Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (9)

La capocchia del fiammifero 

Prese una bustina di fiammiferi dalla mensola sopra il camino, dove un grande specchio gli rimandava la sua immagine. Aveva un’aria da vero scrittore con i suoi capelli bianchi e ancora ribelli, gli occhi accesi e brillanti, la camicia con qualche bottone aperto e le maniche arrotolate. D’altronde lo confermavano anche le foto numerose disseminate qua e là, incorniciate nell’alabastro, nel cristallo o nell’argento, che lo ritraevano insieme a due vincitori del Premio Nobel e a cinque vincitori di una serie di altri premi letterari internazionali. Su una foto stringeva la seconda moglie, bionda e raggiante, mentre il sindaco in persona gli consegnava le chiavi simboliche della città.

Erano stati vent’anni di successo. Il martirio di Filomena, inviato per raccomandata alle cinque maggiori case editrici esattamente un giorno dopo il divorzio dalla prima moglie e quattro mesi dopo la morte di Maria João, in tre casi suscitò reazioni quasi isteriche. Direttori ed editor presero d’assalto Galvani: pur di poterlo pubblicare gli comunicarono proposte assolutamente esagerate via segreteria telefonica, lettere raccomandate e mail, ma lui non prese alcuna decisione prima di essersi consultato con il suo avvocato e avere pianificato il suo futuro professionale nei minimi dettagli. Alla fine il manoscritto (tradotto in ventisette lingue in tre anni) fu venduto al miglior offerente; ispirò una serie televisiva canadese, una danese, una telenovela spagnola e due film, di cui uno statunitense e uno francese, nonché tutta una serie di gadget legati a MF, come ormai Il martirio di Filomena veniva chiamato dai milioni di fan in tutto il mondo. I critici fecero a gara per chi ne parlasse meglio, sicuri di trovarsi di fronte a un capolavoro letterario della civiltà globale.

E Galvani? Nulla fu creato, organizzato o venduto a nome di MF senza che lui ne avesse un tornaconto. I soldi in banca si moltiplicavano a una velocità che dava il capogiro, presto arrivò una seconda moglie con una figlia a carico e poi quella magnifica casa con il parco. Ovviamente nel giro di sei mesi Galvani lasciò la scuola, contento di non dovere più avere a che fare con i rivali di sempre, che improvvisamente lo salutavano con ampi sorrisi. La sua vita cambiò completamente.

Per quanti sforzi facesse, Galvani non riuscì mai a scrivere qualcosa di decente. Ci provò, e le grandi case editrici gli pubblicarono qualche innocuo racconto all’interno di raccolte allargate, pur non senza prima averlo sottoposto a un editing da purga. Ma se i suoi critici lo abbandonarono nell’attesa che gli riuscisse un altro colpo, milioni di ammiratori gli restarono fedeli, seguendolo nei festival di mezzo mondo. Subito dopo la pubblicazione del Martirio di Filomena, Galvani si era visto costretto ad assumere una segretaria a metà tempo che gestisse la posta degli ammiratori. A Galvani cominciarono a piacere cose che aveva sempre apertamente disprezzato, come i ristoranti stellati, gli orologi d’oro, il golf, le crociere ai Caraibi, i tour nell’India delle piantagioni, le feste… In poco tempo ingrassò di venti chili e si ritrovò circondato di amici; la gente a volte lo riconosceva per strada in angoli inaspettati del pianeta e chiedeva di fotografarlo. Ancora oggi, a distanza di vent’anni, riceveva lettere d’amore e di ringraziamento da tutto il mondo, e recentemente anche da ragazzi giovani (una nuova generazione si apprestava a scoprire Il martirio di Filomena).

Ora tutto era finito. Il martirio di Filomena avrebbe continuato a fare il suo corso garantendo un’assoluta tranquillità economica agli eredi (concretamente, suo fratello minore e sua moglie).

Galvani non avrebbe più dovuto temere nulla, nemmeno l’amnesia più impietosa. E forse Maria João avrebbe smesso per sempre di visitarlo nel sonno. I primi tempi della sua nuova vita accadeva spesso: Galvani si svegliava di notte, fradicio di sudore e in preda agli incubi dopo avere sognato una Maria João a volte lasciva, altre in lacrime. Galvani accettava quegli incubi come il prezzo (sopportabile) per la sua nuova vita.

Sfregò la capocchia del fiammifero, che prese fuoco al primo colpo. Avvicinò la fiamma alla carta e, prima di gettarla nel fuoco, si fermò a osservare per qualche istante le parole che si dissolvevano, sciolte dal calore. Mentre guardava le lingue arancioni avvolgere la lettera, con un sorriso beffardo mormorò:

«Grazie, cara Maria João, grazie di tutto. Conoscerti è stato un piacere».

(Fine)

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (8)

La capocchia del fiammifero 

Uno svolazzo partiva dalla «o» finale e si stiracchiava fino a raggiungere la «J», avvolgendola in un delicato petalo. Durante quei vent’anni Galvani aveva tenuto spesso tra le mani la lettera. Ogni volta sentiva chi era davvero, e stava male. Eppure, non si sottraeva a quella sensazione di disagio, che da qualche parte assumeva il sapore dell’espiazione e riusciva a cancellare i suoi sporadici sensi di colpa. Quando finiva di leggere riponeva la busta in un nuovo nascondiglio e riprendeva la sua vita spensierata e piena di agi.

Se davvero era malato (i segnali c’erano tutti), forse presto non avrebbe più avuto contezza di sé, e dunque avrebbe finito per smarrire la lettera. Era giunto inevitabilmente il momento di eliminarla. Galvani pensò che se avesse davvero saputo scrivere, la storia di quella missiva avrebbe potuto sicuramente trasformarsi in un bestseller.

Il martirio di Filomena era un vero mattone suddiviso in due fascicoli a spirale e Galvani non aveva pensato né di leggerlo, tantomeno di dare una risposta alla donna. Aveva appoggiato il manoscritto sul pavimento accanto al letto del suo vecchio appartamento e se ne era presto dimenticato, sommergendolo di abiti sporchi e riviste. Qualche settimana più tardi, era un venerdì, al ritorno dal lavoro dovette prendere una pasticca di paracetamolo perché si sentiva a pezzi. Si addormentò presto, avvolto in una grossa sciarpa di lana. Verso le dieci fu svegliato dallo squillo del telefono: era la moglie che doveva comunicargli delle questioni urgenti riguardanti dei documenti necessari per accelerare le pratiche del divorzio. Galvani conosceva la caparbietà della donna, per cui aveva acceso la luce, si era tirato su a fatica contro la testiera e aveva preso una penna.

Vagando con lo sguardo alla ricerca di una superficie su cui scrivere, l’occhio gli era caduto sul primo dei due fascicoli del Martirio di Filomena. Galvani prese appunti meccanicamente e in fretta a margine della prima pagina del manoscritto, non vedendo l’ora di rituffarsi sotto le coperte. Quando ebbe finito di dettargli la lista delle cose da fare, la moglie assunse come sempre un tono meno formale, e cominciò a lamentarsi di presunte angherie subite al lavoro. Galvani l’ascoltò distratto, scosso ogni tanto dalla testa ai piedi da un brivido che non lasciava presagire nulla di buono. Giocherellava con il fascicolo, aprendolo di tanto in tanto a caso. Quasi senza rendersene conto cominciò a scorrere le pagine, leggendo un frammento qua e là. Si stupì, tornò indietro, rilesse, saltò avanti (la moglie era ormai solo un brusìo lontano) mentre il cuore batteva sempre più velocemente, questa volta non per la febbre. Dopo avere appeso frettolosamente decise di ripartire dall’inizio, e cominciò così a leggere l’incipit meraviglioso del libro che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Cinquantuno ore più tardi Galvani terminò il manoscritto e scoppiò in un pianto dirotto. Da quanto tempo non leggeva un’opera tanto sincera, pulita, ricca fino alla nausea e talmente ben scritta da creare una dipendenza immediata? E le risate, l’affezione cresciuta per certi protagonisti, il sentirli quasi parenti, se non addirittura amici? Galvani aveva riso, pianto, temuto, sperato e vissuto con loro, capendo già dopo poche righe di essere di fronte a un capolavoro che avrebbe sconquassato e messo sottosopra il mondo letterario come uno tsunami. E quella doveva essere un’opera prima? Quella della protagonista Filomena non era una vita, ma un travolgente fiume in piena, che oltre a un’acqua cristallina e pulita, limpida e dissetante, portava con sé anche detriti, mulinelli, gorghi… Galvani sentiva di amare Filomena, il suo cuore batteva per quella donna straordinaria e dolcissima, tenace e sfortunata, come se l’avesse conosciuta, come se fosse stata la madre dei figli che non aveva mai avuto. Avrebbe dato un braccio, una gamba o un rene per potere scrivere così: pur essendo un mediocre nella scrittura, sapeva riconoscere quella di valore, non era uno stupido.

Il tomo rimase per terra per settimane. Galvani sapeva che doveva una risposta alla donna, ma rimandava di giorno in giorno, roso dal tarlo di un’invidia sempre più difficile da gestire. Di notte dormiva male, rileggeva alcuni passaggi della lettera e poi riprendeva pagine intere del Martirio, godendone ogni volta come se fosse la prima e scoprendo aspetti sempre nuovi. Come era possibile scrivere così bene? Il manoscritto diventò il suo chiodo fisso, non se ne voleva più separare. O meglio, non lo voleva rendere a chi l’aveva scritto. Arrivò perfino a fare delle supposizioni, valutando ad esempio se fosse il caso di proporsi come agente della donna. Se già non aveva potuto possederla fisicamente, poteva almeno approfittarne economicamente…

Ma come a volte accade, il destino, per vie perverse, gli corse in soccorso. Un mattino prima di andare a lavorare si fermò in un bar per bersi un caffè e sfogliare il giornale, quando incappò in un trafiletto di cronaca che gli fece venire i brividi. In Portogallo un pauroso scontro tra un’auto e un camion aveva provocato la morte di donna residente in Svizzera. Galvani corse alla pagina degli annunci funebri e per poco non si strozzò quando si ritrovò a fissare il volto dell’autrice del Martirio in tutto il suo splendore. Il figlio João e il marito ne annunciavano il decesso, i funerali avrebbero avuto luogo in Portogallo. Galvani provò una sensazione di esultanza.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (7)

La capocchia del fiammifero 

In fondo questo segreto è il mio secondo bambino, Professore. Per tutti questi anni mi sono crogiolata nel mio segreto innocente, peccaminoso perché lo portavo avanti all’insaputa di tutti, come una gravidanza, nascondendo così una parte importante della mia personalità.

Non appena mio marito usciva di casa, io mi precipitavo al tavolo della cucina a buttare giù le idee su un grosso quaderno. Non avevo fretta, non mi ero data un obiettivo, ma mi accorgevo che le ore volavano, che perdevo il senso del tempo. Il quaderno fu presto pieno e allora lo trascrissi, apportandovi molte modifiche e correzioni. Poi non lo toccai per un mese, lo nascosi in una valigia. Quando lo ripresi in mano finsi di non averlo mai letto. So di non peccare di modestia affermandolo, ma a rileggere quello che avevo scritto provai un’emozione profonda e autentica: mi piaceva! Ma soprattutto, avevo capito, con la lucidità del distacco, come sarei dovuta andare avanti.

Non avevamo un computer e io non volevo destare sospetti… avevo paura della reazione di mio marito, anche se era figlio di un lettore appassionato. Certamente mi capisce: avevo paura di farmi leggere da qualcuno, temevo di sentirmi denudata, e di rivelare qualcosa di sgradevole o disdicevole su di me. È difficile da spiegare a qualcuno lontano dalla letteratura, ma con lei mi sento rassicurata, compresa.

Il libro è cresciuto, poco a poco. Molto lentamente, a dire il vero, perché le mie giornate erano sempre piene di cose da fare, il lavoro, mio marito, la casa, poi João. Quando si desidera profondamente qualcosa però, il tempo lo si trova sempre. E per iniettare nella nostra vita una dose potentissima di vitalità basta veramente poco. I quaderni sono diventati dieci, quindici, e a quel punto mi sono decisa: abbiamo acquistato un computer e io ho cominciato a trascrivere.

Una notte mi rigiravo nel letto in preda a una sorta di euforia perché ero riuscita a ritagliarmi quasi tre giorni consecutivi per scrivere, quando ebbi una folgorazione. Davanti a me, (mi vergogno a doverlo ammettere, ma per me fu un’esperienza quasi mistica) vidi a caratteri a cubitali il titolo. Intuivo che il titolo avrebbe in qualche modo influenzato anche i capitoli futuri del libro – a quel punto circa a metà – ma ero sicura che mi avrebbe anche aiutato nella loro stesura. Il martirio di Filomena mi sembrava breve, completo e convincente. E invece magari ora lei sta sorridendo per la mia supponenza, che ai suoi occhi di ingenuo deve avere ben poco.

Comunque sia, da quella notte il titolo cominciò ad aleggiare sopra la mia testa mentre scrivevo, dando ora una direzione al racconto, ora un’altra. Se fino ad allora il processo di scrittura era stato spesso macchinoso e un poco contorto, a quel punto cominciò a diventare fluido. Così mi piace definirlo. Ha già sperimentato quella fluidità dell’arto scrivente, che è il prosieguo naturale di quella del cervello?

La prima volta che Galvani aveva letto la lettera gli era scappata una risata amara: nessuno aveva mai definito «fluida» la sua scrittura… D’altronde faceva bene attenzione a non misurarsi con altri che non fossero i giurati di qualche concorso letterario di provincia. Ne aveva vinti diversi, e anche se non gli era sembrato il caso di fare troppa pubblicità a scuola, qualcuno l’aveva saputo, e una volta all’albo dell’aula docenti era comparso un ritaglio di giornale in cui si parlava di lui. Nessuno però era venuto a complimentarsi.

Credo di avere parlato abbastanza. Il mio preambolo a questo punto avrà sicuramente superato la soglia della sua pazienza (comunque immensa, se mi ha letto fin qui), costringendomi ancora una volta a chinare il capo e chiedere scusa. Per me le occasioni di scambio con una persona attenta e intelligente, con i miei stessi interessi, sono molto rade, per cui forse ho esagerato, lasciandomi andare a tutta una serie di tediose considerazioni. Ma eccomi di nuovo intenta a giustificarmi…

Forse è meglio se giungo al sodo, caro Professore.

Dopo tutti questi anni, Il martirio di Filomena è finalmente giunto a termine, come avrà certamente capito al cospetto del manoscritto che allego a questa lettera. È lungo oltre settecento pagine che mi sono costate più fatica del parto di João… Io non sono più in grado di leggerlo, di capire se vale qualcosa, di giudicarlo. Ho dunque cominciato a pensare a chi mi avrebbe potuto aiutare. Ci ho pensato per mesi, senza osare chiedere consiglio a nessuno, anche perché ad oggi nessuno sa di questa mia passione.

Poi un giorno, mentre ero ferma a un semaforo, lei si è affiancato. Sulle prime non l’ho riconosciuta, anche perché porta i capelli più corti rispetto a cinque anni fa. Più tardi però ho capito chi era, e di colpo mi sono ritornati in mente anche i nostri incontri settimanali con João. Ho provato a ponderare questo mio gesto, la mia eventuale richiesta, cercando di analizzare la questione da tutti i punti di vista; se da una parte avevo già potuto contare una volta sul suo aiuto, e quindi la sapevo generosa, dall’altra non volevo assolutamente abusare della sua gentilezza e innata predisposizione al genere umano.

La mia fiducia nella sua persona e il rispetto che sempre porterò per lei hanno infine fatto pendere l’ago della bilancia dalla parte del coraggio.

Avrebbe voglia, Professor Galvani, di leggere il mio manoscritto per poi dirmi cosa ne pensa? Ho messo da parte una piccola somma, di cui però troverei poco elegante parlare prima ancora di avere trovato un accordo. Se lei dovesse accettare, avremo modo di discuterne di persona. Si prenda ovviamente tutto il tempo di cui ha bisogno, e se proprio dovessero esserci nella sua vita impedimenti tali da non permetterle di dedicare del tempo a questa lettura, capirò. In quel caso le chiederei gentilmente di indirizzarmi, con tutta la delicatezza del caso, a un collega che goda della sua fiducia.

Grazie, Professor Galvani,
per avere letto almeno questa lettera.
Oso sperare di incontrare la sua approvazione,
nella quale ripongo grande valore.
Con stima Sua Maria João.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (6)

La capocchia del fiammifero 

Non so bene come iniziare, sebbene mi sia mentalmente figurata questa lettera decine di volte. Le sto infatti per rivelare un segreto che non ho mai confessato a nessuno. Ma cosa sono i veri segreti, se non piccole stanze in ognuno di noi, chiuse a tutti, parenti e amici compresi? Quelle stanze possono contenere i nostri tabù, i desideri più segreti, ma anche passioni di cui ci vergogniamo o di cui andiamo talmente fieri da avere paura di svelarle… come nel mio caso.

Si è mai chiesto, Professor Galvani, di cosa riempiamo la nostra vita, noi emigrati, malati di nostalgia e di distanza da casa? Crede che gli incontri al circolo portoghese bastino per integrarsi, per riempire le serate? Pensa che una chiamata settimanale al proprio figlio risarcisca il vuoto che si prova in occasione dei compleanni, delle feste, dei Natali?

È vero, quando cominciammo a disporre di più soldi, i regali aumentarono. João fece sicuramente festa alla bicicletta da cross nuova che aspettava da anni o alla maglietta del suo giocatore di calcio preferito, ma noi? Quei sorrisi, quei ringraziamenti telefonici o epistolari non potevano di certo sopperire al vuoto, all’assenza.

Mio marito, che è sempre stato un uomo pratico ed espansivo, cominciò presto ad allenare la squadra di calcio dei pulcini tre sere alla settimana, proiettando su quei piccoli calciatori le speranze e le aspettative di cui in realtà avrebbe voluto investire João. Filipe sa farsi amare molto più di me, ride, scherza e corre di qua e di là per rendersi utile: pota gli alberi degli amici, si occupa della griglia durante le feste, organizza tornei di calcio e, grazie a questo suo attivismo, per lui che è integrato, è stato facile trovare il dialogo con João. Dal giorno in cui è arrivato se l’è trascinato appresso, catapultandolo in un mondo pieno di lavoratori pronti a battergli sulla spalla e a dirgli quanto fosse in gamba suo padre. Sono sicura che mio marito a modo suo, e io a modo mio (e ovviamente con il suo aiuto, Professore) abbiamo trovato una via per nostro figlio, e per una madre non vi è nulla di più importante. Sono fiera di João.

Ma ritorniamo a noi. Io ho trascorso molto tempo della mia vita da sola. Non sono mai stata una grande amante della televisione, nutrendo una spiccata predilezione per la lettura. Questo era uno dei motivi per cui andavo molto d’accordo con mio suocero, la cui morte fu un duro colpo anche per me. Durante i primi mesi in Svizzera, quando ancora non lavoravo, leggevo tantissimo. Andavo in biblioteca quasi tutti i giorni: dopo avere spulciato gli annunci sul giornale, passavo ai libri. A volte ne leggevo uno al giorno. E, cosa per me fondamentale, anche se scriverlo mi fa arrossire, senza sborsare un centesimo! Poi una sera (mio marito era uscito a cena con gli amici del calcio), senza preavviso alcuno, mi venne un’idea… un’idea di storia. È strano da spiegare, ma ebbi come la visione di uno scorcio di trama, e decisi di metterla nero su bianco trascrivendola dalla mia mente a un quaderno.

Il giorno successivo, al lavoro mi ritrovai più volte a pensare a quel mozzicone di storia, e cominciai ad arricchirlo secondo possibilità diverse. Entro sera la mia storia era già lunga il triplo, e le sue diramazioni possibili sembravano letteralmente scoppiarmi in testa. Lei è un uomo di lettere, Professor Galvani, insegna da anni e ha vinto molti concorsi letterari: sicuramente conosce la sensazione di euforia, di emozione e eccitazione che si prova quando si sente una storia che cresce in testa…

Galvani non aveva mai avuto quella sensazione, perché paradossalmente era un uomo senza fantasia. Tutto quello che aveva scritto, indistintamente, era il risultato di rimaneggiamenti di grandi romanzi mescolati a squallide storie da rotocalco. Copiava a destra e a manca, cambiando i nomi ai personaggi, il loro sesso, l’età, modificando il paesaggio, così da non renderli riconoscibili. Mai nella sua vita aveva avuto un’illuminazione come quella cui faceva riferimento la donna, mai aveva sentito il bisogno impellente di buttare giù all’istante una frase o un’idea allo stato embrionale, per poi aiutarla a crescere, nutrendola con la propria fantasia. Durante gli anni in cui era stato insegnante si era sforzato, ci aveva provato, aveva immaginato di essere uno scrittore nella speranza di facilitare l’ispirazione, ma non era successo nulla. Eppure aveva continuato a non fare segreto delle proprie velleità e delle proprie ambizioni letterarie, tanto astruse da strappare sorrisi di sufficienza ai colleghi. Con il passare degli anni il «circolo degli intellettuali» della scuola in cui insegnava cominciò ad escluderlo sempre più teatralmente: i colleghi smettevano di parlare quando compariva in aula docenti e nessuno lo invitava quando uno di loro presentava la propria nuova raccolta di poesie in libreria.

Galvani soffriva terribilmente per quel trattamento, e a poco valevano gli inviti degli insegnanti delle materie scientifiche (più spigliati e meno cervellotici): lui con loro non voleva avere a che fare perché si reputava comunque un intellettuale.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (5)

La capocchia del fiammifero 

Galvani aveva dovuto reprimere il desiderio istintivo di toccarla. La donna dimostrò un certo pragmatismo mentre gli esponeva per sommi capi la situazione privata di suo figlio João.

Lui per un certo tempo li aveva aiutati. In modo molto discreto, così che nessuno potesse un giorno rimproverargli di avere fatto delle preferenze, o di avere avuto dei secondi fini. Galvani fece di tutto perché João godesse delle simpatie dei professori, calcando la mano con i colleghi sulle sue presunte doti; chiuse più di un occhio di fronte a certi atteggiamenti prevaricatori nei confronti di ragazzi più mingherlini, ma soprattutto istituì un incontro settimanale a tre con la madre, al fine di discutere progressi ed errori alla presenza di João.

Galvani si rivide in quel periodo lontano, in cui si sentiva ancora molto maldestro. D’altronde sentimentalmente non gli andava particolarmente bene: la prima moglie aveva chiesto il divorzio proprio in un momento in cui lui viveva nel terrore di ammalarsi alla prostata come era successo a suo padre (i segnali c’erano tutti: di notte si alzava almeno due volte per orinare). Galvani aveva cominciato a prestare attenzione all’alimentazione e si era banalmente iscritto in palestra, sostituendo gradualmente gli abiti vecchi con roba più colorata e alla moda. Forse era diventato un po’ pacchiano, col senno di poi doveva ammetterlo, ma all’epoca pensava di essere attraente a sufficienza per una donna delle pulizie, per di più portoghese.

Gli incontri settimanali cominciarono come stabilito, e lentamente diedero i propri frutti. Settimana dopo settimana João sembrava acquistare fiducia. A casa la madre continuava a seguirlo da vicino, con un affetto e una dedizione mai opprimenti, sebbene permeati dai sensi di colpa. Ma settimana dopo settimana Galvani notava con sconcerto anche qualcos’altro: se la prima volta la donna si era presentata con un abito che l’aveva turbato, cominciò gradualmente a coprirsi, spesso indossava dei dolcevita e capitava che non si togliesse nemmeno il soprabito. Teneva i capelli sempre raccolti e le sue frasi si fecero più brevi. Galvani ignorò quella presa di distanza: continuò a invitare madre e figlio a mangiare con lui, a bersi almeno una cosa, a fare una passeggiata, ma la risposta alle sue proposte era sempre negativa.

Quel comportamento, che Galvani leggeva come altezzoso, con il passare dei mesi lo aveva portato a sviluppare un’antipatia, quasi un odio, nei confronti di quella donna che, in cambio delle sue attenzioni e del suo tempo, lo trattava con sdegno e freddezza.

Conservo con gelosia il ricordo dei nostri scambi, per i quali non potrò mai esserle grata abbastanza. Adesso che ci ripenso, rammento che João, dopo il nostro primo incontro, mi chiese di vestirmi con maggiore decenza. Secondo lui a volte indossavo abiti troppo appariscenti. Mi creda, Professor Galvani, non è mai stata mia intenzione cercare di sedurla in alcun modo, o venire etichettata come donna poco seria. Sono legata a mio marito da moltissimi anni, e non gli ho mai dato motivo di vergogna. Le parole di João quindi mi colpirono profondamente, facendomi riflettere sul fatto che non abbiamo mai modo di capire fino in fondo la conseguenza di ogni nostra azione. L’imprevisto finisce sempre per avere il sopravvento.

Mi dispiace avere potuto contraccambiare solo miseramente il suo tempo e le sue attenzioni per João. Quello che lei ha fatto non ha prezzo per noi, eppure eccomi di nuovo qui a chiederle aiuto. Ci sarebbe di che vergognarsi… Questa volta, glielo prometto, non mi limiterò a inviarle conserve fatte in casa, marmellate e buoni-libro, ma vorrei pagarla. Non si scandalizzi, la prego, ma sono convinta del fatto che il tempo di ognuno di noi abbia un prezzo. La mia situazione economica, pur non essendo rosea o al di sopra di ogni preoccupazione, è sicuramente migliore rispetto a quando arrivammo in Svizzera, abbastanza stabile da evitarmi quelle situazioni imbarazzanti che creano disagio e senso di inferiorità.

I nostri incontri terminarono da un giorno all’altro, verso la primavera. Quando gliene chiesi il motivo lei non me lo volle fornire, e io non insistetti. Immaginai che affrontare un divorzio (me ne aveva accennato João) fosse una cosa difficile, che richiedeva tempo ed energie, per cui decisi di continuare da sola il percorso di dialogo che avevamo iniziato con João. Spero che nel frattempo lei abbia raggiunto una sua serenità. Ho sempre serbato nel cuore un profondo senso di gratitudine, e spesso, ripensando alle sue parole, ho trovato una risposta e un sostegno. È anche grazie a lei, Professor Galvani, se João ha individuato la sua strada e ora ha una vita serena. Presto compirà vent’anni e la settimana scorsa ci ha portato a casa la sua prima ragazza, una persona deliziosa. Ma sto di nuovo divagando, mi scusi.

Credo che una delle cose più belle di quando si aiuta il prossimo sia anche la gratitudine che ci viene data in cambio. E proprio il ricordo della sua generosità, le sensazioni di accoglienza provate allora, mi hanno armata ora del coraggio necessario per cercarla, per riprendere sfacciatamente i contatti con lei. È vero, avrei forse potuto chiederle il permesso, ma avevo troppa paura di un rifiuto, e oltre a lei non saprei a chi rivolgermi. Non sono mai riuscita a costruire grandi rapporti con gli indigeni, ancor meno con persone in qualche modo impegnate in attività intellettuali.

La prima volta che aveva letto quell’espressione Galvani si era stupito. Nonostante la donna non gli avesse mai dato l’impressione di essere stupida (aveva pur sempre imparato quasi perfettamente l’italiano e aveva fatto una certa carriera), non l’avrebbe mai associata a nessuna «attività intellettuale».

Su un angolo del tavolo da lavoro, di fianco a un vaso pieno di gigli dal profumo dolciastro, c’era un grande vassoio d’argento intarsiato. Vi erano disposte alcune bottiglie di cristallo contenenti whisky, Galvani si servì un bicchiere di Laphroaig e sprofondò nella poltrona davanti al camino. Gli pulsavano le tempie, il senso di colpa faceva il suo corso, anche se con gli anni aveva perso di vigore.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (4)

La capocchia del fiammifero 

La lettera «Al gentile Signor Galvani» continuava.

Furono anni molto difficili, Professor Galvani, anche perché era praticamente impossibile uscire dalla condizione di migranti-manodopera, e si finiva sempre per elevare la comunità portoghese a proprio punto di riferimento. Feci fatica a trovare un impiego, trascorsi i primi mesi a decifrare i giornali. L’italiano lo imparai così: grazie agli annunci di lavoro e a un piccolo dizionario tascabile. Mio marito lavorava come cameriere e spesso sacrificava le vacanze per dare una mano a un suo amico che faceva il custode, senza dubbio per amicizia, ma anche per arrotondare un po’.

Finalmente riuscii anch’io a trovare un lavoro come donna delle pulizie in una scuola serale in cui lavoravano alcune connazionali. All’inizio lavoravo poche ore, sufficienti però permetterci di spostarci in un appartamento più grande e di inviare regolarmente soldi a casa. A dire il vero due anni fa avevamo già cominciato a pensare di farci raggiungere da João. Nel frattempo io ero infatti riuscita a diventare coordinatrice di un piccolo team di pulizia privato e stavo analizzando l’annuncio di una ditta che cercava una direttrice per il settore logistico-organizzativo. Mi offrivano delle ore in ufficio che mi avrebbero permesso di emanciparmi finalmente dalla schiavitù del lavoro serale.

Con mia grande sorpresa fui assunta e la nostra vita cambiò. Di colpo alla fine del mese ci avanzavano dei soldi e mio marito poté abbandonare i suoi lavoretti extra. Ci rendemmo conto di tutto quello che ci eravamo persi in quegli anni di lavoro e sacrifici: iniziammo a uscire a cena, ad acquistare dei mobili nuovi (ci eravamo sempre accontentati dell’usato), a comprarci un abito di cui non avevamo necessariamente bisogno, ma la cosa più bella fu che aumentammo considerevolmente l’importo da inviare tutti i mesi in Portogallo.

Ci scapparono così tra le mani quasi tre anni, durante i quali avremmo potuto prendere João con noi, risparmiandogli forse una bella dose di sofferenza. Avrebbe vissuto con minor dolore la morte del nonno, avrebbe avuto modo di conoscerci prima, si sarebbe integrato meglio a scuola… sono insomma mille le cose che per João sarebbero state più semplici se noi fossimo stati meno egoisti. Ma con il senno di poi, immagino che capiti anche a lei, tutto sembra più facile e scontato.

Dopo i funerali del nonno tornammo in Svizzera in tre. Ci ritrovammo a dovere ricavare in fretta e furia una stanza dal mio studio e, almeno nei primi mesi, a dovere consolare della morte del nonno e del distacco dalla nonna un figlio per molti versi a noi estraneo.


Fu in queste condizioni psicologiche che João si aggregò a una classe di ragazzini più giovani di lui nel mese di maggio, quando la scuola stava per finire. Io allora non la conoscevo ancora, Signor Galvani, altrimenti forse mi sarei rivolta a lei, chiedendole dei consigli per migliorare lo stato emotivo di mio figlio durante i mesi di vacanza che ci attendevano. Fu un inferno, non esagero: a un certo punto João smise quasi del tutto di parlarmi… ma preferisco non rivangare, per me fu un periodo doloroso, e ancora oggi sono perseguitata dai sensi di colpa. Al termine dell’estate il destino aveva però in serbo una sorpresa. E mi creda, non esagero quando affermo che, decidendo per puro altruismo di aiutarci, lei ha dato una svolta alla nostra vita!


Altruismo
, pensò Galvani. Aveva convocato la madre di João dopo l’ennesimo pestaggio a meno di due settimane dall’inizio della scuola. Pur avendo deciso, dopo anni di esperienza, di non figurarsi mai i genitori dei suoi allievi prima di averli incontrati (poiché era una perdita di tempo, e spesso una delusione), la vista della madre di João lo aveva impressionato. Si era ritrovato davanti una donna leggermente più alta di lui, riccia e scura, i cui occhi attenti spalancati erano attraversati da un’ombra di apprensione. Il naso era imponente ma non spezzava l’incanto del volto, sovrastando fiero la bocca carnosa. Il vestito color senape le si incrociava sul petto, mettendo in evidenza i bei fianchi allenati dal lavoro fisico, e un girovita sottile. La sua pelle era ricoperta da una patina di sudore.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (3)

La capocchia del fiammifero 

Galvani estrasse il plico di fogli di carta sottile a linee orizzontali scritti solo da una parte. La grafia era minuta e regolare e, allontanando i fogli dagli occhi, le pagine sembravano lembi di pizzo. Galvani indossò gli occhiali e saltò al secondo capoverso, pur conoscendolo a memoria.

Per prima cosa credo sia necessario presentarmi, non ho infatti la supponenza di credere che i nostri brevi incontri abbiano lasciato un segno in lei. Sono Maria João Gonçalves Pereira, madre di João Gonçalves, che è stato suo allievo cinque anni or sono. Non so se lei ricorda, ma João era maggiore di due anni rispetto ai suoi compagni di classe. Aveva frequentato le scuole in Portogallo, dove lo avevamo lasciato dai nonni quando decidemmo di emigrare in Svizzera. Come forse ricorda gliene accennai, spiegandole anche i motivi dell’aggressività iniziale di João, a contatto con ragazzini non ancora in adolescenza (quando lui era in piena tempesta ormonale) e costretto ad esprimersi in una lingua che non conosceva.


João era odioso e il suo comportamento mi mortificava, così decisi di mettercela tutta per cambiare le cose. Tanto per cominciare ogni sera mi prendevo un’ora per parlargli in italiano, cosa non scontata per me – ma lui mi subìva e basta. Subìva me, sua madre, un’estranea che di colpo doveva chiamare «mamma» pur avendola vista solo in fotografia e nel corso di qualche breve soggiorno in Portogallo (mio marito lavorava come cameriere e le nostre vacanze combaciavano raramente). Una madre che, forse un po’ innaturalmente, lo costringeva a parlare in italiano, quando lui non aveva ancora elaborato il lutto per la perdita dell’amato nonno.


Credo che quello per João sia stato uno dei periodi più difficili. Lui è cresciuto nel nord del Portogallo, non lontano dall’Oceano Atlantico, in un paese rurale in cui i coetanei si contavano sulle dita di una mano. I genitori di mio marito lavoravano la terra: persone di poche parole, dai modi forse un poco rudi e schietti, ma molto generose. Avevano mani impressionanti, deformate dal lavoro. Da giovane mio suocero aveva imparato a leggere: la sua fortuna era stata quella di rimanere orfano e venire affidato alle cure severe dei gesuiti. Mia suocera non ebbe questo privilegio, e probabilmente non riuscì mai a capire fino in fondo il piacere che lui si concedeva tutte le sere quando, rientrato dal lavoro, prendeva un libro e si sistemava su una sedia o sul divano del poco pretenzioso salotto.


Mi deve scusare, Signor Galvani, se sto divagando. È un mio grave difetto, ho sempre l’impressione di dovermi giustificare, di dovere spiegare al mondo i motivi della mia presenza e delle mie azioni. Volevo semplicemente farle comprendere l’ambiente in cui era cresciuto mio figlio, abituato a trascorrere molto tempo in solitudine e a parlare lo stretto necessario.

Un giorno il nonno di João non ritornò dai campi. Allarmato dalla madre, suo figlio minore andò a cercarlo in motoretta, e lo trovò mezz’ora più tardi con il volto conficcato nella terra che aveva appena lavorato, stroncato da un infarto. Io e mio marito chiedemmo un permesso straordinario e partimmo in macchina quella notte stessa. Mio marito Filipe si trattenne fino al confine tra Spagna e Portogallo: non diceva niente, limitandosi a fissare l’asfalto con gli occhi che strabuzzavano. Una volta in patria però scoppiò a piangere e cominciò a pigiare l’acceleratore come un forsennato, come se arrivare un’ora prima avrebbe fatto la differenza. João ci aspettava sullo spiazzo di terra battuta davanti a casa, aveva gli occhi gonfi e quando lo abbracciammo tremava. Ci fece strada fino alla camera ardente, dove mio suocero giaceva in una bara di legno scuro, vestito del suo abito migliore, i baffi ben pettinati, il volto ripulito dalla terra e le mani grosse e nodose raccolte in grembo. Quattro donne, tra cui mia suocera, erano impegnate a recitare il rosario. Al nostro ingresso nessuna si alzò o si interruppe: si limitarono a invitarci a prendere parte alla preghiera con un cenno del capo. La veglia durò due giorni, durante i quali cercai di rendermi utile preparando caffè e offrendo biscotti agli ospiti. Approfittai di quei momenti in cucina, dove nessuno ci avrebbe disturbato, per ricucire con João un filo che si era spezzato dodici anni prima, quando di comune accordo con l’uomo che giaceva nella bara due stanze più in là, proprio al tavolo di quella cucina, avevamo deciso che noi ci saremmo sacrificati partendo per la Svizzera.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (2)

La capocchia del fiammifero 

Si fermò e respirò a fondo. Era mercoledì pomeriggio: mancavano quattro giorni all’appuntamento con il medico e due alla tradizionale festa che davano per celebrare l’inizio dell’estate. Sua moglie era a un corso di yoga e aveva detto che sarebbe passata in lavanderia a ritirare una camicia, alla domestica era stata anticipata la giornata libera. Gli restava esattamente un’ora per trovare quella lettera e disintegrarla, una volta per tutte. Si guardò intorno nel suo lussuoso studio, il suo regno. Oltre la finestra aperta i rami degli alberi del parco fremevano per la brezza leggera. Due uccelli si richiamavano in lontananza con insistenza. Dove poteva avere messo quella lettera? Le pareti erano rivestite di librerie. Sotto la finestra un divano di cuoio sfondato recava l’impronta del corpo massiccio di Galvani. Sul suo antico tavolo da lavoro, disposto obliquamente al centro, troneggiavano due computer e il portatile che gli serviva durante i suoi numerosi viaggi all’estero. Davanti al maestoso camino un’immensa poltrona dava la schiena a chi entrava.

Galvani si mise a cavalcioni sul divano e frugò tra i grossi cuscini. Infilò la mano in un buco che aveva realizzato lui stesso, utilizzandolo come nascondiglio fino al giorno in cui aveva trovato la domestica intenta a passare lo straccio perfino negli anfratti del divano. Tastò speranzoso, ma la lettera non c’era. Si spostò verso gli scaffali, dove le sue mani vagarono alla cieca e invano dietro alle file di libri dei ripiani più bassi. Davanti al divano su un tavolino basso acquistato in India, giacevano pile di libri e riviste, ma lì la lettera non l’avrebbe lasciata di sicuro. Cercò di pensare all’oggetto più insospettabile dello studio, a qualcosa che non venisse spolverato, pulito e lucidato regolarmente. La sua proprietà veniva infatti scandagliata da cima a fondo, dentro e fuori, da due giardinieri, una domestica e una cuoca a metà tempo, oltre a una cameriera e a una specie di maggiordomo su chiamata quando davano una delle loro celebri feste.

Sentì la frenesìa familiare di quando il suo cervello si imbarcava in percorsi tutti suoi. Pensando alla sua casa la associò come sempre al valore che aveva, ai soldi che gli avrebbe fruttato, e di riflesso gli venne in mente la banca… Galvani era in preda all’angoscia: se la lettera non fosse stata dove pensava, non avrebbe più saputo dove cercarla. Nello studio c’era una mappetta che sua moglie non avrebbe mai aperto, e che la domestica spolverava in modo quasi distratto, al riparo da qualsiasi curiosità: conteneva la cartella dell’ipoteca della villa ottocentesca in cui vivevano da ormai quindici anni e per la quale si era quasi dissanguato (ma ne era valsa la pena, aveva acquisito uno status symbol che mai avrebbe osato sperare). La mappetta si trovava insieme ad altri tre classificatori contenenti progetti teatrali, incipit di saggi, versi sparsi… bozze accumulatesi negli anni e che non avrebbero visto la luce. I battiti del suo cuore si intensificarono e le mani cominciarono a tremargli. Aprì la mappetta e con un sospiro di sollievo trovò la grossa busta sigillata con il logo della banca. La strappò e fece cadere sul tavolo una busta più stretta e rettangolare, su cui esattamente vent’anni prima in inchiostro nero qualcuno aveva scritto «Al gentile Signor Galvani»

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (1)

La capocchia del fiammifero 

Iniziamo oggi la pubblicazione in 9 puntate (con cadenza quotidiana) del racconto della collaboratrice di Naufraghi/e Simona Sala “Il martirio di Filomena”, con le illustrazioni di Franco Cavani. Ci auguriamo con questo di offrire a lettrici e lettori un momento di tregua dalla crescente fatica di stare con i piedi su questo mondo.


Gentile Signor Galvani,

la prego di scusare questa invadenza, poco consueta per me, che mi spinge a cercare il suo appoggio sebbene di fatto siamo due sconosciuti.

Galvani ricordava perfettamente le parole con cui iniziava quella lettera, anche se non era per leggerla che la cercava. Era certo che si trovasse nel suo studio, ma non ricordava dove. Pensò intensamente all’ultima volta che l’aveva tenuta tra le mani. Di tanto in tanto le cambiava nascondiglio, poiché aveva sempre paura che la domestica potesse scovarla e, magari per un impulso malizioso, consegnarla alla moglie. Ma questa volta dove l’aveva messa? Possibile che non ricordasse?

Ripensò alla conversazione sentita casualmente due giorni prima. Galvani stava schiacciando un pisolino sulla sdraio accanto alla piscina, in un angolo del parco, quando era stato punto al gomito da una vespa.

Sorreggendo il braccio che si gonfiava con quello sano, si era avviato verso la casa per procurarsi del ghiaccio e un antistaminico, quando attraverso la finestra aperta aveva sentito il telefono squillare. Aveva risposto la moglie (forse si era fatta chiamare apposta a quell’ora, sapendo che lui faceva la siesta). Nonostante il dolore al braccio Galvani aveva rallentato il passo sollevando i piedi con cautela per evitare che la ghiaia del viale scricchiolasse. Una volta giunto sotto la finestra aperta, si era appollaiato di fianco a una grossa ortensia blu, da dove riusciva a sentire la conversazione.

«Ah, buongiorno dottore, (la voce della moglie, roca per il fumo, sembrava leggermente irritata) no, certo posso parlare, no, non c’è. È sceso nel parco per la sua siesta… Ho fatto come mi ha detto, certo… Gliel’ho chiesto, sì… Sì, esattamente… proprio così… (Una breve pausa, durante la quale si sentirono solo mugugni di assenso, mmhh, mmmhh)… Lei crede siano necessarie ulteriori analisi? Capisco, demenza?… Sì, certo, sono solo sospetti, ma è comunque necessario andare a fondo… Alzheimer? Ha ragione, non saltiamo a conclusioni affrettate».

Sua moglie non sembrava sconvolta o addolorata, ma manteneva il tono funzionale di sempre. Sicuramente, pensò Galvani, stava pensando a come incastrare i nuovi appuntamenti medici nella sua fitta settimana, se prima o dopo la lezione di Pilates, se nei giorni in cui andava dal parrucchiere oppure quando si incontrava con la figlia in città. Lo rivelavano le sue pause e quell’ultima frase: «Perfetto dottore, per intanto la ringrazio, le farò sapere mercoledì quando ci vediamo. Ora chiamo anche mia figlia, forse riesce ad accompagnarci. Arrivederci».

Mancavano dunque sei giorni all’appuntamento che gli avrebbe stravolto la vita: Galvani ne era certo… il cuore gli rimbombò nel petto, e per un attimo il terrore eclissò il dolore della puntura.


Galvani stava perdendo la memoria, su questo non c’era dubbio. Dopo quella telefonata aveva passato due notti a spulciare centinaia di siti internet in cui si parlava di perdita di memoria, nel masochistico intento di procurarsi tutte le conferme del caso. Che qualcosa non andasse più per il verso giusto era evidente (aveva riposto il suo orologio d’oro nel reparto delle uova in frigorifero, e due giorni prima non ricordava la password del suo pc, per non parlare dei nomi degli amici), ma la natura del disturbo, di quegli inquietanti vuoti di memoria, non era ancora stata identificata con certezza.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Il sentiero di Gandria, scrigno di biodiversità

La capocchia del fiammifero 

Smarrirsi in una città come ci si smarrisce in un bosco
richiede tutta una preparazione.
Bisogna allora che i nomi delle vie
parlino a colui che si è smarrito
la lingua dei rami secchi che si spezzano,
e che le stradine nel cuore della città rispecchino per lui
le ore del giorno, nettamente come un vallone di montagna. 

Walter Benjamin, I “Passages” di Parigi

Dal 2004 quartiere di Lugano, Gandria è un hotspot paesaggistico e turistico tra i più noti della Svizzera. Le sue immagini fanno a gara con il Jet d’Eau di Ginevra, il Cervino, il Rigi e il Pilatus, le cascate del Reno, Sankt-Moritz, Davos e il Bernina Express della Ferrovia retica nei Grigioni. La sua posizione invidiabile, “a picco” sul Ceresio, ne fa un richiamo turistico costante, ma anche una delle zone residenziali più esclusive della città. 

Proprio a questi aspetti ha dedicato un interessante approfondimento il domenicale del Corriere del Ticino (14 luglio 2024) firmato da Davide Ilarietti: vi si racconta del sempre maggior numero di abitazioni che – nella fattispecie anche in mancanza di alberghi sul posto – i proprietari trasformano in B&B affittandoli ai turisti di tutto il mondo su Airbnb e simili. La scarsità di abitazioni a Gandria, spiega Ilarietti, produce prezzi storicamente più alti rispetto a Lugano. Eppure, per i padroni di casa è più conveniente affittare ai vacanzieri. “Con i turisti non c’è rischio di morosità e l’immobile resta pronto all’uso per eventuali necessità future”, commenta Norman Luraschi, consigliere comunale a Lugano, proprietario di un appartamento messo in affitto, in alta stagione, a 289 CHF a notte: nemmeno il più caro tra i cinque del borgo lacustre – tutti ben occupati almeno fino a fine estate – il cui costo giornaliero può anche arrivare a 500 CHF. Gli albergatori “tradizionali” sono sul chi vive; i proprietari dei B&B replicano: se non ci fossimo noi, molti ospiti in Ticino farebbero al massimo una rapida sosta e poi via oltre confine. Poi c’è l’altra faccia della medaglia: “Gandria non è New York e nemmeno Barcellona, ma nel suo piccolo ha dovuto affrontare a sua volta i problemi dell’over-tourism. La mancanza di posteggi – tamponata con la posa di una barriera selettiva all’ingresso del paese, nel 2020 – è quello che più ha acceso gli animi dei circa 220 residenti. In futuro, con l’arrivo di 24 nuovi alloggi all’ex albergo Moosmann, le polemiche non mancheranno di sicuro” sottolinea Ilarietti nel suo articolo.

Insomma, da noi come ovunque, la compresenza tra residenti e visitatori – pronti a spendere quando sono in vacanza – spinge in alto i prezzi (affitti e merci) e porta talvolta a convivenze poco piacevoli. Di ritorno da una vacanza sull’isola di Minorca, vi racconterò in un prossimo articolo come e con quali conseguenze gli stessi temi fanno discutere anche nella più verde delle Baleari, dichiarata dall’UNESCO Riserva della Biosfera già nel 1993.

Nel frattempo, lasciata nel 2022 Lugano per andare a dirigere il prestigioso Giardino Botanico di Ginevra (alla lettera Conservatoire et Jardin botaniques: il più grande spazio pubblico di questo genere in Svizzera) Nicola Schoenenberger, un Verde trasversalmente apprezzato negli anni in cui è stato deputato al Parlamento cantonale e consigliere comunale a Lugano, ha scritto un libro prezioso e insolito: in perfetto equilibrio  tra sostanza botanico-scientifica e ben riuscita divulgazione, che è tale quando non ammazza il piacere della lettura. Un volume che riporta coerentemente Schoenenberger a una delle sue prime battaglie politiche che mirava ad una gestione più consapevole dell’habitat di cui si parla. 

Un luogo in cui è possibile incontrare ed osservare circa 400 specie di piante selvatiche (il 12% della flora spontanea svizzera). Di queste, una sessantina è oggi minacciata o arrischia di diventarlo. Accanto alle entità botaniche autoctone svettano anche famiglie esotiche, talvolta del tutto incongrue: si legga il capitolo dedicato alla palma, pianta tropicale di cui si contano nel mondo non meno di 2’600 specie, che con il nostro territorio non c’entra nulla, importata e seminata per compiacere l’occhio e il cuore dei viaggiatori nordici, spinti ad attraversare le Alpi dal cosiddetto Drang nach Süden. La Palma di Fortune (Trachycarpus fortunei), che già a inizio Novecento prosperava in parchi e giardini privati, diventando agli occhi dei Confederati il simbolo stesso della Sonnenstube tanto da essere chiamata Tessiner Palme anche se la sua origine è cinese, la Palma di Fortune ha progressivamente invaso anche i boschi minacciando la biodiversità (e la stabilità) del nostro territorio. Ora però è a sua volta minacciata da un lepidottero parassita arrivato dal Sud America (Paysandisia archon). Nel libro (pp. 204-207) vengono descritte quattro specie di palma.

Già nel 1879 il botanico basilese Konrad Hermann Heinrich Christ (1833-1933) annotava che lungo il Sentiero di Gandria “si era circondati da una moltitudine di specie e che nemmeno la pianura lombarda, situata più a sud, era in grado di offrire”. 

Quanto alla vena romantica che spingeva verso meridione, la ritroviamo nel titolo di un’opera – Flora des Südens – che risale al 1936. La dobbiamo a uno dei padri della geobotanica, pioniere nell’ambito della difesa del paesaggio, Carl Schröter (1855-1939). Per la prima volta – si legge a pagina 9 – “egli rese accessibile a un vasto pubblico a nord delle Alpi l’incanto di quella ricca ed esotica flora cisalpina. Schröter aveva un legame profondo con il territorio tra Castagnola e Gandria. Implicitamente ne fece una sorta di locus classicus della vegetazione insubrica, perché il versante sud del Monte Brè e del Monte Boglia gli permetteva di illustrare in modo esemplare le cinture della vegetazione tipiche di quell’area”.

Lo stesso Schröter, che insegnava al Politecnico federale di Zurigo, fu anche tra i fautori del progetto di Parco nazionale prealpino che in quegli stessi luoghi avrebbe dovuto veder luce dopo che venne abbandonato il progetto di una strada lungo la riva del lago che collegasse il Ticino con Porlezza e il Lago di Como. “Fu forse la prima battaglia ambientalista del Ticino, vinta da una folta schiera di oppositori, tra cui la società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche (oggi STAN) e i ricchi proprietari delle ville di Castagnola” ricorda ancora Schoenenberger in Introduzione. Oggi, a quasi un secolo di distanza, l’area del Sentiero di Gandria fa parte dell’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali d’importanza nazionale (che a tutt’oggi comprende 162 oggetti). Ciò gli assicura comunque un alto grado di tutela.

Già il titolo ha una grazia tutta sua: Piccola flora del Sentiero di Gandria. La sobria copertina di questa coedizione tra la Città di Lugano e le Edizioni Casagrande di Bellinzona ricorda, nel colore se non nel formato, le Baedeker ottocentesche, guide di viaggio documentatissime, accurate sin nei minimi dettagli, rassegna di storia, storie, luoghi e persone che i turisti di allora non dovevano mancare nei loro viaggi ai quattro angoli del mondo. Proprio perché a pieno titolo (anche) guida, il libro è stato pubblicato anche in tedesco, francese e inglese. Doverosamente vanno segnalate le coordinatrici del progetto editoriale, Eleonora Bourgoin e Magda Mandelli, nonché Leonardo Angelucci e Sabrina Cerea che firmano il progetto grafico, mentre le fotografie botaniche sono dell’autore.

Il saggio di Schoenenberger è un invito esplicito a percorrere con calma quel tratto di cammino, lungo poco più di 1 km, che così viene descritto sul sito della Città di Lugano “Oltre che per la sua grande bellezza paesaggistica, il sentiero di Gandria è unico in Svizzera per la varietà delle specie vegetali e animali presenti nell’area, non a caso iscritta nell’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali di importanza nazionale”.

Un luogo davvero eccezionale, il Sentiero, posto tra i 280 e i 300 m s/m, esposto a sud e riparato dai venti, ciò che gli garantisce un microclima fra i più caldi del nostro Paese che permette la crescita di molte tra le specie più termofile presenti in Svizzera. L’unico, inoltre, dove ancora poco più di un secolo fa la coltivazione dell’ulivo era redditizia. Tutte le altre peculiarità geologiche, climatiche, botaniche e di geografia umana sono efficacemente spiegate in Introduzione.

In 256 pagine (che comprendono anche, utilissimi alla consultazione, Glossario, Indice delle specie e dei nomi volgari e Bibliografia) vengono pubblicate 100 schede botaniche che erano già state in buona parte presentate, in forma leggermente diversa, tra il 2015 e il 2022, sul sito istituito dalla Città per valorizzare il proprio territorio e promuovere la biodiversità. La virtuosa collaborazione prosegue anche in questi giorni con una efficace (anche dal punto di vista del marketing) iniziativa cartellonistica in Contrada Verla (la via che collega la Posta centrale a piazza Dante): vi troverete una serie di manifesti che riproducono singole pagine del libro rivelando aspetti sorprendenti e curiosità insospettate della flora che si incontra lungo il Sentiero accrescendone così il richiamo. Per esempio: sapevate che le Cistacee sanno rigenerarsi dopo un incendio e che anzi, in alcune specie, è proprio il fuoco a stimolare in esse la germinazione dei semi? No, evidentemente. Come non sapevate – e non sapevo nemmeno io, ovviamente – che 11 mila specie botaniche sono aiutate nella fecondazione non da api e mosche, bensì dalle formiche (si parla di mirmecocoria)? O ancora, quando percorrerete il Sentiero e sentirete nell’aria il classico profumo di violetta, sappiate che non proviene dalle viole, bensì dal rizoma dell’Iris germanica. Infine – le persone sensibili sono invitate a turarsi il naso – l’Arum italicum (p- 190) è “una tra le rare piante al mondo capace di generare calore. Per attirare i moscerini del genere Psychoda, responsabili della sua impollinazione, mima l’odore dei cadaveri in decomposizione. Per volatilizzare la puzza, la pianta si scalda raggiungendo in alcune specie addirittura i 40 gradi”.

Un gran bel libro, insomma, quello di Nicola Schoenenberger: lo dice uno che, in generale, ai prodigi della natura ha sin qui preferito quelli realizzati (nelle arti e nelle scienze) dagli esseri umani. Spesso, certo, interrogandosi sulla loro bontà e – alla luce degli sconvolgimenti climatici di cui siamo per lo più solo spettatori: altro che isteria – sempre più convinto che da un conflitto infinito tra uomo e natura nessuno uscirà vincitore.

Nell’immagine: un tratto del sentiero di Gandria