Il mondo in campo – Geopolitica del calcio

Un libro appassionante e appassionato ricostruisce il secolo breve alla luce di 12 partite di calcio, il cui effetto ha superato di gran lunga il risultato sportivo 

Si può raccontare la Storia del mondo in 12 partite di calcio? Me lo sono chiesto, in una libreria di Bologna, quando l’occhio è caduto sul libro omonimo, pubblicato dal giornalista Stefano Bizzotto (1961): uno che lo sport più popolare del mondo lo conosce bene e che per la RAI ha seguito 8 Mondiali, 8 Europei e 14 tra Giochi olimpici estivi e invernali. Nel 2018 aveva già pubblicato Giro del mondo in una coppa.

C’è un numero che sorregge l’intera architettura del volume, il 12, quello che nel calcio sta (o stava) sulla maglia del portiere di riserva. Oggi anche nel football molte cose sono cambiate: i calendarî intasatissimi – la TV chiede spettacolo, gli sponsor ulteriore visibilità: business is business – lo hanno trasformato in secondo portiere, colui che spesso scende in campo nelle partite di coppa e non passa mesi interi in panchina finché il primo si infortuna.

12, dicevo: 12 le partite che hanno fatto la storia, 12 i luoghi in cui sono state giocate, 12 anche le fotografie che completano la rassegna. L’arco temporale coperto dal volume copre 101 anni.

L’ultima partita scelta da Bizzotto  è Francia-Germania, giocata venerdì 13 novembre 2015: solo un’amichevole, ma giocata mentre fuori dallo Stade de France era in corso l’attentato terroristico perpetrato dall’Isis che fece 89 morti al Bataclan. Dalla tribuna viene portato via in fretta e furia il presidente François Hollande. Durante la pausa, i due allenatori vengono sommariamente informati di quanto sta succedendo, ma si decide che la partirta deve proseguire: il male minore, mentre Parigi era sotto assedio; lo stadio il luogo in quel momento pù sicuro per gli 80mila spettatori. Il racconto di Bizzotto è arricchito dalla lunga, intensa testimonianza dell’ex calciatore Oliver Bierhoff, capodelegazione tedesco, che ricorda il prima, il durante e il dopopartita, con la squadra chiusa per l’intera notte negli spogliatoi, anche perché non era chiaro se tra gli obiettivi dei terroristi ci fosse anche la Mannschaft, che lascerà lo stadio all’alba di sabato, attraversando Parigi che piange 130 morti. “Quando alla fine sarà autorizzata a lasciare l’impianto, la folla con un gesto spontaneo intonerà la marsigliese. Un momento da brividi”, ricorda l’autore, che così prosegue: “Calcio contro terrorismo. Scritto così sembra il manifesto di una partita, solo che in ballo ci sono vite umane”.

Nel libro di Bizzotto si parte il 25 dicembre 1914: è Natale, la Grande Guerra è già in corso da qualche settimana. Sul fronte occidentale si scontrano l’invasore tedesco, da un lato, e Belgi e Francesi che, con l’aiuto del Regno Unito, cercano di difendere i loro confini. “Ragazzi di vent’anni, a volte anche meno, che a settembre si erano sentiti dire che ”al massimo entro Natale sarà tutto finito e tornerete a casa”. Natale a casa? Forse, ma di quale anno? Sicuramente non di questo. La guerra di movimento è già diventata guerra di posizione. Nessuna delle parti in causa riesce a guadagnare terreno in modo considerevole. Intanto si muore”, scrive Bizzotto in un primo guizzo che avvicina drammaticamente il pallone alla guerra: un’attività sportiva e una passione, alla passione del conflitto, al fuoco delle armi. Di questi accostamenti tra la grande storia e le partite passate in rassegna il volume è ricchissimo, anzi sono proprio loro a renderlo, nel suo genere, esemplare. Solidità storica e documentaria, una penna di razza, uno sguardo che riconosce nel calcio un fenomeno di massa che attraversa i secoli e i Paesi diventando così esso stesso oggetto di analisi storiografica e sociale.

In pochi mesi il conflitto aveva già lasciato sul campo 300mila soldati tedeschi, altrettanti francesi e 160mila inglesi. Una carneficina. “In questo clima, forse per l’avvicinarsi del Natale, in tanti vorrebbero dire basta. Sono soprattutto quei militari di truppa che si rendono conto di avere più cose in comune con i soldati semplici dell’esercito nemico che non con i propri comandanti supremi. Ma convincere i generali a deporre le armi è improponibile: se scoppiasse la pace, molti di loro si ritroverebbero in sovrannumero, dunque senza lavoro”.

Bizzotto sottolinea la spaccatura, all’interno dell’esercito tedesco, tra i reparti prussiani che mai e poi mai avrebbero accettato di venire a patti col nemico e i loro commilitoni della Baviera e del Baden-Württemberg. “Falchi contro colombe”, osserva, come in ogni conflitto. Si arriva così alla partita, giocata nella città-martire fiamminga di Ypres, completamente distrutta alla fine del conflitto. Quel giorno – lo ricordo, il Natale del 1914 – “Come per magia il vento ha cessato di soffiare. Anche la pioggia ha smesso di cadere. Il cielo finalmente è terso, talmente terso che ti verrebbe voglia di contare le stelle una a una. Fa freddo, ma la cosa che dà più fastidio è il fango che penetra negli scarponi e arriva a contatto con i piedi. Oddìo, ci sarebbe dell’altro. Quando ci si muove lungo la trincea o addirittura ci si spinge oltre, in quella che tutti chiamano terra di nessuno, capita di inciampare in qualcosa di macabro. Sono i corpi in putrefazione dei commilitoni morti da giorni, in alcuni casi da settimane (…). È la guerra. Quella guerra che non sai per quale motivo è cominciata e che soprattutto nessuno sa dire quando finirà”.

Per qualche ora il rumore assordante delle mitragliatrici, delle mine e delle urla strazianti di chi sta per morire si ferma. “Poi, d’improvviso, dalla parte tedesca si levano le note di una canzone, Stille Nacht, heilige Nacht. Se non fossimo in guerra, sarebbe la cosa più naturale del mondo (…). Le sentinelle britanniche notano che la trincea nemica emana tante piccole luci. Potrebbe essere l’avvisaglia di qualche attacco notturno e invece sono le candele che i soldati hanno sistemato su degli alberelli con cui si vuole celebrare la festa”.

Separati da un fronte di poche decine di metri, i contendenti si accordano: “We don’t shoot, you don’t shoot”. “I protagonisti non lo sanno ma stanno per scrivere una pagina di storia. Perché tregua sarà e sarà una tregua dal basso. I vertici dei rispettivi eserciti non ne sanno nulla, il copyright è tutto di quei poveretti mandati allo sbaraglio in questa sporca guerra. (…) Le armi tacciono merito di quei meravigliosi ragazzi di Monaco e Manchester, di Amburgo e Liverpool. Prima di loro ci aveva provato anche Benedetto XV. Inutilmente”.

Dalle trincee escono decine, centinaia, poi alcune migliaia di soldati che fraternizzano, si scambiano birra, sigari e sigarette, carne, marmellata, un taglio di capelli. A un certo punto qualcuno chiede: chi ce l’ha un pallone? Ne spunta più d’uno. E così, quel venerdì si giocarono una o più partite amichevoli in un raggio di 50 km attorno a Ypres mentre, approfittando della tregua, si seppellivano in fosse comuni i corpi dei caduti sui due fronti.

Le testimonianze su una di quelle partite, quella tra i Welsh Fusiliers britannici e il 133° Reggimento di fanteria tedesco, sono discordanti: non c’è arbitro, non ci sono porte, i limiti del campo coincidono con i militari che assistono all’incontro. Ma c’è un dettaglio su cui tutti i testimoni dell’epoca concordano: quando un giocatore cade a terra, sono gli avversari che lo aiutano a rialzarsi.

Nei giorni successivi nessuno dei contendenti ha voglia di riprendere le armi. Gli ufficiali dei due eserciti però minacciano di sparare ai loro stessi soldati se non obbediscono agli ordini. “Qualcuno allora ha un’idea: fare solo finta che la guerra ricominci, prendere in mano i fucili e sparare, ma non ad altezza uomo. Si mira 1 m sopra la testa del nemico. Un sottotenente tedesco lo definirà un tentativo comune di tirare giù le stelle dal cielo. Servirà anche quello per rallentare almeno in parte la carneficina”.

In realtà, la guerra andrà avanti per altri 4 anni, causando circa 10 milioni di morti.

“Nel secolo abbondante che abbiamo ripercorso in questo libro” – conclude Stefano Bizzotto – “il calcio ha fatto valere infinite volte la sua inesauribile forza di aggregazione. Lo ha fatto in tempi di pace e di guerra, negli angoli più ricchi del pianeta e in quelli più poveri. Un pallone che rotola ha saputo regalare emozioni, orientare destini, cambiare il corso degli eventi anche fuori dal campo. Certo, oggi il flusso di denaro e la sete di potere hanno mescolato le carte in tavola. Le squadre sono diventate aziende, I giocatori – almeno quelli più famosi – anche. I tifosi non sono più tifosi, ma ‘clienti’”. E conclude, l’appassionato di questo sport, al quale ha dedicato tutta la sua vita professionale: “Resta il fatto che le sensazioni che trasmettono un dribbling, una rovesciata, un colpo di tacco, sono le stesse di sempre. E questo fa pensare che il calcio continui a essere una componente fondamentale della nostra vita, che continui a far battere forte i cuori”.