Ambiente, tecnologia e democrazia non sono ambiti separati, ma dimensioni convergenti di una medesima crisi di civiltà. In questo scenario, l’educazione può ancora offrire un contributo decisivo per orientare il futuro
Viviamo in una fase storica in cui tre grandi questioni, solo in apparenza distinte, si intrecciano fino a comporre un’unica crisi di civiltà: la sostenibilità ambientale, la gestione della potenza tecnologica e la difesa della democrazia. Non si tratta di fronti separati, da affrontare uno alla volta, ma di dimensioni convergenti di uno stesso presente in crisi, che mette in discussione il rapporto fra umanità, pianeta e forme della convivenza politica. La posta in gioco non è soltanto il miglioramento di alcuni indicatori di sviluppo, ma la capacità stessa delle società contemporanee di garantire condizioni di vita giuste, libere e durevoli.
L’idea di progresso, che per lungo tempo ha accompagnato la modernità occidentale, mostra oggi tutte le sue ambivalenze, come già da tempo hanno evidenziato Gilbert Rist (Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, Asterios Editore, 2019/ed. or. 1996), Serge Latouche (La scommessa della decrescita, Feltrinelli, 2007/ed. or. 2006) e Ivan Illich (Gli strumenti della convivialità, Mondadori, 1974, ed. or. 1973). Da un lato, infatti, la crescita delle conoscenze scientifiche, delle reti digitali e delle capacità produttive apre possibilità impensabili fino a pochi decenni fa; dall’altro, proprio queste dinamiche generano nuovi squilibri, nuovi rischi sistemici e nuove forme di controllo. Al tempo stesso, la pressione esercitata sull’ambiente naturale, l’erosione degli ecosistemi e l’acuirsi delle disuguaglianze rendono evidente che non ogni sviluppo è davvero funzionale all’umanità, né ogni innovazione è automaticamente emancipativa.
In questo scenario, l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite appare come un banco di prova decisivo. I suoi 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) avrebbero dovuto orientare il mondo verso un equilibrio più giusto tra crescita, inclusione e tutela del pianeta; eppure, i dati più recenti mostrano un ritardo grave e diffuso, segno che tra obiettivi dichiarati e realtà concreta continua a esserci una distanza profonda. Il Sustainable Development Report 2024 indica che solo il 16% dei target SDGs è sulla buona strada, mentre l’84% fa registrare progressi insufficienti o addirittura una regressione. È da questa discrasia che giova partire per comprendere il senso delle tre sfide che seguono.
Ambiente e sopravvivenza
La prima grande prova riguarda la sostenibilità ambientale, cioè la capacità delle società umane di restare entro i limiti ecologici che rendono possibile la vita, invece di consumare oltre misura le risorse del pianeta. Il riscaldamento globale non è più una minaccia astratta o rinviabile: si manifesta già oggi attraverso eventi estremi più frequenti, stress idrico, incendi, arretramento degli ecosistemi e trasformazioni profonde dei territori abitati, con ricadute dirette su salute, mobilità umana (migrazioni per sfuggire alla fame) e stabilità politica.
A rendere più evidente il quadro è il fatto che il deterioramento climatico si intreccia con altri fenomeni di degrado: desertificazione, perdita di biodiversità e fragilità dei sistemi agricoli. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’ONU (IPCC) con il suo sesto rapporto segnala che il cambiamento climatico acuisce la degradazione dei suoli e i processi di inaridimento delle terre coltivate, aprendo nuovi rischi anche per la sicurezza alimentare. Allo stesso tempo, la riduzione degli habitat indebolisce la resilienza degli ecosistemi e rende più difficile per le comunità adattarsi agli shock ambientali. La crisi ecologica, dunque, non è un capitolo separato della modernità, ma una sua contraddizione interna.
Giuseppe De Marzo, nel volume L’internazionale della Terra (Minimum Fax, 2026), propone una lettura radicale della crisi sistemica globale come collasso simultaneo a livello climatico, sociale ed economico, prodotto dal modello tecnocapitalista e neoliberista. Secondo tale linea interpretativa, l’attuale sistema, guidato dal profitto e da logiche estrattiviste aggressive, tratta natura ed esseri umani come semplici risorse, a vantaggio di un’oligarchia ristretta che si arricchisce sempre di più, mentre la schiera dei poveri e degli esclusi continua ad allargarsi. Per uscire da questa deriva di civiltà, l’autore invita ad abbandonare l’immaginario della crescita illimitata e della “Green economy” di facciata, per assumere invece la filosofia indigena andina del Buen Vivir (Sumak Kawsay). Il cambiamento richiesto è profondo: occorre superare l’avidità antropocentrica e riconoscere che l’essere umano non è al vertice della piramide evolutiva, ma parte di una “Democrazia della Terra” in cui ogni entità vivente ha un valore intrinseco.
La transizione verso questo nuovo paradigma civile richiede una doppia sfida, individuale e collettiva, incentrata sul rifiuto delle logiche di controllo e militarizzazione per riscoprire cooperazione, reciprocità e cura comune. Sul piano politico e sociale, De Marzo evidenzia l’esistenza di una diffusa rete transnazionale di movimenti popolari, comunità locali, realtà accademiche e istituzioni che lottano per la giustizia ecologica, la sovranità alimentare e la “demodiversità”, intesa come il riconoscimento di forme molteplici di democrazia oltre a quella liberale occidentale. Pur frammentati e spesso inconsapevoli della propria forza complessiva, questi soggetti compongono una trama globale: un’“Internazionale della Terra” già in cammino, capace di unire lotte locali e obiettivi planetari, al fine di riappropriarsi degli spazi democratici e costruire, attraverso la pratica quotidiana, un’autentica economia di pace e solidarietà.
Il problema principale resta però il divario tra la rapidità del degrado ecologico e la lentezza dell’azione pubblica. Se non si modifica la direzione del processo, la sostenibilità rischia di restare un principio proclamato con discorsi retorici più o meno roboanti, ma non tradotto in misure concrete, tempestive ed efficaci. L’urgenza di riaffermare il primato della politica e dell’etica ci introduce direttamente al secondo grande nodo del nostro tempo: la necessità di un governo umano e democratico della transizione digitale.
Innovazione e fattore umano
Questa seconda macro-sfida cui siamo confrontati concerne la gestione di un potere strutturale senza precedenti. Digitalizzazione, intelligenza artificiale, robotica e infrastrutture algoritmiche stanno ridisegnando il modo in cui produciamo, comunichiamo, apprendiamo e prendiamo decisioni. Sarebbe tuttavia superficiale leggere tali processi in modo acriticamente celebrativo, come se ogni avanzamento strumentale coincidesse automaticamente con un miglioramento della nostra qualità di vita. I nuovi apparati digitali possono certamente ampliare capacità e diritti, ma rischiano al contempo di concentrare il potere e il controllo in poche mani, ridurre l’autonomia dei cittadini e rendere le società sempre più dipendenti da grandi monopoli privati e potentati finanziari.
Su questo fronte, la critica di Evgeny Morozov offre strumenti critici preziosi. Nei suoi lavori, egli contesta il tecnosoluzionismo, ovvero l’idea che il digitale possa risolvere autonomamente questioni di natura eminentemente politica, sociale e culturale. Il punto non è negare l’utilità delle innovazioni afferenti all’“infosfera” (cfr. Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, 2017, ed. or. 2014), bensì respingere l’illusione che siano sufficienti algoritmi, piattaforme e automazioni per produrre giustizia, efficienza o democrazia. Quando il dibattito pubblico si lascia sedurre dalle lusinghe di questa promessa salvifica, il rischio è di scambiare un espediente tecnico per una risposta storico-politica, delegando a sistemi opachi e non eletti funzioni che dovrebbero rimanere sotto il rigoroso controllo democratico (vedi Morozov: una critica radicale all’ideologia di internet e Tecnologia e potere: il mito della soluzione digitale secondo Evgeny Morozov).
Diviene pertanto imprescindibile affermare una governance umanistica dell’innovazione, la quale non è mai neutra: ogni strumento incorpora infatti specifiche scelte, valori, priorità economiche e interessi geopolitici. Le grandi piattaforme digitali non fungono soltanto da erogatori di servizi, ma operano come formidabili dispositivi per l’accumulazione di dati, il condizionamento di gusti e consumi e l’estrazione di rendite finanziarie. Morozov insiste proprio su questo aspetto: se lo sviluppo tecnologico viene guidato in via esclusiva dalle logiche del profitto e dell’ottimizzazione, i cittadini finiscono per essere ridotti a semplici utenti profilati, impoverendo il tessuto democratico e favorendo un’allarmante concentrazione di potere (Silicon Valley. I signori del silicio, Codice Edizioni, 2016).
Una gestione umanistica non oppone alla tecnica un rifiuto astratto, ma esige un diverso criterio di orientamento. La domanda decisiva non si limita a stabilire cosa possa fare l’intelligenza artificiale, ma indaga a vantaggio di chi operi, chi escluda, chi controlli e chi renda dipendenti. In questo senso, la criticità della digitalizzazione non risiede soltanto nella velocità dell’innovazione, quanto piuttosto nella sua direzione etico-politica. Un’IA inserita all’interno di logiche pubbliche, trasparenti e redistributive può rappresentare un formidabile supporto per le comunità; al contrario, un’infrastruttura governata da pochi soggetti proprietari rischia di trasformarsi in un moltiplicatore di disuguaglianze e in un implacabile acceleratore di sperequazioni sociali.
Per contrastare tali derive, Morozov suggerisce un ulteriore passaggio decisivo: socializzare i dati, promuovendo il coinvolgimento diretto di cittadini, università, imprese ed enti locali, accompagnato da un solido controllo pubblico sulle infrastrutture. In questa prospettiva, occorrono investimenti statali capaci di plasmare un nuovo modello di raccolta e utilizzo delle informazioni, concepite sempre più come bene comune. Si delinea così un principio cardine: l’apparato tecnologico deve essere sottratto tanto all’ingenua retorica salvifica quanto a una paura generica e paralizzante, per essere ricondotto all’interno di un preciso orizzonte di responsabilità collettiva. L’obiettivo non è demonizzare il digitale, ma impedirne la metamorfosi in una inedita tecnocrazia, dove la complessità dei legami sociali venisse svilita a mero problema di calcolo e l’esercizio democratico declassato a semplice amministrazione di dati.
Democrazia a rischio
La terza grande sfida riguarda la difesa della democrazia contro le spinte autoritarie e imperialiste che attraversano il presente. Il problema non coinvolge soltanto i regimi apertamente illiberali, ma si estende al progressivo indebolimento delle pratiche democratiche all’interno delle stesse società occidentali. Negli Stati Uniti, in particolare, tale processo appare in tutta la sua evidenza: la polarizzazione estrema, la delegittimazione delle istituzioni, la trasformazione del conflitto politico in guerra identitaria e l’uso sistematico delle piattaforme digitali come strumenti di mobilitazione e controllo hanno prodotto una preoccupante erosione dello spazio pubblico. A partire da questo epicentro, si irradia un modello di potere che tende a riarticolare l’intero Occidente secondo logiche di sorveglianza, manipolazione e concentrazione decisionale.
La lettura proposta da Asma Mhalla (Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario, Einaudi, 2026, ed. or. 2025) sposta l’attenzione dalla mera dimensione elettorale alla struttura profonda del potere contemporaneo. Secondo l’autrice, il nuovo autoritarismo non assume sempre il volto classico del colpo di Stato o della dittatura esplicita, ma prende forma come regime dell’attenzione catturata, della saturazione informativa, delle fake news e della dipendenza dagli schermi. In questo quadro, l’ordinamento democratico non viene abolito con un atto di forza, bensì svuotato dall’interno, degradando a procedura formale sempre meno capace di orientare concretamente la vita collettiva.
A simile svuotamento si affianca il ritorno di linguaggi nazionalisti, razzisti, machisti e imperiali che frammentano il mondo in rigide gerarchie di appartenenza, rinvigorendo l’idea che determinati gruppi o potenze debbano dominare, mentre altri siano destinati all’esclusione, all’assimilazione forzata o al respingimento. Su questo crinale, l’opposizione alle derive autoritarie si salda intimamente con la difesa di un modello interculturale di convivenza, fondato non sulla paura dell’alterità, ma sul riconoscimento reciproco e sulla cittadinanza condivisa. Ragionare di democrazia, oggi, impone di contrastare la riduzione dello spazio pubblico a un teatro di identità chiuse, caratterizzato da una competizione permanente e dalla costante ricerca di nemici, interni o esterni, da neutralizzare o distruggere.
L’indagine di Mhalla offre inoltre preziose chiavi di lettura per decodificare il legame tra infrastrutture digitali e le nuove politiche del dominio. Nella sua analisi, il potere contemporaneo si esercita attraverso una inedita fusione fra apparati statali, grandi piattaforme e controllo algoritmico; si genera così una zona grigia in cui pubblico e privato, civile e militare, informazione e manipolazione tendono pericolosamente a sovrapporsi e a confondersi. Si tratta di uno snodo cruciale, poiché rivela come le istituzioni democratiche non siano minacciate unicamente da attacchi frontali, ma anche da chi ne erode lentamente le precondizioni materiali, compromettendo l’autonomia cognitiva, il pluralismo informativo, la capacità critica e la partecipazione consapevole dei cittadini.
Alla luce di queste dinamiche, la tutela dell’impianto democratico non può esaurirsi in una mera cosmesi formale-procedurale, ma necessita di interventi sostanziali volti a salvaguardare gli spazi del discorso pubblico e a sostenere e incentivare un effettivo processo decisionale pienamente compartecipato fra le diverse soggettività sociali. In tal senso, è opportuno contrastare l’odio organizzato, regolamentare i sistemi tecnologici che amplificano disuguaglianze e manipolazioni, nonché ricostruire una cultura civile capace di distinguere tra il fisiologico conflitto dialettico delle idee e la pulsione distruttiva verso l’avversario politico. Solo attraverso un profondo rinnovamento del genere la democrazia potrà tornare a essere una forma di vita autenticamente civile, e non una semplice cornice istituzionale.
Un possibile contributo dell’educazione
Davanti a una convergenza critica che intreccia ambiente, tecnologia e democrazia, la tentazione più diffusa è oscillare tra postura catastrofistica e opzione consolatoria, che però appaiono entrambe insufficienti e inadeguate. Il catastrofismo paralizza, poiché trasforma la complessità del presente in un destino già scritto; la consolazione, al contrario, attenua la gravità dei problemi e finisce per ridurre tutto a una retorica della resilienza, che spesso chiede ai soggetti più fragili di adattarsi a condizioni che restano strutturalmente ingiuste. Serve invece uno sguardo più esigente, capace di nominare la portata delle contraddizioni e derive sistemiche senza smarrire la possibilità dell’intervento umano.
In un simile contesto, l’educazione non può essere intesa come un ambito accessorio o come un semplice strumento di riparazione sociale. Essa rappresenta una componente decisiva per definire il grado di civiltà di una società: un luogo concreto e simbolico in cui si decide che cosa sia degno di essere insegnato, appreso, trasmesso, discusso e trasformato. Educare significa offrire categorie di lettura del mondo, sviluppare capacità critica, allenare al conflitto non distruttivo e rendere visibili i legami tra dinamiche che la contingenza storica tende spesso a separare. Se il fallimento dell’Agenda 2030, l’accelerazione tecnologica e l’erosione democratica restituiscono l’immagine di una civiltà in affanno, la dimensione formativa resta il campo in cui può ancora maturare una coscienza capace di non subire passivamente l’epoca attuale.
Nel tempo del disordine mondiale, nell’epoca del caos (Massimo Cacciari e Roberto Esposito, Kaos, Il Mulino, 2026), diviene fondamentale investire con decisione nei settori orientati all’arricchimento, alla cura e al benessere dell’umanità, invece di concentrare risorse immense in sistemi d’armi sempre più sofisticati e micidiali. La questione, allora, è anche imprescindibilmente economica: occorre reperire i fondi, attingendo là dove si accumulano in maniera smodata.
Come analizzato da Thomas Piketty (Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014; Una breve storia dell’uguaglianza, La Nave di Teseo, 2021), istruzione, sanità, trasporti pubblici e transizione ecologica non si finanziano unicamente mediante il taglio di altri capitoli della spesa statale (la cosiddetta spending review o riallocazione delle risorse) o confidando in una perpetua espansione economica, ma innanzitutto riducendo in modo deciso l’enorme concentrazione di ricchezza ai vertici. L’economista francese evidenzia come una fiscalità marcatamente progressiva sui grandi patrimoni e sui redditi altissimi possa liberare risorse sufficienti per rafforzare il sistema pubblico, correggendo contestualmente le disuguaglianze che alimentano le disfunzioni democratiche e climatiche. Le entrate così ottenute andrebbero impiegate non solo per il welfare classico, ma pure per garantire l’accessibilità universale a servizi compatibili con la transizione ecologica, in una logica di redistribuzione ampia e sovranazionale.
Cionondimeno, è bene precisare che la funzione pedagogica va sottratta a ogni illusione salvifica o demiurgica. Scuola, università, formazione civile e cultura pubblica non forgiano automaticamente cittadini migliori, né bastano da sole a invertire processi macroeconomici e geopolitici di portata globale. Possono però fornire un contributo essenziale: rendere più difficile la naturalizzazione dell’ingiustizia, insegnando a distinguere il progresso dall’accumulazione, l’innovazione dal dominio, la libertà dalla manipolazione, la sicurezza dall’esclusione autoritaria.
In aperta sinergia con le scienze umane e con le discipline scientifiche più avanzate, la pedagogia concorre a coltivare educativamente la “complessità”, rifuggendo da riduzionismi e scorciatoie semplicistiche. Questa tensione verso il pensiero complesso costituisce una forma alta di intelligenza civile. Come ricorda l’opera di Edgar Morin attraverso il concetto di “comunità di destino”, l’umanità non è formata da monadi isolate, ma da soggetti storicamente e moralmente interdipendenti, chiamati a condividere il medesimo orizzonte di rischio e di possibilità. Educare, allora, non significa soltanto trasmettere saperi, ma promuovere la consapevolezza dei legami, la responsabilità verso l’alterità, la capacità di pensare insieme ciò che appare diviso. In tal senso, l’educazione alla pace, alla convivenza civile e alla cittadinanza attiva diventa parte integrante di un progetto umano più vasto: non un’appendice idealistica, ma una condizione concreta per imparare a vivere il conflitto senza farlo degenerare in ostilità, la differenza senza tramutarla in marginalizzazione, il futuro senza ridurlo a mera sopravvivenza.
In questa prospettiva, l’impegno educativo si configura anche all’insegna di un esercizio di speranza non ingenua. Non un ottimismo consolatorio o di facciata, bensì una tensione che interroga, alimentando la fiducia tangibile che le società possano ancora evolvere se modificano i paradigmi con cui pensano sé stesse, il pianeta, la tecnica e la convivenza. Da simili premesse può germogliare una nuova alleanza tra giustizia sociale, sostenibilità ecologica, tenuta democratica e cultura della pace. Non come promessa garantita, ma come direzione possibile e necessaria da conquistare.
“È imperativo tener viva la speranza, anche quando la durezza della realtà suggerisce il contrario.”
Paulo Freire