Pausa temporanea o svolta commerciale? La telefonata tra Xi Jinping e Donald Trump è una buona notizia, per ora.
Dalla nostra corrispondente dall’Asia
I novanta minuti di colloqui telefonici tra Xi Jinping e Donald Trump sono arrivati dopo che il Presidente statunitense aveva fatto trasparire una certa frustrazione sui social media, confessando che con la sua controparte cinese era “difficile fare un accordo”. Per questo, anche se la conversazione di giovedì 5 giugno potrebbe indicare reciproca ansia, più che un’intesa, ogni tentativo di dialogo è visto in modo positivo dai mercati finanziari e dagli alleati delle due superpotenze.
Dopo mesi di aumenti tariffari, restrizioni tecnologiche, crescenti attriti su Taiwan, il contatto è il primo diretto tentativo dei due leader di cambiare tono. Nessuna delle due parti vuole una guerra commerciale a tutto campo. Trump sta tenendo d’occhio l’accesso ai minerali delle terre rare, vitali per l’industria americana dei veicoli elettrici e della difesa; Xi, da parte sua, non intende piegarsi alle richieste di Washington, e chiede che l’amministrazione Trump proceda con cautela su Taiwan.
Da tempo si dibatte su chi sarà “il vincitore” dello scontro in corso e la realtà è complessa. Gli analisti sostengono che Pechino sia già emersa più forte da settimane di caos, sia economicamente che geopoliticamente. Dal cosiddetto giorno “della liberazione” proclamato da Donald Trump il 2 aprile scorso, la Cina ha mantenuto la calma, pur rispondendo con durezza, nella speranza di proiettare una forza credibile, stabile e matura, in contrasto con gli sfoghi che giungono dalla Casa Bianca.
Non va dimenticato, che la guerra commerciale è iniziata nel 2016, con la prima elezione di Trump; già allora il leader statunitense aumentò i dazi, e Biden fece altrettanto, a dimostrazione che forse non siamo mai veramente usciti dallo confronto commerciale, sebbene quanto Trump abbia fatto negli ultimi mesi sia senza precedenti.
Ci sono stati i dazi globali, imposti e poi revocati o sospesi per 90 giorni, e poi c’è stata la battaglia delle cifre assurde tra Cina e Stati Uniti con imposte doganali fino al 145%. Ma non solo Xi Jinping non si è mai scomposto, è anche andato nel sud-est asiatico a firmare decine di accordi ed accelerare la delocalizzazione della produzione nella regione. La Cina sembra molto più preparata a gestire gli attacchi di Washington e continua a mantenere la calma, perché sostiene di non aver iniziato lo scontro commerciale. Certo, gli Stati Uniti ritengono che l’abbia fatto, manipolando il sistema commerciale, sovvenzionando le sue industrie, promuovendo le esportazioni e quindi sgonfiando artificialmente i prezzi per decenni.
Ora i negoziati sembrano quindi essere di nuovo sul tavolo, i due leader si sono scambiati inviti per visite di stato reciproche, ma la rivalità di fondo rimane.
Riaffermando la politica statunitense di una sola Cina, Trump ha optato per la moderazione su Taiwan, contraddicendo però quanto Washington ha affermato pochi giorni fa a Singapore, al vertice sulla sicurezza per bocca del Segretario alla Difesa statunitense. Allo Shangri-la Dialogue, Pete Hegseth ha infatti usato parole dure, avvertendo che la Cina si sta “preparando in modo credibile” a un’azione militare entro il 2027, volta a modificare l’equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico, evidenziando in particolare la minaccia a Taiwan.
Dichiarazioni criticate non solo dal Ministero degli Affari Esteri cinese, che ha accusato Hegseth di promuovere una “mentalità da guerra fredda”, e di tentare di “seminare divisione” nella regione Asia-Pacifico, ma anche da altri numerosi interlocutori nella regione, secondo cui un tale approccio rischia di aggravare le tensioni, anziché promuovere la stabilità.
Da una parte quindi c’è un Presidente che cerca la de-escalation con la Cina e dall’altra il Pentagono, che mostra i muscoli senza mezzi termini. E allora chi detta il tono della politica statunitense? A livello commerciale è chiaro che la strada da percorrere è tutt’altro che stabile. In attesa della prossima mossa o della prossima dichiarazione, ci si gusta una potenziale tregua, più che la pace.