversando i campi minati», ha detto Lubinets. «Rischiano di saltare in aria o di essere colpite dai droni, ma continuano ad andare avanti perché restare a Oleshky è peggio». Si è tentato anche di far arrivare il cibo con i droni, ma i russi li abbattono, oppure individuano la casa nel cui cortile sono caduti i pacchi e accusano gli abitanti di collaborare con l’esercito di Kyiv. Una famiglia sarebbe stata portata via dopo uno di questi episodi. Da allora non se ne sa più nulla.

A New York, intanto, la diplomazia prova ad aprire qualche varco. Dal palco dell’Onu Sergej Lavrov ha accusato ancora una volta l’Europa di «fare di tutto per ostacolare la pace» e di puntare alla «sconfitta strategica della Russia». Ma lontano dai riflettori ha incontrato per la prima volta dall’inizio dell’invasione il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul. Donald Trump ha detto di sperare in un accordo tra Putin e Zelensky «prima del pieno inverno». A Oleshky, però, l’inverno non è una scadenza astratta, ma il momento entro il quale devono arrivare cibo, medicinali e una via d’uscita.


L’altro problema dell’IA: saremo sommersi dai rifiuti elettronici dei data center

I premi sono di nuovo in aumento. L’economista sanitario Heinz Locher non vede in questo una legge di natura, bensì un fallimento della Confederazione e dei Cantoni 

Di Paolo Travisi, La Repubblica

Elevato consumo energetico e grandi quantità di acqua per il raffreddamento. I data center hanno un costo collettivo molto elevato, e la loro diffusione – che va di pari passo con la progressione dell’IA generativa – avrà ripercussioni sempre più tangibili e drammatiche. Anche per quanto riguarda i rifiuti, aspetto fino ad ora trascurato, ma messo in evidenza da un white paper relalizzato da Basel Action Network (BAN), l’organizzazione ambientalista nota per le sue battaglie contro il traffico internazionale di rifiuti tossici.

Il dossier, infatti, mette l’accento sulla quantità di rifiuti elettronici, i RAEE, che i data center produrranno nei prossimi anni. Si chiama The Coming AI Waste Waveil documento del BANche, citando dati McKinsey, sottolinea che tra il 2025 e il 2030l’industria investirà circa 7.000 miliardi di dollari per costruire l’infrastruttura necessaria a sostenere l’IA. Per comprendere quanto sia enorme l’investimento compresso in appena cinque anni, secondo il dossier la stessa cifra metterebbe fine alla fame nel mondo per i prossimi 75 anni. Soldi che serviranno a raggiungere 219 gigawatt di capacità totale nei data center entro il 2030, l’80% in più rispetto al 2025: sempre per fare paragoni utili a capire quanto sia alta la posta in gioco, la stessa mole di energia potrebbe alimentare tutte le abitazioni degli Stati Uniti messe insieme. Restando in America, solamente lì, sono in programma 4.871 impianti per sfamare la sete di IA necessaria allo sviluppo delle big tech e delle aziende che useranno questa tecnologia.

“I rifiuti elettronici rappresentano già il flusso di rifiuti in più rapida crescita sul pianeta e solo un quinto viene gestito correttamente”, ha affermato Jim Puckett, cofondatore di BAN, ma perché queste infrastrutture produrranno questa enorme mole di rifiuti? La velocità di sviluppo della tecnologia attuale ha saturato i limiti fisici del silicio contenuto nei chip, per cui per aumentare la potenza richiesta dall’IA sono stati aggiunti chip che lavorano in parallelo. Milioni di macchine che una volta obsolete devono essere smaltite. Per il BAN,l’87% della massa complessiva delle infrastrutture di un data centerè rappresentato da trasformatori, sistemi UPS, cablaggi in rame, sistemi di raffreddamento, di backup con batterie e generatori diesel. Ed il problema è che non esiste un piano strutturato per gestire questi rifiuti, che contengono anchepiombo, mercurio, cadmio e sostanze chimiche persistenti, oltre a metalli preziosi difficili da recuperare.

A questo si aggiunge l’effetto contagio, chiamato AI waste contagion: ovvero l’obsolescenza indotta su dispositivi che si trovano fuori dai data center, comePC, smartphone, dispositivi edge, infrastrutture di telecomunicazione, resi obsoleti in tempi rapidissimi dai nuovi requisiti hardware imposti dall’IA. Insomma quel che diventa vecchio, si deve cambiare per essere al passo con il mercato, e non è il frutto di scelte consapevoli di consumatori e imprese.

Le cifre stimate dall’organizzazione ambientalista hanno volumi davveri giganteschi: entro il 2050 saremo sommersi da una forbice compresa tra 395 e 617 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici legati anche all’IA, l’equivalente di un massimo (nell’ipotesi peggiore) di23 milioni di container che allineati circonderebbero la Terra per ben sei volte. Per comprendere meglio le proporzioni. Ad oggi, si producono circa 67 milioni di tonnellate di e-waste all’anno, di cui — secondo il Global E-Waste Monitor dell’ONU citato nel rapporto —solo il 22,3% viene riciclato in modo corretto. Il white paper però precisa che si tratta di proiezioni, sottostimate o sovrastimate? È presto per dirlo, ma sicuramente intende porre l’attenzione e accendere la sensibilità suun fenomeno nuovo, che potrebbe essere incontrollabile. Ma se ora l’attenzione è stata posta sui RAEE, nei prossimi approfondimenti, BAN annuncia di voler analizzare anche il livello di tossicità di questi nuovi rifiuti, che potrebbero contenere PFAS nei liquidi di raffreddamentoe infine, l’assenza totale di un piano per gestire questi volumi di rifiuti da parte di hyperscaler comeAWS, Microsoft Azure, Google, Meta, Oracle o Alibaba. “Ci troviamo tutti a partecipare alla corsa all’intelligenza artificiale”, afferma il rapporto, “quasi sempre senza essere consapevoli delle conseguenze più ampie che ne derivano”.