Gaza, vivere tra le macerie che intrappolano una famiglia

SPECIALE 7 OTTOBRE – PALESTINA Un raid israeliano gli ha ucciso la moglie, i figli, la madre. Della casa restano le rovine. La storia di Musab Madoukh 

Di Lina Ghassan Abu Zayed, il manifesto

Nel quartiere di Sabra, a Gaza City, Musab Madoukh vive ancora vicino al luogo che un tempo era la casa della sua famiglia. Oggi è ridotta in macerie e i resti di alcuni suoi parenti sono ancora intrappolati al di sotto. Per Musab quelle rovine sono più che i resti di una casa: sono l’ultimo luogo in cui sua moglie, i suoi figli, sua madre, sua sorella e altri familiari sono stati insieme.

IL 29 GENNAIO 2024 la casa della famiglia Madoukh, nei pressi della moschea Abdullah Azzam a Sabra, è stata colpita da un bombardamento israeliano. Secondo la testimonianza di Musab pubblicata da Filastin, all’interno si trovavano 19 persone, tra cui sua moglie Samia e i loro cinque figli, sua madre Suhaira, i suoi fratelli Suhaib ed Ezz al-Din, sua sorella Doha, il marito di lei Mahmoud al-Ghurra e i loro figli. Musab non c’era, era uscito poco prima. Quei minuti trascorsi lontano lo avrebbero reso l’unico sopravvissuto.

Dopo il bombardamento, parenti e soccorritori hanno setacciato le macerie. Alcuni corpi sono stati recuperati, altri no. Mesi dopo Musab è ancora lì: «Sto attraversando un momento estremamente difficile. Vivo vicino alla mia casa distrutta. Ho cercato di riparare le parti danneggiate per poterci vivere, non posso allontanarmi da questa zona: i miei figli sono ancora sotto le macerie», racconta. Andarsene significherebbe allontanarsi dall’ultimo luogo che ha ospitato la sua famiglia: «Ma non c’è gioia qui. Ogni volta che mi avvicino, provo dolore».

Tra le persone che ha perduto c’era sua sorella Doha, incinta quando la casa è stata colpita. Per Musab, un’altra perdita senza fine: quel bambino avrebbe dovuto entrare a far parte della famiglia ma il suo destino è diventato un’altra domanda senza risposta.

A VOLTE MUSAB setaccia le macerie alla ricerca dei resti dei suoi cari. Non cerca sopravvissuti, cerca i morti. La sua unica speranza è dare loro una sepoltura dignitosa. La casa è un luogo di attesa: Musab non si aspetta che la famiglia torni. Sua moglie non varcherà la porta. I suoi figli non lo chiameranno. Sua madre non lo saluterà. Sua sorella non tornerà con il bambino che portava in grembo. Ma continua ad aspettare ciò che resta di loro.

Il suo dolore non si ferma però alla distruzione della sua famiglia: Musab è stato arrestato circa un mese e mezzo dopo l’attacco e portato in un centro di detenzione israeliano quando il destino della sua famiglia era ancora incerto. Ha trascorso quasi un anno e otto mesi in detenzione, secondo la sua testimonianza pubblicata da Al Jazeera. È stato rinchiuso in diversi centri di detenzione, tra cui Sde Teiman, Ofer e il Negev, ed è stato anche portato ad Ashkelon durante gli interrogatori.

Ha descritto la detenzione come un periodo di sofferenza psicologica e fisica, caratterizzato da carenze alimentari, assistenza medica inadeguata e isolamento dal mondo esterno. Ma per Musab, il dolore della prigionia era indissolubilmente legato alla perdita che aveva già subito. Non era un prigioniero semplicemente separato da una famiglia che attendeva il suo ritorno.

Il 13 ottobre 2025, Musab è stato rilasciato. Per molti prigionieri, il rilascio significa tornare dalle proprie famiglie. Significa rivedere i propri figli, abbracciare i propri genitori o tornare in una casa dove c’è qualcuno che li aspetta. Per Musab non c’era nessuno ad aspettarlo. È tornato a Gaza e tra le macerie della casa dove erano stati uccisi 19 membri della sua famiglia.

«SONO STATO RILASCIATO dal carcere il 13 ottobre 2025 e sono tornato per affrontare un’altra tragedia tra le macerie della mia casa, in attesa dei corpi dei miei cari», ha raccontato. È tornato in una casa senza sua moglie. È tornato senza i suoi figli. È tornato senza sua madre né sua sorella. È tornato in una casa dove alcuni dei suoi familiari giacciono ancora sotto le macerie. Da allora, è rimasto vicino alla casa distrutta. Dice che la presenza dei corpi sotto le macerie è «una ferita aperta che non guarisce» e ha chiesto le attrezzature necessarie per recuperare i resti di coloro che sono ancora sepolti lì.

La guerra gli ha portato via la famiglia. La detenzione gli ha sottratto quasi altri due anni di vita. E quando finalmente è uscito di prigione, non c’era più una casa di famiglia in cui tornare. Laddove gli altri vedono una casa distrutta, lui vede l’ultimo luogo in cui la sua famiglia era viva.

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