AMERICA OGGI Il ministro della Difesa Pete Hegseth annuncia l’omicidio di stato in diretta del maggiore dell’esercito Midal Malik Hasan, rito catartico della violenza Maga
Di Luca Celada, il manifesto
Le esecuzioni negli Stati uniti, sospese dalla Corte suprema nel 1972, sono state ripristinate nel 1977 a discrezione degli stati. Da allora sono state messe a morte oltre 2.000 persone. Di queste, sedici sono state giustiziate in giurisdizione federale di cui 13 sotto la prima amministrazione Trump, la maggior parte negli ultimi tre mesi del primo mandato quando il presidente volle esibire un pugno duro dimostrativo mettendo a morte in gran fretta il massimo numero di condannati prima che l’insediamento di Biden potesse fermare i boia. L’ultima vittima fu, allora, Lisa Montgomery di 52 anni, uccisa nel penitenziario di Terre Haute, Indiana, sette giorni prima della scadenza del mandato.
Non è necessariamente sorprendente quindi l’annuncio del ministro più celodurista del regime Trump 2.0 della fucilazione del maggiore Nidal Malik Hasan prevista per il 3 dicembre. Lo è, certo, la sua contestuale trasmissione in diretta streaming alla stregua di un evento pay-per-view, anche se in fondo anche questa aberrante dimensione non è del tutto senza precedenti nazionali. Nel secolo di apartheid sudista molti linciaggi (su un totale di quasi 5.000) erano eventi pubblici, annunciati e pubblicizzati, con rinfreschi, foto ricordo e souvenir. Uno di queste rituali orge di violenza omicida a Waco, in Texas nel 1916, attirò una folla di 15.000 persone; a Duluth, in Minnesota nel 1920 accorsero in 10.000.
COADIUVATA dalla tecnologia streaming l’esecuzione programmata da Hegseth ha il potenziale di diventare “snuff movie” e superare quel pubblico di molti ordini di grandezza, ricollegandosi tuttavia ad antiche correnti di ferocia che l’attuale regime ha fatto proprie facendone fondamento del proprio stile e pratica politica
La pubblica trasmissione della morte di Hasan solleva ovviamente una miriade di sacrosante obiezioni morali, aggiungendo un’ulteriore, ultima violazione della dignità umana del condannato a peggiorare se possibile, l’oltraggio definitivo della sottrazione della vita.
È plausibile immaginare tuttavia che lungi dall’essere stato un dissuasivo, l’obbrobrio del macabro spettacolo, messo alla portata di chiunque (adulto o minore) abbia accesso ad una connessione internet, sia stato semmai un incentivo ad organizzarlo.
Nell’adozione del plotone di esecuzione e soprattutto nella diretta live dell’uccisione di Hasan c’è infatti il sunto della brutalità performativa di un regime sempre più deciso a sottomettere la cittadinanza alla propria volontà e narrazione giustizialista e punitiva.
QUEGLI ATTRIBUTI, comunque costituenti della concezione di giustizia nordamericana si caricano nell’accezione trumpista di un uso efferato della violenza, una intima naturale consuetudine alla sua pratica come articolazione del potere. La violenza che satura le politiche del regime è più visibile nella brutalità degli arresti quotidiani praticati da Ice, intenzionalmente più simili ai sequestri extragiudiziari di forze paramilitari di regimi compiutamente col preciso proposito di intimidire una popolazione che attraverso il terrore dovrebbe essere indotta alla «autodeportazione».
Nel caso specifico del ministro della guerra e del testosterone (che propone di somministrare ai suoi «guerrieri») si è oltretutto al di là dell’oltranzismo ideologico ed addentro lo squilibrio fanatico e allucinato che vena il movimento Maga. In un recente discorso alle truppe che è ripetutamente sconfinato in sermone integralista, Hegseth ha invocato per i suoi militari «una violenza travolgente contro coloro che non meritano alcuna pietà» e «massima letalità piuttosto che tiepide legalità».
L’ESECUZIONE in diretta si inserisce quindi in questo teatro della crudeltà del regime che dopo aver forzato a tutto campo i limiti della società condivisa, lavora per sostituire l’ordine civile con l’esibizione circense, un Hunger Games catartico predicato sulla conflittualità perennemente esacerbata che ha caratterizzato il rapporto demagogico di Trump con la sua base.
Il risentimento che caratterizza quel rapporto detta anche una dialettica dell’aggressione in cui l’ingiuria morale all’avversario è di per sé un obbiettivo catartico. La provocazione dei liberal, il cosiddetto «owning the libs» («dare una lezione ai progressisti», «possederli») – rovinare la giornata agli avversari con boutade calcolate per suscitare inevitabile indignazione, e remunerare così lo zoccolo duro con la frisson della rivalsa.
L’ESIBIZIONE pubblica dell’esecuzione di Hasan rientra in questo contesto dialettico traghettato dai social media, un trolling elevato a strategia politica che va di pari passo con l’inasprirsi della dialettica presidenziale che di recente si sta caricando di profanità sempre più apertamente sfoggiata, di «fuck» smollati ormai regolarmente nelle interviste o degenerazioni come quella del recente comizio in Ohio, in cui Trump ha esortato a votare repubblicano per «metterlo in culo ai democratici».
Un’esacerbazione incosciente e pericolosa nel momento di massima polarizzazione che è sempre più evidentemente incompatibile con l’elaborazione democratica della frattura nazionale.
Nell’immagine: il segretario della Difesa Pete Hegseth