Il quasi dimissionario Zali riesce a sorprendere ancor più del celebre Arturo Brachetti

Si procede a piccoli colpi di scena e propositi non detti, ma lo sbocco delle dimissioni è stato ormai varcato 

In questi tempi incertissimi, una cosa sicura c’è: la non banalità di Claudio Zali.

L’ormai quasi già Consigliere di Stato riesce a scompigliare le carte ogni giorno; a rendere duro, per non dire impossibile, il lavoro dei politologi nostrani. Insomma un Brachetti della politica, perenne trasformista.

In aggiunta alla canicola (ritornata al grado 4: pericolo forte), queste giornate estive sono rese ancor più faticose dalla politica cantonale. Naturalmente per chi la segue, ma sono pronto a scommettere che l’auditel sia cresciuto di ora in ora perché il tema formalmente politico si è vieppiù fatto casereccio.

Giorni fa, nel mio piccolo credevo che, tolto l’inciampo Zali, Lega e UDC ritornassero a baciarsi e a presentarsi agli elettori come un corpo unico; ieri sera, dopo il comunicato firmato dal povero ‘Picca’, che comunicava un bel niente, mi sono ricreduto perché:

a) l’attendismo della Lega, oltre a logorarla, non poteva fare altro che favorire i cugini uddicì, i quali avrebbero affrontato la corsa all’esecutivo cantonali da soli, certi del sorpasso;

b) perché Zali non si sarebbe dimesso per non fare un favore all’odiato Marchesi, sapendo che non c’è legge che lo possa destituire, e che potrebbe minacciare elettoralmente il suo partito con una sua ipotetica lista (vedi gli esempi a Ginevra, con il Consigliere di stato Pierre Maudet, esponente del PLR estromesso dal governo nel 2021 in seguito alla crisi politica legata a un controverso viaggio ad Abu Dhabi, e poi rientrato con un il suo movimento LJS nel 2023; e qui da noi, con Amalia Mirante, che non ha avuto la fortuna del collega ginevrino, ma qualche fastidio a sinistra lo ha dato).

Come disse il grande campione di ciclismo Gino Bartali, «è tutto sbagliato, tutto da rifare!». Già. 

Ecco, infatti, la lettera di Claudio Zali inviata stamattina in esclusiva a «Radio Ticino», l’unica emittente che, a suo dire, non si sarebbe accanita contro di lui: «Rimango in Consiglio di Stato solo il tempo necessario a completare alcuni lavori in corso e ad evadere delle pendenze. Fatto ciò, alla data che ho indicato lascerò serenamente il mio posto in Governo per gli ultimi mesi della legislatura ad un subentrante che da tanto scalpita per scendere in campo e che ha assicurato di avere le soluzioni per tutti i problemi del Paese».

Ieri sera il suo partito, il partito a cui Zali deve tutto, non ha saputo o non ha potuto dire nulla; oggi, poche ore dopo il comunicato andreottiano – fantastico o umoristico – una procedura comunque discutibile per un presidente in carica del Consiglio di Stato, che in primis dovrebbe informare il collegio governativo come vuole la grammatica istituzionale, e poi chi diavolo vuole. Comunque, «Radio Ticino» fa lo “sgub” (o, se preferite, lo scoop). Dai, provate ad immaginarvi la faccia del direttore del «Mattino della Domenica», lui che di “sgub” leghisti è il re. 

Insomma, care lettrici e cari lettori di Naufraghi/e (di questi tempi titolo appropriatissimo), Claudio Zali riesce sempre a sorprendere tutti, e tra i primissimi i suoi correligionari, ma forse anche sé stesso.

 P.S. Nel paese dell’Iperbole può anche succedere che nel momento in cui leggete questo pezzullo (scritto sul mezzogiorno), le cose siano di nuovo cambiate. Per esempio che Zali abbia già annunciato che lascerà il suo incarico a fine settembre. E che la sua uscita sia stata concordata con la Lega. 

Nell’immagine: il “trasformista” stile Brachetti