“Basta armi a Taiwan”, la strategia di Pechino per chiudere i conti

Oggi in programma la visita agli archivi nazionali dove entrambi potranno visionare documenti sul rapporto tra i due Paesi 

Di Gianluca Modolo, La Repubblica

Poche ore prima che Xi Jinping mettesse piede alla Casa Bianca per incontrare Donald Trump il Ministero della Difesa cinese aveva già messo in chiaro la “linea rossa” più importante per Pechino: Taiwan. L’America dovrebbe adottare «estrema cautela» riguardo a qualsiasi vendita di armi: «La questione di Taiwan è la più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti», ha detto il portavoce della Difesa. E dopo aver ribadito ieri al tycoon che Pechino spera che gli Usa affrontino la questione di Taiwan «con prudenza» e adottino la «posizione corretta di opporsi all’indipendenza», oggi Xi quel concetto di «estrema cautela» lo sottolineerà ancor di più: dicendo all’americano che non deve vendere le armi all’isola.

Il leader cinese, quello statunitense e rispettive consorti saranno oggi in visita agli Archivi Nazionali di Washington, dove «avranno modo di visionare documenti storici che evidenziano il rapporto tra i due Paesi», dice la Casa Bianca. E proprio in quel luogo, secondo alcune fonti Reuters, Xi ha intenzione di impartire l’ennesima «lezione» a Trump, offrendo la propria interpretazione del terzo dei comunicati congiunti che regolano le relazioni sino-americane. In quel documento, firmato nel 1982, Washington prospettava una graduale riduzione delle armi americane all’isola (nonostante l’assenza di relazioni diplomatiche formali, gli Usa sono tenuti per legge a fornire a Taiwan i mezzi per difendersi). Tuttavia, in una nota allegata, l’allora presidente Ronald Reagan precisava in quel documento che la disponibilità alla riduzione è «assolutamente subordinata al continuo impegno della Cina verso una soluzione pacifica» delle divergenze con Taiwan. Xi vorrebbe che quelle vendite si interrompessero. Negli ultimi cinque anni però Pechino ha intensificato le pressioni militari attorno all’isola.

Trump ha autorizzato più vendite di armi a Taiwan di qualsiasi altro presidente nella storia. L’ultimo pacchetto, da 14 miliardi di dollari, rimane però in sospeso da mesi. Far sì che la situazione continui a rimanere tale, magari per sempre, è l’obiettivo di Pechino.

Fu proprio Trump, tornando dal vertice di maggio qui nella capitale cinese con Xi, a dire che quel pacchetto poteva rappresentare «un’ottima carta da giocare nei negoziati». Affermazioni che preoccuparono non poco sia Taipei sia gli alleati Usa in Asia. In cambio di un rallentamento o di uno stop delle vendite di armi, secondo le fonti, la Cina potrebbe offrire una maggiore collaborazione agli americani, ad esempio nel fare pressione sull’Iran per mettere fine al conflitto.

Se la complicata operazione di Xi dovesse riuscire, Pechino avrebbe gioco facile a dire ai taiwanesi che di Washington non si possono fidare. Questo non vuole dire che allora ci sarà un’imminente invasione: significa che la Cina ne approfitterà per aumentare la pressione politica, economica e attraverso le esercitazioni militari per arrivare un giorno alla «riunificazione pacifica» come la chiama la propaganda.

La linea ufficiale americana, da decenni, è quella di «non sostenere» l’indipendenza dell’isola. Da tempo Xi spinge per un cambio di linguaggio da parte di Washington: non basta più «non sostenere», bisogna «opporsi». Sfumature lessicali di peso: Xi non vuole una guerra con gli Usa su Taiwan, vuole una soluzione politica della questione, ma ha bisogno di un cambiamento di linguaggio e atteggiamento degli americani così Taipei si sentirebbe più isolata.

Al momento il governo dell’isola ha voluto ringraziare gli Stati Uniti per il loro sostegno e ha affermato di mantenere i canali di comunicazione aperti con gli Usa durante la trasferta di Xi in terra americana.


Netanyahu sfida l’Onu: “A Gaza nessun genocidio, abbiamo evitato il nostro”

Oggi in programma la visita agli archivi nazionali dove entrambi potranno visionare documenti sul rapporto tra i due Paesi 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

L’abito blu scuro, la cravatta rossa, il tono grave e ritmato. Le parole chiave che ritornano: «scelta», «combattere», «minaccia esistenziale», «genocidio». Al palazzo di Vetro di New York, Benjamin Netanyahu prova a costruire la sua contronarrazione. Arriva alle Nazioni Unite con l’onnipresente moglie Sarah, la scorta e una video con la colonna sonora da film d’azione che annuncia un discorso all’attacco. In realtà, il premier israeliano sembra molto sulla difensiva.

Porta sulle spalle l’orrida conta dei 70mila morti a Gaza e l’incognita di guerre aperte senza che si veda una soluzione politica. Ed è su quella parola che Netanyahu vuole provare a rovesciare il racconto: «Le accuse di genocidio a Gaza rivolte a Israele sono la più grande bugia del secolo, noi abbiamo evitato un genocidio: quello degli ebrei», ripete. Il 7 ottobre è il totem da cui tutto inizia e in cui tutto finisce. «I terroristi di Hamas hanno bruciato vivi i bambini davanti ai loro genitori, stuprato le donne. I nostri nemici si aspettavano che collassassimo ma ci siamo alzati e abbiamo combattuto come leoni. E continueremo a combattere perché non abbiamo altra scelta», dice, citando le parole del fratello Yoni, soldato morto durante l’operazione Entebbe nel 1976 per salvare gli ostaggi israeliani ed ebrei del volo Air France 139.

Nell’aula in larga parte abbandonata dai delegati di molti Paesi mentre parla Bibi, applaudono solo gli israeliani. Un diplomatico dell’Iran ha lasciato sulle sedie vuote una foto del generale Soleimani, ucciso dagli americani a Baghdad nel 2020. Netanyahu rivendica il diritto di muovere guerra all’Iran, «una delle decisioni più facili che abbia mai dovuto prendere», definisce «codardi morali» i delegati che hanno lasciato l’assemblea: «Difendendo se stessa, Israele difende anche molti dei Paesi i cui delegati hanno appena lasciato quest’aula».

Su tutti i fronti, attacca, l’imperativo è non mostrare cedimenti, dubbi. Le violenze dei coloni in Cisgiordania? Poca cosa, opera di una «manciata di giovani delinquenti». Non la chiama mai Cisgiordania, per lui è Giudea e Samaria, «la nostra terra», circondata da nemici. Li enumera, uno ad uno. Erdogan, il presidente turco, «un antisemita» che «ha ucciso migliaia di curdi, imprigiona gli oppositori, nega il genocidio degli armeni e vorrebbe governare a Gerusalemme ma non lo farà». Il Qatar, che «ha investito miliardi nelle università americane e in al Jazeera per fare il lavaggio del cervello ai giovani occidentali: odiate l’America, odiate Israele». E ancora: il sindaco di New York Mamdani, «un antisemita»: da quando governa la città, sostiene il premier israeliano, «gli ebrei non si sentono più al sicuro». Rivendica pure il Golan, Netanyahu, evocando il presidente siriano al Sharaa. E ricorda quelli che considera successi «contro i terroristi»: l’uccisione di Nasrallah, l’ex leader di Hezbollah, che nomina mostrando un cercapersone, di quelli usati nella campagna contro la milizia libanese; quella di Sinwar, capo di Hamas; e di Khamenei, l’ex guida suprema dell’Iran. Teheran, ancora la sua ossessione. Mostra un ripetitore Starlink e pronostica la «caduta del regime»: i «tiranni dell’Iran» temono la rivolta del «coraggioso popolo iraniano», è per questo che provano a censurare Internet.

Ma è di nuovo su Gaza che il premier israeliano cerca un’assoluzione politica che non avrà dalla platea dell’Onu. Cita John Spencer, ex militare Usa studioso di guerra urbana: «Israele sta facendo più per prevenire vittime civili nella guerra di Gaza che ogni altro esercito al mondo». L’esercito più morale, ripete Netanyahu come a voler scacciare i fantasmi di “Naza”, il film che la destra israeliana vuole cancellare e in cui sono proprio i soldati a raccontare gli abusi dell’esercito «più morale al mondo».

Netanyahu attacca, ma ogni attacco ha il sapore della difesa. Alle spalle, il premier israeliano ha un mandato di arresto per crimini di guerra emesso dalla Corte Penale Internazionale. Davanti, un’elezione complicata che rischia di perdere. È il voto più importante della sua carriera politica, il giudizio su tre anni di guerra a Gaza e di caos in Medioriente. «Non abbiamo altra scelta», dice ancora, «vincere».

Nell’immagine: i delegati che abbandonano l’aula


L’analista cinese Wang Huiyao: “Xi e Trump sanno di dover coesistere: è un G2 de facto”

Oggi in programma la visita agli archivi nazionali dove entrambi potranno visionare documenti sul rapporto tra i due Paesi 

Di Lorenzo Lamperti, La Stampa

«Già il fatto che Xi Jinping e Donald Trump si parlino per la seconda volta in pochi mesi è un successo». Henry Huiyao Wang è il presidente del Center for China and Globalization, tra i principali think tank non governativi cinesi. In un’intervista a La Stampa, spiega la prospettiva di Pechino sulla visita di Xi a Washington e analizza i temi sul tavolo del summit tra i presidenti di Cina e Stati Uniti.

Che cosa renderebbe il vertice tra Xi e Trump un successo dal punto di vista della Cina? La priorità è raggiungere un grande accordo o semplicemente rendere più duratura l’attuale stabilità?
«Il fatto stesso che si incontrino una seconda volta in quattro mesi è già un grande successo. È già un successo che due Paesi che, durante il mandato di Trump, sono stati definiti rivali si siedano e parlino di questioni globali e bilaterali. La semplice immagine della stretta di mano e dell’incontro alla Casa Bianca a Washington è molto importante. Anche il fatto che Trump sia andato all’aeroporto ad accogliere Xi rappresenta un trattamento di altissimo livello, che non si riserva ad altri leader. Il rispetto mostrato da Trump nei confronti di Xi manda un segnale enorme all’opinione pubblica statunitense e al resto del mondo: gli Stati Uniti sono disposti a lavorare con la Cina. Dall’altra parte, Xi ha detto che ci sono tutte le ragioni per avere buone relazioni con gli Stati Uniti. Sono parole molto forti per entrambe le società».

C’è stata una prima proroga di due mesi, ma Stati Uniti e Cina possono raggiungere una tregua commerciale di più lungo periodo? Che cosa sarebbe disposta a offrire Pechino in cambio di dazi più bassi e minori restrizioni?
«Penso ci sia un buon momentum. Sul commercio, l’ultima volta è stata proposta l’istituzione di un board per il commercio, dando a ciascuna parte 30 miliardi di dollari di merci senza dazi. Questo apre un nuovo potenziale. Se possono essere liberalizzati 30 miliardi, individuando beni reciprocamente accettabili, la cifra può salire a 60, 90 o 100 miliardi, perché c’è molto interesse ad ampliare quella lista. La Cina ha già iniziato ad acquistare più soia e prodotti agricoli, mentre gli Stati Uniti sono disposti a vendere di più alla Cina. La Cina si è già impegnata ad acquistare 200 aerei Boeing, che potrebbero diventare 500 tra qualche anno. Ci sono molte cose positive in preparazione, anche sul fronte degli investimenti. Trump ha detto che non vuole che BYD investa in Messico, ma se investe negli Stati Uniti la accoglierà. Questo può aprire la strada a nuovi investimenti manifatturieri e greenfield, ai quali le aziende cinesi sono molto interessate. Entrambe le parti dovrebbero inoltre astenersi da ulteriori ritorsioni e sanzioni reciproche contro aziende come Huawei, contro aziende statunitensi in Cina o aziende cinesi negli Stati Uniti».

I rapporti economici tra Stati Uniti e Cina si stanno muovendo verso un’interdipendenza gestita o verso un graduale disaccoppiamento? E quanta leva ha oggi la Cina grazie alle terre rare?
«Penso che il secondo mandato di Trump sia molto più pragmatico del primo. Ora gli Stati Uniti si rendono conto che non possono disaccoppiarsi e che anche parlare di de-risking dalla Cina ha possibilità molto limitate, perché le due economie sono profondamente intrecciate. Più della metà delle auto elettriche Tesla sono prodotte in Cina. L’80% degli iPhone Apple è prodotto in Cina. Penso che i due Paesi abbiano capito di non poter vivere l’uno senza l’altro e di dover trovare un modo per coesistere. Ai tempi della guerra fredda c’era la “distruzione reciproca assicurata”, ora si è raggiunta una “mutually assured disruption”, cioè uno sconvolgimento economico reciproco assicurato. Le terre rare sono uno degli esempi degli strumenti che la Cina ha a disposizione per rispondere alle sanzioni statunitensi. Sono stati gli Stati Uniti a iniziare la guerra commerciale e tariffaria, ma hanno scoperto che ora la Cina dispone degli strumenti necessari per contrattaccare. Si sono quindi resi conto che è un gioco a somma zero e che non serve continuare. Per questo si raggiungono tregue. È un buon segnale: entrambe le parti stanno diventando pragmatiche. Al di là della durata della proroga, penso che sia la direzione giusta. Abbiamo avuto un vertice a maggio, un secondo ora, ne avremo un terzo a novembre a Shenzhen e forse un quarto a Miami a dicembre. Questo stabilizzerà enormemente la relazione bilaterale più importante al mondo. È questo lo scopo della visita: stabilizzare la relazione bilaterale».

Sull’intelligenza artificiale, quali accordi concreti ritiene realisticamente possibili durante il vertice?
«Per esempio un meccanismo di notifica nel caso di un incidente legato all’intelligenza artificiale, di un attacco con l’IA o qualcosa di simile. Pechino ha già annunciato che qualcosa del genere accadrà. Io ho avanzato una proposta: possiamo stabilire un principio di “non primo utilizzo” dell’IA come arma? Possiamo far convergere i due schieramenti? Possiamo avere un vertice G2 sull’IA tra le due maggiori superpotenze dell’intelligenza artificiale? Possiamo avere una governance globale, stabilire criteri, standard e regole di massima per stabilizzare questa frontiera selvaggia, questo Far West dello sviluppo dell’intelligenza artificiale nei due Paesi e nel resto del mondo. Penso sia cruciale che entrambi i leader dicano: concentriamoci e compiamo sforzi concertati per fare dell’IA qualcosa per il bene, non qualcosa per il male. Perché, se l’intelligenza artificiale diventa un mostro, una specie incontrollabile, tutta l’umanità ne soffrirà. Sarebbe devastante anche per gli Stati Uniti, la cui economia è oggi ampiamente gonfiata dagli investimenti nell’IA. La Cina ha una frazione dei costi per l’intelligenza artificiale sostenuti dagli Stati Uniti, ma ha un enorme successo nelle applicazioni. Entrambi i Paesi hanno quindi la responsabilità di rendere l’IA un modello commerciale sostenibile, affinché non si trasformi in una bolla capace di provocare un’altra crisi finanziaria e devastare l’economia globale. Stati Uniti e Cina hanno tutto l’interesse a lavorare insieme».

La risposta all’appello di Anthropic sul rallentamento dello sviluppo è stata negativa. Come mai? La Cina sente che allinearsi a una frenata imposta dagli Usa possa diventare una forma di contenimento?
«Si, la Cina è stata uno dei primi Paesi ad adottare regolamentazioni sull’intelligenza artificiale. Dovremmo far convergere ciò che hanno gli Stati Uniti e ciò che ha la Cina. Dovremmo portare il tema alle Nazioni Unite, avere un inviato speciale e cercare di creare linee guida per una governance globale dell’intelligenza artificiale, in modo da evitare la nascita di due scuole di pensiero e di due schieramenti separati sull’IA».

Sulle crisi globali, la Cina ha interesse a contribuire alla de-escalation tra Russia e Ucraina e tra Stati Uniti e Iran? E in che modo può farlo?
«Assolutamente. Il ministro degli Esteri iraniano è stato a Pechino poco prima che Xi andasse negli Usa. Il semplice fatto che la Cina sia tra i maggiori partner commerciali sia dell’Iran sia di tutti i Paesi del Golfo, così come di Ucraina e Russia, significa che Pechino esercita un’enorme influenza dietro le quinte. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto contatti con oltre 30 ministri sulla questione del conflitto tra Iran e Stati Uniti. La Cina è il maggiore acquirente di petrolio iraniano e il 40% delle importazioni cinesi di petrolio passa attraverso lo Stretto di Hormuz. La Cina ha quindi un interesse concreto alla pace nella regione. Qualsiasi accordo venga raggiunto tra Stati Uniti e Iran, o tra Russia e Ucraina, potrebbe garantire una pace più duratura se la Cina può esserne garante, testimone o firmataria. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina negli sforzi per la pace globale. Così come la Cina ha bisogno degli Stati Uniti per relazioni pacifiche attraverso lo Stretto di Taiwan e per il sostegno statunitense alla riunificazione».

Che cosa può realisticamente aspettarsi la Cina da Trump su Taiwan? Un ulteriore rinvio delle vendite di armi statunitensi sarebbe sufficiente o Pechino cerca un cambiamento più ampio nella politica americana?
«Durante la visita di Trump dello scorso maggio, Cina e Stati Uniti hanno già parlato della questione di Taiwan. Xi ha detto molto chiaramente che entrambe le parti devono essere estremamente caute sulla questione. Se non viene gestita correttamente, si può anche finire in un conflitto. Penso che Trump abbia compreso quel messaggio. Nel momento in cui era sull’Air Force One in partenza dall’aeroporto di Pechino, ha detto che gli Stati Uniti non sostengono l’indipendenza di Taiwan e che non manderanno soldati a 9.500 miglia di distanza per combattere. Successivamente hanno rinviato la vendita di armi fino ad ora. L’Oceano Pacifico è abbastanza grande da accogliere sia gli Stati Uniti sia la Cina. Soprattutto ora che il presidente Trump sta cambiando il pivot: gli Stati Uniti prima facevano il pivot verso l’Asia, mentre ora stanno tornando verso l’America Latina e l’emisfero occidentale. La tendenza è verso una maggiore integrazione. In futuro potremmo avere una più ampia Greater China Economic Union con Taiwan, proprio come l’ASEAN o l’Unione Europea. Penso che alla fine gli Stati Uniti debbano riconoscere questo fatto. Se riusciamo a tenere sotto controllo la questione di Taiwan, allora le relazioni tra Stati Uniti e Cina saranno molto più stabili».

Sulla penisola coreana, Trump vuole riaprire il dialogo con Kim Jong-un. Pechino ha interesse facilitare attivamente un nuovo dialogo tra Stati Uniti e Corea del Nord?
«Penso che Trump stia facendo la cosa giusta cercando un dialogo con la Corea del Nord. Sia la Corea del Nord sia la Corea del Sud sono vicini della Cina, che è il loro maggiore partner commerciale. Più di 70 anni fa abbiamo avuto la guerra di Corea e ancora oggi abbiamo soltanto un cessate il fuoco. Quindi perché non avere un accordo di pace? Invitiamo le quattro parti che hanno combattuto: gli Stati Uniti alla guida dell’Occidente, la Corea del Nord, la Corea del Sud e la Cina. Potremmo avere colloqui di pace a quattro e un vertice di pace a quattro, in modo da arrivare davvero a una pace permanente nella penisola coreana. Bisogna coinvolgere la Cina. Se gli Stati Uniti vengono a parlare con la Corea del Nord, sono sicuro che senza la Cina non avranno successo. Questo rappresenta un ulteriore incentivo per Trump a parlare con la Cina e a coinvolgerla nel processo».

Pensa che questo vertice indichi la nascita di una sorta di G2, come l’ha definito più volte Trump? Oppure Pechino respinge questa definizione perché entra in conflitto con la sua visione di un ordine multipolare?

«Penso che sia già stato stabilito un nuovo equilibrio tra Stati Uniti e Cina. Trump lo chiama G2. La Cina non lo riconosce apertamente perché non vuole alienarsi i Paesi del Sud globale. Ma Cina e Stati Uniti sono le due maggiori economie, le due maggiori potenze dell’intelligenza artificiale e le due maggiori potenze militari. Di fatto, il G2 è già una realtà».


Squilibrio Usa-Cina nella grande guerra capitalista

Oggi in programma la visita agli archivi nazionali dove entrambi potranno visionare documenti sul rapporto tra i due Paesi 

Di Emiliano Brancaccio, il manifesto

Le condizioni economiche per la pace, o almeno per la tregua. E’ stato questo, nell’essenza, l’unico punto in agenda al vertice washingtoniano fra Xi e Trump, in una fase di crescenti tensioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti. Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida americana. Con un obiettivo: fissare un nuovo equilibrio capitalistico internazionale. Senza altri massacri. Soprattutto, senza altri sprechi di denaro.

L’ostacolo principale verte su una parola: squilibrio. La Cina è primatista mondiale del Pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto, del tasso di crescita della produttività del lavoro, del credito accumulato verso l’estero. Gli Stati uniti, di contro, annaspano tra produttività rallentata, crescita fragile e un debito estero senza precedenti, che alimenta un’immane bolla speculativa. Forti del loro sviluppo, i cinesi vorrebbero risolvere tutto col libero commercio: al di là della prammatica, un paradossale “comunismo liberoscambista” resta nelle loro corde. Ma così rischiano di accentuare l’arroccamento di un’America decadente, tentata di risolvere la crisi debitoria con nuove ondate di protezionismo aggressivo e piraterie belliche. Con l’effetto finale, a sua volta, di irritare il gigante cinese. Che per vie più o meno indirette finanzia gli sforzi militari di Iran e Russia. E che ormai, senza mezzi termini, si dichiara pronto a «difendere gli interessi» dei suoi alleati in guerra.

Come si vede, nella realtà dei fatti non c’è spazio per le infantili narrazioni alla moda, sui buoni e i cattivi che si contendono il mondo. C’è solo una brutale dinamica da guerra capitalista. Un tipico inviluppo imperialista, per dirla con Lenin. Le cui intuizioni restano superiori alle millanterie dei geopolitici di grido. E alle teorizzazioni di coloro, da Arrighi ad Harvey, che hanno provato ad annacquare la spiegazione capitalista della guerra in un imprecisato movente “statuale”. Zelensky chiede perché la Russia, ricca di terre, pretenda ancora territorio.

A domanda retorica risposta semplice: l’oggetto principale di tutte le guerre in atto non è il territorio, è la posizione gerarchica nell’ordine capitalistico futuro.

È dai tempi del piano Keynes che sappiamo come si governa una tendenza così perniciosa. Servirebbe una regolazione politica e non di mercato di squilibri internazionali altrimenti destinati a esondare nel sangue. Ma da questa ipotesi cooperativa siamo ancora lontani. Per adesso, ci basta il conforto di vedere i due grandi capi insieme a Washington, seduti a sorseggiare un tè. Più i tempi sono cupi, più commettiamo l’errore di accontentarci di poco. Eppure, dal successo o dal fallimento di questi G2 ogni altra cosa del mondo è destinata a seguire. Una rottura tra Xi e Trump alimenterebbe tutti i venti di guerra. Un sentiero di accordi tra i protagonisti, invece, costringerebbe gli attori secondari a rivedere i copioni bellici. Da Al Saud a Khamenei, e persino Netanyahu e Putin. Per ragioni di finanze e di interscambio, le loro guerre durano finché i due giganti le assecondano.

Con una eccezione: i cosiddetti “volenterosi” europei, con l’Italia nel ruolo di aspirante. Se la guerra in Ucraina sta diventando infinita, se siamo fermi all’accordo di associazione Ue-Ucraina che diede inizio al caos, lo dobbiamo a loro quanto al Cremlino. Di fatto, è l’unica cricca di paesi che potrebbe salutare con poco entusiasmo un eventuale cenno di pace dai vertici Cina-Usa. Non è un accidente della storia. Anche qui, il punto è capitalistico. La suggestione di un nuovo militarismo verso l’esterno, che compensi il declino interno dei profitti, in Europa è più forte che altrove. Nelle speranze dei fondatori dell’Ue, dovevamo essere «agenti di pace nel mondo». Ci siamo ridotti a melliflui sabotatori della diplomazia internazionale. Del resto, nel continente europeo la pulsione bellica è più diffusa di quanto sembri. Se non lo capiamo, è perché siamo arrivati alla follia di considerare i neofascisti in ascesa, militaristi, razzisti e simpatizzanti dei massacri di “islamici”, come “amici di Putin” e quindi baluardi di pace. Se il capitalismo americano decade, quello europeo è ormai in pieno delirio irrazionalista.

Anche un filotto di G2 sorprendentemente illuminati non potrebbe risolvere tutto. Serve che le velleità belliche europee siano schiacciate da un netto dissenso democratico. Da sinistra, perché ogni ipotesi di “pacifismo fascista” è solo una fantasia horror. In questo senso, pure un cambio nella politica estera di un paese laterale come l’Italia aiuterebbe. In termini di risorse, logistica e disponibilità a militarizzare le vie commerciali, la linea di Meloni, Tajani e Crosetto è stata tra le più subalterne al bellicismo in tutta la storia repubblicana. Fare meglio non dovrebbe essere impossibile. Fare peggio potrebbe rivelarsi fatale.


Il caso Granit Xhaka: i grandi imbroglioni restano impuniti

Oggi in programma la visita agli archivi nazionali dove entrambi potranno visionare documenti sul rapporto tra i due Paesi 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

Il calciatore Granit Xhaka non si era fatto vaccinare contro il Sars-Cov-2 e aveva poi acquistato un certificato di vaccinazione falso. Xhaka ha ora ammesso la falsità del documento. Ha giustificato la sua menzogna con la diffidenza che nutriva all’epoca nei confronti del vaccino. In qualità di calciatore professionista, non voleva fare nulla che potesse danneggiare la sua forma fisica. Era l’inizio del 2022.

«Granit Xhaka è ancora accettabile come capitano della Nazionale?», titolava ieri il quotidiano «20 Minuten» di Tamedia. La Federazione svizzera di calcio ha deciso, dopo un «colloquio congiunto», di escludere Xhaka «nell’interesse della squadra» dalle prossime quattro partite della Nations League.

La diffidenza di Xhaka era giustificata

Già nel 2021 non c’era alcun motivo di vaccinare contro il Covid giovani uomini senza patologie pregresse: il beneficio per loro è praticamente nullo e in ogni caso inferiore ai rischi, sia noti all’epoca che potenziali (Infosperber 10.6.2021). Il rischio di sviluppare una patologia del muscolo cardiaco, che colpisce in particolare i giovani uomini, era già stato segnalato nell’ottobre 2021. Le autorità hanno cercato di tenere nascosta la questione, come riportato ieri da Infosperber.

«I giovani non dovrebbero farsi vaccinare solo per ottenere un certificato che faciliti la partecipazione alle partite di calcio», ha dichiarato il 5 giugno 2021 l’allora presidente della Commissione federale per le vaccinazioni, Christoph Berger. Nello stesso periodo, la Commissione tedesca per le vaccinazioni raccomandava di non vaccinare bambini sani e giovani uomini sani a partire dai dodici anni.

Menzogne sui benefici delle vaccinazioni e dei test

Per imporre in generale la vaccinazione anche agli adulti sani in età lavorativa, le autorità e molti media hanno diffuso falsità. O lo hanno fatto consapevolmente, mentendo, oppure hanno ripetuto a pappagallo quanto affermato dai promotori dei vaccini, pur sapendo bene che non era vero:

  • I vaccinati non contagerebbero gli altri
    Uno sguardo agli studi di autorizzazione mostra che i produttori di vaccini non hanno affatto indicato questo beneficio. In realtà, le persone vaccinate potevano benissimo essere contagiose. Nell’estate del 2021, l’agenzia sanitaria statunitense CDC ha ammesso: «Anche le persone vaccinate possono contagiare con il Covid chi non è vaccinato.»
    Le persone vaccinate potrebbero essere contagiose quanto quelle non vaccinate (vedi riquadro in basso). Pertanto, i certificati di vaccinazione potrebbero indurre a comportamenti imprudenti. L’agenzia sanitaria statunitense Centers for Disease Control ha messo in guardia il 30 luglio 2021.
  • I test PCR indicherebbero se una persona è contagiosa
    Questa bufala è stata diffusa fin dall’inizio, sebbene fosse chiaro che questi test con valori Ct elevati, come quelli effettuati da noi, indicavano semplicemente se una persona fosse già entrata in contatto con il virus. Migliaia e migliaia di persone che non erano contagiose sono state messe in quarantena, non hanno potuto frequentare ristoranti ed eventi né giocare a calcio perché risultavano «positive» al test. L’immunologo bernese Beda Stadler ha commentato sarcasticamente: «Chi definisce i positivi al test come “contagiati” dovrebbe essere sospeso dal servizio».

I responsabili della diffusione di queste falsità e menzogne non sono stati chiamati a rispondere delle loro azioni fino ad oggi.

Granit Xhaka, dopo un «colloquio congiunto», non potrà giocare quattro volte con la nazionale. E a Lucerna la Procura sta indagando su di lui. L’ottenimento fraudolento di un certificato falso è punibile.

Aggiunta del 23 settembre 2026 – Un lettore ci fa notare quanto segue
Il rischio di miocardite, soprattutto nei giovani uomini, non è stato reso pubblico solo nell’ottobre 2021, ma già nell’aprile 2021. Il primo rapporto del CDC al riguardo è stato pubblicato il 27 maggio 2021. Il 9 luglio 2021 sono seguiti ulteriori comunicati ufficiali da parte del CDC/ACIP:
Il fatto che anche le persone vaccinate con due dosi causassero lo stesso numero di «casi» di Covid dei non vaccinati era già stato reso noto dal Ministero della Salute israeliano nell’agosto 2021. Ciò avvenne mesi prima che il libretto delle vaccinazioni diventasse un argomento di discussione nel nostro Paese:

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Granit Xhaka nel 2026 durante la partita Argentina-Svizzera


Affaristi trumpiani alla carica per prendersi i resti di Cuba

Oggi in programma la visita agli archivi nazionali dove entrambi potranno visionare documenti sul rapporto tra i due Paesi 

Di Roberto Livi, il manifesto

Mentre dalla tribuna dell’Onu Trump ha rivolto contro Cuba le solite minacce condite da menzogne, suoi accoliti e famigliari già si contendono i beni più preziosi dell’isola in previsione del take over del tycoon.

Martedì, all’Assemblea generale dell’Onu, il presidente degli Usa ha ripetuto che Cuba «è uno stato fallito» e «nemico degli Stati Uniti», e che la sua amministrazione è impegnata a provocare «un cambio fondamentale della situazione in Cuba». Dichiarazioni che hanno provocato l’abbandono della sala da parte della delegazione cubana, presieduta dal ministro degli esteri, Bruno Rodríguez. Il quale ha commentato che «il governo degli Usa è incapace di accettare che Cuba è, ed ha il diritto di essere, un paese pienamente indipendente e sovrano».

Dietro i roboanti annunci di difesa della democrazia made in Usa, già avanzano le speculazioni di chi manovra la finanza, specie dell’entourage del presidente Trump. È quanto ha rivelato un’inchiesta di The Guardian.

IL PIÙ IMPORTANTE affare riguarda il nichel (Cuba ha circa il 20% delle riserve mondiali) e il cobalto. L’impresa che da trent’anni era associata a Cuba per l’estrazione dei metalli, la canadese Sherrit International (che poi li processava in Canada), è stata costretta a ritirarsi e causa delle sanzioni extraterritoriali contro Cuba previste dall’Ordine esecutivo presidenziale 14404, emanato da Trump lo scorso 1° maggio. In grave difficoltà, l’impresa canadese è stata costretta a cedere le sue attività nell’isola, attività che già sono contese da due imprenditori dell’inner circle di Trump.

IL PRIMO a farsi avanti è stato Ray Washburne, ex consigliere del tycoon e vicepresidente del Comitato per la vittoria di Trump nelle presidenziali del 2016. La sua società, Gillon Capital Llc, ha ottenuto – con la promessa del beneplacido del Tesoro degli Usa – un’opzione per l’acquisizione del 55% delle azioni della Sherrit. Quando la prospettiva di uno strangolamento dell’isola è diventata più concreta è entrato in lizza un altro miliardario finanziatore del Partito repubblicano, il petroliere texano Albert Huddleston. Il quale ha dichiarato di essere pronto a pagare in contanti (0,12 dollari canadesi per azione) per impossessarsi della attività della Sherrit nell’isola.

SEMPRE SOTTO la minaccia di sanzioni anche la società australiana, Antilles Gold Ltd, da anni impegnata in rilevamenti di giacimenti auriferi nell’isola, ha ottenuto il via libera per negoziare la cessione delle quote di una miniera di rame e oro nel centro di Cuba con il fondo neworchese Global Emerging Markets.

PIÙ DIRETTE sono le mire della famiglia Trump nel settore turistico dell’isola caraibica, che vive una fase di riassetto strategico a causa della “fuga” da Cuba di grandi gruppi come gli spagnoli Melía e Iberostar, la canadese Blue Diamond e l’indonesiana Archipelago International. Secondo il Guardian, dirigenti storici della Trump Organisation, operativi con la Dominari Holdings, sarebbero tornati a interessarsi per una presenza in Cuba. Fonti citate dal giornale inglese confermano incontri riservati degli americani con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, il nipote di Raúl Castro meglio conosciuto come “el cangrejo”, per trattare la gestione di complessi alberghieri di élite o l’affidamento di prestigiosi cayos, gli splendidi (e certo remunerativi) isolotti caraibici.

L’IMPATTO delle sanzioni (circa 200 negli ultimi mesi) contro Cuba genera opportunità e affari milionari anche a chi gestisce le rotte dei rifornimenti all’isola. Le due compagnie che hanno il monopolio del trasporto e commercializzazione dei containers, la francese Cma Cgm e la tedesca Hapag-Lloyd, hanno sospeso (la seconda) e limitato (a contenitori di medicinali, la prima) il trasporto di containers a Cuba. Compagnie di spedizione della Florida (vicine a «ambienti politici conservatori») si incaricano di trasportare a Cuba con navi di piccolo cabotaggio (ma grandi prezzi) le mercanzie dei containers delle compagnie francese e tedesca fermi in porti dei Caraibi.

Persino le questioni legali di consulenza per districarsi nelle maglie delle nuove sanzioni di Trump vanno a beneficio di società nordamericane come la società di consulenza Continental Strategy, anche questa gestita da personaggi collegati direttamente con la prima amministrazione presidenziale di Trump.

E C’È SPAZIO anche per il pastore evangelico Frankiln Graham, quello che difese Trump quando si raffigurò come Gesù: la sua agenzia di assistenza, la Samaritan’s Purse di Boone, North Carolina, si è aggiudicata 40 milioni di dollari di contratti federali per «distribuire aiuti umanitari a Cuba». Quando Cuba cederà, forse, perché per ora non si è visto nulla

Nell’immagine: le sedie lasciate vuote dalla delegazione cubana durante il discorso di Donald Trump all’Assemblea generale dell’Onu


Israele, i partiti arabi esclusi dalle elezioni

Oggi in programma la visita agli archivi nazionali dove entrambi potranno visionare documenti sul rapporto tra i due Paesi 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

La strada verso le elezioni del 27 ottobre in Israele si fa sempre più accidentata. E potenzialmente pericolosa. Il Comitato elettorale centrale (che è un organo del Parlamento e riflette la maggioranza di destra del Parlamento stesso) ha votato ieri sera per eliminare dalle liste elettorali i partiti arabi, accusati di incitare al razzismo, essere contrari all’esistenza di Israele come Stato ebraico e incitare alla lotta armata contro di esso.

La decisione non è esecutiva: prima di essere definitiva deve passare al vaglio della Corte Suprema, che in passato non ha esitato a sfidare il governo sul tema dei diritti civili e della rappresentanza elettorale (e che per questo l’esecutivo Netanyahu voleva smantellare con la proposta di riforma giudiziaria di inizio 2023). Ma segnala comunque il deteriorarsi del dibattito nel Paese, dove qualunque forma di dissenso sembra essere sempre meno tollerata, come dimostrano i feroci attacchi sferrati nei giorni ai registi del film Naza, che mette sotto accusa l’Idf per le tattiche usate a Gaza. Se venisse confermata, il 20 per cento dell’elettorato — gli arabi-israeliani, palestinesi con passaporto israeliano, discendenti di coloro che rimasero in quello che è oggi lo Stato di Israele dopo la Nakba del 1948 — si ritroverebbe di fatto senza rappresentanza politica.

A finire nel mirino del Comitato sono stati sia la Lista Araba Unita di Mansour Abbas (il più rappresentativo dei deputati arabi), che la Lista Unica che riunisce gli altri tre partiti Hadash, Ta’al e Balad. La Lista Araba Unita è stata parte del governo che ha preceduto quello attuale, guidato da Naftali Bennett e Yair Lapid, e al voto del 27 ottobre ha come secondo candidato della lista Yoav Segalovitz, ex vice ministro della Sicurezza interna dello stesso governo.

Il divieto segue quello deciso ieri mattina contro il deputato comunista Ofer Cassif, del partito arabo-ebraico Hadash, e al leader del partito Balad, Sami Abu Shehadeh, due delle voci più critiche dell’attuale Knesset. «Si sono lamentati del fatto che sostenga che c’è un genocidio in corso a Gaza. In Israele c’è almeno un milione di persone che la pensa così. Sono fuorilegge? È un reato?», ha detto l’avvocato Hassan Jabareen, che rappresenta Cassif.

Il voto dell’elettorato arabo sarà con tutta probabilità decisivo per determinare la strada che Israele prenderà dopo le elezioni. I sondaggi delle ultime settimane mostrano una sostanziale parità fra il blocco dell’opposizione e quello del governo e sono unanimi nell’indicare che l’unica strada certa che Gadi Eisenkot può percorrere per rimpiazzare Netanyahu passa per il sostegno dei partiti arabi: un sostegno che in un Paese che non è mai uscito dalla polarizzazione post 7 ottobre 2023, la maggior parte degli elettori ebrei (compresi quelli che voteranno per Eisenkot) non è disposto ad accettare. Come spiegava ieri su Haaretz il cronista parlamentare Joshua Leifer, «per quanto sia probabile che la Corte suprema invalidi la decisione, l’effetto cumulativo degli attacchi contro i partiti a guida araba e i loro rappresentanti è quello di rafforzare l’idea che la partecipazione politica degli arabi alle elezioni sia, in linea di principio, illegittima».


Slapp, un boo­me­rang più che uno schiaffo

Oggi in programma la visita agli archivi nazionali dove entrambi potranno visionare documenti sul rapporto tra i due Paesi 

Di Daniel Ritzer, La Regione

Clau­dio Zali con­tro Marco Bazzi, istanza ai sensi dell’arti­colo 28 del Codice civile in ambito di ‘diritto alla per­so­na­lità’ e richie­sta di risar­ci­mento per torto morale (arti­colo 49 CO) pari a 20’000 fran­chi; Clau­dio Zali con­tro Daniel Ritzer per la mede­sima fat­ti­spe­cie e ana­loga richie­sta di risar­ci­mento; Lorenzo Qua­dri con­tro Daniel Ritzer, que­rela per pre­sunta dif­fa­ma­zione, calun­nie e ingiu­ria (i cosid­detti reati con­tro l’onore, disci­pli­nati dagli arti­coli 173, 174 e 177 del Codice penale); Sabrina Aldi e Clau­dio Cam­po­novo con­tro la Rsi e i gior­na­li­sti de laRe­gione Andrea Manna, Dino Ste­va­no­vic e Fede­rico Fran­chini (ai tempi della pre­sen­ta­zione della que­rela attivo presso ‘Area’) per calun­nia, dif­fa­ma­zione e “ogni altro reato even­tual­mente ipo­tiz­za­bile”.

Ecco come una certa poli­tica, e per­sone a lei molto legate, pre­ten­dono di zit­tire i media: a forza di azioni legali dis­sua­sive. Sette esempi con­creti negli ultimi dodici mesi in Ticino di un discu­ti­bile modo di pro­ce­dere, che a livello inter­na­zio­nale viene esa­mi­nato e inglo­bato sotto l’acro­nimo ‘Slapp’ (Stra­te­gic law­suits against public par­ti­ci­pa­tion). Il ter­mine Slapp, stando a un recente stu­dio com­mis­sio­nato dall’Uffi­cio fede­rale delle comu­ni­ca­zioni, “si rife­ri­sce ad azioni legali abu­sive volte a repri­mere la libera for­ma­zione dell’opi­nione su que­stioni di inte­resse pub­blico”. Le sta­ti­sti­che sviz­zere, al momento della pub­bli­ca­zione del rap­porto (2023), davano conto di 24 azioni legali di que­sto tipo in tre anni. Il che vuol dire che il Ticino, da solo, nell’ultimo anno è diven­tato rap­pre­sen­ta­tivo dell’intera media nazio­nale. Non un pri­mato di cui van­tarsi, ver­rebbe da dire. In effetti, sarebbe assai inte­res­sante sapere cosa ne pen­sano il sin­da­cato dei media (Syn­di­com) e l’asso­cia­zione di cate­go­ria (Atg) al riguardo.

Fatto sta che dallo stu­dio dell’Ufcom emerge chiaro come le Slapp – ‘slap’ in inglese vuol dire schiaffo – abbiano “lo scopo di met­tere a tacere i gior­na­li­sti” e di pro­vo­care “costi ecces­sivi al fine di limi­tare la libertà dei media”. Tra l’altro, viene indi­cato nel rap­porto, anche la sem­plice minac­cia di azioni legali di que­sto genere, ovvero il loro effetto inti­mi­da­to­rio, “può por­tare all’auto­cen­sura”. Come ci si pone, in quanto ope­ra­tori dei media, di fronte a que­sta infe­lice ten­denza? Per quel che ci riguarda, si resta fer­ma­mente aggrap­pati alle libertà – d’opi­nione, d’infor­ma­zione e dei media – garan­tite dalla Costi­tu­zione fede­rale agli arti­coli 16 e 17, non­ché alla sen­tenza della Corte euro­pea dei diritti dell’uomo (Cedu, la cui Con­ven­zione fu rati­fi­cata dalla Sviz­zera nel 1974) sul caso ‘The Sun­day Times con­tro il Regno Unito’ del 1979. Allora i giu­dici di Stra­sburgo sta­bi­li­rono che “la libertà d’espres­sione costi­tui­sce uno dei fon­da­menti essen­ziali di una società demo­cra­tica”. Una tutela che non riguarda sol­tanto “le infor­ma­zioni e le opi­nioni accolte favo­re­vol­mente o rite­nute inno­cue, ma anche (e soprat­tutto, ndr) quelle capaci di offen­dere, scioc­care o distur­bare lo Stato o una parte della popo­la­zione”. In pra­tica ogni ten­ta­tivo inti­mi­da­to­rio attra­verso azioni legali abu­sive – da parte di per­sone che per la pro­pria posi­zione non avreb­bero alcun biso­gno dei tri­bu­nali per pro­vare a tute­lare la pro­pria ono­ra­bi­lità – fini­sce per diven­tare una sorta di boo­me­rang: invece di inde­bo­lire la stampa, la raf­forza. O almeno, ciò è quanto suc­cede qui da noi. Il ‘caso Zali’, con tutti i suoi adden­tel­lati, può risul­tare emble­ma­tico in que­sto senso: lad­dove vi sia un inte­resse pub­blico chia­ra­mente pre­pon­de­rante laRe­gione non intende arre­trare di un mil­li­me­tro.


Corte «canaglia»: l’assalto trumpiano è partito

Oggi in programma la visita agli archivi nazionali dove entrambi potranno visionare documenti sul rapporto tra i due Paesi 

Di Marina Castellaneta, il manifesto

Il dado è tratto. Il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha formalizzato la sua guerra alla Corte penale internazionale nel corso del suo intervento di ieri all’Assemblea generale delle Nazioni unite. La bolla come istituzione fuori controllo.

Una sorta di istituzione «canaglia» che dà seguito a processi-show: Trump sostiene che la Corte è un tribunale anti-americano e che è un pericolo per le forze armate Usa, chiarendo che non permetterà mai indagini nei confronti di suoi cittadini. Ha di fatto preannunciato un attacco su più fronti, con un obiettivo: smantellare la giustizia penale internazionale per avere carta bianca con il non troppo nascosto obiettivo di garantire l’immunità a capi di stato e di governo «amici». Primo tra tutti il premier israeliano Benjamin Netanyahu, destinatario di un mandato di arresto emesso dalla Pre-Trial Chamber il 21 novembre 2024. Gli Stati uniti si preparano, così, a una nuova ondata di sanzioni non più solo nei confronti di membri della Corte (giudici, procuratori, staff), ma della stessa Corte come istituzione impedendo l’accesso a fondi necessari per le indagini e lo svolgimento di processi e arrivare a paralizzarne il lavoro.

Il discorso di Trump completa il pensiero del segretario di stato Marco Rubio già diffuso nei giorni scorsi: la Cpi va smantellata pezzo per pezzo perché è un rischio per la sovranità degli Stati uniti e dei loro alleati. La contestazione giuridica (si fa per dire) è basata sull’esercizio della giurisdizione della Corte anche nei confronti di cittadini, inclusi capi di Stato e di governo, di paesi terzi non parte dello Statuto di Roma approvato nel 1998. Questo, per gli Stati uniti, costituisce una lesione di sovranità, dimenticando di aggiungere che l’articolo 12 dispone che la Corte esercita la giurisdizione nel caso di crimini commessi sul territorio di uno Stato parte o se commessi da un cittadino di uno Stato parte, fondandosi così, in via generale, sui criteri di territorialità e di nazionalità attiva. Criteri che sono stati approvati proprio da Stati sovrani che hanno deliberatamente scelto di attribuire alla Corte penale internazionale tale compito. Per un semplice motivo: fare in modo che gli autori di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio non restino impuniti e le vittime, che guardano alla Corte come unica speranza, ottengano giustizia. In ogni caso, la Corte applica il principio di complementarità e, di conseguenza, non è competente laddove uno Stato conduca indagini effettive sui crimini di competenza dell’Aja ma solo se un paese è indisponibile o non in grado di svolgere un procedimento.

L’attacco alla Corte e ai giudici, questa volta, sarà articolato su più fronti: da un lato sul rafforzamento ed espansione delle sanzioni anche verso la stessa struttura della Cpi che di fatto impediranno di accedere a conti bancari, utilizzo di carte di credito, svolgimento di attività online, rischi per l’archiviazione dei documenti, ingresso negli Stati uniti; dall’altro lato, su pressioni indirizzate a Stati parte allo Statuto per spingerli al ritiro dalla Corte. L’appello di Trump è stato definitivo: gli Stati devono ritirarsi.

Il Burundi il primo Paese membro a esercitare il diritto di recesso previsto dall’articolo 127 dello Statuto in base al quale uno Stato parte può notificare al segretario generale dell’Onu di recedere, anche se il recesso ha effetto un anno dopo la data del ricevimento della notifica salvo nei casi in cui non sia indicata una data successiva. Al Burundi sono seguite le Filippine nel 2019. Ritiro che non ha impedito la prosecuzione delle indagini sull’ex presidente Duterte, arrestato per i crimini contro l’umanità commessi nel periodo in cui le Filippine erano ancora parte allo Statuto e ora sotto processo all’Aja. Ora si candidano al ritiro per compiacere o eseguire ordini di Trump, per vantaggi economici o perché privi di sostanziale sovranità, Venezuela, Ciad, Burkina Faso, Niger e Mali che pure nel 2013 aveva chiesto l’intervento della Corte che aveva processato e condannato Al-Mahdi per la distruzione dei mausolei storici di Timbuktu.

L’Unione europea sta a guardare. Con qualche dichiarazione di sostegno alla Corte, ma senza accogliere la richiesta di applicare il regolamento Ue n. 2271/96 sulla protezione degli effetti extraterritoriali derivanti dall’applicazione di una normativa adottata da un paese terzo.

Nell’immagine: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump interviene durante l’Assemblea Generale dell’Onu


Il film che spaventa Israele e le domande sul 7 ottobre

Oggi in programma la visita agli archivi nazionali dove entrambi potranno visionare documenti sul rapporto tra i due Paesi 

Di Anna Foa, La Stampa

Sul clima già teso della campagna elettorale in Israele è piombato come un macigno il documentario Naza (acronimo di “effetti collaterali”), dei due registi Yuval Abraham e Rachel Szor, coautori dello straordinario No other land, sulle aggressioni di coloni ed esercito in Cisgiordania, vincitore dell’Oscar nel 2025. Alla mostra di Venezia ha vinto il premio speciale della giuria e gli hanno tributato 24 minuti di standing ovation.

Non l’ho ancora visto, ma non è del film che voglio parlare, bensì della vera e propria isteria che, senza nemmeno essere stato visto, ha suscitato in Israele e in una parte almeno del mondo ebraico della diaspora. In sintesi, è un documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv, un’intervista a 24 membri dell’esercito e dell’intelligence, accuratamente celati per non rivelarne l’identità. Le interviste descrivono ciò che in generale si sapeva e che era in parte uscito su giornali e media come gli israeliani +972Maga e Local call, o il Guardian (che è fra i suoi produttori): cioè i sistemi con cui, con l’aiuto dell’Ai, l’esercito pianificò, fin da prima del 7 ottobre, gli attacchi aerei sulla striscia di Gaza, sorvegliando a tappeto l’attività dei suoi abitanti e le loro abitazioni. Vittime collaterali o vittime mirate che siano, sono state come minimo 70.000.

Questo in sintesi, come riportato dai comunicati, dai media e dalle interviste, il contenuto del documentario. Questo è ciò che vedremo quando Naza uscirà, a giorni, nelle nostre sale. Chi difficilmente lo vedrà saranno invece gli israeliani.

La reazione del governo e dei partiti della destra è stata da subito una reazione di assoluto panico. L’esercito ha definito il contenuto del film menzognero, pur aprendo un’inchiesta sulla divulgazione di “materiale non classificato”. Quanto all’altra accusa rivolta al film, di essere basato su fonti anonime, come dimenticare che anche lo scandalo del Watergarte, che portò nel 1974 alle dimissioni del presidente americano Nixon, era basato su rivelazioni anonime, protette dal segreto. Con il passar dei giorni la reazione è diventata sempre più dura e aggressiva. Netanyahu ha dichiarato di voler togliere la cittadinanza israeliana ai due registi, definiti “traditori”.

I partiti e i media della destra radicale si sono scatenati, accusando il film di menzogna e antisemitismo, minacciando di morte i registi e manifestando sotto le abitazioni dei loro famigliari al grido di “Impiccateli!”. Difficilmente i due registi potranno tornare in patria, anche se le minacce di privarli della cittadinanza non saranno messe ad effetto. Saranno i primi esuli politici di Israele, dunque?

Intanto Netanyahu minaccia sanzioni e la revoca della cittadinanza nei confronti di chi diffama le forze di difesa israeliane. Nelle sue dichiarazioni, una simile legge potrebbe colpire anche il capo del partito democratico, Yair Golan, per delle dichiarazioni rese l’anno scorso sull’uccisione dei bambini palestinesi da parte dell’esercito. Insomma, Nertanyahu avrebbe l’intenzione di approfittare della questione per intervenire sui partiti di opposizione nelle prossime elezioni, una tattica da lui consolidata. Ma è difficile che una simile manovra gli riesca, nel clima attuale della campagna elettorale.

Le minacce di morte che gli estremisti di destra stanno rivolgendo ai due registi non sono, secondo il giornale di opposizione Haaretz, da prendere sottogamba: è possibile che scorra il sangue. Del resto, come dimenticarsi dell’assassinio di Rabin nel 1995 da parte di Ygal Amir, un estremista i cui complici di allora sono oggi ministri dell’attuale governo?

E la sinistra? Finora, l’attacco all’Idf non viene condiviso nemmeno da gran parte dell’opposizione. Mille registi hanno espresso in un documento solidarietà al film. Ma la domanda che emerge con forza, e che riguarda non i palestinesi ma gli israeliani, è come abbiano fatto le forze armate a non vedere i preparativi del 7 ottobre, se erano in grado di veder volare una mosca in tutte le abitazioni di Gaza.

Forse da questa domanda si potrà arrivare anche a domandarsi perché, se l’obiettivo era quello di distruggere Hamas, si sono uccisi tanti civili, facendo di ogni palestinese di qualsiasi età un sostenitore di Hamas. In ogni caso, come ha scritto Gideon Lévy su Haaretz, «Szor, Abraham e questi coraggiosi militari hanno rotto il silenzio. Meritano la massima stima degli israeliani e la avranno, ma solo nelle pagine dei libri di storia».