Italia, così la corruzione diventa sistema

Dopo l’autocelebrazione in Puglia, Giorgia Meloni deve affrontare un ennesimo problema: colmare la lacuna causata dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Come vuole l’Unione europea 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

«Chi si loda s’imbroda», recita il vecchio detto. E Giorgia Meloni, che il 4 settembre a Bari ha celebrato il record di longevità del suo governo, arrivato a 1.413 giorni, non ha resistito alla tentazione di dipingere un’Italia che somiglia molto al Paese di Bengodi raccontato da Boccaccio, con tanti creduloni inconsapevolmente calati nei panni di Calandrino.

È stata un’autocelebrazione in grande stile, tra slogan, applausi e gigantografie, accompagnata da un imponente dispositivo di sicurezza predisposto per tenere lontane eventuali contestazioni. Sul palco, una premier circondata da fedelissimi e visibilmente affaticata, spesso sopra le righe, impegnata a rivendicare, arringando la folla, i successi del suo governo e a restituire l’immagine di un Paese più sicuro, più ricco e più efficiente.

A fare da coro sono arrivati, il giorno dopo, i quotidiani della destra. Il Tempo l’ha incoronata «Un argine di nome Giorgia», mentre Libero le ha riconosciuto il merito di aver «sistemato i conti tra due guerre dopo la pandemia».

Il Giornale, invece, ha alzato ulteriormente il tono celebrativo: Vittorio Feltri ha proiettato Meloni sul «grande palcoscenico della storia» e il direttore Tommaso Cerno si è spinto oltre, fino a proclamare nel titolo d’apertura: «Siamo andati sulla Luna, signori».

Peccato che dal Paese reale affiori un quadro assai meno trionfale, lontano anni luce dalla rappresentazione meloniana, come sanno bene milioni di italiani che ogni giorno fanno i conti con i prezzi impazziti della benzina, dell’energia, dei generi alimentari; con l’emergenza sicurezza; con la difficoltà di accesso alla sanità. Il welfare, di cui l’Italia un tempo andava orgogliosa, oggi è sempre più sotto pressione, per dare sfogo al bellicismo che lo erode con l’aumento vertiginoso delle spese militari.

È in questo scenario che suonano come l’ennesimo campanello d’allarme le diciotto pagine del rapporto “Corruzione e appalti in Italia 2020-2026”, pubblicato dall’ANAC, Autorità nazionale anticorruzione. Non un trattato sociologico, né una stima dell’intero sommerso corruttivo di cui abbiamo scritto altre volte, ma qualcosa di più circoscritto, riguardante i contratti pubblici: la dissezione di ciò che è effettivamente pervenuto sul tavolo dell’Autorità attraverso gli atti degli uffici giudiziari. Un campione necessariamente parziale di un fenomeno ben più vasto, con numeri comunque impressionanti.

Dal gennaio 2020 al maggio 2026 sono 141 i procedimenti penali riguardanti l’intreccio tra pubblico e privato, con 1.295 capi d’imputazione, 994 persone e 490 imprese coinvolte. La prima sorpresa, ammesso che ci si possa ancora sorprendere, è che la corruzione negli appalti pubblici non assomiglia più alla caricatura del funzionario che estorce denaro all’imprenditore, e dell’imprenditore che porta la bustarella, come ai tempi di Tangentopoli. Il meccanismo si è evoluto ed è diventato probabilmente più pericoloso: l’accordo preventivo che spesso sfugge ai controlli. Si crea cioè una stretta relazione di complicità, quasi alla pari, tra chi amministra denaro pubblico, soprattutto negli enti locali, e chi vuole conquistarlo.

Il quadro che emerge è quello di gare costruite perché a vincerle sia qualcuno già scelto; specifiche tecniche cucite sulla sagoma dell’impresa amica; concorrenti ammessi pur in assenza dei requisiti; commissioni che attribuiscono punteggi generosi; affidamenti diretti reiterati; procedure d’urgenza utilizzate per assegnare commesse sempre agli stessi soggetti; subappalti e incarichi incanalati dentro circuiti ormai consolidati.

Le contropartite, oltre al più tradizionale denaro contante, prendono forme sempre più varie: assunzioni clientelari, viaggi, beni di lusso, ristrutturazioni, automobili, sostegno elettorale, consulenze fittizie (cioè tangenti camuffate) e sub-affidamenti a società riconducibili al pubblico ufficiale. In alcuni casi il dominus dell’accordo è il soggetto pubblico, in altri l’imprenditore.

La geografia giudiziaria mostra una forte concentrazione in alcune regioni: il 24 per cento dei procedimenti arriva dalla Sicilia, oltre il 18 per cento dalla Campania, il 10,4 dalla Lombardia, il 9,6 dal Lazio e l’8,1 dalla Puglia, mentre la quota rimanente si distribuisce sul resto del territorio nazionale.

Quanto ai settori, oltre il 40 per cento dei casi riguarda lavori pubblici. I servizi rappresentano circa il 32 per cento e le forniture il 9,5. Fra le attività ricorrenti compaiono la manutenzione stradale e del verde, le pulizie, la gestione dei rifiuti, i centri di accoglienza per immigrati, i servizi sociali e la sanità. E ricompare puntualmente uno dei grandi varchi della discrezionalità amministrativa: la somma urgenza, con i relativi affidamenti diretti, un terreno nel quale sindaci e funzionari dispongono di margini decisionali particolarmente ampi. È lì che il confine tra conoscenza personale, relazione politica, interesse economico e abuso diventa sottilissimo.

Mentre l’Autorità anticorruzione descrive un sistema nel quale i rapporti patologici tra funzione pubblica e interesse privato sono tutt’altro che scomparsi, il governo presieduto da Giorgia Meloni, su impulso del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha scelto nel 2024 di cancellare dal codice penale il reato di abuso d’ufficio.

L’Unione europea ha invece imboccato la strada opposta. Una direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, entrata in vigore il 31 maggio di quest’anno, rafforza e armonizza la legislazione anticorruzione europea e impone agli Stati membri di rendere penalmente perseguibili determinate gravi violazioni di legge commesse da pubblici funzionari.

Adesso tocca al governo e al parlamento italiani tornare sui propri passi e adeguarsi, colmando, entro il 2028, i vuoti lasciati dalla cancellazione dell’abuso d’ufficio. Sarà pertanto necessaria la reintroduzione di una fattispecie analoga, magari sotto altro nome, o comunque una nuova disciplina capace di soddisfare gli obblighi europei.

Perché la lezione più inquietante del Rapporto ANAC è che, quando la corruzione diventa sistema, abbassare le difese, come hanno fatto Meloni e Nordio, non è garantismo. È lasciare la porta aperta ai corrotti e ai corruttori.

Nell’immagine: Giorgia Melon si loda a Bari