Dal palco dell’Onu le crisi globali sono invisibili

CONFLITTI DIMENTICATI Nel Palazzo di Vetro si riflettono i fallimenti contemporanei della diplomazia internazionale 

Di Alberto Negri, il manifesto

Gli stati non hanno amici ma interessi, dice un vecchio detto britannico attribuito, erroneamente, a Churchill. Le Nazioni unite lo rispecchiano brutalmente, come pure nel Palazzo di Vetro si riflettono i fallimenti contemporanei della diplomazia internazionale o meglio prevale su questa la volontà di ricorrere alla forza e alla violenza invece che al dialogo. La prova sono gli oltre cinquanta conflitti armati nel mondo e più di 40 milioni di rifugiati, affiancati da decine di milioni di sfollati interni.

Ma sono il Golfo del petrolio e l’Ucraina che attirano l’attenzione, la sorte di altri milioni di essere umani viene ignorata. Quanto al fatto che il sistema planetario attuale non sia sostenibile e stia conducendo verso un inferno climatico, sociale e migratorio, non sembra che l’argomento abbia sollevato nei discorsi dei leader all’Onu particolare attenzione. Come pure appare quasi una bestemmia chiedere un contributo ai più ricchi per ridurre le disuguaglianze: ma la pace, se proprio la vogliamo, passa anche da qui.

Eppure si è sempre pronti a afferrare uno spiraglio diplomatico, come quando il ministro degli esteri iraniano Araghchi ha parlato della possibilità di arrivare, a breve, a un accordo con gli Usa per riaprire lo Stretto di Hormuz. «Se verranno soddisfatte determinate condizioni, sarà aperto al termine di sette giorni e i colloqui riprenderanno», ha affermato Araghchi precisando che il periodo di sette giorni potrebbe scattare dal giorno successivo all’accettazione della proposta da parte di Washington. Niente di nuovo: il piano ricalca l’intesa raggiunta da Iran e Usa a Islamabad in giugno, naufragata poco dopo.

Un’iniziativa iraniana evidentemente stimolata dalla presenza a Washington dell’alleato cinese di Teheran, Xi Jinping, che può fare leva su Trump, forse interessato a qualche successo da sbandierare in vista delle elezioni di medio termine. Lo stesso motivo che ha fatto saltare l’incontro tra Trump e Netanyahu: Israele è un argomento troppo divisivo per giocarlo alle urne, meglio tenerlo fuori.

Stavolta Trump ha fiutato l’aria ed evitato di farsi avviluppare nella rete del premier israeliano. Netanyahu non è andato all’Onu per rivolgersi al mondo ma per fare campagna elettorale. Ha usato il podio come un’opportunità per provocare scontri e sferrare colpi bassi, non per scopi diplomatici e neppure per convincere l’uditorio: una sequela di menzogne. Trump lo ha ignorato non solo per la visita di Xi ma perché Israele è fonte di lacerazioni – come dimostrano le manifestazioni di New York – che potrebbero minacciare il controllo repubblicano del Congresso al midterm. Il premier ha difeso la guerra disastrosa contro l’Iran mostrando un disprezzo sovrano per l’opinione pubblica mondiale e il diritto internazionale. Ha parlato come se la necessità della guerra fosse ovvia, come fosse ovvio il genocidio di Gaza: Netanyahu, del resto, è perseguito come un criminale dalla Corte penale internazionale. Se si voleva una conferma si è avuta.

Poi c’è l’Ucraina. Zelensky è apparso ringalluzzito dal fatto che, dice, Trump consentirà a Kiev di produrre missili avanzati per la difesa aerea Patriot, dopo una serie di ripensamenti sulla questione. E ha poi annunciato che gli Stati uniti hanno proposto di organizzare un incontro trilaterale a livello tecnico tra Ucraina, Usa e Russia. Kiev è in attesa di proposte da parte americana sulla data, e Washington ha suggerito gli Emirati come sede. Quanto ci dobbiamo credere? Diciotto mesi dopo il ritorno alla Casa bianca, Trump non riesce ancora ad avere un’influenza decisiva sulla guerra in Europa, che aveva promesso di risolvere in 24 ore, e intanto si è impantanato in un Medio Oriente complesso, a cui ha voluto imporre soluzioni semplici e bellicose dando retta a Netanyahu. Un disastro che ha coinvolto tutti.

Trump e con lui l’America sembrano ansimare. La protezione degli Stati uniti non sembra avere più il peso di una volta, sia che si parli dell’Arabia saudita (con il rifiuto di Washington di intervenire contro gli Houthi in Yemen), dell’Europa – con il disprezzo nei confronti degli alleati Nato mostrato a colpi di minacce e di dazi – o dell’Asia, dove nessuno si fida più della parola degli Stati uniti.

E dopo essere uscito dal Palazzo di Vetro Trump ha incontrato Xi, da lui descritto come un grandissimo amico. Perché Trump dovrebbe fidarsi di lui? La Cina è un rivale accanito della supremazia americana. A Pechino non servono grandi accordi con gli Usa ma una tregua con Trump che per Xi Jinping significa guadagnare tempo prezioso e curare i suoi affari interni. Come ricorda il vecchio detto britannico, gli stati non hanno amici ma interessi. È semplice, anche Trump lo può imparare.