Il Racconto di un israeliano sequestrato

Mentre la trattativa Israele-Hamas per la liberazione di altri scambi di prigionieri e il passaggio alla seconda fase del piano di pace è di nuovo pericolosamente in stallo 

Dalla nostra corrispondente da Tel Aviv

Mentre gli spettatori di tutto il mondo sono ragionevolmente distratti dalle umiliazioni inferte dal presidente Trump al leader ucraino Zelensky, per gli ultimi ostaggi israeliani ancora in vita è iniziato il conto alla rovescia. Secondo l’accordo con Hamas, dopo 42 giorni avrebbe dovuto terminare la prima fase e avere inizio la seconda, con il disimpegno da parte dell’esercito israeliano del corridoio Filadelfia, tuttavia Netanyahu persiste nel chiedere il prolungamento della prima fase rimandando il ritiro delle truppe da Gaza e lasciando quindi aperta la possibilità di una ripresa dei combattimenti. 

Messo alle strette, dal canto suo Hamas ha alzato la posta dello scambio per ottenere il rilascio di un maggior numero di prigionieri rispetto a quanto inizialmente pattuito. Mentre dunque il primo ministro israeliano sembra disposto a tutto pur di sottrarsi a processi e indagini a suo carico e conservarsi la poltrona, la popolazione dal basso esercita tutta la pressione possibile affinchè si proceda con il cessate il fuoco e il riscatto degli ostaggi in un’unica soluzione. 

Dopo la vicenda della famiglia Bibas conclusasi tragicamente con i funerali di Shiri e dei piccoli Ariel e Kfir, a scuotere ulteriormente l’opinione pubblica israeliana nell’ultima settimana è stata la toccante testimonianza di Eli Sharabi. Da poco liberato dopo 491 giorni trascorsi nei tunnel con le catene ai piedi, Sharabi ha coraggiosamente accettato di venire intervistato dalla giornalista Ilana Dayan – Orbach, conduttrice del celebre programma di inchieste “Uvda” (letteralmente: fatto). Trasmessa giovedì sera sul canale 12, quella di Sharabi è stata la testimonianza più lunga e drammatica di quelle raccolte fino ad ora sulla prigionia nelle mani di Hamas, al punto che neppure Dayan è riuscita a controllare le lacrime. 

Dopo aver ripercorso gli eventi di quel disgraziato sabato mattina (7 ottobre 2023) Sharabi si è soffermato sulle condizioni fisiche estreme, dalle ferite causate dalle catene sino alle percosse continue e ai morsi della fame. Costretto per la maggior parte del tempo ad accontentarsi di un misero pasto al giorno, fatto di pochi grammi di pasta, racconta di essere stato sostenuto dalla fede, dai compagni di prigionia e dallo studio della psicologia dei carcerieri dei quali cercava di prevedere le mosse, non sempre con successo. “Solo dal loro comportamento si può capire cosa è stato detto nei notiziari. Per ogni dichiarazione irresponsabile, noi ostaggi siamo i primi a farne le spese”, ha affermato con il coraggio di uno che non ha più niente da perdere. Con queste parole Sharabi ha infatti puntato il dito contro la leadership dell’estrema destra israeliana  che, ostentando con superbia il vergognoso trattamento inferto ai palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, mette a repentaglio gli ostaggi che ne subiscono le ritorsioni. Trasferito da un tunnel all’altro Sharabi ha trascorso tempo con molti degli ostaggi, alcuni dei quali sono stati trucidati a sua insaputa come Ori Danino. Al momento del rilascio, inoltre, ha dovuto separarsi dal giovane Alon Ohel, rimasto solo e con una scheggia in un occhio che gli impedisce di vedere. Ed è proprio la responsabilità nei confronti di Alon, e degli altri circa 23 ostaggi che si presumono ancora vivi, ad avergli dato la forza di condividere così presto la sua terribile esperienza. 

Non appena giunto in Israele Eli Sharabi ha appreso della morte della moglie e delle due figlie, trucidate il 7 ottobre dopo il suo rapimento, e di quella del fratello ucciso dai bombardamenti mentre si trovava anche lui prigioniero a Gaza. Commossi di fronte alla determinazione e alla statura morale di quest’uomo, che nonostante tutto ha espresso davanti alle telecamere la gratitudine per essere vivo, gli israeliani non hanno potuto far altro che riversarsi nelle strade per manifestare anche questo sabato sera. La protesta di Tel Aviv nei pressi del ponte Begin si è aperta come sempre con le dichiarazioni dei parenti, come quella di Einav Zangauker, madre leonessa che lotta con le unghie e con i denti per la liberazione del suo Matan, incluso nei rilasci della seconda fase.  Zangauker ha accusato Netanyahu di aver violato intenzionalmente l’accordo facendo ricadere la responsabilità su Hamas e ostacolato volontariamente la trattativa che si è arenata nuovamente mentre la delegazione è rientrata dall’Egitto a mani vuote. 

Nel frattempo la testimonianza di Eli Sharabi sta facendo il giro del mondo catturando l’attenzione dello stesso Trump che lo ha invitato per un incontro alla Casa Bianca questo martedì. Mentre la clessidra ci ricorda che il tempo degli ostaggi sta per scadere, ogni mezzo è lecito pur di sottrarli a Hamas, ma nel medio e lungo periodo la tutela della sicurezza di Israele e dei suoi cittadini non potrà certo venire dal trattamento umiliante che il presidente USA riserva al popolo palestinese attraverso video di intelligenza artificiale, minacce di trasferimenti di massa o illimitate forniture di armi al governo Netanyahu, modalità che non faranno che perpetuare il ciclo interminabile della violenza.

Intanto il quotidiano Haaretz ha pubblicato i risultati delle prime inchieste condotte dall’IDF che non lasciano dubbi sul fatto che il pericolo dei massacri del 7 ottobre fosse stato sottovalutato. 

Di seguito il link alla testimonianza di Eli Sharabi con i sottotitoli in inglese