Così si è scritto, con grande titolo, sui maggiori quotidiani francesi ed anche italiani.
E’ come se fosse morto uno di famiglia o un amico cui si deve molto. Perché sempre presente come compagno di viaggio, con tutti i suoi numerosi libri, presi e ripresi e ogni volta illuminanti, nella mia biblioteca.
Perché memorabile per una intervista a Parigi concessami poco dopo l’apparizione di un suo libro antiveggente e che rimane attualissimo: “Le paradigme perdu: la nature humaine” (non bisogna disgiungere Natura e Cultura; la chiave della cultura è nella nostra natura e la chiave della natura è nella nostra cultura; interessava quanto vi si diceva, in modo originale, del passaggio dall’ecologia all’economia). Reincontrato poi in Toscana, dove si era stabilito.
Morto più che centenario (era nato a Parigi l’8 luglio 1921 da una famiglia ebrea originaria di Salonicco, in Grecia), Edgar Nahum è diventato Morin, mantenendo come cognome lo pseudonimo assunto come resistente all’Occupazione nazista. Comunista per essere antifascista, senza illusioni sullo stalinismo, fu escluso dal Partito comunista francese dal 1951 (ne parlò in “Autocritique”, 1959). Dopo la Liberazione cercò a fatica la sua strada, comunque sempre una sorta di inquietudine primordiale (a trent’anni pubblica “L’Homme e la mort”, ripreso significativamente più volte in edizioni successive, con diverse prefazioni e nuove conclusioni). È a partire dal 1950 che comincia la sua carriera di ricercatore presso il Centre national de la recherche scientifique (CNRS); comincia un cammino che, anche solo a giudicare dalle numerose pubblicazioni, è un cammino di creazione irriducibile a classificazioni, trascendente le discipline, coinvolgente tutti i saperi. Umanista di antico stampo, si riteneva discepolo di Montaigne, di Pascal, di Decartes. E si capisce anche perché riteneva “La Méthode”, opera enciclopedica (sei volumi, dal 1977 al 2004) la sua opera maggiore, il suo “compimento”.
Sociologo giornalizzante giornalista sociologizzante
Questa sorta di “summa theorica”, che vuol racchiudere tutto il suo pensiero sulla “complexité”, non basta a render conto della originalità intellettuale di Edgar Morin. Lo scorso 11 aprile, in una sua ultima intervista al quotidiano “Le Monde” si leggono questa parole che potrebbero essere una bella epigrafe: “Dubito di ogni affermazione sino a quando non ho la prova della sua veridicità. Dubito dell’umanità sebbene creda in essa. Ho fede nell’amore e nella fraternità”.
Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, perché Edgar Morin non ha mai voluto tenersi a distanza dal giornalismo o persino disdegnarlo, come fanno molti intellettuali. Fu anzi giornalista a sua modo e probabilmente unico nel suo modo. Si è detto che è stato sociologo giornalizzante e giornalista sociologizzante (“sociologue journalisant, journaliste sociologisant”), si rifiutava di alzare una sorta di muro tra il sapere accademico e la curiosità giornalistica, occupando quindi una posizione inclassificabile, tanto esposta (alle critiche, al biasimo, alla denigrazione) quanto incerta (confrontare continuamente il corso del suo pensiero con le sorprese che riserva l’attualità).
Reinterrogare l’avvenimento. Afffrontare la Sfinge
“Reinterrogare l’avvenimento” è l’ambizione che annuncia nella rivista da lui diretta (Comunications,1972,18) . “Affrontare la Sfinge, far parlare i suoi enigmi” è l’imperativo che si impone.
Reinterrogare l’avvenimento significa reinterrogare le varie discipline, sconvolgere le separazioni e mescolare le frontiere. Morin quindi fa suo il genere giornalistico per rivoltarlo, affinché possa servire ad una sorta di sua ossessione: affrontare la Sfinge,far parlare gli enigmi, sfidare quel “mostro della sociologia” che è, secondo lui, l’avvenimento.
“Il quale significa, nel contempo, l’irruzione del vissuto, dell’accidente, dell’irreversibilità, del singolare concreto, nel tessuto della realtà sociale”.
L’informazione scuote, turba, destruttura e interroga. Far parlare quindi l’avvenimento piuttosto che giudicarlo, dargli del senso piuttosto che appannarlo, aprirlo a tutto il possibile piuttosto che ridurlo ad una sola via d’uscita. Insomma, “rifletterlo, dando la possibilità di far riflettere”.
Giornalisti e intelletuali che siano “dissonanti”
Gli attacchi, tanto ingiusti quanto offensivi, provocati dalle sue riflessioni su Israele e la Palestina e il suo impegno continuo (di lui, di origine ebrea) a favore del popolo palestinese l’hanno dimostrato. Problematizzare, comprendere, contestualizzare: tutte semplici esigenze intellettuali che disturbano le certezze di coloro che preferiscono semplificare (sul modo binario) sostenere e rassicurare (con il registro identitario) o semplicemente scegliere (secondo i riflessi o le reazioni partigiane o fanatiche).
Nell’impegno e nello sforzo di ripensare la “politica”, il giornalismo è quindi per Edgar Morin uno strumento privilegiato. Anche perché, da un punto di vista teorico, la questione della verità e quindi dell’errore, è al centro della legittimità democratica e della definizione etica.
E, conseguentemente, anche del suo rischio. Scriveva (nel 1959, in “Arguments”): “Notre rôle, aujourd’hui, est d’annoncer qu’il n’y a pas de bonne nuovelle”, invitando quindi gli intellettuali a ridiventare i “dissonanti” della loro epoca.
E aggiungeremmo che in ogni tempo, in ogni luogo, un giornalista degno di questo nome , potrebbe dire e sostenere la stessa cosa.