Trump: “Accordo fatto sulla Groenlandia”

L’annuncio su Truth per la sicurezza dell’isola: si tratta di una intesa senza data di scadenza 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Le mani di Donald Trump e degli Stati Uniti si allungano sulla Groenlandia, stavolta però non ci sono minacce e prese di posizione unilaterali. Il capo della Casa Bianca ha infatti annunciato su Truth, il raggiungimento di un’intesa con la Groenlandia e il Regno di Danimarca – “Infinite life Agreement” – che darà agli Usa il controllo permanente sulla sicurezza e su altro in Groenlandia. Secondo Trump con questa intesa gli americani hanno risolto «tutte le molte preoccupazioni». E lo fanno «senza alcun costo».

Non vengono dettagliati i contenuti dell’accordo, ma Trump spiega che i rappresentanti di “Danimarca e Groenlandia” hanno garantito agli Usa la completa «possibilità di fare tutto il necessario» sull’isola «per garantire e difendere la sicurezza della Groenlandia e degli Stati Uniti». Una delle conseguenze dell’intesa è che nessuna potenza straniera potrà avere mai basi o una presenza militare senza l’autorizzazione di Washington.

Trump aveva messo nel mirino la Groenlandia già durante il suo primo mandato. La questione è tornata di attualità non appena insediatosi nel gennaio del 2025 quando aveva anche minacciato di ricorrere alla forza per controllare l’isola autonoma sotto il Regno di Danimarca. Il presidente Usa ha nominato anche un inviato speciale Jeff Landry, che è anche governatore repubblicano della Louisiana. Il punto di massima tensione si è raggiunto lo scorso gennaio dopo che alcuni Paesi europei, in risposta alle ambizioni trumpiane, avevano mandato alcuni soldati. Il timore di una spaccatura all’interno dell’Alleanza atlantica era stato profondo, almeno sino a quando Trump non ha fatto marcia indietro rinunciando ai propositi di “annessione” della Groenlandia e insistendo invece per un accordo che potesse dare una certa forma di controllo delle rotte marittime, dello spazio aereo, e del territorio – ricco fra l’altro di petrolio e minerali rari – agli americani. Landry da gennaio ha lavorato con i diplomatici danesi e inviati della Groenlandia sino all’intesa annunciata ieri. Trump ha detto che «cominceremo subito il progetto di sviluppo di un’ampia presenza militare» e «lavoreremo con il popolo groenlandese per lo sviluppo e la costruzione».


Sulle tv israeliane solo il 7 ottobre così Israele non si accorge di Gaza

L’annuncio su Truth per la sicurezza dell’isola: si tratta di una intesa senza data di scadenza 

Di Francesca Caferri, la Repubblica

C’è una cosa che non si può mai dimenticare per capire l’Israele di oggi. Il fatto che per due anni consecutivi, fino al cessate il fuoco dell’ottobre 2025, su tutti i canali, ad ogni ora del giorno, le televisioni hanno raccontato solo un unico, lunghissimo giorno: il 7 ottobre del 2023. Un racconto che è stato fondamentale nell’indirizzare l’opinione pubblica. Capire questo è la base per comprendere come il Paese vede la realtà: e ciò che ha scelto di non vedere.

Messa da parte la fase immediatamente dopo l’attacco, in cui la totalità del Paese – media inclusi – ha operato sotto uno shock totale e senza un piano predefinito, da un certo punto in avanti la maggior parte dei mezzi di informazione (in particolare le televisioni) hanno fatto una scelta: al racconto si è sostituito il tifo, ai giornalisti i propagandisti, alla storia intera una parte sola di essa. «I media, e la tv in maniera speciale, hanno rifiutato di guardare l’altro e di raccontarlo. Si sono schierati con il governo, sposandone la retorica violenta e la volontà di vendetta», spiega Anat Saragusti, 73 anni, a lungo responsabile della libertà di stampa nel Sindacato dei giornalisti. Sin dalle prime settimane di guerra Saragusti più volte ha messo in guardia dal fatto che ritrarre Israele come l’unica ed esclusiva vittima senza mai dare spazio alle sofferenze dei palestinesi fosse sbagliato. Ma pochi in Israele l’hanno ascoltata.

Così, della disperazione dei civili della Striscia, dei palestinesi usati come scudi umani dai soldati dell’Idf, delle famiglie sterminate e dei bambini morti per gelo o fame che per mesi hanno invaso il racconto dei nostri media, alla tv israeliana non è passato nulla: per due anni Gaza è stata mostrata unicamente con gli occhi degli ostaggi o dei militari chiamati a combattere lì. Se le sofferenze dei civili della Striscia hanno trovato qualche spazio, è stato solo per attribuirne la responsabilità ad Hamas.

«L’unico modo per capire il quadro completo è leggere la stampa straniera: il che implica una scelta, quella di andare a cercare, mettersi in discussione. Pochissime persone dopo il 7 ottobre 2023 hanno avuto voglia di farlo», risponde la scrittrice Dorit Rabyian a chi le chiede come sia possibile che Israele non capisca perché tanta parte del mondo sia inorridita dalle sue politiche.

In questi mesi, quando uno sguardo sull’altro è riuscito a rompere il muro, ad accoglierlo ha trovato odio e rabbia: lo racconta la storia di Yocheved Lifshitz, 85nne attivista per la pace rapita il 7 ottobre da Hamas dalla sua casa nel kibbutz Nir Oz e rilasciata venti giorni dopo. Al momento della liberazione Lifshitz si girò verso i suoi rapitori e salutò dicendo loro “Shalom”, pace. Una cosa inaudita nell’Israele di quei giorni: si disse che era una traditrice. «Doveva restare lì», arrivò a sostenere un commentatore su Channel 14.

È importante ribadire che questa retorica così violenta appartiene principalmente alle tv. Il quadro è diverso se si passa alla carta stampata: fatto salvo lo shock dei primi mesi, alcuni dei giornali israeliani hanno lentamente ma con decisione preso le distanze dalla condotta sulla guerra. Lo ha fatto Haaretz, la Bibbia dell’intellighenzia di sinistra, ma anche Yediot Ahronoth e il Times of Israel. Di riflesso altre testate – Jerusalem Post e Israel Hayom per prime – hanno preso la via opposta: totale e incondizionato sostegno al governo.

La direzione intrapresa negli ultimi anni dai media e in particolare dalle televisioni non può sorprendere chi ha seguito la storia di Israele e quella dell’uomo che da trent’anni ne domina la scena, Benjamin Netanyahu. Fin dal suo primo mandato come premier, nel 1996, è stato un feroce critico di giornali e tv israeliani, che ha sempre definito vicini alla sinistra e inaffidabili. Un’idea che da allora non lo ha mai abbandonato. Dal disprezzo e dalla diffidenza è nata la volontà di piegare i media che negli anni è stato uno dei pilastri dell’azione politica del premier. Per metterlo in pratica ha seguito due strade: boicottare le organizzazioni sgradite e sostenere le testate fedeli alla linea ufficiale, in alcuni casi modellandole a sua immagine e somiglianza.

È il caso di Israel Hayom (Israele oggi), quotidiano fondato nel 2007 da un uomo d’affari vicino a Netanyahu, che è oggi il giornale più letto del Paese grazie al fatto di essere gratuito e distribuito a tappeto ovunque. E di Channel 14, la Fox News locale, ultima nata delle emittenti di news, che nel giro di pochi anni anche grazie una serie di leggi sponsorizzate dal governo è diventata a seconda tv più seguita del Paese. «Gaza così com’è oggi deve essere spazzata via»; «Dobbiamo bombardare indiscriminatamente»; «Lasciamoli affogare nelle loro tende» sono alcune delle espressioni usate dai suoi commentatori parlando della Striscia in questi anni.

L’approssimarsi delle elezioni ha amplificato il tentativo di controllo del governo sui media, con una serie di proposte di legge che, messe tutte insieme (alcune sono state approvate, altre no) minacciano di modificare il panorama dei media in maniera irreversibile. Non sorprende che nel 2025 Reporters senza frontiere abbia messo Israele al 112mo posto su 180 Paesi nel suo World Press Freedom Index: «Le campagne di disinformazione e le leggi repressive si sono moltiplicate in Israele e la pressione sui giornalisti è aumentata», si legge nel report.

Certo: non tutto va in questa direzione. Negli ultimi mesi, molti giornali hanno aumentato le critiche al governo, Haaretz è passato allo scontro aperto con il primo ministro e per questo è oggetto di una vera e propria guerra da parte dell’esecutivo. E piccole isole come Local call/+972 magazine – testate gemelle in ebraico e inglese che raccontano l’attualità dal punto di vista degli israeliani e dei palestinesi – hanno visto crescere la loro audience. Ma questo non basta a invertire una rotta che in tre anni è stata tracciata in maniera profonda: e che avrà un’influenza decisiva sul voto del 27 ottobre.


Ecco come un sistema agricolo malato colpisce la salute a livello globale

L’annuncio su Truth per la sicurezza dell’isola: si tratta di una intesa senza data di scadenza 

Di Francesco Romizi, il manifesto

C’è un numero che da solo dovrebbe cambiare il modo in cui parliamo di pesticidi: tra 402 e 433 milioni di episodi di intossicazione acuta non intenzionale ogni anno nel mondo. Su una popolazione agricola stimata in circa 934 milioni di persone, significa che quasi un lavoratore agricolo su due può essere colpito, nell’arco di dodici mesi, da un’esposizione capace di provocare sintomi acuti. Sono le stime di una nuova revisione pubblicata su Frontiers in Public Health, che aggiorna il quadro globale delle intossicazioni da pesticidi. Il peso maggiore ricade sull’Asia meridionale e sud-orientale e sull’Africa orientale, Paesi in cui l’impiego di bambini e adolescenti in agricoltura è predominante. Circa 11 mila episodi l’anno hanno esito mortale.

DIETRO QUESTE CIFRE non c’è un rischio astratto. C’è il lavoro quotidiano nei campi: preparare e miscelare i prodotti, riempire le irroratrici, trattare le colture, rientrare troppo presto nelle aree trattate, toccare piante, attrezzature, vestiti o terreno contaminati. Il pesticida può entrare nell’organismo attraverso la pelle, gli occhi, le vie respiratorie o, più raramente nelle esposizioni professionali, per ingestione. La via cutanea è particolarmente importante per chi lavora molte ore tra colture appena trattate; quella inalatoria può diventare decisiva durante la nebulizzazione, soprattutto in presenza di vento, alte temperature o dispositivi di protezione inadeguati.

L’INTOSSICAZIONE ACUTA non ha un solo volto. Dipende dalla sostanza, dalla dose, dalla durata dell’esposizione e dalle condizioni del lavoratore. I primi segnali possono sembrare banali: mal di testa, vertigini, nausea, irritazione degli occhi e della pelle, debolezza, sudorazione. Poi possono comparire vomito, diarrea, crampi addominali, disturbi visivi, salivazione eccessiva, difficoltà respiratoria, tremori e fascicolazioni muscolari. Nei quadri più gravi si arriva a convulsioni, perdita di coscienza, paralisi e insufficienza respiratoria. È il caso, in particolare, di molti organofosforici e carbammati, pesticidi che interferiscono con il funzionamento della colinesterasi, un enzima fondamentale nella trasmissione degli impulsi nervosi. Quando il sistema viene sovraccaricato, il corpo perde progressivamente la capacità di governare funzioni essenziali: respirare, muovere i muscoli, regolare le secrezioni, mantenere coscienza e orientamento. L’inalazione può produrre sintomi molto rapidi; l’assorbimento attraverso la pelle può invece essere più lento e insidioso, con una sintomatologia che cresce nelle ore successive.

IL PROBLEMA È CHE NEI CAMPI l’esposizione raramente è un episodio isolato. Per molti braccianti, piccoli agricoltori e lavoratori stagionali è una condizione che si ripete per settimane, mesi e anni. E qui la frontiera tra intossicazione «acuta» ed effetti cronici diventa più sottile. Una persona può superare un episodio senza ricovero, tornare al lavoro e subire nuove esposizioni pochi giorni dopo. Cefalea, stanchezza, disturbi della memoria, formicolii, problemi respiratori o irritazioni cutanee possono essere sottovalutati, attribuiti al caldo, alla fatica o alla disidratazione. Una parte della malattia resta così fuori dalle statistiche sanitarie.

LA LETTERATURA SCIENTIFICA associa l’esposizione professionale e prolungata a pesticidi a un ampio spettro di possibili effetti: disturbi neurologici (fra i quali il Parkinson, riconosciuto come malattia professionale degli agricoltori in Francia), respiratori, alterazioni endocrine e riproduttive, danni dermatologici e, per alcune sostanze e condizioni di esposizione, un aumento del rischio di specifiche patologie croniche. Non significa che ogni esposizione produca inevitabilmente una malattia, né che tutti i pesticidi abbiano la stessa tossicità. Significa però che il rischio cresce quando l’esposizione è ripetuta, quando si utilizzano sostanze altamente pericolose, quando più prodotti vengono impiegati insieme e quando protezioni, formazione e sorveglianza sanitaria sono insufficienti.

ED È QUI CHE LA GEOGRAFIA delle intossicazioni diventa anche geografia delle disuguaglianze. Nei Paesi a basso e medio reddito si concentra la parte più pesante del problema. In molti contesti i lavoratori dispongono di meno tutele, meno formazione, minore accesso ai dispositivi di protezione e a servizi sanitari capaci di riconoscere tempestivamente l’avvelenamento. Il caldo rende difficile indossare tute, guanti e maschere per ore. I prodotti possono essere travasati in contenitori non sicuri, le etichette non sempre sono comprensibili, i tempi di rientro nei campi vengono ignorati perché fermarsi significa perdere reddito. La vulnerabilità sanitaria coincide così con quella economica.

NON È UN CASO CHE FAO E OMS insistano da anni sui pesticidi altamente pericolosi, gli HHPs dall’inglese Highly Hazardous Pesticides, chiedendo ai governi di identificarli, valutarne i rischi e sostituirli quando esistono alternative più sicure. Un documento congiunto Oms-Fao del 2024 ricorda che le intossicazioni acute non intenzionali da pesticidi restano una grande questione di salute pubblica e richiama la stima di circa 11 mila morti l’anno. Il nuovo studio di Frontiers conferma che quel numero non appartiene al passato.

LA QUESTIONE, ALLORA, non può essere ridotta alla prudenza individuale del singolo agricoltore. Dire «basta usare correttamente il prodotto» significa ignorare come funziona davvero il lavoro agricolo in gran parte del mondo. La sicurezza dipende dalla qualità della regolazione, dalla possibilità di sostituire le molecole più pericolose, dalla formazione, dai controlli, dalla disponibilità di dispositivi adeguati, dal rispetto dei tempi di rientro, dalla sorveglianza sanitaria e, soprattutto, dal potere contrattuale di chi lavora.

SE CENTINAIA DI MILIONI di episodi di avvelenamento possono verificarsi ogni anno, il problema non è l’errore del singolo. È un modello produttivo che continua a scaricare una parte del proprio costo sanitario sui corpi di chi produce il cibo. Ridurre l’uso dei pesticidi più pericolosi, accelerarne la sostituzione e investire in pratiche agroecologiche non è quindi una battaglia ideologica contro l’agricoltura. È, prima di tutto, una politica di salute e di giustizia del lavoro.

Nell’immagine: donne e bambini indiani reggono dei cartelli durante una protesta organizzata dall’organizzazione non governativa Bachpan Bachao Andolan (Movimento per salvare l’infanzia) contro la morte di alcuni alunni avvenuta dopo aver consumato il pasto gratuito di metà giornata servito a scuola


L’informazione strangolata dagli oligarchi

L’annuncio su Truth per la sicurezza dell’isola: si tratta di una intesa senza data di scadenza 

Di Francesca Coin, il manifesto

Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie. L’articolo elencava le strategie di questo attacco: l’intimidazione diretta, capace di generare, tra i giornalisti, insicurezza e autocensura. L’abuso di querele temerarie per paralizzare il lavoro investigativo. La delegittimazione: per Trump, non a caso, i giornalisti sono «nemici del popolo».

Lo strangolamento finanziario, che trasforma le testate in affanno nella carcassa su cui vanno a pasteggiare banche e oligarchi, come è accaduto quando il gruppo Antenna, per iltrenta per cento proprietà del fondo sovrano saudita Pif, ha acquistato la Repubblica. O quando Jeff Bezos ha comprato il Washington Post per trasformare la storica testata del caso Watergate nell’ufficio stampa del capitalismo.

L’informazione nasce per controllare il potere, non viceversa. Eppure, viviamo oggi in un mondo capovolto, in cui i privati investono nell’informazione per proteggere la propria reputazione, sino a convincere la società che l’unico modo per costruire un futuro migliore è odiare la classe lavoratrice, lo stato sociale e la democrazia.

La posta in palio è sempre la stessa: distruggere lo stato di diritto e permettere alle classi dominanti di governare senza ostacoli, sino a eliminare ogni voce critica. Una tendenza che ha già imbarbarito il dibattito pubblico e di fronte alla quale l’allarme dell’Economist suona giusto ma tardivo, tanto è diffusa, ormai, la propaganda e il consenso alle politiche autoritarie in Europa.

Per questo, il titolo di Dig Festival 2026 è Bella Ciao. «Il nostro è un canto partigiano«, ha scritto il Direttivo che lo organizza, di cui faccio parte, nella presentazione della dodicesima edizione. «È una chiamata alla resistenza, un invito a lasciarsi sedurre dal controcanto. Perché non è scolpito nella pietra che l’autoritarismo debba prevalere. Ma per far questo, la libertà va praticata e espansa ogni giorno, scegliendo di disobbedire e di prendere la parola quando c’è chi vorrebbe imporre il silenzio».

Resistere, quando si parla di cultura e informazione, significa tante cose. Significa, come sa il presidente dell’associazione Alberto Nerazzini, farsi cane da guardia della democrazia.

Nerazzini è il giornalista che ha scoperto i legami tra l’ex sottosegretario alla giustizia Delmastro e la figlia di Mauro Caroccia, prestanome del clan mafioso Senese. Un’inchiesta che ha pesato sul risultato del referendum sulla giustizia, spingendo il sottosegretario alle dimissioni

Resistere significa portare a galla ciò che è nascosto nell’ombra. Significa, anche, non cedere alle lusinghe o alle minacce di chi controlla l’informazione, spesso a scapito della propria sicurezza professionale o economica. Nel mondo capovolto in cui viviamo, del resto, il coraggio e l’etica non sono sempre considerate virtù. Per questo, Dig nasce per celebrare le inchieste più scomode del giornalismo internazionale.

Nel programma del Dig festival tutte le iniziative seguono un fil rouge: celebrare chi ha fatto del tentativo di espandere la democrazia una priorità, nel mondo della stampa e della scuola, delle arti o del lavoro educativo, senza rinunciare a lavorare per una società più giusta. Gramsci le chiamava Casematte: tutte quelle istituzioni della società civile che contribuiscono, in vario modo, a plasmare la direzione morale della storia.

Come espandere la democrazia è una domanda che riguarda tutti. È una domanda, tuttavia, che non piace a tutti. Nelle ultime settimane, la destra ha attaccato Dig per avere scelto Bella Ciao come cornice del festival. Hanno detto che Bella Ciao è uno slogan di parte che non può essere finanziato con soldi pubblici. Era accaduta una cosa simile quando un deputato di FdI aveva chiesto la sospensione dei fondi all’Anpi finché non si fosse dichiarata «apolitica e apartitica». Va da sé che il richiamo alla Resistenza sotteso a Bella Ciao non è un’opinione politica tra le altre nella Costituzione, ma la sua precondizione storica: il fondamento che rende possibile il pluralismo, non un elemento di quel pluralismo. In questo senso, questa polemica non è banale. Il bersaglio è l’allocazione dei fondi pubblici e l’esistenza stessa del dibattito democratico.

Il problema non è quale tipo di visione di mondo sia sottesa a Bella Ciao, ma quale società desideri chi considera questo canto un problema. È una domanda aperta, a cui non sta a noi rispondere. Da parte nostra, la visione di mondo di Dig 2026 è chiara e speriamo di celebrarla con l’edizione più partecipata di sempre.


Germania, ospedali pronti alla guerra: riaprono i bunker, medici istruiti a ferite da combattimento

L’annuncio su Truth per la sicurezza dell’isola: si tratta di una intesa senza data di scadenza 

Di Sandra Riccio, La Stampa

Gli ospedali tedeschi iniziano a organizzarsi per il caso più estremo, quello di una guerra. E’ il resoconto di un ampio reportage di Bloomberg intitolato “Germany’s Hospitals Prepare for War and Mass Casualties as Russia Threat Looms” (“Gli ospedali tedeschi si preparano alla guerra e a un’ondata di feriti mentre incombe la minaccia russa”).

Per decenni i tedeschi hanno costruito la loro sicurezza sull’idea che la guerra fosse qualcosa che accadeva altrove. Ora, sui media, quel tabù comincia a incrinarsi. Non si parla più soltanto di riarmo, di missili o di carri armati: si comincia a ragionare su cosa succederebbe il giorno dopo, se davvero una guerra arrivasse in Europa, se ci fosse un attacco con i droni oppure con missili? E la domanda entra negli ospedali. Quanti feriti potrebbe dover curare la Germania? Quanti posti letto, chirurghi, farmaci e sangue servirebbero? Come funzionerebbero le strutture senza elettricità o Internet?

Nello scenario più estremo, la Germania rischierebbe così di essere non solo il fronte di un eventuale conflitto, ma anche la grande retrovia logistica e sanitaria della Nato, attraverso cui transiterebbero truppe e feriti diretti verso gli ospedali tedeschi.

Il reportage di Bloomberg racconta, per esempio, dell’ospedale della città di Ulm, nel sud-ovest della Germania, sembra molto simile a qualsiasi altro. I pazienti siedono nelle sale d’attesa in attesa di essere chiamati, i medici percorrono i corridoi consultando referti o i propri telefoni. Solo i soldati in divisa tra il personale lasciano intuire un legame con l’esercito. Molti metri sotto i reparti affollati dell’ospedale, si trova un bunker risalente all’epoca della Guerra Fredda che è improvvisamente tornato ad avere importanza. La struttura medica sotterranea fu completata nel 1979, nel pieno dello stallo tra Mosca e l’Occidente. Fu progettata per consentire ai medici di continuare a curare i soldati feriti in caso di attacco nucleare ed è in grado di ospitare fino a 2.000 persone per 90 giorni. Per gran parte degli ultimi tre decenni, questa struttura labirintica è rimasta inutilizzata. Ora, l’esercito tedesco sta valutando di rimetterla in funzione.

Non c’è soltanto Bloomberg. Nei mesi scorsi anche i media tedeschi avevano cominciato a raccontare, con sempre maggiore concretezza, la possibilità che gli ospedali dovessero prepararsi a una guerra. Già a marzo la Zeit dedicava un lungo reportage allo scenario di una Germania in guerra, con migliaia di soldati da curare e il rischio di un collasso del sistema sanitario. A giugno 2026, Zeit e Süddeutsche Zeitung sono tornate sul tema, raccontando il coordinamento sempre più stretto tra Bundeswehr e ospedali civili.

Il punto è che i cinque ospedali militari tedeschi non sarebbero sufficienti in caso di conflitto di grandi dimensioni: le strutture civili dovrebbero diventare una vera e propria riserva sanitaria della Bundeswehr. Si discute così di triage, ferite di guerra, farmaci, posti letto, comunicazioni e capacità di operare anche in condizioni degradate. È un tema che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare sulle prime pagine tedesche. Oggi, invece, la domanda è diventata molto concreta: se una guerra arrivasse in Germania, il sistema sanitario sarebbe pronto?

Tra le misure c’è anche la necessità di protezione dagli attacchi con droni, compresa la possibilità di barriere protettive e vetri blindati nelle strutture sanitarie. Gli ospedali stanno inoltre pensando a scorte di medicinali e materiali, alla possibilità di lavorare durante blackout e interruzioni delle infrastrutture e alla gestione simultanea di grandi quantità di feriti.

I chirurghi civili vengono addestrati alle ferite di guerra e alla gestione di un mass casualty event, cioè un afflusso improvviso e straordinario di pazienti.

E c’è una vulnerabilità notevole: secondo le informazioni riprese dal reportage, in Germania sono soltanto poche centinaia i medici con esperienza specifica nel trattamento delle ferite tipiche della guerra.

Più in generale la Germania si trova di fronte alla necessità di organizzare una serie di misure pratiche e molto specifiche: bunker della Guerra fredda da riaprire, chirurghi civili da addestrare, ospedali da proteggere dai droni, scorte da accumulare, treni sanitari da progettare, percorsi per evacuare i feriti e un sistema civile-militare da coordinare. E’ una preparazione che sta diventando sempre più visibile e concreta e che spaventa tutta l’Europa.


Salman Rushdie: “Il mondo è uno, non lasciamoci dividere dai fascismi”

L’annuncio su Truth per la sicurezza dell’isola: si tratta di una intesa senza data di scadenza 

Di Giampaolo Visetti, La Repubblica

«L’ascesa dell’estrema destra in Europa e il suo radicamento negli Stati Uniti sono i fatti di cronaca che, in quanto cittadino, oggi mi preoccupano di più. Mai, per difendere la democrazia, avremmo pensato di essere richiamati a lottare contro un globale potere nazista, deciso a reprimere la libertà. Gli apparati delle propagande lavorano per imporre come prioritario l’incubo dell’aumento di prezzo dell’energia: nella profondità del mondo reale suona però l’allarme per la tenuta dei diritti fondamentali». Salman Rushdie, scrittore simbolo della narrazione civile, non può nascondere i segni dell’attacco terroristico che, dopo la fatwalanciata contro di lui nel 1989 dall’ayatollah Khomeini, lo ha infine colpito quattro anni fa. L’occhio destro, cieco, è coperto da una benda nera. Invitato a inaugurare il festival Pordenonelegge, che si concluderà domenica con il saluto del presidente Sergio Mattarella, Rushdie invita l’Europa a «svegliarsi dal torpore rinunciatario che sembra averla contagiata dopo la disastrosa uscita della Gran Bretagna dalla Ue». «Condivido l’appello di Ursula von der Leyen a unirsi contro gli ultranazionalisti – dice a Repubblica prima di ricevere l’onorificenza Ambassador of Freedom – ma ovunque colgo l’inquietante diffusione dell’estremismo tra i giovani. È il punto cruciale: gli anziani non possono rappresentare una trincea politica».

Quanto l’avanzata dell’estrema destra la preoccupa?

«La destra, come insegna la storia, tende a restringere lo spazio della libertà e a limitare i diritti democratici. Già un anno fa, in Germania, mi dicevano che i giovani votano Afd. Oggi mi confermano la stessa tendenza in Francia e anche in Spagna si soffia forte sul vento dell’intolleranza. Nel mirino dei nuovi poteri autoritari, spesso non elettivi, ci sono i princìpi su cui l’Occidente ha costruito la pace».

Vale anche per l’Italia?

«Qui per ora governa un centrodestra che si presenta più moderato. Non sempre sono d’accordo con le sue scelte, ma non voglio entrare nei dettagli. Nessun Paese però è un’isola, il futuro non è un fatto italiano e non mi azzardo a profetizzarlo».

È Donald Trump il generatore del caos che rende accettabile la violenza?

«Il presidente Usa non è una minaccia solo per la libertà d’espressione. È una minaccia, punto. Mai l’America ha subìto una leadership paragonabile, un simile livello di volgarità e di menzogne. Vale anche per la sua difesa dell’intelligenza artificiale: la regola è che se Trump dice una cosa, è vero il contrario. Al voto di midterm mancano meno di cinquanta giorni: mi pare che il vento stia cambiando».

Condivide gli allarmi sull’IA?

«Sono felicemente ignorante. Se potessi terrei le cose come stanno, ma so che purtroppo non succederà».

Cosa pensa dell’auspicio, anche della destra italiana, che negli Stati Uniti la cultura woke sia già al tramonto?

«Non so quale sia la capacità di tenuta collettiva contro ingiustizie, discriminazioni e razzismo: di certo io sono più woke che anti-woke».

Perché, con “Knife”, ha scelto di girare un documentario sull’attentato che ha subìto?

«Chi ha cercato di assassinarmi non sapeva nulla di me. Nel nome di un dio, o di un interesse ignoto, ha accettato di uccidere uno sconosciuto. Mi è parso attuale mostrare la radiografia del patto folle che rende possibile il terrorismo e in definitiva ogni guerra. Mia moglie però ha ripreso ogni istante della mia guarigione, un piccolo atto di resistenza. La prima di Knife è nelle prossime ore a New York: spero di tornare in tempo».

In quanto indiano-americano-inglese, lei si definisce un migrante seriale: perché l’ancestrale cammino delle persone rende oggi i popoli estranei?

«Non sono i migranti ad approfondire conflitti sempre più vasti. I cosiddetti “stranieri” sono il sacrificio pubblico consumato dal potere del terrore. L’obiettivo degli autoritarismi è il controllo della ricchezza da spartire tra pochi: per questo vanno scavate divisioni sociali e si potenzia la difficoltà del dialogo diretto».

È una sconfitta la delega all’arte della denuncia degli orrori?

«Scrittori, pittori e musicisti non sono alieni. L’arte è tale se ha una visione larga della vita. Il problema è che oggi la politica applica anche in Occidente uno sguardo stretto. Il compito dei narratori è tenere le braccia spalancate. Le reazioni alla Mostra del Cinema di Venezia confermano questo bisogno».

Cosa intende dire?

«Il primo ministro israeliano Netanyahu ha reagito con intolleranza alla denuncia sulle violenze del suo esercito a Gaza fatta dal film premiato dalla giuria internazionale. Nulla di lui mi stupisce più: la sua crudeltà nutre il mostro dell’antisemitismo. Anche per questo mi congratulo con i registi di Naza: cercano di proteggerci dal contagio dell’odio».

L’effetto boomerang vale anche per l’attacco Usa contro l’Iran?

«Fa parte della follia di Trump, possibile per la debolezza di istituzioni internazionali minate da anni di egoismo dei governi nazionali. In Iran la Casa Bianca non aveva una strategia e ancora non indica fini comprensibili. Un’altra guerra controproducente, che trasforma in fascismo la religione. Non mi riferisco solo all’islam: in Iran però la gente muore e il regime si rafforza».

Il suo libro è “L’undicesima ora”, intesa come quella che precede la fine della vita: pensa che il nostro pianeta sia prossimo a quell’istante?

«Affronto la questione sotto il profilo creativo, riflettendo sul modo di congedarsi dalla vita da parte di artisti diversi. L’eredità dell’Undicesima ora (il libro in Italia è edito da Mondadori, ndr) è però il problema fondamentale di ognuno e riguarda anche la natura, madre dell’umanità. Il compito dell’immaginazione non è evadere dalla realtà, ma di dimostrarla. L’ultima ora non è evitabile: accelerarla è una colpa che umilia la nostra specie».


L’F-35A non è adatto ma l’UDC ha insistito per l’acquisto

L’annuncio su Truth per la sicurezza dell’isola: si tratta di una intesa senza data di scadenza 

Di Albert Stahel, Infosperber

Il professor Albert Stahel, esperto di sicurezza e politico dell’UDC, è stato per molti anni docente di Studi strategici all’Università di Zurigo. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «Inside Paradeplatz».

Nel 1986 il Pentagono decise di sviluppare e mettere in servizio per l’Aeronautica Militare statunitense 750 aerei da combattimento multiruolo del tipo F-22 Raptor. Questi aerei da combattimento stealth (dotati di tecnologia di occultamento) avrebbero dovuto essere schierati principalmente nelle basi in Giappone.

In caso di guerra contro la Cina, gli F-22 avrebbero dovuto sconfiggere le forze aeree cinesi nel combattimento aria-aria (air-to-air combat) e successivamente neutralizzare la loro difesa aerea a terra nell’ambito di operazioni aria-terra (air-to-ground combat).

Negli anni ’90, sulla base dell’esperienza acquisita con il progetto F-22, è iniziato lo sviluppo dell’F-35. Oltre all’Air Force, anche la Marina e il Corpo dei Marines avrebbero ricevuto varianti di questo modello: l’F-35C della Marina e l’F-35B del Corpo dei Marines.

Gli Stati Uniti dovevano risparmiare

Con la campagna contro i talebani del 2001 e l’attacco all’Iraq del 2003, gli Stati Uniti dovettero finanziare contemporaneamente due guerre costose. Per risparmiare, fu necessario ridurre il numero di F-22 o di F-35 da mettere in servizio.

A causa degli impegni assunti con gli alleati europei e dei relativi obblighi legati al progetto F-35, l’allora Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert M. Gates, decise nel 2009 di limitare la produzione dell’F-22 a 187 esemplari: «La decisione più significativa è stata probabilmente quella di limitare la produzione del caccia stealth F-22 a 187 velivoli.»

In parte come compensazione per il ritardo nella produzione dell’F-35C e anche per ovviare a certe carenze prestazionali (raggio d’azione), Gates decise di mettere in servizio sulle portaerei un ulteriore numero di aerei da combattimento F/A-18E/F Super Hornet: «…acquistare più caccia F/A-18 per mantenere le squadriglie delle portaerei della Marina pienamente equipaggiate…».

Questa decisione potrebbe aver determinato il fatto che ancora oggi una superportaerei come la Gerald R. Ford sia equipaggiata con aerei da combattimento del tipo F/A-18E/F.

Troppo pochi aerei multiruolo

L’Aeronautica Militare degli Stati Uniti dispone oggi di un numero crescente di F-35A (progettati in particolare per missioni aria-terra), ma solo di una piccola flotta di aerei multiruolo (sia per missioni aria-aria che aria-terra).

Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui la flotta di F-15 dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti e della Guardia Nazionale Aerea verrà integrata e sostituita da aerei da combattimento multiruolo più moderni, gli F-15EX Eagle II.

Va inoltre sottolineato che, nonostante le eccellenti dotazioni elettroniche, gli F-35A presentano alcuni svantaggi, quali la velocità di Mach 1,6 con il carico massimo di armi e il raggio d’azione limitato. Inoltre, contrariamente alla filosofia dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti, gli F-35A dispongono di un solo motore e l’equipaggio è composto da un solo membro. I caccia multiruolo come l’F-22, invece, hanno a bordo un pilota e un ufficiale addetto alle armi.

L’F-47 per colmare le lacune

Per colmare queste lacune, oggi viene sviluppato con alta priorità il nuovo caccia multiruolo di sesta generazione F-47, destinato a sostituire l’F-22. L’F-47 dovrebbe essere introdotto molto presto.

Nella Marina degli Stati Uniti si sta rendendo sempre più evidente il deterioramento, causato dall’acqua salata, del rivestimento dell’F-35C, fondamentale per le operazioni stealth.

Per quanto riguarda l’Aeronautica militare svizzera, questa verrà equipaggiata nel prossimo futuro – a causa dell’escalation dei costi – con una piccola flotta di F-35A. Contrariamente all’obiettivo di proteggere lo spazio aereo tramite missioni di combattimento aria-aria, sarà disponibile una flotta concepita in realtà per missioni aria-terra.

Ciò solleva la questione dell’utilità di questa flotta per la Svizzera. Contro quale avversario dovrebbe essere impiegata in caso di emergenza e bombardarlo? Sarebbe importante sapere chi, all’interno del DDPS, abbia influenzato la decisione relativa alla valutazione di questo tipo di velivolo.

Note simpatie per i prodotti statunitensi

Quale ruolo hanno avuto i funzionari di Armasuisse, noti per le loro simpatie verso i prodotti militari statunitensi e per i lucrativi distacchi negli Stati Uniti? Consulenti esterni, come ex comandanti delle Forze aeree e parlamentari vicini ai piloti, hanno influenzato la valutazione che ha portato a questa decisione? Sarebbe interessante anche conoscere il motivo per cui, tra i partiti, soprattutto l’UDC si schiera a favore dell’F-35A. Ciò potrebbe essere un indizio sulla presenza di influencer.

Per quanto riguarda l’ex consigliera federale Viola Amherd, in quanto novellina in materia di forze aeree, è probabile che sia stata letteralmente guidata da una cerchia di influencer.

Tutti questi aspetti dovrebbero essere chiariti da una commissione d’inchiesta parlamentare (PUK). Ciò include anche la consultazione dei documenti relativi alla valutazione poco chiara, finora impedita da Armasuisse.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: farli di carta non è difficile


Manovre eversive per affondare la democrazia Usa

L’annuncio su Truth per la sicurezza dell’isola: si tratta di una intesa senza data di scadenza 

Di Luca Celada, il manifesto

La sentenza della Corte suprema statunitense che ha bloccato in extremis le nuove regole sul voto per posta a sette settimane appena dagli scrutini delle elezioni di mid-term, dà la misura dell’incertezza che grava sulle elezioni americane.

Il labirintico sistema, diviso in 50 distinte giurisdizioni statali con un’iscrizione volontaria alle liste di voto e variabili modalità di riconoscimento (solitamente una patente di guida) e in alcuni casi la semplice autocertificazione, fornisce ai complottisti Maga l’opportunità di alimentare tesi apocrife su presunti «vasti brogli». Sulla falsa premessa delle elezioni «a rischio» il presidente ha dunque nuovamente imbastito un dispositivo di disinformazione battente.

Come molte altre mistificazioni, la leggenda metropolitana delle orde di «elettori stranieri» è stata ripetutamente smentita da decine di indagini, commissioni di inchiesta e ricorsi legali senza impedire a Trump di riproporre il noto copione per la delegittimazione di elezioni che sembra destinato a perdere (gli ultimi sondaggi assegnano ai dem il 90% di probabilità di riconquistare la Camera e il 60% per il Senato).

Il partito di Trump sta dunque mettendo in campo il noto repertorio di inibizione dell’affluenza ed altre tecniche intimidatorie che risale all’esautorazione degli afroamericani negli stati ex schiavisti. L’amministrazione sta inoltre di nuovo tentando di inficiare e compromettere preventivamente quello che sembra essere l’esito inevitabile degli scrutini.

La vera minaccia che incombe effettivamente sui mid-term proviene quindi, come ha valutato domenica scorsa il Washington Post, dal governo federale.

Dopo aver sciolto a luglio la commissione bipartisan di vigilanza elettorale, Trump ha chiesto che gli stati fornissero al suo governo le liste di elettori (l’ordine è stato invalidato dai tribunali). Successivamente, per ottenerle, il ministero di giustizia diretto da Todd Blanche, ex avvocato personale di Trump, ha querelato 30 stati. Nel frattempo, Ice ha annunciato uno stanziamento di cinque milioni di dollari per acquisire dati personali e compilare una banca dati centrale di elettori.

Durante le primarie della scorsa estate, Blanche ha spedito agenti ad «effettuare controlli» in seggi in Florida, Michigan e Wyoming, una malcelata operazione intimidatoria che ha suscitato le proteste di funzionari locali di entrambi i partiti.

Il mese scorso Steve Bannon ha apertamente invocato per novembre l’invio di truppe armate ai seggi. «I critici la chiameranno sicuramente intimidazione», ha sostenuto l’ideologo Maga. «E avrebbero ragione, se sei uno straniero che tenta di votare dovresti essere intimidito». Col pretesto degli «stranieri» lo scorso giugno due agenti Ice si sono presentati un seggio delle primarie a Syracuse, New York, e hanno «avvertito» una scrutinatrice a causa di alcuni post in cui aveva criticato l’agenzia sui social. Il direttore del dipartimento dell’Homeland Security, Markwayne Mullin, ha minacciato funzionari elettorali con denunce nel caso venissero riscontrati «voti irregolari».

Il copione dell’amministrazione sembra ricalcare quello che nel 2020 portò, dopo un battage sui brogli inesistenti, all’assalto a Capitol Hill per tentare di impedire l’insediamento di Biden. La grazia successivamente concessa ad oltre 1.500 condannati per quei fatti ha costituito un messaggio inequivocabile da parte di un Trump recidivo e intenzionato più che mai a usare ogni mezzo necessario per evitare una sconfitta annunciata.

E nel secondo mandato Trump dispone di forze assai maggiori e meglio organizzate di sei anni fa. Molti operatori coinvolti nella campagna Stop the Steal che nell’autunno del 2020 tentò di ribaltare il risultato elettorale, sono stati collocati in posizioni di responsabilità in commissioni elettorali locali.

La scorsa settimana un’indagine della Cnn ha rivelato che due veterani dell’operazione negazionista del 2020, Will Huff and Conrad Reynolds, si sono incontrati nel 2025 con Susie Wiles, capo gabinetto della Casa bianca, e Ed Martin, designato da Trump come «coordinatore speciale» per le elezioni. Il gruppo avrebbe discusso possibili strategie per squalificare le postazioni per il volo elettronico usate in circa il 26% dei collegi. Il mese scorso Huff e Reynolds avrebbero avuto un incontro col ministro del commercio Howard Lutnick sullo stesso argomento.

A livello locale amministrazioni alleate hanno ridisegnato, ove possibile, i collegi a favore dei repubblicani e, come in Texas, ridotto il numero di seggi (oltre 90 sono stati eliminati nella sola contea di Dallas Fort Worth). Questo mentre il presidente continua a promuovere il Save Act, la riforma che imporrebbe l’obbligo di dimostrare la cittadinanza (pur in assenza di una carta di identità nazionale). Contemporaneamente si stanno attivando i sodali. Elon Musk ha aperto un sito (VoteSafe.org) che sostiene di agevolare l’iscrizione alle liste di voto ma in realtà raccoglie solo dati personali degli utenti.

Ogni mossa sembra calibrata per generare il massimo livello di caos e confusione, gettando le basi per probabili ricorsi che metterebbero in dubbio l’insediamento di un eventuale nuovo Congresso a maggioranza democratica. A questo riguardo il monito più allarmante è giunto questa settimana da Michael Luttig, un giurista conservatore che ha avvertito che il presidente della Camera, il fedelissimo Maga Mike Johnson, potrebbe semplicemente rifiutarsi di far giurare i nuovi eletti, precipitando la definitiva crisi della democrazia Usa.

Nell’immagine: cartello per il voto anticipato al Municipio di Providence


Come si esce dal Regno Unito? Il fronte di Cardiff alla prova delle tre strade verso l’indipendenza

L’annuncio su Truth per la sicurezza dell’isola: si tratta di una intesa senza data di scadenza 

Di Luisa Foti, La Stampa

Con Donald Trump una semplice dichiarazione finisce spesso per produrre conseguenze molto più grandi di quelle sperate. Questa volta il tycoon è intervenuto sulla questione nordirlandese sulla quale la linea tradizionale degli Stati Uniti è mantenere una posizione di neutralità, sostenendo il processo di pace e il principio del consenso sancito dagli Accordi del Venerdì Santo del 1998. Trump è entrato a gamba tesa su un tema che Washington ha tradizionalmente trattato con estrema cautela; così, da Belfast, la questione si è allargata fino a Edimburgo e Cardiff, riaprendo il dibattito, mai sopito, sui modi in cui le nazioni possono lasciare il Regno Unito.

I movimenti indipendentisti e unionisti ci sono sempre stati e con la Brexit – soprattutto in Scozia, che nel 2016 votò per il 62% circa a favore del Remain, contro il 38% per il Leave, mentre nel complesso l’Unione scelse l’uscita dall’Ue – la questione è tornata al centro del dibattito.
Due anni prima della Brexit, nel referendum del 2014, il fronte separatista scozzese era stato sconfitto: il 44,7% votò Yes e il 55,3% No. Poi, la Corte Suprema Uk, con la decisione del 23 novembre 2022 (sentenza Uksc 31), ha stabilito che Holyrood, il parlamento “devoluto” non può legiferare unilateralmente per indire una consultazione pubblica perché la questione riguarda materie riservate a Westminster.

Trump ha toccato un nervo scoperto, ma lo ha fatto in un momento in cui i tempi sono maturi: per la prima volta nella storia, i tre governi “devoluti” sono guidati da politici appartenenti a partiti favorevoli all’indipendenza o, nel caso di Sinn Féin, alla riunificazione irlandese. Proprio per questo, i leader hanno sfruttato l’assist di Trump – benché l’incontro a Cardiff fosse già previsto – e hanno siglato un memorandum in cui hanno espresso la chiara intenzione di avvicinarsi all’Ue perché «il tempo di Westminster sta arrivando alla fine».

Il punto è ora capire come fare e quali sono le vie legali per lasciare il Regno attraverso tre percorsi costituzionali diversi. In sintesi, l’Irlanda del Nord può ricorrere al meccanismo previsto dagli Accordi del Venerdì Santo – che nel 1998 posero sostanzialmente fine ai Troubles, circa trent’anni di conflitto politico e settario tra repubblicani/nazionalisti, unionisti/lealisti e forze dello Stato britannico, durante i quali furono uccise più di 3.500 persone – mentre Scozia e Galles non hanno una via giuridica equivalente e dipendono da Westminster per un referendum.
Per questo Edimburgo chiede un nuovo voto – Swinney è arrivato a dire che «Andy Burnham potrebbe essere l’ultimo primo ministro del Regno Unito» – mentre Cardiff, per ora, non ha fissato né tempi né modalità.

In particolare, è l’Irlanda del Nord ad avere il percorso politico e giuridico più definito perché gli accordi citati prevedono che il Secretary of State for Northern Ireland – il ministro del governo britannico responsabile per l’Irlanda del Nord, che oggi è Sir Chris Bryant – convochi un border poll, e cioè un referendum sullo status costituzionale della nazione e sulla possibile riunificazione dell’isola, qualora ritenga probabile una maggioranza favorevole.
Secondo l’accordo, il border poll deve essere convocato «qualora, in qualsiasi momento, gli appaia probabile che la maggioranza di coloro che parteciperebbero al voto esprimerebbe la volontà che l’Irlanda del Nord cessi di far parte del Regno Unito e diventi parte di un’Irlanda unita».
Qui si apre però un’incognita: non è stabilito con precisione attraverso quali indicatori – sondaggi, risultati elettorali o altri elementi – si debba accertare e misurare l’esistenza di quella maggioranza.
Il Financial Times sottolinea che proprio questa formula – «qualora gli appaia probabile» – lascia un significativo margine di valutazione al ministro: i sondaggi sull’unità irlandese non sono regolari e neppure i risultati delle elezioni di Stormont, il Parlamento devoluto nordirlandese, forniscono necessariamente una risposta. L’accordo prevede quindi questa possibilità sulla base del «principio del consenso».
L’incertezza riguarda piuttosto quando il Secretary of State for Northern Ireland debba ritenere raggiunta la soglia politica che lo obbliga a convocare il voto.

Per la Scozia la questione è più complessa perché non esiste un meccanismo equivalente a quello dell’Irlanda del Nord, e dopo il 2014 Edimburgo non dispone oggi di uno strumento per imporre a Londra una nuova consultazione. A complicare ulteriormente il quadro è stata proprio la sentenza della Corte Suprema del 2022: il Parlamento scozzese non può indire autonomamente un nuovo referendum sull’indipendenza, perché la materia esula dalle competenze devolute.
Il First Minister John Swinney, nonché leader del Partito nazionale scozzese (Snp), chiede un altro voto, forte di un sostegno che continua a oscillare intorno alla metà dell’elettorato. Secondo un’analisi del Financial Times, la strategia più efficace per l’Snp potrebbe quindi essere politica prima ancora che giuridica: portare il consenso a livelli tali da rendere sempre più difficile per Westminster opporsi a un referendum.
Sul quotidiano finanziario britannico, Stephen Bush indica, come soglia politica e non giuridica, un consenso stabilmente attorno al 60%: una maggioranza di quelle dimensioni finirebbe per creare, secondo la sua analisi, una pressione politica difficilmente ignorabile da Londra. Il Guardian ha spiegato che Swinney starebbe cercando proprio un meccanismo concordato per arrivare a un nuovo voto, anche se questo non è stato definito nel vertice di Cardiff.

Per il Galles, la questione è ancora diversa perché il sostegno all’indipendenza è sensibilmente inferiore rispetto alla Scozia. Rhun ap Iorwerth, First Minister del Galles e leader di Plaid Cymru, il partito nazionalista gallese arrivato al governo a maggio, non ha fissato alcun calendario per una consultazione.
Secondo il Guardian, la percentuale di favorevoli a lasciare l’Unione sarebbe intorno al 32% e ap Iorwerth ha esplicitamente escluso di spingere per un referendum durante questa legislatura. Il Financial Times sottolinea inoltre che durante la campagna elettorale ap Iorwerth aveva rassicurato gli elettori proprio sul fatto che un governo Plaid Cymru non avrebbe significato una corsa immediata a lasciare il Regno Unito. La sua priorità è dimostrare che il partito sa governare, evitando che l’indipendenza appaia agli elettori come un salto immediato nel buio.

In ogni caso, i quattro firmatari del memorandum hanno chiesto una cosa a Londra: «facilitare il cambiamento costituzionale» e non opporvisi. Londra non intende aprire ora la strada a nuovi referendum. Burnham ha però oscillato negli ultimi giorni sul voto scozzese: dopo aver aperto alla possibilità di una consultazione qualora emergesse un «chiaro consenso», il suo portavoce ha ribadito che una nuova consultazione resta per ora «off limits».

Nell’immagine: i quattro firmatari del memorandum


Cro­no­lo­gia di una segna­la­zione

L’annuncio su Truth per la sicurezza dell’isola: si tratta di una intesa senza data di scadenza 

Di Daniel Ritzer, La Regione

La 52enne di Melide dece­duta lo scorso 18 ago­sto, dive­nuta per­so­nag­gio pub­blico sotto lo pseu­do­nimo di ‘Sabrina’, si è rivolta alla Pro­cura per la prima volta – per quel che riguarda il suo rap­porto con il con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali – attra­verso un’e-mail spe­dita il 6.8.2021 alle 18:50. Nel suo mes­sag­gio al pg, Sabrina denun­cia di aver subito un’aggres­sione da parte di Zali il 21.5 dello stesso anno. All’email segue una let­tera mano­scritta datata 17.8, dove sostan­zial­mente viene riba­dita la denun­cia per lesioni sem­plici e minacce. Agli atti vi è una nota del mini­stero pub­blico: Sabrina viene con­tat­tata tele­fo­ni­ca­mente il 23.8 per una con­vo­ca­zione a ver­bale da svol­gersi il 7.9 alle ore 9:15.

Prima di essere inter­ro­gata, Sabrina spe­di­sce un’e-mail al pg il 3.9 alle 05:42: in que­sta comu­ni­ca­zione afferma di aver “paura per la mia inco­lu­mità”. Durante il ver­bale del 7.9 (ini­zio alle 9:15, ter­mine alle 10:45) la donna con­ferma la que­rela e i fatti descritti tra­mite l’espo­sto del 17.8. Aggiunge, però, che se Clau­dio Zali “por­gerà le sue scuse, riti­rerò la que­rela”. Alle ore 17:00 del mede­simo 7.9 il pg incon­tra il con­si­gliere di Stato (non vi è agli atti nes­sun ver­bale, ma una nota all’incarto). Clau­dio Zali davanti al pg legge la que­rela nei suoi con­fronti, ram­menta il diritto di non pren­dere posi­zione sui fatti con­te­stati e si dice pronto a por­gere le scuse alla que­re­lante. Alle 23:22 del 7.9 Sabrina informa il pg – con un’e-mail – di non voler più riti­rare la sua que­rela: “Ho deciso di andare per vie legali, senza richie­dere nes­suna scusa scritta da parte sua”.

Aggiunge poi, nello stesso mes­sag­gio, una segna­la­zione in merito ad altri pre­sunti fatti penal­mente rile­vanti: si rife­ri­sce a dei rap­porti ses­suali poten­zial­mente abu­sivi ai sensi del Codice penale, “sesso di gruppo” com­piuto (…) (…) dal con­si­gliere di Stato con la segna­lante e altre due donne indi­cate come pos­si­bili vit­time (una “povera ma dav­vero povera ragazza vio­len­tata in tenera età” e una “inva­lida psi­chia­trica”). A seguito di tale comu­ni­ca­zione, Sabrina viene con­vo­cata a un secondo ver­bale che si svolge il 21.9, ini­zio alle ore 16:40. Prima di ciò, il 9.9 alle 20:07, Sabrina spe­di­sce un’e-mail al con­si­gliere nazio­nale leghi­sta Lorenzo Qua­dri – indi­cando di aver spe­dito un mes­sag­gio ana­logo la mat­tina dello stesso giorno al con­si­gliere di Stato della Lega Nor­man Gobbi – in cui rac­conta della pre­sunta aggres­sione da lei subita il 21.5 e in cui accenna a pos­si­bili reati ses­suali com­messi da Clau­dio Zali. La segna­la­zione di Sabrina non sor­ti­sce alcun effetto.

Al ver­bale del 21.9 la donna si rifiuta di rispon­dere alle domande del pro­cu­ra­tore gene­rale: “Da que­sta sto­ria non uscirò viva, ci sono delle dina­mi­che di cui non posso dire nulla”, esclama. Secondo Sabrina il pg “sta parando il culo a Clau­dio Zali”. Sbatte con­tro il ple­xi­glas, rove­scia l’acqua, pro­fe­ri­sce degli insulti e lascia la stanza alle 17:05. All’infrut­tuoso secondo ver­bale segue un’e-mail delle ore 01:44 del 22.9: Sabrina riba­di­sce “con forza la mia denun­cia con­tro Clau­dio Zali, che a breve diverrà pub­blica. Se volete fer­marmi mi dovete ammaz­zare”. In seguito Sabrina spe­di­sce al pg una let­tera mano­scritta datata 22.9, in cui scrive: “Ritiro for­mal­mente la denun­cia che ho rivolto a Clau­dio Zali. Vi prego di noti­fi­car­gli il ritiro”. Il giorno dopo, il 23.9, Sabrina si fa visi­tare presso il pronto soc­corso dell’Ospe­dale regio­nale di Men­dri­sio in quanto – si legge nel rap­porto medico delle ore 14:09 – “vit­tima o sospetta vit­tima di un’aggres­sione fisica e/o ses­suale”.

Durante la visita la donna chiede di essere rico­ve­rata in cli­nica psi­chia­trica. Il rico­vero presso la Cpc di Men­dri­sio va dal 23 al 29.9. Il 14.10 il pg scrive alla cli­nica psi­chia­trica, chie­dendo di atte­stare le capa­cità di inten­dere e volere della donna al momento del rico­vero. La cli­nica risponde per iscritto il 19.10, con­fer­mando che la donna è stata dimessa il 29.9. I medici riten­gono, sulla base della loro valu­ta­zione, che la sua con­di­zione psi­chia­trica non com­pro­metta le capa­cità di com­pren­sione e deci­sio­nali. Dopo­di­ché, il 4.11, il pro­cu­ra­tore gene­rale, per quel che riguarda l’incarto 2021.7534 rela­tivo alla que­rela del 17.8 di Sabrina con­tro Clau­dio Zali per lesioni sem­plici e minacce – denun­cia ricon­du­ci­bile ai fatti avve­nuti il 21.5 a Chiasso e in altre loca­lità del Men­dri­siotto – emana un decreto di non luogo a pro­ce­dere. Nes­sun pro­ce­di­mento verrà aperto per i pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale segna­lati nell’e-mail del 7.9.2021.

Le due donne

Una delle due donne indi­cate come pre­sunte vit­time nella segna­la­zione di Sabrina del 7.9.2021 – per quel che con­cerne i reati con­tro l’inte­grità ses­suale – ricom­pare, due anni più tardi e sotto un’altra veste, in un nuovo fasci­colo della Pro­cura. Siamo a giu­gno 2023: il 21 di quel mese viene sporta una denun­cia dall’allora com­pa­gna di Zali, la depu­tata Plr Simona Genini, con­tro la donna, pre­sunta ex-a­mante del mini­stro, per estor­sione, subor­di­nata coa­zione e subor­di­nata minac­cia. Zali si aggrega alla denun­cia di Genini in qua­lità di accu­sa­tore pri­vato. Il 28.6 vi è un’esten­sione di que­rela per i reati di dif­fa­ma­zione, subor­di­nata calun­nia, ingiu­ria e abuso di impianti di tele­co­mu­ni­ca­zioni.

Lo stesso 28.6 il pro­cu­ra­tore gene­rale Andrea Pagani, tito­lare dell’inchie­sta, ordina una per­qui­si­zione domi­ci­liare e un man­dato di accom­pa­gna­mento coat­tivo per inter­ro­gare l’impu­tata. Circa un anno dopo, prima metà di luglio 2024, il pg Pagani pro­muove l’accusa con­tro la donna per ten­tata estor­sione, ten­tata e con­su­mata coa­zione, dif­fa­ma­zione e ingiu­ria. Il pro­cesso viene cele­brato presso la pre­tura penale di Bel­lin­zona il 13.5.2025: la giu­dice Elet­tra Orsetta Ber­na­sconi Matti acco­glie le ipo­tesi di reato for­mu­late da Pagani e con­danna la donna a 90 giorni di deten­zione, sospesi con la con­di­zio­nale per con­sen­tire la con­ti­nua­zione del trat­ta­mento psi­chia­trico ambu­la­to­riale, per ten­tata estor­sione, coa­zione ten­tata e con­su­mata, dif­fa­ma­zione e ingiu­ria ai danni del con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali e della gran­con­si­gliera Simona Genini. Degna di nota la frase pro­nun­ciata dal pro­cu­ra­tore gene­rale durante il suo inter­vento in aula, che valida l’inte­resse pub­blico della vicenda: “Se tutto que­sto non costi­tui­sce un’estor­sione, credo che di estor­sioni a danno di poli­tici in Ticino non ne vedremo più”.

L’altra donna indi­cata nell’e-mail del 7.9.2021 quale pre­sunta vit­tima di reati con­tro l’inte­grità ses­suale, balza agli onori della cro­naca di recente, cioè a giu­gno di quest’anno. Si tratta della madre del 14enne dete­nuto per oltre un mese al car­cere giu­di­zia­rio della Farera. Deten­zione che suscita l’inter­vento vee­mente del con­si­gliere di Stato Clau­dio Zali, cono­scente della donna e del ragazzo, allora respon­sa­bile poli­tico di magi­stra­tura e poli­zia (per via dell’arroc­chino leghi­sta dell’estate 2025), ma non delle car­ceri.

Zali con­voca una riu­nione urgente per esi­gere la scar­ce­ra­zione del 14enne dete­nuto alla Farera. L’incon­tro si svolge il 9 giu­gno nel suo uffi­cio, in pre­senza della magi­strata dei mino­renni Fabiola Gnesa, della diret­trice della Divi­sione della giu­sti­zia Frida Andreotti, del diret­tore delle strut­ture car­ce­ra­rie can­to­nali Ste­fano Laf­fran­chini, non­ché della diret­trice medica del Ser­vi­zio di medi­cina peni­ten­zia­ria dell’Eoc Teresa Sala­mone. Sul sud­detto incon­tro viene in seguito aperto, come svela laRe­gione, un pro­ce­di­mento penale coor­di­nato dal pg. Le ipo­tesi di reato con­te­state dalla Pro­cura sono l’abuso di auto­rità e la ten­tata coa­zione. Viene inol­tre atti­vata l’alta vigi­lanza da parte del Gran Con­si­glio. Le inda­gini sono tut­tora in corso.

Cin­que anni dopo

Il 9 mag­gio di quest’anno Sabrina anti­cipa, tra­mite un’e-mail, a Simona Genini (che l’aveva que­re­lata per il reato di abuso di impianti di tele­co­mu­ni­ca­zione, arti­colo 179 sep­ties del Codice penale) la let­tera che inten­deva con­se­gnare a Pagani durante il ver­bale pre­vi­sto per il 18.5. La let­tera viene inol­trata al pg qual­che giorno prima del ver­bale di Sabrina, ovvero il 15.5, dall’avvo­cato patro­ci­na­tore di Genini, Edy Sal­mina, quale alle­gato all’incarto. Nel testo la 52enne torna su quanto segna­lato nell’email di set­tem­bre 2021 in merito ai pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale. Aggiunge poi una segna­la­zione rela­tiva a una tele­fo­nata quan­to­meno ano­mala inter­corsa tra la giu­dice Rosa Item e il con­si­gliere di Stato Zali. La comu­ni­ca­zione, vero­si­mil­mente avve­nuta durante l’estate 2024, pro­prio nei giorni in cui vi fu il rin­vio a giu­di­zio della donna denun­ciata dallo stesso Zali e da Simona Genini per ten­tata estor­sione, ten­tata e con­su­mata coa­zione, dif­fa­ma­zione e ingiu­ria, da quanto appu­rato da laRe­gione, dovrebbe ora essere al vaglio del Con­si­glio della magi­stra­tura (Cdm).

Un altro pseu­do­nimo

Il 26.6 viene con­se­gnata una let­tera sot­to­scritta da uno pseu­do­nimo fem­mi­nile (non da Sabrina, però) a un gran­con­si­gliere dell’Udc con alle­gata l’e-mail del 7.9.2021 con­te­nente la segna­la­zione su pre­sunti reati ses­suali com­messi da Clau­dio Zali. Il 3 luglio il depu­tato demo­cen­tri­sta con­se­gna la let­tera e il docu­mento alle­gato alla sot­to­com­mis­sione finanze. Il 13 luglio Sabrina pub­blica sul pro­prio pro­filo social i famosi file audio con le regi­stra­zioni delle sue con­ver­sa­zioni tele­fo­ni­che con Zali risa­lenti agli anni 2022-2023, quelle dei “riem­pila di botte”; “io l’ho pestata, va bene?”; “chiamo il mio amico di Milano…”. Il 17 luglio, tra­mite una let­tera, i pre­si­denti di Cen­tro, Plr e Ps chie­dono delle spie­ga­zioni a Zali sui file audio. Il 23 luglio Sabrina viene con­vo­cata a ver­bale.

Il pg è assente per ferie: la 52enne viene sen­tita in qua­lità di testi­mone per oltre sei ore dalla Poli­zia giu­di­zia­ria. Durante l’inter­ro­ga­to­rio Sabrina riba­di­sce la segna­la­zione di set­tem­bre 2021 a carico di Clau­dio Zali per pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale, ma nei con­fronti di una sola vit­tima (la mamma del 14enne). For­ni­sce una det­ta­gliata testi­mo­nianza, che va ad aggiun­gersi a del mate­riale pro­ba­to­rio con­se­gnato al Mini­stero pub­blico a metà giu­gno 2026 (una chia­vetta usb). Al ter­mine dell’inter­ro­ga­to­rio la Pro­cura decide – senza dira­mare alcuna comu­ni­ca­zione – di aprire un pro­ce­di­mento penale a carico di Zali per reati ses­suali ai sensi degli arti­coli 191 e 193 del Codice penale.

Sia il con­si­gliere di Stato leghi­sta, sia la pre­sunta vit­tima ven­gono sen­titi nei giorni suc­ces­sivi: il primo nega qual­si­vo­glia respon­sa­bi­lità di natura penale; la donna rinun­cia a costi­tuirsi accu­sa­trice pri­vata e si disin­te­ressa del pro­ce­di­mento. Siamo a ini­zio ago­sto, i giorni in cui Sabrina denun­cia di essere stata aggre­dita da ignoti durante la notte a Melide. Sem­pre a Melide, il 18 ago­sto, viene ritro­vato il suo corpo privo di vita nelle acque del Cere­sio. Sulla pre­sunta aggres­sione e sulla morte di Sabrina sono in corso le inda­gini: dai risul­tati par­ziali delle ana­lisi autop­ti­che la Pro­cura tende finora a esclu­dere l’inter­vento di terzi quale con­causa del decesso. Decesso per il quale pre­vale, a oggi, l’ipo­tesi dell’anne­ga­mento.

No com­ment

Nel frat­tempo diven­tano sem­pre più insi­stenti le voci che par­lano di un secondo pro­ce­di­mento penale a carico di Zali, non con­fer­mato però dal Mini­stero pub­blico, che a domande espli­cite della stampa risponde: “No com­ment”. Ciò va avanti fino al 27 ago­sto, giorno in cui laRe­gione pub­blica in prima pagina l’edi­to­riale ‘Dieci domande al pro­cu­ra­tore gene­rale’. Il 27 ago­sto è anche il giorno in cui a Bel­lin­zona, al mat­tino pre­sto, com­pare una scritta sul muro sotto il governo con la frase “Un altro fem­mi­ni­ci­dio”, allu­dendo alla morte di Sabrina. Lo stesso 27 ago­sto prende la parola il Con­si­glio della magi­stra­tura: tra­mite un comu­ni­cato qua­li­fica le domande de laRe­gione un “nuovo ingiu­sti­fi­cato attacco nei con­fronti della magi­stra­tura”. Magi­stra­tura che, stando al Cdm, “ha svolto e sta svol­gendo le atti­vità istrut­to­rie che le vicende evo­cate richie­dono”.

Sem­pre il 27 ago­sto la sot­to­com­mis­sione giu­sti­zia, nell’ambito dell’eser­ci­zio dell’alta vigi­lanza in cui è con­fluita pure la sot­to­com­mis­sione finanze, inol­tra al Cdm la let­tera rice­vuta il 3.7 dal depu­tato Udc, quella con­cer­nente la segna­la­zione del 7.9.2021 che Sabrina aveva inviato per email al pg e in cui rife­riva dei pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale com­piuti da Zali ai danni di due donne. Segna­la­zione che, stando alle recenti dichia­ra­zioni rila­sciate da Pagani, “non con­te­neva suf­fi­cienti indizi di reato tali da per­met­termi di aprire un pro­ce­di­mento”. L’ope­rato del pro­cu­ra­tore gene­rale Andrea Pagani, per quel che riguarda la gestione della segna­la­zione del 2021, è ora al vaglio del Con­si­glio della magi­stra­tura.

Il 28 ago­sto il pro­cu­ra­tore gene­rale informa l’Uffi­cio pre­si­den­ziale del Gran Con­si­glio (Up) dell’esi­stenza di un secondo pro­ce­di­mento penale a carico di Clau­dio Zali, ma senza alcuna spe­ci­fi­ca­zione. Il 31 ago­sto laRe­gione rifor­mula le sue domande all’atten­zione del Mini­stero pub­blico tra­mite un’e-mail spe­dita alle 16:02. La rispo­sta della Pro­cura, con­fer­mando l’aper­tura del pro­ce­di­mento penale a carico di Zali per pre­sunti reati con­tro l’inte­grità ses­suale, giunge in reda­zione con un’email lunedì 1.9 alle 14:11. Poco prima il pg comu­nica all’Up, tra­mite un’altra e-mail, la sua inten­zione, aval­lata dall’arti­colo 74 del Codice di pro­ce­dura penale, di rispon­dere alle domande poste da laRe­gione.

Il 2 set­tem­bre il Con­si­glio di Stato toglie a Clau­dio Zali tutte le com­pe­tenze riguar­danti la dire­zione del Dipar­ti­mento del ter­ri­to­rio fino alla fine di set­tem­bre, ovvero fino alla data in cui le sue dimis­sioni diver­ranno effet­tive. Lo stesso 2 set­tem­bre, prima della con­fe­renza stampa gover­na­tiva, Zali dif­fonde un comu­ni­cato in cui afferma di non con­di­vi­dere “la deci­sione del Mini­stero pub­blico di con­fer­mare pub­bli­ca­mente l’esi­stenza del pro­ce­di­mento prima di abban­do­narlo, cedendo alle pres­sioni di certa stampa”. Aggiunge, infine, di restare “in attesa della chiu­sura nelle pros­sime set­ti­mane di que­sto infon­dato pro­ce­di­mento”.

Nell’immagine: c’è chi attende (o pre­tende) di potersi lasciare il pas­sato alle spalle