Scuola, prima viene il bambino

Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti 

Di Franco Lorenzoni, La Repubblica

Giorgia Meloni ha annunciato a gran voce che vuole stabilire per legge un tetto alle presenze di figli di immigrati nelle nostre classi «perché i bambini italiani non siano mai più minoranza». Sempre più il tratto comune delle destre in Europa si caratterizza per l’attacco alla scuola pubblica come spazio di incontro e scambio tra differenze, come luogo in cui la disomogeneità può divenire fattore di crescita e nutrimento per uno sviluppo della curiosità reciproca, dell’ascolto e, dunque, della democrazia.

In quest’anno scolastico celebreremo i 50 anni dall’apertura delle nostre scuole ai portatori delle più diverse disabilità, resa possibile dalla legge 517 del 1977. Mi sembra importante ricordare la figura di Alessandra Ginzburg, morta l’11 agosto, che nel 1970 trasformò a Roma una scuola dell’infanzia comunale nella prima scuola del centro Italia in cui fu sperimentata una piena integrazione.

«Prima viene il bambino con il suo mondo e le sue idee sul mondo e solo dopo è possibile e opportuno offrire proposte educative e didattiche capaci di arricchire e nutrire quel mondo. Proposte che risultano tanto più efficaci quanto più sono capaci di stabilire un confronto tra modi di guardare il mondo diversi».

L’attenzione e il rispetto verso la dignità e ricchezza del mondo infantile ha sempre caratterizzato il pensiero di Alessandra Ginzburg. Psicoanalista e saggista, è stata una grande educatrice. A lei dobbiamo pratiche e teorie che sono alla base di una delle più importanti riforme educative del Paese. Se le scuole dal 1977 hanno aperto le porte a bambine e bambini disabili, fino allora chiusi in casa o segregati in scuole speciali, lo si deve alle coraggiose sperimentazioni di educatrici come lei.

La più giovane figlia di Natalia e Leone Ginzburg aveva la rara qualità di incarnare una rigorosa postura etica in modo concreto e operativo. Così immaginò e diede vita a Roma, insieme a Massimo Ammaniti, a una delle prime scuole pubbliche che sperimentò l’integrazione.

Alla fine degli anni ’60 si cominciarono a mettere in discussione le scuole speciali come luoghi di segregazione e nel 1970, a Trastevere, nella scuola dell’infanzia comunale di piazza della Scala, iniziò un’avventura educativa audace, quando una ventina di bambine e bambini “deficitari” furono accolti in un rapporto di uno a uno con alunni cosiddetti “normali”.

L’apertura fu preparata da colloqui con le famiglie, insieme a una offerta di tempo pieno gratuito. I cambiamenti progettati da Ginzburg, che di quella scuola fu coordinatrice, furono radicali: nessuna classe con la porta chiusa, rotazione tra i gruppi, e il corridoio che si trasformava in luogo di ritrovo e di incroci inaspettati. Il tutto con strumenti per la pittura e il modellare, stoffe e costumi, costruzioni per stimolare l’immaginazione e il coordinamento occhio-mano. Spazi e pareti divennero luoghi di memoria personale e collettiva, dove ciascuno poteva riconoscere le proprie tracce.

Per trasformare una scuola dell’infanzia in luogo di integrazione ci fu bisogno della sensibilità di una futura psicoanalista, che seppe assumersi responsabilità formative, organizzative, politiche. Le sperimentazioni portarono a scoperte in grado di migliorare le scuole di tutti, come era già accaduto con Maria Montessori, Ovide Decroly e Janus Korjak, arrivati all’educazione dalla pratica medica. Spesso la pedagogia, per assumere una postura democratica e aperta a tutti, ha bisogno di sguardi da altri mondi.

Ho avuto la fortuna di conoscere Alessandra nel 1977, nel Movimento di cooperazione educativa. Stavo per diventare maestro elementare e la prima scossa che ricevetti fu l’evidenza che dovevamo metterci in gioco e mutare il nostro punto di vista. Un educatore capace di ascolto arricchisce la comunità dei bambini di un dono prezioso: la passione della conoscenza intesa come interrogazione sul mondo e sui suoi misteri. Di qui la funzione di garante della comunità propria dell’adulto.

Ginzburg credeva nell’esistenza di una «cultura infantile» con proprie specifiche caratteristiche. Ricordo il trasporto nei suoi interventi quando richiamava all’attenzione l’importanza dell’inconscio. Molte cose sono cambiate dagli anni Settanta. L’attenzione agli spazi come luoghi di memoria è cresciuta e sono numerose le maestre e maestri che hanno l’abitudine di trascrivere i pensieri di bambine e bambini quando disegnano, giocano o discutono tra loro.

Troppo raramente, però, questo straordinario repertorio è assunto da noi insegnanti come riferimento dal quale partire nel progettare la nostra pratica educativa. Assumere il dialogo e la pedagogia dell’ascolto come fondamento dell’innovazione didattica comporta il rivedere le nostre pratiche con radicalità, perché alcune domande infantili sono inquietanti e insidiose. Ma forse è accogliendo queste inquietudini che possiamo coltivare lo stupore attento, necessario per la relazione educativa.

Ginzburg scrisse un libricino intitolato Premessa ad una pedagogia dell’ascolto nella scuola dell’infanzia. Rileggerlo ora è interessante perché sostiene quanto l’intreccio fra pensiero ed emozione costituisca una costante inestricabile.

Il percorso che ha portato la scuola ad assumere un quarto di insegnanti di sostegno per dare dignità e reali possibilità di crescita alle diversità che la abitano è certamente manchevole e contraddittorio. Ma tanti docenti lavorano a un’idea di inclusione che si fonda sull’attenzione e la cura del contesto, capace di ribaltare i luoghi comuni a partire dal più importante: la disabilità non è confinata all’interno del soggetto, ma prende forma nella rete di relazioni che lo collega agli altri e agli spazi che abita e in cui vive.

Il prossimo anno sarà trascorso mezzo secolo da quella riforma rivoluzionaria, che attende ancora di essere pienamente compiuta. Alessandra Ginzburg, al cui pensiero abbiamo ancora tanto da chiedere, sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi, oggi arricchita anche dalle molteplici provenienze di chi li abita, è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza, perché, se affrontata con cura, competenza e attenzione, crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti.


Conservatori sotto scacco dell’estrema destra

Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti 

Di Marco Bascetta, il manifesto

C’è Parigi e c’è la Vandea. A voler osservare il presente con le lenti della classica storiografia di sinistra i risultati elettorali a Berlino e nel Mecklenburg -Vorpommern potrebbero essere descritti come segue, senza troppo discostarsi dal vero.

La metropoli-capitale, giovane, cosmopolita, irrequieta e sperimentale, ma preda di potenti appetiti speculativi da una parte e dall’altra una landa dell’estremo est povera, disagiata e risentita, attraversata da paure fantasmatiche e indistinte. Nessuno dei due stereotipi calza però fino in fondo. Tanto è vero che nella Vandea tedesca l’Afd conquista ampiamente il primo posto ma resta lontana dall’accesso al potere e tagliata fuori da qualsiasi alleanza. E anche la Linke a Berlino, nonostante il trionfale successo troverà molti ostacoli sulla strada del governo, nonché l’eterna riproposta, non si sa a questo punto se più ridicola o infame, della dottrina degli opposti estremismi.

Ma su un punto non si dovrebbe infierire troppo. Friedrich Merz sarà anche un algido manager privo di qualunque appeal culturale e talento politico, ma il declino del grande centro democristiano che ha garantito la stabilità tedesca dopo la fine della guerra e ha addomesticato la socialdemocrazia non è in alcun modo colpa sua. Chi lo sostiene, all’interno del suo partito, è solo per personali ambizioni di potere. Quel bisogno di stabilità senza avventure politiche, di grigie abitudini compensate da modeste comodità, di un progresso prevedibile e rassicurante che ha cullato la Germania traumatizzata del dopoguerra ruotando intorno alla Democrazia cristiana si è dissolto e rovesciato in un proliferare di pulsioni revansciste. La promessa cristiano-democratica dell’“economia sociale di mercato” ha perso la sua base materiale e i suoi punti di orientamento sulla mappa del mondo in trasformazione. Ma il fenomeno non è certo solo tedesco.

Il centro conservatore, o i cosiddetti “moderati” sono stati assorbiti o condizionati in tutto il mondo da una destra aggressiva, filofascista capace di capitalizzare i disagi popolari senza ostacolare gli interessi delle oligarchie. L’occupazione trumpiana del Partito repubblicano negli Stati uniti costituisce l’esempio più eclatante di questa metamorfosi nera delle forze politiche conservatrici. In Europa il processo è più lento e frastagliato ma, al fondo, non dissimile. Lo spazio centrista finora occupato dalla Cdu-Csu sta scomparendo. Il caparbio continuismo del cancelliere Merz non poggia ormai su alcuna base che possa dirsi solida. La fine della guerra fredda è stata per i democristiani del Vecchio continente l’asteroide che ha messo fine all’era dei dinosauri. Forza Italia, i gaullisti, il Partito popolare spagnolo, i conservatori dall’Austria ai paesi scandinavi non sono diventati altro che un residuo destinato a confluire nel sistema circolatorio dell’estrema destra o comunque a subirne il ricatto, altro che argine o cordone sanitario!

Se il Cancelliere Merz non fa altro che constatare, un fiasco dopo l’altro, l’avvenuta catastrofe è perché non ha nulla da dire e ancor meno da fare. Le alternative che si trova di fronte sono tutte ulteriormente disastrose: cercare di anticipare l’Afd sul suo terreno, mimandone i temi e le ossessioni, come fatto finora senza alcun risultato, o aprire a una collaborazione con l’estrema destra condannandosi a un destino di sicura subalternità. La via dei centrosinistra a trazione conservatrice risulta preclusa anche dal fatto che i partiti che vi hanno ripetutamente partecipato sono tutti senza eccezione in evidente declino. Nel Mecklenburg come a Berlino la Spd e i Grünen perdono comunque voti. Gli elettori li puniscono per una serie ininterrotta di cedimenti, rinunce e compromessi (eclatante è il caso dei Verdi a Berlino). Ne consegue che continuare sulla strada dei centrosinistra di provata fede neoliberale sarebbe esiziale. Né si può più relativizzare il fatto che l’espansione dell’estrema destra può vantare percentuali impressionanti e dal peso politico crescente. Ma forse è proprio intorno alla Cdu che va sedimentandosi nei fatti un “cordone sanitario” non dichiarato che solo la mano tesa dei neofascisti sarebbe in grado di bucare. Un paradosso davvero inquietante. In questa situazione il “voto utile” antifascista perde nettamente di utilità, condannato come è alla miseria dei minimi denominatori comuni e a sicura indigenza politica.

Berlino resta per la Germania un luogo piuttosto esotico. Ma la scelta della Linke di portare in primo piano i conflitti di interessi, lo scontro tra le strategie speculative, la rendita finanziaria e i bisogni e le aspirazioni dei cittadini ha sicuramente vinto. E non si tratta di una scelta esotica, né di un fenomeno di polarizzazione ideologica. Ma forse di qualcosa che ha concrete possibilità di battere la destra.


La crisi esistenziale degli Stati disuniti d’America

Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Per qualche ora l’America è tornata a essere unita. A venticinque anni dalla tragedia dell’11 settembre, bandiere a mezz’asta e minuti di silenzio hanno restituito agli Stati Uniti un sentimento unitario che ormai si ritrova soltanto nelle commemorazioni: americani che si riconoscono reciprocamente. Esaurito il raccoglimento, sono tornati puntualmente a detestarsi. A novembre si vota per il rinnovo del Congresso e l’unità nazionale non avrà diritto di cittadinanza in quella che ormai è vissuta come una guerra di religione. Democratici e repubblicani arriveranno alle urne convinti che la vittoria dell’avversario coincida con la rovina della Repubblica e la cancellazione di tutto ciò che di buono rappresenta.

Eppure, l’America è più unita di quanto sembri. Non sulle soluzioni, naturalmente, ma nella consapevolezza di avere un problema. Destra e sinistra, Maga e socialisti democratici, moderati e rivoluzionari condividono una sensazione oltre alla loro reciproca antipatia: a essere guasto non è più soltanto un pezzo della macchina, ma il meccanismo stesso che dovrebbe ripararla. Il 77% degli americani ritiene che il sistema politico vada rifondato o cambiato radicalmente, ma solo il 27% crede che possa davvero accadere; e ben il 59% pensa che gli anni migliori della storia nazionale siano ormai irrimediabilmente alle spalle. Li chiamano i “riformatori pessimisti”, convinti che la casa vada ricostruita, ma tutt’altro che certi che le fondamenta riusciranno a reggere il restauro.

Non è una novità che gli americani siano impaludati in una crisi esistenziale: lo sono, depressi e smarriti, da almeno quindici anni, da quando la globalizzazione ha smesso di sembrare un regalo e ha iniziato a presentare il suo salatissimo conto. Per tre lustri, però, la disillusione si era concentrata sull’additare i presunti colpevoli — le élite, gli immigrati, la Cina, il presidente di turno. Era, a suo modo, una forma di ottimismo: finché esiste un colpevole, la soluzione è liberarsene. La novità è che oggi quella convinzione vacilla, facendo affiorare il sospetto crescente che, dietro i colpevoli, ci sia un meccanismo talmente inceppato da non poter essere rimesso in moto attraverso una vittoria elettorale — e che ogni intervento, buono o cattivo che sia, finisca soltanto per innescare un effetto domino di problemi ulteriori. Si impongono dazi per proteggere l’industria, e i costi si riversano sui produttori stessi.Si sfrutta il dominio finanziario per imporre sanzioni, e si regala al mondo un motivo per cercare alternative. Si dispone della macchina militare più formidabile del pianeta e si scopre che vincere una battaglia è tutt’altra cosa dal trasformarla in un risultato politico.

Il tutto a costi sempre più difficili da sostenere: il debito federale ha oltrepassato i quarantamila miliardi, gli interessi già superano la spesa per la difesa e, con l’inevitabile resa dei conti che rischia di abbattersi su pensioni e sanità, non potrà che lievitare. Quando ogni toppa scopre una crepa nuova, la manutenzione smette di essere ordinaria e comincia a somigliare sempre più a un vero e proprio collasso sistemico.

Ed è questo a rendere il voto di novembre inedito. Gli americani andranno alle urne ferocemente divisi su chi debba governare e sorprendentemente accomunati dal sospetto che nulla basterà a invertire la rotta del declino, tantomeno la semplice sconfitta dell’avversario. Persino le alternative più radicali sembrano portarsi dietro il dubbio di non essere comunque risolutive. La nuova sinistra promette di rifondare il sistema senza avere ancora chiaro con cosa sostituirlo. Trump continua a promettere una nuova età dell’oro, ma, dopo quasi due anni di seconda rivoluzione, anche i suoi elettori più fedeli si sono accorti che demolire è un mestiere molto più facile che ricostruire.

Gli Stati Uniti restano così sospesi in un limbo: troppo instabili per una riforma ordinata, non ancora abbastanza disperati per una vera rivoluzione. Almeno per ora. Pronosticare quale scenario prevarrà sarebbe temerario, anche perché il funerale dell’America viene annunciato con cadenza rituale e, finora, altrettanto puntualmente rinviato. Preso pezzo per pezzo, il sistema resta formidabile su tutti i fronti — economico, finanziario, tecnologico, militare — e, soprattutto, rimane la sua unicità: saper trasformare crisi apparentemente terminali in nuovi inizi. Potrebbe riuscirci ancora.

Nell’immagine: la sede centrale di JPMorgan Chase  illuminata con i colori della bandiera statunitense in occasione del 25° anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York


Il Cancelliere non riemerge dall’uragano

Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti 

Di Francesca Sforza, La Stampa

Se c’è una cosa che bisogna riconoscere ai tedeschi è che di fronte alla disfatta non minimizzano, non edulcorano, non danno la colpa ai social, al meteo o altre avversità: la chiamano con il loro nome e la guardano in faccia. Così ha fatto ieri il cancelliere Friedrich Merz, quando di fronte a un risultato pessimo in Meclemburgo-Pomerania e così così a Berlino non ha esitato a usare la parola “disastro”, che è subito rimbalzata in tutti i titoli di giornale della Bundesrepublik dando il senso della giornata politica appena trascorsa (poco male che lui si riferisse solo al risultato peggiore, la percezione del disastro ha spazzato via la realtà dei numeri).

Il fatto che le due tornate elettorali non abbiano espresso una direzione univoca è un buon segno: l’AfD è andata benissimo in Meclemburgo, abbastanza bene a Berlino, ma in entrambi i casi non governerà. Governeranno invece formazioni composite ma solidamente democratiche. La Linke, che a Berlino ha la possibilità di governare insieme all’Spd e ai Verdi, non appartiene a quella corrente reazionaria della sinistra estrema che abbiamo visto mietere consensi in Sassonia-Anhalt. È un partito di stampo socialista, che guarda al rafforzamento dello stato sociale e a una società aperta: non ha la remigrazione nel suo vocabolario e ha la lotta all’antisemitismo iscritta a caratteri cubitali nella sua storia politica. Allo stesso tempo il denominatore comune tra le diverse forze più votate esiste, ed è il fattore “locale”: a Berlino ha vinto chi ha sollevato la questione del caro-affitti (Linke) e chi ha fatto campagna elettorale sullo scontento elettorale della parte Est, dove vivono cittadini che vengono dall’Europa orientale, e dove la presenza di profughi ucraini ha creato squilibri sociali tra le classi più disagiate (AfD). In Meclemburgo la situazione non è stata molto diversa da quella del Sassonia-Anhalt: ha vinto chi ha parlato all’Est frustrato e impoverito, non dagli stranieri (da quelle parti ce ne sono pochissimi), ma dagli effetti collaterali delle transizioni digitale e climatica che si sono innestate su un terreno già traumatizzato dalle riconversioni forzate degli anni 90.

Resta l’interrogativo su come mai i due maggiori partiti tedeschi, Spd e Cdu, non riescano a tirarsi su dal tappeto in cui finiscono a ogni nuovo round elettorale. Sbaglieranno persone, questo è molto probabile (succede ai partiti che vivono di incrostazioni e non scommettono sulle competenze, come dimostra la vittoria della Linke a Berlino), ma anche obiettivi, interlocutori, messaggi. E fanno scelte guidate dalla paura di perdere, più che dalla voglia di vincere. Un esempio la decisione di Merz di disertare il discorso all’Onu per restare a occuparsi degli affari interni: sicuri che sia il momento giusto per sottrarsi al confronto con gli alleati internazionali e evitare di rassicurarli sulla tenuta democratica della Germania? La sua strategia è abbastanza chiara: portare avanti le riforme e sperare che inizino a mostrare degli effetti positivi prima della fine del secondo mandato. Gli analisti economici citano lo scenario Schroeder come il più probabile: le riforme ingranarono ma il cancelliere perse le elezioni e il merito se lo prese Frau Merkel. In questo caso però, i dubbi che riescano a funzionare sono maggiori, perché maggiori sono le variabili (la crisi energetica, la guerra in Ucraina, l’avanzata dei cinesi, la cyberguerra che non conosce confini territoriali e inquina i dibattiti democratici). Se va male, in definitiva, non sarebbe neanche tutta colpa sua. In ogni caso il cancelliere – dimostrando una determinazione che gli va riconosciuta, anche se non si sa se si tratti di coraggio o di incoscienza – non intende dimettersi e ha chiesto agli uomini della Cdu di stringerglisi intorno. Lo hanno fatto, ma non è ancora chiaro se per sostenerlo o per mettersi in fila in vista di una successione.


Elif Eralp, chi è l’anticapitalista, musulmana e di origine turca ha portato Berlino a sinistra

Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti 

Di Francesca Paci, La Stampa

Da giorni quello di Elif Eralp, 45 anni, candidata della Linke a Berlino, è nome più evocato, più apprezzato, più carico d’aspettative e più atteso. La capitale, impaziente di mettersi alle spalle l’esperienza del cristiano-sociale Kai Wegner travolto dagli scandali, aveva già avuto sindaci socialdemocratici ma mai una donna di sinistra anticapitalista, di origine turca e di fede musulmana.

La Mamdani tedesca, come tanto i sostenitori entusiasti del primo cittadino di New York e dei suoi simili politici quanto gli acerrimi denigratori, chiamano Eralp, è in realtà assai poco incasellabile. Figlia di genitori turchi immigrati in Germania non in cerca di lavoro ma perché dissidenti politici perseguitati dopo il colpo di stato del 1980 per la loro attività sindacale, è nata a Monaco ed è cresciuta a Dortumund, dove il padre esercitava la professione dottore. Laureata in legge e specializzata in diritto all’asilo ha scelto la politica e la Linke con modalità secchiona, fino a ieri dietro le quinte, senza nulla concedere alla superficiale comunicazione social. Al collo non porta simboli religiosi bensì una catenina con la scritta «Mietendeckel», «tetto agli affitti».

E’ la battaglia per la casa, oltre ai consigli dello stratega di Mamdani che ad aprile è venuto a Berlino per aiutarla ad impostare la campagna elettorale, ad aver spinto Elif Eralp scavalcando il concorrente della Cdu, Stefan Evers, e la minaccia, ancora contenibile nella capitale, di AfD. La Linke vuole imporre un tetto agli affitti che, lievitati in pochi anni del 77% in una città in cui l’85% delle persone non ha un appartamento di proprietà – toglie il sonno ai berlinesi abituati a dormire poco ma per via della movida. Il piano per calmierare la situazione è espropriare i grandi gruppi immobiliari come Vonovia, che possiede 130 mila abitazioni, e attuare il referendum del 2021, quello in cui il 57,6% dei cittadini promosse la «socializzazione» dei colossi del real estate.

I critici di centro-sinistra le rimproverano l’estremo radicalismo della Linke, a partire dalle battaglie per Gaza lanciate per la pace e sfociate a volte in piazze inneggianti all’intifada, ma la polarizzazione è il segno dei tempi. Così molti elettori, sia pur più moderati, hanno scelto Eralp contro il candidato di un partito socialista usurato e soprattutto contro la montata dell’estrema destra di AfD.

Nell’immagine: Elif Eralp


La politica, l’algoritmo e il capitale

Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

La capacità di generare, scintilla della creazione tipica degli esseri viventi, può diventare la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale, portandola non soltanto ad accelerare il presente ma a concepire il futuro. È la rivelazione di Anthropic, che dopo gli allarmi di queste settimane dei ricercatori — preoccupati per il rischio che l’IA si metta in proprio, inseguendo obiettivi e traguardi autonomi, non prefissati dagli uomini — rende noto che Claude, il suo modello di intelligenza artificiale, partecipa ormai in buona percentuale alla realizzazione delle versioni successive di sé stesso.

Stiamo dunque per varcare una nuova soglia, inesplorata, affascinante e piena di incognite, che risolve eterni limiti per la macchina e pone problemi nuovi per l’uomo: «Spinta abbastanza avanti e con sufficiente potenza di calcolo — dice il rapporto di Anthropic — questa tendenza conduce a un sistema di IA capace di progettare e sviluppare autonomamente il proprio successore». L’algoritmo mette su famiglia.

L’inquietudine della fase che stiamo vivendo davanti alle conquiste della tecnologia è tutta in quell’avverbio: «autonomamente». Siamo preoccupati se la macchina si allontana da noi, abbiamo timore di perdere il controllo, ci allarma l’idea che la potenza del suo processo di elaborazione dei dati la porti fuori dai confini che le abbiamo assegnato, consentendole di calcolare l’ignoto, senza autorizzazione.

Col rischio che invece di controllare l’IA e di usarla come una struttura servente noi scopriamo una sua facoltà imprevista e nascosta, una finalità indipendente, una procedura a noi celata, una quota di lavoro per sé e non per noi, una capacità di scegliersi altri agenti virtuali con cui dialogare che ce la rende addirittura sospetta: in qualunque momento, non sappiamo più a cosa sta pensando.

In una logica numerica, le diverse e successive fasi di crescita del potenziale con cui si esprime l’IA dovrebbero portare a questo risultato. Che è anche il punto di arrivo della letteratura, della sceneggiatura, della narrazione visionaria della ribellione delle macchine. Mentre ci interroghiamo sul futuro, così, ci muoviamo in realtà dentro ciò che abbiamo già immaginato e raccontato. E invece la vera questione è senza precedenti, e non riguarda noi e loro, cioè l’uomo e le macchine: ma la tecnica e la politica, il capitalismo e lo Stato, la coscienza e l’algoritmo.

Il primo problema è la fine dell’unità di tempo. Vuol dire che non viviamo più alla stessa velocità, misurata sulle facoltà umane. La tecnica, dopo l’avvento di internet, ha dimostrato di saper trasformare il mondo più velocemente della politica. Oggi l’intelligenza artificiale ha introdotto un terzo stadio temporale con un’accelerazione, fino a ieri impensabile, del processo tecnologico.

La distanza tra il primo stadio dove si muove l’uomo, e il terzo stadio dove agisce l’IA è diventata impressionante. Tanto che Anthropic avverte: «Se gli esseri umani non riusciranno a revisionare il codice con la stessa rapidità con cui Claude lo genera, la revisione umana diventerà il collo di bottiglia dello sviluppo dell’intelligenza artificiale». Cioè il controllo umano rischia di non essere in grado di tenere il ritmo generativo della macchina. Non solo: può rallentarlo. Di più: l’uomo che ha inventato la macchina può essere visto da lei come una strettoia, una strozzatura. Un ostacolo. Perché non è più il dominus dello sviluppo, ma il suo limite di velocità.

Entra in campo il capitale. Viveva insieme con l’uomo, si muoveva con le sue stesse sequenze. Ma con la rivoluzione di internet è diventato uno dei principali beneficiari della smaterializzazione del lavoro, che ha perso l’ancoraggio di tempo e di luogo, e fluttua nell’universo sovranazionale della globalizzazione.

Il nuovo capitalismo è libero e svincolato, capisce e segue i ritmi dell’IA, agisce nello spazio dei flussi finanziari e d’informazione. Scarica sui governi nazionali il peso delle conseguenze materiali della mondializzazione, l’indebolimento del welfare, la denatalità, l’erosione della base delle pensioni, l’immigrazione, la sicurezza. In passato come tutte le forze sociali ha cercato di condizionare la politica, piegandola verso i suoi interessi.

Oggi è un passo oltre, perché ha fatto un salto di dimensione: giudica la politica l’arte di un’altra età che si affanna invano a governare un’epoca che le sfugge, anzi la considera come una delle tante intermediazioni che la velocità, l’ubiquità e la contemporaneità dell’innovazione hanno divelto, facendole saltare.

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati: entrambi convinti che della politica si può ormai fare a meno visto che si possono guidare direttamente i processi, da protagonisti e non più da sudditi, traducendo finalmente il moderno plusvalore — finanziario, tecnologico — in potere diretto, in comando. E magari fabbricando una politica 2.0. Sono i custodi della formula che dischiude il nuovo mondo.

Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? Chi ha non solo la potestà, ma l’autorità di decidere il ritmo del tempo in cui dobbiamo vivere? In sostanza, chi deve comandare tra tecnica, politica e capitale? Si può rinviare la risposta, ma non si può eluderla.

La Cina, il mercato geopolitico con cui ci confrontiamo, ha risolto il problema incorporando nel sistema tutti gli elementi, politica, tecnica e capitale, integrandoli in un unico disegno di potenza. Ma le democrazie hanno vincoli che le dittature non conoscono, e tengono la partita ancora aperta, anche se si intravvede una tendenza: non è lo Stato che detta le regole alla tecnica, ma è la tecnica che tenta di incorporare funzioni sovrane.

Il risultato è l’embrione di un governo di fatto, dove la sovrastruttura domina sulla struttura materiale dei Paesi, nella tentazione-convinzione di poter rispondere a ogni domanda (anche normativa) con uno scrutinio delle probabilità. È la nuova onnipotenza post-democratica: tutto è calcolabile, nulla può avvenire fuori dal calcolo.

È il passaggio dalla responsabilità del giudizio alla neutralità della previsione, che scarnifica la politica perché riduce anch’essa a tecnica, privandola di tutto ciò che non è commensurabile, valori, ideali, coscienza, libertà, dignità e soprattutto cancellando il dubbio, la funzione critica, l’azzardo: e laggiù in fondo, il dissenso. Non deve ingannare la richiesta che arriva dal tecno-capitalismo ai governi, perché intervengano a regolare il ritmo dell’accelerazione dell’IA.

Non è la proposta di disegnare insieme il futuro del pensiero artificiale regolando rischi e opportunità in nome del bene comune: è una richiesta di regolamentare il pericolo quando è già fuoruscito dalla provetta, senza offrire garanzie e condivisione, per continuare a privatizzare l’innovazione, pubblicizzando la cautela a carico dello Stato. Il capitale vuole che la politica manovri il freno, ma vuole intanto tenere nelle sue mani l’acceleratore.

È giusto che il mercato segua le sue leggi, che il capitale insegua i suoi obiettivi, che la tecnica trasmetta il suo sapere alle nuove generazioni virtuali che sta creando. Ma a condizione che la politica sieda a capotavola, governando il nuovo patto sociale: magari scritto con l’IA.

Nell’immagine: Varsavia (Polonia), 7 settembre: una dimostrazione con un robot umanoide 


L’uso capitalistico delle macchine

Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Completamente proiettato verso il futuro, il dibattito sull’Intelligenza artificiale e i suoi rischi dimentica di guardarsi alle spalle dove forse troverebbe qualche risposta ai più inquietanti interrogativi che lo sviluppo di questa tecnologia solleva. Un antico concetto critico che risale addirittura agli albori della meccanica manifatturiera metteva già a fuoco quella deriva della tecnica e quell’oggettivazione del comando, che poi si è puntualmente sviluppata accompagnando tutta la storia dell’industrializzazione. Si chiamava «uso capitalistico delle macchine», espressione incompatibile con il gergo neoliberale e dunque bandita dal vocabolario della contemporaneità. Non stupisce dunque che amministratori delegati e padroni delle grandi industrie tecnologiche nel cominciare a valutare i rischi dell’Ai non sfiorino neanche la logica della concorrenza spietata, dell’accumulazione, dell’appropriazione di risorse e dello sfruttamento che muove e motiva le loro aziende.

Si sostiene piuttosto che l’apocalisse tecnologica potrebbe essere generata da un processo autopoietico (e cioè dalla qualità più preziosa dell’Ai, quella di accrescersi e perfezionarsi autonomamente) sfuggito al controllo e nel quale la soggettività e l’interesse particolare dei magnati dell’industria informatica, l’input dottrinario e metodologico trasmesso al sistema per ottimizzare i loro scopi, sparirebbero senza lasciare traccia in una sorta di incontrollabile reazione a catena scatenata dai capricci del grande cervello artificiale.

Noi di fare qualche passo indietro possiamo invece permettercelo. Cosa si intendeva con «uso capitalistico delle macchine»? Per semplificare, che una innovazione, un nuovo macchinario, che avrebbe potuto alleviare la fatica o sostituirsi alle mansioni più pericolose e debilitanti, veniva invece utilizzato per aumentare il ritmo del lavoro, incrementarne l’intensità e la ripetitività, accrescere la produttività e lo sfruttamento a tutto vantaggio dei profitti. Nonché usato per ricattare i lavoratori e abbattere il costo della loro forza con la minaccia (o la realtà) della disoccupazione da investimenti. Ma c’è un passo ulteriore e decisivo che muove verso la potenza del sapere e la sua appropriazione. In un celebre brano dei Grundrisse, lo studiatissimo «frammento sulle macchine» Marx elaborava il concetto di general intellect, un insieme di saperi e conoscenze sedimentato nelle macchine, riconducibile alla storia e all’esperienza dell’intera società. Un sapere sociale generale destinato a divenire anche la principale forza produttiva immediata, che avrebbe ridotto il lavoro materiale salariato e il suo tempo di applicazione a «un miserabile residuo» e trasformato l’operaio in controllore del processo più che suo agente. Questa potenza, negata nella sua genesi collettiva, rimaneva però assorbita nel capitale, presentandosi come sua proprietà e più precisamente come pertinenza del capitale fisso, ovverosia delle macchine di proprietà del capitalista.

Oggi l’enorme patrimonio cognitivo sociale, l’insieme delle interazioni e delle innovazioni, dei linguaggi e delle informazioni riversati nell’addestramento dell’Ai, in breve l’intera vita mentale del pianeta, si presenta riorganizzata nelle grandi strutture dell’Intelligenza artificiale come proprietà di Big Tech e in ultima istanza del capitale finanziario. Che può decidere di rallentare o accelerare lo sviluppo dei sistemi, quali funzioni sostituire e quali modificare, quali pericoli scongiurare (soprattutto il rischio sempre più concreto di perdere molto denaro) e quali invece correre (catastrofi sociali e umanitarie), quali arbitri scegliersi per governare gli eccessi della concorrenza. Ciò che l’Ai deciderà di rendere superfluo dipenderà comunque dalla direzione di marcia impressa alla tecnologia da un apprendistato tutt’altro che neutrale. La superiore razionalità che sarà chiamata a perfezionarsi, rimuovendo ogni ostacolo e scrupolo eccessivo, è quella dell’accumulazione capitalistica e del comando oligarchico. E ci sono pochi dubbi su quale sarà l’uso capitalistico della «macchina pensante» da parte dei tecno oligarchi.

Un potere che già è ampiamente dispiegato. Il famoso detto secondo cui è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo vuol dire probabilmente che la prima sarà opera del secondo. Il rischio più immediato è invece che il fine, dettato da una feroce demenza naturale, venga perseguito con mezzi selezionati e perfezionati dall’ Ai capaci di una imprevista potenza distruttiva. A Gaza abbiamo avuto l’orrenda illustrazione di come il prezzo sostenibile in termini di vite palestinesi per l’uccisione di ogni singolo miliziano di Hamas venisse affidato a un calcolo automatizzato. Questo affidamento e la rimozione di ogni scrupolo è stata però opera di un decisore politico. E così come l’Onu e altri organismi sovranazionali fondati su principi universalistici si sono rivelati impotenti a fermare il massacro e perseguirne i mandanti, così è improbabile che un analogo organismo riesca a mettere la museruola all’Ai. Almeno fino a quando i suoi padroni e i poteri politici che la usano come strumento di sopraffazione e di dominio non saranno sconfitti da una forza collettiva decisa a riappropriarsi di ciò che le appartiene.


Stop dell’Arabia, incubo petrolio per l’Europa: pericolo razionamenti e barile a 140 dollari

Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti 

Di Fabrizio Goria, La Stampa

L’Europa rischia uno shock petrolifero ancora più grave del previsto. La sicurezza energetica del continente si trova di fronte a un nuovo strappo dopo che i raid con droni – e missili, ancora ieri – hanno paralizzato l’oleodotto East-West di Saudi Aramco, interrompendo le forniture di greggio saudita proprio alle porte dell’autunno. JPMorgan ha rinunciato venerdì scorso a fare previsioni sul prezzo del greggio data l’incertezza. Ma il timore degli hedge fund come Brevan Howard è che si possa presto passare quota 140 dollari al barile, vicino a quel 147,25 dollari toccato nel luglio 2008. Con lo Stretto di Hormuz bloccato e il Medio Oriente in fiamme, la chiusura del condotto azzera i flussi diretti verso l’Occidente. «Le raffinerie europee che dipendevano dal greggio arabo attraverso il Mar Rosso devono trovare alternative, ma non tutti i greggi sono uguali», ha sottolineato Wells Fargo in una nota. Questo perché il taglio espone la vulnerabilità del blocco continentale in una fase di estrema fragilità macroeconomica.

Saudi Aramco ha informato almeno due clienti industriali europei che il prossimo mese non assegnerà carichi di greggio nell’ambito dei contratti a lungo termine. La decisione riguarda la totalità dei compratori europei. Per l’Ue si tratta di un colpo significativo sul fronte degli approvvigionamenti. I Ventisette consumano circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno e oltre 330 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il greggio di Riad costituiva un pilastro irrinunciabile per la raffinazione continentale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia rileva che i Paesi europei dell’Ocse hanno importato 577.000 barili al giorno dall’Arabia Saudita nel mese di giugno. Questo volume viene a mancare quasi del tutto. Le raffinerie europee, che in genere ritirano il petrolio saudita dal terminale egiziano di Sidi Kerir, sono state spinte a una ricerca affannosa di barili alternativi per evitare fermi agli impianti. La polacca Orlen ha già acquistato 16 carichi da Norvegia, Gran Bretagna, Algeria, Kazakistan, Azerbaigian e Americhe. «Le consegne di petrolio alla Polonia e alle restanti raffinerie del Gruppo Orlen vengono effettuate su base continuativa e coprono interamente il loro fabbisogno», ha annunciato l’azienda. Tuttavia i barili arabi hanno qualità uniche, ideali per gli impianti europei concepiti per lavorare qualità medie e pesanti, e la loro sostituzione è complessa.

L’infrastruttura colpita rappresenta il perno dell’export saudita verso l’Occidente. L’oleodotto East-West, noto come Petroline, misura 1.200 chilometri e attraversa la penisola arabica dai giacimenti orientali di Abqaiq fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso. Costruito negli anni Ottanta durante la guerra tra Iran e Iraq, l’impianto consente di bypassare lo Stretto di Hormuz, punto di transito per il 20% delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, bloccato dalle ostilità esplose a fine febbraio tra le forze statunitensi, israeliane e Teheran. I droni lanciati dall’Iraq da milizie legate all’Iran e le pressioni dei ribelli Houthi hanno danneggiato due delle undici stazioni di pompaggio per ovviare ai problemi di dislivello da Golfo Persico al Mar Rosso, dato che bisogna bypassare la catena montuosa dello Hijaz. Spingendo così Riad alla chiusura precauzionale dell’arteria. Il condotto trasportava fino a 5 milioni di barili al giorno, equivalenti al 5% dell’offerta planetaria. E la sua protezione si rivela complessa. «Il dispiegamento di sistemi anti-drone lungo 1.200 chilometri di territorio saudita per difendere l’oleodotto sarebbe un processo che richiede molte risorse», sottolineano gli analisti dell’Institute for the Study of War.

Le conseguenze investono l’intera catena del valore e riaccendono le tensioni sui prezzi. Sul mercato europeo il benchmark del Dated Brent ha superato i 130 dollari al barile, mentre il greggio scambiato sui listini internazionali oscilla attorno ai 113 dollari, spinto da un vuoto di offerta stimato tra 3,5 e 4 milioni di barili al giorno. Come evidenziato dalla banca statunitense Citi, un rincaro prolungato del greggio e del diesel comporterebbe costi marcati per trasporti, agricoltura e famiglie, aumentando i timori per l’inflazione europea. Aramco ha iniziato a offrire carichi spot verso l’Asia dal Golfo Persico, ma questa rotta esclude l’Ue. Per raggiungere i porti comunitari le navi dovrebbero sfidare i missili Houthi nel Mar Rosso o circumnavigare il Capo di Buona Speranza affrontando cinque settimane di navigazione. I tentativi di riparazione procedono tra mille ostacoli. Riad punta a ripristinare la piena operatività in sei/otto settimane.

Le scorte a Yanbu sono però al limite. Meno di 9 milioni di barili di greggio a fronte di una capacità di stoccaggio da 35 milioni. Le raffinerie della costa occidentale saudita «fanno sempre più affidamento sulle provviste, mentre le esportazioni verso Suez sono parzialmente interrotte», avverte la società di analisi Kpler, segnalando che le riserve residue bastano per pochi giorni. Fra i quattro e i sei per la precisione. Senza un rapido ripristino dei flussi e con la costante minaccia di nuovi raid, l’autunno europeo rischia di aprirsi con un pesante razionamento industriale.


La Duma del malcontento

Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti 

Di Alessia de Luca, ISPIonline

Per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina i russi sono invitati a rinnovare i rappresentanti della Duma, il parlamento di Mosca. E anche se il risultato delle elezioni – che si svolgono per tre giorni a cominciare da oggi – è di fatto già deciso, e in pochi dubitano della vittoria del partito Russia unita del presidente Vladimir Putin, il voto presenta comunque delle incognite. La principale è l’affluenza, da cui si potrà dedurre il livello del sostegno al Cremlino e al conflitto in corso, i cui effetti sono sempre più sentiti anche dalla popolazione. Durante l’estate, infatti, sciami di droni ucraini hanno colpito raffinerie, fabbriche e centri logistici in tutto il Paese, portando letteralmente la guerra nella vita quotidiana delle persone. Il tutto mentre i sondaggi registrano un’ansia crescente per l’andamento dei combattimenti e per ciò che potrebbe ancora accadere. In questo contesto, spiega l’analista russo Andrei Kolesnikov, l’obiettivo del Cremlino è “produrre l’effetto ottico di una maggioranza in cui tutti sostengono Putin e la sua operazione militare”. Sebbene queste elezioni non siano né libere né eque, rappresentano comunque l’unica fonte di legittimità per il presidente russo che si è già assicurato un nuovo mandato di sei anni alle presidenziali del 2024, escludendo dalla scheda ogni vera opposizione, estendendo così il proprio governo almeno fino al 2030.

Una campagna senza contendenti

Alle urne, che rinnovano i 450 seggi della Duma, sono chiamati circa 110 milioni di elettori. La scelta, però, è pressoché illusoria: sulle schede compaiono solo candidati approvati dal regime e nessun partito realmente contrario alla guerra. Yabloko, l’unica formazione registrata su posizioni apertamente pacifiste – il suo slogan chiedeva un accordo di cessate il fuoco e la via diplomatica – è stata esclusa dalla Corte Suprema il 10 agosto in seguito a un ricorso presentato dal partito nazionalista Rodina. Da allora il partito ha visto cadere una dopo l’altra anche le candidature nei collegi uninominali, mentre il vicepresidente Maxim Kruglov è stato condannato a sette anni di carcere per le sue critiche alla guerra. Anche gli altri oppositori di Putin sono per lo più incarcerati, in esilio, o comunque esclusi dalle liste. Restano in corsa dieci partiti, tutti favorevoli al proseguimento del conflitto: accanto a Russia unita, le formazioni che da anni siedono in Duma – comunisti, liberaldemocratici, Russia giusta – costituiscono quella che gli analisti definiscono “opposizione sistemica”, che critica il governo su temi marginali ma vota compatta con il Cremlino su ogni questione rilevante. Anche per gli standard russi, però, questa tornata appare sorprendentemente priva di vitalità: la maggior parte dei candidati non ha praticamente fatto campagna, e le immagini dei dibattiti televisivi in studi semivuoti perché i politici non si sono presentati, con grande imbarazzo dei conduttori, hanno fatto rapidamente il giro del web.

La guerra arriva nelle case
Il commento di Eleonora Tafuro Ambrosetti, ISPI Co-Head, Russia, Caucaso e Asia Centrale“I risultati delle elezioni parlamentari in Russia non sono difficili da prevedere. Perché, allora, occuparsi di un’elezione il cui vincitore è già noto? Perché il voto è uno dei pochi momenti in cui il Cremlino deve ancora dimostrare pubblicamente che il sistema politico funziona. Putin non deve soltanto conquistare la maggioranza: deve produrre affluenza, consenso e un risultato sufficientemente convincente da dimostrare che quasi cinque anni di guerra non hanno eroso la stabilità del regime. Allo stesso tempo, le conseguenze più dirette per l’Ucraina e l’Europa potrebbero arrivare dopo il voto. Se sono fondate le preoccupazioni espresse da analisti internazionali e da molti russi, secondo cui il Cremlino potrebbe lanciare una nuova mobilitazione a ottobre, Putin potrebbe preservare il vantaggio della Russia in termini di risorse umane e dare nuovo slancio alla sua invasione.”

Se la campagna elettorale non scalda gli animi, a farlo è la crisi del carburante che da quest’estate attanaglia il paese. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe, intensificatisi da giugno, hanno prodotto la carenza di benzina e diesel più grave dai tempi dell’Unione sovietica: secondo un’analisi del Financial Times, la crisi colpisce direttamente circa 50 milioni di russi, il 35% della popolazione. Molti distributori sono senza carburante, mentre in alcune regioni i tempi di attesa hanno raggiunto diversi giorni, e i social media sono pieni di video di risse scoppiate nelle lunghe code alla pompa. È una crisi che, a differenza dei precedenti quattro anni e mezzo di guerra, entra nella quotidianità di moltissimi abitanti. Lo stesso Putin nelle ultime settimane ha collegato esplicitamente la partecipazione elettorale al conflitto, chiedendo ai cittadini di dimostrare compattezza attorno ai soldati al fronte: un mese prima delle elezioni, parlando alla Megasport Arena di Mosca, ha affermato che “molto dipende dalla nostra unità, dal coraggio dei soldati russi e da chi lavora con coscienza al proprio posto per contribuire alla vittoria”.

L’incognita della mobilitazione

Per molta della popolazione, tuttavia, il significato più profondo delle elezioni non risiede nel risultato, bensì in ciò che ne conseguirà. Viste le difficoltà delle truppe di Mosca in Ucraina, lo stallo sulla linea del fronte e le ingenti perdite sul campo, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le voci che parlano di una nuova mobilitazione su larga scala: l’intelligence ucraina sostiene che lo Stato maggiore russo avrebbe predisposto un piano per arruolare 600.000 uomini tra il 2026 e il 2027. L’ansia avrebbe già spinto alcuni giovani a lasciare il paese, in scene che ricordano il settembre 2022, quando centinaia di migliaia di russi fuggirono dopo il primo annuncio di leva obbligatoria in tempo di guerra. Putin ha respinto per due volte, a inizio settembre, le voci di una mobilitazione imminente, bollandole come “sciocchezze” e “propaganda” contro Mosca. Ma la sua stessa mobilitazione “parziale” del 2022, tecnicamente, non è mai stata revocata. Il timore diffuso è che, chiusa la tornata elettorale e insediata una Duma compiacente, il Cremlino si senta più libero di adottare misure impopolari che ha finora rinviato.

Nell’immagine: un cartellone pubblicitario mostra i ritratti del vicepresidente della Duma di Stato, Pyotr Tolstoy, e del sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, a promozione del partito “Russia Unita”. Mosca, 15 settembre 2026


Alleati abbandonati nella strategia Usa del caos

Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti 

Di Alberto Negri, il manifesto

Con gli Houthi padroni dello stretto di Bab el Mandeb siamo tutti ammiragli. Salvo poi come ha fatto il ministro della Difesa Crosetto promettere prima l’invio della Marina in difesa di mercantili italiani e quindi voltare la prua non verso il mare aperto ma in Parlamento per decidere cosa fare.

E scoprire che, con la missione in Arabia saudita, anche l’Italia è un bersaglio nelle guerre degli Stretti: ieri un Eurofighter italiano è stato colpito nella base di Taif; intanto, quasi a forzare la mano al Parlamento, la nave militare italiana Bergamini (missione Aspides), scorterà subito un nostro mercantile sempre nello stretto di Bab el Mandeb.

SFIORA QUINDI un dubbio: che gli Houthi, descritti come guerrieri in ciabatte o al più miliziani sciiti alleati dell’Iran, siano davvero una cosa seria, come li descrive nel suo libro I Partigiani di Allah, Laura Silvia Battaglia? Qualche cosa da dire ce l’hanno pure loro come dimostra sul manifesto l’intervista di Patrick Zaki a Mohamed Farhan, dirigente del movimento degli Ansar Allah. Tra le righe emerge quello a cui aspirano: essere liberati dall’assedio, dalle black list delle sanzioni europee e statunitensi e ottenere un riconoscimento internazionale. E forse anche di questo hanno parlato i funzionari Usa che li avrebbero appena incontrati.

Ancora più chiaro è stato lo stesso Trump, il quale ha rifiutato per due volte le richieste saudite di attaccarli e minimizzato l’ipotesi di un intervento: «Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere contro di noi», lasciando intendere che il loro scontro è soprattutto con l’Arabia saudita. Gli americani hanno dimostrato uno scarso interesse a difendere gli interessi di Riad che pure acquista miliardi di dollari di armi da Washington. Non è una buona notizia per i sauditi. A Est lo stretto di Hormuz resta fortemente destabilizzato dallo scontro tra Iran e Stati Uniti. A Ovest gli Houthi hanno consolidato il loro potere sulla costa yemenita del Mar Rosso e intorno allo stretto di Bab el Mandeb, dove in pochi mesi il traffico di petroliere è aumentato del 50 per cento. Nel mezzo i droni lanciati dall’Iraq da gruppi filoiraniani hanno mostrato che anche l’oleodotto Est-Ovest, principale rotta alternativa di Riad a Hormuz, è vulnerabile.

I SAUDITI sono intrappolati in un triangolo sempre più scomodo, scrive L’Orient-Le Jour. Forse per questo avrebbero proposto nelle ultime ore una tregua di due settimane.
Gli Houthi invece, pur essendo nel mirino saudita, israeliano e occidentale, possono contare su una catena di comando più coesa e hanno dimostrato la loro capacità di spostare rapidamente le forze da un fronte all’altro, ma anche di portare l’escalation al di là delle frontiere dello Yemen.

IN 48 ORE, dal 10 settembre, si sono impossessati della città di Mokha, poi hanno preso il controllo dello stretto strategico di Bab el Mandeb che collega l’Europa all’Asia. Eppure i sauditi, con l’aiuto degli Usa, bombardano gli Houthi dal 2015 e si sono serviti delle milizie di mercenari create inizialmente dagli Emirati Arabi e poi passate sotto la gestione di Riad. Un disastro militare e politico pagato duramente dai civili yemeniti. Un fallimento così lungo, così profondo e ribadito dagli eventi recenti che fa riflettere gli americani e adesso persino i pensosi ammiragli italiani che scrutano l’orizzonte dalla tolda di comando e si chiedono – cosa che faranno anche in Parlamento – se una missione esclusivamente nazionale sarà sufficiente a garantire la sicurezza delle navi italiane, o dirette in Italia, che varcheranno Bab el Mandeb.

L’alternativa alla missione europea Aspides è quella di una “coalizione di volenterosi”, la formula magica da evocare come negromanti quando non si sa cosa fare. L’incertezza occidentale è il riflesso di quella di un’intera regione sotto un rivolgimento strategico iniziato dal 7 ottobre con Gaza e continuato con la guerra del 28 febbraio di Usa e Israele contro Teheran, «fuori dal diritto internazionale» per lo stesso ministro Crosetto.

AL CENTRO C’È la strategia americana avviata dopo gli accordi di Abramo del 2020, che puntavano a isolare l’Iran, frenare l’espansione economica e diplomatica, della Cina, preservare la preminenza di Israele e controllare allo stesso tempo i principali corridoi energetici e commerciali. Di questi obiettivi l’unico rimasto fuori discussione è la centralità israeliana. Tel Aviv ha portato quasi a termine l’annientamento di Gaza, devastato con i coloni la Cisgiordania, occupato un pezzo di Libano e di Siria, con una campagna di assassinii, bombardamenti e distruzioni che non finisce mai. Non solo, Israele si è proiettato ben oltre il Medio Oriente facendo accordi con l’India, l’Etiopia, il Somaliland, le Forze di intervento rapido in Sudan. Tel Aviv inoltre ha appena inglobato la Grecia e Cipro nella sua rete di alleanze, proiettandosi nel Mediterraneo orientale in funzione anti-turca. In pratica oggi Israele protegge con una parte del suo Iron Dome un Paese europeo della Nato e minaccia la Turchia, altro membro dell’Alleanza atlantica: forse ritiene che in caso di scontro con Ankara la Nato non interverrebbe.

LA GUERRA israelo-americana contro Teheran per le monarchie della regione è stato uno shock. Il loro mondo si fondava su due pilastri: la protezione militare Usa e la sicurezza delle vie energetiche. Le basi americane in Qatar, Emirati, Barhein, Kuwait e Arabia saudita dovevano proteggerli e invece l’Iran li ha ridotti a bersagli, fatto saltare i loro calcoli strategici e le rotte del petrolio. L’Arabia saudita si è rifugiata nel patto della Mecca di agosto con Pakistan e Turchia, gli Emirati si sono tirati fuori dall’Opec e resi autonomi da Riad, l’Oman tratta con l’Iran. Ognuno per sé.

Tutti si sono resi conto che gli Stati uniti di Trump possono scatenare una guerra, negoziare una tregua o fare altro ignorando in gran parte i loro interessi e anche quelli dell’Europa. Per questo nello stretto di Bab el Mandeb, e altrove, servono pensosi ammiragli.

Nell’immagine: la marina militare italiana in una missione europea tra il Mar Rosso e la Somalia nel 2024